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1537 gennaio 23
Don Angelo Ugoni, rettore di
S. Giacomo e di S. Pietro e S. Quirico di
Scorzarolo, investe eremita fra Pacifico
Rivetti di Rovato. [pdf] |
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1547 agosto 26
Testamento di Pietro Rivetti
di Rovato, eremita della chiesa di S. Pietro
di Scorzarolo. [pdf] |
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1549 settembre 21
Nicola Patini di Verola
Alghise vende un corpo di casa a Pietro
Martire Griani di Orzinuovi eremita delle
chiese di S. Pietro e S. Quirico di
Scorzarolo. [pdf] |
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Scorzarolo
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San Pietro e le chiese campestri
di Tommaso Casanova
da CASANOVA,
Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce.
Le chiese del territorio demolite negli ultimi
cent’anni (San Paolo, Verolavecchia,
Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra
& Civiltà, pp. 35-61.
[pdf]
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La storia di Scorzarolo, presso Verolavecchia, a
cominciare dal nome stesso della contrada,
rappresenta uno dei capitoli più oscuri e
insieme affascinanti, per chi si diletti di
indagare le vicende del circondario verolese. E
ciò perché, se da un lato nessuna documentazione
archivistica è stata mai sistematicamente
sondata sull’argomento, d’altro canto numerose
sono le tracce leggibili nel territorio, che
parlano con la loro stessa presenza di un
passato non troppo soffocato da secolari
stratificazioni. Questa preziosa attitudine
conservativa – in un certo senso – la si deve
appunto alla posizione marginale e quasi
depressa di Scorzarolo e delle sue campagne, e
al loro accentrarsi, almeno dal secolo XV, nelle
salde mani dapprima del convento bresciano di
San Domenico, e quindi dell’Ospedale Civile, che
ne hanno impedito una eccessiva parcellizzazione
delle proprietà, mantenendone quasi integro
l’assetto fino ai nostri giorni.
È evidente (basta una veloce escursione nel
vecchio borgo abbandonato per capirlo) che siamo
ormai alla fine di una lunga silenziosa
esistenza; e tanto più è dunque urgente
affrontare fin da subito, con criteri solidi e
aggiornati, lo studio di questo ultimo brandello
di medioevo, incastonato in una terra che, così
come siamo abituati a conoscerla, nelle sue
strutture agricole essenziali, è nata non molto
prima del ‘400, da una intensiva
riorganizzazione privata e pubblica delle nostre
campagne.
Non si potrà in questa sede affrontare tutte
le complesse questioni relative all’origine e
allo sviluppo storico di Scorzarolo; ma,
limitatamente all’argomento della presente
ricerca, ossia l’indagine sulle antiche chiese
soppresse nell’ultimo secolo, si tenterà di
avviare uno studio sistematico sulla vicenda del
piccolo borgo, rileggendone alla luce dei
documenti recentemente riemersi alcuni dei
tratti più caratterizzanti e significativi.
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Le origini di San Pietro
Sulla campagna di Scorzarolo, e in particolare sulla
chiesetta di San Pietro, scomparsa verso la metà
degli anni ‘70, la bibliografia è veramente assai
esigua: si limita a poche paginette del Bonaglia
[1972], il quale del resto non aggiunge nulla di
sostanzialmente nuovo a quanto già scritto in
proposito dal Guerrini [1936, p. 57] nella sua
edizione della visita Bollani, integrato con
osservazioni sparse del Cocchetti [1858, p. 366 e n.
120] e del Marini [1908, p. 9], che per parte loro
pare abbiano attinto all’archivio parrocchiale di
Verolavecchia.
Non è il caso di imbarcarsi in una discussione
serrata delle supposizioni del Bonaglia, il quale
non si astiene dal colmare le inevitabili lacune di
notizie con doviziose ricostruzioni circa la
colonizzazione romana del territorio, il suo impiego
strategico in età longobarda, la successiva
spartizione monastica delle proprietà,
l’avvicendamento dei domini feudali, le emergenze
difensive viarie urbanistiche toponomastiche del
luogo, e altro ancora. A parte il gioco
appassionante delle ipotesi edificate sopra le
ipotesi che, di tappa in tappa sulla strada del
verosimile, può portare anche molto lontano, ci sono
tuttavia alcuni dati che non possono essere
trascurati all’atto di intraprendere una ricerca
sulla chiesa campestre di San Pietro. Li proponiamo
nel loro puro valore documentario, sottoponendoli
all’attenzione del lettore, senza pretendere, in
mancanza di altre indicazioni significative, di
trarne ricostruzioni tanto avvincenti quanto
avventate.
Anzitutto meritano un cenno le due epigrafi
funebri romane che esistevano un tempo nella
chiesetta di San Pietro, pubblicate nel 1884 dallo
storico tedesco Theodor Mommsen (1817-1903) nel
volume dedicato alle iscrizioni del bresciano. Si
tratta di due testi tolti dai diari del nobile
veneziano Marino Sanudo (1466-1536), il quale doveva
averli visti e trascritti in loco durante uno
dei suoi frequenti viaggi diplomatici nella
terraferma veneta.
La prima iscrizione, secondo il Mommsen collocata
«in S. Petro apud Scorzulorum (= Scorzarolo distr.
Verolavecchia) super limine portae ecclesiae» [in
San Pietro presso Scorzarolo, sopra la soglia della
porta della chiesa], è posta da un personaggio della
gens Fabia, come monumento
inalienabile per sé, le figlie Hispana e
Annela, la liberta Iucunda e Lucius
Livius figlio di Spurius. Ancor più
sintetica la seconda lapide, di Quintus Don…
Valerius, posta «in S. Petro apud Scorzulorum (=
Scorzarolo) in ecclesia in gradu scalarum altaris»
[in San Pietro presso Scorzarolo, nella chiesa sul
gradino delle scale dell’altare].
Ora, senza sbilanciarsi in illazioni gratuite, è
evidente che queste epigrafi (sempre che non
provenissero da altrove) implicherebbero nei paraggi
la presenza di sepolture romane, e queste a loro
volta rinvierebbero a una comunità residente non
lontano dal luogo dove furono rinvenute le
iscrizioni, murate poi da costruttori cristiani nel
primitivo oratorio di San Pietro. Che il Mommsen non
le rintracci se non nei manoscritti del Sanudo,
dipende probabilmente dal fatto che l’edificio
visitato dal cronista veneziano al principio del
‘500 era l’antica chiesa medievale, non quella
settecentesca a noi nota.
Effettivamente la chiesetta di San Pietro
abbattuta pochi decenni or sono, di cui non pare
sopravvivere altro che la foto pubblicata dal
Bonaglia nel 1972, mostra un prospetto semplicissimo
a capanna, con una sobria decorazione di due lesene
laterali tuscaniche e un timpano di impronta
classicheggiante; e anche l’orientamento nord-sud
dell’edificio, per dar fronte alla strada, ne
manifestava l’origine piuttosto recente. La cappella
originaria doveva invece presentarsi senz’altro con
l’abside a est e l’ingresso a ovest, poiché questa
era la disposizione canonica delle chiese cristiane
fino al secolo XV.
A riprova che quel luogo di culto dovesse
comunque essere di veneranda antichità, è il titolo
di San Pietro, che rinvierebbe (anche qui però al
momento senza altri riscontri che la mera induzione)
all’ultimo periodo longobardo (sec. VII), o al primo
periodo franco (secc. VIII-IX). Non può non colpire,
del resto, la comunanza del titolo di San Pietro con
la chiesa principale di Verolavecchia che, come è
noto, sorgeva in origine al margine sud-occidentale
del paese, dove oggi è la santella detta appunto del
San Péder, allo sbocco della strada vicinale
che conduce alla pieve madre di Quinzano.
A questi dati si aggiunga una nota del cronista
quinzanese Agostino Pizzoni [1640, p. 16] che,
parlando degli anni intorno al 1485, alludeva a un «Oratorio,
e heremo di Santo Pietro detto volgarmente
Malgarossa, overo Corte erniglia [= Corte
emiglia]», fondato o più verosimilmente
restaurato dal letterato quinzanese Giovanni Giacomo
Conti da Gandino, padre del noto umanista Gian
Francesco Quinziano Stoa. Esisteva, pertanto, anche
in località Malgarossa (oggi Malgherosse), ai
confini tra i territori di Quinzano e Verolavecchia,
una cappella di San Pietro. È facile che si tratti,
come suggerisce lo stesso toponimo, di una cappella
primitiva, in luogo della quale fu poi edificata, a
metà del secolo scorso, la chiesetta della Madonnina
di Cortemilia, al centro di una strana enclave
del comune quinzanese in quello vicino.
Anche non volendo attribuire un particolare
significato a quest’ultima ricorrenza, che appare
comunque incerta, del nome di San Pietro nel
circondario, la coincidenza del titolo tra la chiesa
campestre di Scorzarolo e la vicina parrocchiale di
Verolavecchia è un dato meritevole di riflessione,
benché, così com’è, non permetta di trarre deduzioni
storiche di qualche consistenza.
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La relazione Semenzi
La connessione in certo modo esistente tra le due
omonime chiese di Scorzarolo e di Verolavecchia, del
resto, non era sfuggita neppure allo spirito acuto
dell’arciprete locale Francesco Semenzi, il quale
scrupolosamente annotava nella relazione per la
visita pastorale del 1779:
L Oratorio di Sant Pietro pure
nella Contrada o terra di Scorzarolo quale apparisce
essere stato parrocchia dal Cemitero che tutt ora
sussiste, ma non diffeso, anzi piantanto [=
piantato] di Moroni rifabricato pochi anni sono;
attorno al quale vi possideva la parrocchiale di
Virola Vecchia quindici pio di terra ora in potere
de Padri Domenicani: ciò sta scritto nella
relazione de beni presentata dal Parroco di què
tempi cioe 1570 in circa per ordine del Vescovo
Domenico Bollano.
Vale la pena di esaminare una per una le
affermazioni del Semenzi.
Anzitutto in questi appunti trova conferma
l’ipotesi di una riedificazione piuttosto recente
della chiesetta campestre: la sintassi della frase è
un po’ sconnessa, ma è probabile che «rifabricato
pochi anni sono» debba intendersi l’oratorio
piuttosto che il cimitero, visto che questo è appena
stato descritto in condizioni pietose: «non
diffeso, anzi piantanto di Moroni», ossia privo
di recinzione e circondato – sembra di capire – da
una semplice siepe di gelsi. Il sacerdote non dice
di aver provveduto personalmente, né di aver
assistito alla ricostruzione del piccolo tempio: se
ciò fosse avvenuto per sua cura o durante il suo
parrocchiato, non avrebbe mancato di annotarlo. Si
può quindi ritenere che la ricostruzione della
cappella dovette avvenire non molto avanti
l’ingresso del Semenzi a Verolavecchia nel 1768; in
ogni caso intorno agli anni ‘60 del secolo XVIII.
