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Di san Carlo Borromeo e
della sua visita apostolica in terra lombarda è
già stato scritto moltissimo. Anche qui ci
limitiamo a offrire le poche semplici
indicazioni necessarie per comprendere meglio
gli atti che stiamo pubblicando.
La visita apostolica del
cardinale Borromeo avvenne in diverse fasi
successive, documentate dagli atti (parte
conservati a Milano e a Roma, parte in copia
anche a Brescia). Il Concilio di Trento aveva
stabilito la necessità che i vescovi
procedessero alla visita assidua delle loro
diocesi, e l’aveva decretata canonicamente nel
1563. Ma, dato che molti vescovi a quei tempi
non erano proprio zelantissimi nell’espletare i
propri compiti pastorali, il papa Pio V nel 1566
istituì la visita apostolica. Questa aveva un
carattere straordinario, era deliberata a sua
discrezione dal pontefice e affidata a prelati
di sua fiducia, con l’autorità di chiedere conto
alle istituzioni ecclesiastiche dell’eventuale
inadempienza delle disposizioni.
Carlo Borromeo
(1538-1584), in qualità di arcivescovo di Milano
e metropolita della provincia ecclesiastica
lombarda (ossia, per così dire, superiore di
tutti i vescovi della regione), avrebbe potuto
procedere alla visita anche in seguito alla
deliberazione di un concilio provinciale; ma, in
realtà, fu il papa Gregorio XIII che con breve
del 22 aprile 1575 lo nominò visitatore
apostolico di Cremona, Novara, Lodi, Brescia e
Bergamo, con ampie facoltà e senza riserve per
privilegi ed esenzioni. Lo scopo era
probabilmente quello di eliminare le ultime
resistenze alla riforma tridentina, e
confermarne i progressi.
Dopo la visita a
Cremona nell’estate del 1575, e a Bergamo
nell’autunno successivo, il Borromeo fu
costretto da varie circostanze, tra cui
l’opposizione del governo veneto e la peste del
1576, a rimandare quella già prevista per
Brescia. Solo morto il Bollani nell’agosto 1579,
si rispolverò il vecchio progetto, che prese
avvio dopo una visita di consultazione del
cardinale a Roma e a Venezia. Il 24 febbraio
1580 sanCarlo entrò solennemente in Brescia, da
dove il vescovo della città Giovanni Dolfin si
era allontanato per una missione diplomatica; il
giorno seguente iniziò la visita alla città.
Il 4 marzo il Borromeo
nominò otto visitatori sub-delegati, cui
attribuì le facoltà che egli stesso aveva
ricevuto dal papa, perché visitassero in sua
vece il territorio vastissimo della diocesi
bresciana, mentre riservava a sé la visita ai
centri più importanti. La Bassa centrale fu
assegnata a don Carlo Agostini, giureconsulto e
abate di San Martino della diocesi di Reggio,
dottore e prefetto delle scuole della dottrina
cristiana di Milano. Egli iniziò subito il
giorno stesso 4 marzo la sua visita, che
concluse il 23 marzo a Verolavecchia e
Monticelli; del suo sopraluogo stilò una
relazione assai minuziosa, ricca di informazioni
essenziali per tutte le nostre parrocchie [cfr.
4a].
San Carlo lo seguì
qualche mese dopo, ma le date della sua presenza
sono controverse. La ricostruzione più
attendibile sembra la seguente: l’arcivescovo,
secondo il Gradenigo, iniziò la sua visita alla
Bassa centrale da Orzinuovi, fu ospite per tre
giorni a Quinzano, quindi si recò a Verola
Alghise; in seguito fu a Manerbio per tre
giorni, e a Pontevico per altri due. A Quinzano
è documentato il suo ingresso solenne la sera
del 29 giugno 1580, per cui vi dovette rimanere
fino al primo luglio; a Pontevico fu con
certezza tra il 6 e il 7 luglio: dunque,
contando i tre giorni di Manerbio, fra il 3 e il
5, era a Verola Alghise verosimilmente il 2
luglio. Di certo non fu presente di persona a
Verolavecchia, ma si limitò a leggere la
relazione dell’Agostini e a dettare le
disposizioni, che riportiamo alle pagine
seguenti [4b].
Per quanto riguarda le
notizie più significative offerte dal verbale
del visitatore delegato circa le chiese del
territorio, si nota anzitutto la presenza di una
sacrestia a occidente della parrocchiale: nelle
visite precedenti non se ne parlava, dunque è un
locale di realizzazione recente. La disposizione
topografica della chiesa maggiore e delle sue
adiacenze coincide con quella rappresentata
dall’inventario del beneficio redatto nel 1576.
Quanto a San Vito, si conferma che l’accordo tra
il Comune di Verolavecchia e il vescovo Bollani
per l’abbattimento della chiesa non solo non era
stato adempiuto, ma anzi aveva spinto la
comunità a provvedere un ripristino della chiesa
cadente.
A Scorzarolo sono
interessanti le condizioni di San Pietro, che
non era evidentemente la chiesetta settecentesca
abbattuta qualche decennio fa, ma un edificio
anteriore, presumibilmente molto più antico. Per
San Firmo è curioso l’accenno alle nundinae
(commerci, fiere) e alle vigiliae et
pernoctationes (veglie e pernottamenti),
strani riti di origine forse pre-cristiana, che
vi si tenevano il giorno della festa titolare (9
agosto).
