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Documenti

1576 marzo 25

Designamento dei beni immobili del beneficio parrocchiale e della rettoria di S. Rocco di Verolavecchia.  [pdf]

1652 dicembre 4

Il vescovo di Brescia Marco Morosini regolamenta l’uso delle cassette delle elemosine nella chiesa dei SS. Vito e Modesto di Verolavecchia.  [pdf]

1653 marzo 11

Il p. Maurizio Luzzario autentica le reliquie dei ss. Lelio, Maurizio, e altro santo della legione Tebea, per l’arciprete Lelio Zanucca.  [pdf]

 

Verolavecchia

 
La parrocchia: le cose

 

 di Tommaso Casanova

  

da CASANOVA, Tommaso, 1999, La memoria lunga. La parrocchia di Verolavecchia nelle visite pastorali dal ‘500 al ‘700, Verolavecchia, Parrocchia di Verolavecchia, pp. 91-115.

[pdf]

 

 

Anche le cose in una visita pastorale hanno la loro dignità; anzi, in molti casi sembra che tutta la preocupazione del visitatore sia concentrata per intero nella manutenzione e nella cura degli oggetti, siano essi gli arredi del culto o le entrate delle varie prebende parrocchiali. Vogliamo dare dunque anche alle cose quello spazio che renda ragione della loro presenza negli austeri verbali degli antichi prelati.

 

Il beneficio parrocchiale nel 1576

A questo punto sembra opportuno dedicare un po’ di spazio all’inventario del beneficio di Verolavecchia, stilato su ordine del vescovo Domenico Bollani dal notaio Giulio Baiguera il 19 aprile 1576.

    Già il vicario Annibale Grisonio, nel 1540, aveva ingiunto al curato di provvedere al più presto una lista completa degli immobili parrocchiali, ma non sappiamo se l’ordine sia stato adempiuto. In ogni caso, quello del 1576 è il primo documento del genere di cui disponiamo per Verolavecchia, ed essendo un inedito di notevole interesse, non si può perdere l’occasione di pubblicarlo.

    Benché sia piuttosto esteso e articolato, e non connesso immediatamente con le visite pastorali, proporremo il documento per intero, poiché risulta rilevante non solo per la storia della parrocchia e del paese, ma in parte anche per quella della diocesi bresciana. Esso contiene infatti in allegato il decreto con cui il Bollani, il 29 agosto 1575, indiceva per tutte le chiese e i benefici ecclesiastici della diocesi l’obbligo dell’inventario dei patrimoni immobiliari e mobiliari.

    L’editto seguiva la celebrazione del sinodo diocesano del novembre 1574, nel quale il presule aveva dato un forte impulso al suo intento riformatore, attirandosi così l’ostilità aperta e violenta delle fasce più retrive del clero locale, sorretto nella curia romana da un protettore potente, il cardinale verolese Gian Francesco Gambara. Con molta difficoltà e ancor maggiori ostacoli, il Bollani in quei mesi tentava di disporre una ad una le carte del suo progetto, facendosi attribuire dal pontefice poteri inquisitori e penali contro i renitenti e pubblicando le sue costituzioni sinodali dedicate in gran parte alla disciplina del clero. Un settore delicato riguardava la riforma degli archivi ecclesiastici: il meritorio intento di porre un freno alla piaga delle pensioni esorbitanti imposte a cappelle e benefici (di cui abbiamo avuto un esempio lampante nella questione del canonico Angelo Ugoni per la prebenda di Scorzarolo), si scontrava naturlamente contro potenti e radicati privilegi di casta, che non sarebbe bastata certo la ragionevolezza del progetto a far recedere dalle opposizioni estreme. In ogni caso, il vescovo si appoggia espressamente, come si evince dalle sue stesse parole, agli enti locali, unico contraltare alla irriducibile influenza economica e giuridica degli ecclesiastici; e, in attesa della ventilata (e più volte rimandata) visita apostolica dell’inflessibile cardinale Borromeo, impone a tutti i beneficiati di consegnare entro sei mesi un dettagliato elenco dei beni immobili e mobili delle rispettive prebende, perché sia conservato presso la curia vescovile a protezione e futura garanzia del rispetto di ciascun ente ecclesiastico.

    I sei mesi di rito erano già scaduti quando a Verolavecchia si provvide ad adempiere l’obbligo.

    Gli atti contenuti nel presente documento sono due: il primo, cui è allegata copia del decreto Bollani, data al 25 marzo 1576, ed è la nomina dei perquisitores, ossia dei quattro incaricati municipali che dovranno procedere alla rilevazione, misurazione e stima degli immobili del beneficio parrocchiale.

    Attore principale è il consiglio speciale del comune (corrispondente più o meno alla nostra giunta municipale): era composto da dodici consoli, che venivano eletti annualmente dalla vicinia (l’assemblea dei possidenti originari maggiorenni), e amministravano in coppia a turni di due mesi, mentre per il resto dell’anno fungevano da reggenti (oggi diremmo assessori). In effetti, nell’atto sono menzionati in principio “ser Bernardino Caprerone console, per sé e a nome di Bernardino Ianni console assente”, mentre gli altri dieci sono elencati di seguito e definiti in conclusione “tutti consoli e reggenti del comune di Verolavecchia”.

