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“ CANTUNSÌ
DE PARADÌS ”
di Alfredo Seccamani
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ga cór dré ale santèle, adèss... Ma ta ghét bó tép!”:
un ricorrente, entusiastico incitamento di chi con
perplessità vedeva gli addetti ai lavori gironzolare fra
le contrade del paese, taccuino in mano, macchina
fotografica a tracolla e naso per aria alla ricerca di
chissà quali miracolose apparizioni.
Era l’inizio del censimento di un nostro patrimonio
artistico, laico e religioso, fatto di segni che i
nostri occhi snobbano e la nostra memoria non riconosce
più, pur essendo stati parte della nostra infanzia. Ma
su di essi basta posare lo sguardo una sola volta per
riscoprire, fra campi e strade, echi di ricordi ancora
vivi. Brandelli di muri e dipinti che hanno
caratterizzato la storia della nostra gente, che
riaffiorano negli angoli sperduti delle nostre contrade,
ormai ignorati ma carichi di ricordi e ancora pulsanti
per chi non teme di leggere nella propria memoria.
Una cronistoria, questa, di come con la perdita dei
muri, dei dipinti, è andata persa anche una memoria, che
ha accompagnato intere generazioni passate, nel loro
quotidiano rapporto con una genuina spiritualità, fatta
non solo di fede ma anche e soprattutto di un profondo,
laico rispetto per gli uomini e le cose comuni. È la
nostra stessa storia caduta nell’oblio, esaurita e
diventata rudere sordo, che finisce per non dire più
nulla, se non è esibita e mantenuta vitale dal nostro
vivere quotidiano, così troppo egoisticamente
modernizzato, e che non ha saputo riconoscersi con un
passato neppure troppo lontano.
Ci siamo
domandati increduli quale meccanismo nelle coscienze ha
fatto smarrire valori e memorie per la nostra tradizione
dal forte sapore contadino, che non era solo religiosa,
ma anche laica, patrimonio culturale di tutti,
espressione di una società che interpretava se stessa e
testimonianza di coloro che hanno vissuto accanto a
questi luoghi cogliendone il senso della propria
convivenza.
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a ora, se v’accade di tornare indietro con il ricordo
al passato v’incupite: passa troppo presto il tempo? E
volete provare a ricostruire il castelletto di carte dei
pensieri e dei desideri di un tempo? Mio giovin
selvaggio, non v’accorgete che queste irrequietudini
sono d’ora?
È che nella vostra fanciullezza, quando vi perdevate
nel brolo (ma credo che non vi avranno mai concesso la
chiave; o che vi sarete impinzato di frutta acerba, quel
giorno) o sognavate le fate, catturavate col desiderio
quello che poi s’avverò:
d’essere un uomo saggio e volenteroso
che lascia dopo di sé lungo desiderio di sé fra gli
amici,
e intorno a sé il ritmo di una vita proba.
Sentite quelle campane? Suonano molto orgogliose
d’esser così sonore e così ben concertate: incomincia la
nota più acuta e discendono di terza fino alla nota più
grave, che si spande prolifica come la pioggia giù dal
campanile per tutto il territorio della parrocchia; così
siete voi, amico.
Ora ascoltate quella campanella petulante che va
interrompendo il concerto; ma ha smesso e non conviene
più parlarne.”
(Mario Apollonio, Intermezzo, 1936)
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uale viatico migliore a questo nostro viaggio poteva
giungere se non da chi ha saputo esprimere il senso
della nostra cultura al mondo intero: quel Mario
Apollonio, figlio della nostra terra e testimone coi
pensieri ripetutamente espressi in scritti in cui si
immergono le radici di una profonda saggezza contadina.
Ora non è nostro intento, di noi eredi del passato e
prossimi al terzo millennio, di essere negatori della
modernità; dalla comodità propria della nostra
generazione, non vogliamo rimpiangere un passato
riscattato e affrancato dalla fame, dalle fatiche, dalle
libertà mancate. Non è sotto quest’ottica il nostro
richiamo a voler rivisitare con passione echi e aspetti
di realtà passate e oggi trascurate.
