|
Discipline e confraternite
Ora
toccherebbe di parlare dei laici, ossia del popolo cristiano, che da sempre
dovrebbe essere il centro dell’attenzione per la chiesa e le sue istituzioni.
In
realtà siamo all’ultimo stadio della progressione discendente, dai parroci ai
preti alla gente comune, e quindi del numero e qualità delle informazioni:
infatti, non c’è molto da rilevare in proposito nelle visite pastorali, oltre
alle pure statistiche, da prendere anche qui con le pinze.
O
meglio, si potrebbe fare un discorso a parte sulle organizzazioni laicali
denominate discipline e scuole,
che di solito vengono accorpate tutte quante nel termine confraternite, ma che
dovrebbero essere tenute distinte, per ragioni che vanno ancora indagate a
fondo. Ci sarà in futuro modo di affrontare adeguatamente l’argomento: per
ora ci limiteremo a mettere un po’ d’ordine nelle notizie sparse che vengono
dalle visite pastorali.
Cominciamo
con quella che per antonomasia era definita a Verolavecchia la confraternita dei
disciplini, o piuttosto dei disciplinati.
Anzitutto
prendiamo atto di un dato interessante, mai rilevato nel dettaglio (per quel che
ne sappiamo) fino ad oggi: l’evoluzione del titolo dell’oratorio e della
congregazione che lo officiava, così come appare nei verbali delle visite
episcopali:
|
anno
|
oratorio
|
confraternita
|
|
1540
|
disciplina
|
|
|
1565
|
ecclesia
disiplinatorum
|
disciplinati
|
|
1572
|
oratorium
disciplinatorum
|
disciplinati
|
|
1573
|
-
|
disciplini
|
|
1580
|
oratorium
beatae Mariae Pietatis disciplinatorum
|
disciplinati
|
|
1599
|
oratorium
S. Mariae Pietatis
|
|
|
[1610]
|
disciplina
|
|
|
[1619]
|
beata
Vergine della Pietà
|
disciplini
|
|
1624
|
ecclesia
S. Mariae Magdalenae
|
|
|
1637
|
oratorium
S. Mariae Magdalenae
|
|
|
1647
|
oratorium
S. Mariae Magdalenae
|
disciplinati
S. Crucis
|
|
1657
|
oratorium
S. Mariae Magdalenae
|
|
|
[1658]
|
oratorium
S. Mariae Magdalenae
|
|
|
1663
|
oratorium
S. Crucis
|
|
|
1669
|
oratorium
S. Mariae Magdalenae seu S. Crucis
|
confraternitas
S. Crucis
|
|
1677
|
oratorium
S. Mariae Magdalenae disciplinatorum S. Crucis
|
disciplinati
S. Crucis
|
|
1684
|
oratorium
S. Crucis disciplinatorum
|
|
|
1703
|
oratorium
S. Crucis
|
|
|
1714
|
oratorio
di S. Croce
|
|
|
1779
|
oratorio
di S. Croce in Castello
|
|
Sembra
nel complesso di notare una precisa evoluzione nella denominazione tanto del
luogo di culto quanto della confraternita. I confratelli, infatti, vengono
denominati semplicemente disciplini o disciplinati fino
al 1647, quando acquisiscono il titolo più specifico di disciplinati Sancte Crucis, che conserveranno anche negli anni seguenti. Il loro luogo di culto, invece,
che nelle prime visite figura anch’esso coll’appellativo generico di disciplina,
o chiesa-oratorio dei disciplinati, senza altra qualifica, negli atti del 1580 e
del 1599 acquisisce il titolo di S. Maria della Pietà, che conserva almeno fino
al 1619; quindi dal 1624 la denominazione diventa quella di S. Maria Maddalena, affiancata a partire dal 1663 dall’appellativo della S. Croce, proprio della
confraternita. Nel 1677 si ha la definizione completa: “oratorio di S. Maria
Maddalena dei disciplinati di S. Croce”; infine, dopo quella data, la
denominazione diviene la stessa per la cappella e per la confraternita, entrambe
di S. Croce (talvolta con l’aggiunta del toponimo “in Castello”).