    La parte principale del documento qui riportato è invece, come si può capire, l’inventario stesso, redatto e autenticato dal notaio il 19 aprile 1576, meno di un mese dopo la nomina dei rilevatori. Si tratta di un elenco minuzioso e dettagliato dei beni immobili (all’incirca 100 piò) posseduti dalla parrocchia a quel tempo, corredato dei diritti di acque, dei livelli, e da una breve lista degli arredi di chiesa; a margine è allegato un analogo inventario dei beni stabili e mobili pertinenti alla chiesa civica di San Rocco.

    Come si può vedere, la lettura dell’inventario offre numerosissimi spunti di interesse storico e toponomastico. In particolare è preziosa la descrizione che viene fatta delle adiacenze della chiesa parrocchiale: insieme con l’inventario del 13 agosto 1603, steso all’atto della morte di don Tarquinio Dati, ci offre l’immagine topograficamente più precisa della condizione del luogo nel periodo storico in cui sorgeva quella che abbiamo definito la seconda parrocchiale di Verolavecchia, ossia tra la fine del ‘400 e il 1768, quando essa lasciò il posto alla terza parrocchiale, l’odierna.

    Alcune indicazioni abbastanza precise e corrette erano già state suggerite dalle ricerche precedenti: ora possiamo integrarle con le referenze contenute nell’inventario e offrire un quadro di massima che, con tutte le dovute riserve, può considerarsi abbastanza attendibile.

    La chiesa era assai più piccola dell’odierna, ed era orientata sulla linea nord-sud, con a settentrione l’abside, che forse era costituita proprio dall’unico ambiente oggi rimasto di quell’edificio, ossia la cappella quasi quadrata con la crociera a sesto acuto decorata a costoloni; la facciata era dunque a meridione, presumibilmente in corrispondenza o quasi del muro esterno sud dell’odierna sacrestia; la parete orientale doveva coincidere più o meno con la linea oggi rappresentata dai gradini d’ingresso al presbiterio, sotto i quali sono stati ritrovati appunto i fondamenti del muro laterale di fine ‘400.

    A occidente della chiesa (come anche oggi) era la casa del rettore, con un’ampia ortaglia e diverse costruzioni, descritte nei particolari dall’inventario del 1603, cui rimandiamo. Qui ci interessano le adiacenze, che erano a nord la seriola del comune (o del Mulino), a est la chiesa stessa, e sono adiacenze abbastanza coerenti con quelle attuali; qualche differenza c’era sugli altri due lati della proprietà, poiché a sud la strada correva forse quasi perpendicolare alla chiesa, mentre a ovest esisteva un vasus (vaso, fosso) della seriola Massara, ora scomparso, che ha lasciato memoria di sé nel nome del vicolo Canale (popolarmente la Canàl).

    Lungo il lato orientale del tempio, là dove oggi sorge il cuore della navata settecentesca, era disposto il cimitero; a est del quale, circa in corrispondenza dell’ingresso principale e del sagrato odierno, vi era la casa del curato, col suo fondo annesso, un po’ più piccolo di quello del rettore, e la strada a sud e a est (più o meno l’angolo tra via XX Settembre e via Liberazione) e a nord un certo Andrini. A nord dello stesso Andrini, la parrocchia possedeva un’altra casa colonica, la sede del fattore, che doveva corrispondere alla zona tra via Piave e via XX Settembre (due strade a nord e a est) e la seriola del Mulino che scorreva (e scorre) a ovest.

    Tutto sembra topograficamente molto prossimo alla condizione attuale della zona tra la parrocchiale e il municipio, benché la chiesa — come ovvio — non sia più quella esistente al momento della stesura dell’inventario.

    Notiamo a margine anche l’esistenza di una casa del beneficio dentro la cinta del castello, con la strada a monte e a mezzogiorno, e sugli altri fronti due privati; nell’inventario del 1603 è descritta in questo modo: “una casa in castello murata cuppata solerata, de duoi tratti posta a presso la torre”, affiancata da “un sedume in detto castello per fabricar una casa desopra ala torre verso matina”; e forse è la stessa casa in spolto menzionata nella presa di possesso del 1526.

    Oltre alle notevoli informazioni sulla zona della chiesa, la lettura dell’inventario offre vari spunti d’interesse anche a proposito del territorio rurale. Tant’è vero che, con la collaborazione competente dell’amico Armando Barbieri, ci siamo sbizzarriti a ricostruire la disposizione del beneficio: e ci sembra di esserci almeno in parte riusciti, scoprendo tra l’altro la particolare attitudine conservativa del territorio di Verolavecchia, che fa ritrovare molti terreni nella medesima posizione e condizione che avevano nel secolo XVI, ossia oltre quattrocento anni or sono.

    Teniamo conto poi che la situazione degli immobili parrocchiali nel 1576 (che è poi quella che il beneficio conserverà fino alla sua abolizione nel 1985) rappresenta l’ultima fase di una storia risalente alla fondazione stessa della chiesa locale. Non saremo dunque lontani dal vero immaginando che questo inventario, pur nella sua data relativamente recente, rappresenti, a saperlo leggere, uno spiraglio, al momento forse l’unico, aperto su tempi remotissimi, sui quali è escluso che potremo rintracciare mai documentazioni più esplicite.

