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IL
DIALETTO DELLA DEVOZIONE
di Tommaso Casanova
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a devozione rappresenta una forma di cultura, forse non
fra le meno rilevanti, di un popolo e di una
generazione. Come tutte le forme di cultura, quindi, si
manifesta con gesti e con parole, con riti e immagini,
che costituiscono il linguaggio proprio di quella
cultura, e ne esprimono la storia, la qualità,
l’umanità.
In un tempo che vede linguaggi alti e comuni confondersi
in una mediocrità, buona per tutti e insieme non
espressiva di nessuno, sembra importante recuperare
almeno le tracce di una cultura, che fino a trenta o
quarant’anni or sono era la nostra, e permetteva ai
nostri di riconoscersi come appartenenti a uno stesso
mondo e di confrontarsi con gli altri mondi per
somiglianze e differenze, e quindi capirsi e capire.
È successo un po’ come per la lingua: da un mondo fatto
di minuscoli nuclei, ognuno caratterizzato da una
propria espressione e un proprio accento, addirittura da
un proprio lessico in contrapposizione con quello dei
luoghi anche più prossimi, si è passati a una rete di
relazioni che unisce direttamente tutti a tutti, in ogni
angolo di un mondo che ormai è uno. Ciò comporta,
apparentemente, la scomparsa forse irreversibile delle
diversità di espressione, più ostacolo che vantaggio
alla moderna comunicazione senza barriere.
Dunque i
dialetti locali, specie da noi, sono scomparsi quasi del
tutto, a favore di un linguaggio medio comune destinato
a evolversi ancora verso qualcosa di sempre più ‘inter-culturale’.
Con i dialetti sono, però, andate scomparendo pure le
manifestazioni di quella cultura minore locale, che i
dialetti esprimevano a parole, ma che non solo le parole
esprimevano, tanto più in un popolo che di parole è
sempre stato molto, troppo avaro.
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Linguaggi e culture
uesto legame tra la lingua e i segni della cultura è
così stretto, che abbiamo pensato di farne la traccia
metaforica del nostro percorso di ricerca. E l’immagine
si presta particolarmente bene allo scopo: induce, anzi,
in un vasto campo di suggestioni, che, attraverso
complessi intrecci di analogie, conducono a comprensioni
ulteriori.
Se la lingua che esprime una tradizione sta a quella
tradizione come tutte le altre manifestazioni di essa
(gesti, immagini, riti, pensieri, abbiamo detto), e se
esistono livelli diversi di tradizione e di cultura,
allora possiamo incastonare tutte queste dimensioni di
rapporto in un castello di analogie, che illumina
insieme quel passato e questo nostro presente.
Parlando di religione, è inevitabile individuare il
piano della codificazione ecclesiastica, con le sue
regole, le autorità, i canoni, le liturgie immutabili e
distanti: alludiamo a una tradizione millenaria,
radicata in forme statiche nella nostra società, almeno
fino all’ultimo Concilio. Dall’altra parte esisteva,
tollerato a volte e a volte sollecitato, l’ambiente
popolare che, stentando per varie ragioni a entrare a
pieno titolo nella religione ufficiale, ricostruiva e
reinterpretava i fenomeni di quel mondo lontano secondo
regole, autorità, canoni e liturgie proprie, in cui
inconsapevolmente forse confluivano, travestiti e
riformulati, anche impulsi provenienti da retaggi di una
cultura agricola pre-cristiana.
Ecco: se,
seguendo la prima metafora, chiamiamo “latino” la lingua
delle regole e delle liturgie della chiesa ufficiale,
possiamo definire “dialetto” la lingua delle devozioni
della gente comune, i suoi riti, le feste, le preghiere,
i luoghi, i fatti, i personaggi della santità. A
condizione, comunque, di non credere che la gente
cristiana (la plebs : la ‘plebe’ e la ‘pieve’
della chiesa antica), abbia proceduto a una passiva
traduzione in quel “dialetto” dei termini di quel
“latino”. Si tratta invece di due percorsi paralleli,
sempre coesistenti e dunque soggetti a influssi
reciproci, forse anche in prevalenza del più forte sul
più debole, ossia del rito codificato su quello
spontaneo, ma pursempre in rapporto di fratello maggiore
a minore più che di padre a figlio.
