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Documenti

1580 marzo 23

a. Relazione della visita preliminare del sub-delegato Carlo Agostini.  [pdf]

<1580 luglio 02>

b. Decreti.  [pdf]

<1581> (?)

c. Decreti aggiunti.  [pdf]

 

 

 

Verolavecchia

 

 

4. Visita apostolica dell’arcivescovo Carlo Borromeo (1580)

 

Di san Carlo Borromeo e della sua visita apostolica in terra lombarda è già stato scritto moltissimo. Anche qui ci limitiamo a offrire le poche semplici indicazioni necessarie per comprendere meglio gli atti che stiamo pubblicando.

 

La visita apostolica del cardinale Borromeo avvenne in diverse fasi successive, documentate dagli atti (parte conservati a Milano e a Roma, parte in copia anche a Brescia). Il Concilio di Trento aveva stabilito la necessità che i vescovi procedessero alla visita assidua delle loro diocesi, e l’aveva decretata canonicamente nel 1563. Ma, dato che molti vescovi a quei tempi non erano proprio zelantissimi nell’espleta­re i propri compiti pastorali, il papa Pio V nel 1566 istituì la visita apostolica. Questa aveva un carattere straordinario, era deliberata a sua discrezione dal pontefice e affidata a prelati di sua fiducia, con l’autorità di chiedere conto alle istituzioni ecclesiastiche dell’eventuale inadempienza delle disposizioni.

    Carlo Borromeo (1538-1584), in qualità di arcivescovo di Milano e metropolita della provincia ecclesiastica lombarda (ossia, per così dire, superiore di tutti i vescovi della regione), avrebbe potuto procedere alla visita anche in seguito alla deliberazione di un concilio provinciale; ma, in realtà, fu il papa Gregorio XIII che con breve del 22 aprile 1575 lo nominò visitatore apostolico di Cremona, Novara, Lodi, Brescia e Bergamo, con ampie facoltà e senza riserve per privilegi ed esenzioni. Lo scopo era probabilmente quello di eliminare le ultime resistenze alla riforma tridentina, e confermarne i progressi.

    Dopo la visita a Cremona nell’estate del 1575, e a Bergamo nell’autunno successivo, il Borromeo fu costretto da varie circostanze, tra cui l’opposizione del governo veneto e la peste del 1576, a rimandare quella già prevista per Brescia. Solo morto il Bollani nell’agosto 1579, si rispolverò il vecchio progetto, che prese avvio dopo una visita di consultazione del cardinale a Roma e a Venezia. Il 24 febbraio 1580 sanCarlo entrò solennemente in Brescia, da dove il vescovo della città Giovanni Dolfin si era allontanato per una missione diplomatica; il giorno seguente iniziò la visita alla città.

    Il 4 marzo il Borromeo nominò otto visitatori sub-delegati, cui attribuì le facoltà che egli stesso aveva ricevuto dal papa, perché visitassero in sua vece il territorio vastissimo della diocesi bresciana, mentre riservava a sé la visita ai centri più importanti. La Bassa centrale fu assegnata a don Carlo Agostini, giureconsulto e abate di San Martino della diocesi di Reggio, dottore e prefetto delle scuole della dottrina cristiana di Milano. Egli iniziò subito il giorno stesso 4 marzo la sua visita, che concluse il 23 marzo a Verolavecchia e Monticelli; del suo sopraluogo stilò una relazione assai minuziosa, ricca di informazioni essenziali per tutte le nostre parrocchie [cfr. 4a].

    San Carlo lo seguì qualche mese dopo, ma le date della sua presenza sono controverse. La ricostruzione più attendibile sembra la seguente: l’arcivescovo, secondo il Gradenigo, iniziò la sua visita alla Bassa centrale da Orzinuovi, fu ospite per tre giorni a Quinzano, quindi si recò a Verola Alghise; in seguito fu a Manerbio per tre giorni, e a Pontevico per altri due. A Quinzano è documentato il suo ingresso solenne la sera del 29 giugno 1580, per cui vi dovette rimanere fino al primo luglio; a Pontevico fu con certezza tra il 6 e il 7 luglio: dunque, contando i tre giorni di Manerbio, fra il 3 e il 5, era a Verola Alghise verosimilmente il 2 luglio. Di certo non fu presente di persona a Verolavecchia, ma si limitò a leggere la relazione dell’Agostini e a dettare le disposizioni, che riportiamo alle pagine seguenti [4b].

 

Per quanto riguarda le notizie più significative offerte dal verbale del visitatore delegato circa le chiese del territorio, si nota anzitutto la presenza di una sacrestia a occidente della parrocchiale: nelle visite precedenti non se ne parlava, dunque è un locale di realizzazione recente. La disposizione topografica della chiesa maggiore e delle sue adiacenze coincide con quella rappresentata dall’inventario del beneficio redatto nel 1576. Quanto a San Vito, si conferma che l’accordo tra il Comune di Verolavecchia e il vescovo Bollani per l’abbattimento della chiesa non solo non era stato adempiuto, ma anzi aveva spinto la comunità a provvedere un ripristino della chiesa cadente.

    A Scorzarolo sono interessanti le condizioni di San Pietro, che non era evidentemente la chiesetta settecentesca abbattuta qualche decennio fa, ma un edificio anteriore, presumibilmente molto più antico. Per San Firmo è curioso l’accenno alle nundinae (commerci, fiere) e alle vigiliae et pernoctationes (veglie e pernottamenti), strani riti di origine forse pre-cristiana, che vi si tenevano il giorno della festa titolare (9 agosto).