Al
momento una simile evoluzione, vista così, non sembra dire molto riguardo alle
sue ragioni; ma deve tuttavia esserci sotteso un significato storico e cultuale,
che ricerche future potranno esplicitare.
La
compagnia dei disciplini più d’una volta è descritta in modo abbastanza dettagliato
nei verbali delle visite. Prendiamo, ad esempio, la descrizione della cappella e
della congregazione fatta nel 1580 dal visitatore delegato di S. Carlo:
oratorium
beatæ mariæ pietatis disciplinatorum.
Altare habet ligneum, et ammouibile quod habet legatum missarum
duarum, et annualium duorum
<officiorum?> quottanis factum
per quondam Dominum Xpistophorum
de origonibus qui reliquit tot
bona ex quibus || annui redditus
percipiuntur librarum
viginti vel circa a scholaribus
desciplinis. schola ipsa disciplinatorum
fuit errecta a vicario brixiæ de anno 1492, vt ex testimonio quod
exhibuerunt apparet. Regulas habent non confirmatas. scholares sunt numero 19, qui gestant habitum Album. Comessationes inter se habent
feria quinta habdomadæ sanctæ. Reguntur
a ministro subministro
consiliarijs visitatoribus et
massario, qui quottanis mutantur Redditus nullos habent præter
elleemosinas, quas etiam ostiatim querunt, quæ conuertuntur
in ornatum oratorij rationes
inter eos redduntur. exhibuerunt libros rationum
[L’oratorio
della Beata Vergine Maria della Pietà dei disciplini ha un altare
mobile di legno, cui è attribuito un legato di due messe e due [uffici?]
annuali, disposto dal defunto sig. Cristoforo Origoni, il quale ha lasciato beni da cui i disciplini ricavano un reddito annuo di circa 20 lire. La
scuola dei disciplini fu eretta dal vicario di Brescia nel 1492, come appare dal documento che è stato presentato;
esiste un regolamento privo di approvazione ufficiale. I disciplini sono 19 e indossano un abito bianco. Fanno un banchetto tra
di loro il giovedi santo. Il direttivo è composto da un ministro, un
sotto-ministro, consiglieri, visitatori e massaro, che sono eletti ogni
anno. Non possiedono alcun reddito, se non le offerte che questuano di
porta in porta, e che sono impiegate nella decorazione dell’oratorio.
Compilano i bilanci tra di loro; hanno presentato i registri di cassa.]
Il
quadro è sintetico, ma esplicativo, e rende abbastanza bene l’idea della
storia, dell’organizzazione interna e dell’attività della disciplina.
La quale non era comunque l’unica
confraternita laicale del genere esistente in parrocchia di cui si abbiano
informazioni dalle visite pastorali; a partire dal 1599 compare infatti una
nuova disciplina, intitolata a S. Rocco, che però in quel momento non era ancora
riconosciuta ufficialmente dall’autorità: lo sarà soltanto alcuni anni dopo, in
seguito all’aggregazione all’omonima arciconfraternita romana:
Pretensa
aggregatio huius confraternitatis facta a fratre
ferdinando minorum conuentualium asserto comissario || Archiconfraternitatis sancti
Rocchi de Vrbe suspenditur donec fuerit
cognita ipsius fratris
ferdinandi authoritas eam
faciendi
[La
pretesa aggregazione di questa confraternita, fatta da fra Ferdinando dei Minori Conventuali, sedicente commissario
dell’Arciconfraternita di S. Rocco di Roma, è sospesa finché non sia appurata l’autorizzazione di tale frate
Ferdinando a compiere l’aggregazione.]
Ovvio,
anche qui come per la disciplina principale, che la chiesa di S. Rocco è assai più antica, e non va comunque confusa con la
confraternita in essa operante, così descritta nel verbale del 1669:
Ser
Marcus Tirellus Cancellarius
Disciplinatorum Oratorij Sancti Rochi, uocatus, et præuio iuramento. Interrogatus Dixit,
Confratres esse triginta, induere uestem uiridem,
Confraternitatem esse
aggregata Archiconfraternitati Sancti Rochi Almæ
Vrbis, nullos habere reditus, || et sustentari ex eleemosynis tantum.
