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1537 gennaio 23

Don Angelo Ugoni, rettore di S. Giacomo e di S. Pietro e S. Quirico di Scorzarolo, investe eremita fra Pacifico Rivetti di Rovato.  [pdf]

1547 agosto 26

Testamento di Pietro Rivetti di Rovato, eremita della chiesa di S. Pietro di Scorzarolo.  [pdf]

1549 settembre 21

Nicola Patini di Verola Alghise vende un corpo di casa a Pietro Martire Griani di Orzinuovi eremita delle chiese di S. Pietro e S. Quirico di Scorzarolo.  [pdf]

 

Scorzarolo

 

San Pietro e le chiese campestri

 

 di Tommaso Casanova

  

da CASANOVA, Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce. Le chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni (San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, pp. 35-61.

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La storia di Scorzarolo, presso Verolavecchia, a cominciare dal nome stesso della contrada, rappresenta uno dei capitoli più oscuri e insieme affascinanti, per chi si diletti di indagare le vicende del circondario verolese. E ciò perché, se da un lato nessuna documentazione archivistica è stata mai sistematicamente sondata sull’argomento, d’altro canto numerose sono le tracce leggibili nel territorio, che parlano con la loro stessa presenza di un passato non troppo soffocato da secolari stratificazioni. Questa preziosa attitudine conservativa – in un certo senso – la si deve appunto alla posizione marginale e quasi depressa di Scorzarolo e delle sue campagne, e al loro accentrarsi, almeno dal secolo XV, nelle salde mani dapprima del convento bresciano di San Domenico, e quindi dell’Ospedale Civile, che ne hanno impedito una eccessiva parcellizzazione delle proprietà, mantenendone quasi integro l’assetto fino ai nostri giorni.

    È evidente (basta una veloce escursione nel vecchio borgo abbandonato per capirlo) che siamo ormai alla fine di una lunga silenziosa esistenza; e tanto più è dunque urgente affrontare fin da subito, con criteri solidi e aggiornati, lo studio di questo ultimo brandello di medioevo, incastonato in una terra che, così come siamo abituati a conoscerla, nelle sue strutture agricole essenziali, è nata non molto prima del ‘400, da una intensiva riorganizzazione privata e pubblica delle nostre campagne.

    Non si potrà in questa sede affrontare tutte le complesse questioni relative all’origine e allo sviluppo storico di Scorzarolo; ma, limitatamente all’argo­mento della presente ricerca, ossia l’indagine sulle antiche chiese soppresse nell’ultimo secolo, si tenterà di avviare uno studio sistematico sulla vicenda del piccolo borgo, rileggendone alla luce dei documenti recentemente riemersi alcuni dei tratti più caratterizzanti e significativi.

 

Le origini di San Pietro

Sulla campagna di Scorzarolo, e in particolare sulla chiesetta di San Pietro, scomparsa verso la metà degli anni ‘70, la bibliografia è veramente assai esigua: si limita a poche paginette del Bonaglia [1972], il quale del resto non aggiunge nulla di sostanzialmente nuovo a quanto già scritto in proposito dal Guerrini [1936, p. 57] nella sua edizione della visita Bollani, integrato con osservazioni sparse del Cocchetti [1858, p. 366 e n. 120] e del Marini [1908, p. 9], che per parte loro pare abbiano attinto all’archivio parrocchiale di Verolavecchia.

    Non è il caso di imbarcarsi in una discussione serrata delle supposizioni del Bonaglia, il quale non si astiene dal colmare le inevitabili lacune di notizie con doviziose ricostruzioni circa la colonizzazione romana del territorio, il suo impiego strategico in età longobarda, la successiva spartizione monastica delle proprietà, l’avvicendamento dei domini feudali, le emergenze difensive viarie urbanistiche toponomastiche del luogo, e altro ancora. A parte il gioco appassionante delle ipotesi edificate sopra le ipotesi che, di tappa in tappa sulla strada del verosimile, può portare anche molto lontano, ci sono tuttavia alcuni dati che non possono essere trascurati all’atto di intraprendere una ricerca sulla chiesa campestre di San Pietro. Li proponiamo nel loro puro valore documentario, sottoponendoli all’attenzione del lettore, senza pretendere, in mancanza di altre indicazioni significative, di trarne ricostruzioni tanto avvincenti quanto avventate.

    Anzitutto meritano un cenno le due epigrafi funebri romane che esistevano un tempo nella chiesetta di San Pietro, pubblicate nel 1884 dallo storico tedesco Theodor Mommsen (1817-1903) nel volume dedicato alle iscrizioni del bresciano. Si tratta di due testi tolti dai diari del nobile veneziano Marino Sanudo (1466-1536), il quale doveva averli visti e trascritti in loco durante uno dei suoi frequenti viaggi diplomatici nella terraferma veneta.

La prima iscrizione, secondo il Mommsen collocata «in S. Petro apud Scorzulorum (= Scorzarolo distr. Verolavecchia) super limine portae ecclesiae» [in San Pietro presso Scorzarolo, sopra la soglia della porta della chiesa], è posta da un personaggio della gens Fabia, come monumento inalienabile per sé, le figlie Hispana e Annela, la liberta Iucunda e Lucius Livius figlio di Spurius. Ancor più sintetica la seconda lapide, di Quintus Don… Valerius, posta «in S. Petro apud Scorzulorum (= Scorzarolo) in ecclesia in gradu scalarum altaris» [in San Pietro presso Scorzarolo, nella chiesa sul gradino delle scale dell’altare].

    Ora, senza sbilanciarsi in illazioni gratuite, è evidente che queste epigrafi (sempre che non provenissero da altrove) implicherebbero nei paraggi la pre­senza di sepolture romane, e queste a loro volta rinvierebbero a una comunità residente non lontano dal luogo dove furono rinvenute le iscrizioni, murate poi da costruttori cristiani nel primitivo oratorio di San Pietro. Che il Mommsen non le rintracci se non nei manoscritti del Sanudo, dipende probabilmente dal fatto che l’edificio visitato dal cronista veneziano al principio del ‘500 era l’antica chiesa medievale, non quella settecentesca a noi nota.

    Effettivamente la chiesetta di San Pietro abbattuta pochi decenni or sono, di cui non pare sopravvivere altro che la foto pubblicata dal Bonaglia nel 1972, mostra un prospetto semplicissimo a capanna, con una sobria decorazione di due lesene laterali tuscaniche e un timpano di impronta classicheggiante; e anche l’orientamento nord-sud dell’edificio, per dar fronte alla strada, ne manifestava l’origine piuttosto recente. La cappella originaria doveva invece presentarsi senz’altro con l’abside a est e l’ingresso a ovest, poiché questa era la disposizione canonica delle chiese cristiane fino al secolo XV.

    A riprova che quel luogo di culto dovesse comunque essere di veneranda antichità, è il titolo di San Pietro, che rinvierebbe (anche qui però al momento senza altri riscontri che la mera induzione) all’ultimo periodo longobardo (sec. VII), o al primo periodo franco (secc. VIII-IX). Non può non colpire, del resto, la comunanza del titolo di San Pietro con la chiesa principale di Verolavecchia che, come è noto, sorgeva in origine al margine sud-occidentale del paese, dove oggi è la santella detta appunto del San Péder, allo sbocco della strada vicinale che conduce alla pieve madre di Quinzano.

    A questi dati si aggiunga una nota del cronista quinzanese Agostino Pizzoni [1640, p. 16] che, parlando degli anni intorno al 1485, alludeva a un «Oratorio, e heremo di Santo Pietro detto volgarmente Malgarossa, overo Corte erniglia [= Corte emiglia]», fondato o più verosimilmente restaurato dal letterato quinzanese Giovanni Giacomo Conti da Gandino, padre del noto umanista Gian Francesco Quinziano Stoa. Esisteva, pertanto, anche in località Malgarossa (oggi Malgherosse), ai confini tra i territori di Quinzano e Verolavecchia, una cappella di San Pietro. È facile che si tratti, come suggerisce lo stesso toponimo, di una cappella primitiva, in luogo della quale fu poi edificata, a metà del secolo scorso, la chiesetta della Madonnina di Cortemilia, al centro di una strana enclave del comune quinzanese in quello vicino.

    Anche non volendo attribuire un particolare significato a quest’ultima ricorrenza, che appare comunque incerta, del nome di San Pietro nel circondario, la coincidenza del titolo tra la chiesa campestre di Scorzarolo e la vicina parrocchiale di Verolavecchia è un dato meritevole di riflessione, benché, così com’è, non permetta di trarre deduzioni storiche di qualche consistenza.

 

La relazione Semenzi

La connessione in certo modo esistente tra le due omonime chiese di Scorzarolo e di Verolavecchia, del resto, non era sfuggita neppure allo spirito acuto dell’arciprete locale Francesco Semenzi, il quale scrupolosamente annotava nella relazione per la visita pastorale del 1779: 

L Oratorio di Sant Pietro pure nella Contrada o terra di Scorzarolo quale apparisce essere stato parrocchia dal Cemitero che tutt ora sussiste, ma non diffeso, anzi piantanto [= piantato] di Moroni rifabricato pochi anni sono; attorno al quale vi possideva la parrocchiale di Virola Vecchia quindici pio di terra ora in potere de Padri Domenicani: ciò sta scritto nella relazione de beni presentata dal Parroco di què tempi cioe 1570 in circa per ordine del Vescovo Domenico Bollano. 

Vale la pena di esaminare una per una le affermazioni del Semenzi.

    Anzitutto in questi appunti trova conferma l’ipotesi di una riedificazione piuttosto recente della chiesetta campestre: la sintassi della frase è un po’ sconnessa, ma è probabile che «rifabricato pochi anni sono» debba intendersi l’oratorio piuttosto che il cimitero, visto che questo è appena stato descritto in condizioni pietose: «non diffeso, anzi piantanto di Moroni», ossia privo di recinzione e circondato – sembra di capire – da una semplice siepe di gelsi. Il sacerdote non dice di aver provveduto personalmente, né di aver assistito alla ricostruzione del piccolo tempio: se ciò fosse avvenuto per sua cura o durante il suo parrocchiato, non avrebbe mancato di annotarlo. Si può quindi ritenere che la ricostruzione della cappella dovette avvenire non molto avanti l’ingresso del Semenzi a Verolavecchia nel 1768; in ogni caso intorno agli anni ‘60 del secolo XVIII.

