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Documenti

1677 ottobre 13

a. Relazione dell’arciprete Gabriele Pellegrino.  [pdf]

1677 ottobre 18

b. Verbale della visita e decreti.  [pdf]

 

 

 

Verolavecchia

 

 

12. Visita del vescovo Marino Giovanni Giorgi (1677)

 

Otto anni sono passati dalla visita precedente, e il vescovo Marino Giovanni Giorgi dispone una nuova visita alla sua diocesi, che conduce tra il 1672 e il 1678. Si ritorna dunque da capo a presentare relazioni e a verificare vecchie disposizioni eseguite o non eseguite. Non ci si può aspettare, pertanto, gran che di inedito.

 

In realtà, l’arciprete Gabriele Pellegrino ripropone tale e quale la relazione precedente, con alcune precisazioni di poco momento, tranne forse l’accenno al prete don Matteo Cò che svolge l’incarico di maestro di scuola. Non è improbabile che anche in precedenza qualcuno dei sacerdoti rivestisse questo incarico, in un’epoca dove l’istruzione, non solo non era gestita da pubbliche istituzioni, ma era un fatto talmente privato che solo le famiglie degli alti strati sociali potevano permettersi di impartirla in qualche modo ai loro figli. Nelle comunità rurali, dove i preti erano gli unici, insieme forse ai notai e a pochissimi altri, ad avere un minimo di istruzione sopra la media, alle parrocchie toccava anche provvedere all’istruzione di base dei bambini, prima che questi venissero inghiottiti dalla durissima vita delle campagne. Vedremo nelle prossime visite che le indicazioni sull’istruzione parrocchiale si intensificheranno, pur senza mai passare il limite del mero accenno.

 

Il verbale della visita si apre con un quadretto simpatico del vescovo che si cava l’abito corto da viaggio per indossare la veste lunga per la cerimonia.

    Da notare la pignoleria del decreto che impone quale campana suonare per convocare gli incontri festivi della dottrina cristiana, e quello che minaccia scomuniche (!) per chiunque non autorizzato salga sull’organo, non si capisce se durante le funzioni o in altro momento. Un altro decreto conferma l’attenzione della gente del posto per le messe feriali dell’aurora, che forse i preti locali non morivano dalla voglia di celebrare, se il vescovo torna a ribadire, come già aveva imposto nella sua visita precedente, di osservare i turni stabiliti dall’arciprete.

    Del monte di pietà, che viene qui definito anche monte di carità del miglio (mons charitatis milii), si dà una informazione che integra quella offerta nel verbale di otto anni prima: l’interesse riscosso per i prestiti ammonta a un coppo per salma (3,04 litri ogni 145,92, ossia poco più del 2%), ed è destinato alla pura conservazione del monte stesso: non mira dunque a un guadagno effettivo dell’istituzione (oggi la si direbbe una società no-profit). In più si viene a sapere che i richiedenti dovevano presentare garanzia, e che alcuni vecchi crediti non erano più solvibili.

 

NB: Anche qui riteniamo opportuno anticipare la relazione del parroco rispetto al verbale di visita e ai decreti, benché nel manoscritto essa si trovi diverse pagine dopo, in allegato al volume assieme a tutte le relazioni preliminari delle varie parrocchie.

 

Tommaso Casanova, 1999, pp. 195-196

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010