Più rilevante è l’osservazione circa l’esistenza
presso San Pietro di un cimitero, dal quale il
relatore desume che l’oratorio di Scorzarolo «apparisce
essere stato parrocchia». È vero che tra gli
elementi fondanti di una parrocchia, insieme con la
chiesa e il fonte battesimale, era sempre stato fin
dalle età più remote il cimitero, di solito posto
nel terreno consacrato (sagrato) davanti
all’ingresso principale o a lato della chiesa
stessa. I fedeli accanto al tempio della fede comune
compivano tutta la parabola della loro esistenza
umana, dal battesimo alle esequie, e rimanevano
anche dopo la morte sepolti presso l’altare, con lo
sguardo rivolto al luogo della celebrazione
eucaristica, dentro la chiesa i più facoltosi, e i
poveri all’esterno, davanti alla soglia.
Dunque non è pensabile una antica chiesa
parrocchiale che non sorgesse nel cuore di un
cimitero; ma non è detto però, all’inverso, che
sempre la presenza di un cimitero attesti l’antica
dignità parrocchiale di una chiesa. E gli indizi
avversi a considerare San Pietro la prima
parrocchiale di Scorzarolo non sarebbero pochi: a
cominciare dalla distanza della chiesa campestre dal
nucleo abitato, che del resto possedeva dentro la
sua cerchia la cappella di San Giacomo, quasi sempre
ben tenuta, a giudicare dai verbali delle visite
vescovili. Inoltre non è mai rilevato dagli atti
successivi al secolo XV che Scorzarolo avesse una
giurisdizione parrocchiale indipendente da
Verolavecchia; per il periodo precedente poi, pur in
assenza di documentazione, l’ipotesi è ancor più
inverosimile, dal momento che il distacco delle
parrocchie minori dalle maggiori o dalle pievi si
colloca non molto prima del ‘400. Ciò dovette
accadere per Verolavecchia rispetto alla pieve
matrice quinzanese: è improbabile che avvenisse
contemporaneamente anche per Scorzarolo rispetto
alla chiesa di Verolavecchia, a sua volta succursale
di Quinzano.
Del resto, in nessuna delle visite pastorali
precedenti al 1779, per il solito abbastanza
scrupolose in questo genere di segnalazioni, si
rammenta che presso la chiesa campestre di San
Pietro in Scorzarolo esistesse un cimitero, e magari
parrocchiale. Dunque esso doveva aver avuto
un’origine relativamente recente: forse era stato
realizzato in occasione del rifacimento della chiesa
stessa, in seguito a eventuali ritrovamenti di resti
umani più antichi.
L’ipotesi al momento meno inverosimile è che il
luogo possa essere stato utilizzato come sepoltura
in occasione di una delle grandi pestilenze, tra XIV
e XVII secolo, per la sua sufficiente lontananza dal
centro abitato e insieme per il fatto di avere già
nei suoi paraggi un edificio sacro, il che esonerava
la piccola comunità dall’aggravio di erigerne uno
nuovo, come spesso accadeva in quei frangenti.
Venuta meno la ragione contingente, il nuovo
cimitero, forse utilizzato ancora per qualche tempo
dagli abitanti dei contorni, cadde gradualmente in
disuso, fino a essere completamente abbandonato,
solitario e incolto, come lo descriveva l’arciprete
Semenzi.
Occorre tuttavia aggiungere, per completezza,
che la ragione del totale silenzio degli atti sulla
presenza del minuscolo cimitero campestre potrebbe
dipendere, oltre che dalla marginalità del luogo e
dal lungo abbandono, anche e soprattutto dal fatto
che l’intero territorio di Scorzarolo, con le sue
chiese e cappelle, era pertinenza del convento
cittadino di San Domenico. Questo, come del resto
tutti gli enti religiosi a carattere
sovra-diocesano, godeva ampi privilegi di esenzione
nei confronti dell’autorità vescovile, e in
particolare non era costretto a subire le seccanti
visite pastorali alle sue proprietà e pertinenze,
con relativi verbali e decreti, cui erano invece
soggette le parrocchie secolari della città e del
contado.
I parroci predecessori del Semenzi, nei loro
periodici rapporti ai superiori, non potevano
trascurare di menzionare le cappelle di Scorzarolo
soggette alla propria sorveglianza, e dunque ne
facevano regolarmente cenno, tanto per dire che le
cappelle c’erano e che essi le tenevano d’occhio:
così infatti è per tutte le relazioni dei secoli
XVII-XVIII. I vescovi, poi, per parte loro, almeno
dalla metà del ‘600, mostrano di ignorare affatto
Scorzarolo e le sue chiese nei rispettivi decreti,
forse più per accomodanti ragioni di buon vicinato
rispetto al potente convento domenicano, che perché
i suoi oratori campestri fossero particolarmente ben
tenuti.
Il primo (e unico, per quel che ne sappiamo) a
esporsi in giudizi tanto puntuali quanto arditi, fu
l’intraprendente arciprete Semenzi, che ha lasciato
le preziose note sopra menzionate; tuttavia tali
informazioni, che al loro tempo si appoggiavano a
realtà vive e presenti, appaiono oggi sganciate dal
loro contesto e lasciano nei dettagli ampi spazi
ipotetici di interpretazione e di ricostruzione. Ma
di questo non faremo certo colpa al povero Semenzi,
al quale anzi si deve gran parte di ciò che sappiamo
sulla Verolavecchia del secondo ‘700.
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Le proprietà della parrocchia di Verolavecchia
L’argomento cruciale, fra le attestazioni del
Semenzi a proposito di San Pietro in Scorzarolo,
pare comunque essere il seguente: attorno
all’oratorio – egli scrive infatti nella sua
relazione – «vi possideva la parrocchiale di
Virola Vecchia quindici pio di terra ora in potere
de Padri Domenicani». La parrocchia di
Verolavecchia possedeva, dunque, da quelle parti
terreni per una quindicina di piò, passati in
seguito, con il grosso del latifondo di Scorzarolo,
al convento bresciano di San Domenico. A conforto
della sua affermazione l’arciprete menziona una «relazione
de beni presentata dal Parroco di què tempi cioe
1570 in circa per ordine del Vescovo Domenico
Bollano».
Prima di argomentare sul significato essenziale
della notizia, ne va anzitutto verificata la fonte.
È vero che nel 1576, rettore don Tarquinio Dati, per
ordine del vescovo Domenico Bollani il notaio locale
Giulio Baiguera redasse un inventario (designazione
o estimo) dei beni immobili del beneficio di
Verolavecchia: il più antico atto del genere che si
sia conservato per quella parrocchia. In realtà,
però, il Semenzi non aveva a disposizione l’estimo
originale del Baiguera, bensì una copia fornitagli
anni prima dall’archivista vescovile don Angelo
Facconi, il quale l’aveva riprodotta da un originale
presente negli atti della curia.
In realtà, il testo della designazione del 1576 non
contiene nessun riferimento ai quindici piò di terra
della parrocchia, permutati coi domenicani prima del
1570. Il Semenzi lesse invece questa notizia nella
seguente informativa dello stesso Facconi:
Adi 26 Aprile 1773. Brescia.
Faccio fede io sottoscritto
Deputato alle Estrazione della Polize del Catastico
del Reverendo Clero dell’Estimo Generale
fatto in conferenza tra la Magnifica Città,
Spettabile Territorio, e detto Reverendo
Clero l’anno 1641, siccome nella Poliza delli Beni
ed Aggravj della Chiesa Parrocchiale de’ Santi
Pietro e Paolo Arciprebenda di Virola Vecchia, la
qual fu presentata per l’Estimo sudetto 1641
dall’Arciprete di quel tempo Sebastiano Maffeis, e
che è stata registrata nel Catastico della Quadra di
Quinzano del Clero al numero 8, stanno
scritte le seguenti memorie, Videlicet
ceteris omissis
“Bisogna avertire che questa Chiesa
dopo l’Estimo dell’anno 1564 non ha guadagnato, ma
anzi perso molto.
Prima perché ha perso quindeci Piò di
terra buonissimi che haveva et possedeva nella Terra
di Scorzarolo nella contrada di Santo Pietro
contigui ad esso Oratorio, et hora posseduti dalli Molto
Reverendi Padri Domenicani.
Di più sono statte demolite due case,
quali erano nel Castello di questa terra.
Finalmente dopo il sudetto
anno 1564 San Carlo nella Visita Apostolica
aggravò questo Beneficio del mantenimento d’un
Curato, al quale son necessitato dare di salario
scudi ottanta, oltra la Casa che egli possede.”
Angelo Facconi Deputato
all’Estimo del Clero.
Si tratta, dunque, di una notizia fondamentale,
ma passata per molte mani: il Facconi, da cui a sua
volta l’aveva ricevuta il Semenzi, l’aveva tolta
dalla dichiarazione (polizza) presentata dal
parroco don Sebastiano Maffeis nel 1641 per il
Catastico del clero, un censimento generale dei
beni ecclesiastici della provincia. La dichiarazione
del Maffeis (che, contrariamente a quanto scrive il
Facconi, non era arciprete, poiché tale titolo fu
concesso soltanto al suo successore don Lelio
Zanucca il 28 settembre 1647) è riportata alla
lettera dall’archivista. Tuttavia non sfuggirà che
il Maffeis rimandava a un estimo del 1564, ora
perduto, senza peraltro offrire alcuna indicazione
precisa e rilevante circa i «quindeci Piò di
terra buonissimi» che la parrocchia «haveva
et possedeva nella Terra di Scorzarolo nella
contrada di Santo Pietro contigui ad esso Oratorio,
et hora posseduti dalli Molto Reverendi Padri
Domenicani».
La questione non è secondaria, poiché il
riferimento generico a beni perduti dalla parrocchia
nel corso del tempo non può essere totalmente
probante, quando manchino appoggi documentari di
qualche certezza: e per il momento, riguardo ai
presunti terreni parrocchiali di Verolavecchia in
Scorzarolo, tali appoggi appunto mancano.
Rimane comunque il fatto che il rettore Maffeis
afferma decisamente che esisteva, fino a ottant’anni
prima, presso la cappella di San Pietro in
Scorzarolo, un appezzamento di 15 piò appartenente
alla parrocchia di Verolavecchia: la cosa in sé non
sarebbe inverosimile, e anzi, unita alla coincidenza
del titolo, potrebbe indurre a sospettare una
originaria dipendenza diretta dell’oratorio
campestre dalla chiesa del borgo principale. La
chiesa primitiva di Verolavecchia, il vetusto San
Péder, succursale – come s’è detto – della pieve
quinzanese, dalla quale aveva forse distaccato parte
dei beni terrieri per la propria sostentazione,
poteva avere, in un secondo tempo, dato origine,
entro un podere di sua proprietà, a una cappella per
il servizio liturgico e caritativo delle popolazioni
residenti al di là dello Strone. Sempre che non sia
invece successo l’opposto, e cioè che la vera
succursale originaria di Quinzano fosse la cappella
isolata di Scorzarolo, e che da questa si sia
staccata successivamente, presso il nucleo più
popoloso, la chiesa di Verolavecchia, eretta infine
a parrocchiale di tutta la plaga.
