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P

pace. Oggetto liturgico, diffuso tra XV e XVIII secolo, per portare il bacio di pace prima della comunione al coro e a persone di rango che assistevano alla messa, evitando gli inconvenienti e la scomodità dell’abbraccio e del bacio di pace e il susseguente bacio della patena o del messale. San Carlo ne prescrisse almeno due per tutte le chiese parrocchiali. La forma della pace è varia: poteva essere una tavoletta rotonda o ovale con una croce incisa o con un’immagine sacra (Crocifisso, Madonna, santi); talora conteneva anche una reliquia; sul retro aveva una maniglia per sostenerla e un piedestallo, per cui assumeva l’aspetto di un ostensorio. I materiali erano marmo o pietra, legno, metallo; la qualità andava dalla semplicissima e rozza a quella di pregio artistico anche molto rilevante.

pala. In genere sinonimo di ancóna, propriamente indica il grande dipinto dell’altare per lo più su tavola o tela. Diffusa dalla fine del sec. XIII, la pala d’altare è spesso adorna di una ricca cornice (soàsa), poggiante su una predella e sormontata da una lunetta, o inserita nella struttura architettonica dell’altare stesso.

palio, pallio, vedi paliotto

paliotto. Rivestimento esterno della parte anteriore dell’altare. In uso fin da epoca alto-medievale, nelle chiese più ricche e importanti poteva essere in marmo o legno scolpiti, oppure in lamine sbalzate d’oro e d’argento. Ma solitamente, soprattutto nelle chiese minori, il paliotto era in stoffa preziosa, tessuti a ricamo o ad arazzo, pelle incisa e dorata o dipinta possibilmente nei colori liturgici poiché, essendo mobile, era intercambiabile. Nei secoli XVII-XVIII si generalizzò anche nelle piccole chiese l’uso dei paliotti in stucco, in marmo scolpito, o in commesso (intarsio) di marmi policromi, spesso di grande bellezza e preziosità, che mandarono in disuso quelli mobili precedenti, e che sono quelli rimasti fino a oggi nelle nostre chiese. Talora si usa definirlo anche ‘parapetto’.

palla. Quadrato di tela inamidata, usato per coprire il calice durante la messa.

parapetto, vedi paliotto

patèna. Piatto rotondo di metallo, destinato a poggiare sopra il calice e a contenere l’ostia durante la messa. Nell’epoca di cui ci occupiamo essa era solitamente priva di ornamenti, leggermente concava nel mezzo, e dorata almeno nella parte superiore.

pax, vedi pace

pianèta: dal greco, forse significava ‘veste da viaggio’. Sopravveste liturgica, propria dei sacerdoti nella celebrazione della messa (ma in antico anche per altre funzioni). Fino al secolo XIII era molto ampia e lunga fino ai piedi: la si sollevava ai lati sopra le braccia per farne uscire le mani; era decorata di fregi attorno al collo, o da una striscia verticale, che si apriva a ‘Y’ sul petto e sulle spalle, ricamata a motivi di ornato o a figurazioni di santi. In seguito (secoli XV-XVI) per praticità ed economia fu semplificata, eliminando i lembi laterali e accorciando un po’ quelli anteriore e posteriore (càsula): una forma che è stata recuperata recentemente ed è oggi divenuta prevalente. Nei secoli XVII-XVIII si impose invece la pianeta cosiddetta romana, costituita da uno scapolare a due lembi, che scendono davanti e dietro la persona fino alle ginocchia (quello posteriore un po’ più lungo). Ve ne sono di diverse fatture: la più diffusa nelle nostre chiese era quella con i due lembi cuciti sul petto, e l’apertura per il capo in forma trapezioidale, ornata posteriormente di una striscia verticale (colonna) e anteriormente di una croce commissa (a forma di T). I materiali utilizzati un tempo erano molto vari (si vedano gli inventari presentati in questo libro), ma sempre si trattava di stoffe di un certo pregio; i colori erano fondamentalmente quelli liturgici, ma nei secoli XVI-XVIII si diffuse il gusto di utilizzare stoffe con disegni geometrici e soprattutto floreali (pianete a giardino).

pietra sacra. Lastra quadrata o rettangolare consacrata dal vescovo e contenente un incavo per riporvi reliquie di santi martiri: serviva come ►altare per celebrarvi messa ovunque non vi fosse un altare consacrato fisso. Comunemente veniva inserita in un altare mobile, ma spesso anche in uno fisso, quando questo non era consacrato. Pertanto ogni altare fisso che sia dotato di pietra sacra non è certamente stato consacrato.

