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1565 settembre 24

Verbale della visita e decreti.  [pdf]

 

 

 

Verolavecchia

 

 

2. Visita del vescovo Domenico Bollani (1565)

 

Quella del Bollani è la prima vera sistematica visita pastorale di tutta la diocesi bresciana di cui sia sopravvissuta la documentazione completa, e ha avuto una importanza notevolissima non solo per la sua completezza e minuziosità, ma soprattutto perché fu l’unica pubblicata praticamente per intero da Paolo Guerrini [1936]. Per questo è divenuta una delle fonti irrinunciabili (e più smodatamente saccheggiate) in tutte le storie locali del bresciano scritte successivamente.

    E Verolavecchia non fa eccezione: il testo del verbale Bollani è stato scandagliato più d’una volta dai ricercatori locali; ricordiamo principalmente il noto studio sulle chiese verolesi di Bonaglia [1972], l’opuscolo di Pagiaro [1985, p. 23] e la documentata pubblicazione sulle chiese di Verolavecchia, opera di Guerrini e Lanzoni [1990].

 

Delineare in breve la figura di Domenico Bollani, uno dei più significativi vescovi che Brescia abbia avuto nella sua lunga storia, è impresa troppo complessa, per cui rimandiamo il lettore ai numerosi scritti sull’argomento. Qui ci limiteremo a ricordare alcuni tratti salienti della sua vicenda, utili a comprendere il senso di ciò che si leggerà nel verbale della sua visita pastorale.

    Egli era passato direttamente dalla carriera politica e diplomatica a quella ecclesiastica, venendo nominato vescovo di Brescia dal papa Paolo IV, mentre era podestà della città. Il suo servizio episcopale durò vent’anni, dal 1559 alla morte nel 1579, e fu caratterizzato, tra l’altro, da una intensa amicizia col cardinale Carlo Borromeo, e dall’energico intento di applicare nel concreto della vita ecclesiale i dettami del concilio di Trento (1545-1563), alla cui ultima fase il Bollani aveva partecipato attivamente. In questo quadro di fervore riformistico si colloca la visita che egli fece in tutte le parrocchie del bresciano, dal settembre 1565 all’estate del 1568, come pure l’istituzione delle vicarie foranee, rette da sacerdoti di sua fiducia (vicari foranei), particolarmente zelanti, cui egli affidò le visite periodiche alle parrocchie di loro competenza, per avere sempre sotto controllo tutte le chiese della sua vastissima diocesi.

 

Il testo della relazione della sua visita è talmente ricco e complesso che non può essere commentato esaurientemente in poco spazio. Segnaliamo solo alcuni elementi di rilievo, che il lettore potrà poi approfondire personalmente.

    Il vescovo impegnato nella visita si dedicava soprattutto ai paesi più grandi, e lasciava quelli medi e piccoli a convisitatori. Nel caso del nostro territorio, facendo uno strappo al protocollo, il presule si reca di persona alle chiese di Scorzarolo, che erano di pertinenza del canonico Angelo Ugoni: a quell’epoca infatti non erano ancora divenute proprietà del convento cittadino di San Domenico, al quale passeranno soltanto poco prima del 1572. A Verolavecchia, invece, egli si limita alla visita della chiesa parrocchiale, incaricando il canonico Girolamo Cavalli suo collaboratore di continuare in sua vece con le altre chiese e con i consueti interrogatori dei sacerdoti e dei rappresentanti municipali.

 

Circa Scorzarolo, le disposizioni rivelano chiaramente la presenza di ben quattro altari nell’oratorio campestre di San Pietro, e le condizioni di precarietà strutturale della chiesa di San Giacomo e della sua sacrestia.