    Un solo esempio: la presenza di certi canoni livellari conseguenti a enfiteusi (locazioni a tempo indeterminato) su tre cortivelli e un terreno di 3 piò e mezzo nella contrada “Sancti Petri veteris” (di San Pietro vecchio), che rivela antiche proprietà della parrocchia nei paraggi della zona dove sorgeva fino a circa un secolo avanti la primitiva chiesa del borgo di Verolavecchia.

    Per avere un minimo di chiarezza nell’elenco di terreni e contrade, che molti abitanti di Verolavecchia anche oggi sapranno riconoscere, ne diamo un prospetto riassuntivo.

 

n.

immobili

piò

tavole

piedi

1

cortivo con edifici e orto, dove abita il rettore

-

88

-

2

casa con fondo, dove abita il curato

-

66

3

3

cortivo con edifici rurali, dove abita il massaro

-

92

4

4

casa in castello

-

-

-

5

pezza di terra “el Guadagno

2

33

-

6

pezza di terra “el Santo Iacomo

10

80

10

7

pezza di terra “la Crosetta

30

45

5

8

pezza di terra, in contrada “el Maiochetto

7

44

10

9

pezza di terra “el Forcacio”, in contrada “el Maiochetto

2

80

3

10

pezza di terra, in contrada “el Bonhor

10

40

8

11

pezza di terra “el Burecho”, in contrada “Albareti

3

6

8

12

pezza di terra, in contrada “Tabulerii

9

95

8

13

pezza di terra, in contrada “la via Scaveza

6

59

-

14

pezza di terra, in contrada “Orzolarum

3

11

9

15

pezza di terra, in contrada “Orzolarum

5

90

5

16

pezza di terra, in contrada “Filiceti

4

69

-

17

pezza di terra, in contrada “Filiceti

2

50

3

18

pezza di terra, in contrada “Sancti Viti

7

97

8

 

totale:

100

1045

84

19

terreno arativo, in contrada “Carpeneti” (San Rocco)

3

50

-

 

n.

livelli

piò

tavole

piedi

1

riva della seriola Massara, in contrada “Saveni

 

21

3

2

riva della seriola Massara, in contrada “Saveni

 

21

6

3

3 cortivelli adiacenti, in contrada “Sancti Petri veteris

 

 

 

4

terra arativa, in contrada “Sancti Petri veteris

3

50

-

 

    Per quanto riguarda le fonti di reddito della chiesa verolese, oltre ai beni descritti minutamente qui sopra, il discorso si dovrebbe estendere a legati e lasciti testamentari, cappellanie, offerte spontanee, e le altre svariate vie attraverso le quali il denaro entrava nelle casse della parrocchia e del clero, e anche (perché no?) quelle per cui usciva nella forma di investimenti redditizi e di beneficenza. Su questo tema le visite pastorali non sono certo avare di informazioni e di rimandi alla documentazione archivistica parallela (testamenti, lasciti, contratti).

    Siccome però questo argomento è strettamente connesso anche con l’attività delle confraternite e delle pie associazioni, oltre che con le cappellanie e le reggenze d’altare, sarà il caso di farne oggetto di una trattazione appropriata, che tenga presenti tutte le fonti disponibili: ne uscirà senza dubbio un quadro molto realistico e per certi versi inedito dell’economia del paese, che potrà essere di riferimento per gli studi sulla storia di Verolavecchia e di tutto il circondario.

    Per ora, il lettore si accontenterà di sfogliare quanto dicono in proposito le relazioni delle visite, le quali di per sé sono già sufficientemente esplicative della realtà economica che descrivono.

  

Sacrestia, cimitero, battistero

Due parole vanno spese invece per alcune adiacenze della chiesa che hanno un loro posto specifico in tutte le visite pastorali: il battistero, la sacrestia e il cimitero.

    Della sacrestia si può solo dire che non c’era nel 1540, né nel 1565, e probabilmente nemmeno nel 1572 (il dato non è sicuro, perché il visitatore usa apparentemente con quel senso il termine sacrarium, che di solito però indica un’altra cosa).

    La prima volta appare agli occhi del severissimo Agostini, e sembra suscitarne un velato disappunto: “sacristia est a parte occidentali per quam fit transitum in domum rectoris” (la sacrestia è sul lato occidentale, e attraverso di essa si passa nella casa del rettore). Non è certo la sacrestia attuale, anche se ha la stessa caratteristica di essere comunicante con la canonica; ma forse non è neppure quella tuttora esistente accanto alla cappella gotica, poiché è stata attribuita al 1698.

    Quanto al cimitero, la sua vicenda lungo tutto il ‘500 è una infinta litania di contestazioni del suo stato di sciatteria e di abbandono.

    Il Grisonio (1540) “Mandavit aditus cimiterij obturari taliter quod animalia bruta non possint ingredi” (ha ordinato che l’accesso del cimitero sia chiuso, in modo che le bestie non possano entrarvi). Il Bollani (1565) impone che “evellantur arbuscula de cimiterio, et claudatur” (si liberi il cimitero dai cespugli e lo si chiuda); idem il suo fedele inviato Pilati (1572) “Incidantur arbores in cæmeterio, et claudatur” (si taglino le piante nel cimitero, e lo si chiuda).