In ogni caso, senza documentazioni solide a
favore della notizia del Maffeis, è troppo arduo
argomentare sulla connessione tra le due chiese di
San Pietro. E neppure se la notizia trovasse
ineccepibile conferma, sarebbe poi consentito trarne
deduzioni diverse dalla semplice constatazione che
le due chiese omonime erano reciprocamente legate da
qualcosa di più del semplice titolo: la presenza del
beneficio di Verolavecchia in Scorzarolo poteva,
infatti, essere conseguenza di donazioni posteriori,
piuttosto che risalire alla dotazione originaria
alto-medievale delle due chiese.
È questo il destino infelice delle storie troppo
antiche e troppo oscure: essere in balìa delle
elucubrazioni più o meno brillanti del ricercatore
di turno, senza nemmeno grande speranza che in
futuro possa emergere qualche nuovo documento
indiscutibile, o almeno un po’ chiarificatore,
giacché la lontananza nel tempo rende sempre meno
probabile il riemergere di simili testimonianze.
Così è il caso di San Pietro in Scorzarolo, della
cui presenza, in fin dei conti, alcuni dei lettori
più anziani possono vantare di essere davvero gli
ultimi testimoni: per così dire, l’estremo capitolo
di una storia, di cui si era perso il principio, e
ora anche la fine.
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Un santuario popolare
Oltre alle documentazioni indirette, analizzate fino
a questo punto, la cappella di San Pietro compare,
negli atti oggi conosciuti, solo in età piuttosto
recente, e vi compare quale santuario di devozione
popolare, non certo come chiesa parrocchiale. I due
documenti più vecchi, scoperti di recente,
appartengono agli anni 1513-14, quando nella zona
infieriva (tanto per cambiare) una grave pestilenza,
una delle meno note e studiate dalla storiografia
locale. Si tratta in ambedue i casi di disposizioni
testamentarie dettate in articulo mortis da
due signore borghesi, residenti – il particolare è
degno di nota – in Verola Alghise. Merita spendervi
una parola.
Il primo testamento è stilato il 28 aprile 1513
da donna Agnesina del quondam Giovannino
Sacchetti, moglie di Antonio Boschetti, la quale,
tra i numerosi lasciti a vari enti religiosi del suo
paese, al convento eremitano di Pontevico, e persino
alla Madonna di Loreto, dispone anche queste curiose
incombenze per due sue parenti:
Item dicto Iure
legati reliquit vnum Camisonum
et vnum panicellum lini Iohanine de
boschettis eius cognate cum hoc quod
Ipsa Iohanina teneatur quolibet
die dominico Ire ad visitandum ecclesiam
sancti Bernardini et rochi per
vnum annum in remedio anime
sue
Item dicto Iure
legati reliquit dominice filie
quondam Laurentii de gattis vnam
bambasinam cum manichis rubeis
et vnam Interulam pro quibus
ipsa Dominica teneatur Irer [=
ire] in quolibet die dominico
ad visitandum ecclesiam sancti
petri de scorzarolo per vnum annum
utsupra
[A titolo di legato ha lasciato un
camicione e un pannicello di lino a Giovannina
Boschetti sua cognata, alla condizione che essa sia
tenuta ogni domenica a visitare la chiesa dei Santi
Bernardino e Rocco di Verola Alghise per un anno, a
rimedio dell’anima della testatrice.
Allo stesso titolo ha lasciato a Domenica del fu
Lorenzo Gatti un abito di cotone con maniche rosse e
una camicia, a condizione che essa sia tenuta ogni
domenica a visitare la chiesa di San Pietro di
Scorzarolo per un anno.]
Non possiamo purtroppo dilungarci in questa sede a
parlare della chiesa votiva dei Santi Rocco e
Bernardino (oggi San Rocco) in Verola Alghise, che
in quei difficili anni si stava edificando o
ampliando, quasi interamente grazie ai lasciti
testamentari, prima degli appestati, e in seguito
degli scampati all’epidemia. Si vede, comunque, come
fosse devozione consueta quella della visita
domenicale alle chiese minori del territorio: una
sorta di pellegrinaggio in miniatura, un surrogato
alla portata di tutti dei lunghi e faticosissimi
viaggi internazionali, in uso fin dal remoto
medioevo, verso le grandi mete religiose di Roma,
Santiago di Compostela e Gerusalemme. Forse non è un
caso che le destinazioni fissate dalla testatrice
per le sue legatarie fossero una chiesa dedicata a
San Rocco, patrono degli appestati e insieme modello
speciale del devoto e caritatevole pellegrino, e
un’altra chiesa, dispersa tra i campi, intitolata al
primo papa di Roma.
È certo, peraltro, che l’iniziativa di Agnesina
Boschetti non era una trovata del tutto estemporanea
e personale poiché, pur nella relativa scarsità dei
documenti, troviamo un’altra attestazione coeva
della medesima usanza, questa volta da una signora
verolese di adozione ma originaria di Quinzano. È
donna Margarita del fu Andriolo de Roveys,
moglie di Cristoforo Brignano, la quale il 5 marzo
1514 dettava tra gli altri il seguente disposto:
Item dicto Iure legati
reliquit domine beneuenute
eius cognate vxori Bernardini fratris
dicti Xristofori vnum guarnellum
beretinum cum manicis rubeis cum
hoc quod Ipsa teneatur visitare
per annum in omnibus
diebus dominicis ecclesiam sancti
petri sitam super territorio
de Scorzarolo
[A titolo di legato ha lasciato a
donna Benvenuta sua cognata, moglie di Bernardino
fratello di suo marito Cristoforo, un abito grigio
con maniche rosse, a condizione che essa sia tenuta
a visitare per un anno tutte le domeniche la chiesa
di San Pietro in territorio di Scorzarolo.]
Con questo si ha conferma di come la chiesetta
isolata nelle campagne di Scorzarolo, fosse
considerata nell’immaginario popolare del tempo
luogo privilegiato di devozione per le genti di
tutto il circondario. Né mancavano oratori di ogni
grado dimensione titolo e officiatura nei più
importanti centri di Verola Alghise e di Quinzano o
nei dintorni: e dunque la preferenza accordata dai
devoti a un tempio modesto e di difficile accesso,
come poteva essere San Pietro di Scorzarolo,
manifesta ancor meglio il ruolo singolare di quella
cappella nelle tradizioni locali, probabilmente da
un’epoca molto remota. In questo senso, parrebbe
trovare conforto, se non conferma, l’idea di una
specie di preminenza, almeno nella considerazione
popolare, del romitorio di Scorzarolo rispetto agli
altri numerosi luoghi di culto della zona.
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Le visite pastorali
È pur vero (e si è cercato di spiegarne le ragioni),
che le fonti ufficiali di curia sono piuttosto
reticenti a proposito di San Pietro di Scorzarolo;
tuttavia, certe allusioni dei verbali di visita
sono, nella loro estrema laconicità, assai
rivelatrici, se lette con la dovuta attenzione.
Il primo visitatore che parli espressamente
dell’oratorio campestre è il vescovo Bollani nel
1565 (non se ne faceva, invece, menzione nell’unica
relazione precedente, stesa da Annibale Grisonio XE
"Grisonio Annibale" nel 1540). Ecco le annotazioni
pertinenti dal verbale Bollani:
Die 24 7bris predictus
Reuerendissimus dominus Episcopus
missam audiuit, et a Terra cadegn<an>i
cum suprascripto Reuerendo domino
Hieronymo caballo canonico recessit
iturus ad Terram de scorzarolo causa
ecclesias uisitandi
Eodem die uisitauit
ecclesiam seu oratorium Sancti
Petri campestrem sine cura et ordinauit ut
Infra,
Et Imediate etiam se
Transtulit ad dictam Terram
Scorzaroli et uisitauit ecclesiam Sancti
Iacobi similiter sine cura, in qua ut
dicitur cellebratur missa, et dicitur
ambas ecclesias esse Reuerendi
domini Angeli Vgonij ordinauitque ut
Infra, [...]
ordinata in ecclesia Sancti
Petri de scolzarolo [!]
Ecclesia reparetur, dealbetur,
et manuteneatur, et fiat pauimentum, atque
altaria ornentur in omnibus, et remaneant
duo tantum, alia duo destruantur;
[Il 24 settembre il vescovo ascoltò
messa e con il canonico don Girolamo Cavalli partì
da Cadignano per recarsi a Scorzarolo a visitarne le
chiese. Lo stesso giorno visitò la chiesa o oratorio
campestre di San Pietro, senza cura, e diede le
disposizioni riportate più avanti. Subito dopo si
trasferì a Scorzarolo e visitò la chiesa di San
Giacomo, anch’essa senza cura, nella quale dicono si
celebri messa; è risaputo che entrambe le chiese
appartengono a don Angelo Ugoni; quindi il vescovo
ordinò come segue...
Disposizioni per la chiesa di San
Pietro in Scorzarolo
La chiesa sia riparata, imbiancata e
se ne curi la manutenzione; si faccia il pavimento;
gli altari siano decorati in tutte le parti, ma se
ne conservino soltanto due, e gli altri due vengano
eliminati.]
Da queste ordinanze risulta che la chiesetta era
dotata di ben quattro altari, per quanto affatto
privi della adeguata decorazione: memoria di antiche
frequentazioni e di cospicui contributi, anche se
ormai in fase stagnante. In effetti il numero
rilevante di altari attestava una intensa
circolazione di denaro e quindi una presenza assidua
di fedeli; e ciò non tanto per la realizzazione o il
mantenimento degli altari stessi, che in antico e in
chiesette di campagna potevano limitarsi a semplici
e disadorne mense in muratura sormontate da pitture
devote più o meno dozzinali; quanto perché ogni
altare voleva dire messe, e le messe frequenti erano
un importante cespite di entrata per lo stuolo dei
sacerdoti del vicinato. Quattro altari
significavano, dunque, che c’era stato un tempo in
cui nella chiesa di San Pietro si celebravano
d’ordinario più messe la settimana, nelle feste
forse almeno quattro; anche se, per ritrovare quest’epoca
felice, si doveva riandare indietro nei decenni,
dato che a metà del ‘500 la chiesa appare già
pressoché abbandonata e il visitatore non vi rileva
nemmeno uno straccio di cappellano.
Nel verbale l’ordinanza del Bollani è marcata a
margine da una “F”, che dovrebbe significare
factum o fecerunt: ordini eseguiti,
insomma; però la conferma si dovrà intendere
riferita alla riparazione e manutenzione della
chiesa, o alla realizzazione del pavimento, non alla
soppressione dei due altari superflui, visto che si
ritrovano ancora al loro posto in occasione della
visita del Borromeo nel 1580: la devozione popolare
è dura a cedere, anche in epoche magre e distratte.