    Tra i dati emergenti, meritano un cenno quelli relativi al clero locale. Il rettore don Tarquinio Dati aveva 37 anni e da nove, dunque dal 1571, era titolare della parrocchia, in seguito a rinuncia del canonico bresciano Alfonso Sena (de Senis). Sembra quindi che tra il canonico don Ippolito Dati e il nipote don Tarquinio si debba porre nell’elenco dei rettori titolari di Verolavecchia questo don Sena, pure lui in veste di commendatario naturalmente, quanto meno tra il 1565 e il 1570.

    Un avvicendamento all’incirca contemporaneo è quello documentato alla guida delle chiese di Scorzarolo: là il canonico don Angelo Ugoni (sempre i canonici nei posti migliori) aveva ceduto la sua ricca prebenda di 2000 lire annue (il beneficio parrocchiale di Verolavecchia ne rendeva allora 1000) e le tre chiese di sua spettanza ai frati predicatori del convento bresciano di San Domenico, non trascurando comunque di riservarsi un vitalizio di 500 scudi, pari a tre quarti dell’intera rendita.

    Il comportamento dei preti locali riserva dettagli gustosi. Di don Tarquinio Dati il verbale riporta informazioni non proprio inappuntabili. Già il modo in cui aveva assunto il titolo di Verolavecchia non era esente da irregolarità: aveva ventott’anni, ma non era sacerdote; le leggi canoniche prevedevano che l’investito dovesse essere ordinato al massimo entro un anno dall’investitura, ma ciò non era avvenuto. Nei suoi confronti si era dunque aperto un processo de confidentia o simonia confidenziale: era accusato di aver ricevuto illegalmente da suo zio Ippolito in godimento il beneficio ad uso personale, anziché per i dovuti scopi religiosi. Per di più teneva in casa una perpetua un tantino troppo giovane rispetto al limite fissato dalle normative vigenti. Un’altra inchiesta è attestata dalla relazione Agostini: quella contro il prete Giovanni Antonio Boschetto, colpevole di esercitare il commercio, di allevare bachi da seta, di essere litigioso, nonché di altri reati non meglio precisati. Sarebbe interessante poter studiare gli atti di questi processi: offrirebbero un quadro della civiltà dell’epoca probabilmente piuttosto diverso da quello che normalmente ci siamo ricostruiti.

    Le scuole o associazioni religiose attestate dall’Agostini sono quelle del Corpus Domini, che si dice fondata nel 1512, e della Santa Croce, definita molto antica e dotata di un regolamento proveniente da Roma (forse da un’arciconfraternita del medesimo titolo); entrambe sono annesse ai rispettivi altari. In più compare la scuola del Rosario, che deve quindi essere nata da poco, anch’essa presumibilmente con il suo altare. La disciplina è una sola, eretta nel 1492, sotto la protezione della Beata Vergine della Pietà; non figura ancora la disciplina di San Rocco.

 

I decreti di san Carlo – come abbiamo detto – sono attribuibili al giorno della sua presenza in Verola Alghise, il 2 luglio 1580, o comunque non molto dopo.

    Circa la chiesa parrocchiale vanno menzionate le disposizioni per il battistero, anche se non molto chiare: impongono la realizzazione di un nuovo fornice (copertura a volta) da costruire «supra columnam» (sopra una colonna, un pilastro?), sul modello delle cappelle degli altari laterali. Unite all’osservazione dell’Agostini, secondo cui il battistero esistente era indegno «neque loco congruo collocatum» [posto in una sede inadeguata], potrebbero confermare l’idea che esso fosse esterno alla chiesa parrocchiale.

    Gli altari sono elencati uno per uno: oltre al maggiore, quelli del Corpus Domini, della Santa Croce e, nuovo, quello del Santo Rosario. Il cimitero non è ancora stato recintato; dell’altare di San Quirico nel cimitero si ordina l’eliminazione, dopo di che non si trova più alcun cenno a quell’oratorio negli atti ufficiali: conseguenza naturale, poiché la sopressione di un altare era soppressione del culto, e dunque della sacralità stessa del luogo.

    Interessante la disposizione che proibisce riti strani nell’oratorio di San Firmo a Scorzarolo, e lo riconduce sotto il controllo del curato di Verolavecchia. Si noterà, in particolare, che le cappelle campestri erano dotate di numerosi altari, di cui si viene a conoscenza giusto per il rigore che i visitatori (e in particolare san Carlo) mostravano nel sopprimerli quando, come spesso accadeva, non erano conformi alle normative canoniche.

    Sulla moralità dei sacerdoti, non c’è molto da aggiungere a quanto detto in precedenza: il rettore non aveva licenziato la giovane domestica, neppure dopo le pressioni del delegato arcivescovile, per cui fu multato e minacciato di sanzioni più gravi. Per di più, gli viene ordinato di usare un abbigliamento più consono al suo ruolo quando esce di casa.

 

Parecchi mesi dopo, il Borromeo riprese in mano le questioni lasciate in sospeso durante la visita, soprattutto quelle relative ai processi canonici intentati contro chierici e laici, e diede ulteriori disposizioni, che sono annotate su un registro diverso: le riportiamo di seguito [4c], come necessario complemento alle precedenti.

 

Tommaso Casanova, 1999, pp. 141-144

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010