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La Disciplina di Santa Croce

a Verolanuova (Bs)

a cura dell’arch. Silvio Carini

(Esplorando la Bassa, 22 dicembre 1996)

 
 
 

L’edificio fu la vecchia parrocchiale di Verolanuova, forse la chiesa madre, ma fino al 1100 non si hanno notizie certe. Riguardo alle istituzioni religiose, si sa che nel 1267 venne data al prete don Pietro una carta di procura, attestante la dipendenza dalla Pieve di Quinzano. A questa data, pertanto, Verolanuova non era ancora parrocchia.

Fino al 1430 non è prepositura, ma viene elevata a tale titolo dal Vescovo Francesco Marerio. Più tardi, con un breve pontificio del 9 gennaio e una bolla del 7 maggio 1502 il papa Alessandro VI dà in giuspatronato la prepositura e il relativo beneficio ai Gambara.

Nel 1534 il cardinale Uberto Gambara, che era preposito della chiesa di Verolanuova e vescovo di Tortona, espone una supplica al papa Paolo III Farnese per l’erezione della sua prepositura a collegiata con un capitolo di quattro canonici e un prevosto, come in effetti avvenne. In quell’occasione, Brunoro Gambara, fratello del cardinale, spende 400 ducati d’oro per riparare la chiesa, che versava in condizioni disastrose. L’intervento è comprovato da un documento esistente presso l’archivio parrocchiale di Verolanuova.

Nel 1633 la popolazione verolese, sollecitata dal cardinal Borromeo, decide la costruzione di un nuovo tempio, da erigersi su un’area dove già esisteva una struttura appartenente ai disciplini, ai quali in cambio viene affidata la vecchia parrocchiale, che diventa perciò l’odierna Disciplina. La chiesa è stata officiata fino al 1797, anno in cui il Governo Provvisorio Bresciano confisca i beni ecclesiastici; di conseguenza, la Disciplina perde la sua funzione, diventando semplice chiesa sussidiaria.

 

L’interno si presenta come un’ampia sala con volta barocca, sostenuta da centine in legno che appoggiano sul cornicione e che, come paramento, hanno un intonaco su arelle. La volta copre archi trasversali in muratura a sesto acuto, uno per pilastro, corrispondenti all’originale struttura della chiesa.

L’orditura longitudinale permetteva di raggiungere un’ampiezza di vaso abbastanza notevole, ma anche fungeva da mezzo antincendio in quanto, se bruciava una campata, il fuoco non si propagava a quella successiva.

La struttura ad archi trasversali è abbastanza diffusa in Lombardia nel XIV e XV secolo: alcuni esempi sono individuabili nella chiesa di Santa Maria del Carmine a San Felice del Benaco, nella chiesa di Santa Maria della Rosa a Calvisano, nonché in quella di San Rocco a Verolanuova.

Lungo le pareti si snodano sei campate, di cui la prima è interessata dal matroneo; l’arcata principale dà spazio all’abside poligonale, coperta da una volta a più vele.

 

A destra dell’abside troviamo il monumento barocco di Nicolò Gambara, sul quale si leggono due iscrizioni; la prima recita così:

Al conte Nicolò Gambara, uomo chiarissimo
e per la nobiltà della famiglia e per le sue virtù e imprese,
 poiché nella guerra subalpina sotto gli auspici di Ferrante Francesco,
 marchese di Pescara, comandante generale dell’esercito di Carlo V,
 condusse con somma sua lode mille fanti;
 milite volontario in Ungheria,
 prestò egregiamente la sua opera al duca di Ferrara, Alfonso II,
 nella guerra navale della Repubblica Veneta contro i Turchi,
 dimostrò una singolare fedeltà e forza,
 risplendette in casa come nella milizia per la grande pietà e prudenza.
 Francesco Gambara, nipote,
 eresse questo monumento al benemerito zio
 che morì l’anno della Redenzione 1592, il 27 gennaio,
 qua avendo vissuto 54 anni, mesi 4 e 16 giorni.

Da alcuni documenti si apprende che Nicolò Gambara nacque probabilmente a Verolanuova nel Castel Merlino l’11 settembre 1537. Egli seguì, come il padre e il nonno, il mestiere delle armi, attività propria delle antiche famiglie feudali. Non avendo figli, designò suoi eredi i nipoti, uno dei quali gli eresse questo monumento.

La seconda iscrizione, forse più interessante della prima, è dedicata ad una giovinetta, data in sposa per procura ad un Gambara e morta prima che il marito la vedesse.