    Più rilevante è l’osservazione circa l’esistenza presso San Pietro di un cimitero, dal quale il relatore desume che l’oratorio di Scorzarolo «apparisce essere stato parrocchia». È vero che tra gli elementi fondanti di una parrocchia, insieme con la chiesa e il fonte battesimale, era sempre stato fin dalle età più remote il cimitero, di solito posto nel terreno consacrato (sagrato) davanti all’ingresso principale o a lato della chiesa stessa. I fedeli accanto al tempio della fede comune compivano tutta la parabola della loro esistenza umana, dal battesimo alle esequie, e rimanevano anche dopo la morte sepolti presso l’altare, con lo sguardo rivolto al luogo della celebrazione eucaristica, dentro la chiesa i più facoltosi, e i poveri all’esterno, davanti alla soglia.

    Dunque non è pensabile una antica chiesa parrocchiale che non sorgesse nel cuore di un cimitero; ma non è detto però, all’inverso, che sempre la presenza di un cimitero attesti l’antica dignità parrocchiale di una chiesa. E gli indizi avversi a considerare San Pietro la prima parrocchiale di Scorzarolo non sarebbero pochi: a cominciare dalla distanza della chiesa campestre dal nucleo abitato, che del resto possedeva dentro la sua cerchia la cappella di San Giacomo, quasi sempre ben tenuta, a giudicare dai verbali delle visite vescovili. Inoltre non è mai rilevato dagli atti successivi al secolo XV che Scorzarolo avesse una giurisdizione parrocchiale indipendente da Verolavecchia; per il periodo precedente poi, pur in assenza di documentazione, l’ipotesi è ancor più inverosimile, dal momento che il distacco delle parrocchie minori dalle maggiori o dalle pievi si colloca non molto prima del ‘400. Ciò dovette accadere per Verolavecchia rispetto alla pieve matrice quinzanese: è improbabile che avvenisse contemporaneamente anche per Scorzarolo rispetto alla chiesa di Verolavecchia, a sua volta succursale di Quinzano.

    Del resto, in nessuna delle visite pastorali precedenti al 1779, per il solito abbastanza scrupolose in questo genere di segnalazioni, si rammenta che presso la chiesa campestre di San Pietro in Scorzarolo esistesse un cimitero, e magari parrocchiale. Dunque esso doveva aver avuto un’origine relativamente recente: forse era stato realizzato in occasione del rifacimento della chiesa stessa, in seguito a eventuali ritrovamenti di resti umani più antichi.

    L’ipotesi al momento meno inverosimile è che il luogo possa essere stato utilizzato come sepoltura in occasione di una delle grandi pestilenze, tra XIV e XVII secolo, per la sua sufficiente lontananza dal centro abitato e insieme per il fatto di avere già nei suoi paraggi un edificio sacro, il che esonerava la piccola comunità dall’aggravio di erigerne uno nuovo, come spesso accadeva in quei frangenti. Venuta meno la ragione contingente, il nuovo cimitero, forse utilizzato ancora per qualche tempo dagli abitanti dei contorni, cadde gradualmente in disuso, fino a essere completamente abbandonato, solitario e incolto, come lo descriveva l’arciprete Semenzi.

    Occorre tuttavia aggiungere, per completezza, che la ragione del totale silenzio degli atti sulla presenza del minuscolo cimitero campestre potrebbe dipendere, oltre che dalla marginalità del luogo e dal lungo abbandono, anche e soprattutto dal fatto che l’intero territorio di Scorzarolo, con le sue chiese e cappelle, era pertinenza del convento cittadino di San Domenico. Questo, come del resto tutti gli enti religiosi a carattere sovra-diocesano, godeva ampi privilegi di esenzione nei confronti dell’autorità vescovile, e in particolare non era costretto a subire le seccanti visite pastorali alle sue proprietà e pertinenze, con relativi verbali e decreti, cui erano invece soggette le parrocchie secolari della città e del contado.

    I parroci predecessori del Semenzi, nei loro periodici rapporti ai superiori, non potevano trascurare di menzionare le cappelle di Scorzarolo soggette alla propria sorveglianza, e dunque ne facevano regolarmente cenno, tanto per dire che le cappelle c’erano e che essi le tenevano d’occhio: così infatti è per tutte le relazioni dei secoli XVII-XVIII. I vescovi, poi, per parte loro, almeno dalla metà del ‘600, mostrano di ignorare affatto Scorzarolo e le sue chiese nei rispettivi decreti, forse più per accomodanti ragioni di buon vicinato rispetto al potente convento domenicano, che perché i suoi oratori campestri fossero particolarmente ben tenuti.

    Il primo (e unico, per quel che ne sappiamo) a esporsi in giudizi tanto puntuali quanto arditi, fu l’intraprendente arciprete Semenzi, che ha lasciato le preziose note sopra menzionate; tuttavia tali informazioni, che al loro tempo si appoggiavano a realtà vive e presenti, appaiono oggi sganciate dal loro contesto e lasciano nei dettagli ampi spazi ipotetici di interpretazione e di ricostruzione. Ma di questo non faremo certo colpa al povero Semenzi, al quale anzi si deve gran parte di ciò che sappiamo sulla Verolavecchia del secondo ‘700.

 

Le proprietà della parrocchia di Verolavecchia

L’argomento cruciale, fra le attestazioni del Semenzi a proposito di San Pietro in Scorzarolo, pare comunque essere il seguente: attorno all’oratorio – egli scrive infatti nella sua relazione – «vi possideva la parrocchiale di Virola Vecchia quindici pio di terra ora in potere de Padri Domenicani». La parrocchia di Verolavecchia possedeva, dunque, da quelle parti terreni per una quindicina di piò, passati in seguito, con il grosso del latifondo di Scorzarolo, al convento bresciano di San Domenico. A conforto della sua affermazione l’arciprete menziona una «relazione de beni presentata dal Parroco di què tempi cioe 1570 in circa per ordine del Vescovo Domenico Bollano».

    Prima di argomentare sul significato essenziale della notizia, ne va anzitutto verificata la fonte. È vero che nel 1576, rettore don Tarquinio Dati, per ordine del vescovo Domenico Bollani il notaio locale Giulio Baiguera redasse un inventario (designazione o estimo) dei beni immobili del beneficio di Verolavecchia: il più antico atto del genere che si sia conservato per quella parrocchia. In realtà, però, il Semenzi non aveva a disposizione l’estimo originale del Baiguera, bensì una copia fornitagli anni prima dall’archivista vescovile don Angelo Facconi, il quale l’aveva riprodotta da un originale presente negli atti della curia.

In realtà, il testo della designazione del 1576 non contiene nessun riferimento ai quindici piò di terra della parrocchia, permutati coi domenicani prima del 1570. Il Semenzi lesse invece questa notizia nella seguente informativa dello stesso Facconi: 

Adi 26 Aprile 1773. Brescia.

Faccio fede io sottoscritto Deputato alle Estrazione della Polize del Catastico del Reverendo Clero dell’Estimo Generale fatto in conferenza tra la Magnifica Città, Spettabile Territorio, e detto Reverendo Clero l’anno 1641, siccome nella Poliza delli Beni ed Aggravj della Chiesa Parrocchiale de’ Santi Pietro e Paolo Arciprebenda di Virola Vecchia, la qual fu presentata per l’Estimo sudetto 1641 dall’Arciprete di quel tempo Sebastiano Maffeis, e che è stata registrata nel Catastico della Quadra di Quinzano del Clero al numero 8, stanno scritte le seguenti memorie, Videlicet

ceteris omissis

“Bisogna avertire che questa Chiesa dopo l’Estimo dell’anno 1564 non ha guadagnato, ma anzi perso molto.

Prima perché ha perso quindeci Piò di terra buonissimi che haveva et possedeva nella Terra di Scorzarolo nella contrada di Santo Pietro contigui ad esso Oratorio, et hora posseduti dalli Molto Reverendi Padri Domenicani.

Di più sono statte demolite due case, quali erano nel Castello di questa terra.

Finalmente dopo il sudetto anno 1564 San Carlo nella Visita Apostolica aggravò questo Beneficio del mantenimento d’un Curato, al quale son necessitato dare di salario scudi ottanta, oltra la Casa che egli possede.”

Angelo Facconi Deputato all’Estimo del Clero.

    Si tratta, dunque, di una notizia fondamentale, ma passata per molte mani: il Facconi, da cui a sua volta l’aveva ricevuta il Semenzi, l’aveva tolta dalla dichiarazione (polizza) presentata dal parroco don Sebastiano Maffeis nel 1641 per il Catastico del clero, un censimento generale dei beni ecclesiastici della provincia. La dichiarazione del Maffeis (che, contrariamente a quanto scrive il Facconi, non era arciprete, poiché tale titolo fu concesso soltanto al suo successore don Lelio Zanucca il 28 settembre 1647) è riportata alla lettera dall’archivista. Tuttavia non sfuggirà che il Maffeis rimandava a un estimo del 1564, ora perduto, senza peraltro offrire alcuna indicazione precisa e rilevante circa i «quindeci Piò di terra buonissimi» che la parrocchia «haveva et possedeva nella Terra di Scorzarolo nella contrada di Santo Pietro contigui ad esso Oratorio, et hora posseduti dalli Molto Reverendi Padri Domenicani».

    La questione non è secondaria, poiché il riferimento generico a beni perduti dalla parrocchia nel corso del tempo non può essere totalmente probante, quando manchino appoggi documentari di qualche certezza: e per il momento, riguardo ai presunti terreni parrocchiali di Verolavecchia in Scorzarolo, tali appoggi appunto mancano.

    Rimane comunque il fatto che il rettore Maffeis afferma decisamente che esisteva, fino a ottant’anni prima, presso la cappella di San Pietro in Scorzarolo, un appezzamento di 15 piò appartenente alla parrocchia di Verolavecchia: la cosa in sé non sarebbe inverosimile, e anzi, unita alla coincidenza del titolo, potrebbe indurre a sospettare una originaria dipendenza diretta dell’oratorio campestre dalla chiesa del borgo principale. La chiesa primitiva di Verolavecchia, il vetusto San Péder, succursale – come s’è detto – della pieve quinzanese, dalla quale aveva forse distaccato parte dei beni terrieri per la propria sostentazione, poteva avere, in un secondo tempo, dato origine, entro un podere di sua proprietà, a una cappella per il servizio liturgico e caritativo delle popolazioni residenti al di là dello Strone. Sempre che non sia invece successo l’opposto, e cioè che la vera succursale originaria di Quinzano fosse la cappella isolata di Scorzarolo, e che da questa si sia staccata successivamente, presso il nucleo più popoloso, la chiesa di Verolavecchia, eretta infine a parrocchiale di tutta la plaga.

