info@terraecivilta.it

 

Home » Saggi & Ricerche » Ombre senza voce »

HOME
Notizie & Aggiornamenti
Saggi & Ricerche
Fonti & Documenti
Immagini & Percorsi
Mappa del sito
Terra&Civiltà

 

 

 

Verolavecchia

 

 La santella di San Giacomo

 

 di Enrica De Angeli - Doriana Francesconi - Franca Vergine

 

da CASANOVA, Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce. Le chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni (San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, pp. 63-64.

[pdf]

 

 

Tra le cappelle perdute del territorio va annoverata anche la chiesetta di San Giacomo, ubicata in territorio di Verolavecchia, al confine con il comune di Verolanuova, come è documentato a partire dal Catasto Austriaco del 1852.

    Sorgeva su un campo denominato “Santella”, confinante con un altro chiamato “San Giacomo”, dal quale probabilmente prese il nome. Sita a sud-ovest di Verolanuova, la si raggiungeva percorrendo un viottolo che, superata la cascina Villa Tadini, conduceva oltre il confine del territorio comunale.

    Sobria nella forma, misurava circa 4 metri di larghezza e 8-10 di lunghezza, incluso un ampio ed arioso porticato. La struttura architettonica a capanna, caratterizzata da tetti spioventi, era semplice e scarna, simile nella tipologia alle numerose chiesette campestri disseminate nella Bassa.

    All’ombra del portico si rivelava una dignitosa facciata, segnata da una porta centrale e da due finestre laterali con vetri colorati. L’abside rettangolare, con gli angoli smussati, presentava due piccole finestre che facevano convergere la luce sull’altare, abbellito da una lapide marmorea e sormontato da un dipinto raffigurante San Giacomo.

    La parete interna dell’abside, invece, ospitava una rappresentazione delle Anime Purganti, alle quali gli abitanti del circondario erano particolarmente devoti. Infatti, come testimonia la signora Pierina Mombelli che abitò nei pressi per 27 anni, le contadine erano solite recarvisi per pregare i defunti, chiedendone l’intercessione in vista della loro vita ultraterrena. Tale devozione era così profonda che l’antica denominazione di San Giacomo fu sostituita da quella che rimase poi nella tradizione, cioè “Santella dei Morti di San Giacomo”. Nei momenti di riposo dalle attività quotidiane, ci si recava in quel luogo sacro “per far compagnia ai morti”, dando in tal modo ad essi la priorità rispetto all’originario culto tributato a San Giacomo.

    Il culto dei morti, d’altronde, permeava ogni ambito della vita, tant’è che ad essi si ricorreva durante le calamità naturali e in occasione dei morbi, sia quando colpivano gli uomini che quando toccavano agli animali. Proprio per questo motivo, la cappelletta era meta di frequenti visite, in particolare nella bella stagione; non di rado vi affluivano gruppi di ragazzi che, lasciato l’oratorio, vi trascorrevano in serenità i pomeriggi festivi.

    Accanto, dunque, a una funzione eminentemente religiosa, il tempietto campestre svolgeva anche un compito profano, accogliendo, oltre ai giochi degli adolescenti, le messi e gli attrezzi agricoli, proteggendoli dalle intemperie e salvaguardando da un’improvvisa rovina il frutto del sudore dell’uomo.

    Per molti decenni tenuta viva e pulita da alcuni fedeli verolesi, la chiesetta iniziò il suo abbandono intorno agli anni ‘60, in un progressivo degrado, cui hanno contribuito l’incuria umana e l’inesorabile trascorrere del tempo. Compare ancora, comunque, come “Cappella di San Giacomo di Verolavecchia” in una carta topografica ufficiale del 1969.

    Diventata ormai un ammasso di macerie invase dalle erbacce, si decise, nel 1988-89, di asportare quanto ancora testimoniava l’antica presenza, forse per rendere più agevole il passaggio ai campi, o forse per recuperare uno spazio maggiore da adibire alle colture. Durante i lavori di spianamento furono rinvenute sotto il pavimento absidale cinque tombe in mattoni, contenenti i resti di quattro adulti e di un adolescente, morti, secondo la tradizione, in una epidemia. Probabilmente si trattava del colera che nel 1856 imperversò nella nostra zona, falcidiando interi borghi.

    Proprio a questo funesto evento alcuni fanno risalire il culto dei morti praticato nella chiesetta di San Giacomo; altri, invece, lo collegano a coloro che persero la vita durante uno scontro armato tra contrade confinanti (Pontevico-Verolavecchia). Tali ipotesi hanno forse un’esile anima di verità, se si sono mantenute sostanzialmente inalterate attraverso i ricordi tramandati fino alla nostra generazione. 

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010