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LE
IMMAGINI SACRE POPOLARI
di Roberto Feroldi
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ra i numerosi segni religiosi sparsi sul nostro
territorio sono oggetto di particolare interesse le
santelle, da alcuni soprannominate “le chiese dei
poveri”. Il nome di tali espressioni artistiche popolari
varia a seconda del tipo e della zona geografica:
Capitèi, Tabernacoli, Madonnelle, Maestà, Edicole Sacre,
Sacelli, Tempietti, Oratori, Altarini, Nicchie votive
(ricavate nei muri delle abitazioni), Grotte (a
ricordare la Madonna di Lourdes o di Fatima).
Le santelle indicano comunemente sia gli Oratori,
Tempietti e Sacelli sia le immagini sacre dipinte sui
muri dei paesi o delle cascine. È comunque opportuno
classificarle in due gruppi: di uno fanno parte quelle
che si elevano a partire dal suolo, dell’altro quelle
staccate da terra e fissate al muro tramite un sostegno
o addirittura murate. Tra le appartenenti al primo
gruppo si annoverano gli Oratori: vere e proprie
chiesette, aventi all’interno il tetto a vista oppure a
volta, sul davanti un piccolo prònao, talvolta
affiancate da un piccolo campanile e contenenti un
altare, degli arredi sacri e la riproduzione dei santi a
cui sono dedicate; sempre al primo gruppo appartengono i
Tempietti o Sacelli, piccoli oratori di spazio assai
ridotto, protetti da una cancellata in ferro lavorato e
contenenti un minuscolo altare. Entrambe le tipologie
possono essere considerate delle vere e proprie chiese
in miniatura. Tra le facenti parte del secondo gruppo le
Edicole religiose o Immagini murali: costruzioni aperte
sul davanti e fissate alle pareti; poi le Nicchie e le
Grotte, incavate nel muro al fine di creare lo spazio
necessario alla sistemazione della statua religiosa, di
ceri o fiori, e talvolta protette sul davanti da vetri o
cancelletti in ferro.
Le croci
realizzate in legno o in ferro, diffuse nelle zone
montane, usate come punti topografici trigonometrici,
sono assai rare nella Bassa Bresciana: se ne scorgono
solo alcune di pietra, in aperta campagna, a ricordo
delle pestilenze e ad indicare i luoghi delle fosse
comuni.
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interesse per questi segni religiosi è andato via via
aumentando dopo la presa di coscienza dell’incuranza e
della distruzione a cui sono soggetti ormai da decenni.
Le numerose santelle campestri sparse sul territorio,
oltre ad avere un valore religioso ed artistico, sono
divenute un importante elemento caratterizzante il
paesaggio agrario. Nacquero infatti grazie all’operosa
attività di una collettività rurale, contadina,
artigiana, borghese, la quale portò a termine i lavori
in accordo con i parroci dei vari paesi. La
realizzazione sembra originatasi dall’esigenza,
manifestata dalla gente del popolo, di soddisfare il
bisogno di trascendente con qualcosa che fosse vicino
alla propria terra e legato alla tradizione, ossia che
andasse al di là di quanto potesse essere la chiesa vera
e propria. Il loro utilizzo era finalizzato alla
liturgia popolare alternativa nelle Rogazioni:
processioni penitenziali celebrate con il canto delle
Litanie il 25 aprile e tre giorni prima dell’Ascensione,
con intento di propiziazione per il buon esito delle
semine e per la benedizione dei raccolti. Inoltre
facevano da ritrovo religioso per la recita del rosario,
soprattutto nel mese di maggio, e da stazione
penitenziale in occasione della Via Crucis, rito
consistente in meditazioni e preghiere dinanzi alle
immagini sacre concernenti le varie fasi della passione
di Gesù, al fine di rinnovare l’itinerario della
passione medesima.