pieve: dal latino plebs ‘popolo, assemblea’. Circoscrizione territoriale ecclesiastica, erede nelle campagne degli antichi pagi romani. Era destinata in origine alla gestione religiosa (evangelizzazione, liturgia, servizi sociali, cura d’anime) di un ampio territorio rurale, dove sarebbe stato impossibile far giungere il servizio diretto del vescovo e della chiesa cattedrale. La pieve era retta da un collegio di chierici (presbiteri, diaconi, suddiaconi, accoliti), detti fratres (fratelli), governati da un archipresbiter (arciprete, prete capo). Nel tempo si dotò delle strutture essenziali per il suo funzionamento: la chiesa principale (che prese essa stessa il nome di pieve), con il battistero e il cimitero; alcune cappelle sussidiarie nei luoghi più lontani dal centro, con compiti di evangelizzazione e di assistenza sociale, dette diaconie se amministrate da un diacono, o chiericati se da un semplice chierico. Inoltre, per il mantenimento del personale e degli edifici di culto, nonché per l’assistenza a poveri e ammalati e il finanziamento degli ospizi, si crearono entrate economiche da un lato grazie ad ampi benefici, e dall’altro con l’imposizione delle decime, ossia imposte del 10% sulle entrate per quasi tutti i residenti nella pieve. Verolavecchia appartenne - come è noto - alla pieve di Quinzano, insieme ai borghi e ai territori di Acqualunga, Motella, Gabiano (Borgo San Giacomo), Padernello, Monticelli, Villanuova, ognuno dei quali doveva essere al principio una cappella o una diaconia, che nel tempo si separò dalla chiesa madre, quasi certamente a seguito dell’aumento demografico nel circondario. Non si può dire con precisione quando sia avvenuto il distacco della chiesa di San Pietro di Verolavecchia e la sua trasformazione in parrocchia autonoma, ma è presumibile che si possa collocare tra il XIV e il XV secolo.

pila, vedi acquasantiera

písside. Vaso liturgico usato per contenere le ostie consacrate per la comunione, da conservare nel tabernacolo. Nel tempo la pisside fu realizzata con svariati materiali (legno, avorio, metalli) ed ebbe varie forme (scatola cubica, cilindrica, con piedi, adorna di guglie e pinnacoletti); dal secolo XII fu caratterizzata da un piede con nodo; finché in età rinascimentale assunse la foggia definitiva di un calice, con coperchio sormontato da una croce, decorato di sbalzi e fregi in tutte le sue parti, tanto da essere spesso opera di alta oreficeria. La coppa e il coperchio internamente devono essere dorati. Per reverenza verso l’eucaristia, talora si suole coprire la pisside con un conopeo di seta.

piviàle: dal latino pluviale ‘mantello da pioggia’. Manto liturgico a forma di semicerchio, lungo fin quasi ai piedi, aperto sul davanti e fermato sul petto da un fermaglio; nella parte posteriore è ornato dal cosiddetto scudo. Nato piuttosto tardivamente, sul modello forse delle cappe corali monastiche, è divenuto l’abito liturgico per tutte le funzioni fuori dalla messa (per la quale è riservata la pianeta), e può essere portato da tutti i chierici, non solo vescovi o sacerdoti, ma anche ministri inferiori. È fatto normalmente di seta nei consueti colori liturgici.

prebènda. È la rendita di un beneficio ecclesiastico, e consiste nel diritto che un ecclesiastico (prebendato) ha di percepire i redditi provenienti dalla dotazione dei beni annessi all’ufficio di cui è titolare.

predella. Così, ad esempio, si trova scritto nelle ordinanze di san Carlo per la chiesa parrocchiale di San Tommaso di Pontevico: “nel mezzo del presbiterio sia edificato l’altare, sopra tre gradini, i due inferiori in pietra, quello superiore invece in legno, che costituisce la predella” (Baronio, 1986, p. 137). Sono questi gradini di legno che i visitatori impongono talvolta di dipingere, magari a colori.

presbitèrio: dal latino presbyter ‘prete’. Lo spazio destinato ai sacerdoti e al clero nelle funzioni sacre. Situato nella zona absidale, contiene al centro l'altare maggiore, ai lati l’ambone e i banchi per i sacerdoti; dietro l’altare il coro. È quasi sempre rialzato di alcuni gradini (in numero dispari) per permettere di seguire meglio i riti che vi si svolgono, ed è separato dalla navata destinata ai fedeli per mezzo di una balaustra o di transenne per assicurare all’altare una adeguata zona di rispetto, entro la quale nessun laico doveva entrare, specie durante la celebrazione dei riti; alle donne vi era tassativamente vietato l’accesso. In alcuni casi il presbiterio è chiamato capella maior (cappella maggiore), per distinguerlo dalle cappelle minori degli altari laterali.

presbítero: dal latino presbyter ‘prete, sacerdote’.

psalmista, vedi salterio.

púlpito. Struttura sopraelevata destinata alla predicazione o alla lettura dei testi sacri. Impiegato in origine per le letture sacre, assunse la forma attuale con la diffusione degli ordini Domenicano e Francescano, dediti alla predicazione popolare. Posto in genere verso il centro della navata, perché si udisse meglio la voce del predicatore, fu spesso dotato di una specie di baldacchino per migliorarne l’acustica. Esistono anche piccoli pulpiti mobili, spesso usati in passato per le dispute della dottrina cristiana.

purificatorio, purificatoio. Piccolo rettangolo di lino, che serve nella messa per asciugare il calice, le dita e le labbra del celebrante, per purificare la patena prima di deporvi l’ostia consacrata, e il calice prima di infondervi il vino e l’acqua all’offertorio. Di uso sporadico, divenne obbligatorio solo con la messa di Pio V nel 1570; può avere ricamata nel mezzo un croce, per essere distinto dagli altri manutergi (asciugamani) usati nel rito. Può essere lavato solo dai chierici.

 

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a cura di T. Casanova

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