    È lui, però, che introduce la notizia della “ecclesia Sancti quirici in cæmeterio” (chiesa di San Quirico nel cimitero), con un altare da dotare di tovaglia, su cui abbiamo disquisito a lungo in altra sede. Brevissimo riassunto: la chiesa campestre di San Quirico, consorella e forse adiacente a San Pietro in Scorzarolo, pare venisse eliminata verso la metà del ‘500, e il suo titolo trasferito (tra il 1565 e il 1572) in questa cappella del cimitero di Verolavecchia, presumibilmente in relazione con le disposizioni testamentarie di un eremita di San Pietro e di San Quirico, frate Pacifico da Rovato, al secolo Pietro Rivetti, che chiese d’esservi sepolto.

    L’unica altra menzione del sacello cimiteriale si ha nei decreti di san Carlo, che fulmina l’ingiunzione “Altare oratorij sancti Quirici in Cæmeterio tollatur” (l’altare dell’oratorio di San Quirico nel cimitero sia eliminato). Un oratorio senza un altare diviene in breve tempo inutile: e così il povero San Quirico scompare definitivamente dalle carte.

    Un fatto assai comune a tutti i cimiteri parrocchiali era quello di non essere recintati, ed essere quindi soggetti alla presenza di bestie randage. A niente valevano i reiterati comandi dell’autorità perché si ponessero recinti: ed è comprensibile, in quanto si deve pensare che il cimitero occupava tutta l’area davanti o a fianco della chiesa principale, di solito nel cuore dell’abitato, ed era a sua volta attorniato da abitazioni private e dai fitti vicoli del centro. Esso fungeva, dunque, per tutta la comunità da anticamera della chiesa, e per i residenti ai suoi margini costituiva la piazzola davanti alla porta di casa, dove stendere la biancheria, far razzolare i polli e sedersi a confabulare in compagnia dei vicini. Qualunque forma di recinzione avrebbe menomato queste antichissime consuetudini di frequentazione e di libero uso pubblico del luogo, e dunque suscitava inevitabilmente polemiche e resistenze fortissime. Del resto, pare che nel 1599 non vi fosse nemmeno una croce: “Cimiterium sæpiatur termino duorum mensium erecta in eo cruce sub poena interdicti” (il cimitero sia recintato entro due mesi, e vi si eriga una croce, sotto pena di interdetto).

    Altro aspetto, questa volta peculiare del cimitero di Verolavecchia, è che era circondato da un fosso, come rileva l’Agostini (1580): “Cimiterium est a parte orientali fovea tantum circondatum” (il cimitero è sul lato orientale della chiesa, circondato soltanto da un fosso): significa che recinzioni o cancelli invece non ce n’erano. Così ancora nel 1624 i problemi si ripetevano tali e quali: “Cemiterium mundandum. Fovea circa ipsum Cæmiterium excavanda. In aditu Cæmiterij clathræ ligneæ vel ferreæ apponendæ” (il cimitero è da ripulire; il fosso attorno al cimitero da scavare; all’ingresso del cimitero si ponga una cancellata di legno o di ferro).

    Che cosa rappresentasse quel fosso è difficle dire: forse era un canale per lo scolo delle acque piovane, che tendevano a invadere il sagrato della chiesa, manifestamente più basso rispetto a tutta la zona circostante. In effetti, nella visita del 1657 il visitatore Chinelli prendeva atto delle condizioni di impraticabilità del luogo in caso di pioggia, e suggeriva la realizzazione di un cimitero coperto, chiuso:

Extruantur sepulturæ sufficientes, pro mortuis huius terræ in Cæmeterio cooperto, ne pluuiæ in ipsas sepulturas influant, et ad hunc finem, huic Constructioni applicamus fructus decursos super Capitali librarum 200 legato à quondam Ioanne Baptista de Calzauachis oratorio Sancti Viti, cum ipsum sit bene instructum, et nihil, ad sui ornatum indigeat.

[Si costruiscano sepolture sufficienti per i morti del paese in un cimitero coperto, perché la pioggia non le allaghi; a tal fine destiniamo a questa costruzione gli interessi decorsi sopra il capitale di 200 lire legato dal defunto Giovanni Battista Calzavacca all’oratorio di San Vito, poiché esso è strutturalmente a posto e non necessita di altre decorazioni.] 

    Il vescovo Dolfin nel 1703, dopo aver rilevato per l’ennesima volta la presenza del fosso, che sembra in questo caso collocato proprio davanti all’ingresso laterale della chiesa, attesta che il cimitero possedeva un cancello, anche se in condizioni precarie, ma non ancora una croce. Il bello è che parla di teschi disposti tutt’intorno, come se la recinzione fosse decorata di quei macabri trofei; e di seguito allude a un cimitero particolare, nel quale inumare le salme dei morti ammazzati: forse una zona sconsacrata in cui si ponevano i deceduti senza sacramenti:

Ad Cemeterium.

Excavetur foveam per quam ingreditur in Ecclesiam et Clathrum ipsius reaptetur.
Crania circa Cæmeterium exposita quamprimum sepeliantur.
Crux lignea apponatur in loco appto, ut evidenter appareat. ||
Incrustentur calce Parietes Cæmeterij in quo interfectorum cadavera humantur.

[Al cimitero

Sia scavato il fosso attraverso il quale si entra nella chiesa, e la sua cancellata sia riparata.
I teschi esposti intorno al cimitero siano seppelliti al più presto.
Una croce di legno sia eretta in un luogo adatto, bene in vista.
Siano intonacate di calce le pareti del cimitero in cui sono sepolte le salme dei morti assassinati
.]
 