Alcune
santelle sorsero a ricordo di disgrazie risparmiate o
benefici ricevuti; ma i motivi che portarono alla
realizzazione di queste opere non furono solamente di
carattere religioso, bensì si affiancò anche la
necessità, di carattere pubblico, di far fronte
all’esigenza di illuminazione. Le vie del paese vennero
illuminate da lampade ad olio poste nelle nicchie ed
affiancate successivamente dalle immagini sacre, le cui
finalità erano quelle di distogliere, infondendo la
paura del castigo divino, il malfattore che per operare
i suoi delitti tentasse di spegnere od asportare la
lampada, e di ringraziare per lo scampato pericolo
dell’assalto di malviventi. Il compito di raccogliere i
fondi per le luminarie e di sorvegliare alla loro
accensione era riservato ai parroci o ad altri religiosi
incaricati, ed era reso assai più facile grazie alla
presenza dell’immagine sacra. Tali immagini sacre,
sparse per le vie del paese, oltre a fungere da
ammonimento contro la violenza e la prostituzione,
avevano una funzione apotropaica: ossia si pensava
possedessero una carica magica in grado di allontanare
gli influssi malefici provenienti da persone, da cose o
avvenimenti, e di esorcizzare pestilenze e calamità
naturali (inondazioni e frane nelle località montane).
Stesso significato ricoprivano, e ricoprono tuttora, le
immagini sacre conservate nelle case e nelle stalle
delle aziende agricole.
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robabilmente alcune santelle cristiane derivano da
preesistenti altari pagani del periodo Romano, che
venivano collocati agli incroci delle divisioni
centuriali.
Le prime santelle raffiguranti la Madonna comparvero nel
XIII e XIV secolo; successivamente si diffusero con la
raffigurazione del crocefisso. Talvolta prendevano il
nome dei luoghi o delle attività artigianali svolte
nelle vicinanze.
Al loro mantenimento hanno sempre provveduto i fedeli,
ad eccezione di quelle situate nelle aree sotto
l’influenza della Repubblica Veneta che, seppur laica e
spesso in lotta con la Chiesa di Roma, considerò le
santelle un bene pubblico protetto dallo Stato: chiunque
fosse scoperto nell’atto di danneggiare o profanare tale
bene veniva severamente punito. Quando la Repubblica
Veneta terminò il suo potere (1797), le santelle
divennero un bene privato, furono soggette a varie
insidie e corsero il rischio di essere eliminate.
Le
santelle, come accennato, venivano realizzate dai
contadini stessi, o da artigiani pagati spesso con il
denaro guadagnato dalle donne attraverso la vendita
delle uova o della treccia dei propri capelli. La parte
muraria sorgeva comunque grazie al lavoro del contadino
in conto proprio, in quanto anticamente questi si
improvvisava muratore per almeno un paio di settimane
ogni anno, all’inizio dell’inverno, ossia della cattiva
stagione, quando i lavori relativi alla manutenzione dei
tetti e dei muri divenivano impellenti.
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ur rivestendo, un tempo, poco pregio sotto il profilo
artistico, le santelle godevano tuttavia di una profonda
devozione religiosa. Venivano generalmente edificate
lungo le strade rurali, quasi sempre a rimarcare i bivi,
i lazzaretti, e in prossimità delle fosse comuni
all’esterno del paese, servite per sotterrare i morti
delle pesti, delle quali ricordiamo le ultime avvenute
nel 1575-77 e 1629-31. I Santi rappresentati in questi
luoghi sono i protettori degli appestati: San Valentino,
San Rocco e San Carlo Borromeo. Si collocavano spesso
nelle facciate delle case talvolta di ceto borghese in
alternativa al solito stemma della famiglia nobile
aristocratica.
I dipinti dei Santi e delle Madonne, opera di pittori
artigiani, si ispiravano direttamente ai volti della
gente del popolo. La raffigurazione del viso della
Madonna poteva cosi rispecchiare il volto di ragazze del
paese e suscitare disappunto e contrarietà nei
compaesani e nel prete che doveva benedire il dipinto,
in quanto gli affreschi realizzati in questo modo non
facevano altro che avvicinare in maniera troppo evidente
la figura sacra a quella umana.
Sono santi poveri quelli dipinti nelle santelle (San
Giuseppe, Sant’Antonio abate, Sant’Antonio di Padova,
San Francesco, San Rocco, San Lorenzo, Santa Lucia,
ecc.), proprio perché in grado di capire la gente
semplice e proteggere i poveri, le case della gente
umile, il bestiame, i raccolti, gli uomini in guerra.
