|
Anche
le cose in una visita pastorale hanno la loro dignità; anzi, in
molti casi sembra che tutta la preocupazione del visitatore sia
concentrata per intero nella manutenzione e nella cura degli
oggetti, siano essi gli arredi del culto o le entrate delle varie
prebende parrocchiali. Vogliamo dare dunque anche alle cose quello
spazio che renda ragione della loro presenza negli austeri verbali
degli antichi prelati.
A
questo punto sembra opportuno dedicare un po’ di spazio
all’inventario del beneficio di Verolavecchia, stilato su ordine
del vescovo Domenico Bollani dal notaio Giulio Baiguera il 19 aprile 1576.
Già
il vicario Annibale Grisonio, nel 1540, aveva ingiunto al curato di
provvedere al più presto una lista completa degli immobili
parrocchiali, ma non sappiamo se l’ordine sia stato adempiuto. In
ogni caso, quello del 1576 è il primo documento del genere di cui
disponiamo per Verolavecchia, ed essendo un inedito di notevole
interesse, non si può perdere l’occasione di pubblicarlo.
Benché
sia piuttosto esteso e articolato, e non connesso immediatamente con
le visite pastorali, proporremo il documento per intero, poiché
risulta rilevante non solo per la storia della parrocchia e del
paese, ma in parte anche per quella della diocesi bresciana. Esso
contiene infatti in allegato il decreto con cui il Bollani, il 29
agosto 1575, indiceva per tutte le chiese e i benefici ecclesiastici
della diocesi l’obbligo dell’inventario dei patrimoni
immobiliari e mobiliari.
L’editto
seguiva la celebrazione del sinodo diocesano del novembre 1574,
nel quale il presule aveva dato un forte impulso al suo intento
riformatore, attirandosi così l’ostilità aperta e violenta delle
fasce più retrive del clero locale, sorretto nella curia romana da
un protettore potente, il cardinale verolese Gian Francesco Gambara.
Con molta difficoltà e ancor maggiori ostacoli, il Bollani in quei mesi tentava di disporre una ad una le carte del suo
progetto, facendosi attribuire dal pontefice poteri inquisitori e
penali contro i renitenti e pubblicando le sue costituzioni sinodali
dedicate in gran parte alla disciplina del clero. Un settore
delicato riguardava la riforma degli archivi ecclesiastici: il
meritorio intento di porre un freno alla piaga delle pensioni
esorbitanti imposte a cappelle e benefici (di cui abbiamo avuto un
esempio lampante nella questione del canonico Angelo Ugoni per la prebenda di Scorzarolo), si scontrava naturlamente
contro potenti e radicati privilegi di casta, che non sarebbe
bastata certo la ragionevolezza del progetto a far recedere dalle
opposizioni estreme. In ogni caso, il vescovo si appoggia
espressamente, come si evince dalle sue stesse parole, agli enti
locali, unico contraltare alla irriducibile influenza economica e
giuridica degli ecclesiastici; e, in attesa della ventilata (e più
volte rimandata) visita apostolica dell’inflessibile cardinale
Borromeo, impone a tutti i beneficiati di consegnare entro sei mesi
un dettagliato elenco dei beni immobili e mobili delle rispettive
prebende, perché sia conservato presso la curia vescovile a
protezione e futura garanzia del rispetto di ciascun ente
ecclesiastico.
I
sei mesi di rito erano già scaduti quando a Verolavecchia si
provvide ad adempiere l’obbligo.
Gli
atti contenuti nel presente documento sono due: il primo, cui è
allegata copia del decreto Bollani, data al 25 marzo 1576,
ed è la nomina dei perquisitores,
ossia dei quattro incaricati municipali che dovranno procedere alla
rilevazione, misurazione e stima degli immobili del beneficio
parrocchiale.
Attore
principale è il consiglio speciale del comune (corrispondente più
o meno alla nostra giunta municipale): era composto da dodici
consoli, che venivano eletti annualmente dalla vicinia (l’assemblea dei possidenti originari maggiorenni), e
amministravano in coppia a turni di due mesi, mentre per il resto
dell’anno fungevano da reggenti (oggi diremmo assessori).
In effetti, nell’atto sono menzionati in principio “ser
Bernardino Caprerone console, per sé e a nome di Bernardino Ianni console assente”, mentre gli altri dieci sono elencati di
seguito e definiti in conclusione “tutti consoli e reggenti del
comune di Verolavecchia”.
La
parte principale del documento qui riportato è invece, come si può
capire, l’inventario stesso, redatto e autenticato dal notaio il
19 aprile 1576,
meno di un mese dopo la nomina dei rilevatori. Si tratta di un
elenco minuzioso e dettagliato dei beni immobili (all’incirca 100
piò) posseduti dalla parrocchia a quel tempo, corredato dei diritti
di acque, dei livelli, e da una breve lista degli arredi di chiesa;
a margine è allegato un analogo inventario dei beni stabili e mobili
pertinenti alla chiesa civica di San Rocco.
Come si può vedere,
la lettura dell’inventario offre numerosissimi spunti di interesse
storico e toponomastico. In particolare è preziosa la descrizione
che viene fatta delle adiacenze della chiesa parrocchiale: insieme
con l’inventario del 13 agosto 1603, steso all’atto della morte di
don Tarquinio Dati,
ci offre l’immagine topograficamente più precisa della condizione
del luogo nel periodo storico in cui sorgeva quella che abbiamo
definito la seconda
parrocchiale di Verolavecchia, ossia tra la fine del ‘400 e il
1768, quando essa lasciò il posto alla terza
parrocchiale, l’odierna.
