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Il pieno ‘700 è
caratterizzato da un lunghissimo silenzio di
oltre sessant’anni, in cui manca qualsiasi
documentazione di visite pastorali, che pure si
dovettero tenere, alla parrocchia di
Verolavecchia: un silenzio che appare tanto più
strano, in confronto con il ritmo incalzante
delle visite del secolo precedente.
La documentazione
ricompare nel primo periodo dell’episcopato di
Giovanni Nani (1773-1804), il presule che suo
malgrado assistette allo sfacelo della
repubblica veneta e alla rivoluzione napoleonica
trapiantata nel bresciano.
All’arciprete don
Francesco Semenzi, forse il più illustre tra i
parroci di Verolavecchia, colui che portò a
compimento l’ambizioso progetto della nuova
chiesa parrocchiale, dobbiamo l’ultima delle
relazioni presentate in questo volume, destinata
appunto alla visita del vescovo Nani. Lo spirito
acuto e la partecipazione emotiva del Semenzi
fanno della sua relazione, colorita anche di una
personalissima ortografia, un quadro
singolarmente efficace e penetrante della vita
religiosa del paese verso la fine del secolo
XVIII, al di là del modello mediocremente
burocratico osservato dai relatori che abbiamo
finora conosciuto.
Del resto, pur nella
continuità di base, la parrocchia di
Verolavecchia ormai non è più quella di un
tempo, a cominciare dalla chiesa principale, che
naturalmente è già quella attuale (dal 1768 la
nuova chiesa era agibile, mentre le finiture
della facciata furono completate tra il 1778 e
il 1780). Vi figurano sei altari, in luogo dei
soliti cinque annoverati nelle visite
precedenti: oltre ai consueti, troviamo infatti
quello dei Morti, che «appartiene
all’Arciprete, che lo ha eretto, e lo mantiene
senza questuare elemosine di sorte alcuna»,
probabilmente per rimediare alla inevitabile
sopressione del cimitero, sopra il quale era
stata edificata la navata della nuova chiesa; a
un certo punto si parla anche del «cemitero
novo», che era stato disposto
provvisoriamente nella zona dove ora sorge il
campanile.
Anche presso la
cappella di San Pietro vecchio si nomina il
cimitero, confermando quanto dichiarato dalla
relazione Pellegrino del 1703; e inoltre si
allude, in maniera invero alquanto oscura, a una
disputa tra l’arciprete predecessore del Semenzi
e il Comune riguardo alla proprietà del luogo.
Subito dopo si fa
cenno all’ «oratorio publico de Signori
Manera», che è la chiesetta dedicata al
Santissimo Crocifisso in contrada della Breda
Nuova, realizzata nel 1732 su progetto di
Antonio Turbino.
Di grande interesse,
se non altro per il totale silenzio in cui i
predecessori del Semenzi li avevano avvolti,
sono le notizie relative agli oratori di
Scorzarolo. Di San Pietro si danno informazioni
preziosissime circa l’esistenza di un cimitero e
la confusa memoria di antiche proprietà della
parrocchiale di Verolavecchia, le quali, se
provate, mostrerebbero un’originaria relazione
diretta delle due omonime chiese. Ma anche
riguardo alla chiesetta della Cava l’arciprete
offre notizie di riti profani, che sembrerebbero
prosecuzione di quelli, altrettanto strani e
incomprensibili, che nel ‘500 si verificavano
attorno a San Firmo.
E proprio a proposito
di San Firmo il nostro diligente don Francesco
cade in un errore, identificando l’antica chiesa
campestre con quella al suo tempo esistente di
Sant’Antonio abate: ma abbiamo visto che è
documentata la trasformazione del titolo di San
Firmo in quello della Madonna della Cava poco
dopo il 1630; del resto, basterebbe la presenza
dei terreni tuttora denominati San Firmo
corto e San Firmo lungo proprio
davanti alla cappella della Cava per confermare
l’ipotesi della continuità dei due luoghi di
culto. In compenso, il Semenzi ci aiuta a
collocare l’oratorio di Sant’Antonio abate, di
patronato Spalenza e poi Sandeo, in territorio
di Scorzarolo, sebbene in località tuttora da
identificare (il Confortino?).
Quanto alle istituzioni
parrocchiali, si noti che della Santa Croce
afferma che «altro tempo apparise scuola»,
e dunque non lo era più.
Interessante
l’inquadramento che l’arciprete dà
dell’organizzazione della dottrina cristiana,
mentre i suoi predecessori si limitavano a
segnalare che si teneva ed era frequentata.
La scuola elementare
al tempo del Semenzi si era ulteriormente
arricchita rispetto al passato: vi troviamo
infatti la struttura nella forma più ampia tra
tutte quelle menzionate nelle visite pastorali
fin qui prese in considerazione: i soliti tre
maestri per i ragazzi, don Antonio Cò di 35
anni, don Giovanni Magri di 44, e don Paolo
Calzavacca; ma le maestre sono stavolta quattro:
Santa Rossini, Angela e Giulia Madre (Magre?) e
la vedova Domenica Lama, che alle ragazze
insegnano, oltre a leggere, anche a cucire e a
lavorare a maglia.
La relazione del
Semenzi si conclude con un allegato: un duro
attacco contro i disordini della sua parrocchia:
ce n’è per tutti, dai disciplini di San Rocco
che questuano senza permesso e senza necessità,
a quelli di Santa Croce che convocano i fedeli
in piena notte contro le leggi del governo, agli
esecutori inadempienti di legati; ma soprattutto
le sue preoccupazioni sono rivolte ai sacerdoti
che «in giorni festivi non si danno il
pensiere di accomodare il popolo Nella
celebrazione della messa»: una attenzione
sempre vigile ai doveri del clero nei confronti
del popolo affidato alla sua cura pastorale.
Del verbale di visita e
dei relativi decreti non esiste traccia
nell’archivio parrocchiale, ma pare nemmeno in
quello vescovile di Brescia.
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