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Alle visite affidate dal
vescovo Marino Giorgi a parroci di sua stretta
fiducia negli anni 1624-1625 appartiene quella
effettuata in Verolavecchia dal prevosto di
Gambara don Giorgio Serina. Dati salienti del
suo verbale sono la sinteticità e l’ordine
schematico delle notizie.
Degli altari della chiesa
parrocchiale, per esempio, si offre una
prospettiva che nessuna visita precedente aveva
consentito: anzitutto è presente il nuovo altare
di San Carlo, eretto verosimilmente dopo il
1610, data della canonizzazione
dell’arcivescovo di Milano. Gli altari poi sono
elencati in base alla loro posizione: oltre
all’altare maggiore, a destra il Corpo di Cristo
(che rimpiazzava l’altare del lascito Firmi) e
San Carlo; a sinistra la Santa Croce (che
sapevamo già essere di fronte all’altare del
Santissimo, realizzato sul suo modello) e il
Santo Rosario. È vero che non siamo sicuri da
che parte il visitatore intendesse la destra e
la sinistra, ma è presumibile che egli
osservasse la chiesa dall’altare maggiore, e
dunque i primi due altari laterali potevano
trovarsi lungo il lato occidentale della chiesa
e gli altri due su quello orientale.
Naturalmente la chiesa era ancora quella
quattro-cinquecentesca, piccola e orientata
nord-sud: dunque non ha senso fare paragoni con
la chiesa attuale. Si noterà che il cimitero,
nonostante le reiterate sollecitazioni dei
visitatori precedenti, appare ancora in
condizioni deplorevoli, privo di recinzione,
circondato da un fosso mal curato, e invaso di
arbusti incolti. Dentro la chiesa esistevano,
come al tempo della visita precedente, sepolture
non allineate al pavimento e non in regola con
le disposizioni di legge.
Le congregazioni di
disciplini ora sono due: quella di San Rocco,
che aveva nel frattempo ricevuto la
ratificazione canonica, si affianca a quella più
antica, che ha mutato il titolo da Santa Maria
della Pietà a Santa Maria Maddalena (non a caso
un personaggio di rilievo nella pala dell’altare
da poco realizzata). Le scuole menzionate sono
anch’esse due: il Corpus Domini e il
Rosario; della Santa Croce si indica soltanto
l’altare: un segno probabile dell’estinzione
ormai avvenuta della confraternita. Di fatto,
essa non appare più in seguito, se non ricordata
come un tempo esistente.
Una bella prospettiva
fornisce l’elenco degli impegni del parroco, da
cui emergono compiti essenzialmente di carattere
economico. Per la prima volta si menziona
l’organista come un dipendente stabile della
parrocchia; va però detto al riguardo che il
contributo del parroco per il musico non era
l’unico, poiché di norma al suo salario
contribuiva in misura preponderante il Comune, e
le confraternite in misura proporzionale al
servizio che gli richiedevano. La figura
dell’organista fisso, anche se non la implica
per forza, invita comunque a supporre la
presenza di un organo stabile nella chiesa.
Notevole (e raro) è
l’elogio finale del visitatore per il parroco
don Pietro Chimini.
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