Alcune indicazioni
abbastanza precise e corrette erano già state suggerite dalle
ricerche precedenti:
ora possiamo integrarle con le referenze contenute nell’inventario
e offrire un quadro di massima che, con tutte le dovute riserve, può
considerarsi abbastanza attendibile.
La
chiesa era assai più piccola dell’odierna, ed era orientata sulla
linea nord-sud, con a settentrione l’abside, che forse era
costituita proprio dall’unico ambiente oggi rimasto di
quell’edificio, ossia la cappella quasi quadrata con la crociera a
sesto acuto decorata a costoloni;
la facciata era dunque a meridione, presumibilmente in
corrispondenza o quasi del muro esterno sud dell’odierna
sacrestia; la parete orientale doveva coincidere più o meno con la
linea oggi rappresentata dai gradini d’ingresso al presbiterio,
sotto i quali sono stati ritrovati appunto i fondamenti del muro
laterale di fine ‘400.
A
occidente della chiesa (come anche oggi) era la casa del rettore,
con un’ampia ortaglia e diverse costruzioni, descritte nei
particolari dall’inventario del 1603, cui rimandiamo. Qui ci
interessano le adiacenze, che erano a nord la seriola del comune (o del Mulino), a est la chiesa stessa, e sono adiacenze
abbastanza coerenti con quelle attuali; qualche differenza c’era
sugli altri due lati della proprietà, poiché a sud la strada
correva forse quasi perpendicolare alla chiesa, mentre a ovest
esisteva un vasus (vaso,
fosso) della seriola Massara, ora scomparso, che ha lasciato memoria
di sé nel nome del vicolo Canale (popolarmente la Canàl).
Lungo
il lato orientale del tempio, là dove oggi sorge il cuore della
navata settecentesca, era disposto il cimitero; a est del quale,
circa in corrispondenza dell’ingresso principale e del sagrato
odierno, vi era la casa del curato, col suo fondo annesso, un po’
più piccolo di quello del rettore, e la strada a sud e a est (più
o meno l’angolo tra via XX Settembre e via Liberazione) e a nord un certo Andrini. A nord dello
stesso Andrini, la parrocchia possedeva un’altra casa colonica, la
sede del fattore, che doveva corrispondere alla zona tra via Piave e via XX Settembre (due strade a nord e a est) e la seriola
del Mulino che scorreva (e scorre) a ovest.
Tutto
sembra topograficamente molto prossimo alla condizione attuale della
zona tra la parrocchiale e il municipio, benché la chiesa — come
ovvio — non sia più quella esistente al momento della stesura
dell’inventario.
Notiamo a margine
anche l’esistenza di una casa del beneficio dentro la cinta del
castello, con la strada a monte e a mezzogiorno, e sugli altri
fronti due privati; nell’inventario del 1603
è descritta in questo modo: “una
casa in castello murata cuppata solerata, de duoi tratti posta a
presso la torre”, affiancata da “un
sedume in detto castello per fabricar una casa desopra ala torre
verso matina”; e forse è la stessa casa in
spolto menzionata nella presa di possesso del 1526.
Oltre
alle notevoli informazioni sulla zona della chiesa, la lettura
dell’inventario offre vari spunti d’interesse anche a proposito
del territorio rurale. Tant’è vero che, con la collaborazione
competente dell’amico Armando Barbieri, ci siamo sbizzarriti a
ricostruire la disposizione del beneficio:
e ci sembra di esserci almeno in parte riusciti, scoprendo tra
l’altro la particolare attitudine conservativa del territorio di
Verolavecchia, che fa ritrovare molti terreni nella medesima
posizione e condizione che avevano nel secolo XVI, ossia oltre
quattrocento anni or sono.
Teniamo conto poi che
la situazione degli immobili parrocchiali nel 1576 (che è poi quella
che il beneficio conserverà fino alla sua abolizione nel 1985)
rappresenta l’ultima fase di una storia risalente alla fondazione
stessa della chiesa locale. Non saremo dunque lontani dal vero
immaginando che questo inventario, pur nella sua data relativamente
recente, rappresenti, a saperlo leggere, uno spiraglio, al momento
forse l’unico, aperto su tempi remotissimi, sui quali è escluso
che potremo rintracciare mai documentazioni più esplicite.
Un
solo esempio: la presenza di certi canoni livellari conseguenti a
enfiteusi (locazioni a tempo indeterminato) su tre cortivelli e un
terreno di 3 piò e mezzo nella contrada “Sancti
Petri veteris” (di San Pietro vecchio), che rivela antiche
proprietà della parrocchia nei paraggi della zona dove sorgeva fino
a circa un secolo avanti la primitiva chiesa del borgo di
Verolavecchia.