In dicto Oratorio esse
erectam Capellaniam de iurepatronatus Comunitatis cum onere à primeua institutione celebrandi missas sexaginta
singulis annis, atque dictæ
Capellaniæ fuisse legatas summas descriptas in relatione Admodum
Reuerendi Domini
Archipræsbiteri, cum onera
celebrandi tot missas, quot important annui reditus, sed nescire numerum missarum, quæ
celebrantur à dicto Reuerendo. In
reliquis recte etc saluo quod
dixerunt, non uocari Dominum
Archipræsbiterum, dum eliguntur
Regentes, ac dati acceptique
rationes reddùntur, se tamen
esse paratos, eum uocare
quotiescumque etc
[Ser
Marco Tirello, cancelliere dei disciplini dell’oratorio di S. Rocco, convocato e sotto giuramento,
interrogato ha dichiarato che i confratelli sono 30, e indossano un abito
verde; la confraternita è aggregata all’arci-confraternita di S. Rocco di Roma; non ha redditi e si mantiene soltanto con le offerte spontanee. Nel loro
oratorio è eretta una cappellania di patronato del comune di
Verolavecchia, con l’obbligo fin dalla primitiva istituzione di
celebrare 60 messe l’anno; a questa cappellania sono destinate in base a
legati le somme elencate nella relazione dell’arciprete, con l’obbligo
di celebrare tante messe quante importano i redditi annuali; ma i
confratelli non sanno il numero delle messe che vengono celebrate dal
reverendo Caprerone. Per il resto bene, salvo che hanno dichiarato di non convocare
l’arciprete quando si elegge il direttivo e si fanno i bilanci, ma sono
disposti a convocarlo ogni volta che sarà necessario.]
Oltre
alle due discipline, bianca e verde
come si sarebbe detto allora dal colore dell’abito corale, che avevano un
numero assai scarso di membri (così almeno appare quelle poche volte che esso
è indicato), esistevano altre confraternite più popolari, con alcune centinaia
di associati.
Anzitutto
quelle tipiche di ogni parrocchia della diocesi, ossia il SS. Sacramento e il S. Rosario, ciascuna dotata del proprio altare nella chiesa principale di S. Pietro.
La
prima, che a Verolavecchia conservò per lungo tempo l’antico nome del Corpus
Domini o Corpus Christi, in origine non aveva un altare, o forse ne aveva uno provvisorio collocato
sotto il pulpito, che i primi visitatori impongono di togliere e spostare nella
cappella laterale di fronte alla S. Croce, in luogo dell’altare del lascito Firmi in estinzione. Inoltre il Corpus
Domini aveva il giuspatronato sulla chiesa di S. Rocco, per la quale a nome del comune designava il sacerdote rettore. Così ne parla
l’abate Agostini nel 1580:
schola
corporis Domini incepta de anno
1512 de errectione tamen non constat regulas habet
non comprobatas scholares in ea descripti sunt ad numerum
400 velcirca. Reguntur
per duos sindicos, et massarium qui singulis annis mutantur.
Redditus non habet, præter elleemosinas, quæ expenduntur
in cereas, et celebrationem missæ
singula prima dominica cuiuslibet mensis. Rationes redduntur || præsente curato exhibiti fuerunt libri, et bene reguntur.
[La
scuola del Corpus Domini fu fondata nel 1512, ma non sussistono documenti di erezione
canonica. Ha un regolamento non approvato; gli iscritti sono circa 400.
Sono presieduti da due sindaci e un massaro, che vengono eletti ogni anno.
L’associazione non ha redditi, se non le offerte spontanee, che sono
impiegate in ceri e nella celebrazione di messe ogni prima domenica del
mese. Vengono stesi i bilanci alla presenza del curato: sono stati
mostrati i registri, che sono ben tenuti.]
Di
origine più tardiva la scuola del S. Rosario, che appare soltanto al tempo della visita di S. Carlo (1580),
ma della quale non si danno informazioni di nessun genere fino al 1647, ossia
dopo la grande peste.
