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Quinzano abbiamo un caso molto singolare di
attestazione antica di una santella, secondo la
denominazione allora consueta di maystà.
Un
vicario (il funzionario governativo della Quadra,
o distretto) annotò nel suo diario personale un
lungo elenco dei morti ammazzati nel paese durante
il periodo del suo servizio (1536-1540). Tra gli
altri, descrisse l’episodio di una certa Agnese,
moglie di Giacomo Pinarolo (Pinarùl): una
fosca faccenda di furti e di delitti passionali.
DE MORTI NELA
TERRA DE QVINZANO
Iacom Pati che
al presente se chiama di Patini fo morto de
Alisandro trapa de quinzano
Agnes moier del quondam Iacom pinarul
tosichete ditto Iacom suo marito Et Agnes poi fo
morta dal soprascritto Alisandro trapa
in la Caneua, Et ge tolse li dinari, Et poi la misse
in Vno sacho Et la porto ,al, fiume de olio,
Et la butete dentro, al loco doue ,e, la giesia de Sancto
Siluestro, apresso la terra de montesei di
brusati, cum uno sasso
messo al sacho, qual sasso fo tolto ala
maysta de poffa louera, loco de quinzano, doue ,e,
la posessione de messer Alisandro pati ditto
di patini, se diseua poffa louera per che
in quello loco se piliaua li lupi,
Et fo portata per bertoli pati dit
olfi per Cognome, Et poi ditto bertoli
fo morto fora del paiese bressano, Et fo trouata
ditta Pinarul Agnes da·li ,e, quindici di Et
fo sepulta in ditta giesia de Sancto
Siluester,
Antoni di Palazi amazo ditto Patina Alisandro
Antoni palazo soprascritto
amazo Mate manzul
Andrea mari amazo ditto Antoni palazo
Pandolfo NASSINO, Registro di molte cose seguite...,
Brescia - Civica Biblioteca Queriniana, ms. C.I.15,
p. 656 (1536-40)
Quel bel tipo della Agnese, appunto, aveva
avvelenato (tosichète) il marito. Quindi era
stata assassinata in cantina da Alessandro Trappa,
un altro disgraziato già reo d’omicidio. Il Trappa,
dopo aver alleggerito del denaro la sua vittima,
ficcò la nostra Agnese in un sacco e la gettò
nell’Oglio, presso la chiesa di S. Silvestro, che
oggi è il cimitero di Monticelli. Per ovvia
precauzione, mise nel sacco una pietra, che (ecco il
punto interessante) aveva raccolto “ala maysta de
poffa lovera”, cioè alla santella di una
località così chiamata perché vi era una fossa (pòffa)
per catturare i lupi (lovéra).
Il toponimo, che cogliamo qui al momento della sua
creazione, si deformò in seguito in bofaléra,
quindi faléra: questo appunto è ancor oggi il
nome dialettale della cascina, che in italiano fu
storpiato in “Falivera”.
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Presso la cascina Falivera esiste ancor oggi una
cappelletta ben tenuta e sistemata di recente. Non è
difficile immaginare che, benché la struttura non
sia certamente più quella cinquecentesca, l’odierna
sia erede diretta dell’antica santella, più volte
ricostruita — si può credere — sulle medesime
fondamenta.
Purtroppo, però, i ripetuti restauri hanno
cancellato ogni traccia, non solo dell’architettura
antica, ma anche delle decorazioni interne. Al loro
posto è stata dipinta una vistosa “Madonna
dell’Olivo”, ripresa da una immaginetta piuttosto
diffusa negli scorsi decenni.
Identico soggetto si trova riprodotto anche in una
nicchia murale nel centro abitato, ridipinta una
dozzina d’anni or sono. |