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Debolezza e forza
a differenza vera tra questi due percorsi, per il
ricercatore di oggi, sta dunque soprattutto nel fatto
che la tradizione popolare, per sua natura comunicata
direttamente in un ambito breve di spazio e di tempo, è
strettamente legata a chi la comunica, a differenza
della religione codificata. In parole semplici: la
devozione popolare non lascia quasi niente di scritto,
di palpabile, mentre il rito ufficiale si basa proprio
sulla trasmissione solida, concreta, sensibile dei suoi
messaggi.
Ciò non significa, banalmente, una debolezza intrinseca
della trasmissione orale rispetto a quella scritta,
visto che anche il rito “latino” ha dovuto presto o
tardi cedere il passo ad altre lingue, mentre il rito
“dialettale” non solo si è trasmesso costante per tanti
secoli, ma in alcuni suoi aspetti sembra quasi rimandare
addirittura a epoche anteriori.
La debolezza vera del “dialetto” della tradizione sta,
paradossalmente, in ciò che costituisce in fondo la sua
forza, ossia la sua flessibilità, la sua capacità di
adattamento alle varie condizioni e pretese dei tempi,
la sua disponibilità a lasciarsi manipolare dalle
generazioni senza perdere il marchio fondante della sua
identità.
Prendiamo, ad esempio, un aspetto che all’apparenza
potrebbe sembrare più stabile rispetto a tradizioni
orali, riti e feste popolari: quello dei segni di
devozione dipinti sui muri, o edificati in forma di
edicole e cappelle negli abitati e nelle campagne.
A questo tema abbiamo deciso di dedicare la nostra prima
esperienza di ricerca, perché ci sembrava che
accomunasse tra loro tutti i paesi del nostro
territorio, e il nostro agli altri più o meno prossimi
della terra bresciana e padana; inoltre, la frequenza
degli oggetti di devozione garantiva completezza, la
loro dimensione concreta permetteva di identificarli e
visualizzarli con precisione, la loro presenza nel mezzo
dei percorsi umani offriva l’incontro con testimonianze
di umanità.
La scoperta più singolare che ci è capitato di fare è
stata, però, la constatazione che la dimensione
materiale di quegli oggetti, l’essere fatti di mattoni e
di calce, d’intonaco e di colori, non ha conferito ad
essi maggiore stabilità di quella che tocca alle
tradizioni trasmesse di bocca in bocca, ai riti ripetuti
per antichi costumi, affidati alla consuetudinaria
originalità della memoria delle generazioni.
Voglio
dire, ad esempio, che con estrema difficoltà si possono
trovare pitture murali che abbiano più di cent’anni,
benché le nostre contrade dovevano essere sature di
vivaci immagini di santi e sante fin dal lontano
medioevo; le cappellette stesse, che con le loro salde
pareti parrebbero spesso promettere una buona fetta di
perennità, a malapena suggeriscono la pallida ombra di
un tardo rinascimento, anche se alcuni indizi potrebbero
indicarle talvolta di origine romana, se non celtica.
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Eredità del futuro
uindi, anche questi frutti della cultura incolta hanno
subìto gli stessi inconvenienti che prima attribuivamo
alla oralità: ogni generazione ha messo mano a quanto ha
trovato sulla sua strada, esercitandovi insieme rispetto
e originalità, conservazione e innovazione, secondo il
concetto per cui il presente non è solo eredità del
passato, ma soprattutto prestito da risarcire al futuro.
E allora, anche per gli oggetti della devozione popolare
vale l’analogia già ipotizzata. I segni impegnativi e
solenni delle chiese, con le loro architetture che
stratificano visibilmente gli evi della storia
comunitaria, con i dipinti e gli arredi che ogni secolo
vi depone come in musei delle memorie, costituiscono la
lingua “latina” dei luoghi della religione, solo
impercettibilmente mutabile nel tempo, e quindi
immutabile alla vista dei singoli uomini e delle singole
comunità.