    In ogni caso, senza documentazioni solide a favore della notizia del Maffeis, è troppo arduo argomentare sulla connessione tra le due chiese di San Pietro. E neppure se la notizia trovasse ineccepibile conferma, sarebbe poi consentito trarne deduzioni diverse dalla semplice constatazione che le due chiese omonime erano reciprocamente legate da qualcosa di più del semplice titolo: la presenza del beneficio di Verolavecchia in Scorzarolo poteva, infatti, essere conseguenza di donazioni posteriori, piuttosto che risalire alla dotazione originaria alto-medievale delle due chiese.

    È questo il destino infelice delle storie troppo antiche e troppo oscure: essere in balìa delle elucubrazioni più o meno brillanti del ricercatore di turno, senza nemmeno grande speranza che in futuro possa emergere qualche nuovo documento indiscutibile, o almeno un po’ chiarificatore, giacché la lontananza nel tempo rende sempre meno probabile il riemergere di simili testimonianze. Così è il caso di San Pietro in Scorzarolo, della cui presenza, in fin dei conti, alcuni dei lettori più anziani possono vantare di essere davvero gli ultimi testimoni: per così dire, l’estremo capitolo di una storia, di cui si era perso il principio, e ora anche la fine.

 

Un santuario popolare

Oltre alle documentazioni indirette, analizzate fino a questo punto, la cappella di San Pietro compare, negli atti oggi conosciuti, solo in età piuttosto recente, e vi compare quale santuario di devozione popolare, non certo come chiesa parrocchiale. I due documenti più vecchi, scoperti di recente, appartengono agli anni 1513-14, quando nella zona infieriva (tanto per cambiare) una grave pestilenza, una delle meno note e studiate dalla storiografia locale. Si tratta in ambedue i casi di disposizioni testamentarie dettate in articulo mortis da due signore borghesi, residenti – il particolare è degno di nota – in Verola Alghise. Merita spendervi una parola.

    Il primo testamento è stilato il 28 aprile 1513 da donna Agnesina del quondam Giovannino Sacchetti, moglie di Antonio Boschetti, la quale, tra i numerosi lasciti a vari enti religiosi del suo paese, al convento eremitano di Pontevico, e persino alla Madonna di Loreto, dispone anche queste curiose incombenze per due sue parenti:

Item dicto Iure legati reliquit vnum Camisonum et vnum panicellum lini Iohanine de boschettis eius cognate cum hoc quod Ipsa Iohanina teneatur quolibet die dominico Ire ad visitandum ecclesiam sancti Bernardini et rochi per vnum annum in remedio anime sue
Item dicto Iure legati reliquit dominice filie quondam Laurentii de gattis vnam bambasinam cum manichis rubeis et vnam Interulam pro quibus ipsa Dominica teneatur Irer [= ire] in quolibet die dominico ad visitandum ecclesiam sancti petri de scorzarolo per vnum annum uts
upra

[A titolo di legato ha lasciato un camicione e un pannicello di lino a Giovannina Boschetti sua cognata, alla condizione che essa sia tenuta ogni domenica a visitare la chiesa dei Santi Bernardino e Rocco di Verola Alghise per un anno, a rimedio dell’anima della testatrice.
Allo stesso titolo ha lasciato a Domenica del fu Lorenzo Gatti un abito di cotone con maniche rosse e una camicia, a condizione che essa sia tenuta ogni domenica a visitare la chiesa di San Pietro di Scorzarolo per un anno
.] 

Non possiamo purtroppo dilungarci in questa sede a parlare della chiesa votiva dei Santi Rocco e Bernardino (oggi San Rocco) in Verola Alghise, che in quei difficili anni si stava edificando o ampliando, quasi interamente grazie ai lasciti testamentari, prima degli appestati, e in seguito degli scampati all’epidemia. Si vede, comunque, come fosse devozione consueta quella della visita domenicale alle chiese minori del territorio: una sorta di pellegrinaggio in miniatura, un surrogato alla portata di tutti dei lunghi e faticosissimi viaggi internazionali, in uso fin dal remoto medioevo, verso le grandi mete religiose di Roma, Santiago di Compostela e Gerusalemme. Forse non è un caso che le destinazioni fissate dalla testatrice per le sue legatarie fossero una chiesa dedicata a San Rocco, patrono degli appestati e insieme modello speciale del devoto e caritatevole pellegrino, e un’altra chiesa, dispersa tra i campi, intitolata al primo papa di Roma.

    È certo, peraltro, che l’iniziativa di Agnesina Boschetti non era una trovata del tutto estemporanea e personale poiché, pur nella relativa scarsità dei documenti, troviamo un’altra attestazione coeva della medesima usanza, questa volta da una signora verolese di adozione ma originaria di Quinzano. È donna Margarita del fu Andriolo de Roveys, moglie di Cristoforo Brignano, la quale il 5 marzo 1514 dettava tra gli altri il seguente disposto:

Item dicto Iure legati reliquit domine beneuenute eius cognate vxori Bernardini fratris dicti Xristofori vnum guarnellum beretinum cum manicis rubeis cum hoc quod Ipsa teneatur visitare per annum in omnibus diebus dominicis ecclesiam sancti petri sitam super territorio de Scorzarolo

[A titolo di legato ha lasciato a donna Benvenuta sua cognata, moglie di Bernardino fratello di suo marito Cristoforo, un abito grigio con maniche rosse, a condizione che essa sia tenuta a visitare per un anno tutte le domeniche la chiesa di San Pietro in territorio di Scorzarolo.] 

    Con questo si ha conferma di come la chiesetta isolata nelle campagne di Scorzarolo, fosse considerata nell’immaginario popolare del tempo luogo privilegiato di devozione per le genti di tutto il circondario. Né mancavano oratori di ogni grado dimensione titolo e officiatura nei più importanti centri di Verola Alghise e di Quinzano o nei dintorni: e dunque la preferenza accordata dai devoti a un tempio modesto e di difficile accesso, come poteva essere San Pietro di Scorzarolo, manifesta ancor meglio il ruolo singolare di quella cappella nelle tradizioni locali, probabilmente da un’epoca molto remota. In questo senso, parrebbe trovare conforto, se non conferma, l’idea di una specie di preminenza, almeno nella considerazione popolare, del romitorio di Scorzarolo rispetto agli altri numerosi luoghi di culto della zona.

 

Le visite pastorali

È pur vero (e si è cercato di spiegarne le ragioni), che le fonti ufficiali di curia sono piuttosto reticenti a proposito di San Pietro di Scorzarolo; tuttavia, certe allusioni dei verbali di visita sono, nella loro estrema laconicità, assai rivelatrici, se lette con la dovuta attenzione.

    Il primo visitatore che parli espressamente dell’oratorio campestre è il vescovo Bollani nel 1565 (non se ne faceva, invece, menzione nell’unica relazione precedente, stesa da Annibale Grisonio XE "Grisonio Annibale"  nel 1540). Ecco le annotazioni pertinenti dal verbale Bollani:

Die 24 7bris predictus Reuerendissimus dominus Episcopus missam audiuit, et a Terra cadegn<an>i cum suprascripto Reuerendo domino Hieronymo caballo canonico recessit iturus ad Terram de scorzarolo causa ecclesias uisitandi
Eodem die uisitauit ecclesiam seu oratorium Sancti Petri campestrem sine cura et ordinauit ut Infra,
Et Imediate etiam se Transtulit ad dictam Terram Scorzaroli et uisitauit ecclesiam Sancti Iacobi similiter sine cura, in qua ut dicitur cellebratur missa, et dicitur ambas ecclesias esse Reuerendi domini Angeli Vgonij ordinauitque ut Infra, [...]

ordinata in ecclesia Sancti Petri de scolzarolo [!]

Ecclesia reparetur, dealbetur, et manuteneatur, et fiat pauimentum, atque altaria ornentur in omnibus, et remaneant duo tantum, alia duo destruantur; 

[Il 24 settembre il vescovo ascoltò messa e con il canonico don Girolamo Cavalli partì da Cadignano per recarsi a Scorzarolo a visitarne le chiese. Lo stesso giorno visitò la chiesa o oratorio campestre di San Pietro, senza cura, e diede le disposizioni riportate più avanti. Subito dopo si trasferì a Scorzarolo e visitò la chiesa di San Giacomo, anch’essa senza cura, nella quale dicono si celebri messa; è risaputo che entrambe le chiese appartengono a don Angelo Ugoni; quindi il vescovo ordinò come segue...

Disposizioni per la chiesa di San Pietro in Scorzarolo

La chiesa sia riparata, imbiancata e se ne curi la manutenzione; si faccia il pavimento; gli altari siano decorati in tutte le parti, ma se ne conservino soltanto due, e gli altri due vengano eliminati.] 

    Da queste ordinanze risulta che la chiesetta era dotata di ben quattro altari, per quanto affatto privi della adeguata decorazione: memoria di antiche frequentazioni e di cospicui contributi, anche se ormai in fase stagnante. In effetti il numero rilevante di altari attestava una intensa circolazione di denaro e quindi una presenza assidua di fedeli; e ciò non tanto per la realizzazione o il mantenimento degli altari stessi, che in antico e in chiesette di campagna potevano limitarsi a semplici e disadorne mense in muratura sormontate da pitture devote più o meno dozzinali; quanto perché ogni altare voleva dire messe, e le messe frequenti erano un importante cespite di entrata per lo stuolo dei sacerdoti del vicinato. Quattro altari significavano, dunque, che c’era stato un tempo in cui nella chiesa di San Pietro si celebravano d’ordinario più messe la settimana, nelle feste forse almeno quattro; anche se, per ritrovare quest’epoca felice, si doveva riandare indietro nei decenni, dato che a metà del ‘500 la chiesa appare già pressoché abbandonata e il visitatore non vi rileva nemmeno uno straccio di cappellano.