Per
avere un minimo di chiarezza nell’elenco di terreni e contrade,
che molti abitanti di Verolavecchia anche oggi sapranno riconoscere,
ne diamo un prospetto riassuntivo.
|
n.
|
immobili
|
piò
|
tavole
|
piedi
|
|
1
|
cortivo
con edifici e orto, dove abita il rettore
|
-
|
88
|
-
|
|
2
|
casa
con fondo, dove abita il curato
|
-
|
66
|
3
|
|
3
|
cortivo
con edifici rurali, dove abita il massaro
|
-
|
92
|
4
|
|
4
|
casa
in castello
|
-
|
-
|
-
|
|
5
|
pezza
di terra “el
Guadagno”
|
2
|
33
|
-
|
|
6
|
pezza
di terra “el Santo
Iacomo”
|
10
|
80
|
10
|
|
7
|
pezza
di terra “la
Crosetta”
|
30
|
45
|
5
|
|
8
|
pezza
di terra, in contrada “el
Maiochetto”
|
7
|
44
|
10
|
|
9
|
pezza
di terra “el
Forcacio”, in contrada “el
Maiochetto”
|
2
|
80
|
3
|
|
10
|
pezza
di terra, in contrada “el
Bonhor”
|
10
|
40
|
8
|
|
11
|
pezza
di terra “el Burecho”,
in contrada “Albareti”
|
3
|
6
|
8
|
|
12
|
pezza
di terra, in contrada “Tabulerii”
|
9
|
95
|
8
|
|
13
|
pezza
di terra, in contrada “la
via Scaveza”
|
6
|
59
|
-
|
|
14
|
pezza
di terra, in contrada “Orzolarum”
|
3
|
11
|
9
|
|
15
|
pezza
di terra, in contrada “Orzolarum”
|
5
|
90
|
5
|
|
16
|
pezza
di terra, in contrada “Filiceti”
|
4
|
69
|
-
|
|
17
|
pezza
di terra, in contrada “Filiceti”
|
2
|
50
|
3
|
|
18
|
pezza
di terra, in contrada “Sancti
Viti”
|
7
|
97
|
8
|
|
|
totale:
|
100
|
1045
|
84
|
|
19
|
terreno
arativo, in contrada “Carpeneti”
(San Rocco)
|
3
|
50
|
-
|
|
n.
|
livelli
|
piò
|
tavole
|
piedi
|
|
1
|
riva
della seriola Massara, in contrada “Saveni”
|
|
21
|
3
|
|
2
|
riva
della seriola Massara, in contrada “Saveni”
|
|
21
|
6
|
|
3
|
3
cortivelli adiacenti, in contrada “Sancti
Petri veteris”
|
|
|
|
|
4
|
terra
arativa, in contrada “Sancti
Petri veteris”
|
3
|
50
|
-
|
Per
quanto riguarda le fonti di reddito della chiesa verolese, oltre ai
beni descritti minutamente qui sopra, il discorso si dovrebbe
estendere a legati e lasciti testamentari, cappellanie, offerte
spontanee, e le altre svariate vie attraverso le quali il denaro
entrava nelle casse della parrocchia e del clero, e anche (perché
no?) quelle per cui usciva nella forma di investimenti redditizi e
di beneficenza. Su questo tema le visite pastorali non sono certo
avare di informazioni e di rimandi alla documentazione archivistica
parallela (testamenti, lasciti, contratti).
Siccome però questo
argomento è strettamente connesso anche con l’attività delle
confraternite e delle pie associazioni, oltre che con le cappellanie
e le reggenze d’altare, sarà il caso di farne oggetto di una
trattazione appropriata, che tenga presenti tutte le fonti
disponibili: ne uscirà senza dubbio un quadro molto realistico e per
certi versi inedito dell’economia del paese, che potrà essere di
riferimento per gli studi sulla storia di Verolavecchia e di tutto
il circondario.
Per
ora, il lettore si accontenterà di sfogliare quanto dicono in
proposito le relazioni delle visite, le quali di per sé sono già
sufficientemente esplicative della realtà economica che descrivono.
Sacrestia, cimitero, battistero
Due
parole vanno spese invece per alcune adiacenze della chiesa che
hanno un loro posto specifico in tutte le visite pastorali: il
battistero, la sacrestia e il cimitero.
Della
sacrestia si può solo dire che non c’era nel 1540, né nel 1565, e
probabilmente nemmeno nel 1572 (il dato non è sicuro, perché il
visitatore usa apparentemente con quel senso il termine sacrarium,
che di solito però indica un’altra cosa).
La
prima volta appare agli occhi del severissimo Agostini, e sembra
suscitarne un velato disappunto: “sacristia
est a parte occidentali per quam fit transitum in domum rectoris”
(la sacrestia è sul lato occidentale, e attraverso di essa si passa nella
casa del rettore). Non è certo la sacrestia attuale, anche se ha la
stessa caratteristica di essere comunicante con la canonica; ma
forse non è neppure quella tuttora esistente accanto alla cappella
gotica, poiché è stata attribuita al 1698.
Quanto
al cimitero, la sua vicenda lungo tutto il ‘500 è una infinta
litania di contestazioni del suo stato di sciatteria e di abbandono.
Il
Grisonio (1540) “Mandavit
aditus cimiterij obturari taliter quod animalia bruta non possint
ingredi” (ha ordinato che l’accesso del cimitero sia chiuso, in modo che le bestie non possano entrarvi).
Il Bollani (1565) impone che “evellantur
arbuscula de cimiterio, et claudatur” (si liberi il cimitero dai
cespugli e lo si chiuda);
idem il suo fedele inviato Pilati (1572) “Incidantur
arbores in cæmeterio, et claudatur” (si taglino le piante nel
cimitero, e lo si chiuda).
È
lui, però, che introduce la notizia della “ecclesia
Sancti quirici in cæmeterio” (chiesa di San Quirico nel cimitero), con un altare da dotare di tovaglia, su cui
abbiamo disquisito a lungo in altra sede.
