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Otto anni sono passati
dalla visita precedente, e il vescovo Marino
Giovanni Giorgi dispone una nuova visita alla
sua diocesi, che conduce tra il 1672 e il 1678.
Si ritorna dunque da capo a presentare relazioni
e a verificare vecchie disposizioni eseguite o
non eseguite. Non ci si può aspettare, pertanto,
gran che di inedito.
In realtà, l’arciprete
Gabriele Pellegrino ripropone tale e quale la
relazione precedente, con alcune precisazioni di
poco momento, tranne forse l’accenno al prete
don Matteo Cò che svolge l’incarico di maestro
di scuola. Non è improbabile che anche in
precedenza qualcuno dei sacerdoti rivestisse
questo incarico, in un’epoca dove l’istruzione,
non solo non era gestita da pubbliche
istituzioni, ma era un fatto talmente privato
che solo le famiglie degli alti strati sociali
potevano permettersi di impartirla in qualche
modo ai loro figli. Nelle comunità rurali, dove
i preti erano gli unici, insieme forse ai notai
e a pochissimi altri, ad avere un minimo di
istruzione sopra la media, alle parrocchie
toccava anche provvedere all’istruzione di base
dei bambini, prima che questi venissero
inghiottiti dalla durissima vita delle campagne.
Vedremo nelle prossime visite che le indicazioni
sull’istruzione parrocchiale si
intensificheranno, pur senza mai passare il
limite del mero accenno.
Il verbale della visita si
apre con un quadretto simpatico del vescovo che
si cava l’abito corto da viaggio per indossare
la veste lunga per la cerimonia.
Da notare la
pignoleria del decreto che impone quale campana
suonare per convocare gli incontri festivi della
dottrina cristiana, e quello che minaccia
scomuniche (!) per chiunque non autorizzato
salga sull’organo, non si capisce se durante le
funzioni o in altro momento. Un altro decreto
conferma l’attenzione della gente del posto per
le messe feriali dell’aurora, che forse i preti
locali non morivano dalla voglia di celebrare,
se il vescovo torna a ribadire, come già aveva
imposto nella sua visita precedente, di
osservare i turni stabiliti dall’arciprete.
Del monte di pietà,
che viene qui definito anche monte di carità del
miglio (mons charitatis milii), si dà una
informazione che integra quella offerta nel
verbale di otto anni prima: l’interesse riscosso
per i prestiti ammonta a un coppo per salma
(3,04 litri ogni 145,92, ossia poco più del 2%),
ed è destinato alla pura conservazione del monte
stesso: non mira dunque a un guadagno effettivo
dell’istituzione (oggi la si direbbe una società
no-profit). In più si viene a sapere che
i richiedenti dovevano presentare garanzia, e
che alcuni vecchi crediti non erano più
solvibili.
NB: Anche
qui riteniamo opportuno anticipare la relazione
del parroco rispetto al verbale di visita e ai
decreti, benché nel manoscritto essa si trovi
diverse pagine dopo, in allegato al volume
assieme a tutte le relazioni preliminari delle
varie parrocchie.
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