Accanto e tutt’intorno, quasi satelliti, i segni modesti
della devozione plebea, come il “dialetto” sempre nuovi
nella continuità, che consiste appunto nel dovere che
ogni generazione assume di intervenire con la propria
sigla, a ripetere con parole antiche ciò che è nuovo e
con parole nuove ciò che è antico.
Trarre una conclusione non è facile, e ancor più nel
mondo di oggi, che per la prima volta in tanti secoli ha
spezzato definitivamente la regola della continuità:
continuità della staticità per i messaggi delle lingue
scritte, dei segni immutabili, i “latini” della
metafora, e continuità della trasformazione dentro una
tradizione per quelli orali, mutevoli, che abbiamo
considerato “dialetti”.
È pur vero che il nostro tempo predilige cambiare, ma un
cambiare contraddittorio, sradicato, un feroce
rincorrere qualcosa che assomiglia molto più a una fuga
da se stessi: lontanissimo, dunque, dallo spirito
dinamico del “dialetto”, che presuppone confini precisi
di identità e di tradizione.
Prendiamo l’oggetto della presente ricerca come un
approccio simbolico: che ogni generazione del passato
intervenisse in una cappelletta, un’edicola, una pittura
murale per aggiungere, togliere, modificare, sostituire,
cos’ha in comune con il fatto che oggi si ponga una
Madonnina stampata al posto di una vecchia santella o
sopra un muro rifatto? Niente oltre al puro aspetto
esteriore, visto che — senza indagare il cuore del
committente — la devozione individuale e sociale che era
movente un tempo non esiste più, né più esiste un
sentimento della continuità, dell’inserirsi in un corso
dove l’individuo cede il campo a una dimensione diversa.
Allora, ci
domandiamo, perché continuare in una prassi che
assomiglia ormai a una recita, una pura finzione.
Qualcosa di simile, poi, potremmo dire sulla
conservazione, il recupero o il restauro dei manufatti
devozionali, non giustificati nemmeno da un valore
storico o artistico, che entra invece in gioco quando si
tratta di chiese, di quadri o di affreschi di pregio.
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Una risposta interlocutoria
che scopo, dunque, imbastire una mostra come questa, si
domanderà chi legge. Certo per fissare uno stato di
cose, come già altrove si è tentato, mentre qui da noi
non si era ancora fatto. Certo per saggiare un terreno
al tempo stesso non troppo impegnativo e nemmeno troppo
esiguo. Certo per iniziare con un argomento abbastanza
vicino alla sensibilità e all’esperienza di tutti un
lavoro di catalogazione e valorizzazione della storia
culturale locale, che coinvolgerà — speriamo — molti
altri ambiti. Certo per impegnare chi può e chi deve
alla salvaguardia di un patrimonio in estinzione. Certo.
Ma la ragione principale è forse proprio quella di porre
urgentemente a tutti la domanda: ha senso dedicarsi a
conservare questo patrimonio? e qual è, eventualmente,
questo senso?
Porre una domanda vera vuol dire non avere una risposta
vera, e infatti questa nostra mostra non ha una risposta
vera da offrire, anche se non rinuncia a qualche timida
idea e a qualche modesta proposta.
Un indirizzo ben chiaro comunque c’è: per affrontare
qualunque domanda, e tentare qualunque risposta, fuori
dai pregiudizi sia del conservatorismo a oltranza sia
del nuovismo senza remore, bisogna per forza conoscere
ciò di cui si parla. Ecco la risposta provvisoria e
interlocutoria che questa mostra si propone di offrire:
per il momento è indispensabile conoscere, e conoscere è
la condizione irrinunciabile per capire.
Se
riusciremo a conoscere e a capire, non avremo tuttavia
la certezza di saper fare poi la scelta giusta; ma se
rinunceremo a conoscere e quindi a capire, qualunque
scelta faremo, non potrà essere che quella sbagliata. |
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