    Nei decreti per la chiesa parrocchiale di Verolavecchia ci sono, invece, alcuni punti di non facilissima interpretazione. Anzitutto si parla di tabernaculum e di repositorium, ma sembra che con repositorium si intenda ciò che oggi noi chiameremmo propriamente tabernacolo, mentre il tabernaculum, dotato di cuppa argentea, e destinato al viatico per i moribondi, doveva essere una teca per le specie eucaristiche, o una pisside. Del dipinto che campeggiava sull’altare maggiore si dice «renovetur» [sia rinnovato]: un ordine che potrebbe alludere a un restauro, ma poteva significare una vera e propria sostituzione; lo stesso vale per il crocifisso, nominato poco dopo.

    Due indicazioni del verbale riguardano la struttura architettonica interna della chiesa, che (non va dimenticato) era quella di fine ‘400, sostituita dalla attuale soltanto dopo la metà del secolo XVIII. Una delle ordinanze sollecita il Comune a erigere l’altare del Corpus Christi (presumibilmente per la scuola del Corpus Domini, che in seguito si sarebbe detta del Santissimo Sacramento) in luogo di quello della famiglia Firmi, di fronte alla cappella già esistente della Santa Croce, sul modello della quale si doveva realizzare la nuova. Questa notizia, accanto all’imposizione di eliminare un altare sotto il pulpito (forse proprio quello del Corpus Domini, che si voleva collocato in sede più degna), rivela la presenza di quattro altari nella chiesa.

    Il riferimento più controverso, però, è quello che impone «Fiant alij duo fornices ad tectum ecclesiæ quia desunt» [si facciano due fornici al tetto della chiesa perché mancano]: questo passo si potrebbe intendere come se il visitatore volesse che l’edificio fosse ampliato di due campate; ma è più probabile si tratti semplicemente della realizzazione di due volte in muratura là dove, a differenza forse che nel resto della costruzione, esistevano ancora le capriate del tetto a vista. D’altronde la chiesa, benché secondo il curato fosse già consacrata, era di costruzione relativamente recente; e anzi erano ancora in corso i lavori di completamento, come emerge dall’udienza che il Bollani concesse ai rappresentanti municipali nel palazzo del cardinale Gambara in Verola Alghise (ne è riportato il testo in calce al verbale di visita).

    Non ci si può soffermare qui sulla complessa e importante questione della chiesa parrocchiale quattrocentesca di Verolavecchia, che meriterebbe uno spazio più ampio e più dettagliate ricerche. Di certo, nessun dato al momento autorizza la supposizione che la parrocchiale visitata dal Bollani non fosse quella esistente sul luogo della attuale, e di cui sopravvive una campata gotica (forse il presbiterio), oggi impiegata come cappella invernale. Nell’udienza di Verola Alghise, infatti, è assolutamente esplicito che si parla di un completamento della fabbrica, e non di una nuova costruzione. Riguardano ancora la chiesa maggiore di San Pietro le indicazioni sull’amplia­mento delle finestre nel presbiterio, i sedili ai lati dell’altare maggiore, e la vasca nuova per il battistero; la sacrestia è ancora assente, e il cimitero continua a essere aperto e incolto.

    Le scuole o confraternite che hanno sede nella parrocchiale sono due: quella del Corpus Domini perfettamente attiva ed efficiente, e quella di San Pietro Martire, in via di estinzione, e in effetti mai più menzionata nelle visite seguenti. Non si parla della scuola della Santa Croce, di cui peraltro esiste l’altare; né è menzionata la disciplina di Santa Maria Maddalena, che pure è implicitamente presente nel proprio oratorio; la disciplina di San Rocco, invece, all’epoca non era ancora stata fondata.

    Non si può trascurare un cenno alle condizioni apparentemente irrecuperabili della chiesa di San Vito e alla promessa avanzata al vescovo dai municipali di abbatterla e di ridurla a un capitellum, ossia una edicola, per reimpiegarne il materiale edilizio nel completamento della parrocchiale. Un proposito per fortuna mai portato a compimento.

 

Tommaso Casanova, 1999, pp. 123-125

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010