L’abate sub-delegato Carlo Agostini, che precedette
il santo arcivescovo per raccogliere informazioni
sulle parrocchie da visitare, scriveva infatti nel
suo rapporto, a proposito di Scorzarolo:
Oratorium sancti Petri
Campestre fratrum sancti Dominici Altaria
quatuor habet non dotata. In eo celebratur
die eius festo Annexa est domus prædicto oratorio,
in qua habitant duo laici sub nomine
heremitarum absque tamen
approbatione ordinarij
[L’oratorio campestre di San Pietro,
dei frati di San Domenico, ha quattro altari non
dotati. Vi si celebra il giorno della sua festa.
All’oratorio è annessa una casa, in cui abitano due
laici col titolo di eremiti, ma tuttavia senza
l’approvazione del vescovo diocesano.]
Il cenno agli eremiti, come l’allusione del
Bollani alla appartenenza del luogo sacro al
canonico Angelo Ugoni, sono di notevole interesse, e
se ne tratterà a parte. Qui è sufficiente osservare
che a quell’epoca i quattro altari non erano dotati,
cioè non disponevano di una rendita fissa per
compensare la celebrazione regolare di messe, la
quale avveniva, se avveniva, sporadicamente dietro
offerta dei singoli devoti. Ma questo impoverimento,
abbastanza normale nelle chiese del tempo, dopo che
per tutto il ‘400 lo sport più praticato dagli
ecclesiastici di rango era stato quello di spogliare
le chiese di tutte le rendite appetibili,
cominciando dalle ricchissime fino alle più
striminzite, non impedisce di pensare che all’atto
della fondazione, molti decenni prima, ognuno degli
altari avventizi della chiesetta campestre fosse
stato dotato della sua brava prebenda, corrosa poi
in conseguenza di sacre ruberie, o semplicemente
dell’inflazione galoppante.
Della severa e inadempiuta ordinanza del Bollani
l’abate Agostini non raccoglie più neppure la
memoria. E san Carlo si accontentò delle
informazioni sottopostegli dal suo collaboratore
poiché, nonostante la sua abituale inflessibilità
quando si trattava di eliminare intemperanze o di
imporre obbedienza alle rigide norme ecclesiastiche
post-tridentine, si limita a sopprimere un solo
altare. Ecco le disposizioni del cardinal Borromeo
per l’oratorio di Scorzarolo:
In ecclesia Campestri Sancti
Petri,
Altare maius muro connectatur, et
cancellis saltem ligneis sepiatur, Altaria lateralia
ad formam reducantur, et sepiantur, uel in eis non
celebretur, Altare Sancti Bartholomei prope
portam maiorem tollantur [!] Contignatio
ecclesiæ adhibeatur. Vites muro adhærentes
succidantur,
[Nella chiesa campestre di San Pietro
L’altare maggiore sia saldato al muro
e sia recintato con un cancello almeno di legno. Gli
altari laterali siano ridotti alla forma
regolamentare e siano cintati, altrimenti non vi si
celebri. L’altare di San Bartolomeo accanto alla
porta principale sia eliminato. Si faccia un assito
nella chiesa. Si taglino alla base le viti aderenti
al muro.]
Non tutto è perfettamente evidente, ma nel
complesso queste sintetiche ordinanze consentono
persino di farsi una vaga idea della topografia
interna del luogo sacro. Gli altari continuavano a
essere quattro, come quindici anni prima: il
maggiore era separato dalla parete dell’abside forse
mediante uno stretto corridoio, come si vede ancora
in certe vecchie cappelle; poi vi erano due altari
laterali, probabilmente uno per parte; il quarto
altare, intitolato all’apostolo San Bartolomeo
protettore contro vari malanni fisici e patrono
degli antichi ospizi, si trovava in una posizione
precaria accanto all’ingresso, il che rivela
un’origine abbastanza recente e un carattere
popolare. Che poi solo di questo altare si riporti
la dedicazione, potrebbe dipendere dal fatto che, a
differenza degli altri, vi esisteva una immagine
ancora leggibile, nonostante l’abbandono generale in
cui l’edificio versava.
Non si capisce bene che cosa intendesse il
visitatore con l’ordine di addossare alla chiesa una
“contignatio” (letteralmente, un tavolato di
legno): si tratta presumibilmente di una
soffittatura interna, per nascondere alla vista le
travi delle capriate. È invece chiaro che alle
pareti esterne della cappella erano addossate delle
piante di vite, lì collocate verosimilmente da
qualche eremita, di quelli che abitavano accanto. Ed
effettivamente l’abate Agostini aveva rilevato
appunto che «Annexa est domus prædicto oratorio,
in qua habitant duo laici sub nomine heremitarum
absque tamen approbatione ordinarij»
[all’oratorio è annessa una casa, in cui abitano due
laici col titolo di eremiti, benché senza
l’approvazione del vescovo].
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L’eremita di Scorzarolo
Questo particolare ci introduce, finalmente, alla
parte più inedita e misteriosa della presente
ricerca: inedita perché le carte relative sono
riemerse soltanto ultimamente e alludono a realtà
finora affatto ignote; misteriosa perché purtroppo
le stesse carte sono poche e per niente esplicite,
anzi contraddittorie, circa le informazioni che più
interessano a noi curiosi un po’ importuni di tanti
secoli dopo.
Che presso un oratorio campestre, immerso tra
boscaglie e coltivi e lontano dai centri abitati,
sorgessero edifici rurali per abitazione del custode
e della sua famiglia, è quasi ovvio, soprattutto
pensando al diffuso disordine sociale di quei tempi;
e poi il fatto è ampiamente documentato per diverse
cappelle del circondario di Verolanuova e Quinzano.
Del resto, se ne ha conferma anche per l’oratorio di
San Pietro, da testamenti che ne fanno esplicita
menzione: ad esempio, il
20 novembre 1520 Antonio
de Veris di Scorzarolo, tra le altre
disposizioni, lasciava appunto all’eremita di quell’oratorio
due quarte (oltre 24 litri) di mistura e due di
frumento.
Ma dalle ultime ricerche è emersa una
testimonianza di notevole interesse, tanto per la
storia dell’istituzione del romitaggio nel
circondario verolese, quanto perché rivela la
presenza in Scorzarolo di una chiesa mai segnalata
dalle fonti note prima d’ora. Il documento, del 23
gennaio 1537, è una specie di contratto di locazione
con cui il rettore di tutte le chiese di Scorzarolo,
il nobile canonico bresciano don Angelo Ugoni,
designa un frate terziario di Rovato come eremita
degli oratori campestri di sua spettanza, con
l’incarico di curarne la manutenzione e accrescere
la frequenza dei devoti. L’atto importa qui
anzitutto per l’elenco dei luoghi di culto soggetti
alla giurisdizione dell’Ugoni, il quale nel dettato
contrattuale viene appunto definito
Reuerendus dominus
Angelus filius quondam Nobilis domini
hieronymi de vgonibus Ciuis et habitator
Brixie ac Canonicus Catedralis ecclesie
maioris Brixie ac rector Capelle sancti
Iacobi scorzaroli Et similiter Rector ecclesiarum
sanctorum Petri et Quirici sitarum
super territorio dicte terre
scorzaroli Brixiensis diocesis
[il reverendo don Angelo del fu
nobile signor Girolamo Ugoni, cittadino e residente
in Brescia, canonico della cattedrale di Brescia,
rettore della cappella di San Giacomo di Scorzarolo
e ugualmente rettore delle chiese dei Santi Pietro e
Quirico site nel territorio di Scorzarolo, diocesi
di Brescia.]
Rettore è titolo generico di un chierico che
abbia la responsabilità diretta di una chiesa,
dotata o no di cura d’anime; con tale epiteto
venivano definiti di norma gli investiti di un
qualsiasi beneficio ecclesiastico, quando a tale
beneficio non fosse annesso un titolo più specifico
e di maggior dignità, come quello di abate,
arciprete, preposito o altro.
Il canonico Ugoni era, dunque, titolare della
capella di San Giacomo, la chiesa principale di
Scorzarolo, che doveva sorgere (come ancor oggi, se
pure l’edificio non è più quello del ‘500) entro la
cerchia del borgo; inoltre, il patrimonio
ecclesiastico di pertinenza del nobile prelato in
Scorzarolo annoverava ancora le due ecclesie
di San Pietro e di San Quirico, situate entrambe in
aperta campagna.
Il frate Pacifico da Rovato, al secolo Pietro
Rivetti, veniva dal rettore costituito «heremitta
ad dictas ecclesias heremitarias sanctorum Petri et
Quirici sitas utsupra» [eremita presso le chiese
eremitarie di San Pietro e San Quirico], così che
potesse
gaudere e<t>
vsufructuare dictas ecclesias sanctorum
Petri et Quirici cum domibus et
edificijs Ibidem existentibus et cum
Iuribus dictarum ecclesiarum
heremitariarum ac Elimosine que
offerentur In dictis locis penitus sint Ipsius
heremite toto tempore eius vite absque
vlla contradictione Cum hoc tamen quod
dictus frater pacificus heremita teneatur fabricare
ad dicta loca et augmentare deuotionem
Iuxta posse suum.
[godere l’usufrutto delle chiese di
San Pietro e San Quirico con le case e gli edifici
ivi esistenti e con i diritti delle suddette chiese eremitarie; le offerte che vi verranno devolute
appartengano per intero al medesimo eremita per
tutto il tempo della sua vita, senza alcuna
contestazione, a condizione però che l’eremita frate
Pacifico sia tenuto a ristrutturare i fabbricati e
accrescere la devozione secondo la sua possibilità.]
Come si può intuire, non si trattava
propriamente della assunzione di un dipendente
salariato, tipo un sagrestano, per la sorveglianza e
la manutenzione dei luoghi sacri campestri, ma di
una vera e propria investitura feudale, in forma di
affittanza a tempo indeterminato, dietro versamento
di un modico canone da parte dell’eremita, secondo
quanto disposto nelle ultime clausole del contratto:
Item quod dictus frater
Pacificus teneatur soluere quolibet
anno predicto domino Angelo
libras sex planet et paria duo Caponum
bonorum quolibet anno In
festo sancti Martini uel in eius
octaua sub pena dupli sic in dicto termino
non soluti.
Item quod dictus frater
pacificus heremita expelli non
possit adictis duobus locis heremitarijs toto
tempore vite sue Ipso viuente
more boni heremite.
[Frate Pacifico sarà tenuto a versare
ogni anno a don Angelo Ugoni 6 lire planet e
due paia di capponi buoni il giorno di San Martino o
entro gli otto giorni successivi, sotto pena del
doppio di quanto non avrà saldato entro il suddetto
termine.
L’eremita frate Pacifico non potrà
essere espulso dai due luoghi eremitari per tutto il
tempo della sua vita, purché egli viva da buon
eremita.]