    Poi c’erano i cimiteri secondari di Verolavecchia: del cimitero di San Pietro vecchio abbiamo detto; per quello affiancato alla nuova parrocchiale settecentesca (nella zona oggi occupata dal campanile) e quindi sostituito dall’odierno cimitero di San Vito, rimandiamo alla bibliografia, così come per quello attestato nel secondo ‘700 presso la chiesa campestre di San Pietro in Scorzarolo.

    Anche il battistero ha una sua tortuosa storia, soprattutto nelle visite più antiche.

    Il Grisonio (1540) lo trova ben chiuso e decentemente custodito (“Baptisterium quoque vidit bene clausum, Et satis decenter custoditum”), ma solo dopo aver preso visione del cimitero. Il Bollani (1565) e il Pilati (1572) si accontenterebbero di una vasca nuova; mentre l’Agostini (1580) cala un fendente inatteso, trovando che “Baptisterium indecens neque loco congruo collocatum” (il battistero è indecente e collocato in un luogo inadatto).

    Ora, a parte le questioni di gusto personale, che probabilmente già allora erano soggette a considerazioni alquanto individuali, stupisce soprattutto che solo dopo quarant’anni di fiscali ispezioni si scopra che il battistero era fuori posto. Viene il sospetto che fosse collocato fuori dalla chiesa, in una cappella chiusa, probabilmente nella zona del cimitero. E in effetti le disposizioni del Borromeo (1580) e del Giorgi (1599) manifestano la necessità di provvedere un luogo architettonicamente adeguato all’interno della chiesa, come se il battistero vi dovesse essere portato dall’esterno, non semplicemente spostato da un angolo all’altro dell’edifico. Così disponeva infatti san Carlo nei suoi decreti:

Baptisterium collocetur in angulo ecclesiæ sub fornice construenda supra columnam ad formam fornicis altarium lateralium, cancellis sepiatur; et sacrarium ibi prope ad formam instructionum generalium,

[Il battistero sia collocato nell’angolo della chiesa, sotto una volta in muratura da edificarsi su una colonna, nella stessa forma degli archi delle cappelle laterali; sia recintato con una cancellata e accanto vi si faccia il sacrario, nella forma dei regolamenti generali.] 

    Sembra che l’arcivescovo ordini la costruzione di una nuova cappella, sul modello di quelle già esistenti dentro la chiesa. Ancora più esplicito sarà il Giorgi circa vent’anni dopo:

Baptisterium ad prescriptum uisitationis apostolicæ pet totum mensem septembris proximum accomodetur, alioquin Ecclesia ex nunc interdicitur; permittitur uero ut dictum Baptisterium propter Ecclesiæ angustiam in Nitia In medio arcus a parte ingressus dextera construenda, et picturis ornanda collocari possit, cuius septum parietem non eccedat

[Il battistero entro il prossimo mese di settembre sia sistemato secondo le prescrizioni della visita apostolica del 1580; in caso contrario la chiesa è da questo momento interdetta. Si consente, tuttavia, che il battistero, per la ristrettezza della chiesa, possa essere collocato in una cappella, da ricavare in corrispondenza dell’arco a destra dell’ingresso e da decorare con dipinti; il suo limite interno non dovrà sopravanzare oltre la linea della parete.] 

    Una nuova cappella da realizzarsi appoggiata al lato est della chiesa, nella prima campata a destra della porta, in modo che il fronte corrisponda al limite della parete interna, e il corpo si protenda per un tratto entro lo spazio del cimitero (sarebbe press’a poco in corrispondenza dell’ambone, o dell’ingresso meridionale della odierna chiesa settecentesca).

    Dalla visita successiva, comunque, tutto apparirà in regola, anche se nel 1684 la frettolosità con cui erano state fatte le cose rivelava già le magagne della nuova costruzione: “rimula in fornice huius Capellæ secundum fabri murarij peritiam obstruatur” (la crepa nella volta della cappella sia stuccata da un competente muratore).

 

Gli arredi del culto

Su questo tema le visite sono fin troppo ricche di materiale: spesso si riducono anzi a lunghi elenchi di suppellettili da chiesa e da sacrestia che devono essere acquistate, aggiustate, restaurate, eliminate, sostituite.

    Per quanto riguarda la tipologia e l’uso di tali arredi, rimandiamo al glossario in appendice al volume, pensato proprio per offrire anche ai non strettamente specialisti della materia liturgica indicazioni utili su cosa siano e a cosa servano tanti oggetti che, in molta parte, dopo l’ultima riforma liturgica del concilio Vaticano II, sono diventati autentici pezzi da museo. E Verolavecchia pare conservi alcuni esemplari veramente rari, di cui del resto è già stato scritto con competenza, e sui quali quindi non è il caso di ritornare.

    Noi intanto proveremo a occuparci di alcune espressioni dei verbali di visita, che magari per la loro oscurità insinuano dubbi, più che offrire risposte chiare ai nostri interrogativi.

    Diciamo, per cominciare, dei dipinti: non sono molte, in verità, le indicazioni che si ritrovano sull’argomento nei verbali dei visitatori; e per di più, essendo rivolte a chi quelle realtà le aveva sotto gli occhi, appaiono troppo laconiche e allusive a noi che ormai abbiamo perduto per sempre quell’ambiente scenografico.