Brevissimo riassunto: la chiesa campestre di San Quirico, consorella
e forse adiacente a San Pietro in Scorzarolo, pare venisse eliminata verso la metà del
‘500, e il suo titolo trasferito (tra il 1565 e il 1572) in questa
cappella del cimitero di Verolavecchia, presumibilmente in relazione
con le disposizioni testamentarie di un eremita di San Pietro e di San
Quirico, frate Pacifico da
Rovato, al secolo Pietro Rivetti, che chiese d’esservi sepolto.
L’unica
altra menzione del sacello cimiteriale si ha nei decreti di san
Carlo, che fulmina l’ingiunzione “Altare
oratorij sancti Quirici in Cæmeterio tollatur” (l’altare
dell’oratorio di San Quirico nel cimitero sia eliminato). Un oratorio senza un altare diviene in breve
tempo inutile: e così il povero San Quirico scompare definitivamente
dalle carte.
Un
fatto assai comune a tutti i cimiteri parrocchiali era quello di non
essere recintati, ed essere quindi soggetti alla presenza di bestie
randage. A niente valevano i reiterati comandi dell’autorità
perché si ponessero recinti: ed è comprensibile, in quanto si deve
pensare che il cimitero occupava
tutta l’area davanti o a fianco della chiesa principale, di solito
nel cuore dell’abitato, ed era a sua volta attorniato da
abitazioni private e dai fitti vicoli del centro. Esso fungeva,
dunque, per tutta la comunità da anticamera della chiesa, e per i
residenti ai suoi margini costituiva la piazzola davanti alla porta
di casa, dove stendere la biancheria, far razzolare i polli e
sedersi a confabulare in compagnia dei vicini. Qualunque forma di
recinzione avrebbe menomato queste antichissime consuetudini di
frequentazione e di libero uso pubblico del luogo, e dunque
suscitava inevitabilmente polemiche e resistenze fortissime. Del
resto, pare che nel 1599 non vi fosse nemmeno una croce: “Cimiterium
sæpiatur termino duorum mensium erecta in eo cruce sub poena
interdicti” (il cimitero sia recintato entro due mesi, e vi si
eriga una croce, sotto pena di interdetto).
Altro
aspetto, questa volta peculiare del cimitero di Verolavecchia, è che era circondato da un fosso, come
rileva l’Agostini (1580): “Cimiterium
est a parte orientali fovea tantum circondatum” (il cimitero è
sul lato orientale della chiesa, circondato soltanto da un fosso):
significa che recinzioni o cancelli invece non ce n’erano. Così
ancora nel 1624 i problemi si ripetevano tali e quali: “Cemiterium
mundandum. Fovea circa ipsum Cæmiterium excavanda. In aditu Cæmiterij
clathræ ligneæ vel ferreæ apponendæ” (il cimitero è da ripulire;
il fosso attorno al cimitero da scavare; all’ingresso del cimitero
si ponga una cancellata di legno o di ferro).
Che
cosa rappresentasse quel fosso è difficle dire: forse era un canale
per lo scolo delle acque piovane, che tendevano a invadere il
sagrato della chiesa, manifestamente più basso rispetto a tutta la
zona circostante. In effetti, nella visita del 1657 il visitatore
Chinelli prendeva atto delle condizioni di impraticabilità del luogo in
caso di pioggia, e suggeriva la realizzazione di un cimitero
coperto, chiuso:
Extruantur
sepulturæ sufficientes, pro mortuis huius terræ in Cæmeterio
cooperto, ne pluuiæ in ipsas sepulturas influant, et ad
hunc finem, huic
Constructioni applicamus fructus decursos super Capitali librarum
200 legato à quondam
Ioanne Baptista de Calzauachis oratorio
Sancti Viti, cum ipsum sit bene
instructum, et
nihil, ad sui ornatum
indigeat.
[Si
costruiscano sepolture sufficienti per i morti del paese in
un cimitero coperto, perché la pioggia non le allaghi; a tal fine
destiniamo a questa costruzione gli interessi decorsi sopra
il capitale di 200 lire legato dal defunto Giovanni Battista
Calzavacca all’oratorio di San Vito, poiché esso è strutturalmente a
posto e non necessita di altre decorazioni.]
Il
vescovo Dolfin nel 1703, dopo aver rilevato per l’ennesima volta la
presenza del fosso, che sembra in questo caso collocato proprio
davanti all’ingresso laterale della chiesa, attesta che il
cimitero possedeva un cancello, anche se in condizioni precarie, ma
non ancora una croce. Il bello è che parla di teschi disposti
tutt’intorno, come se la recinzione fosse decorata di quei macabri
trofei; e di seguito allude a un cimitero particolare, nel quale inumare le
salme dei morti ammazzati: forse una zona sconsacrata in cui si ponevano i
deceduti senza sacramenti:
Ad
Cemeterium.
Excavetur
foveam per quam ingreditur in Ecclesiam
et Clathrum ipsius
reaptetur.
Crania
circa Cæmeterium
exposita quamprimum sepeliantur.
Crux
lignea apponatur in loco appto, ut evidenter appareat. ||
Incrustentur
calce Parietes Cæmeterij in quo interfectorum
cadavera humantur.
[Al
cimitero
Sia
scavato il fosso attraverso il quale si entra nella chiesa,
e la sua cancellata sia riparata.
I
teschi esposti intorno al cimitero siano seppelliti al più
presto.
Una
croce di legno sia eretta in un luogo adatto, bene in vista.
Siano
intonacate di calce le pareti del cimitero in cui sono
sepolte le salme dei morti assassinati.]