Con tutto ciò si ha ulteriore conferma che da
tempo esistevano domus et edificia [case ed
edifici] nelle adiacenze degli oratori di
Scorzarolo, forse di non più che modeste dimensioni
nonostante la dicitura enfatica, dove prendevano
alloggio i vari custodi che si succedevano nella
cura dei romitaggi. Ma la vera novità offerta
dall’atto del 1537 è la presenza della fantomatica
chiesa di San Quirico, mai menzionata prima d’allora
nei documenti oggi conosciuti, e ignorata dalla
bibliografia moderna: non sarà inutile dunque
imbastirvi qualche riflessione.
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San Firmo e San Quirico
La situazione delle chiese di Scorzarolo sottesa al
documento in esame, se si trascura l’intitolazione
propria delle singole cappelle, è più o meno la
stessa che appare nella documentazione successiva, e
nella realtà fin quasi ai nostri giorni. A
Scorzarolo nel 1537 c’erano, infatti, tre luoghi
sacri: la cappella di San Giacomo, la
chiesa di San Pietro, e un’altra chiesa
definita di San Quirico. Nel nostro tempo, almeno
fino all’abbattimento definitivo di San Pietro negli
anni ‘70, a Scorzarolo sono presenti ancora tre
chiese: una sorge dentro il complesso dell’area
rurale conventuale e, pur essendo dedicata a San
Vincenzo Ferreri, non pare dubbio che sia erede
diretta dell’antica San Giacomo; in aperta campagna
sorgeva (fino alla distruzione, appunto) l’oratorio
di San Pietro, che conservava il titolo originario;
infine esiste tuttora la cappelletta, poco più di
una santella, dedicata oggi alla Madonnina della
Cava. Il primo problema che si pone è, dunque, di
individuare se vi sia un rapporto di continuità tra
il misterioso oratorio cinquecentesco di San Quirico
e la attuale chiesetta della Cava.
Anzitutto va detto che la Madonnina non
ebbe sempre questo titolo, ma lo assunse soltanto
dopo il 1630, in seguito ad alcuni episodi
miracolosi, documentati da un atto notarile tuttora
inedito. Non è possibile, per ragioni di spazio e di
argomento, soffermarsi sulla pur interessante
questione: ci limiteremo ad accennare che nel
piccolo tempio doveva esistere una immagine della
Madonna, cui i fedeli si rivolgevano con particolare
fiducia, in tempi tristissimi di guerre carestie e
pestilenze. Questa devozione eminente era forse
sollecitata dagli stessi frati domenicani, padroni
del territorio, a rimedio di vecchi riti popolari in
odore di superstizione, velatamente attestati dai
visitatori episcopali del secolo XVI. Di fatto, il
culto mariano soppiantò almeno in parte le usanze
precedenti, e fu sancito con l’attribuzione del
nuovo titolo alla cappelletta, che originariamente
era invece dedicata a San Firmo; e Madonnina di San
Firmo era appunto chiamata l’immagine destinataria
della fervorosa preghiera popolare.
Non sarà inutile riportare, a chiarimento, una
tra le diverse testimonianze di miracolati raccolte
dal notaio di Verolavecchia Gabriele Mazzetti il 12
maggio 1630:
Di piu Constituita utsupra
Donna Laura molgie [= moglie] de
messer Paolo Venturello rasegotto nella terra
sudetta quale benissimo per me nodaro
Infrascritto Interogata , et ricercata de
miracoli che hora fà, et ha fatto la sudetta
Madonina de Santo firmo, rispose, et disse
Con giuramento utsupra Essere da anni
Cinque Incirca non si raccorda
precise, l’anno, Andatta lei In persona, et essersi
transferta In compagnia de Camilla Parmesana
à Visitare la sudetta Madonina Con seco un
figliolino da fasse, con la testa et facia
tutta rouinata de Piaghe, che non li uedeua
quasi ponto, et ritrouandosi iui, piglio detto
figliolino et li lauò ben bene la testa, et facia
tutta eruinata, con acqua che passa sotto detta.
madonina con un fasiolo, et lauata ben bene
la testa et facia di detto figliolino
rifferisse In Capo de otto Giorni essere
miracolosamente detto figliolino
Guarito et sanato di dette piaghe, et essere
restato con la testa et facia sana, et salua
senza una [!] male alcuno
Dall’ingenuo racconto del prodigio si vede che
l’immagine sacra è definita Madonnina di Santo
Firmo, alludendo al titolo della chiesetta, e
che l’edificio si trovava vicino a un corso d’acqua,
come la cappella odierna, al punto da far quasi
pensare che l’immagine mariana fosse dipinta sul
muro esterno proprio sopra il canale.
C’è da dire che l’arciprete Semenzi, nella sua
già citata relazione del 1779, mostra di essere di
parere diverso, poiché a proposito della cappella al
suo tempo esistente intitolata a Sant’Antonio abate,
la descrive con queste parole:
Oratorio altro sul territorio di
Scorzarolo di Santo Sant Antonio: altre volte
dal Faino chiamato di Santo Firmo Governato
presentemente da Signori Sandeo che l’anno
acquistato da Signori Spalenze come vicino al
Luogo dello stabile comprato.
Come si vede, egli propendeva a ritenere
l’oratorio di Sant’Antonio abate quale prosecuzione
della antica cappella di San Firmo, attestata dal
Faino [1658, p. 291]. In realtà al tempo del Faino
non esisteva Sant’Antonio, che nacque su proprietà
privata della famiglia Spalenza dopo il 1684 in una
zona di Scorzarolo al momento imprecisabile (forse,
ma è una illazione, presso il Confortino). La
cappella non è menzionata nelle visite pastorali
fino a quella data, ma compare per la prima volta
nella relazione stesa dall’arciprete Pietro Paolo
Pellegrino il 29 ottobre 1703:
Item un altro Oratorio di sant
Antonio Abbate Ius patronato delli ssignori Don
Camillo, e Frattelli Spalenzi fabricato per
commodo della Messa per essere lontani dalla Terra
senza obbligo alcuno di Messe
Che il Faino nomini, ancora nel 1658, tra le
chiese di Verolavecchia un San Firmo, è invero una
stranezza; ma sappiamo che le sue fonti erano per lo
più le vecchie visite pastorali, dalla semplice
lettura e comparazione delle quali non
necessariamente egli poteva riconoscere il mutamento
di titolo della cappella, e non stupisce che ne
potesse inferire l’esistenza di due chiese
differenti. Del resto, non si può escludere che per
diversi decenni anche gli abitanti stessi del luogo
abbiano fatto convivere i due nomi dell’oratorio,
magari in conflitto, offrendo all’osservatore
esterno l’impressione che si parlasse di due templi
ben distinti, e non – come invece era – del
medesimo. In ogni caso, a ribadire la collocazione
della vetusta cappella di San Firmo basterebbero i
terreni di fronte alla Madonna della Cava che, coi
nomi di San Firmo corto e San Firmo lungo,
perpetuano tuttora il ricordo dell’antico e
autentico titolo del luogo.
È chiaro, comunque, che la chiesetta originaria
di San Firmo subì modifiche strutturali sostanziali,
non solo quando mutò la dedicazione, ma anche più
volte nei secoli seguenti, come attesta sotto il
prònao l’iscrizione del 1756; tanto che non si può
pensare a una vera continuità dell’edificio da
allora fino a oggi. Poiché però qui parliamo di
fatti pertinenti al ‘500, è inevitabile adottare il
titolo antico di San Firmo a indicare la cappella
della Cava, che all’epoca non esisteva.
A questo punto possiamo ridefinire meglio i termini
del problema da cui siamo partiti: è possibile
attraverso la documentazione d’archivio, l’unica via
oggi percorribile, identificare tra loro le antiche
chiese di San Quirico e di San Firmo? È opportuno
elencare anzitutto i documenti al momento
disponibili, che fanno menzione dell’una o
dell’altra cappella.
Su San Quirico esistono tre atti compresi tra il
1537 e il 1549: oltre alla già citata nomina
dell’eremita Pacifico Pietro Rivetti da Rovato (23
gennaio 1537), la chiesa compare nel testamento
dello stesso Rivetti (26 agosto 1547), e in una
compravendita del nuovo eremita Pietro Martire
Griani da Orzinuovi (21 settembre 1549). Ecco tutto
quanto sopravvive a proposito della chiesa di San
Quirico; e non è nemmeno che da queste testimonianze
se ne possa ricavare gran che più del semplice nome.
Per giunta, tale nome non compare mai nei verbali
delle visite pastorali, che costituiscono peraltro
la documentazione più completa e organica sui luoghi
di culto delle nostre parrocchie dal cuore del ‘500
fino a oggi.
Un po’ meno sfortunata è la cappella di San
Firmo, che si trova menzionata per la prima volta
nella visita pastorale del Pilati (1572), e
soprattutto descritta nella già citata relazione
dell’Agostini (1580); ma neppure qui c’è da cantar
vittoria, perché l’essenziale delle argomentazioni –
come si vedrà – è pursempre affidato alla libera
ricostruzione dell’interprete.
Si può lasciar correre il brevissimo cenno di
don Cristoforo Pilati, che nel 1572, oltre a San
Giacomo, si limitava a rilevare la presenza in
Scorzarolo delle chiese «Sancti petri, et Sancti
firmi ambæ campestres» [San Pietro e San Firmo,
entrambe campestri]. Meglio occuparsi degli atti del
1580: nel marzo di quell’anno così l’abate Agostini
disegnava la cappelletta rurale nel suo rapporto per
il cardinal Borromeo:
oratorium sancti firmi
Campestre predictorum fratrum sancti
Dominici paruum vetustum incongruum. Altaria duo
habet non dotata. In eo celebratur die eius
festo quo tempore ante Illud nundinæ fiunt, et in eo
vigiliæ et pernoctationes habentur
Altare est extra ecclesiam inornatum omnino.
[L’oratorio campestre di San Firmo,
dei frati di San Domenico, è piccolo vecchio e
inadeguato. Ha due altari privi di dotazione. Vi si
celebra il giorno della sua festa. In tale occasione
davanti alla cappella si tiene una fiera e dentro di
essa si fanno veglie e pernottamenti. Fuori dalla
chiesa c’è un altare del tutto disadorno.]
Non è escluso che l’altare esterno privo di
decoro fosse proprio quello con l’immagine, definita
cinquant’anni dopo la “Madonnina di San Firmo”; più
curioso ancora è il riferimento agli strani riti
celebrati dalle popolazioni locali il giorno della
festa titolare (9 agosto). Ma davvero cruciali in
questa sede sono essenzialmente questi particolari:
dentro il tempio esistevano due altari, e l’edificio
appariva «parvum vetustum incongruum»
[piccolo, vecchio, inadeguato].
Effettivamente il Borromeo, nei decreti relativi
alla cappella, riprendeva minuziosamente punto per
punto la relazione Agostini, e ne dettava gli
opportuni rimedi:
In oratorio Sancti
firmi campestre
Oratorium ad meliorem formam,
et ornatum reducatur, et ei contignatio adhibeatur.