    Nel verbale l’ordinanza del Bollani è marcata a margine da una “F”, che dovrebbe significare factum o fecerunt: ordini eseguiti, insomma; però la conferma si dovrà intendere riferita alla riparazione e manutenzione della chiesa, o alla realizzazione del pavimento, non alla soppressione dei due altari superflui, visto che si ritrovano ancora al loro posto in occasione della visita del Borromeo nel 1580: la devozione popolare è dura a cedere, anche in epoche magre e distratte. L’abate sub-delegato Carlo Agostini, che precedette il santo arcivescovo per raccogliere informazioni sulle parrocchie da visitare, scriveva infatti nel suo rapporto, a proposito di Scorzarolo:

Oratorium sancti Petri Campestre fratrum sancti Dominici Altaria quatuor habet non dotata. In eo celebratur die eius festo Annexa est domus prædicto oratorio, in qua habitant duo laici sub nomine heremitarum absque tamen approbatione ordinarij

[L’oratorio campestre di San Pietro, dei frati di San Domenico, ha quattro altari non dotati. Vi si celebra il giorno della sua festa. All’oratorio è annessa una casa, in cui abitano due laici col titolo di eremiti, ma tuttavia senza l’approvazione del vescovo diocesano.] 

    Il cenno agli eremiti, come l’allusione del Bollani alla appartenenza del luogo sacro al canonico Angelo Ugoni, sono di notevole interesse, e se ne tratterà a parte. Qui è sufficiente osservare che a quell’epoca i quattro altari non erano dotati, cioè non disponevano di una rendita fissa per compensare la celebrazione regolare di messe, la quale avveniva, se avveniva, sporadicamente dietro offerta dei singoli devoti. Ma questo impoverimento, abbastanza normale nelle chiese del tempo, dopo che per tutto il ‘400 lo sport più praticato dagli ecclesiastici di rango era stato quello di spogliare le chiese di tutte le rendite appetibili, cominciando dalle ricchissime fino alle più striminzite, non impedisce di pensare che all’atto della fondazione, molti decenni prima, ognuno degli altari avventizi della chiesetta campestre fosse stato dotato della sua brava prebenda, corrosa poi in conseguenza di sacre ruberie, o semplicemente dell’inflazione galoppante.

    Della severa e inadempiuta ordinanza del Bollani l’abate Agostini non raccoglie più neppure la memoria. E san Carlo si accontentò delle informazioni sottopostegli dal suo collaboratore poiché, nonostante la sua abituale inflessibilità quando si trattava di eliminare intemperanze o di imporre obbedienza alle rigide norme ecclesiastiche post-tridentine, si limita a sopprimere un solo altare. Ecco le disposizioni del cardinal Borromeo per l’oratorio di Scorzarolo:

In ecclesia Campestri Sancti Petri,

Altare maius muro connectatur, et cancellis saltem ligneis sepiatur, Altaria lateralia ad formam reducantur, et sepiantur, uel in eis non celebretur, Altare Sancti Bartholomei prope portam maiorem tollantur [!] Contignatio ecclesiæ adhibeatur. Vites muro adhærentes succidantur,

[Nella chiesa campestre di San Pietro

L’altare maggiore sia saldato al muro e sia recintato con un cancello almeno di legno. Gli altari laterali siano ridotti alla forma regolamentare e siano cintati, altrimenti non vi si celebri. L’altare di San Bartolomeo accanto alla porta principale sia eliminato. Si faccia un assito nella chiesa. Si taglino alla base le viti aderenti al muro.] 

    Non tutto è perfettamente evidente, ma nel complesso queste sintetiche ordinanze consentono persino di farsi una vaga idea della topografia interna del luogo sacro. Gli altari continuavano a essere quattro, come quindici anni prima: il maggiore era separato dalla parete dell’abside forse mediante uno stretto corridoio, come si vede ancora in certe vecchie cappelle; poi vi erano due altari laterali, probabilmente uno per parte; il quarto altare, intitolato all’apostolo San Bartolomeo protettore contro vari malanni fisici e patrono degli antichi ospizi, si trovava in una posizione precaria accanto all’ingresso, il che rivela un’origine abbastanza recente e un carattere popolare. Che poi solo di questo altare si riporti la dedicazione, potrebbe dipendere dal fatto che, a differenza degli altri, vi esisteva una immagine ancora leggibile, nonostante l’abbandono generale in cui l’edificio versava.

    Non si capisce bene che cosa intendesse il visitatore con l’ordine di addossare alla chiesa una “contignatio” (letteralmente, un tavolato di legno): si tratta presumibilmente di una soffittatura interna, per nascondere alla vista le travi delle capriate. È invece chiaro che alle pareti esterne della cappella erano addossate delle piante di vite, lì collocate verosimilmente da qualche eremita, di quelli che abitavano accanto. Ed effettivamente l’abate Agostini aveva rilevato appunto che «Annexa est domus prædicto oratorio, in qua habitant duo laici sub nomine heremitarum absque tamen approbatione ordinarij» [all’oratorio è annessa una casa, in cui abitano due laici col titolo di eremiti, benché senza l’approvazione del vescovo].

 

L’eremita di Scorzarolo

Questo particolare ci introduce, finalmente, alla parte più inedita e misteriosa della presente ricerca: inedita perché le carte relative sono riemerse soltanto ultimamente e alludono a realtà finora affatto ignote; misteriosa perché purtroppo le stesse carte sono poche e per niente esplicite, anzi contraddittorie, circa le informazioni che più interessano a noi curiosi un po’ importuni di tanti secoli dopo.

    Che presso un oratorio campestre, immerso tra boscaglie e coltivi e lontano dai centri abitati, sorgessero edifici rurali per abitazione del custode e della sua famiglia, è quasi ovvio, soprattutto pensando al diffuso disordine sociale di quei tempi; e poi il fatto è ampiamente documentato per diverse cappelle del circondario di Verolanuova e Quinzano. Del resto, se ne ha conferma anche per l’oratorio di San Pietro, da testamenti che ne fanno esplicita menzione: ad esempio, il 20 novembre 1520 Antonio de Veris di Scorzarolo, tra le altre disposizioni, lasciava appunto all’eremita di quell’oratorio due quarte (oltre 24 litri) di mistura e due di frumento.

    Ma dalle ultime ricerche è emersa una testimonianza di notevole interesse, tanto per la storia dell’istituzione del romitaggio nel circondario verolese, quanto perché rivela la presenza in Scorzarolo di una chiesa mai segnalata dalle fonti note prima d’ora. Il documento, del 23 gennaio 1537, è una specie di contratto di locazione con cui il rettore di tutte le chiese di Scorzarolo, il nobile canonico bresciano don Angelo Ugoni, designa un frate terziario di Rovato come eremita degli oratori campestri di sua spettanza, con l’incarico di curarne la manutenzione e accrescere la frequenza dei devoti. L’atto importa qui anzitutto per l’elenco dei luoghi di culto soggetti alla giurisdizione dell’Ugoni, il quale nel dettato contrattuale viene appunto definito

Reuerendus dominus Angelus filius quondam Nobilis domini hieronymi de vgonibus Ciuis et habitator Brixie ac Canonicus Catedralis ecclesie maioris Brixie ac rector Capelle sancti Iacobi scorzaroli Et similiter Rector ecclesiarum sanctorum Petri et Quirici sitarum super territorio dicte terre scorzaroli Brixiensis diocesis

[il reverendo don Angelo del fu nobile signor Girolamo Ugoni, cittadino e residente in Brescia, canonico della cattedrale di Brescia, rettore della cappella di San Giacomo di Scorzarolo e ugualmente rettore delle chiese dei Santi Pietro e Quirico site nel territorio di Scorzarolo, diocesi di Brescia.] 

    Rettore è titolo generico di un chierico che abbia la responsabilità diretta di una chiesa, dotata o no di cura d’anime; con tale epiteto venivano definiti di norma gli investiti di un qualsiasi beneficio ecclesiastico, quando a tale beneficio non fosse annesso un titolo più specifico e di maggior dignità, come quello di abate, arciprete, preposito o altro.

    Il canonico Ugoni era, dunque, titolare della capella di San Giacomo, la chiesa principale di Scorzarolo, che doveva sorgere (come ancor oggi, se pure l’edificio non è più quello del ‘500) entro la cerchia del borgo; inoltre, il patrimonio ecclesiastico di pertinenza del nobile prelato in Scorzarolo annoverava ancora le due ecclesie di San Pietro e di San Quirico, situate entrambe in aperta campagna.

Il frate Pacifico da Rovato, al secolo Pietro Rivetti, veniva dal rettore costituito «heremitta ad dictas ecclesias heremitarias sanctorum Petri et Quirici sitas utsupra» [eremita presso le chiese eremitarie di San Pietro e San Quirico], così che potesse

gaudere e<t> vsufructuare dictas ecclesias sanctorum Petri et Quirici cum domibus et edificijs Ibidem existentibus et cum Iuribus dictarum ecclesiarum heremitariarum ac Elimosine que offerentur In dictis locis penitus sint Ipsius heremite toto tempore eius vite absque vlla contradictione Cum hoc tamen quod dictus frater pacificus heremita teneatur fabricare ad dicta loca et augmentare deuotionem Iuxta posse suum.

[godere l’usufrutto delle chiese di San Pietro e San Quirico con le case e gli edifici ivi esistenti e con i diritti delle suddette chiese eremitarie; le offerte che vi verranno devolute appartengano per intero al medesimo eremita per tutto il tempo della sua vita, senza alcuna contestazione, a condizione però che l’eremita frate Pacifico sia tenuto a ristrutturare i fabbricati e accrescere la devozione secondo la sua possibilità.] 

    Come si può intuire, non si trattava propriamente della assunzione di un dipendente salariato, tipo un sagrestano, per la sorveglianza e la manutenzione dei luoghi sacri campestri, ma di una vera e propria investitura feudale, in forma di affittanza a tempo indeterminato, dietro versamento di un modico canone da parte dell’eremita, secondo quanto disposto nelle ultime clausole del contratto:

Item quod dictus frater Pacificus teneatur soluere quolibet anno predicto domino Angelo libras sex planet et paria duo Caponum bonorum quolibet anno In festo sancti Martini uel in eius octaua sub pena dupli sic in dicto termino non soluti.

Item quod dictus frater pacificus heremita expelli non possit adictis duobus locis heremitarijs toto tempore vite sue Ipso viuente more boni heremite.

[Frate Pacifico sarà tenuto a versare ogni anno a don Angelo Ugoni 6 lire planet e due paia di capponi buoni il giorno di San Martino o entro gli otto giorni successivi, sotto pena del doppio di quanto non avrà saldato entro il suddetto termine.

L’eremita frate Pacifico non potrà essere espulso dai due luoghi eremitari per tutto il tempo della sua vita, purché egli viva da buon eremita.] 