Più
antica, forse coeva di quella del Corpus Domini, è la confraternita di S. Pietro Martire, documentata come entità “que ad
nihilum redditur” (ridotta a nulla) dal Bollani nel 1565.
A partire dalla visita seguente del Pilati (1572) non si trova più questa associazione, ma in compenso
compare la scuola dell’altare della S. Croce (da non confondere con la confraternita di disciplinati
aggregati all’oratorio della Pietà o della Maddalena), definita in questi termini:
Reuerendus
Dominus Iohannes Antonius de Zambalijs
[= Zabalijs], qui celebrat ad altare Sanctæ crucis quod est
ipsius scholæ per duos annos continuos
cum elemosina librarum
42 quæ schola crucis nihil habet in bonis sed tantum
elemosinas quæ dantur à confratribus
scilicet 4 marculos in
annos quæ expenduntur
in dando elemosinam sacerdoti
et in omnibus pertinentibus circa ipsum altare.
et fiunt computa utsupra.
[Il
reverendo don Giovanni Antonio Zabagli celebra all’altare della S.
Croce, della omonima scuola, per due anni di seguito con offerta di 42 lire.
La
scuola della S. Croce non possiede nulla in beni, ma solo le contribuzioni dei
confratelli, ossia 4 marchetti l’anno, che vengono spese nell’offerta
al sacerdote e in tutte le occorrenze dell’altare. Si compilano i
bilanci regolarmente.]
Tenuto
conto che l’altare della S. Croce è documentato nella parrocchiale di S. Pietro già dalla
visita Bollani (1565), e che esso viene definito dal Caprioli (1573) l’“altar de
le Crosette”,
con un nome analogo a quello della Crosetta, con cui nel primo ‘500 veniva definita la confraternita di S. Pietro Martire in Verola Alghise, viene il sospetto che la scuola della S. Croce di Verolavecchia potesse essere in qualche modo la
prosecuzione della antica scuola di S. Pietro Martire: ma è un’ipotesi tutta da dimostrare.
L’antichità
e l’alto numero di iscritti dell’associazione sono comunque attestati
dall’Agostini:
Schola
est sanctæ Crucis antiqua.
habet regulam ex vrbe romæ scholares descripti sunt circiter 200 crucem
tamen non defferunt. Regitur a
massario, et consiliarijs, qui singulis annis mutantur. Redditus nullos habet, præter ellemosinas quæ conuertuntur
in cereos in celebrationem missarum
sancti gregorij, et quatuor offitia a mortuis quottannis.
Rationes redduntur presente rectore exhibiti fuerunt
libri, et bene describuntur.
[Esiste
una scuola antica della S. Croce: ha un regolamento da Roma. Gli iscritti sono circa 200, ma non portano la croce. La confraternita
è amministrata da un massaro e da consiglieri che sono eletti ogni anno.
Non ha redditi, se non le offerte spontanee, che sono impiegate in ceri e
nella celebrazione di messe gregoriane e di quattro uffici funebri
all’anno. Vengono redatti i bilanci alla presenza del rettore: sono
stati presentati i registri, e sono ben tenuti.]