Altare maius, quod nimium angustum est, ad formam
reducatur, muroque adhereat, et cancellis
sepiatur eique prouideatur de lapide sacrato,
Altare Laterale tollatur, infra triduum sub
poena interdicti,
Altare extra ecclesiam tollatur statim,
Ne in eo oratorio celebretur, antequam
hæc præstita sint.
Ne vigiliæ in eo fiant tempore eius festiuitatis,
sed vesperi sub hora salutationis Angelicæ oratorium
claudatur, cuius clauim teneat parochus
[Nell’oratorio campestre di San Firmo
L’oratorio sia adeguatamente
restaurato e decorato e vi si ponga un assito.
L’altare maggiore, che è troppo piccolo, sia portato
alla forma regolamentare e sia saldato alla parete;
sia cintato con un cancello e sia provvisto di
pietra sacra. L’altare laterale sia eliminato entro
tre giorni, sotto pena di interdetto. L’altare fuori
dalla chiesa sia eliminato subito. Non si celebri
nell’oratorio prima di aver adempiuto ai precedenti
ordini. Non si facciano veglie nella chiesetta in
occasione della sua festività, ma la sera, all’ora
dell’Ave Maria, essa venga chiusa; la sua chiave sia
conservata dal parroco.]
È pur vero che l’ordine tassativo del visitatore
apostolico imponeva di eliminare l’altare esterno,
il quale forse ospitava l’immagine mariana; ma ciò
non impedisce di pensare che l’eventuale affresco
sia stato preservato, per divenire col tempo oggetto
privilegiato e anzi unico di devozione nel piccolo
santuario.
Ecco tutto quanto sulla chiesetta campestre di
San Firmo si può ricavare dai documenti
cinquecenteschi. Nessun cenno se ne ritrova nelle
visite pastorali susseguenti, fino al 1647, quando
per la prima volta compare ufficialmente negli atti
vescovili la intitolazione alla Beata Vergine Maria,
che poi si conserverà fino a noi.
Ma – ciò che più stupisce – tacciono
incomprensibilmente di San Firmo pure le visite
pastorali precedenti al 1572, in particolare quella
del Grisonio (1540) e del Bollani (1565). Tale
assenza, a fronte invece della presenza di San
Quirico negli atti del periodo 1537-1549, potrebbe
sembrare una indiretta conferma a favore della
identificazione delle due chiese, giacché, quando
esisteva San Quirico, pare non ci fosse ancora San
Firmo; e viceversa, quando di San Firmo si comincia
a parlare, San Quirico sembra scomparsa. Se poi si
aggiunge l’osservazione dell’Agostini che l’oratorio
di San Firmo nel 1580 era vetustum
[vecchissimo], si è costretti a escludere
l’edificazione o il ripristino dell’oratorio negli
anni tra il 1565 e il 1572, ossia tra la scomparsa
accertata del nome di San Quirico e la prima
apparizione di quello di San Firmo: dunque parrebbe
provata la coincidenza delle due cappelle.
E non è tutto. In effetti, nella prima redazione
del suo testamento – come si vedrà – l’eremita
Rivetti disponeva che l’erede «teneatur et debeat
facere celebrare unam aliam missam ad secundum
altare positum In dicta Ecclesia Sancti Quiritij»
[sia tenuto a far celebrare una messa al secondo
altare posto nella chiesa di San Quirico]: dal che
si deduce che San Quirico doveva possedere al suo
interno almeno due altari, proprio come San Firmo; e
con ciò si dovrebbe tacitare ogni residuo dubbio in
proposito.
Tuttavia, alcune considerazioni di vario genere
consigliano quanto meno di sospendere per il momento
il giudizio, fino a che non emergano elementi più
consistenti a favore della tesi dell’identità delle
due chiese.
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Il testamento di Pietro Rivetti
Tentiamo di seguire fin dove possibile le vicende di
San Quirico, così come sono attestate dagli scarsi
documenti, che rappresentano l’ultimo atto della
vicenda certo assai remota della chiesetta, votata
alla sua definitiva scomparsa.
È stato menzionato or ora il testamento che
frate Pietro Rivetti dettò dieci anni dopo la sua
investitura a eremita delle chiese di San Pietro e
San Quirico in Scorzarolo. Si conserva in una minuta
autografa del notaio Giulio Baiguera di
Verolavecchia, piuttosto pasticciata e piena di
correzioni, e proprio per questo ancor più preziosa
di quanto non sarebbe stata una bella copia ordinata
e calligrafica.
Era il 26 agosto 1547, e il Rivetti giaceva in
fin di vita «In lecto sito In quadam camera
cubiculari domorum Ecclesie Sancti Petri de
Scorzarolo» [in un letto posto in una camera
delle case della chiesa di San Pietro in
Scorzarolo], col che si conferma, se ce ne fosse
ancora bisogno, l’esistenza di edifici residenziali
accanto a San Pietro. Il testatore, dopo aver
raccomandato al Creatore, come d’uso, la sua anima
una volta sciolta dal corpo, dà disposizioni per la
propria sepoltura. Il testo della copia è stato
corretto dal notaio in due punti nodali per il
nostro argomento; ecco come si presenta, con le
parole espunte e le relative correzioni
sottolineate:
Item legauit et Iure legati
reliquit ut sepeliatur suum corpus In
[cancellato: Ecclesia] Capella Sancti
Quiritij de [cancellato: scorzarolo]
Virolaueteri In vna capsa lignea cura
et expensis Infrascripti heredis.
[Ha disposto che la sua salma sia
sepolta nella (chiesa) cappella di San
Quirico di (Scorzarolo) Verolavecchia in una
cassa di legno, a cura e a spese dell’erede.]
Insomma, dopo la correzione risulta che l’eremita
voleva essere seppellito «In Capella Sancti
Quiritij de Virolaveteri» [nella cappella di San
Quirico di Verolavecchia], mentre da principio aveva
dettato «In Ecclesia Sancti Quiritij de
scorzarolo» [nella chiesa di San Quirico di
Scorzarolo]. La differenza, che di per sé potrebbe
sembrare di scarso momento, tanto più per la
consueta apparente superficialità degli antichi
nell’uso dei vocaboli, letta alla luce del fatto che
l’oratorio campestre di San Quirico scompare dagli
atti pochi anni appresso, va assunta invece come
traccia promettente, benché esile.
In seguito il vecchio eremita impone all’erede
di far celebrare dal curato di Verolavecchia un mese
di messe da morto, e quindi aggiunge un’altra
clusola che presenta ripensamenti nella minuta:
Item legauit et Iure legati
reliquit quod dictus Infrascriptus
heres teneatur et debeat facere celebrare vnam
aliam missam ad [cancellato:
secundum] altare positum In dicta
[cancellato: Ecclesia] Capella
Sancti Quiritij per vnum annum
continuum statim post mortem dicti
Testatoris, Et hoc singulis diebus
mercurij tantum In remedium anime
sue.
[Ha disposto che l’erede sia tenuto a
far celebrare un’altra messa al (secondo) altare
posto nella (chiesa) cappella di San Quirico,
per un anno di seguito subito dopo la morte del
testatore, ogni mercoledi, a rimedio della sua
anima.]
Anche qui il Rivetti aveva dapprima dichiarato che
la messa settimanale dovesse celebrarsi per un anno
«ad secundum altare positum In dicta Ecclesia
Sancti Quiritij» [al secondo altare posto nella
chiesa di San Quirico], ma poi fece correggere «ad
altare positum In dicta Capella Sancti Quiritij»
[all’altare posto nella cappella di S. Quirico].
Che cosa può significare tutto questo? Sembra
quasi di vedere una ecclesia di San Quirico,
situata in territorio di Scorzarolo e dotata di un
paio di altari, che d’improvviso si dissolve,
lasciando il posto a una capella, del
medesimo titolo ma con un unico altare, eretta in
Verolavecchia.
Non è il caso di pensare che capella
valga qui quale semplice sinonimo di ecclesia,
e tanto meno che i toponimi di Scorzarolo e di
Verolavecchia, per quanto indichino due centri
confinanti e con molta parte della loro storia in
comune, possano essere stati considerati
intercambiabili da un notaio di Verolavecchia e da
un eremita residente da almeno dieci anni a
Scorzarolo. Non resta, dunque, se non dedurre che in
quel periodo si stesse operando (o piuttosto ancora
semplicemente progettando) una soppressione
dell’oratorio campestre di San Quirico in Scorzarolo
e insieme una traslazione del titolo in una nuova
cappella nel vicino abitato di Verolavecchia.
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Il verbale Pilati
A questo punto vien fuori la testimonianza più
sconcertante che ci sia capitato di scovare nella
presente ricerca. Si è già fatto cenno al verbale
della visita Pilati (1572), che offre la prima
menzione di San Firmo in Scorzarolo, ma qui ci
interessa per quel che dice a proposito della chiesa
principale di Verolavecchia. Ecco l’esordio della
relazione:
Die 17 7mbris 1572
Ecclesia parochialis verolæ
veteris suprascriptæ sub titulo Sancti
Quirici quæ reddit annuatim libras 1300
uisitata fuit per Reuerendum Dominum
visitatorem antescriptum, quæ est consecrata
cum altare maiori. habet sub se ecclesias
infra scriptas videlicet Sancti Rochi.
oratorium Disciplinatorum Sancti
Iacobi de scorzarolo Sancti petri, et
Sancti firmi ambæ campestres
[17 settembre 1572
Fu visitata dal delegato vescovile la
chiesa parrocchiale di Verolavecchia, sotto il
titolo di San Quirico, che ha un reddito annuo di
1300 lire; è consacrata insieme con l’altare
maggiore; ha sotto la sua giurisdizione la chiesa di
San Rocco, l’oratorio dei Disciplini, San Giacomo di
Scorzarolo, San Pietro e San Firmo, ambedue
campestri.]
Come possa il titolo marginale di San Quirico essere
attribuito addirittura alla chiesa parrocchiale di
Verolavecchia, notoriamente dedicata da tempi
immemorabili a San Pietro (o agli apostoli Pietro e
Paolo), è un autentico mistero: questa attestazione
del Pilati costituisce un unicum, non
concordando con nessun documento contemporaneo,
precedente o successivo.
È in realtà possibile che il verbale di visita,
più simile alla stesura di appunti sparsi che a una
vera e propria relazione organica, abbia
inopinatamente ratificato un abbaglio del copista. E
si può anche intuirne la ragione: al termine della
lunga lista di ordinanze per la chiesa parrocchiale
di Verolavecchia, compare la seguente postilla: «jn
ecclesia Sancti quirici in cæmeterio. Altare ornetur
tobalejs» [nella chiesa di San Quirico nel
cimitero: l’altare sia ornato di tovaglie]. Ecco la
probabile fonte dell’equivoco: chi ricopiò gli
appunti del Pilati, non trovando forse annotato
nello stesso foglio il titolo di San Pietro, scambiò
il nome di San Quirico per quello della
parrocchiale, mentre si trattava di una semplice
cappella in onore di quel santo, con un unico
altare, eretta entro la cinta dell’antico cimitero.