    Con tutto ciò si ha ulteriore conferma che da tempo esistevano domus et edificia [case ed edifici] nelle adiacenze degli oratori di Scorzarolo, forse di non più che modeste dimensioni nonostante la dicitura enfatica, dove prendevano alloggio i vari custodi che si succedevano nella cura dei romitaggi. Ma la vera novità offerta dall’atto del 1537 è la presenza della fantomatica chiesa di San Quirico, mai menzionata prima d’allora nei documenti oggi conosciuti, e ignorata dalla bibliografia moderna: non sarà inutile dunque imbastirvi qualche riflessione.

 

San Firmo e San Quirico

La situazione delle chiese di Scorzarolo sottesa al documento in esame, se si trascura l’intitolazione propria delle singole cappelle, è più o meno la stessa che appare nella documentazione successiva, e nella realtà fin quasi ai nostri giorni. A Scorzarolo nel 1537 c’erano, infatti, tre luoghi sacri: la cappella di San Giacomo, la chiesa di San Pietro, e un’altra chiesa definita di San Quirico. Nel nostro tempo, almeno fino all’abbattimento definitivo di San Pietro negli anni ‘70, a Scorzarolo sono presenti ancora tre chiese: una sorge dentro il complesso dell’area rurale conventuale e, pur essendo dedicata a San Vincenzo Ferreri, non pare dubbio che sia erede diretta dell’antica San Giacomo; in aperta campagna sorgeva (fino alla distruzione, appunto) l’oratorio di San Pietro, che conservava il titolo originario; infine esiste tuttora la cappelletta, poco più di una santella, dedicata oggi alla Madonnina della Cava. Il primo problema che si pone è, dunque, di individuare se vi sia un rapporto di continuità tra il misterioso oratorio cinquecentesco di San Quirico e la attuale chiesetta della Cava.

    Anzitutto va detto che la Madonnina non ebbe sempre questo titolo, ma lo assunse soltanto dopo il 1630, in seguito ad alcuni episodi miracolosi, documentati da un atto notarile tuttora inedito. Non è possibile, per ragioni di spazio e di argomento, soffermarsi sulla pur interessante questione: ci limiteremo ad accennare che nel piccolo tempio doveva esistere una immagine della Madonna, cui i fedeli si rivolgevano con particolare fiducia, in tempi tristissimi di guerre carestie e pestilenze. Questa devozione eminente era forse sollecitata dagli stessi frati domenicani, padroni del territorio, a rimedio di vecchi riti popolari in odore di superstizione, velatamente attestati dai visitatori episcopali del secolo XVI. Di fatto, il culto mariano soppiantò almeno in parte le usanze precedenti, e fu sancito con l’attribuzione del nuovo titolo alla cappelletta, che originariamente era invece dedicata a San Firmo; e Madonnina di San Firmo era appunto chiamata l’immagine destinataria della fervorosa preghiera popolare.

    Non sarà inutile riportare, a chiarimento, una tra le diverse testimonianze di miracolati raccolte dal notaio di Verolavecchia Gabriele Mazzetti il 12 maggio 1630:

Di piu Constituita utsupra Donna Laura molgie [= moglie] de messer Paolo Venturello rasegotto nella terra sudetta quale benissimo per me nodaro Infrascritto Interogata , et ricercata de miracoli che hora fà, et ha fatto la sudetta Madonina de Santo firmo, rispose, et disse Con giuramento utsupra Essere da anni Cinque Incirca non si raccorda precise, l’anno, Andatta lei In persona, et essersi transferta In compagnia de Camilla Parmesana à Visitare la sudetta Madonina Con seco un figliolino da fasse, con la testa et facia tutta rouinata de Piaghe, che non li uedeua quasi ponto, et ritrouandosi iui, piglio detto figliolino et li lauò ben bene la testa, et facia tutta eruinata, con acqua che passa sotto detta. madonina con un fasiolo, et lauata ben bene la testa et facia di detto figliolino rifferisse In Capo de otto Giorni essere miracolosamente detto figliolino Guarito et sanato di dette piaghe, et essere restato con la testa et facia sana, et salua senza una [!] male alcuno 

    Dall’ingenuo racconto del prodigio si vede che l’immagine sacra è definita Madonnina di Santo Firmo, alludendo al titolo della chiesetta, e che l’edificio si trovava vicino a un corso d’acqua, come la cappella odierna, al punto da far quasi pensare che l’immagine mariana fosse dipinta sul muro esterno proprio sopra il canale.

    C’è da dire che l’arciprete Semenzi, nella sua già citata relazione del 1779, mostra di essere di parere diverso, poiché a proposito della cappella al suo tempo esistente intitolata a Sant’Antonio abate, la descrive con queste parole:

Oratorio altro sul territorio di Scorzarolo di Santo Sant Antonio: altre volte dal Faino chiamato di Santo Firmo Governato presentemente da Signori Sandeo che l’anno acquistato da Signori Spalenze come vicino al Luogo dello stabile comprato. 

    Come si vede, egli propendeva a ritenere l’oratorio di Sant’Antonio abate quale prosecuzione della antica cappella di San Firmo, attestata dal Faino [1658, p. 291]. In realtà al tempo del Faino non esisteva Sant’Antonio, che nacque su proprietà privata della famiglia Spalenza dopo il 1684 in una zona di Scorzarolo al momento imprecisabile (forse, ma è una illazione, presso il Confortino). La cappella non è menzionata nelle visite pastorali fino a quella data, ma compare per la prima volta nella relazione stesa dall’arciprete Pietro Paolo Pellegrino il 29 ottobre 1703:

Item un altro Oratorio di sant Antonio Abbate Ius patronato delli ssignori Don Camillo, e Frattelli Spalenzi fabricato per commodo della Messa per essere lontani dalla Terra senza obbligo alcuno di Messe 

    Che il Faino nomini, ancora nel 1658, tra le chiese di Verolavecchia un San Firmo, è invero una stranezza; ma sappiamo che le sue fonti erano per lo più le vecchie visite pastorali, dalla semplice lettura e comparazione delle quali non necessariamente egli poteva riconoscere il mutamento di titolo della cappella, e non stupisce che ne potesse inferire l’esistenza di due chiese differenti. Del resto, non si può escludere che per diversi decenni anche gli abitanti stessi del luogo abbiano fatto convivere i due nomi dell’oratorio, magari in conflitto, offrendo all’osservatore esterno l’impressione che si parlasse di due templi ben distinti, e non – come invece era – del medesimo. In ogni caso, a ribadire la collocazione della vetusta cappella di San Firmo basterebbero i terreni di fronte alla Madonna della Cava che, coi nomi di San Firmo corto e San Firmo lungo, perpetuano tuttora il ricordo dell’antico e autentico titolo del luogo.

    È chiaro, comunque, che la chiesetta originaria di San Firmo subì modifiche strutturali sostanziali, non solo quando mutò la dedicazione, ma anche più volte nei secoli seguenti, come attesta sotto il prònao l’iscrizione del 1756; tanto che non si può pensare a una vera continuità dell’edificio da allora fino a oggi. Poiché però qui parliamo di fatti pertinenti al ‘500, è inevitabile adottare il titolo antico di San Firmo a indicare la cappella della Cava, che all’epoca non esisteva.

 

A questo punto possiamo ridefinire meglio i termini del problema da cui siamo partiti: è possibile attraverso la documentazione d’archivio, l’unica via oggi percorribile, identificare tra loro le antiche chiese di San Quirico e di San Firmo? È opportuno elencare anzitutto i documenti al momento disponibili, che fanno menzione dell’una o dell’altra cappella.

Su San Quirico esistono tre atti compresi tra il 1537 e il 1549: oltre alla già citata nomina dell’eremita Pacifico Pietro Rivetti da Rovato (23 gennaio 1537), la chiesa compare nel testamento dello stesso Rivetti (26 agosto 1547), e in una compravendita del nuovo eremita Pietro Martire Griani da Orzinuovi (21 settembre 1549). Ecco tutto quanto sopravvive a proposito della chiesa di San Quirico; e non è nemmeno che da queste testimonianze se ne possa ricavare gran che più del semplice nome. Per giunta, tale nome non compare mai nei verbali delle visite pastorali, che costituiscono peraltro la documentazione più completa e organica sui luoghi di culto delle nostre parrocchie dal cuore del ‘500 fino a oggi.

    Un po’ meno sfortunata è la cappella di San Firmo, che si trova menzionata per la prima volta nella visita pastorale del Pilati (1572), e soprattutto descritta nella già citata relazione dell’Agostini (1580); ma neppure qui c’è da cantar vittoria, perché l’essenziale delle argomentazioni – come si vedrà – è pursempre affidato alla libera ricostruzione dell’interprete.

    Si può lasciar correre il brevissimo cenno di don Cristoforo Pilati, che nel 1572, oltre a San Giacomo, si limitava a rilevare la presenza in Scorzarolo delle chiese «Sancti petri, et Sancti firmi ambæ campestres» [San Pietro e San Firmo, entrambe campestri]. Meglio occuparsi degli atti del 1580: nel marzo di quell’anno così l’abate Agostini disegnava la cappelletta rurale nel suo rapporto per il cardinal Borromeo:

oratorium sancti firmi Campestre predictorum fratrum sancti Dominici paruum vetustum incongruum. Altaria duo habet non dotata. In eo celebratur die eius festo quo tempore ante Illud nundinæ fiunt, et in eo vigiliæ et pernoctationes habentur Altare est extra ecclesiam inornatum omnino.

[L’oratorio campestre di San Firmo, dei frati di San Domenico, è piccolo vecchio e inadeguato. Ha due altari privi di dotazione. Vi si celebra il giorno della sua festa. In tale occasione davanti alla cappella si tiene una fiera e dentro di essa si fanno veglie e pernottamenti. Fuori dalla chiesa c’è un altare del tutto disadorno.] 

    Non è escluso che l’altare esterno privo di decoro fosse proprio quello con l’immagine, definita cinquant’anni dopo la “Madonnina di San Firmo”; più curioso ancora è il riferimento agli strani riti celebrati dalle popolazioni locali il giorno della festa titolare (9 agosto). Ma davvero cruciali in questa sede sono essenzialmente questi particolari: dentro il tempio esistevano due altari, e l’edificio appariva «parvum vetustum incongruum» [piccolo, vecchio, inadeguato].

