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Tra le cappelle perdute del territorio va
annoverata anche la chiesetta di San Giacomo,
ubicata in territorio di Verolavecchia, al
confine con il comune di Verolanuova, come è
documentato a partire dal Catasto Austriaco del
1852.
Sorgeva su un campo denominato “Santella”,
confinante con un altro chiamato “San Giacomo”,
dal quale probabilmente prese il nome. Sita a
sud-ovest di Verolanuova, la si raggiungeva
percorrendo un viottolo che, superata la cascina
Villa Tadini, conduceva oltre il confine del
territorio comunale.
Sobria nella forma, misurava circa 4 metri
di larghezza e 8-10 di lunghezza, incluso un
ampio ed arioso porticato. La struttura
architettonica a capanna, caratterizzata da
tetti spioventi, era semplice e scarna, simile
nella tipologia alle numerose chiesette
campestri disseminate nella Bassa.
All’ombra del portico si rivelava una
dignitosa facciata, segnata da una porta
centrale e da due finestre laterali con vetri
colorati. L’abside rettangolare, con gli angoli
smussati, presentava due piccole finestre che
facevano convergere la luce sull’altare,
abbellito da una lapide marmorea e sormontato da
un dipinto raffigurante San Giacomo.
La parete interna dell’abside, invece,
ospitava una rappresentazione delle Anime
Purganti, alle quali gli abitanti del
circondario erano particolarmente devoti.
Infatti, come testimonia la signora Pierina
Mombelli che abitò nei pressi per 27 anni, le
contadine erano solite recarvisi per pregare i
defunti, chiedendone l’intercessione in vista
della loro vita ultraterrena. Tale devozione era
così profonda che l’antica denominazione di San
Giacomo fu sostituita da quella che rimase poi
nella tradizione, cioè “Santella dei Morti di
San Giacomo”. Nei momenti di riposo dalle
attività quotidiane, ci si recava in quel luogo
sacro “per far compagnia ai morti”, dando in tal
modo ad essi la priorità rispetto all’originario
culto tributato a San Giacomo.
Il culto dei morti, d’altronde, permeava
ogni ambito della vita, tant’è che ad essi si
ricorreva durante le calamità naturali e in
occasione dei morbi, sia quando colpivano gli
uomini che quando toccavano agli animali.
Proprio per questo motivo, la cappelletta era
meta di frequenti visite, in particolare nella
bella stagione; non di rado vi affluivano gruppi
di ragazzi che, lasciato l’oratorio, vi
trascorrevano in serenità i pomeriggi festivi.
Accanto, dunque, a una funzione
eminentemente religiosa, il tempietto campestre
svolgeva anche un compito profano, accogliendo,
oltre ai giochi degli adolescenti, le messi e
gli attrezzi agricoli, proteggendoli dalle
intemperie e salvaguardando da un’improvvisa
rovina il frutto del sudore dell’uomo.
Per molti decenni tenuta viva e pulita da
alcuni fedeli verolesi, la chiesetta iniziò il
suo abbandono intorno agli anni ‘60, in un
progressivo degrado, cui hanno contribuito
l’incuria umana e l’inesorabile trascorrere del
tempo. Compare ancora, comunque, come “Cappella
di San Giacomo di Verolavecchia” in una carta
topografica ufficiale del 1969.
Diventata ormai un ammasso di macerie invase
dalle erbacce, si decise, nel 1988-89, di
asportare quanto ancora testimoniava l’antica
presenza, forse per rendere più agevole il
passaggio ai campi, o forse per recuperare uno
spazio maggiore da adibire alle colture. Durante
i lavori di spianamento furono rinvenute sotto
il pavimento absidale cinque tombe in mattoni,
contenenti i resti di quattro adulti e di un
adolescente, morti, secondo la tradizione, in
una epidemia. Probabilmente si trattava del
colera che nel 1856 imperversò nella nostra
zona, falcidiando interi borghi.
Proprio a questo funesto evento alcuni fanno
risalire il culto dei morti praticato nella
chiesetta di San Giacomo; altri, invece, lo
collegano a coloro che persero la vita durante
uno scontro armato tra contrade confinanti (Pontevico-Verolavecchia).
Tali ipotesi hanno forse un’esile anima di
verità, se si sono mantenute sostanzialmente
inalterate attraverso i ricordi tramandati fino
alla nostra generazione. |