A Maddalena Speciano Gambara,
 giovinetta insigne e per nobiltà e per prudenza molto superiore dell’età,
 che sposata ad un assente mentre affretta col desiderio le nozze terrene,
 da Cristo, sposo delle vergini, chiamata al talamo celeste,
 vergine felicemente vi salì nell’anno 14 di età,
 Lucrezio Gambara mestissimo sposo
 alla desiderata consorte nel mese di marzo dell’anno 1597.

Lucrezio Gambara, a cui fa riferimento l’iscrizione, era nipote di Nicolò Gambara in quanto figlio del fratello minore, e morì giovanissimo, all’età di 23 anni, il 28 giugno 1602, colpito dal mal sottile, frequente nella sua famiglia. La promessa sposa, Maddalena Speciano, morì a soli 14 anni, mentre Lucrezio si trovava in Ungheria, come condottiero di armati nella guerra contro i Turchi.

 

Sul lato sinistro del presbiterio un paramento ligneo nasconde una muratura ad arcata realizzata per l’inserimento dell’organo, inizialmente costruito dal celebre Battista Facchetti e donato alla chiesa nel 1540 dalla famiglia Gambara. La recente tamponatura è stata fatta per occultare lo smantellamento dell’antico strumento. La cantoria venne sistemata definitivamente nel 1625 dallo scultore Feliciano Galluzzi.

Sempre a sinistra dell’abside, nella zona delle sagrestie, all’interno della cella del campaniletto, è evidente l’esistenza di una volta impostata su un primitivo vano quadrangolare di dimensioni più ampie, ridotto allo stato attuale per l’inserimento della scala di accesso al piano superiore.

L’interno della chiesa era abbellito da una teoria di affreschi votivi e decorativi del Cinquecento, dei quali si vede ancora qua e là qualche pregevole avanzo.

Durante le indagini sulla seconda campata è stato aperto un piccolo pertugio, perché tastando la parete si intuiva l’esistenza di uno spazio vuoto. Questo intervento ha portato alla luce un affresco attribuito ad un certo Gatti, pittore verolese, datato 1521. Esso rappresenta Santa Lucia, Sant’Agnese e Santa Caterina (?).

La Madonna del Campanile, di autore ignoto, inizialmente si trovava in fondo alla chiesa, da dove fu poi tolta a causa dell’umidità e collocata sopra un altare. Al suo posto fu murata un’elegantissima iscrizione latina che ricorda il trasporto dell’immagine venerata:

Qui stava la miracolosa immagine dell’alma Vergine
 che vien chiamata da tutti col titolo del campanile
 ma fu trasportata e splende sul nitido altare
 il 19 aprile 1765.

 

La struttura muraria esterna presenta aspetti interessanti. Il fianco sud della chiesa è costituito da un fronte di sei campate, sottolineate dalle lesene poste in corrispondenza degli interni archi diaframma della navata. All’altezza di circa sei metri è evidente una linea di ripresa nella muratura, almeno per le prime tre campate; ciò presuppone una preesistenza diversa da quella attuale.

L’abside, databile alla fine del secolo XIV, presenta una finestratura tamponata e un disegno di cornice diversi da quelli della chiesa, testimonianza di altri tempi di esecuzione e di altre manomissioni.

La facciata, più recente di circa due secoli, è da riferirsi ad un prolungamento anteriore della chiesa stessa, così che il torrione, un tempo isolato, finì incorporato con un lato. I portali marmorei risalgono al Seicento. Sulla facciata, a sinistra della porta, in una piccola lapide murata, sotto un grande stemma Gambara con il tradizionale gambero rosso, si legge:

ADI 3 AUGUSTO FO EDIFICATA QUESTA MDIX.

La data 3 agosto 1509, da alcuni erroneamente ritenuta l’anno di fondazione, è in realtà riferibile a qualche intervento straordinario, forse il prolungamento o l’ampliamento verso mezzogiorno della chiesa stessa. Inoltre, è in netto contrasto con la data 1534, anno in cui il conte Brunoro Gambara offrì 400 ducati per il restauro: ciò presupponeva condizioni di vetustà e di degrado che in 25 anni la chiesa non poteva presentare.

 

La torre campanaria doveva originariamente essere più bassa dell’attuale, con tre ordini di palchi in muratura e volte a crociera. Era quindi formata da quattro vani sovrapposti: il primo al piano terra, adibito a presidio e custodia; il secondo con accesso a quota alta per la manovra delle campane; il terzo per l’alloggio degli ingranaggi dell’orologio con l’unico quadrante prospettante in lato ovest; il superiore quarto vano era la vera e propria cella campanaria.