Poi
c’erano i cimiteri secondari di Verolavecchia: del cimitero di San
Pietro vecchio abbiamo detto; per quello affiancato alla nuova parrocchiale
settecentesca (nella zona oggi occupata dal campanile) e quindi sostituito
dall’odierno cimitero di San Vito, rimandiamo alla bibliografia,
così come per quello attestato nel secondo ‘700 presso la chiesa
campestre di San Pietro in Scorzarolo.
Anche
il battistero ha una sua tortuosa storia, soprattutto nelle visite più
antiche.
Il
Grisonio (1540) lo trova ben chiuso e decentemente custodito (“Baptisterium
quoque vidit bene clausum, Et satis decenter custoditum”), ma
solo dopo aver preso visione del cimitero.
Il Bollani (1565)
e il Pilati (1572)
si accontenterebbero di una vasca nuova; mentre l’Agostini (1580) cala un fendente inatteso, trovando che “Baptisterium
indecens neque loco congruo collocatum” (il battistero è indecente e collocato in un luogo inadatto).
Ora,
a parte le questioni di gusto personale, che probabilmente già
allora erano soggette a considerazioni alquanto individuali,
stupisce soprattutto che solo dopo quarant’anni di fiscali
ispezioni si scopra che il battistero era fuori posto. Viene il sospetto che fosse collocato fuori
dalla chiesa, in una cappella chiusa, probabilmente nella zona del
cimitero. E in effetti le disposizioni del Borromeo (1580) e del Giorgi (1599) manifestano la necessità di provvedere un luogo
architettonicamente adeguato all’interno della chiesa, come se il
battistero vi dovesse essere portato dall’esterno, non
semplicemente spostato da un angolo all’altro dell’edifico. Così
disponeva infatti san Carlo nei suoi decreti:
Baptisterium
collocetur in angulo ecclesiæ sub fornice construenda supra
columnam ad formam fornicis altarium lateralium, cancellis sepiatur; et sacrarium ibi prope ad formam
instructionum
generalium,
[Il
battistero sia collocato nell’angolo della chiesa, sotto una volta in
muratura da edificarsi su una colonna, nella stessa forma
degli archi delle cappelle laterali; sia recintato con una
cancellata e accanto vi si faccia il sacrario, nella forma
dei regolamenti generali.]
Sembra
che l’arcivescovo ordini la costruzione di una nuova cappella, sul
modello di quelle già esistenti dentro la chiesa. Ancora più
esplicito sarà il Giorgi circa vent’anni dopo:
Baptisterium
ad prescriptum uisitationis
apostolicæ pet totum mensem septembris proximum accomodetur,
alioquin Ecclesia
ex nunc interdicitur; permittitur
uero ut dictum Baptisterium propter
Ecclesiæ
angustiam in Nitia In
medio arcus a parte ingressus dextera construenda, et
picturis ornanda collocari possit, cuius septum parietem non
eccedat
[Il
battistero entro il prossimo mese di settembre sia sistemato secondo le
prescrizioni della visita apostolica del 1580; in caso
contrario la chiesa è da questo momento interdetta. Si
consente, tuttavia, che il battistero, per la ristrettezza
della chiesa, possa essere collocato in una cappella, da
ricavare in corrispondenza dell’arco a destra
dell’ingresso e da decorare con dipinti; il suo limite
interno non dovrà sopravanzare oltre la linea della parete.]
Una
nuova cappella da realizzarsi appoggiata al lato est della chiesa,
nella prima campata a destra della porta, in modo che il fronte
corrisponda al limite della parete interna, e il corpo si protenda
per un tratto entro lo spazio del cimitero (sarebbe press’a poco in corrispondenza dell’ambone, o
dell’ingresso meridionale della odierna chiesa settecentesca).
Dalla
visita successiva, comunque, tutto apparirà in regola, anche se nel
1684 la frettolosità con cui erano state fatte le cose rivelava già
le magagne della nuova costruzione: “rimula
in fornice huius Capellæ secundum fabri murarij peritiam obstruatur”
(la crepa nella volta della cappella sia stuccata da un competente
muratore).
Gli arredi del culto
Su
questo tema le visite sono fin troppo ricche di materiale: spesso si
riducono anzi a lunghi elenchi di suppellettili da chiesa e da
sacrestia che devono essere acquistate, aggiustate, restaurate,
eliminate, sostituite.
Per
quanto riguarda la tipologia e l’uso di tali arredi, rimandiamo al
glossario in appendice al volume, pensato proprio per offrire anche
ai non strettamente specialisti della materia liturgica indicazioni
utili su cosa siano e a cosa servano tanti oggetti che, in molta
parte, dopo l’ultima riforma liturgica del concilio Vaticano II,
sono diventati autentici pezzi da museo. E Verolavecchia pare
conservi alcuni esemplari veramente rari, di cui del resto è già
stato scritto con competenza,
e sui quali quindi non è il caso di ritornare.
Noi
intanto proveremo a occuparci di alcune espressioni dei verbali di
visita, che magari per la loro oscurità insinuano dubbi, più che
offrire risposte chiare ai nostri interrogativi.
Diciamo,
per cominciare, dei dipinti: non sono molte, in verità, le
indicazioni che si ritrovano sull’argomento nei verbali dei
visitatori; e per di più, essendo rivolte a chi quelle realtà le
aveva sotto gli occhi, appaiono troppo laconiche e allusive a noi
che ormai abbiamo perduto per sempre quell’ambiente scenografico.
