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Documenti

1778 ottobre 27

a. Cerimoniale per la visita del vescovo a Pavone.  [pdf]

1779 novembre

b. Relazione dell’arciprete Francesco Semenzi.  [pdf]

<1779 novembre>

c. Appunti dell’arciprete Francesco Semenzi.  [pdf]

 

 

 

Verolavecchia

 

 

16. Visita del vescovo Giovanni Nani (1779)

 

Il pieno ‘700 è caratterizzato da un lunghissimo silenzio di oltre sessant’anni, in cui manca qualsiasi documentazione di visite pastorali, che pure si dovettero tenere, alla parrocchia di Verolavecchia: un silenzio che appare tanto più strano, in confronto con il ritmo incalzante delle visite del secolo precedente.

    La documentazione ricompare nel primo periodo dell’episcopato di Giovanni Nani (1773-1804), il presule che suo malgrado assistette allo sfacelo della repubblica veneta e alla rivoluzione napoleonica trapiantata nel bresciano.

 

All’arciprete don Francesco Semenzi, forse il più illustre tra i parroci di Verolavecchia, colui che portò a compimento l’ambizioso progetto della nuova chiesa parrocchiale, dobbiamo l’ultima delle relazioni presentate in questo volume, destinata appunto alla visita del vescovo Nani. Lo spirito acuto e la partecipazione emotiva del Semenzi fanno della sua relazione, colorita anche di una personalissima ortografia, un quadro singolarmente efficace e penetrante della vita religiosa del paese verso la fine del secolo XVIII, al di là del modello mediocremente burocratico osservato dai relatori che abbiamo finora conosciuto.

 

Del resto, pur nella continuità di base, la parrocchia di Verolavecchia ormai non è più quella di un tempo, a cominciare dalla chiesa principale, che naturalmente è già quella attuale (dal 1768 la nuova chiesa era agibile, mentre le finiture della facciata furono completate tra il 1778 e il 1780). Vi figurano sei altari, in luogo dei soliti cinque annoverati nelle visite precedenti: oltre ai consueti, troviamo infatti quello dei Morti, che «appartiene all’Arciprete, che lo ha eretto, e lo mantiene senza questuare elemosine di sorte alcuna», probabilmente per rimediare alla inevitabile sopressione del cimitero, sopra il quale era stata edificata la navata della nuova chiesa; a un certo punto si parla anche del «cemitero novo», che era stato disposto provvisoriamente nella zona dove ora sorge il campanile.

    Anche presso la cappella di San Pietro vecchio si nomina il cimitero, confermando quanto dichiarato dalla relazione Pellegrino del 1703; e inoltre si allude, in maniera invero alquanto oscura, a una disputa tra l’arciprete predecessore del Semenzi e il Comune riguardo alla proprietà del luogo.

    Subito dopo si fa cenno all’ «oratorio publico de Signori Manera», che è la chiesetta dedicata al Santissimo Crocifisso in contrada della Breda Nuova, realizzata nel 1732 su progetto di Antonio Turbino.

    Di grande interesse, se non altro per il totale silenzio in cui i predecessori del Semenzi li avevano avvolti, sono le notizie relative agli oratori di Scorzarolo. Di San Pietro si danno informazioni preziosissime circa l’esistenza di un cimitero e la confusa memoria di antiche proprietà della parrocchiale di Verolavecchia, le quali, se provate, mostrerebbero un’originaria relazione diretta delle due omonime chiese. Ma anche riguardo alla chiesetta della Cava l’arciprete offre notizie di riti profani, che sembrerebbero prosecuzione di quelli, altrettanto strani e incomprensibili, che nel ‘500 si verificavano attorno a San Firmo.

    E proprio a proposito di San Firmo il nostro diligente don Francesco cade in un errore, identificando l’antica chiesa campestre con quella al suo tempo esistente di Sant’Antonio abate: ma abbiamo visto che è documentata la trasformazione del titolo di San Firmo in quello della Madonna della Cava poco dopo il 1630; del resto, basterebbe la presenza dei terreni tuttora denominati San Firmo corto e San Firmo lungo proprio davanti alla cappella della Cava per confermare l’ipotesi della continuità dei due luoghi di culto. In compenso, il Semenzi ci aiuta a collocare l’oratorio di Sant’Antonio abate, di patronato Spalenza e poi Sandeo, in territorio di Scorzarolo, sebbene in località tuttora da identificare (il Confortino?).

 

Quanto alle istituzioni parrocchiali, si noti che della Santa Croce afferma che «altro tempo apparise scuola», e dunque non lo era più.

    Interessante l’inquadramento che l’arciprete dà dell’organizzazione della dottrina cristiana, mentre i suoi predecessori si limitavano a segnalare che si teneva ed era frequentata.

    La scuola elementare al tempo del Semenzi si era ulteriormente arricchita rispetto al passato: vi troviamo infatti la struttura nella forma più ampia tra tutte quelle menzionate nelle visite pastorali fin qui prese in considerazione: i soliti tre maestri per i ragazzi, don Antonio Cò di 35 anni, don Giovanni Magri di 44, e don Paolo Calzavacca; ma le maestre sono stavolta quattro: Santa Rossini, Angela e Giulia Madre (Magre?) e la vedova Domenica Lama, che alle ragazze insegnano, oltre a leggere, anche a cucire e a lavorare a maglia.

    La relazione del Semenzi si conclude con un allegato: un duro attacco contro i disordini della sua parrocchia: ce n’è per tutti, dai disciplini di San Rocco che questuano senza permesso e senza necessità, a quelli di Santa Croce che convocano i fedeli in piena notte contro le leggi del governo, agli esecutori inadempienti di legati; ma soprattutto le sue preoccupazioni sono rivolte ai sacerdoti che «in giorni festivi non si danno il pensiere di accomodare il popolo Nella celebrazione della messa»: una attenzione sempre vigile ai doveri del clero nei confronti del popolo affidato alla sua cura pastorale.

 

Del verbale di visita e dei relativi decreti non esiste traccia nell’archivio parrocchiale, ma pare nemmeno in quello vescovile di Brescia.

 

Tommaso Casanova, 1999, pp. 231-233

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010