    Effettivamente il Borromeo, nei decreti relativi alla cappella, riprendeva minuziosamente punto per punto la relazione Agostini, e ne dettava gli opportuni rimedi:

In oratorio Sancti firmi campestre

Oratorium ad meliorem formam, et ornatum reducatur, et ei contignatio adhibeatur.
Altare maius, quod nimium angustum est, ad formam reducatur, muroque adhereat, et cancellis sepiatur eique prouideatur de lapide sacrato,
Altare Laterale tollatur, infra triduum sub poena interdicti,
Altare extra ecclesiam tollatur statim,
Ne in eo oratorio celebretur, antequam hæc præstita sint.
Ne vigiliæ in eo fiant tempore eius festiuitatis, sed vesperi sub hora salutationis Angelicæ oratorium claudatur, cuius clauim teneat parochus 

[Nell’oratorio campestre di San Firmo

L’oratorio sia adeguatamente restaurato e decorato e vi si ponga un assito. L’altare maggiore, che è troppo piccolo, sia portato alla forma regolamentare e sia saldato alla parete; sia cintato con un cancello e sia provvisto di pietra sacra. L’altare laterale sia eliminato entro tre giorni, sotto pena di interdetto. L’altare fuori dalla chiesa sia eliminato subito. Non si celebri nell’oratorio prima di aver adempiuto ai precedenti ordini. Non si facciano veglie nella chiesetta in occasione della sua festività, ma la sera, all’ora dell’Ave Maria, essa venga chiusa; la sua chiave sia conservata dal parroco.] 

È pur vero che l’ordine tassativo del visitatore apostolico imponeva di eliminare l’altare esterno, il quale forse ospitava l’immagine mariana; ma ciò non impedisce di pensare che l’eventuale affresco sia stato preservato, per divenire col tempo oggetto privilegiato e anzi unico di devozione nel piccolo santuario.

    Ecco tutto quanto sulla chiesetta campestre di San Firmo si può ricavare dai documenti cinquecenteschi. Nessun cenno se ne ritrova nelle visite pastorali susseguenti, fino al 1647, quando per la prima volta compare ufficialmente negli atti vescovili la intitolazione alla Beata Vergine Maria, che poi si conserverà fino a noi.

    Ma – ciò che più stupisce – tacciono incomprensibilmente di San Firmo pure le visite pastorali precedenti al 1572, in particolare quella del Grisonio (1540) e del Bollani (1565). Tale assenza, a fronte invece della presenza di San Quirico negli atti del periodo 1537-1549, potrebbe sembrare una indiretta conferma a favore della identificazione delle due chiese, giacché, quando esisteva San Quirico, pare non ci fosse ancora San Firmo; e viceversa, quando di San Firmo si comincia a parlare, San Quirico sembra scomparsa. Se poi si aggiunge l’osservazione dell’Agostini che l’oratorio di San Firmo nel 1580 era vetustum [vecchissimo], si è costretti a escludere l’edificazione o il ripristino dell’oratorio negli anni tra il 1565 e il 1572, ossia tra la scomparsa accertata del nome di San Quirico e la prima apparizione di quello di San Firmo: dunque parrebbe provata la coincidenza delle due cappelle.

    E non è tutto. In effetti, nella prima redazione del suo testamento – come si vedrà – l’eremita Rivetti disponeva che l’erede «teneatur et debeat facere celebrare unam aliam missam ad secundum altare positum In dicta Ecclesia Sancti Quiritij» [sia tenuto a far celebrare una messa al secondo altare posto nella chiesa di San Quirico]: dal che si deduce che San Quirico doveva possedere al suo interno almeno due altari, proprio come San Firmo; e con ciò si dovrebbe tacitare ogni residuo dubbio in proposito.

    Tuttavia, alcune considerazioni di vario genere consigliano quanto meno di sospendere per il momento il giudizio, fino a che non emergano elementi più consistenti a favore della tesi dell’identità delle due chiese.

 

Il testamento di Pietro Rivetti

Tentiamo di seguire fin dove possibile le vicende di San Quirico, così come sono attestate dagli scarsi documenti, che rappresentano l’ultimo atto della vicenda certo assai remota della chiesetta, votata alla sua definitiva scomparsa.

    È stato menzionato or ora il testamento che frate Pietro Rivetti dettò dieci anni dopo la sua investitura a eremita delle chiese di San Pietro e San Quirico in Scorzarolo. Si conserva in una minuta autografa del notaio Giulio Baiguera di Verolavecchia, piuttosto pasticciata e piena di correzioni, e proprio per questo ancor più preziosa di quanto non sarebbe stata una bella copia ordinata e calligrafica.

    Era il 26 agosto 1547, e il Rivetti giaceva in fin di vita «In lecto sito In quadam camera cubiculari domorum Ecclesie Sancti Petri de Scorzarolo» [in un letto posto in una camera delle case della chiesa di San Pietro in Scorzarolo], col che si conferma, se ce ne fosse ancora bisogno, l’esistenza di edifici residenziali accanto a San Pietro. Il testatore, dopo aver raccomandato al Creatore, come d’uso, la sua anima una volta sciolta dal corpo, dà disposizioni per la propria sepoltura. Il testo della copia è stato corretto dal notaio in due punti nodali per il nostro argomento; ecco come si presenta, con le parole espunte e le relative correzioni sottolineate:

Item legauit et Iure legati reliquit ut sepeliatur suum corpus In [cancellato: Ecclesia] Capella Sancti Quiritij de [cancellato: scorzarolo] Virolaueteri In vna capsa lignea cura et expensis Infrascripti heredis.

[Ha disposto che la sua salma sia sepolta nella (chiesa) cappella di San Quirico di (Scorzarolo) Verolavecchia in una cassa di legno, a cura e a spese dell’erede.] 

Insomma, dopo la correzione risulta che l’eremita voleva essere seppellito «In Capella Sancti Quiritij de Virolaveteri» [nella cappella di San Quirico di Verolavecchia], mentre da principio aveva dettato «In Ecclesia Sancti Quiritij de scorzarolo» [nella chiesa di San Quirico di Scorzarolo]. La differenza, che di per sé potrebbe sembrare di scarso momento, tanto più per la consueta apparente superficialità degli antichi nell’uso dei vocaboli, letta alla luce del fatto che l’oratorio campestre di San Quirico scompare dagli atti pochi anni appresso, va assunta invece come traccia promettente, benché esile.

    In seguito il vecchio eremita impone all’erede di far celebrare dal curato di Verolavecchia un mese di messe da morto, e quindi aggiunge un’altra clusola che presenta ripensamenti nella minuta:

Item legauit et Iure legati reliquit quod dictus Infrascriptus heres teneatur et debeat facere celebrare vnam aliam missam ad [cancellato: secundum] altare positum In dicta [cancellato: Ecclesia] Capella Sancti Quiritij per vnum annum continuum statim post mortem dicti Testatoris, Et hoc singulis diebus mercurij tantum In remedium anime sue.

[Ha disposto che l’erede sia tenuto a far celebrare un’altra messa al (secondo) altare posto nella (chiesa) cappella di San Quirico, per un anno di seguito subito dopo la morte del testatore, ogni mercoledi, a rimedio della sua anima.] 

Anche qui il Rivetti aveva dapprima dichiarato che la messa settimanale dovesse celebrarsi per un anno «ad secundum altare positum In dicta Ecclesia Sancti Quiritij» [al secondo altare posto nella chiesa di San Quirico], ma poi fece correggere «ad altare positum In dicta Capella Sancti Quiritij» [all’altare posto nella cappella di S. Quirico].

    Che cosa può significare tutto questo? Sembra quasi di vedere una ecclesia di San Quirico, situata in territorio di Scorzarolo e dotata di un paio di altari, che d’improvviso si dissolve, lasciando il posto a una capella, del medesimo titolo ma con un unico altare, eretta in Verolavecchia.

    Non è il caso di pensare che capella valga qui quale semplice sinonimo di ecclesia, e tanto meno che i toponimi di Scorzarolo e di Verolavecchia, per quanto indichino due centri confinanti e con molta parte della loro storia in comune, possano essere stati considerati intercambiabili da un notaio di Verolavecchia e da un eremita residente da almeno dieci anni a Scorzarolo. Non resta, dunque, se non dedurre che in quel periodo si stesse operando (o piuttosto ancora semplicemente progettando) una soppressione dell’oratorio campestre di San Quirico in Scorzarolo e insieme una traslazione del titolo in una nuova cappella nel vicino abitato di Verolavecchia.

 

Il verbale Pilati

A questo punto vien fuori la testimonianza più sconcertante che ci sia capitato di scovare nella presente ricerca. Si è già fatto cenno al verbale della visita Pilati (1572), che offre la prima menzione di San Firmo in Scorzarolo, ma qui ci interessa per quel che dice a proposito della chiesa principale di Verolavecchia. Ecco l’esordio della relazione:

Die 17 7mbris 1572

Ecclesia parochialis verolæ veteris suprascriptæ sub titulo Sancti Quirici quæ reddit annuatim libras 1300 uisitata fuit per Reuerendum Dominum visitatorem antescriptum, q est consecrata cum altare maiori. habet sub se ecclesias infra scriptas videlicet Sancti Rochi. oratorium Disciplinatorum Sancti Iacobi de scorzarolo Sancti petri, et Sancti firmi ambæ campestres

[17 settembre 1572

Fu visitata dal delegato vescovile la chiesa parrocchiale di Verolavecchia, sotto il titolo di San Quirico, che ha un reddito annuo di 1300 lire; è consacrata insieme con l’altare maggiore; ha sotto la sua giurisdizione la chiesa di San Rocco, l’oratorio dei Disciplini, San Giacomo di Scorzarolo, San Pietro e San Firmo, ambedue campestri.] 

Come possa il titolo marginale di San Quirico essere attribuito addirittura alla chiesa parrocchiale di Verolavecchia, notoriamente dedicata da tempi immemorabili a San Pietro (o agli apostoli Pietro e Paolo), è un autentico mistero: questa attestazione del Pilati costituisce un unicum, non concordando con nessun documento contemporaneo, precedente o successivo.

    È in realtà possibile che il verbale di visita, più simile alla stesura di appunti sparsi che a una vera e propria relazione organica, abbia inopinatamente ratificato un abbaglio del copista. E si può anche intuirne la ragione: al termine della lunga lista di ordinanze per la chiesa parrocchiale di Verolavecchia, compare la seguente postilla: «jn ecclesia Sancti quirici in cæmeterio. Altare ornetur tobalejs» [nella chiesa di San Quirico nel cimitero: l’altare sia ornato di tovaglie]. Ecco la probabile fonte dell’equivoco: chi ricopiò gli appunti del Pilati, non trovando forse annotato nello stesso foglio il titolo di San Pietro, scambiò il nome di San Quirico per quello della parrocchiale, mentre si trattava di una semplice cappella in onore di quel santo, con un unico altare, eretta entro la cinta dell’antico cimitero. In altri termini, l’espres­sione latina fu interpretata come se significasse «nel cimitero della chiesa parrocchiale di San Quirico», anziché per ciò che effettivamente voleva dire, ossia «nella chiesa di San Quirico che si trova dentro il cimitero della parrocchiale».