In altri termini, l’espressione latina fu
interpretata come se significasse «nel cimitero
della chiesa parrocchiale di San Quirico», anziché
per ciò che effettivamente voleva dire, ossia «nella
chiesa di San Quirico che si trova dentro il
cimitero della parrocchiale».
A quell’epoca la chiesa parrocchiale di
Verolavecchia, assai più piccola dell’odierna, si
limitava allo spazio oggi occupato dal presbiterio,
con la facciata all’incirca sul fianco sud della
attuale sagrestia, e l’altare maggiore nella
goticheggiante cappella settentrionale. Il cimitero
aveva sede nello spiazzo a oriente dell’edificio
antico, proprio là dove, dopo la metà del ‘700, si
edificò la navata della chiesa nuova: è appunto a
questo cimitero che apparteneva la cappella di San
Quirico.
Equivoci a parte, nel 1572 si era dunque compiuta la
traslazione del titolo di San Quirico, auspicata già
nel testamento dell’eremita Rivetti, dalla chiesetta
campestre di Scorzarolo alla cappella cimiteriale
presso la chiesa maggiore di Verolavecchia. Quando
ciò accadde con precisione è impossibile dire. Di
fatto non subito dopo la morte del Rivetti, poiché
il suo successore Pietro Martire quondam ser
Giacomo Griani di Orzinuovi, in una compravendita
del 21 settembre 1549, veniva ancora definito
eremita «ad presens In ecclesijs Sanctorum petri
et Quirici de scorzarolo» [attualmente nelle
chiese di San Pietro e San Quirico di Scorzarolo]. È
pur vero che l’atto non riguarda direttamente le due
chiese, e che il notaio rogante era stavolta di
Verola Alghise, e poteva quindi non essere
aggiornatissimo sulle vicende di Scorzarolo; ma la
definizione contenuta nell’atto è talmente
ineccepibile che, senza qualche prova consistente,
non pare lecito mettere in dubbio la sussistenza del
vecchio San Quirico per quell’epoca.
Si dovrà, dunque, concludere che la traslazione
del titolo da Scorzarolo a Verolavecchia sia
avvenuta tra il 1549 e il 1572.
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Il periodo di transizione
Purtroppo, non ci è di molto aiuto in merito la
visita del Bollani, per altri versi così completa e
minuziosa: pur collocandosi nel 1565, nel bel mezzo
del periodo per noi più significativo, tace
completamente di San Quirico tanto per Scorzarolo,
quanto per Verolavecchia, come del resto non fa
neppure menzione di San Firmo.
Partendo dal presupposto (meramente ipotetico)
che il severo vescovo Bollani non poteva aver
trascurato di visitare una chiesa, benché modesta e
campestre, e tanto meno potevano essergliene
sfuggite tre, dal suo silenzio ermetico sembrerebbe
doversi desumere che a quella data non esistessero
né San Quirico di Scorzarolo, né San Firmo, né la
nuova cappella del cimitero di Verolavecchia. Dunque
San Quirico doveva essere stata già abbattuta, ma
non traslato il suo titolo, mentre San Firmo era
ancora da edificare. E sarebbe una cronologia
credibile, se non sapessimo invece che l’incaricato
di san Carlo, quindici anni dopo, trovava San Firmo
vetustum [vecchissimo], un dato evidentemente
incompatibile con la precedente ricostruzione.
Dobbiamo quindi rassegnarci a lavorare di intuito,
per rammendare i larghi strappi che le testimonianze
storiche hanno lasciato nella cortina del tempo.
Riassumiamo anzitutto i dati meno incerti: la
chiesa di San Quirico, di cui si progettava la
traslazione fin dal 1547, ma che nel 1549 era ancora
al suo posto, scomparve prima del 1565, per
riapparire nel 1572 come semplice cappella del
cimitero di Verolavecchia, dove il titolo era stato
trasferito nel frattempo. Il fatto che il Bollani
non ne faccia parola, se da un lato sembrerebbe
attestare che al 1565 non esisteva più una chiesa
di San Quirico (e peraltro nemmeno di San Firmo) in
territorio di Scorzarolo, d’altro canto non prova di
per sé che non si fosse ancora eretta l’omonima
cappella nel cimitero di Verolavecchia. Se non si
volesse sospettare sia sfuggita del tutto al
visitatore, basterebbe immaginare che, essendo
nuova, fosse a posto con tutti i regolamenti, e
quindi non richiedesse disposizioni particolari;
oppure, essendo così piccola da non essere
considerata più di una santella, non figurasse nella
relazione ufficiale, come non vi figuravano
solitamente le santelle. In ogni caso, non si può
affermare con certezza che la cappella di San
Quirico al cimitero di Verolavecchia non esistesse
ancora al momento della visita Bollani.
Perché mai fu collocata proprio nel cimitero di
Verolavecchia, è ancora più difficile dimostrare:
sappiamo troppo poco delle devozioni popolari in
quei tempi lontani, ignoriamo quasi tutto di
credenze, abitudini di culto, tradizioni e feste
paesane, rapporti tra i fedeli comuni il clero
rurale e gli alti gradi delle gerarchie
ecclesiastiche. Possiamo però osservare che proprio
negli anni tra il 1565 e il 1572 avvenne il
passaggio di consegne tra il vecchio rettore
canonico Ugoni e i frati domenicani di Brescia, per
quanto riguardava la giurisdizione delle chiese di
Scorzarolo. Infatti, il Bollani aveva rilevato
ancora che San Giacomo e San Pietro, le sole
cappelle da lui visitate in quel teritorio, «esse
Reverendi domini Angeli Vgonij» [sono del
reverendo don Angelo Ugoni]); mentre definiva in
questi termini il prete che vi celebrava:
Dominus Presbiter
Hieronymus de capitibus capellanus
amouibilis in ecclesia predicta sine
cura, nomine Reuerendi Domini
Angeli Vgoni cum salario ducatorum XX cum
onere celebrandi quotidie
[Il prete don Girolamo Cò, cappellano
salariato nella chiesa di San Giacomo senza cura, a
nome di don Angelo Ugoni, con salario di 30 ducati e
l’obbligo di celebrare ogni giorno.]
Il Pilati invece, soltanto sette anni dopo, annotava
nei suoi appunti:
Ecclesia Sancti Iacobi
de scorzarolo, fratrum Sancti
dominici reddit annuatim ducatos 300 et est unita
monasterio Sancti dominici Brixiæ, cum
onere celebrandi quotidie unam missam
[La chiesa di San Giacomo di
Scorzarolo, dei frati di San Domenico, ha un reddito
annuo di 300 ducati ed è unita al monastero di San
Domenico di Brescia, con l’obbligo di celebrare ogni
giorno una messa.]
E, tra l’altro, dava ordine che «pingatur capella
maior, et gradus altaris» [si dipingano il
presbiterio e i gradini dell’altare], nonché «valuæ
reparentur, et labellum extra portetur intra
ecclesiam» [le ante della porta siano riparate e
l’acquasantiera esterna sia portata dentro la
chiesa].
Il visitatore inviato da san Carlo, per parte
sua, aggiungeva una serie di particolari assai
rivelatori circa l’appartenenza e l’amministrazione
del beneficio:
Ecclesia seu oratorium
nuncupatum Sancti Iacobi loci de Scorzarolo
fratrum sancti Dominici brixiæ per
resignationem Reuerendi Domini Angeli
Vgoni Canonici Brixiensis est parua sed pulchra
Altare solum habet dotatum cum onere misse
quottidianæ cui satisfit [!] frater paulus de
durantis ordinis sancti Dominici.
Redditus dicuntur esse librarum duarum
mille monete brixiensis quæ percipiuntur a
fratribus prædictis, cum pensione ducatorum
quinque centum predicto Reuerendo
Domino Angelo Vgono canonico. Sacristia adest
suppellectili fere destituta. Anexum est castrum pro
habitatione fratrum, nec non et foenile ac
ædes rurales pro massarijs circumcirca dictam ecclesiam.
[La chiesa o oratorio di San Giacomo
in Scorzarolo appartiene ai frati di San Domenico di
Brescia per rinuncia di don Angelo Ugoni canonico
della cattedrale di Brescia. È piccola ma bella; ha
un solo altare dotato, con l’obbligo di una messa
quotidiana, adempiuto dal domenicano fra Paolo
Durante. Il reddito si dice ammonti a 2000 lire
bresciane, riscosse dai frati di San Domenico, i
quali versano una pensione di 500 ducati (= 1500
lire) al suddetto canonico Ugoni. Esiste una
sacrestia pressoché priva di arredi. Vi è annesso un
castello per abitazione dei frati, nonché un fienile
e caseggiati rurali per i massari, tutt’attorno alla
chiesa.]
Un periodo di fervido movimento nell’ambito del
patrimonio ecclesiastico di Scorzarolo: è evidente
che la chiesa di San Giacomo era stata restaurata di
recente, insieme con il complesso residenziale
principale (castrum, castello) destinato a
ospitare le vacanze dei frati. L’ormai vecchio
canonico Ugoni, titolare delle chiese di Scorzarolo
da più di trent’anni, aveva ceduto i suoi diritti al
convento di San Domenico, proprietario di quasi
tutte le campagne circostanti, riservandosi comunque
una succulenta pensione, pari a tre quarti delle
rendite complessive del beneficio.
In quei tempi di rinnovato rigore nella
disciplina ecclesiastica, l’autorità imponeva ai
sacerdoti almeno il rispetto delle regole elementari
della vita religiosa, come ad esempio la residenza
dei sacerdoti nelle chiese di propria titolarità, e
l’esercizio di tutti i rispettivi doveri. Molti
parroci e rettori di chiese, che fino a quel punto
avevano accumulato benefici su benefici più per
amore delle rimesse economiche che della santa fede
cattolica, provvidero allora a cedere le proprie
chiese a chierici più diligenti, spesso a giovani
parenti in cerca di una posizione sicura, talvolta a
ordini religiosi che avrebbero garantito loro
preghiere e meriti celesti; non dimenticavano
tuttavia, i vecchi patroni, di riservarsi su ognuno
dei benefici ceduti una adeguata percentuale, che
gravava naturalmente sui successori, e in molti casi
contribuiva a dissanguare definitivamente le pur
ricche prebende originarie, a scapito – come al
solito – delle chiese e delle comunità locali che si
ritrovavano da un giorno all’altro sul lastrico.