Talvolta, invocati dal malato, si sperava potessero
contribuire alla guarigione: per il mal d’orecchi San
Marco, per il mal di testa Santa Martina, per il mal di
denti Santa Apollonia, per il mal d’occhi Santa Lucia,
per i reumatismi San Vincenzo, per i piagati e i morsi
da serpenti San Rocco, ecc.
È comunque
la Madonna l’immagine maggiormente raffigurata, in
quanto assunse da sempre un valore protettivo:
l’Annunciata, l’Addolorata, l’Immacolata,
l’Ausiliatrice, la Madonna del Pellegrino, di Pompei,
del Divino Soccorso, del Santo Rosario.
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l dipinto nella Santella veniva eseguito con la tecnica
ad affresco, consistente nell’impiego di colori
semplicemente stemperati in acqua ed applicati su un
intonaco fresco, non ancora consolidato. Per comporre il
disegno dell’opera venivano utilizzati vari sistemi: la
battitura con fili intrisi di colore direttamente
sull’intonaco fresco; la puntinatura ripetuta di
contorni disegnati su un cartone, in modo da lasciare
inciso sull’intonaco la sagoma; la quadrettatura
sull’intonaco, riferita alla stessa quadrettatura più
piccola del cartone, per avere un riferimento nel
disegno; lo “spolvero” ossia la battitura eseguita con
un sacchetto di tela riempito di pigmento nero sul
cartone bucherellato nelle linee del disegno, al fine di
riprodurre la sagoma sull’intonaco sottostante.
Il colore
impiegato nell’affresco veniva a costituire un tutt’uno
con l’intonaco sottostante e, assorbito, partecipava
all’indurimento e al processo di carbonatazione. I
colori più impiegati erano quelli di origine minerale,
vale a dire quelli resistenti all’azione caustica della
calce: il bianco di San Giovanni, la calce spenta, le
ocre naturali e bruciate, l’oltremare, le terre d’ombra.
il nero d’avorio, il nero di vite, il bianco di piombo,
il cinabro, l’azzurrite. Il dipinto doveva essere
realizzato velocemente, onde evitare la rapida
asciugatura dell’intonaco: ecco perché generalmente il
lavoro veniva diviso in fasi, denominate “giornate”.
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li affreschi delle santelle non subirono grossi
danneggiamenti dall’azione dell’uomo fino all’era
giacobina, la cui attenzione si indirizzò soprattutto
verso le chiese e i conventi ben più ricchi di opere
d’arte; ma non furono risparmiati dalle forze massoniche
ed anticlericali nella seconda metà dell’ottocento, dopo
l’annessione delle regioni Austriache all’Italia. Più
tardi, a Venezia, nel 1870, si organizzarono delle Pie
associazioni per il restauro dei Capitelli e per la
sorveglianza, con vere e proprie opere di presidio da
parte di giovani cattolici.
Essendo però tali affreschi collocati all’esterno,
vengono da sempre incessantemente aggrediti sia dalle
intemperie che dall’umidità, per capillarità dal basso;
l’umidità, a sua volta, favorisce attacchi di carattere
biologico, da parte di microrganismi, di alghe e di
licheni. Dannosa si rivela l’azione del vento, la cui
polvere trasportata esercita sul dipinto un’azione
abrasiva, ma anche quella della luce solare, che
contribuisce a sbiadire i colori ed il cui calore
provoca un’azione disgregante, espandendo i diversi
elementi facenti parte del colore.
Il lento danneggiamento di queste opere, dovuto sia ai
motivi enunciati sopra che al deposito di polveri e di
gas di scarico ormai oggi contenuti in grandi quantità
nell’atmosfera, ha fatto nascere un dibattito circa la
possibilità di conservare gli affreschi in loco
oppure ricoverarli in museo, sostituendoli con delle
fedeli copie.
Del resto è
urgente che l’opinione pubblica si faccia carico della
manutenzione e del restauro degli affreschi e delle
santelle in genere, onde evitare che le esigenze di
viabilità e di risistemazione del territorio agrario
portino definitivamente alla distruzione di tali opere
d’arte. |
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