    Che pensare, ad esempio, dell’ordine perentorio del Bollani, che nel 1565 imponeva “Renovetur pictura pallæ altaris maioris” (si rinnovi, si rifaccia il dipinto della pala dell’altar maggiore), ripreso tal quale dal Pilati sette anni dopo. Oppure delle picturæ dell’altare della Santa Croce, che avrebbero dovuto subire la stessa sorte, secondo l’opinione del Giorgi nel 1599. Non si può nemmeno essere ben certi se il verbo utilizzato (renovetur) significasse un restauro o una sostituzione.

    Poi c’è l’oratorio di Santa Maria della Pietà, che merita una pittura più dignitosa per il suo modesto altare portatile: “tegumentum ligneum super altare pictura ornetur” (il parato di legno sopra l’altare sia ornato con un dipinto), dettava lo stesso Giorgi; e il 1599 è dunque il termine dopo il quale fu realizzata la splendida pala della Deposizione con Santa Maria Maddalena e due disciplini, oggi conservata con la sua preziosa ancona originale nella sacrestia della parrocchiale. Dalla critica la tela è stata attribuita a Francesco Giugno (1577-1621) e assegnata dubitativamente al 1620; sul piano documentario (per quello artistico lasciamo l’ultima parola ad altri) non sarebbe improponibile una sua anticipazione di qualche anno.

    È proprio un caso poi che, a partire dalla visita successiva (1624) la disciplina in castello cambi la sua denominazione in quella di Santa Maria Maddalena?

    Di certo è da escludere invece l’idea avanzata da qualcuno che il quadro sia stato commissionato dalla scuola del Corpus Domini: è vero che le confraternite eucaristiche, all’epoca della loro origine tra ‘400 e ‘500, avevano come icona di riferimento cultuale la Deposizione, dove vedevano rappresentato il corpo concreto di Cristo, nella sua dimensione di redentore dell’umanità (solo più tardi si generalizzò invece l’immagine dell’Ultima cena). Tuttavia, non va dimenticato che nel periodo 1580-1600 (almeno per quel si ricava dalle visite pastorali) la disciplina di Verolavecchia era intitolata a Santa Maria della Pietà, cioè appunto alla Madonna della deposizione; e poi, i committenti raffigurati nell’angolo in basso a destra sono chiaramente abbigliati con la tunica bianca, che — si sa — era l’abito corale dei disciplini della Pietà, mentre non abbiamo notizia che i confratelli del Sacramento usassero all’epoca una particolare divisa.

    In ogni caso, anche all’altare del Santissimo mancava una pala decorosa, per cui lo stesso Giorgi, che doveva essere un accanito cultore dell’arte pittorica, suggeriva che “Provideatur de Icona decentiori” (si provvedesse di una immagine più decente). Poi scopriamo, nel 1684, che nella parrocchiale l’altare eucaristico era denominato “Altare Sancti Petri Apostoli Scholæ Sanctissimi Sacramenti” (l’altare di San Pietro apostolo della scuola del Santissimo Sacramento). Mettendo insieme queste informazioni, con l’attribuzione che è stata avanzata al nome dello stesso pittore Francesco Giugno, e alla stessa data 1620, del quadro dei Santi Pietro e Paolo che adorano la Trinità, esso pure oggi nella sacrestia parrocchiale, viene il dubbio che questa potesse essere la pala non dell’altare maggiore della vecchia chiesa, ma dell’altare del Corpus Domini, commissionata dalla omonima confraternita, dopo aver constatato l’ottimo lavoro dell’artista nell’oratorio della disciplina; sempre che le cose non fossero andate all’inverso, e il primo quadro realizzato fosse stato questo di Santi Pietro e Paolo. Ma qui siamo ancora una volta nel dominio delle pure ipotesi, ed è meglio non allargarsi troppo.

    Le ostie consacrate al tempo del Grisonio (1540) erano conservate in un bicchiere di vetro, che il visitatore impone di eliminare e di sostituire con una teca già destinata alle reliquie.

    Il vescovo Bollani (1565) ordinava invece di fare “tabernaculum parvum cum cuppa argentea pro conseruando et deferendo Sanctissimum Sacramentum ad infirmos, et non teneatur amplius in corporale” (un tabernacolo piccolo con la coppa d’argento per conservare e portare il Santissimo Sacramento agli infermi, e non si tenga più l’eucaristia dentro un corporale). In ogni caso, il bicchiere di vetro era stato bandito: ora le ostie sante erano insaccate in un fazzoletto.

    Qui però è indispensabile una breve parentesi a proposito della terminologia adottata a quel tempo relativamente ai contenitori per l’eucaristia. Come si è visto, il Bollani chiama tabernaculum un oggetto che doveva, per sua stessa dichiarazione, essere piccolo, dotato di una coppa d’argento e trasportabile al capezzale degli infermi (oltre che essere alternativo al corporale): tutte caratteristiche che si confanno più al vaso sacro che oggi viene denominato pisside, piuttosto che all’oggetto architettonico normalmente definito tabernacolo. Tanto più che il Bollani stesso, subito dopo, si pronuncia in questo modo: “Repositorium ornetur intus, et exterius deauretur” (il repositorio sia ornato all’interno e dorato all’esterno): e questo assomiglia appunto a una cassetta, un contenitore, con un interno e un esterno da poter decorare e ornare.

