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Quella del Bollani è la
prima vera sistematica visita pastorale di tutta
la diocesi bresciana di cui sia sopravvissuta la
documentazione completa, e ha avuto una
importanza notevolissima non solo per la sua
completezza e minuziosità, ma soprattutto perché
fu l’unica pubblicata praticamente per intero da
Paolo Guerrini [1936]. Per questo è divenuta una
delle fonti irrinunciabili (e più smodatamente
saccheggiate) in tutte le storie locali del
bresciano scritte successivamente.
E Verolavecchia non fa
eccezione: il testo del verbale Bollani è stato
scandagliato più d’una volta dai ricercatori
locali; ricordiamo principalmente il noto studio
sulle chiese verolesi di Bonaglia [1972],
l’opuscolo di Pagiaro [1985, p. 23] e la
documentata pubblicazione sulle chiese di
Verolavecchia, opera di Guerrini e Lanzoni [1990].
Delineare in breve la
figura di Domenico Bollani, uno dei più
significativi vescovi che Brescia abbia avuto
nella sua lunga storia, è impresa troppo
complessa, per cui rimandiamo il lettore ai
numerosi scritti sull’argomento. Qui ci
limiteremo a ricordare alcuni tratti salienti
della sua vicenda, utili a comprendere il senso
di ciò che si leggerà nel verbale della sua
visita pastorale.
Egli era passato
direttamente dalla carriera politica e
diplomatica a quella ecclesiastica, venendo
nominato vescovo di Brescia dal papa Paolo IV,
mentre era podestà della città. Il suo servizio
episcopale durò vent’anni, dal 1559 alla morte
nel 1579, e fu caratterizzato, tra l’altro, da
una intensa amicizia col cardinale Carlo
Borromeo, e dall’energico intento di applicare
nel concreto della vita ecclesiale i dettami del
concilio di Trento (1545-1563), alla cui ultima
fase il Bollani aveva partecipato attivamente.
In questo quadro di fervore riformistico si
colloca la visita che egli fece in tutte le
parrocchie del bresciano, dal settembre 1565
all’estate del 1568, come pure l’istituzione
delle vicarie foranee, rette da sacerdoti di sua
fiducia (vicari foranei), particolarmente
zelanti, cui egli affidò le visite periodiche
alle parrocchie di loro competenza, per avere
sempre sotto controllo tutte le chiese della sua
vastissima diocesi.
Il testo della relazione
della sua visita è talmente ricco e complesso
che non può essere commentato esaurientemente in
poco spazio. Segnaliamo solo alcuni elementi di
rilievo, che il lettore potrà poi approfondire
personalmente.
Il vescovo impegnato
nella visita si dedicava soprattutto ai paesi
più grandi, e lasciava quelli medi e piccoli a
convisitatori. Nel caso del nostro territorio,
facendo uno strappo al protocollo, il presule si
reca di persona alle chiese di Scorzarolo, che
erano di pertinenza del canonico Angelo Ugoni: a
quell’epoca infatti non erano ancora divenute
proprietà del convento cittadino di San
Domenico, al quale passeranno soltanto poco
prima del 1572. A Verolavecchia, invece, egli si
limita alla visita della chiesa parrocchiale,
incaricando il canonico Girolamo Cavalli suo
collaboratore di continuare in sua vece con le
altre chiese e con i consueti interrogatori dei
sacerdoti e dei rappresentanti municipali.
Circa Scorzarolo, le
disposizioni rivelano chiaramente la presenza di
ben quattro altari nell’oratorio campestre di
San Pietro, e le condizioni di precarietà
strutturale della chiesa di San Giacomo e della
sua sacrestia.
