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Al cardinale Marco Dolfin
(1698-1704), che visitò la diocesi bresciana
negli anni 1701-1704, dobbiamo la visita
pastorale con cui si inaugura il secolo XVIII.
In questo caso possediamo
la relazione preliminare del nuovo parroco don
Pietro Paolo Pellegrino, probabilmente nipote
del precedente don Gabriele. L’inizio del suo
servizio in Verolavecchia risaliva, per sua
stessa testimonianza, all’8 gennaio 1692.
L’avevamo già incontrato quale chierico in
minoribus nella relazione del 19 aprile
1684, quando poteva essere all’incirca ventenne;
in tal caso sarebbe divenuto arciprete di
Verolavecchia prima dei trent’anni: cosa non
impossibile né infrequente, del resto,
soprattutto avendo uno zio che gli aveva, per
così dire, tenuto il posto in caldo.
La sua relazione, che
stavolta trascriviamo dalla una copia conservata
nell’archivio parrocchiale di Verolavecchia (è
il primo documento dell’archivio che attenga
direttamente alle visite pastorali), non offre –
tanto per cambiare – molti motivi di particolare
interesse.
Un dato di cui si può
solo prendere atto è la presenza per la prima
volta di un oratorio intitolato a Sant’Antonio
abate, proprietà della famiglia Spalenza, del
quale si dice «fabricato per commodo della
Messa per essere lontani dalla Terra», ma
non si dice di preciso dove si trovasse.
Anche l’elenco dei
maestri di scuola appare ulteriormente ampliato
rispetto a quelli precedenti. Sono infatti
annoverati ben cinque maestri: i sacerdoti don
Pietro Cò di 30 anni, don Giambattista Bordonale
di 36 e don Francesco Alghisi di 42 per i
ragazzi, e le signore Laura Magra (Magri) e
Maddalena Baiguera come «maestre di figliuole».
La scuola elementare di Verolavecchia sembra
ampliarsi con gli anni, segno di una buona
organizzazione e di una pressante necessità.
La visita vera e propria,
poi, a parte la menzione del paliotto bianco con
l’immagine della Pietà tra gli arredi della
disciplina di Santa Croce, si segnala per la
preoccupazione di realizzare i confessionali
degli uomini ben separati da quelli per le
donne: se ne ricava l’indicazione che esistevano
settori della chiesa distinti per gli uni e per
le altre, che non dovevano mai trovarsi vicini
durante le funzioni, né in altra occasione.
Merita attenzione in
questo verbale soprattutto quanto è scritto a
proposito dei cimiteri. Non si dimentichi che la
chiesa parrocchiale è ancora quella di fine
‘400, e dunque rimanda alla topografia antica,
quando il cimitero sorgeva sul lato orientale,
là dove oggi c’è il corpo della chiesa
settecentesca.
Il visitatore fa
diverse allusioni al cimitero principale: parla
di una fossa «per quam ingreditur in
ecclesiam» [attraverso la quale si entra in
chiesa], da cui si deduce che tra il cimitero e
la chiesa doveva esserci una specie di canale,
da attraversare per poter entrare nel tempio.
Poi parla di «crania circa caemeterium
exposita» [teschi esposti attorno al
cimitero], quasi che, in luogo di un ossario, i
teschi scavati dalle fosse venissero schierati
in bell’ordine lungo il recinto cimiteriale.
Infine dà ordine di intonacare «Parietes
Cæmeterij in quo interfectorum cadavera humantur»
[le pareti del cimitero in cui si seppelliscono
i cadaveri degli assassinati], che pare alludere
a un cimitero separato per i morti di morte
violenta.
E queste sarebbero già
informazioni notevoli, dato che, a parte la
perenne mancanza di recinzione, non avevamo mai
sentito parlare così diffusamente del cimitero
parrocchiale. Tuttavia, un po’ di sconcerto
viene dal fatto che, nel corso della visita,
compare all’improvviso un altro cimitero,
accanto alla chiesetta di San Pietro apostolo,
più o meno la santella attuale del San Péder,
quella che nelle visite precedenti, e nella
stessa relazione preliminare dell’arciprete, era
definita «Una Capella, dove era alias la
Parochiale Anticha della Parochia». Nel
verbale l’oratorio è descritto come quasi
completamente in rovina e privo di tutto il
necessario per le sacre celebrazioni, per cui il
presule dà ordine di restaurarlo o di abbatterlo
definitivamente.
Chi ha scritto anche
di recente sulle chiese di Verolavecchia, mostra
di ritenere che l’edificio trovato fatiscente
dal vescovo Dolfin nel 1703 fosse quanto
avanzava della antichissima chiesa, di origine
forse longobarda, che dovette essere, secondo le
ipotesi fino a oggi accreditate, la prima chiesa
del territorio di Verolavecchia.
In realtà, per quanto
si può capire dai documenti fin qui esaminati,
l’oratorio in questione non era la vetustissima
chiesa alto-medievale, poiché – come s’è visto –
San Pietro vecchio non viene mai menzionato dai
visitatori episcopali prima del 1647: un
silenzio molto strano e incomprensibile, se si
fosse trattato di una chiesa vera e propria,
benché cadente. Si trattava, invece,
dell’edicola o santella (capitellum
diceva il verbale Chinelli del 1657) eretta in
suo luogo forse già al momento di trasferire la
parrocchiale nella nuova sede, intorno agli anni
80 del ‘400, sistemata poi nel 1609 dal prete
Paolo Lama, e forse ulteriormente ingrandita
dopo la peste del 1630, per consentirvi la
celebrazione di qualche messa votiva.
Il fatto veramente
singolare è che il visitatore del 1703 rileva
accanto alla cappelletta campestre addirittura
un cimitero, anche se in condizioni di abbandono
piuttosto evidenti, come mostrano gli ordini
impartiti di circondarlo di un alto steccato per
impedire l’accesso agli animali, e di tagliare
le piante e bruciare le erbe che lo infestavano.
È possibile che alle conseguenze di una delle
tante epidemie del tempo si debba il ripristino
del cimitero primitivo attorno alla cappella, la
quale, trovandosi in aperta campagna ma non
lontana dall’abitato, comunque prossima a un
antico e venerabile luogo sacro già dotato fin
dalle origini di un proprio cimitero, aveva
tutte le caratteristiche richieste per ospitare
la sepoltura dei morti di contagio.
Al momento questa del
Dolfin, assieme a quella del Semenzi del 1779,
costituiscono le uniche testimonianze di un
cimitero in quella sede: ma prima di dire
qualcosa di definitivo, occorre lasciare tempo e
spazio a ulteriori ricerche.
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