    A quell’epoca la chiesa parrocchiale di Verolavecchia, assai più piccola dell’odierna, si limitava allo spazio oggi occupato dal presbiterio, con la facciata all’incirca sul fianco sud della attuale sagrestia, e l’altare maggiore nella goticheggiante cappella settentrionale. Il cimitero aveva sede nello spiazzo a oriente dell’edificio antico, proprio là dove, dopo la metà del ‘700, si edificò la navata della chiesa nuova: è appunto a questo cimitero che apparteneva la cappella di San Quirico.

Equivoci a parte, nel 1572 si era dunque compiuta la traslazione del titolo di San Quirico, auspicata già nel testamento dell’eremita Rivetti, dalla chiesetta campestre di Scorzarolo alla cappella cimiteriale presso la chiesa maggiore di Verolavecchia. Quando ciò accadde con precisione è impossibile dire. Di fatto non subito dopo la morte del Rivetti, poiché il suo successore Pietro Martire quondam ser Giacomo Griani di Orzinuovi, in una compravendita del 21 settembre 1549, veniva ancora definito eremita «ad presens In ecclesijs Sanctorum petri et Quirici de scorzarolo» [attualmente nelle chiese di San Pietro e San Quirico di Scorzarolo]. È pur vero che l’atto non riguarda direttamente le due chiese, e che il notaio rogante era stavolta di Verola Alghise, e poteva quindi non essere aggiornatissimo sulle vicende di Scorzarolo; ma la definizione contenuta nell’atto è talmente ineccepibile che, senza qualche prova consistente, non pare lecito mettere in dubbio la sussistenza del vecchio San Quirico per quell’epoca.

    Si dovrà, dunque, concludere che la traslazione del titolo da Scorzarolo a Verolavecchia sia avvenuta tra il 1549 e il 1572.

 

Il periodo di transizione

Purtroppo, non ci è di molto aiuto in merito la visita del Bollani, per altri versi così completa e minuziosa: pur collocandosi nel 1565, nel bel mezzo del periodo per noi più significativo, tace completamente di San Quirico tanto per Scorzarolo, quanto per  Verolavecchia, come del resto non fa neppure menzione di San Firmo.

    Partendo dal presupposto (meramente ipotetico) che il severo vescovo Bollani non poteva aver trascurato di visitare una chiesa, benché modesta e campestre, e tanto meno potevano essergliene sfuggite tre, dal suo silenzio ermetico sembrerebbe doversi desumere che a quella data non esistessero né San Quirico di Scorzarolo, né San Firmo, né la nuova cappella del cimitero di Verolavecchia. Dunque San Quirico doveva essere stata già abbattuta, ma non traslato il suo titolo, mentre San Firmo era ancora da edificare. E sarebbe una cronologia credibile, se non sapessimo invece che l’incaricato di san Carlo, quindici anni dopo, trovava San Firmo vetustum [vecchissimo], un dato evidentemente incompatibile con la precedente ricostruzione. Dobbiamo quindi rassegnarci a lavorare di intuito, per rammendare i larghi strappi che le testimonianze storiche hanno lasciato nella cortina del tempo.

    Riassumiamo anzitutto i dati meno incerti: la chiesa di San Quirico, di cui si progettava la traslazione fin dal 1547, ma che nel 1549 era ancora al suo posto, scomparve prima del 1565, per riapparire nel 1572 come semplice cappella del cimitero di Verolavecchia, dove il titolo era stato trasferito nel frattempo. Il fatto che il Bollani non ne faccia parola, se da un lato sembrerebbe attestare che al 1565 non esisteva più una chiesa di San Quirico (e peraltro nemmeno di San Firmo) in territorio di Scorzarolo, d’altro canto non prova di per sé che non si fosse ancora eretta l’omonima cappella nel cimitero di Verolavecchia. Se non si volesse sospettare sia sfuggita del tutto al visitatore, basterebbe immaginare che, essendo nuova, fosse a posto con tutti i regolamenti, e quindi non richiedesse disposizioni particolari; oppure, essendo così piccola da non essere considerata più di una santella, non figurasse nella relazione ufficiale, come non vi figuravano solitamente le santelle. In ogni caso, non si può affermare con certezza che la cappella di San Quirico al cimitero di Verolavecchia non esistesse ancora al momento della visita Bollani.

    Perché mai fu collocata proprio nel cimitero di Verolavecchia, è ancora più difficile dimostrare: sappiamo troppo poco delle devozioni popolari in quei tempi lontani, ignoriamo quasi tutto di credenze, abitudini di culto, tradizioni e feste paesane, rapporti tra i fedeli comuni il clero rurale e gli alti gradi delle gerarchie ecclesiastiche. Possiamo però osservare che proprio negli anni tra il 1565 e il 1572 avvenne il passaggio di consegne tra il vecchio rettore canonico Ugoni e i frati domenicani di Brescia, per quanto riguardava la giurisdizione delle chiese di Scorzarolo. Infatti, il Bollani aveva rilevato ancora che San Giacomo e San Pietro, le sole cappelle da lui visitate in quel teritorio, «esse Reverendi domini Angeli Vgonij» [sono del reverendo don Angelo Ugoni]); mentre definiva in questi termini il prete che vi celebrava:

Dominus Presbiter Hieronymus de capitibus capellanus amouibilis in ecclesia predicta sine cura, nomine Reuerendi Domini Angeli Vgoni cum salario ducatorum XX cum onere celebrandi quotidie

[Il prete don Girolamo Cò, cappellano salariato nella chiesa di San Giacomo senza cura, a nome di don Angelo Ugoni, con salario di 30 ducati e l’obbligo di celebrare ogni giorno.] 

Il Pilati invece, soltanto sette anni dopo, annotava nei suoi appunti:

Ecclesia Sancti Iacobi de scorzarolo, fratrum Sancti dominici reddit annuatim ducatos 300 et est unita monasterio Sancti dominici Brixiæ, cum onere celebrandi quotidie unam missam

[La chiesa di San Giacomo di Scorzarolo, dei frati di San Domenico, ha un reddito annuo di 300 ducati ed è unita al monastero di San Domenico di Brescia, con l’obbligo di celebrare ogni giorno una messa.] 

E, tra l’altro, dava ordine che «pingatur capella maior, et gradus altaris» [si dipingano il presbiterio e i gradini dell’altare], nonché «valuæ reparentur, et labellum extra portetur intra ecclesiam» [le ante della porta siano riparate e l’acquasantiera esterna sia portata dentro la chiesa].

    Il visitatore inviato da san Carlo, per parte sua, aggiungeva una serie di particolari assai rivelatori circa l’appartenenza e l’amministrazione del beneficio:

Ecclesia seu oratorium nuncupatum Sancti Iacobi loci de Scorzarolo fratrum sancti Dominici brixiæ per resignationem Reuerendi Domini Angeli Vgoni Canonici Brixiensis est parua sed pulchra Altare solum habet dotatum cum onere misse quottidianæ cui satisfit [!] frater paulus de durantis ordinis sancti Dominici. Redditus dicuntur esse librarum duarum mille monete brixiensis quæ percipiuntur a fratribus prædictis, cum pensione ducatorum quinque centum predicto Reuerendo Domino Angelo Vgono canonico. Sacristia adest suppellectili fere destituta. Anexum est castrum pro habitatione fratrum, nec non et foenile ac ædes rurales pro massarijs circumcirca dictam ecclesiam.

[La chiesa o oratorio di San Giacomo in Scorzarolo appartiene ai frati di San Domenico di Brescia per rinuncia di don Angelo Ugoni canonico della cattedrale di Brescia. È piccola ma bella; ha un solo altare dotato, con l’obbligo di una messa quotidiana, adempiuto dal domenicano fra Paolo Durante. Il reddito si dice ammonti a 2000 lire bresciane, riscosse dai frati di San Domenico, i quali versano una pensione di 500 ducati (= 1500 lire) al suddetto canonico Ugoni. Esiste una sacrestia pressoché priva di arredi. Vi è annesso un castello per abitazione dei frati, nonché un fienile e caseggiati rurali per i massari, tutt’attorno alla chiesa.] 

    Un periodo di fervido movimento nell’ambito del patrimonio ecclesiastico di Scorzarolo: è evidente che la chiesa di San Giacomo era stata restaurata di recente, insieme con il complesso residenziale principale (castrum, castello) destinato a ospitare le vacanze dei frati. L’ormai vecchio canonico Ugoni, titolare delle chiese di Scorzarolo da più di trent’anni, aveva ceduto i suoi diritti al convento di San Domenico, proprietario di quasi tutte le campagne circostanti, riservandosi comunque una succulenta pensione, pari a tre quarti delle rendite complessive del beneficio.

    In quei tempi di rinnovato rigore nella disciplina ecclesiastica, l’autorità imponeva ai sacerdoti almeno il rispetto delle regole elementari della vita religiosa, come ad esempio la residenza dei sacerdoti nelle chiese di propria titolarità, e l’esercizio di tutti i rispettivi doveri. Molti parroci e rettori di chiese, che fino a quel punto avevano accumulato benefici su benefici più per amore delle rimesse economiche che della santa fede cattolica, provvidero allora a cedere le proprie chiese a chierici più diligenti, spesso a giovani parenti in cerca di una posizione sicura, talvolta a ordini religiosi che avrebbero garantito loro preghiere e meriti celesti; non dimenticavano tuttavia, i vecchi patroni, di riservarsi su ognuno dei benefici ceduti una adeguata percentuale, che gravava naturalmente sui successori, e in molti casi contribuiva a dissanguare definitivamente le pur ricche prebende originarie, a scapito – come al solito – delle chiese e delle comunità locali che si ritrovavano da un giorno all’altro sul lastrico.

