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Documenti

1703 ottobre 29

a. Relazione dell’arciprete Pietro Paolo Pellegrino.  [pdf]

1703 ottobre 31

b. Verbale della visita e decreti.  [pdf]

 

Verolavecchia

 

 

14. Visita del vescovo Marco Dolfin (1703)

 

Al cardinale Marco Dolfin (1698-1704), che visitò la diocesi bresciana negli anni 1701-1704, dobbiamo la visita pastorale con cui si inaugura il secolo XVIII.

 

In questo caso possediamo la relazione preliminare del nuovo parroco don Pietro Paolo Pellegrino, probabilmente nipote del precedente don Gabriele. L’inizio del suo servizio in Verolavecchia risaliva, per sua stessa testimonianza, all’8 gennaio 1692. L’avevamo già incontrato quale chierico in minoribus nella relazione del 19 aprile 1684, quando poteva essere all’incirca ventenne; in tal caso sarebbe divenuto arciprete di Verolavecchia prima dei trent’anni: cosa non impossibile né infrequente, del resto, soprattutto avendo uno zio che gli aveva, per così dire, tenuto il posto in caldo.

 

La sua relazione, che stavolta trascriviamo dalla una copia conservata nell’archivio parrocchiale di Verolavecchia (è il primo documento dell’archivio che attenga direttamente alle visite pastorali), non offre – tanto per cambiare – molti motivi di particolare interesse.

    Un dato di cui si può solo prendere atto è la presenza per la prima volta di un oratorio intitolato a Sant’Antonio abate, proprietà della famiglia Spalenza, del quale si dice «fabricato per commodo della Messa per essere lontani dalla Terra», ma non si dice di preciso dove si trovasse.

    Anche l’elenco dei maestri di scuola appare ulteriormente ampliato rispetto a quelli precedenti. Sono infatti annoverati ben cinque maestri: i sacerdoti don Pietro Cò di 30 anni, don Giambattista Bordonale di 36 e don Francesco Alghisi di 42 per i ragazzi, e le signore Laura Magra (Magri) e Maddalena Baiguera come «maestre di figliuole». La scuola elementare di Verolavecchia sembra ampliarsi con gli anni, segno di una buona organizzazione e di una pressante necessità.

 

La visita vera e propria, poi, a parte la menzione del paliotto bianco con l’immagine della Pietà tra gli arredi della disciplina di Santa Croce, si segnala per la preoccupazione di realizzare i confessionali degli uomini ben separati da quelli per le donne: se ne ricava l’indicazione che esistevano settori della chiesa distinti per gli uni e per le altre, che non dovevano mai trovarsi vicini durante le funzioni, né in altra occasione.

    Merita attenzione in questo verbale soprattutto quanto è scritto a proposito dei cimiteri. Non si dimentichi che la chiesa parrocchiale è ancora quella di fine ‘400, e dunque rimanda alla topografia antica, quando il cimitero sorgeva sul lato orientale, là dove oggi c’è il corpo della chiesa settecentesca.

    Il visitatore fa diverse allusioni al cimitero principale: parla di una fossa «per quam ingreditur in ecclesiam» [attraverso la quale si entra in chiesa], da cui si deduce che tra il cimitero e la chiesa doveva esserci una specie di canale, da attraversare per poter entrare nel tempio. Poi parla di «crania circa caemeterium exposita» [teschi esposti attorno al cimitero], quasi che, in luogo di un ossario, i teschi scavati dalle fosse venissero schierati in bell’ordine lungo il recinto cimiteriale. Infine dà ordine di intonacare «Parietes Cæmeterij in quo interfectorum cadavera humantur» [le pareti del cimitero in cui si seppelliscono i cadaveri degli assassinati], che pare alludere a un cimitero separato per i morti di morte violenta.

    E queste sarebbero già informazioni notevoli, dato che, a parte la perenne mancanza di recinzione, non avevamo mai sentito parlare così diffusamente del cimitero parrocchiale. Tuttavia, un po’ di sconcerto viene dal fatto che, nel corso della visita, compare all’improvviso un altro cimitero, accanto alla chiesetta di San Pietro apostolo, più o meno la santella attuale del San Péder, quella che nelle visite precedenti, e nella stessa relazione preliminare dell’arciprete, era definita «Una Capella, dove era alias la Parochiale Anticha della Parochia». Nel verbale l’oratorio è descritto come quasi completamente in rovina e privo di tutto il necessario per le sacre celebrazioni, per cui il presule dà ordine di restaurarlo o di abbatterlo definitivamente.

    Chi ha scritto anche di recente sulle chiese di Verolavecchia, mostra di ritenere che l’edificio trovato fatiscente dal vescovo Dolfin nel 1703 fosse quanto avanzava della antichissima chiesa, di origine forse longobarda, che dovette essere, secondo le ipotesi fino a oggi accreditate, la prima chiesa del territorio di Verolavecchia.

    In realtà, per quanto si può capire dai documenti fin qui esaminati, l’oratorio in questione non era la vetustissima chiesa alto-medievale, poiché – come s’è visto – San Pietro vecchio non viene mai menzionato dai visitatori episcopali prima del 1647: un silenzio molto strano e incomprensibile, se si fosse trattato di una chiesa vera e propria, benché cadente. Si trattava, invece, dell’edicola o santella (capitellum diceva il verbale Chinelli del 1657) eretta in suo luogo forse già al momento di trasferire la parrocchiale nella nuova sede, intorno agli anni 80 del ‘400, sistemata poi nel 1609 dal prete Paolo Lama, e forse ulteriormente ingrandita dopo la peste del 1630, per consentirvi la celebrazione di qualche messa votiva.

    Il fatto veramente singolare è che il visitatore del 1703 rileva accanto alla cappelletta campestre addirittura un cimitero, anche se in condizioni di abbandono piuttosto evidenti, come mostrano gli ordini impartiti di circondarlo di un alto steccato per impedire l’accesso agli animali, e di tagliare le piante e bruciare le erbe che lo infestavano. È possibile che alle conseguenze di una delle tante epidemie del tempo si debba il ripristino del cimitero primitivo attorno alla cappella, la quale, trovandosi in aperta campagna ma non lontana dall’abitato, comunque prossima a un antico e venerabile luogo sacro già dotato fin dalle origini di un proprio cimitero, aveva tutte le caratteristiche richieste per ospitare la sepoltura dei morti di contagio.

    Al momento questa del Dolfin, assieme a quella del Semenzi del 1779, costituiscono le uniche testimonianze di un cimitero in quella sede: ma prima di dire qualcosa di definitivo, occorre lasciare tempo e spazio a ulteriori ricerche.

 

Tommaso Casanova, 1999, pp. 213-215

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010