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Conseguenza diretta e
immediata della visita del Bollani è quella di
Cristoforo Pilati (1532-1590), dottore in
diritto e arciprete di Toscolano, uomo di
notevole cultura e di ammirevole impegno
nell’opera di riforma, al punto da divenire uno
dei principali collaboratori del vescovo
bresciano, e da godere la fiducia dello stesso
san Carlo, costituendo un tramite fra i due
presuli. Oltre ad essere nominato vicario
foraneo della riviera benacense, fu dal Bollani
designato visitatore generale della diocesi, con
facoltà di trattare anche casi di pertinenza
vescovile. Ne seguì una visita, durata un paio
d’anni tra il 1572 e il 1574, e i cui risultati
furono importante oggetto di discussione nel
sinodo diocesano del 1574, dove esplosero forti
contrasti tra chi aspirava al rinnovamento da un
lato, e dall’altro chi rifiutava una autentica
riforma radicale della vita ecclesiastica. In
seguito, dopo la morte del Bollani, il Pilati
proseguì la sua attività di consulenza giuridica
e l’attuazione delle prescrizioni tridentine,
collaborando con vescovi di altre diocesi.
Della sua visita nel
bresciano, svolta sulla stretta falsariga di
quella del Bollani, rimangono alcuni quadernetti
di appunti, da uno dei quali togliamo la parte
relativa a Verolavecchia.
Questa è senz’altro, tra
le varie visite pastorali a Verolavecchia, la
più sorprendente che ci sia capitato di
incontrare: e le sorprese cominciano subito alla
prima riga, quando il visitatore esordisce
attribuendo a San Quirico il titolo della chiesa
parrocchiale, notoriamente dedicata invece a San
Pietro (o in qualche caso ai Santi Pietro e
Paolo apostoli). Su questa rilevante
incongruenza abbiamo riflettuto ed elaborato
un’ipotesi in un recente studio: qui possiamo
solo offrirne una rapida sintesi.
San Quirico doveva
essere, fino alla metà del secolo XVI, una
chiesa campestre del territorio di Scorzarolo, e
negli atti del tempo appare sempre accomunata al
vicino oratorio di San Pietro. Sembra che tra il
1565 (visita Bollani) e il 1572 (visita Pilati),
per ragioni al momento imprecisabili, il titolo
della chiesetta campestre sia stato trasferito
in una cappella del cimitero parrocchiale di
Verolavecchia, eliminata poi per ordine di san
Carlo nel 1580.
L’equivoco in cui
cadde il Pilati (che a sua discolpa ha il non
essere del luogo), potrebbe dipendere dal fatto
che i suoi appunti furono presi disordinatamente
su fogli sparsi, e rimessi insieme in modo
affrettato e approssimativo (lo si nota
abbastanza chiaramente nella copia rimasta). È
possibile che nel primo foglio fosse stato
omesso il titolo di San Pietro, mentre in un
foglio vicino si parlava in modo ambiguo di un
San Quirico al cimitero, che poteva essere
scambiato per il nome della chiesa principale: «jn
ecclesia Sancti quirici in cæmeterio»
significa infatti «nella chiesa di San Quirico,
che si trova dentro il cimitero (della
parrocchiale)», ma poteva essere interpretato
«nella chiesa di San Quirico: nel cimitero»,
ossia «nel cimitero della chiesa (parrocchiale)
di San Quirico», con una conseguente confusione.
Per il resto, non ci sono
molte novità rispetto al verbale Bollani di
sette anni prima. In pratica, nella chiesa
principale quasi nessuna delle disposizioni del
visitatore precedente era stata applicata:
l’altare sotto il pulpito è ancora al suo posto;
l’altare del Corpus Christi non è stato
realizzato nel luogo di quello del legato Firmi
(il Pilati scrive de Ferarijs, ma è una
delle tante inesattezze della sua relazione); la
pala dell’altare maggiore e il crocifisso non
sono stati sostituiti; pavimento e intonacature
aspettano chi si decida a provvedervi, come pure
i sedili accanto all’altare maggiore, le
finestre del presbiterio, la vasca di pietra per
il battistero, e molte altre cose minori; il
cimitero è ancora aperto e incolto. Non sembra
si parli di sacrestia, ma sono nominati un
sanctuarium da realizzarsi più decente in un
altro posto della chiesa, e un sacrarium
da fabbricare del tutto: forse si tratta nel
primo caso di un sacrario, e nel secondo di una
sacrestia.