Tra i dati emergenti,
meritano un cenno quelli relativi al clero
locale. Il rettore don Tarquinio Dati aveva 37
anni e da nove, dunque dal 1571, era titolare
della parrocchia, in seguito a rinuncia del
canonico bresciano Alfonso Sena (de Senis).
Sembra quindi che tra il canonico don Ippolito
Dati e il nipote don Tarquinio si debba porre
nell’elenco dei rettori titolari di
Verolavecchia questo don Sena, pure lui in veste
di commendatario naturalmente, quanto meno tra
il 1565 e il 1570.
Un avvicendamento
all’incirca contemporaneo è quello documentato
alla guida delle chiese di Scorzarolo: là il
canonico don Angelo Ugoni (sempre i canonici nei
posti migliori) aveva ceduto la sua ricca
prebenda di 2000 lire annue (il beneficio
parrocchiale di Verolavecchia ne rendeva allora
1000) e le tre chiese di sua spettanza ai frati
predicatori del convento bresciano di San
Domenico, non trascurando comunque di riservarsi
un vitalizio di 500 scudi, pari a tre quarti
dell’intera rendita.
Il comportamento dei
preti locali riserva dettagli gustosi. Di don
Tarquinio Dati il verbale riporta informazioni
non proprio inappuntabili. Già il modo in cui
aveva assunto il titolo di Verolavecchia non era
esente da irregolarità: aveva ventott’anni, ma
non era sacerdote; le leggi canoniche
prevedevano che l’investito dovesse essere
ordinato al massimo entro un anno
dall’investitura, ma ciò non era avvenuto. Nei
suoi confronti si era dunque aperto un processo
de confidentia o simonia confidenziale:
era accusato di aver ricevuto illegalmente da
suo zio Ippolito in godimento il beneficio ad
uso personale, anziché per i dovuti scopi
religiosi. Per di più teneva in casa una
perpetua un tantino troppo giovane rispetto al
limite fissato dalle normative vigenti. Un’altra
inchiesta è attestata dalla relazione Agostini:
quella contro il prete Giovanni Antonio
Boschetto, colpevole di esercitare il commercio,
di allevare bachi da seta, di essere litigioso,
nonché di altri reati non meglio precisati.
Sarebbe interessante poter studiare gli atti di
questi processi: offrirebbero un quadro della
civiltà dell’epoca probabilmente piuttosto
diverso da quello che normalmente ci siamo
ricostruiti.
Le scuole o
associazioni religiose attestate dall’Agostini
sono quelle del Corpus Domini, che si
dice fondata nel 1512, e della Santa Croce,
definita molto antica e dotata di un regolamento
proveniente da Roma (forse da
un’arciconfraternita del medesimo titolo);
entrambe sono annesse ai rispettivi altari. In
più compare la scuola del Rosario, che deve
quindi essere nata da poco, anch’essa
presumibilmente con il suo altare. La disciplina
è una sola, eretta nel 1492, sotto la protezione
della Beata Vergine della Pietà; non figura
ancora la disciplina di San Rocco.
I decreti di san Carlo –
come abbiamo detto – sono attribuibili al giorno
della sua presenza in Verola Alghise, il 2
luglio 1580, o comunque non molto dopo.
Circa la chiesa
parrocchiale vanno menzionate le disposizioni
per il battistero, anche se non molto chiare:
impongono la realizzazione di un nuovo
fornice (copertura a volta) da costruire «supra
columnam» (sopra una colonna, un pilastro?),
sul modello delle cappelle degli altari
laterali. Unite all’osservazione dell’Agostini,
secondo cui il battistero esistente era indegno
«neque loco congruo collocatum» [posto in
una sede inadeguata], potrebbero confermare
l’idea che esso fosse esterno alla chiesa
parrocchiale.
Gli altari sono
elencati uno per uno: oltre al maggiore, quelli
del Corpus Domini, della Santa Croce e,
nuovo, quello del Santo Rosario. Il cimitero non
è ancora stato recintato; dell’altare di San
Quirico nel cimitero si ordina l’eliminazione,
dopo di che non si trova più alcun cenno a
quell’oratorio negli atti ufficiali: conseguenza
naturale, poiché la sopressione di un altare era
soppressione del culto, e dunque della sacralità
stessa del luogo.
Interessante la
disposizione che proibisce riti strani
nell’oratorio di San Firmo a Scorzarolo, e lo
riconduce sotto il controllo del curato di
Verolavecchia. Si noterà, in particolare, che le
cappelle campestri erano dotate di numerosi
altari, di cui si viene a conoscenza giusto per
il rigore che i visitatori (e in particolare san
Carlo) mostravano nel sopprimerli quando, come
spesso accadeva, non erano conformi alle
normative canoniche.
Sulla moralità dei
sacerdoti, non c’è molto da aggiungere a quanto
detto in precedenza: il rettore non aveva
licenziato la giovane domestica, neppure dopo le
pressioni del delegato arcivescovile, per cui fu
multato e minacciato di sanzioni più gravi. Per
di più, gli viene ordinato di usare un
abbigliamento più consono al suo ruolo quando
esce di casa.
Parecchi mesi dopo, il
Borromeo riprese in mano le questioni lasciate
in sospeso durante la visita, soprattutto quelle
relative ai processi canonici intentati contro
chierici e laici, e diede ulteriori
disposizioni, che sono annotate su un registro
diverso: le riportiamo di seguito [4c],
come necessario complemento alle precedenti.
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