Ultima
nata in ordine di tempo, per ovvie ragioni, è l’amministrazione dell’altare
di S. Carlo, da non confondere con l’altare stesso, anche se ad esso era
strettamente legata. L’altare del santo compare per la prima volta negli atti
del 1624,
eretto verosimilmente poco dopo il 1610, data della canonizzazione del Borromeo, sul lato destro della parrocchiale cinquecentesca, anche allora di fronte
all’altare del Rosario. Dal 1647 è attestata una amministrazione economica
autonoma, descritta nei particolari solo nel 1657:
Ser
Ioannes Baptista Zò Massarius Altaris Sancti
Caroli uocatus, iuratus etc Interrogatus
respondit hoc Altare habere de redditu, scuta 18 circiter
ex terris locatis, absque
particulari obligatione et ex dicto redditu, pro portione, sustentari Reuerendum Capellanum,
qui celebrat, et per homines
scholarum solui scuta 15 pro
satisfactione legatorum
et pro suffragandis animabus
benefactorum ipsius Altaris; concurrere etiam ad expensas, quæ
fiunt pro suppellectili dicti
Altaris, in Commune dictarum
scholarum, et quod superest, una cum
Eleæmosinis expendi pro cultu Altaris. Computa fieri, cum assistentia Reuerendi
Archipresbiteri. In reliquis
recte etcetera
[Ser
Giovanni Battista Zò, massaro dell’altare di S. Carlo, sotto giuramento, interrogato ha risposto che l’altare ha un reddito
di circa 18 scudi da terreni affittati, senza particolari obblighi; in
proporzione al reddito è mantenuto il reverendo cappellano che vi
celebra, mentre dagli iscritti alle scuole vengono versati 15 scudi per
adempimento dei legati e per suffragio delle anime dei benefattori
dell’altare. L’amministrazione di S. Carlo concorre, insieme alle
scuole, anche alle spese per le suppellettili dell’altare; l’avanzo,
in aggiunta alle offerte spontanee, viene speso per la cura dell’altare.
I bilanci sono fatti alla presenza dell’arciprete. Per il resto tutto
bene.]
Come
si vede, la gestione economica e giuridica dell’altare è in stretta
collaborazione con le altre scuole, ossia il Corpus Domini, il S. Rosario e la S. Croce, al punto da far ritenere che il nuovo altare sia stato eretto per iniziativa
comune delle scuole stesse, e che la sua amministrazione sia in realtà
espressione di tale sinergia (come si dice oggi).
In
ogni caso sulla chiarezza dei conti c’era qualcosa da ridire, se alla fine il
visitatore impone di rimettere ordine nella gestione:
Reuerendus
Archipresbiter, singulo anno, eligat duos deputatos qui una cum ipso
regant altare Sancti Caroli, et
redditus, ac Eleæmosinas administrent
[Il
reverendo arciprete ogni anno scelga due incaricati che, insieme con lui,
amministrino l’altare di S. Carlo, coi relativi redditi e le offerte.]
In
seguito si dice sempre che l’altare di S. Carlo non è aggregato, ossia non è annesso a nessuna associazione
o confraternita, ma possiede una amministrazione separata.
Tra
gli enti economici con scopi di beneficenza (cause
pie si chiamavano una volta) va annoverato anche il monte di pietà (o di carità) del miglio, che è citato in quattro verbali di visita tra il 1647 e il 1677.
Queste menzioni, nella loro laconicità, sono le uniche prove che ne manifestino
l’esistenza.
Nel
1647 e nel 1657 non vi è che il semplice nome; un po’ più esplicative le informazioni date
nelle visite seguenti.
Nel 1669 i problemi erano
soprattutto di ordine fiscale:
Præfatus
Dominus Bernardinus Bordonalius
Cancellarius Montis Pietatis,
Interrogatus Dixit, dictum Montem habere salmas
centum milij circiter in totum,
hocque distribui egentibus, præstita per unumquemque idonea
fideiussione, e modo quantitatem
exigendam esse dumtaxat uiginti
salmarum circiter, et hoc
opportuno tempore exigendum esse
à debitoribus, à quibus facile restituetur. In reliquis recte etc
saluo quod dixit, exactores grauedinis imbotatus prætendere solutionem
eiusdem imbotatus, illumque
exigere, prout exigunt ab alijs, sed uelle Regentes Montis eum
tueri quantum fieri potest.
[Don
Bernardino Bordonale, segretario del monte di pietà, interrogato ha dichiarato che il monte possiede complessivamente circa
100 salme (litri 14.592) di miglio, che viene distribuito ai poveri,
dietro idonea garanzia personale; al presente i crediti pendenti ammontano
a non oltre 20 salme (litri 2918,4), e a suo tempo si dovranno riscuotere
dai debitori, i quali restituiranno senza difficoltà. Per il resto bene,
salvo che gli esattori delle imposte sull’imbottato pretendono il
pagamento della tassa nella stessa misura che esigono dagli altri, ma gli
amministratori del monte vorrebbero la maggior esenzione possibile.]
