info@terraecivilta.it

 

Home » Mappa del sito »

HOME
Notizie & Aggiornamenti
Saggi & Ricerche
Fonti & Documenti
Immagini & Percorsi
Mappa del sito
Terra&Civiltà
Cerca nel sito...

 

 

 

 

Glossario

I

n queste pagine, per comodità dei lettori, sono riportate sintetiche illustrazioni dei termini più ricorrenti nei testi dei saggi e dei documenti, che alludono a istituzioni e oggetti del passato di cui non si ha più conoscenza diretta oggi da parte del pubblico non specialista. Si è anche ritenuto opportuno aggiungere la traduzione di alcuni vocaboli tecnici e locuzioni latine tipiche del formulario burocratico dei documenti originali pubblicati in questo sito. (La maggior parte delle definizioni è tratta da CASANOVA, 1999, pp. 243-252).

 
 
 

A B C D E F G H I L M N O P Q R S T U V Z

 
 
 

A

abito corale. Si può definire in questo modo la veste para-liturgica indossata nelle cerimonie religiose dai componenti delle confraternite che ne avevano la consuetudine tradizionale. In Verolavecchia, ad es., erano dotati di abito corale bianco i componenti della disciplina in Castello, e di abito verde quelli della disciplina di San Rocco.

accolito, vedi chierico

acquasantiera. È il vaso destinato a contenere l’acqua santa. Di solito è collocata vicino alle porte d’igresso nelle chiese, e ha la forma di conca o di vasca, sorretta da un tronco e fissata stabilmente al suolo (pila); è scolpita in pietra o in marmo, in forma artistica talvolta assai pregevole. In antico si usava disporre conche murate nella parete a fianco degli ingressi, all’interno, ma spesso anche all’esterno del tempio. Quando serve a portare in giro l’acqua santa secondo il bisogno, ha la forma di secchiello metallico con maniglia (vedi aspersorio).

ad placitum: ‘a piacere, a discrezione’.

ad ratam fructuum, ad ratam, ad ratham: ‘in proporzione dei frutti’, ossia secondo il reddito annuo prodotto dai beni o dai capitali stanziati allo scopo, che di solito è l’obbligo di celebrare delle messe. Poiché non si poteva sempre prevedere, soprattutto a distanza di molto tempo, il valore effettivo dei redditi di un lascito, il testatore, invece di un numero fisso di messe, disponeva talora che gli eredi facessero celebrare ogni anno messe ad ratam fructuum, ossia tante quante se ne potevano compensare con il reddito di volta in volta prodotto. Spesso questa imposizione era il risultato di una riduzione di messe (vedi) operata d’ufficio dalla curia e approvata dal vescovo.

adimpletum: ‘adempiuto, fatto’. Compare, abbreviato quasi sempre con una ‘a.’, in margine ai decreti vescovili, una volta che gli incaricati ne avevano verificato l’esecuzione.

àgape. Banchetto para-liturgico celebrato già presso i cristiani dei primi secoli, sul modello dell’ultima cena, ma probabilmente privo di valore eucaristico, destinato semplicemente a manifestare la carità fraterna e a esercitare il soccorso dei poveri. Nei secoli XVI-XVII, in molti luoghi, un banchetto di questo genere era praticato da certe confraternite, specie di disciplini, il giovedi santo. A Verolavecchia, ad es., tale consuetudine è testimonianta da diverse visite pastorali, ma è sempre riprovata e censurata dai visitatori.

alba, vedi camice

alias: ‘in altro modo, altrimenti’, o anche ‘in altro tempo, una volta’.