È per fronteggiare questo rischio che il
cardinal Borromeo, dopo aver verificato la
situazione economica del beneficio di Scorzarolo,
impone al pensionario Ugoni, pur senza osare
privarlo della rendita, alcuni obblighi di
contribuzione a favore della chiesa di San Giacomo:
Cum huius oratorij possessores,
Rectoresuè ex redditu illius annuo, quem percipit
deducto onere pensionis impositæ, non satis habere
compertum sit, unde, et unius sacerdotis, qui
quottidie celebret, uitam sustentet, ac
suppellectilem, ac alia ad cultum diuinum
necessaria prouidere possit, auctoritate apostolica
specialiter etiam dellegata decernitur, quod
presbiter Angelus vgonus, cui super
redditibus eiusdem ecclesiæ reseruata esse dicitur
pensio ducatorum quinquecentum, ea omnia, et singula,
quæ pro eiusdem ecclesiæ suppellectile, ac ornatu
prouidendis mandantur ex fructibus eiusdem
pensionis suppleat, erogando hoc anno 1580 scuta
triginta, et deinde singulis annis scuta quindecim,
donec ea omnia utsupra præscribitur præstita
fuerint, quam peccuniarum summam
singulis annis Rector aucthoritate huius
decreti penes se retineat, ac cum interuentu,
consensuuè Vicarij foranei illam expendat in
prædicta executione sub poena dupli, et alijs poenis
arbitrio ordinarij
[Poiché è evidente che i possessori o
rettori di questo oratorio, dal reddito annuo che
esso percepisce, detratto l’onere della pensione
obbligatoria a favore del canonico Ugoni, non
traggono di che mantenere un sacerdote che vi
celebri ogni giorno, e poter provvedere gli arredi e
le altre cose necessarie al culto divino, per
autorità apostolica speciale e delegata si decreta
che il prete Angelo Ugoni, al quale è notoriamente
riservata una pensione di 500 ducati sopra i redditi
della chiesa di San Giacomo, provveda con i frutti
della sua pensione tutto ciò che si richiede per
dotare la chiesa stessa dei necessari arredi,
versando per il presente anno 1580 scudi 30, e in
seguito ogni anno 15 scudi, finché tutto sia
procurato; il rettore, per autorità di questo
decreto, trattenga presso di sé ogni anno la
prescritta somma di denaro e, con l’assistenza e il
consenso del vicario foraneo, la impieghi in
esecuzione del decreto, sotto pena del doppio, o
altre pene a discrezione del vescovo diocesano.]
Non è escluso che la incerta vicenda di San
Quirico si inserisca in qualche modo in questo
difficile passaggio di consegne tra il potente
rettore Ugoni e il convento di San Domenico.
Schiacciata tra queste due entità tanto più grandi
di lei, la comunità di Scorzarolo, diffidente nei
confronti dei domenicani, padroni delle terre e dei
lavoratori, e dunque percepiti più come esosi
latifondisti che come padri amorevoli, preferiva
appoggiarsi alla vicina chiesa e alla comunità
sorella di Verolavecchia. Ma non è dato sapere di
più.
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Il culto di San Firmo
Quanto alla chiesetta di San Firmo, il discorso si
fa, se possibile, ancor più confuso. I dati puri e
semplici – come già detto – attestano che nel 1565,
in occasione della visita Bollani, non esisteva una
chiesa di San Firmo in territorio di
Scorzarolo; mentre nel 1580, al tempo di san Carlo,
l’oratorio c’era ed era «parvum vetustum
incongruum» [piccolo, vecchissimo e inadeguato].
Se San Firmo fosse la stessa chiesa di San
Quirico dopo la traslazione del titolo al cimitero
di Verolavecchia (era l’ipotesi di partenza), non si
spiegherebbe come l’oratorio, che nel 1580 era già
vetustum, potesse essere scomparso o
invisibile solo quindici anni prima; mentre se San
Quirico fosse stato nel frattempo abbattuto e poi
ricostruito col titolo di San Firmo, non si
capirebbe come potesse essere vetustum.
È chiaro anche qui che, con la scarsa
documentazione che oggi possediamo, nessuna
deduzione può avere un carattere definitivo, e
dunque è il caso di attribuire un valore ipotetico
anche a queste ultime argomentazioni, come
ipotetiche avevamo definito quelle a favore della
tesi avversa.
Tuttavia, ci sarebbe un’altra possibilità.
Abbiamo già visto che la cappelletta di San Firmo,
poi Madonnina della Cava, era meta di devozioni
popolari molto particolari, contrastate con energia
dall’autorità religiosa, ma persistenti nel tempo.
Il delegato di san Carlo rilevava, non senza
un’ombra di disprezzo, che nell’oratorio campestre «celebratur
die eius festo quo tempore ante Illud nundinæ fiunt,
et in eo vigiliæ et pernoctationes habentur» [si
celebra il giorno della sua festa, e in quell’occasione
davanti a esso si fanno commerci e dentro avvengono
veglie e pernottamenti]. Una curiosa abitudine,
stigmatizzata nei suoi decreti dal Borromeo, il
quale ordina: «Ne vigiliæ in eo fiant tempore
eius festivitatis, sed vesperi sub hora salutationis
Angelicæ oratorium claudatur, cuius clavim teneat
parochus» [non si facciano veglie nell’oratorio
in occasione della sua festa, ma la sera, all’ora
dell’Ave Maria, esso venga chiuso e la chiave
sia conservata dal parroco].
Di queste strane devozioni colpiscono
soprattutto le vigiliæ et pernoctationes,
che parrebbero richiamare una remotissima pratica
divinatoria definita dagli antropologi
incubazione, ossia appunto l’uso di dormire
dentro o presso un santuario, allo scopo di ottenere
per via soprannaturale sogni e responsi utili per la
propria vita.
In casi come questo non è opportuno correr
troppo svelti con l’immaginazione; ciò nonostante va
riconosciuto che le stravaganti pratiche dei devoti
di San Firmo erano talmente radicate, che non bastò
a spegnerle la voce grossa di san Carlo. Il
mutamento del titolo della cappella da San Firmo
alla Madonna della Cava, avvenuto intorno al 1630 in
seguito agli episodi miracolosi di cui s’è detto,
potrebbe rientrare in una specie di programma
normalizzatore di quelle inopportune abitudini
cultuali, che i domenicani tentarono di convogliare
nell’alveo dell’ortodossia. Anche qui con scarso
successo, però, se ancora nel 1779 l’arciprete
Semenzi, nella sua già citata relazione al vescovo,
annotava allarmato a proposito della cappella
mariana di Scorzarolo:
Altro Oratorio Campestre detto la
Maddonina della Cava: non mi costa obbligo alcuno
per essere governato da quella gente tutta soggetta
a Reverendi Padri Domenicani: Solo mi costa,
e ne piango ogn anno non essendomi riuscito di
rimediare al disordine, che per questo Oratorio
succede il Giorno di Pasqua di resurezione doue vi
si fà un concorso di gente straordinario con
distrazione a divini offizi delle parrocchie vicine,
e strappazzo del grand Giorno di pasqua.
Insomma, riesce difficile pensare che
manifestazioni religiose di impronta così ancestrale
possano essere spuntate da un giorno all’altro
intorno al 1572, quando per la prima volta compare
negli atti l’oratorio di San Firmo. Si tratta
presumibilmente di riti risalenti molto indietro
nella storia, forse a epoche pre-cristiane, e legati
strettamente a luoghi della campagna e a periodi
dell’anno ben precisi: non è dunque molto credibile
che in poco tempo e per semplice ordine superiore si
sia potuta mutare, ad esempio, la figura del santo
di riferimento da San Quirico a San Firmo, e ancor
meno la ricorrenza della festa, che per San Quirico
cadeva il 16 giugno, mentre per San Firmo era il 9
agosto. È pur vero che il Semenzi parlava del giorno
di Pasqua, ma al suo tempo c’erano da mettere in
conto oltre due secoli di tentativi, a quanto pare
non riuscitissimi, di scalzare la tradizione
paganeggiante.
E allora, una ricostruzione verosimile potrebbe
essere la seguente: che cioè l’oratorio di San Firmo
in Scorzarolo fosse molto antico e frequentato da
tempi immemorabili, ma parvum [piccolo], come
rilevava ancora il Borromeo, ossia probabilmente
delle dimensioni di un’edicola o poco più, e magari
completamente aperto sul lato frontale, così che il
Bollani (1565) non l’avesse rilevato, considerandolo
una semplice santella. Solo dopo la soppressione
della chiesa di San Quirico, forse, la
popolazione locale, privata di uno dei suoi antichi
luoghi di culto, ampliò il sacello campestre di San
Firmo, lo chiuse con una parete, vi aggiunse uno o
due altari, al punto che il nuovo visitatore (1572)
lo considerò un oratorio, appunto un piccolo
luogo chiuso di preghiera, e ne fece finalmente
menzione negli atti ufficiali. Se le cose andarono
davvero così, saremmo dispensati dall’identificare
San Firmo con il vecchio San Quirico; ma non sarà
inutile ribadire ancora una volta che si tratta di
illazioni, in attesa di più solide conferme.
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La fine ingloriosa
Che fine fecero poi tutte queste cappelle? Di San
Firmo, che fu nella sua varia vicenda la più
fortunata, abbiamo mostrato che venne intitolata
dopo il 1630 alla Madonnina della Cava: un
appellativo questo forse apotropaico, di protezione
da spiriti o influssi negativi, se ha ragione chi lo
vuole connesso col latino cavère, che ha
appunto anche questa accezione (non è detto invece
che le cave c’entrino qualcosa). È l’unica
delle chiese campestri di Scorzarolo cui sia toccato
di sopravvivere fino ai nostri giorni.
La cappella di San Quirico presso il cimitero di
Verolavecchia ebbe storia brevissima: nel 1580 lo
stesso san Carlo, così assillato dall’osservanza di
rituali e regolamenti, senza tanti complimenti
fulminava l’ordine che «Altare oratorij sancti
Quirici in Cæmeterio tollatur» [l’altare
dell’oratorio di San Quirico nel cimitero sia
eliminato]. Senza altare, anche la cappella dovette
soccombere; tanto più che, dopo la metà del ‘700,
l’area del cimitero vecchio fu occupata dalla
fabbrica della nuova chiesa parrocchiale.
E di San Pietro, da cui ha preso le mosse questa
ricerca, non c’è nulla da dire fino agli anni ‘60
del nostro secolo. Intorno al 1962 la chiesetta, di
proprietà – non sarà inutile ricordarlo –
dell’Ospedale di Brescia, abbandonata a sé stessa da
chissà quanti decenni, vide rovinare buona parte del
tetto. Nessuno naturalmente provvide a tamponare lo
squarcio; e nel frattempo dal malandato edificio
scomparve anche il non disprezzabile paliotto
marmoreo dell’altare, ultimo misero avanzo della sua
veneranda esistenza. Nei primi anni ‘70 qualcuno la
ricorda ormai ridotta a un cumulo di macerie, che
furono definitivamente sgomberate nel 1975. Oggi al
suo posto rimangono alcuni abeti spelacchiati e una
quercia sghemba.
L’ultimo a far memoria dell’antico oratorio
campestre era stato il Bonaglia, riportandone nel
suo libro sul territorio verolese qualche sparsa
notizia e l’unica foto: l’unica cosa in assoluto che
ancora sussiste della chiesetta di San Pietro in
Scorzarolo, oltre naturalmente alla memoria, sempre
più labile e incerta, delle persone che hanno potuto
vederla.
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