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Il borgo di Scorzarolo

frazione di Verolavecchia (Bs)

a cura di Armando Barbieri

 
 
 

È evidente, e lo si coglie perfettamente nel vecchio borgo abbandonato, che qui siamo ormai alla fine di una lunga e silenziosa esistenza.
Dunque è urgente affrontare fin da subito lo studio di questo ultimo brandello di medioevo, incastonato in una terra che, così come siamo abituati a conoscerla, è nata non molto prima del ‘400 da una intensiva riorganizzazione delle nostre campagne.

T. Casanova, da Ombre senza voce, 1998

Un po’ di storia

Pochissime sono le notizie storiche su questo piccolo ma significativo lembo di pianura bresciana; tuttavia è documentata l’esistenza di due epigrafi funebri romane, in origine murate nella perduta chiesa di San Pietro.

Anche la regolare partizione dei coltivi rimanda alla organizzazione del territorio avvenuta in epoca romana.

Il toponimo pare invece risalire piuttosto all’epoca longobarda, così come la dedicazione della perduta chiesa di San Pietro.

In una mappa del 1655, conservata presso l’Archivio di Stato di Brescia, è presente un torrione a difesa del borgo.

 

1. Il convento dei Domenicani

Passato il ponte sul fiume Strone, si entra nel territorio di Scorzarolo, antico possedimento dei padri Domenicani e ora proprietà degli Spedali Civili di Brescia.

Il convento vero e proprio si articola in due corti, di cui la prima, più grande, è la cosiddetta corte rustica, a servizio del latifondo con stalle, fienili e altri edifici per la coltivazione della terra.

La seconda corte, più piccola, è la corte conventuale, un vero e proprio chiostro, pregevole per le proporzioni architettoniche e le linee essenziali ed eleganti.

All’interno, in un’ampia sala con volta policentrica, si conserva un bel camino con vari simboli, tra i quali un cane con una fiaccola in bocca, che rimandano alla ricerca teologica dei Domenicani e alla severità nel perseguire le eresie (Domini canes: i cani da guardia del Signore).

I Domenicani si insediarono a Scorzarolo nel 1487 per lascito dei nobili Testa (Cò), e vi rimasero fino alla confisca dei beni operata nel 1798 dal Governo Provvisirio Bresciano in seguito agli avvenimenti della invasione napoleonica.

 

2. La chiesa di San Vincenzo Ferreri

Dalla corte rustica si accede direttamente alla bella chiesetta di San Vincenzo Ferreri (sorta sul luogo dell’antica San Giacomo) con un elegante campaniletto.

Contiene un pregevole altare settecentesco, il cui paliotto non originale, impreziosito da intarsi marmorei, raffigura San Francesco che riceve le stimmate.

La pala celebra, con la Madonna del Rosario e l’antico titolare San Giacomo, le glorie dell’ordine Domenicano: San Vincenzo Ferreri, San Domenico e San Pietro Martire da Verona.

 

3. Il Borgo

Molto interessante è il borgo di Scorzarolo, antico possedimento dei Domenicani di Brescia che qui rimasero fino al 1798; nel 1812 il latifondo passò in proprietà agli Spedali Civili di Brescia. A servizio del borgo rurale vi erano due mulini, una pestadóra da ris, un torchio e una segheria, tutti mossi dalla forza dell’acqua, ma purtroppo perduti.

Della pestadora tuttavia rimangono oggi le sole basi in pietra, con sei contenitori, entro i quali si versava il riso che veniva brillato con pestelli in legno; fanno bella mostra sulla spalletta del ponte.

Il latifondo era in origine costituito da circa mille piò di terra “in parte buoni et in parte non molto...” (Da Lezze, 1610).

Ancora negli anni sessanta del ‘900 vivevano qui cinquanta famiglie.

 

4. Il Lazzaretto

Una delle corti rurali è ancora denominata “Lazzaretto”, dalla destinazione tipica di quel luogo in tempi meno felici (forse a seguito di un’epidemia di colera dell’800).

Ormai in grave stato di abbandono, conserva interessanti esempi dell’architettura rurale, come le abitazioni dei braccianti e le loro pertinenze, così come si usava nelle cascine fino agli anni ‘50 del secolo scorso.

Meriterebbero senz’altro un appropriato recupero, per scongiurarne l’imminente crollo definitivo.

 

5. La Ghiacciaia

Dietro al Lazzaretto, in lato di mattina, un poco discosta dalle abitazioni, si nota l’inconfondibile sagoma della ghiacciaia. È una singolare costruzione in mattoni a pianta circolare con copertura a ogiva e profonda circa quattro metri sotto il suolo.