altare. Superficie piana orizzontale, elevata da terra, destinata al sacrificio religioso. Può essere fisso o mobile. L’altare fisso è costituito da una mensa (lastra o tavola) di pietra, sostenuta da uno o più stipiti, pure di pietra, anche nella forma di pilastrini, colonnette, lastre, che sostengono la mensa, formando con essa un blocco unico; in antico non poteva però essere in muratura o cemento. L’altare mobile o portatile, è formato da una lastra di pietra tutta d’un pezzo, di piccole dimensioni, ma sufficiente a contenere l’ostia e la maggior parte del piede del calice; comunemente è detto anche pietra sacra. Il caso più frequente nelle nostre chiese è quello di altari che apparentemente sono fissi, ma in realtà sono mobili, costituiti cioè in forma del tutto simile ai fissi, ma con materiale di muratura o di legno, e con la pietra sacra incuneata al centro della loro mensa. Liturgicamente questi sono considerati veri altari mobili. Ogni altare, fisso o mobile, deve avere una cavità, nella quale si depongono tre grani d’incenso, le reliquie e una pergamena firmata dal vescovo e sigillata nella quale si attesta la consacrazione dell’altare; le reliquie debbono essere di santi e non di beati, e almeno una deve essere di un martire. Il numero degli altari per ogni chiesa non è determinato. Quello che si trova nel luogo principale, più ampio e più alto, si chiama altare maggiore: esso deve essere isolato, in modo da potervi girare intorno. Poiché l’altare rappresenta il monte del sacrificio di Gesù, deve essere posto in alto, e a ciò si provvede con gradini: almeno uno comunque è indispensabile. Il gradino superiore sarà lungo quanto l’altare ed avrà un tavolato (predella) sotto i piedi del celebrante. L’altare propriamente si erige a Dio, perché destinato al sacrificio; però quello fisso deve essere dedicato a qualche mistero o a qualche santo, da cui prende il titolo. L’altare maggiore avrà sempre il titolo della chiesa. Escluso ogni uso profano, l’altare deve servire solo al culto, e particolarmente alla celebrazione della messa; perciò né sotto di esso, né vicino, a distanza minore di un metro dal lato della mensa, né di fronte si possono seppellire cadaveri. L’altare fisso deve essere consacrato tutto, mensa e stipite; per il mobile, soltanto la pietra sacra. Non si può consacrare una chiesa senza consacrare anche un altare, di solito il maggiore: però questi possono essere consacrati indipendentemente dalla consacrazione della chiesa. La semplicità degli altari più antichi cedette man mano ai vari ornamenti che li arricchirono nel corso dei secoli. Il cerimoniale dei vescovi prescriveva sopra l’altare il baldacchino (capocièlo), soprattutto dove si conserva il Santissimo Sacramento; ma oggi il baldacchino è andato quasi generalmente in disuso per dar luogo al quadro o ancona. Immediatamente sopra l’altare, nel luogo d’onore, si colloca la croce con la immagine del Crocifisso, la quale deve elevarsi al di sopra dei candelieri. Ai due lati della croce si pongono i candelieri: sei all’altare maggiore, almeno due negli altri. Il cerimoniale dei vescovi raccomanda come ornamento dell’altare nei giorni festivi le reliquie dei santi ed i fiori da porsi fra i candelieri. Sull’altare si richiedono tre tovaglie di lino o canapa; quella superiore deve arrivare fino a terra ai due lati. Le norme generali richiederebbero per l’altare il paliotto del colore dell’ufficio del giorno; si può omettere quando la faccia esterna dell’altare è di marmo, dipinta o scolpita, o se racchiude un qualche reliquiario.

altare, vedi cappellania.

altare mobile, portatile, vedi altare; pietra sacra.

ambóne: luogo laterale del presbiterio, avanzato verso l’assemblea, dove è eretta una piccola tribuna per la lettura e per la predicazione (vedi púlpito).

amitto: indumento sacro costituito da un fazzoletto rettangolare di tela, lino o canapa, con una croce nel mezzo, che si pone sotto il camice, attorno al collo e sulle spalle, ed è munito di due lunghe fettucce per legarne i capi sul petto.

amovíbile: vedi cappellano

ancóna. Il termine risale probabilmente al greco eikòn, ‘immagine’, e indica il dipinto o il rilievo, normalmente di grandi dimensioni, posto sopra l’altare (pala). In età gotica era costituito da più riquadri affiancati e uniti con cerniere (polittico). Dal secolo XV prende la forma di una grande tavola dipinta, spesso inquadrata da pilastrini e sormontata da una lunetta; talora la cornice (soasa) assume un notevole sviluppo, in complesse strutture architettoniche.

anime, vedi cura d’anime

antifonario. Etimologicamente sarebbe il ‘libro delle antifone’, ma di norma con questo termine si intende il libro liturgico che contiene tutti i canti che servono per l’ufficio divino, ossia antifone, inni, versetti, responsori, ecc.

arciprebènda: titolo della prebènda destinata all’arciprete

arciprete. In origine era il ‘primo prete’ del clero di una pieve o di un capitolo, ossia il titolare del beneficio principale (arciprebènda) e del relativo onere di cura d’anime. In seguito, dopo la diffusione delle parrocchie in tutti i centri anche più piccoli, si diffuse l’abitudine di chiamare arciprete il responsabile di ogni chiesa dotata di cura d’anime. A Verolavecchia, ad es., il titolo di arciprete fu attribuito al rettore don Lelio Zanucca dal vescovo Marco Morosini il 28 settembre 1647, nel corso della visita pastorale.

arcivescovo, vedi metropolíta.

aspersorio. Piccola asta di metallo, talora prezioso, terminante con una sferetta traforata (o con delle setole): serve per spruzzare su persone e oggetti l’acqua benedetta, attinta da un secchiello (nei manoscritti definito talora sedelino).

auricàlco, vedi oricalco.

 

Home » Mappa del sito »

in rete dal 04/2008

a cura di T. Casanova

aggiorn. 11/01/2012

© Terra&Civiltà - 2008-2012