Che
pensare, ad esempio, dell’ordine perentorio del Bollani, che nel
1565 imponeva “Renovetur
pictura pallæ altaris maioris” (si rinnovi, si rifaccia il
dipinto della pala dell’altar maggiore),
ripreso tal quale dal Pilati sette anni dopo.
Oppure delle picturæ
dell’altare della Santa Croce, che avrebbero dovuto subire la stessa
sorte, secondo l’opinione del Giorgi nel 1599.
Non si può nemmeno essere ben certi se il verbo utilizzato (renovetur) significasse un restauro o una sostituzione.
Poi
c’è l’oratorio di Santa Maria della Pietà, che merita una pittura
più dignitosa per il suo modesto altare portatile: “tegumentum ligneum super altare pictura ornetur” (il parato di
legno sopra l’altare sia ornato con un dipinto), dettava lo stesso
Giorgi;
e il 1599 è dunque il termine dopo il quale fu realizzata la
splendida pala della Deposizione con Santa Maria Maddalena e due disciplini, oggi conservata con la sua preziosa ancona
originale nella sacrestia della parrocchiale. Dalla critica
la tela è stata attribuita a Francesco Giugno (1577-1621) e assegnata dubitativamente al 1620; sul piano
documentario (per quello artistico lasciamo l’ultima parola ad
altri) non sarebbe improponibile una sua anticipazione di qualche
anno.
È
proprio un caso poi che, a partire dalla visita successiva (1624) la
disciplina in castello cambi la sua denominazione in quella di Santa Maria Maddalena?
Di
certo è da escludere invece l’idea avanzata da qualcuno che il
quadro sia stato commissionato dalla scuola del Corpus Domini: è vero che le confraternite eucaristiche,
all’epoca della loro origine tra ‘400 e ‘500, avevano come
icona di riferimento cultuale la Deposizione,
dove vedevano rappresentato il corpo concreto di Cristo, nella sua
dimensione di redentore dell’umanità (solo più tardi si
generalizzò invece l’immagine dell’Ultima
cena). Tuttavia, non va dimenticato che nel periodo 1580-1600
(almeno per quel si ricava dalle visite pastorali) la disciplina di Verolavecchia era intitolata a Santa Maria della Pietà, cioè
appunto alla Madonna della deposizione; e poi, i committenti
raffigurati nell’angolo in basso a destra sono chiaramente
abbigliati con la tunica bianca, che — si sa — era l’abito
corale dei disciplini della Pietà, mentre non abbiamo notizia che i confratelli del
Sacramento usassero all’epoca una particolare divisa.
In
ogni caso, anche all’altare del Santissimo mancava una pala
decorosa, per cui lo stesso Giorgi, che doveva essere un accanito
cultore dell’arte pittorica, suggeriva che “Provideatur de Icona decentiori” (si provvedesse di una immagine più
decente).
Poi scopriamo, nel 1684, che nella parrocchiale l’altare
eucaristico era denominato “Altare
Sancti Petri Apostoli Scholæ Sanctissimi Sacramenti”
(l’altare di San Pietro apostolo della scuola del Santissimo Sacramento). Mettendo insieme
queste informazioni, con l’attribuzione che è stata avanzata al
nome dello stesso pittore Francesco Giugno, e alla stessa data 1620, del quadro dei Santi
Pietro e Paolo che adorano la Trinità,
esso pure oggi nella sacrestia parrocchiale, viene il dubbio che questa potesse essere la
pala non dell’altare maggiore della vecchia chiesa, ma
dell’altare del Corpus
Domini, commissionata dalla omonima confraternita, dopo aver
constatato l’ottimo lavoro dell’artista nell’oratorio della
disciplina; sempre che le cose non fossero andate all’inverso, e
il primo quadro realizzato fosse stato questo di Santi Pietro e Paolo.
Ma qui siamo ancora una volta nel dominio delle pure ipotesi, ed è
meglio non allargarsi troppo.
Le
ostie consacrate al tempo del Grisonio (1540) erano conservate in un bicchiere di vetro, che il
visitatore impone di eliminare e di sostituire con una teca già
destinata alle reliquie.
Il
vescovo Bollani (1565) ordinava invece di fare “tabernaculum parvum cum cuppa argentea pro conseruando et deferendo
Sanctissimum Sacramentum ad infirmos, et non teneatur amplius in
corporale” (un tabernacolo
piccolo con la coppa d’argento per conservare e portare il Santissimo
Sacramento agli infermi, e non si tenga più l’eucaristia dentro un
corporale).
In ogni caso, il bicchiere di vetro era stato bandito: ora le ostie
sante erano insaccate in un fazzoletto.
Qui
però è indispensabile una breve parentesi a proposito della
terminologia adottata a quel tempo relativamente ai contenitori per
l’eucaristia. Come si è visto, il Bollani chiama tabernaculum
un oggetto che doveva, per sua stessa dichiarazione, essere piccolo,
dotato di una coppa d’argento e trasportabile al capezzale degli
infermi (oltre che essere alternativo al corporale): tutte
caratteristiche che si confanno più al vaso sacro che oggi viene
denominato pisside,
piuttosto che all’oggetto architettonico normalmente definito tabernacolo.
Tanto più che il Bollani stesso, subito dopo, si pronuncia in questo modo: “Repositorium
ornetur intus, et exterius deauretur” (il repositorio
sia ornato all’interno e dorato all’esterno): e questo
assomiglia appunto a una cassetta, un contenitore, con un interno e
un esterno da poter decorare e ornare.