La data 1667, riportata su uno dei vecchi mattoni dell’attuale cella campanaria superiore, indica forse il momento del sopralzo del campanile. Col sopralzo si aggiungeva alla torre un nuovo palco in legno e la stessa veniva sopraelevata di circa cinque metri e provvista di guglia superiore. La nuova cella serviva così ad un alloggiamento più alto delle campane, mentre la precedente cella campanaria sottostante accoglieva gli ingranaggi di un secondo quadrante sul lato nord, rivolto verso il centro del paese.

Durante il restauro del campanile, è emersa un’altra indicazione: in lato nord del campanile un mattone porta inciso

1473 DIES PASCHAE.

Lì vicino è stata ritrovata una nicchia, protetta da un mattoncino, contenente un uovo di gallina e un dischetto di legno punteggiato a fuoco con la croce e la sigla "D.P." Tale oggetto potrebbe far riferimento alla costruzione del campanile, ma non se ne ha certezza.

L’ultimo intervento alla torre campanaria, effettuato nel 1981-82, ha messo in luce le strutture della guglia preesistente, della quale rimangono oggi soltanto alcune tracce: se ne può esservare l’innesto della sezione quadrata con la sezione circolare mediante quattro pennacchi laterali. Fotografie degli inizi del Novecento testimoniano l’esistenza di questa guglia.

Il campanile era dotato di cinque campane in "do", che nel 1911 vennero rifuse per la costruzione del concerto in "la" del nuovo campanile.

La chiesa era tutta circondata dal cimitero, la cui presenza è testimoniata dalla seguente iscrizione funeraria in latino, posta sul fianco esterno della porta laterale a settentrione; vi si legge:

Monumento eretto a Marco Romanelli,
 di mente elettissima, morto il 6 novembre 1791
 non ancora compiuto il 23 anno di età,
 e a Carlo Romanelli suo amatissimo zio,
 involato ai vivi fra il dolore dei poveri il 1 gennaio 1792,
 nell’anno 55 di età, ambedue deposti in questo tempio,
 nel sepolcro dei Sandri.

 

Nell’interno sono presenti diverse tombe, alcune anonime, altre segnate con brevi iscrizioni, che ricordano l’appartenenza alle principali famiglie gentilizie del paese, come i Girelli, Sandri, Spalenza, Venturi. Anche alcune associazioni religiose, come le confraternite di San Rocco e del Crocifisso, vi ebbero tombe particolari, segnate con brevi iscrizioni.

Sulla parete interna della porta meridionale appare la seguente iscrizione:

Stefano Martinelli
 trafficante e possidente onestissimo
 concorse largamente alla erezione
 della cupola del tempio di Calcio sua patria
beneficiò in Brescia diversi luoghi pii
in Verolanuova fondò l’orfanotrofio
e contribuì di molto all’aumento dell’asse
dell’ospedale dove visse i suoi ultimi anni
assistito dalle benemerite suore di carità
morì il 3 luglio 1878 pieno di fede
e ricco di opere di pietà e di misericordia
la sua salma riposa nel patrio cimitero.

 

La Cinta Muraria

Il 12 marzo 1930, alle ore 22, è crollato il lato sud per una ventina di metri e per 12 metri il lato di sera. La ricostruzione del muro fa fatta su progetto dell’ingegner P. Morelli, che era il proprietario del Castello. Fu aggiunta la balaustra e fu spostato l’ingresso, che a quei tempi era di fronte all’accesso della Disciplina. La spesa fu sostenuta per metà dalla Fabbriceria e per l’altra metà dal Comune di Verolanuova, che aveva nel contempo attrezzata la piazzetta Beata Paola Gambara a mercato del bestiame.

 

La Fossa Castello

Sul lato di mattina e su quello di monte correva la Fossa Castello, che si congiungeva con il castello preesistente.

Il lato di mattina fu ceduto dal Comune ai confinanti con una delibera del 31 maggio 1874 per metri quadrati 1.104, divisi fra quattro frontisti, come attesta la relazione dell’ingegner G. Tadini. Ciò fa pensare che il complesso della Disciplina occupasse un’area più vasta di quella attuale. Dalle mappe antiche emerge, infatti, che la zona del castello aveva un andamento a scacchiera, quindi è probabile che la fossa delimitasse anche altri edifici. Si potrebbe quasi pensare ad una cittadella racchiusa nella cerchia delle proprie mura, circondate dalla relativa fossa.

Sul lato di tramontana esisteva la chiesetta del Suffragio, che grosso modo partiva all’altezza della torre e si estendeva per 12,85 metri con una larghezza di 7,60 metri, come risulta dalla relazione dell’ingegner C. Gazetti. La chiesetta è stata abbattuta nel 1907 per lasciar posto al nuovo campanile.

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010