Novità significative
rispetto ai verbali precedenti appaiono invece a
Scorzarolo: anzitutto intestatari del beneficio
di San Giacomo compaiono per la prima volta i
frati del convento cittadino di San Domenico, in
luogo del decrepito commendatario don Angelo
Ugoni: ma per quanto riguarda questo
avvicendamento occorre rimandare l’analisi al
momento della visita di san Carlo, dove si danno
ragguagli più significativi.
Poi c’è la menzione,
sempre in Scorzarolo, della chiesetta campestre
di San Firmo. Anche di questa abbiamo avuto già
occasione di scrivere: si trattava forse, prima
d’allora, di una semplice santella aperta, come
si induce dal fatto che fu ignorata dal
diligentissimo Bollani; poi dovette essere
ampliata, chiusa e trasformata in oratorio,
contemporaneamente al trasferimento della
cappella di San Quirico nel cimitero di
Verolavecchia. È proprio San Firmo l’oratorio
campestre che, dopo il 1630, mutò il titolo in
quello della Madonnina della Cava, mentre il
Semenzi nella sua relazione del 1779
erroneamente lo identificava con l’oratorio di
Sant’Antonio abate, ai suoi tempi esistente
entro le proprietà della famiglia
Spalenza-Sandeo.
Quale rettore della
parrocchia di Verolavecchia troviamo ora don
Tarquinio Dati, nipote del don Ippolito delle
visite precedenti. Accanto a lui il prete don
Giacomo Alessandrini non è più curato, ma è
ancora attivo.
Le scuole testimoniate
dal Pilati sono due, il Corpus Domini e
la Santa Croce: non si può dire se questa
confraternita, che officiava l’omonimo altare
nella parrocchiale, fosse magari la
continuazione della scuola di San Pietro Martire
attestata dal Bollani, il quale pure rilevava la
presenza dell’altare nella sua relazione. Una
coincidenza (anche se non decisiva): a Verola
Alghise nella prima metà del ‘500 esisteva una
scuola intitolata a San Pietro Martire e
denominata popolarmente della Crosetta.
Rispetto al Bollani,
il Pilati aggiunge alcune informazioni sulle
consuetudini della parrocchia: ossia a chi
spetti fornire la lampada del Santissimo, le
candele del 2 febbraio, gli olivi delle Palme, i
ceri pasquali. Inoltre sono molto preziose le
notizie circa l’organizzazione delle
confraternite: meriteranno uno studio a parte.
Al verbale del Pilati
facciamo seguire la breve relazione di Francesco
Caprioli, vicario foraneo di Verola Alghise, che
fu incaricato circa un anno dopo di verificare
quali decreti fossero stati eseguiti nelle
parrocchie della zona di sua competenza, e quali
impedimenti fossero eventualmente sorti.
Le informazioni nuove
sono l’eliminazione dell’altare sotto il
pulpito, la realizzazione dell’altare del
Santissimo Sacramento e (pare) la costruzione
del battistero in un padiglione. L’altare
di Santa Croce viene denominato «altar de le
Crosette». Si conferma inoltre l’importanza
che si attribuiva al «fabricar le duoi vuolti
dela chiesa», con le relative difficoltà
economiche del Comune e le resistenze del
rettore; e poi l’accenno all’ordine «che
vogliano reparare alla Chiesa dij santi vito et
modesto campestre aut sia ridotta in capitello»,
che il Pilati non nominava, e per la quale i
responsabili municipali «hanno promisso
repararla et ordinarla avanti che passi
settembrio».
NB: Il testo
della relazione Pilati è riportato nella
sequenza in cui compare nel manoscritto
originale, che però appare manifestamente
disordinato; nella traduzione abbiamo dunque
indicato con le sigle A, B, C e D il probabile
ordine originario del testo, desunto dalle
indicazioni marginali del manoscritto stesso.
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