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Con il vescovo Marco
Morosini (1645-1654) ritorniamo alla complessità
delle grandi visite del secolo precedente: la
sua relazione è una delle più lunghe e
articolate tra quelle presenti in questo libro,
e si svolge nel corso di ben tre giorni. Anche
questo presule, sul modello dei suoi
predecessori, procedette fin dall’inizio del suo
episcopato bresciano alla visita delle
parrocchie, che compì una prima volta tra il
1646 e il 1648, e poi di nuovo nel 1651-1652.
Il dato saliente della sua
visita, almeno in Verolavecchia, è l’attenzione
per le confraternite e le associazioni laicali,
sulle quali raccoglie una serie di informazioni
che sono le più organiche e complete di cui al
momento disponiamo. Non possiamo purtroppo
soffermarci qui sull’argomento come meriterebbe:
sarebbe il caso, comunque, di farne oggetto di
studio particolareggiato e magari di una
pubblicazione.
Ora presentiamo solo
qualche breve cenno per indirizzare la lettura.
Il parroco, don Lelio
Zanucca, è fresco di nomina: al momento della
visita sono trascorsi poco più di cinque mesi
dalla sua investitura (13 aprile 1647), e ancor
meno dalla presa di possesso del beneficio:
dunque non conosce ancora bene la realtà della
sua nuova parrocchia. Il suo immediato
predecessore era don Sebastiano Maffei, che dal
Chimini aveva ereditato anche la vicaria
foranea.
Su espressa richiesta
del nuovo parroco, il vescovo, seduta stante,
eleva la chiesa parrocchiale di San Pietro di
Verolavecchia ad arcipresbiterato, ossia
le attribuisce il titolo che un tempo era
riservato alle pievi, e autorizza in tal modo il
rettore di essa a fregiarsi da allora in poi
(come infatti accadrà fino a oggi) del titolo di
arciprete. Il decreto di nomina è
incorporato nel verbale stesso della visita,
sotto la data del 28 settembre 1647.
La situazione generale
delle chiese e delle confraternite appare
analoga a quella constatata in precendenza,
anche se troviamo qualche informazione
aggiuntiva. La chiesa di San Rocco, ad esempio,
è definita con il suo titolo completo: ossia «Ecclesia
Sanctorum Rochi Fabiani, et Sebastiani»
[chiesa dei Santi Rocco Fabiano e Sebastiano].
Della disciplina colpisce la duplice
denominazione: l’oratorio è definito «Sanctæ
Mariæ Magdalenæ» [di Santa Maria Maddalena],
mentre la compagnia che lo officia è la «Confraternitas
Disciplinatorum sub titulo Sanctæ Crucis»
[confraternita dei disciplini sotto il titolo di
Santa Croce]: lo stesso titolo dell’altare nella
parrocchiale, col quale tuttavia, allo stato
delle ricerche, non pare connessa in alcun modo.
Preziosa è pure la testimonianza sulla pratica
delle discipline, ossia delle
auto-flagellazioni di gruppo, celebrate dagli
otto confratelli «quibusdam certis anni
temporibus» [in determinati periodi
dell’anno], quasi sicuramente in Quaresima e in
eventuali altre occasioni penitenziali.
Altri temi della relazione
riprendono questioni già trattate in precedenza.
Circa gli atti parrocchiali di matrimonio
abbiamo detto; i registri dei morti invece
prendono l’avvio, a nostra conoscenza, proprio
dal luglio del 1647, quasi che prima del nuovo
parroco non fossero mai stati compilati.
Sul merito
dell’organista parrocchiale, in questo verbale
abbiamo diverse notizie preziose: appare assunto
da poco il prete don Andrea Pizzamiglio di
Quinzano, nella duplice veste di organista,
appunto, e di cappellano delle scuole locali.
Alla sua contribuzione per il servizio musicale
provvedono, oltre alle scuole del Santissimo
Sacramento e del Santo Rosario, gli altari di
San Carlo e della Santa Croce, l’arciprete e
soprattutto il Comune, al quale appartenevano
tradizionalmente (come pressoché dovunque) le
chiese del paese e i loro arredi.
Una vera novità è
invece la presenza del monte di pietà, che
incontriamo per la prima volta in questo
verbale. Purtroppo il rettore non è ancora ben
informato sulla organizzazione dell’ente
assistenziale, per cui il visitatore si limita a
prendere atto di passaggio della sua esistenza.
Un paio di accenni
alle chiese minori. In Scorzarolo vengono
rilevate solo due cappelle, ma quella di San
Giacomo è omessa forse per semplice
dimenticanza: di fatto era la chiesa principale
del luogo. In realtà, oltre a San Pietro
campestre, viene menzionato l’oratorio della
Beata Vergine Maria, che è quello oggi detto
della Cava. In compenso non viene più ricordato
l’oratorio di San Firmo, e la ragione è
evidente: la Madonnina della Cava era il nuovo
titolo che i domenicani attribuirono alla
chiesetta di San Firmo dopo il 1630, quando, in
base alla testimonianza di alcuni prodigi
avvenuti per intercessione di un’immagine
miracolosa dipinta sul muro della cappella (la
Madonnina di San Firmo, appunto), si decise di
mutare la denominazione del luogo sacro, forse
anche per ovviare a certi residui rituali
profani che, come si è visto, prosperavano
ancora in quei tempi tra la gente dei dintorni.
Inedita è pure la
menzione dell’oratorio di San Pietro apostolo “ubi
alias erat Parochialis” [dove un tempo c’era
la parrocchiale]. La ristrutturazione di questo
oratorio, che prima d’allora doveva essere
niente più che una modestissima santella, visto
che le visite precedenti non ne fanno mai
menzione, datava al 1609, come mostra
l’iscrizione, probabilmente dettata dal prete
Paolo Lama, riportata in luce durante i recenti
restauri. Le disposizioni del vescovo mostrano
in proposito un certo disappunto: sembra quasi
che egli voglia riportare l’edificio al suo
stato precedente (nella forma di santella?).
Un’ultima parola su
don Ludovico Firmo, che qui compare solo
marginalmente, ma che è uno dei personaggi più
rilevanti del ‘600 in Verolavecchia: a lui si
deve, ad esempio, l’istituzione della cappella
di Sant’Antonio di Padova nella chiesa di San
Rocco, e la commissione della preziosa pala in
cui, insieme a Sant’Antonio, campeggia San
Ludovico di Francia, il suo santo onomastico,
con una soasa lignea che forse è ascrivibile
alla fertile bottega quinzanese di Gian Giacomo
Manente. Anche la figura di don Ludovico Firmo
meriterebbe uno studio appropriato.
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