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1657 marzo 01

Verbale della visita e decreti.  [pdf]

 

 

 

Verolavecchia

 

 

9. Visita del delegato vescovile Girolamo Chinelli (1657)

 

Diplomatico d’alto grado della Santa Sede, il cardinale Pietro Ottoboni fu vescovo di Brescia per un decennio (1654-1664), e dopo altri venticinque anni di carriera, fu elevato al soglio pontificio col nome di Alessandro VIII (1689-1691). Al suo periodo bresciano si devono due visite pastorali: la prima, presentata in questo capitolo, fu indetta nel 1655, ma si svolse fino al marzo 1657, per lo più in assenza del presule, a opera di alcuni convisitatori da lui delegati, tra i quali il canonico Girolamo Chinelli, cui fu affidata la zona della pianura.

 

Il verbale della visita in Verolavecchia, all’apparenza, sembra un doppione del precedente, poiché ripete in gran parte le medesime descrizioni, e in certi punti è quasi ricopiato alla lettera. Del resto, non si può credere che la vita ordinaria delle parrocchie in quei tempi mutasse sostanzialmente nel giro di pochi anni, e solo dieci ne erano passati dalla visita precedente. In realtà, come sempre, anche qui certi dettagli, se pure non offrono vere novità, riescono almeno a illuminare qualche aspetto che in precedenza era stato solo accennato.

    La parte relativa alla chiesetta di San Pietro vecchio, ad esempio, offre uno di questi casi: nella relazione del 1647 vi era solo un cenno alla sua presenza; in questa si menzionano i diritti «Capitelli, sive Capellæ Sancti Petri Veteris nuncupati» [del capitello o cappella detta di San Pietro vecchio], confermando così l’ipotesi che si trattasse già allora di una semplice santella campestre, resa un po’ più simile a un oratorio dal fatto forse di venir chiusa sul davanti, come appare ancor oggi. Dalla relazione risulta pure che esisteva all’epoca una commissione di regentes [amministratori] per la gestione economica della cappelletta. Responsabile principale risultava essere, fino al momento della morte, il prete don Bernardino Corsino, il quale pare fosse contemporaneamente amministratore anche delle spese per la fabbricazione dell’organo, realizzato (o restaurato) prima dell’assunzione dell’organista don Andrea Pizzamiglio nel 1647.

    Il Pizzamiglio, per parte sua, continuava ad essere cappellano nella parrocchiale e in San Rocco, ma non è più detto se fosse ancora lui l’organista titolare.

    All’atto della nuova visita, Verolavecchia non era più sede della vicaria foranea, che era passata, come in origine, alla giurisdizione di Verola Alghise.

 

Tra i dati degni di nota, c’è da menzionare la presenza di reliquie, della cui ricognizione si offrono la data 11 marzo 1653, e gli estremi archivistici: in effetti un documento in tale data è tuttora conservato presso l’archivio parrocchiale, benché non si tratti di una ricognizione, ma di un atto di consegna.

    Che il principale dei santi cui appartengono le reliquie sia San Lelio, omonimo del parroco, e che il donatore sia il vescovo di Alessandria nipote di don Zanucca, fa sospettare di attribuire appunto all’arciprete l’iniziativa dell’acquisizio­ne di tali preziosi oggetti di culto. Del resto, tutta la seconda metà del ‘600 è caratterizzata in molti luoghi da un rinnovato e intenso traffico di reliquie, spesso accompagnato dall’istitu­zione di nuove solennità paesane che celebravano i santi e il rinvenimento o la traslazione dei loro più o meno insigni resti. Anche Verolavecchia si inserisce in questo fervore devozionale, dovuto forse a un rigurgito di diffidenza nei confronti delle tendenze ereticali.

    L’altare di San Carlo appare ancora dotato di una amministrazione non perfettamente regolare (tant’è vero che il visitatore ordina al parroco di regolarizzarla), e sembra di capire che fosse gestito in comune dalle scuole: un segno probabile che la sua recente erezione era dovuta a un’iniziativa delle scuole stesse.

    Merita infine un cenno il decreto relativo al cimitero, perché offre due informazioni rilevanti: anzitutto avverte che il cimitero era allora più che mai in condizioni insostenibili, frequentemente allagato dalle piogge, tanto che urgeva la necessità di realizzarne un altro in un luogo coperto. A tal fine il visitatore destina parte delle entrate di San Vito, perché quell’oratorio «sit bene instructum, et nihil, ad sui ornatum indigeat» [è ben costruito e non bisognoso di alcun intervento decorativo]: attestazione di un restauro piuttosto recente.

 

Tommaso Casanova, 1999, pp. 175-176

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010