In
effetti, all’epoca la conservazione dell’eucaristia, soprattutto
per il viatico dei moribondi, era soggetta alle fantasiose abitudini
locali: c’era chi la teneva in un cassetto della sacrestia, chi in
un armadio dietro l’altare, o in una nicchia (o magari in un buco
nel muro) del presbiterio. Soltanto dopo il concilio di Trento e la propaganda anti-luterana a favore del culto eucaristico,
si fece strada l’abitudine di collocarla permanentemente in un
tabernacolo, possibilmente fastoso, eretto sopra l’altare
maggiore, o talvolta su quello della confraternita del Corpus
Domini (o del Santissimo Sacramento), istituita proprio allo scopo di avere
sempre in ogni momento della giornata qualche devoto adoratore,
qualcuno che accompagnasse processionalmente l’eucaristia agli
infermi, e comunque una migliore assiduità nella manutenzione e
nella cura del luogo eucaristico, certo più di quanta ne
garantivano all’altare maggiore i rettori, quasi sempre tirchi e
latitanti.
Si
comincia dunque col Bollani a richiedere un repositorio
di legno decorato, posto in posizione eminente sopra l’altare
maggiore.
Il
Pilati (1572) insiste sull’ordinanza del suo superiore, ancora
inadempiuta, chiamando anche lui tabernacolo
la teca trasportabile, e repositorio
la cassetta fissa:
Velum
supra repositorium
ornetur
repositorium intus
aliquo panno serico. et
corporale supponatur tabernaculo.
Tabernaculum
pro conseruando corpus xpisti
in termino 15 dierum et
frater rectoris promisit.
velum
supra tabernaculum
decentius.
[Si
ponga un velo sopra il
repositorio.
Si
orni all’interno il
repositorio
con un drappo di seta e si ponga un corporale sotto il
tabernacolo.
Si
procuri entro 15 giorni un
tabernacolo per conservare il Corpo di Cristo; il fratello del
rettore l’ha promesso.
Si
procuri un velo più decoroso da porre sopra il
tabernacolo.]
Sia
il Pilati
che l’Agostini (1580)
rilevano poi che la conservazione dell’eucaristia è assidua, e
davanti ad essa arde una lampada a olio finanziata dal rettore.
Con
le ordinanze di san Carlo (1580) si chiariscono alcuni punti oscuri precedenti, anche
sul piano strettamente lessicale:
Binæ
pixides fiant, altera pro Sanctissimo Sacramento ad
egrotos defferendo, altera pro communione
generali populi
Tabernaculum
ostensorium ad formam accomodetur,
Tabernaculum
ligneum intus undique
panno serico circumuestiatur,
[Si
facciano due pissidi, una per portare il Santissimo Sacramento agli
infermi, l’altra per la comunione generale del popolo.
L’ostensorio
sia sistemato nella forma regolamentare.
Il
tabernacolo di legno sia rivestito dappertutto di seta
all’interno.]
Non
pare ci siano dopo d’allora altri rilievi significativi riguardo
alla presenza e alla manutenzione del tabernacolo, che diventa in
tutto simile ai tabernacoli come ci sono ampiamente noti.
Sarebbero
molti altri gli argomenti da affrontare riguardo agli oggetti e agli
arredi del culto: le pile dell’acqua santa, i cancelli attorno al
battistero e a ogni altare, i paliotti, i paramenti, i vasi sacri;
ma non c’è lo spazio per affrontarli tutti in maniera organica.
Anche questa volta il lettore dovrà imbarcarsi da solo
nell’avventura di rincorrerne le tracce da una visita all’altra,
e costruire liberamente il suo percorso secondo curiosità e
interesse, senza una guida che lo vuol per forza trascinare sulla
propria strada.
Concludiamo
questo paragrafo sugli arredi con una curiosità: le cassette delle
elemosine nella chiesa di San Vito, oggetto di concupiscenza per
troppa gente, tanto che il vescovo Marco Morosini fu costretto a regolamentarne d’autorità l’uso. Per suo
ordine, e sotto la sorveglianza dell’arciprete, ci dovranno essere
nella chiesa due cassette, una per le elemosine e le offerte
spontanee, da impiegarsi nella manutenzione della chiesa, l’altra
per le entrate regolari delle cappellanie e gli evetuali redditi da
immobili o capitali. Entrambe le cassette dovranno avere due chiavi
diverse (nel senso di due serrature), una delle quali gestita
dall’arciprete a nome della parrocchia, e l’altra dal comune:
questo particolare, insieme ad altri numerosi indizi contenuti in
varie visite pastorali, conferma il ruolo che il comune aveva nella
proprietà e nella amministrazione delle chiese del territorio,
ancora alla metà del secolo XVII.
Le reliquie
Non
può mancare, in questa pur sommaria presentazione della parrocchia
di Verolavecchia, una pagina dedicata alle reliquie, di cui si
accenna più d’una volta nelle visite pastorali.
Una
reliquia compare indirettamente fin dalla prima visita del Grisonio (1540), quando il prelato ordina — come abbiamo visto — di
utilizzare per l’eucaristia un reliquiario, in luogo del vaso di
vetro allora impiegato:
Vidit
locum sacramenti,
Et quia conseruatur in vase
vitreo, mandauit illud reponi in Tabernaculo ibi Existente, in quo nunc Est
reposita quedam
reliquia
[Poi
ha visionato il luogo del Santissimo Sacramento e, poiché è
conservato in un vaso di vetro, ha ordinato di riporlo nella
teca che ora contiene una reliquia.]
