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Questa è l’ultima visita
del secolo XVI: la situazione della parrocchia
di Verolavecchia si è ormai stabilizzata, e le
notizie si fanno inevitabilmente ripetitive;
tuttavia, con un po’ di attenzione si riescono a
scoprire ancora indicazioni non inutili.
Il vescovo Marino Giorgi
(o Zorzi, detto talora senior per
distinguerlo dall’omonimo nipote che resse la
diocesi più di trent’anni dopo), durante il suo
episcopato bresciano (1596-1631) continua la
linea di riforma avviata dai predecessori, nel
segno di una rigorosa disciplina clericale e
dell’applicazione minuziosa dei decreti
tridentini, con occhio di riguardo per la figura
e l’opera di san Carlo, canonizzato nel 1610. Il
Giorgi compì di persona, tra il 1597 e il 1606,
una lunga visita alla diocesi, dalla quale sono
tolti gli atti qui presentati. In seguito affidò
ai vicari foranei altri sopraluoghi alle
parrocchie, di cui pure rimangono ampie
documentazioni: per Verolavecchia sono attestati
alcuni decreti, datati all’aprile 1610 (che
alleghiamo a margine del verbale del 1599).
L’attenzione del presule,
dal dettato dei suoi verbali, sembra tutta
concentrata sulle minuzie: si ha la strana
impressione che tutto il senso della disciplina
ecclesiastica si giocasse per lui nei millimetri
di sporgenza delle pietre sacre sopra gli altari
(non ce n’è una che si salvi dal suo zelo
misuratorio nemmeno a Verolavecchia).
Per il resto, la
chiesa parrocchiale di Verolavecchia (che è
ancora quella quattrocentesca) appare al Giorgi
più o meno nella condizione in cui l’aveva
trovata il Borromeo, con i suoi quattro altari,
e il battistero che non riusciva a trovare una
sede adeguata: dopo quasi vent’anni i decreti di
san Carlo non erano ancora stati attuati. Il
visitatore rinnova gli obblighi di adempimento,
con una correzione interessante: a causa
dell’esiguità della chiesa, permette di
costruire una cappella (nitia, nicchia),
sfondando la parete della campata a destra
dell’ingresso, sul lato est dell’edificio, verso
il cimitero (che non era stato ancora
recintato!). Si parla inoltre di tombe che
sporgono dal pavimento, e di pitture non meglio
identificate da rifare all’altare della Santa
Croce, nonché di una icona da procurare
per l’altare del Santissimo Sacramento: una
notizia preziosa, anche se difficile da
interpretare.
Interessante il cenno
ai registri demografici per i matrimoni e le
cresime, che pare venissero compilati in
violazione delle regole canoniche: in realtà i
registri dei battesimi, tuttora conservati
presso l’archivio parrocchiale di Verolavecchia,
iniziano dal 1569, quelli dei morti dal 1647, e
quelli dei cresimati solo dal 1734. Gli atti dei
matrimoni all’apparenza si avviano nel 1602:
tuttavia nel primo libro dei battezzati è
contenuto un quinternetto di poche pagine con
segnati matrimoni degli anni 1564-1600: è forse
a seguito di questa promiscuità d’uso di un
unico registro per i due sacramenti, che il
visitatore imponeva l’annotazione separata di
battesimi e matrimoni.
Nel seguito del
verbale, poi, spicca il suggerimento di
procurare una pala per decorare il «tegumentum
ligneum» sopra l’altare della disciplina:
questo è dunque il termine di riferimento per la
realizzazione del quadro della Deposizione
dalla croce, attribuito a Francesco Giugno
(1577-1621) e datato attorno al 1620, oggi
conservato con la sua rara cornice originale
nella sacrestia della parrocchiale, ma
evidentemente destinato in origine al culto dei
disciplini, alcuni dei quali vi sono raffigurati
nel loro bianco abito corale come devoti
committenti. Del resto, la scena rappresentata
nel dipinto coincide con il titolo dato in quel
tempo alla disciplina stessa, ossia «oratorium
S. Mariae Pietatis» [oratorio di Santa Maria
della Pietà].
Rettore della
parrocchia è ancora il solito don Tarquinio Dati
che, essendo nato nel 1543, non aveva più di 56
anni: ma, visto il suo entusiasmo nell’esercizio
del ministero sacerdotale, quella doveva essere
comunque per lui un’età avanzata, tant’è che
viene giustificata in tal modo dal visitatore la
necessità di stipendiare un secondo curato
coadiutore (un primo curato il rettore era già
tenuto a stipendiarlo) per provvedere alla
comunità relativamente popolosa.
La confraternita di
San Rocco è menzionata qui per la prima volta:
ma il vescovo pone il dubbio sulla legittimità
dell’aggregazione all’arciconfraternita di Roma,
in mancanza di referenze certe da parte del
frate francescano che l’aveva sottoscritta.
NB: Si
riporta il testo del verbale e dei decreti della
visita effetuata dal vescovo nei giorni 11-12
maggio 1599; a margine il testo dei decreti
promulgati dal medesimo presule il 21 aprile
1610, a seguito probabilmente di una visita
vicariale.
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