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Documenti

1599 maggio 11

a. Verbale della visita e decreti.  [pdf]

1610 aprile 21

b. Decreti.  [pdf]

 

 

 

Verolavecchia

 

 

5. Visita del vescovo Marino Giorgi (1599)

 

Questa è l’ultima visita del secolo XVI: la situazione della parrocchia di Verolavecchia si è ormai stabilizzata, e le notizie si fanno inevitabilmente ripetitive; tuttavia, con un po’ di attenzione si riescono a scoprire ancora indicazioni non inutili.

 

Il vescovo Marino Giorgi (o Zorzi, detto talora senior per distinguerlo dall’omonimo nipote che resse la diocesi più di trent’anni dopo), durante il suo episcopato bresciano (1596-1631) continua la linea di riforma avviata dai predecessori, nel segno di una rigorosa disciplina clericale e dell’applicazione minuziosa dei decreti tridentini, con occhio di riguardo per la figura e l’opera di san Carlo, canonizzato nel 1610. Il Giorgi compì di persona, tra il 1597 e il 1606, una lunga visita alla diocesi, dalla quale sono tolti gli atti qui presentati. In seguito affidò ai vicari foranei altri sopraluoghi alle parrocchie, di cui pure rimangono ampie documentazioni: per Verolavecchia sono attestati alcuni decreti, datati all’aprile 1610 (che alleghiamo a margine del verbale del 1599).

 

L’attenzione del presule, dal dettato dei suoi verbali, sembra tutta concentrata sulle minuzie: si ha la strana impressione che tutto il senso della disciplina ecclesiastica si giocasse per lui nei millimetri di sporgenza delle pietre sacre sopra gli altari (non ce n’è una che si salvi dal suo zelo misuratorio nemmeno a Verolavecchia).

    Per il resto, la chiesa parrocchiale di Verolavecchia (che è ancora quella quattrocentesca) appare al Giorgi più o meno nella condizione in cui l’aveva trovata il Borromeo, con i suoi quattro altari, e il battistero che non riusciva a trovare una sede adeguata: dopo quasi vent’anni i decreti di san Carlo non erano ancora stati attuati. Il visitatore rinnova gli obblighi di adempimento, con una correzione interessante: a causa dell’esiguità della chiesa, permette di costruire una cappella (nitia, nicchia), sfondando la parete della campata a destra dell’ingresso, sul lato est dell’edificio, verso il cimitero (che non era stato ancora recintato!). Si parla inoltre di tombe che sporgono dal pavimento, e di pitture non meglio identificate da rifare all’altare della Santa Croce, nonché di una icona da procurare per l’altare del Santissimo Sacramento: una notizia preziosa, anche se difficile da interpretare.

    Interessante il cenno ai registri demografici per i matrimoni e le cresime, che pare venissero compilati in violazione delle regole canoniche: in realtà i registri dei battesimi, tuttora conservati presso l’archivio parrocchiale di Verolavecchia, iniziano dal 1569, quelli dei morti dal 1647, e quelli dei cresimati solo dal 1734. Gli atti dei matrimoni all’apparenza si avviano nel 1602: tuttavia nel primo libro dei battezzati è contenuto un quinternetto di poche pagine con segnati matrimoni degli anni 1564-1600: è forse a seguito di questa promiscuità d’uso di un unico registro per i due sacramenti, che il visitatore imponeva l’annotazione separata di battesimi e matrimoni.

    Nel seguito del verbale, poi, spicca il suggerimento di procurare una pala per decorare il «tegumentum ligneum» sopra l’altare della disciplina: questo è dunque il termine di riferimento per la realizzazione del quadro della Deposizione dalla croce, attribuito a Francesco Giugno (1577-1621) e datato attorno al 1620, oggi conservato con la sua rara cornice originale nella sacrestia della parrocchiale, ma evidentemente destinato in origine al culto dei disciplini, alcuni dei quali vi sono raffigurati nel loro bianco abito corale come devoti committenti. Del resto, la scena rappresentata nel dipinto coincide con il titolo dato in quel tempo alla disciplina stessa, ossia «oratorium S. Mariae Pietatis» [oratorio di Santa Maria della Pietà].

    Rettore della parrocchia è ancora il solito don Tarquinio Dati che, essendo nato nel 1543, non aveva più di 56 anni: ma, visto il suo entusiasmo nell’esercizio del ministero sacerdotale, quella doveva essere comunque per lui un’età avanzata, tant’è che viene giustificata in tal modo dal visitatore la necessità di stipendiare un secondo curato coadiutore (un primo curato il rettore era già tenuto a stipendiarlo) per provvedere alla comunità relativamente popolosa.

    La confraternita di San Rocco è menzionata qui per la prima volta: ma il vescovo pone il dubbio sulla legittimità dell’aggregazione all’arciconfraternita di Roma, in mancanza di referenze certe da parte del frate francescano che l’aveva sottoscritta.

 

NB: Si riporta il testo del verbale e dei decreti della visita effetuata dal vescovo nei giorni 11-12 maggio 1599; a margine il testo dei decreti promulgati dal medesimo presule il 21 aprile 1610, a seguito probabilmente di una visita vicariale.

 

Tommaso Casanova, 1999, pp. 151-152

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010