D’inverno era riempita con neve o ghiaccio e serviva per conservare le derrate alimentari nel periodo estivo, ma non è da escludere che avesse anche una funzione di servizio pubblico sanitario.

 

6. Il Bersaglio

Proseguendo sulla stradina in direzione est, dopo la discesa, c’è un vecchio edificio in stato di abbandono.

La pittoresca località del Bersaglio è un vecchio poligono di tiro, che sorge su una testa di fontanile, un tempo ricchissimo d’acqua. Meriterebbe un intelligente recupero.

Il ruscello della risorgiva segna anche il confine col Comune di Verolanuova.

 

7. La chiesetta della Madonna delle Cave e il decumàno della centuriazione romana

Proseguendo sulla strada sterrata, prima della discesa, un poco discosta sulla sinistra, è la chiesetta della Madonna delle Cave.

Originariamente dedicata a San Firmo, assunse l’attuale dedicazione in seguito ad alcuni eventi miracolosi: ne sono prova alcune testimonianze raccolte dal notaio di Verolavecchia Gabriele Mazzetti nel 1630. Alcuni ex voto fanno ancora bella mostra nella chiesetta.

Antichissimi e curiosi riti vi si svolgevano, come “veglie e pernottamenti”, che parrebbero richiamare una remotissima pratica divinatoria, che consisteva appunto nel dormire dentro o presso un santuario allo scopo di ottenere sogni e responsi utili per ogni evenienza. Ciò naturalmente non era tollerato dalle autorità ecclesiastiche, tanto che il delegato di san Carlo, in visita apostolica nel 1580, ne ordinò la cessazione.

La festa della Madonna delle Cave si tiene ogni anno, da tempo immemorabile, nel giorno di Pasqua. Nel 1779 l’arciprete Semenzi confessava di non essere riuscito “di rimediare al disordine, che per questo Oratorio succede il Giorno di Pasqua di Resurrezione dove si fa un concorso di gente straordinario con distrazione da divini offizi delle parrocchie vicine e strappazzo del grand Giorno di Pasqua.” Ancora oggi taluni indicano quel giorno come “el dé de le Càe” (il giorno delle Cave) a testimonianza di una grande e sentita devozione per il piccolo santuario.

Il nome deriverebbe, secondo alcuni, non tanto dalla vicinanza di qualche cava di sabbia, ma dalla possibilità che, per intercessione della Madonna, posano in questo luogo venir “cavati i mali” che affliggono i fedeli.

L’altare presenta un bel paliotto in marmi policromi; la pala raffigura invece la Madonna col Bambino e alcuni santi domenicani.

Da notare il rettilineo asse stradale che passa davanti alla cappella: forse è il decumano dell’antica centuriazione romana. Del resto, la presenza romana è testimoniata da due epigrafi originariamente murate presso la porta della distrutta chiesetta di San Pietro, nonché da ritrovamenti di tombe romane presso il vicino fienile Parma.

Fino agli anni ’60 del secolo scorso la strada era superbamente fiancheggiata da due filari di platani secolari, che rendevano il percorso estremamente suggestivo.

 

8. La chiesa di San Pietro (perduta)

La chiesetta di San Pietro si trovava sulla strada comunale che collega Verolanuova a Cadignano, poco oltre la cascina Confortino, dove ora sono rimasti solo quattro alberi.

Nel 1565 l’oratorio campestre era oggetto di una certa devozione: ne è prova l’esistenza di ben quattro altari e di un piccolo cimitero a lato; era pure documentata l’esistenza di un casetta abitata da due eremiti.

Nel 1779 l’arciprete Semenzi lo descrive in condizioni pietose, così come il suo cimitero.

Verso la metà degli anni ‘70 del secolo scorso la chiesetta venne purtroppo demolita, essendo già da tempo in grave stato di abbandono.

 

9. La moja del lino

Poco discosto dall’abitato, in direzione di sera, è un bel manufatto in mattoni a vista, fra i meglio realizzati e conservati della pianura. Si tratta della moja del lino: una vasca rettangolare, una delle più grandi dei dintorni, ove si mettevano a macerare il lino e la canapa prima della lavorazione.

Era alimentata da un fosso d’acqua, regolato da paratoie all’entrata e all’uscita, lo stesso fosso che alimentava i mulini, la pestadora, la segheria e il torchio.

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010