    In effetti, all’epoca la conservazione dell’eucaristia, soprattutto per il viatico dei moribondi, era soggetta alle fantasiose abitudini locali: c’era chi la teneva in un cassetto della sacrestia, chi in un armadio dietro l’altare, o in una nicchia (o magari in un buco nel muro) del presbiterio. Soltanto dopo il concilio di Trento e la propaganda anti-luterana a favore del culto eucaristico, si fece strada l’abitudine di collocarla permanentemente in un tabernacolo, possibilmente fastoso, eretto sopra l’altare maggiore, o talvolta su quello della confraternita del Corpus Domini (o del Santissimo Sacramento), istituita proprio allo scopo di avere sempre in ogni momento della giornata qualche devoto adoratore, qualcuno che accompagnasse processionalmente l’eucaristia agli infermi, e comunque una migliore assiduità nella manutenzione e nella cura del luogo eucaristico, certo più di quanta ne garantivano all’altare maggiore i rettori, quasi sempre tirchi e latitanti.

    Si comincia dunque col Bollani a richiedere un repositorio di legno decorato, posto in posizione eminente sopra l’altare maggiore.

    Il Pilati (1572) insiste sull’ordinanza del suo superiore, ancora inadempiuta, chiamando anche lui tabernacolo la teca trasportabile, e repositorio la cassetta fissa:

Velum supra repositorium
ornetur repositorium intus aliquo panno serico. et corporale supponatur tabernaculo.
Tabernaculum pro conseruando corpus xpisti in termino 15 dierum et frater rectoris promisit.
velum supra tabernaculum decentius.

[Si ponga un velo sopra il repositorio.
Si orni all’interno il repositorio con un drappo di seta e si ponga un corporale sotto il tabernacolo.
Si procuri entro 15 giorni un tabernacolo per conservare il Corpo di Cristo; il fratello del rettore l’ha promesso.
Si procuri un velo più decoroso da porre sopra il tabernacolo
.]
 

    Sia il Pilati che l’Agostini (1580) rilevano poi che la conservazione dell’eucaristia è assidua, e davanti ad essa arde una lampada a olio finanziata dal rettore.

    Con le ordinanze di san Carlo (1580) si chiariscono alcuni punti oscuri precedenti, anche sul piano strettamente lessicale:

Binæ pixides fiant, altera pro Sanctissimo Sacramento ad egrotos defferendo, altera pro communione generali populi
Tabernaculum ostensorium ad formam accomodetur,
Tabernaculum ligneum intus undique panno serico circumuestiatur,

[Si facciano due pissidi, una per portare il Santissimo Sacramento agli infermi, l’altra per la comunione generale del popolo.
L’ostensorio sia sistemato nella forma regolamentare.
Il tabernacolo di legno sia rivestito dappertutto di seta all’interno
.]
 

    Non pare ci siano dopo d’allora altri rilievi significativi riguardo alla presenza e alla manutenzione del tabernacolo, che diventa in tutto simile ai tabernacoli come ci sono ampiamente noti.

    Sarebbero molti altri gli argomenti da affrontare riguardo agli oggetti e agli arredi del culto: le pile dell’acqua santa, i cancelli attorno al battistero e a ogni altare, i paliotti, i paramenti, i vasi sacri; ma non c’è lo spazio per affrontarli tutti in maniera organica. Anche questa volta il lettore dovrà imbarcarsi da solo nell’avventura di rincorrerne le tracce da una visita all’altra, e costruire liberamente il suo percorso secondo curiosità e interesse, senza una guida che lo vuol per forza trascinare sulla propria strada.

    Concludiamo questo paragrafo sugli arredi con una curiosità: le cassette delle elemosine nella chiesa di San Vito, oggetto di concupiscenza per troppa gente, tanto che il vescovo Marco Morosini fu costretto a regolamentarne d’autorità l’uso. Per suo ordine, e sotto la sorveglianza dell’arciprete, ci dovranno essere nella chiesa due cassette, una per le elemosine e le offerte spontanee, da impiegarsi nella manutenzione della chiesa, l’altra per le entrate regolari delle cappellanie e gli evetuali redditi da immobili o capitali. Entrambe le cassette dovranno avere due chiavi diverse (nel senso di due serrature), una delle quali gestita dall’arciprete a nome della parrocchia, e l’altra dal comune: questo particolare, insieme ad altri numerosi indizi contenuti in varie visite pastorali, conferma il ruolo che il comune aveva nella proprietà e nella amministrazione delle chiese del territorio, ancora alla metà del secolo XVII.

 

Le reliquie

Non può mancare, in questa pur sommaria presentazione della parrocchia di Verolavecchia, una pagina dedicata alle reliquie, di cui si accenna più d’una volta nelle visite pastorali.

    Una reliquia compare indirettamente fin dalla prima visita del Grisonio (1540), quando il prelato ordina — come abbiamo visto — di utilizzare per l’eucaristia un reliquiario, in luogo del vaso di vetro allora impiegato:

Vidit locum sacramenti, Et quia conseruatur in vase vitreo, mandauit illud reponi in Tabernaculo ibi Existente, in quo nunc Est reposita quedam reliquia

[Poi ha visionato il luogo del Santissimo Sacramento e, poiché è conservato in un vaso di vetro, ha ordinato di riporlo nella teca che ora contiene una reliquia.] 

