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1647 settembre 27

Verbale della visita e decreti.  [pdf]

 

 

 

Verolavecchia

 

 

8. Visita del vescovo Marco Morosini (1647)

 

Con il vescovo Marco Morosini (1645-1654) ritorniamo alla complessità delle grandi visite del secolo precedente: la sua relazione è una delle più lunghe e articolate tra quelle presenti in questo libro, e si svolge nel corso di ben tre giorni. Anche questo presule, sul modello dei suoi predecessori, procedette fin dall’inizio del suo episcopato bresciano alla visita delle parrocchie, che compì una prima volta tra il 1646 e il 1648, e poi di nuovo nel 1651-1652.

 

Il dato saliente della sua visita, almeno in Verolavecchia, è l’attenzione per le confraternite e le associazioni laicali, sulle quali raccoglie una serie di informazioni che sono le più organiche e complete di cui al momento disponiamo. Non possiamo purtroppo soffermarci qui sull’argomento come meriterebbe: sarebbe il caso, comunque, di farne oggetto di studio particolareggiato e magari di una pubblicazione.

    Ora presentiamo solo qualche breve cenno per indirizzare la lettura.

    Il parroco, don Lelio Zanucca, è fresco di nomina: al momento della visita sono trascorsi poco più di cinque mesi dalla sua investitura (13 aprile 1647), e ancor meno dalla presa di possesso del beneficio: dunque non conosce ancora bene la realtà della sua nuova parrocchia. Il suo immediato predecessore era don Sebastiano Maffei, che dal Chimini aveva ereditato anche la vicaria foranea.

    Su espressa richiesta del nuovo parroco, il vescovo, seduta stante, eleva la chiesa parrocchiale di San Pietro di Verolavecchia ad arcipresbiterato, ossia le attribuisce il titolo che un tempo era riservato alle pievi, e autorizza in tal modo il rettore di essa a fregiarsi da allora in poi (come infatti accadrà fino a oggi) del titolo di arciprete. Il decreto di nomina è incorporato nel verbale stesso della visita, sotto la data del 28 settembre 1647.

 

La situazione generale delle chiese e delle confraternite appare analoga a quella constatata in precendenza, anche se troviamo qualche informazione aggiuntiva. La chiesa di San Rocco, ad esempio, è definita con il suo titolo completo: ossia «Ecclesia Sanctorum Rochi Fabiani, et Sebastiani» [chiesa dei Santi Rocco Fabiano e Sebastiano]. Della disciplina colpisce la duplice denominazione: l’oratorio è definito «Sanctæ Mariæ Magdalenæ» [di Santa Maria Maddalena], mentre la compagnia che lo officia è la «Confraternitas Disciplinatorum sub titulo Sanctæ Crucis» [confraternita dei disciplini sotto il titolo di Santa Croce]: lo stesso titolo dell’altare nella parrocchiale, col quale tuttavia, allo stato delle ricerche, non pare connessa in alcun modo. Preziosa è pure la testimonianza sulla pratica delle discipline, ossia delle auto-flagellazioni di gruppo, celebrate dagli otto confratelli «quibusdam certis anni temporibus» [in determinati periodi dell’anno], quasi sicuramente in Quaresima e in eventuali altre occasioni penitenziali.

 

Altri temi della relazione riprendono questioni già trattate in precedenza. Circa gli atti parrocchiali di matrimonio abbiamo detto; i registri dei morti invece prendono l’avvio, a nostra conoscenza, proprio dal luglio del 1647, quasi che prima del nuovo parroco non fossero mai stati compilati.

    Sul merito dell’organista parrocchiale, in questo verbale abbiamo diverse notizie preziose: appare assunto da poco il prete don Andrea Pizzamiglio di Quinzano, nella duplice veste di organista, appunto, e di cappellano delle scuole locali. Alla sua contribuzione per il servizio musicale provvedono, oltre alle scuole del Santissimo Sacramento e del Santo Rosario, gli altari di San Carlo e della Santa Croce, l’arciprete e soprattutto il Comune, al quale appartenevano tradizionalmente (come pressoché dovunque) le chiese del paese e i loro arredi.

    Una vera novità è invece la presenza del monte di pietà, che incontriamo per la prima volta in questo verbale. Purtroppo il rettore non è ancora ben informato sulla organizzazione dell’ente assistenziale, per cui il visitatore si limita a prendere atto di passaggio della sua esistenza.

    Un paio di accenni alle chiese minori. In Scorzarolo vengono rilevate solo due cappelle, ma quella di San Giacomo è omessa forse per semplice dimenticanza: di fatto era la chiesa principale del luogo. In realtà, oltre a San Pietro campestre, viene menzionato l’oratorio della Beata Vergine Maria, che è quello oggi detto della Cava. In compenso non viene più ricordato l’oratorio di San Firmo, e la ragione è evidente: la Madonnina della Cava era il nuovo titolo che i domenicani attribuirono alla chiesetta di San Firmo dopo il 1630, quando, in base alla testimonianza di alcuni prodigi avvenuti per intercessione di un’immagine miracolosa dipinta sul muro della cappella (la Madonnina di San Firmo, appunto), si decise di mutare la denominazione del luogo sacro, forse anche per ovviare a certi residui rituali profani che, come si è visto, prosperavano ancora in quei tempi tra la gente dei dintorni.

    Inedita è pure la menzione dell’oratorio di San Pietro apostolo “ubi alias erat Parochialis” [dove un tempo c’era la parrocchiale]. La ristrutturazione di questo oratorio, che prima d’allora doveva essere niente più che una modestissima santella, visto che le visite precedenti non ne fanno mai menzione, datava al 1609, come mostra l’iscrizione, probabilmente dettata dal prete Paolo Lama, riportata in luce durante i recenti restauri. Le disposizioni del vescovo mostrano in proposito un certo disappunto: sembra quasi che egli voglia riportare l’edificio al suo stato precedente (nella forma di santella?).

    Un’ultima parola su don Ludovico Firmo, che qui compare solo marginalmente, ma che è uno dei personaggi più rilevanti del ‘600 in Verolavecchia: a lui si deve, ad esempio, l’istituzione della cappella di Sant’Antonio di Padova nella chiesa di San Rocco, e la commissione della preziosa pala in cui, insieme a Sant’Antonio, campeggia San Ludovico di Francia, il suo santo onomastico, con una soasa lignea che forse è ascrivibile alla fertile bottega quinzanese di Gian Giacomo Manente. Anche la figura di don Ludovico Firmo meriterebbe uno studio appropriato.

 

Tommaso Casanova, 1999, pp. 165-167

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010