Nei decreti per la
chiesa parrocchiale di Verolavecchia ci sono,
invece, alcuni punti di non facilissima
interpretazione. Anzitutto si parla di
tabernaculum e di repositorium, ma
sembra che con repositorium si intenda
ciò che oggi noi chiameremmo propriamente
tabernacolo, mentre il tabernaculum,
dotato di cuppa argentea, e destinato al
viatico per i moribondi, doveva essere una teca
per le specie eucaristiche, o una pisside. Del
dipinto che campeggiava sull’altare maggiore si
dice «renovetur» [sia rinnovato]: un
ordine che potrebbe alludere a un restauro, ma
poteva significare una vera e propria
sostituzione; lo stesso vale per il crocifisso,
nominato poco dopo.
Due indicazioni del
verbale riguardano la struttura architettonica
interna della chiesa, che (non va dimenticato)
era quella di fine ‘400, sostituita dalla
attuale soltanto dopo la metà del secolo XVIII.
Una delle ordinanze sollecita il Comune a
erigere l’altare del Corpus Christi
(presumibilmente per la scuola del Corpus
Domini, che in seguito si sarebbe detta del
Santissimo Sacramento) in luogo di quello della
famiglia Firmi, di fronte alla cappella già
esistente della Santa Croce, sul modello della
quale si doveva realizzare la nuova. Questa
notizia, accanto all’imposizione di eliminare un
altare sotto il pulpito (forse proprio quello
del Corpus Domini, che si voleva
collocato in sede più degna), rivela la presenza
di quattro altari nella chiesa.
Il riferimento più
controverso, però, è quello che impone «Fiant
alij duo fornices ad tectum ecclesiæ quia desunt»
[si facciano due fornici al tetto della chiesa
perché mancano]: questo passo si potrebbe
intendere come se il visitatore volesse che
l’edificio fosse ampliato di due campate; ma è
più probabile si tratti semplicemente della
realizzazione di due volte in muratura là dove,
a differenza forse che nel resto della
costruzione, esistevano ancora le capriate del
tetto a vista. D’altronde la chiesa, benché
secondo il curato fosse già consacrata, era di
costruzione relativamente recente; e anzi erano
ancora in corso i lavori di completamento, come
emerge dall’udienza che il Bollani concesse ai
rappresentanti municipali nel palazzo del
cardinale Gambara in Verola Alghise (ne è
riportato il testo in calce al verbale di
visita).
Non ci si può
soffermare qui sulla complessa e importante
questione della chiesa parrocchiale
quattrocentesca di Verolavecchia, che
meriterebbe uno spazio più ampio e più
dettagliate ricerche. Di certo, nessun dato al
momento autorizza la supposizione che la
parrocchiale visitata dal Bollani non fosse
quella esistente sul luogo della attuale, e di
cui sopravvive una campata gotica (forse il
presbiterio), oggi impiegata come cappella
invernale. Nell’udienza di Verola Alghise,
infatti, è assolutamente esplicito che si parla
di un completamento della fabbrica, e non di una
nuova costruzione. Riguardano ancora la chiesa
maggiore di San Pietro le indicazioni
sull’ampliamento delle finestre nel
presbiterio, i sedili ai lati dell’altare
maggiore, e la vasca nuova per il battistero; la
sacrestia è ancora assente, e il cimitero
continua a essere aperto e incolto.
Le scuole o
confraternite che hanno sede nella parrocchiale
sono due: quella del Corpus Domini
perfettamente attiva ed efficiente, e quella di
San Pietro Martire, in via di estinzione, e in
effetti mai più menzionata nelle visite
seguenti. Non si parla della scuola della Santa
Croce, di cui peraltro esiste l’altare; né è
menzionata la disciplina di Santa Maria
Maddalena, che pure è implicitamente presente
nel proprio oratorio; la disciplina di San
Rocco, invece, all’epoca non era ancora stata
fondata.
Non si può trascurare
un cenno alle condizioni apparentemente
irrecuperabili della chiesa di San Vito e alla
promessa avanzata al vescovo dai municipali di
abbatterla e di ridurla a un capitellum,
ossia una edicola, per reimpiegarne il materiale
edilizio nel completamento della parrocchiale.
Un proposito per fortuna mai portato a
compimento.
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