    Di poche parole anche l’accenno dell’Agostini (1580)]: “Reliquiæ non nullæ adsunt, sub nominibus in cartis” (esistono alcune reliquie, i cui nomi sono segnati nelle didascalie). Ma l’accenno più importante è fatto dal Chinelli nel 1657:

Extant SSanctæ Reliquiæ recognitæ à Reuerendissimo Georgio Serina Vicario Generali sub die 11 Martij 1653 instrumento rogato per dominum Marinum de Marinis Cur Episcopalis notarium.

[Esistono sante reliquie, di cui fu fatta ricognizione dal reverendissimo vicario generale Giorgio Serina in data 11 marzo 1653, atto rogato dal signor Marino Marini notaio della curia vescovile.] 

    La notizia della recente autentificazione attribuita all’11 marzo 1653 è frutto di un piccolo equivoco: effettivamente nell’archivio parrocchiale di Verolavecchia esiste ancora un atto originale del notaio di curia Marino Marini in quella data, sul cui retro è annotata l’intestazione: “1653. Instrumento Delle Reliquie Poste nella Chiesa Di Santo Pietro Parochiale Di Virola Vecchia”. In esso si accenna bensì a una autenticazione delle reliquie sancita dal vicario generale episcopale don Giorgio Serina (rogito del notaio Francesco Benaglio) in una data non precisata, ma l’atto del Marini è, in realtà, il verbale di consegna delle reliquie stesse da parte del padre filippino don Maurizio Luzzario all’arciprete di Verolavecchia don Lelio Zanucca.

    Come si vede, non dell’autentica si tratta, ma di un atto di consegna, in cui viene a grandi linee narrato il percorso delle tre reliquie: affidate insieme ad altre nel maggio del 1652 dal vescovo di Alessandria don Deodato Zanucca al padre dell’Oratorio bresciano don Maurizio Luzzario (1591-1656), con corredo di strumento notarile, dovevano essere consegnate all’arciprete di Verolavecchia don Lelio Zanucca, zio paterno (patruus) del vescovo di Alessandria, per essere esposte alla venerazione dei fedeli della sua parrocchia. Il vicario generale di Brescia don Giorgio Serina (il visitatore del 1624) ne aveva firmato l’autentificazione ufficiale, concedendone la pubblica venerazione, con relativo atto notarile; quindi il Luzzario convoca a casa sua l’arciprete Zanucca e gli consegna le reliquie di sua spettanza, non senza aver giurato che sono esattamente quelle consegnategli dal vescovo di Alessandria; don Lelio per parte sua promette di far fare due appositi reliquiari per esporle al culto nella propria parrocchia. Tutto registrato fedelmente dal notaio, davanti a testimoni, uno dei quali è il padre Bernardino Faino (1600-1673), prolifico autore di agiografia e di storia ecclesiastica bresciana, nonché del celebre repertorio delle chiese locali cui anche qui si è talora attinto.

    È un fatto, che in molte parrocchie della diocesi bresciana si intensifica nella seconda metà del ‘600 il culto delle reliquie, forse in concomitanza con gli studi del Faino, che nel 1665 pubblicherà su istanza del vescovo Marino Giovanni Giorgi il Martyrologium Sanctae Brixianae Ecclesiae, insieme a una reviviscenza di rivalsa nei confronti di idee protestanti e gianseniste. In questo particolare indirizzo di culto Verolavecchia si colloca all’avanguardia, perlomeno tra le parrocchie della bassa, in una data abbastanza precoce. E ciò quasi certamente a opera dell’arciprete Zanucca, che appare come il regista di tutta la vicenda: al santo del suo nome appartenevano le reliquie più importanti; suo nipote era il vescovo di Alessandria che gliele aveva procurate; l’arciprete stesso è presente all’atto di consegna e si impegna a realizzare i reliquiari.

    Delle sante reliquie di Verolavecchia abbiamo di nuovo notizia nel 1669, quando il vescovo Marino Giovanni Giorgi Visitavit Sacras Reliquias Sanctorum Lelij, et alius socij martirum ex Legione Thebea easque approbavit, et veneratus est” (ha visitato le reliquie di San Lelio e di un altro compagno, martiri della legione Tebea, le ha approvate e venerate). Altre notizie generiche sono del 1677: “fiat decentior locus in Ecclesia pro reponendis reliquijs, idemque intus decenter ornetur” (si faccia nella chiesa un deposito più dignitoso per le reliquie, e lo si decori internamente).

    Quanto alla reliquia della Santa Croce fa invece parola per la prima volta l’arciprete Semenzi soltanto nel 1779, e per giunta in maniera indiretta, elencando le ricorrenze solenni in cui non si tiene la dottrina cristiana:

Instituzione della dottrina Cristiana è frequentata generalmente da tutti quei della parrocchia. Si fa ogni festa di precetto; eccettuati li giorni primo di Nattale; primo di pasqua: La festa di Santa Croce di Maggio per la sollenne processione, ed esposizione della reliquia. La Sollennità del corpo di Gesù Cristo, ed il giorno di Sant Marzo [= Marco?].

    È strano, ma non si era mai parlato fino a quel punto della solenne processione della Santa Croce con esposizione della reliquia nella festa di maggio. Ed è anche l’ultima visita pastorale da noi presa in considerazione in questo volume.

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010