    È per fronteggiare questo rischio che il cardinal Borromeo, dopo aver verificato la situazione economica del beneficio di Scorzarolo, impone al pensionario Ugoni, pur senza osare privarlo della rendita, alcuni obblighi di contribuzione a favore della chiesa di San Giacomo:

Cum huius oratorij possessores, Rectoresuè ex redditu illius annuo, quem percipit deducto onere pensionis impositæ, non satis habere compertum sit, unde, et unius sacerdotis, qui quottidie celebret, uitam sustentet, ac suppellectilem, ac alia ad cultum diuinum necessaria prouidere possit, auctoritate apostolica specialiter etiam dellegata decernitur, quod presbiter Angelus vgonus, cui super redditibus eiusdem ecclesiæ reseruata esse dicitur pensio ducatorum quinquecentum, ea omnia, et singula, quæ pro eiusdem ecclesiæ suppellectile, ac ornatu prouidendis mandantur ex fructibus eiusdem pensionis suppleat, erogando hoc anno 1580 scuta triginta, et deinde singulis annis scuta quindecim, donec ea omnia utsupra præscribitur præstita fuerint, quam peccuniarum summam singulis annis Rector aucthoritate huius decreti penes se retineat, ac cum interuentu, consensuuè Vicarij foranei illam expendat in prædicta executione sub poena dupli, et alijs poenis arbitrio ordinarij

[Poiché è evidente che i possessori o rettori di questo oratorio, dal reddito annuo che esso percepisce, detratto l’onere della pensione obbligatoria a favore del canonico Ugoni, non traggono di che mantenere un sacerdote che vi celebri ogni giorno, e poter provvedere gli arredi e le altre cose necessarie al culto divino, per autorità apostolica speciale e delegata si decreta che il prete Angelo Ugoni, al quale è notoriamente riservata una pensione di 500 ducati sopra i redditi della chiesa di San Giacomo, provveda con  i frutti della sua pensione tutto ciò che si richiede per dotare la chiesa stessa dei necessari arredi, versando per il presente anno 1580 scudi 30, e in seguito ogni anno 15 scudi, finché tutto sia procurato; il rettore, per autorità di questo decreto, trattenga presso di sé ogni anno la prescritta somma di denaro e, con l’assistenza e il consenso del vicario foraneo, la impieghi in esecuzione del decreto, sotto pena del doppio, o altre pene a discrezione del vescovo diocesano.] 

    Non è escluso che la incerta vicenda di San Quirico si inserisca in qualche modo in questo difficile passaggio di consegne tra il potente rettore Ugoni e il convento di San Domenico. Schiacciata tra queste due entità tanto più grandi di lei, la comunità di Scorzarolo, diffidente nei confronti dei domenicani, padroni delle terre e dei lavoratori, e dunque percepiti più come esosi latifondisti che come padri amorevoli, preferiva appoggiarsi alla vicina chiesa e alla comunità sorella di Verolavecchia. Ma non è dato sapere di più.

 

Il culto di San Firmo

Quanto alla chiesetta di San Firmo, il discorso si fa, se possibile, ancor più confuso. I dati puri e semplici – come già detto – attestano che nel 1565, in occasione della visita Bollani, non esisteva una chiesa di San Firmo in territorio di Scorzarolo; mentre nel 1580, al tempo di san Carlo, l’oratorio c’era ed era «parvum vetustum incongruum» [piccolo, vecchissimo e inadeguato].

    Se San Firmo fosse la stessa chiesa di San Quirico dopo la traslazione del titolo al cimitero di Verolavecchia (era l’ipotesi di partenza), non si spiegherebbe come l’oratorio, che nel 1580 era già vetustum, potesse essere scomparso o invisibile solo quindici anni prima; mentre se San Quirico fosse stato nel frattempo abbattuto e poi ricostruito col titolo di San Firmo, non si capirebbe come potesse essere vetustum.

    È chiaro anche qui che, con la scarsa documentazione che oggi possediamo, nessuna deduzione può avere un carattere definitivo, e dunque è il caso di attribuire un valore ipotetico anche a queste ultime argomentazioni, come ipotetiche avevamo definito quelle a favore della tesi avversa.

    Tuttavia, ci sarebbe un’altra possibilità. Abbiamo già visto che la cappelletta di San Firmo, poi Madonnina della Cava, era meta di devozioni popolari molto particolari, contrastate con energia dall’autorità religiosa, ma persistenti nel tempo. Il delegato di san Carlo rilevava, non senza un’ombra di disprezzo, che nell’oratorio campestre «celebratur die eius festo quo tempore ante Illud nundinæ fiunt, et in eo vigiliæ et pernoctationes habentur» [si celebra il giorno della sua festa, e in quell’occasione davanti a esso si fanno commerci e dentro avvengono veglie e pernottamenti]. Una curiosa abitudine, stigmatizzata nei suoi decreti dal Borromeo, il quale ordina: «Ne vigiliæ in eo fiant tempore eius festivitatis, sed vesperi sub hora salutationis Angelicæ oratorium claudatur, cuius clavim teneat parochus» [non si facciano veglie nell’oratorio in occasione della sua festa, ma la sera, all’ora dell’Ave Maria, esso venga chiuso e la chiave sia conservata dal parroco].

    Di queste strane devozioni colpiscono soprattutto le vigiliæ et pernoctationes, che parrebbero richiamare una remotissima pratica divinatoria definita dagli antropologi incubazione, ossia appunto l’uso di dormire dentro o presso un santuario, allo scopo di ottenere per via soprannaturale sogni e responsi utili per la propria vita.

    In casi come questo non è opportuno correr troppo svelti con l’immaginazione; ciò nonostante va riconosciuto che le stravaganti pratiche dei devoti di San Firmo erano talmente radicate, che non bastò a spegnerle la voce grossa di san Carlo. Il mutamento del titolo della cappella da San Firmo alla Madonna della Cava, avvenuto intorno al 1630 in seguito agli episodi miracolosi di cui s’è detto, potrebbe rientrare in una specie di programma normalizzatore di quelle inopportune abitudini cultuali, che i domenicani tentarono di convogliare nell’alveo dell’ortodossia. Anche qui con scarso successo, però, se ancora nel 1779 l’arciprete Semenzi, nella sua già citata relazione al vescovo, annotava allarmato a proposito della cappella mariana di Scorzarolo:

Altro Oratorio Campestre detto la Maddonina della Cava: non mi costa obbligo alcuno per essere governato da quella gente tutta soggetta a Reverendi Padri Domenicani: Solo mi costa, e ne piango ogn anno non essendomi riuscito di rimediare al disordine, che per questo Oratorio succede il Giorno di Pasqua di resurezione doue vi si fà un concorso di gente straordinario con distrazione a divini offizi delle parrocchie vicine, e strappazzo del grand Giorno di pasqua.  

    Insomma, riesce difficile pensare che manifestazioni religiose di impronta così ancestrale possano essere spuntate da un giorno all’altro intorno al 1572, quando per la prima volta compare negli atti l’oratorio di San Firmo. Si tratta presumibilmente di riti risalenti molto indietro nella storia, forse a epoche pre-cristiane, e legati strettamente a luoghi della campagna e a periodi dell’anno ben precisi: non è dunque molto credibile che in poco tempo e per semplice ordine superiore si sia potuta mutare, ad esempio, la figura del santo di riferimento da San Quirico a San Firmo, e ancor meno la ricorrenza della festa, che per San Quirico cadeva il 16 giugno, mentre per San Firmo era il 9 agosto. È pur vero che il Semenzi parlava del giorno di Pasqua, ma al suo tempo c’erano da mettere in conto oltre due secoli di tentativi, a quanto pare non riuscitissimi, di scalzare la tradizione paganeggiante.

    E allora, una ricostruzione verosimile potrebbe essere la seguente: che cioè l’oratorio di San Firmo in Scorzarolo fosse molto antico e frequentato da tempi immemorabili, ma parvum [piccolo], come rilevava ancora il Borromeo, ossia probabilmente delle dimensioni di un’edicola o poco più, e magari completamente aperto sul lato frontale, così che il Bollani (1565) non l’avesse rilevato, considerandolo una semplice santella. Solo dopo la soppressione della chiesa di San Quirico, forse, la popolazione locale, privata di uno dei suoi antichi luoghi di culto, ampliò il sacello campestre di San Firmo, lo chiuse con una parete, vi aggiunse uno o due altari, al punto che il nuovo visitatore (1572) lo considerò un oratorio, appunto un piccolo luogo chiuso di preghiera, e ne fece finalmente menzione negli atti ufficiali. Se le cose andarono davvero così, saremmo dispensati dall’identificare San Firmo con il vecchio San Quirico; ma non sarà inutile ribadire ancora una volta che si tratta di illazioni, in attesa di più solide conferme.

 

La fine ingloriosa

Che fine fecero poi tutte queste cappelle? Di San Firmo, che fu nella sua varia vicenda la più fortunata, abbiamo mostrato che venne intitolata dopo il 1630 alla Madonnina della Cava: un appellativo questo forse apotropaico, di protezione da spiriti o influssi negativi, se ha ragione chi lo vuole connesso col latino cavère, che ha appunto anche questa accezione (non è detto invece che le cave c’entrino qualcosa). È l’unica delle chiese campestri di Scorzarolo cui sia toccato di sopravvivere fino ai nostri giorni.

    La cappella di San Quirico presso il cimitero di Verolavecchia ebbe storia brevissima: nel 1580 lo stesso san Carlo, così assillato dall’osservanza di rituali e regolamenti, senza tanti complimenti fulminava l’ordine che «Altare oratorij sancti Quirici in Cæmeterio tollatur» [l’altare dell’oratorio di San Quirico nel cimitero sia eliminato]. Senza altare, anche la cappella dovette soccombere; tanto più che, dopo la metà del ‘700, l’area del cimitero vecchio fu occupata dalla fabbrica della nuova chiesa parrocchiale.

 

E di San Pietro, da cui ha preso le mosse questa ricerca, non c’è nulla da dire fino agli anni ‘60 del nostro secolo. Intorno al 1962 la chiesetta, di proprietà – non sarà inutile ricordarlo – dell’Ospedale di Brescia, abbandonata a sé stessa da chissà quanti decenni, vide rovinare buona parte del tetto. Nessuno naturalmente provvide a tamponare lo squarcio; e nel frattempo dal malandato edificio scomparve anche il non disprezzabile paliotto marmoreo dell’altare, ultimo misero avanzo della sua veneranda esistenza. Nei primi anni ‘70 qualcuno la ricorda ormai ridotta a un cumulo di macerie, che furono definitivamente sgomberate nel 1975. Oggi al suo posto rimangono alcuni abeti spelacchiati e una quercia sghemba.

    L’ultimo a far memoria dell’antico oratorio campestre era stato il Bonaglia, riportandone nel suo libro sul territorio verolese qualche sparsa notizia e l’unica foto: l’unica cosa in assoluto che ancora sussiste della chiesetta di San Pietro in Scorzarolo, oltre naturalmente alla memoria, sempre più labile e incerta, delle persone che hanno potuto vederla.

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010