Di
poche parole anche l’accenno dell’Agostini (1580):
“Reliquiæ non nullæ adsunt,
sub nominibus in cartis” (esistono alcune reliquie, i cui nomi
sono segnati nelle didascalie). Ma l’accenno più importante è
fatto dal Chinelli nel 1657:
Extant
SSanctæ Reliquiæ
recognitæ à Reuerendissimo
Georgio Serina Vicario
Generali
sub die 11 Martij 1653 instrumento
rogato per dominum Marinum
de Marinis Curiæ Episcopalis notarium.
[Esistono
sante reliquie, di cui fu fatta ricognizione dal
reverendissimo vicario generale Giorgio Serina in data 11 marzo 1653, atto rogato dal signor Marino Marini notaio della curia vescovile.]
La
notizia della recente autentificazione attribuita all’11 marzo
1653 è frutto di un piccolo equivoco: effettivamente
nell’archivio parrocchiale di Verolavecchia esiste ancora un atto
originale del notaio di curia Marino Marini in quella data, sul cui retro è annotata l’intestazione:
“1653. Instrumento Delle
Reliquie Poste nella Chiesa Di Santo Pietro Parochiale Di Virola
Vecchia”. In esso si accenna bensì a una autenticazione delle
reliquie sancita dal vicario generale episcopale don Giorgio Serina (rogito del notaio Francesco Benaglio) in una data non
precisata, ma l’atto del Marini è, in realtà, il verbale di
consegna delle reliquie stesse da parte del padre filippino don
Maurizio Luzzario all’arciprete di Verolavecchia don Lelio Zanucca.
Come
si vede, non dell’autentica si tratta, ma di un atto di consegna,
in cui viene a grandi linee narrato il percorso delle tre reliquie:
affidate insieme ad altre nel maggio del 1652 dal vescovo di
Alessandria don Deodato Zanucca al padre dell’Oratorio bresciano don Maurizio Luzzario (1591-1656), con corredo di strumento notarile, dovevano
essere consegnate all’arciprete di Verolavecchia don Lelio Zanucca,
zio paterno (patruus) del
vescovo di Alessandria, per essere esposte alla venerazione dei
fedeli della sua parrocchia. Il vicario generale di Brescia don Giorgio Serina (il visitatore del 1624) ne aveva firmato l’autentificazione
ufficiale, concedendone la pubblica venerazione, con relativo atto
notarile; quindi il Luzzario convoca a casa sua l’arciprete
Zanucca e gli consegna le reliquie di sua spettanza, non senza aver
giurato che sono esattamente quelle consegnategli dal vescovo di
Alessandria; don Lelio per parte sua promette di far fare due
appositi reliquiari per esporle al culto nella propria parrocchia.
Tutto registrato fedelmente dal notaio, davanti a testimoni, uno dei
quali è il padre Bernardino Faino (1600-1673), prolifico autore di agiografia e di storia
ecclesiastica bresciana, nonché del celebre repertorio delle chiese
locali cui anche qui si è talora attinto.
È
un fatto, che in molte parrocchie della diocesi bresciana si
intensifica nella seconda metà del ‘600 il culto delle reliquie,
forse in concomitanza con gli studi del Faino, che nel 1665
pubblicherà su istanza del vescovo Marino Giovanni Giorgi il Martyrologium Sanctae
Brixianae Ecclesiae, insieme a una reviviscenza di rivalsa nei
confronti di idee protestanti e gianseniste. In questo particolare
indirizzo di culto Verolavecchia si colloca all’avanguardia,
perlomeno tra le parrocchie della bassa, in una data abbastanza
precoce.
E ciò quasi certamente a opera dell’arciprete Zanucca, che appare
come il regista di tutta la vicenda: al santo del suo nome
appartenevano le reliquie più importanti; suo nipote era il vescovo
di Alessandria che gliele aveva procurate; l’arciprete stesso è presente
all’atto di consegna e si impegna a realizzare i reliquiari.
Delle
sante reliquie di Verolavecchia abbiamo di nuovo notizia nel 1669, quando il
vescovo Marino Giovanni Giorgi “Visitavit Sacras
Reliquias Sanctorum Lelij, et alius socij martirum ex Legione Thebea
easque approbavit, et veneratus est” (ha visitato le reliquie
di San Lelio e di un altro compagno, martiri della legione Tebea, le ha approvate e venerate).
Altre notizie generiche sono del 1677: “fiat
decentior locus in Ecclesia pro reponendis reliquijs, idemque intus
decenter ornetur” (si faccia nella chiesa un deposito più
dignitoso per le reliquie, e lo si decori internamente).
Quanto
alla reliquia della Santa Croce fa invece parola per la prima volta l’arciprete Semenzi
soltanto nel 1779, e per giunta in maniera indiretta, elencando le
ricorrenze solenni in cui non si tiene la dottrina cristiana:
Instituzione
della dottrina Cristiana è frequentata generalmente da tutti quei
della parrocchia. Si fa ogni festa di precetto; eccettuati li
giorni primo di Nattale;
primo di pasqua: La festa di Santa
Croce di Maggio per la sollenne processione, ed esposizione della
reliquia. La Sollennità del corpo di Gesù Cristo, ed il giorno
di Sant Marzo [= Marco?].
È
strano, ma non si era mai parlato fino a quel punto della solenne
processione della Santa Croce con esposizione della reliquia nella festa di maggio. Ed è anche l’ultima visita pastorale
da noi presa in considerazione in questo volume.
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