Allora perché, nonostante la nostra compiaciuta euforia
del benessere che ci consente di avere in un attimo
fatti, voci, volti del mondo a portata di mano, vi è in
noi il desiderio di riscoprire e documentare il nostro
piccolo mondo?
Un piccolo mondo che ci trovava uniti nella condivisione
serena di tanti valori, laici e religiosi, nei quali si
sono sedimentate con le tradizioni le nostre radici di
gente di campagna, le nostre certezze, le speranze,
l’onestà, il senso di umanità e rispetto; un piccolo
mondo che faceva di noi gente orgogliosa, nelle
tribolazioni del lavoro, a volte anche nella miseria, di
essere se stessa e rimanere tale.
È la voglia
di un ritorno ad una nuova ecologia della vita,
il desiderio di un recupero dei ritmi naturali della
vita, il riappropriarci di spazi, tempi, ritmi, sguardi
più sereni e in sintonia con lo stato genuino delle
cose.
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iteniamo ci siano, però, due ragioni per spiegare almeno
in parte quella che attualmente è per noi una crisi di
identità e una perdita di memoria collettiva nei gesti,
nelle memorie di quelle che furono le nostre tradizioni
popolari: un’illusione e una dimenticanza.
L’illusione consiste nel credere che bisogna e basta
comunque andare avanti per andare bene, e che il
progresso a tutti i costi, pur con la distruzione di
tutto ciò che è il passato, non sia altro che una
fatalità da accettare. La dimenticanza è più grave:
l’appiattimento e una cultura imposta che tende ad
uniformare e omologare tutto, soffocando l’essenza
genuina della cultura locale, ci fanno dimenticare che
“la tradizione proclama valori non ancora scordati e
realizzati, ma ancora da riscoprire e realizzare in
futuro”.
Ecco quindi che la tradizione, riscoperta con saggezza,
può essere rivoluzionaria: una saggezza, o meglio una
sapienza, che, se intelligentemente utilizzata, sarà
parte importante del nostro imminente futuro.
“Profeta saggio è colui che si ricorda dell’avvenire,
ma ancor più saggio è colui che si ricorda del passato.”
(Léon Bloy)
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l nostro sarà il tentativo, quindi, di navigare fra muri
e ricordi già persi, o che si stanno perdendo, in
recessi di una memoria forse più devastante e forte del
tempo che con implacabile degrado ha accarezzato tutto
attraverso le sue stagioni.
Questa nostra ricerca, con tutti i limiti che le
riconosciamo, è voluta non solo per una possibile
fruizione, ma anche per il recupero di un nostro
patrimonio da custodire, silenzioso testimone di valori
da conservare, fatto non solo di muri e dipinti, ma
soprattutto di memorie, cultura e, purtroppo, identità
sbrecciate.
Una memoria persa di qualcosa di nostro: chiesette
campestri, santelle, edicole votive, dipinti murali,
crocifissi, che erano visti come parte integrante della
vita di tutti i giorni. Una presenza colloquiale e
amica, che rassicurava e proteggeva i viandanti
occasionali o chi vi si fermava nei pressi dopo il
faticoso lavoro nei campi, non sempre allora generosi
elargitori dei buoni frutti della terra.
Collocati non certo casualmente, questi tempietti
campestri, con la loro esistenza nel silenzio dei campi
vicini, a volte bagnati dal fruscio dei fossi copiosi
d’acque, erano come zolle di pace a vissuti a volte
terribili e carichi di morte nell’esperienza di uomini.
Erano allora (oggi non più) il limite estremo del vivere
terreno di chi trovava nel motivo sacro d’ispirazione
l’espressione della propria religiosità contadina: erano
luoghi dove gli uomini camminavano per rinvigorire le
proprie radici nella profondità della terra, e con la
loro presenza erano il segno che rendeva sacro lo spazio
delle vicine fatiche quotidiane.
Basta soffermarsi con attenzione vicino a questi segni
silenziosi, reimparare a rileggere i segni del tempo,
riabituando i nostri occhi, avvezzi a vedere il
frenetico scorrere di immagini a noi estranee e
disabituati a guardare con calma ciò che nel silenzio
infonde serenità di pensieri.
Lo spazio
materiale di quei segni coinvolgeva, prendendo per mano
che li accostava, quasi inglobandolo in un’atmosfera che
comunicava la loro essenza spirituale; faceva sentire
addosso lo sguardo benevolo di quei sacri dipinti, ai
quali molti offrivano le proprie ansie, i timori, le
speranze, nell’attesa di intercessioni per il “buon
vivere”. Essi divengono luoghi vivi, quanto più si vive
attorno a loro.
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edificio e il dipinto religioso hanno in questi luoghi
una forte valenza sociale: esprimono, cioè, un’arte che
doveva, come regola nel monotono trascorrere di eventi,
“saper rompere le regole del tempo e del luogo”,
e in chi guardava dovevano “creare meraviglia”
per l’arte, come immagine fedele, mai fine a se stessa,
ma fatta per accrescere la devozione per il divino.
L’arte ispirata al sacro, e il cui destinatario è il
popolo, era un linguaggio rivolto agli “analfabeti dello
spirito”; ma comunque trasmetteva certezze e, tutto
sommato, era rassicurante, diveniva strumento di
salvezza per coloro che la accettavano.
È arte genuina e povera, che presuppone la
partecipazione attiva degli spettatori: chi la contempla
deve crederci, viverla. La stessa collocazione delle
immagini devote nelle cascine, nelle vie, è la prova che
la religiosità espressa è tutt’uno con le vicende
familiari, un intreccio fra l’umano e il divino, le
esigenze del vivere quotidiano e le sue radici affondate
nella fede popolare.
La fede è quindi alla base della fondazione delle
santelle: ne sono testimonianza, oltre alle cure devota
nella costruzione, le immagini che sbocciano dai muri,
rappresentative di Madonne delicate ed eteree, di
Redentori gloriosi, di santi mistici e rapiti.
Dipinti con
pennellate di colore che intendono dare profondità
all’insieme, a volte con semplice ingenuità artistica,
sono espressione di autentica voglia di vivere.
Attraverso l’immagine, infatti, si può arrivare a far
intuire, a persuadere che ciò che non è presente può
diventare realtà. Che la salvezza, anche per noi
scettici, è lì a portata di tutti: basta allungare una
mano per poterla quasi toccare.
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i pone, a questo punto, in maniera impellente il
problema della corretta ristrutturazione di questi
luoghi a noi cari, sottoposti spesso a disinteresse,
talora ad offese, quotidianamente a un lento declino. In
qualche caso vi è da lodare la sensibilità di privati,
che hanno inteso conservare, anche in ristrutturazioni
drastiche, luoghi e dipinti; più spesso si riscontrano
operazioni di restauro radicale con esito non proprio
felice, mentre non sempre si è in presenza di genuina
attenzione al recupero e al mantenimento di questi
luoghi di culto popolari.
Il recupero, se correttamente attuato, è salvaguardia
non solo delle strutture fisiche del luogo, ma diviene
archivio di memorie di fede, di tradizioni, di cultura
della nostra gente.
Questi
nostri dipinti rischiano di perdersi irrimediabilmente,
e assieme a loro la nostra memoria più genuina: se
questa esigenza di salvaguardia non è avvertita dai
privati, ancora più grave è l’indifferenza e la
latitanza degli enti pubblici. Senza interventi pubblici
di indirizzo e di aiuto, infatti, è utopistico che i
privati diventino promotori di restauri. Eppure il
risultato di un’opera sistematica porterebbe ad una
sorta di “pinacoteca all’aperto” delle forme di arte
minore, che rivalorizzerebbe non poco il territorio sul
quale le immagini sacre sono distribuite. |
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