Dalla visita del 1677 si viene a
conoscere anche il tasso d’interesse praticato dal monte, che si aggirava
intorno al 2 %, giustificato solo dalla sopravvivenza del monte stesso:
Dictum
fuit etiam montem charitatis
milij reperiri de recognitione recipi unum
cuppum pro quacumque salma pro conseruatione
montis, mutuatarios præstare fideiussionem,
aliquas partitas antiquas adhuc remanere exigendas, in reliquis bene regi.
[È
stato dichiarato altresì che esiste un monte di carità di miglio; di interesse si riscuote un coppo di miglio
(litri 3,04) ogni salma (litri 145,92), per la conservazione del monte; i
richiedenti presentano garanzia; alcuni vecchi prestiti non sono ancora
riscossi; per il resto è amministrato bene.]
Dopo
d’allora non si ha più nessun sentore che esista ancora quell’istituzione
benefica di credito.
La popolazione
L’ultimo
spazio di questa trattazione relativa al mondo laicale è riservato alle
statistiche più generali sugli abitanti di Verolavecchia e ai pochi altri
particolari di cui si viene a conoscenza dai verbali dei visitatori.
Per
quanto concerne la popolazione in genere, le visite raccolgono quasi sempre il
numero totale dei residenti e talvolta, ma non sempre, il dato parziale di
quelli in età da comunione, per individuare coloro che noi chiameremmo
semplicemente adulti. All’epoca l’età in cui si riceveva per la prima volta
la comunione si aggirava tra i dieci e i quattordici anni: un lasso piuttosto
esteso, ma occorre tener conto della scarsa propensione di quella gente a
calcolare i propri anni (come s’è già avuto modo di constatare); in ogni
caso, l’età da comunione, per la media della gente, coincideva con l’età
in cui si cominciava a lavorare sul serio.
I dati puri e semplici nella loro
aridità sono riassumibili in questa tabella, nella quale è anche riportato, per
differenza tra la popolazione complessiva e i comunicati, il numero dei non
comunicati, ossia dei minori non ancora abili al lavoro.
|
anno
|
abitanti
|
comunicati
|
non
comun.
|
|
1540
|
?
|
1100
|
?
|
|
1565
|
3000
[!]
|
1200
|
?
|
|
1572
|
2000
|
1300
|
700
|
|
1580
|
2000
|
1300
|
700
|
|
[1610]
|
1800
|
?
|
?
|
|
1637
|
1400
|
?
|
?
|
|
1647
|
1700
|
1000
|
700
|
|
1657
|
1700
|
1100
|
600
|
|
1669
|
1690
|
1110
|
580
|
|
1677
|
1570
|
1093
|
477
|
|
1684
|
1360
|
1001
|
359
|
|
1703
|
1499
|
1204
|
295
|
|
1714
|
1610
|
1140
|
470
|
|
1779
|
1730
|
1379
|
351
|
Anzitutto
qualche rilievo sulle pure cifre.
Purtroppo
la tabella è incompleta perché — come s’è detto — non tutti i
visitatori riportano coerentemente tutti i numeri, almeno prima della metà del
‘600. È poi abbastanza evidente che fino a quell’epoca i dati stessi,
quand’anche siano riportati, sono assai approssimativi (e lo dichiarano
esplicitamente gli stessi redattori); a volte danno l’impressione di essere
ricopiati tali e quali da una visita all’altra. Maggiore affidabilità, oltre
che migliore coerenza, presentano invece i dati dal secondo ‘600 in poi, come
si nota dalla cura che arriva fino a segnalare l’unità. È chiaro che qualche
deduzione sensata è possibile soltanto in questo ambito.
Del
resto, abbiamo un indizio lampante dell’inaffidabilità dei rilevamenti
precedenti al secolo XVII nella relazione della visita Bollani (1565): il vescovo, o chi per lui, non aveva preso atto del
numero totale degli abitanti di Verolavecchia al momento del sopraluogo, mentre
questo dato gli viene comunicato dai rappresentanti comunali al momento
dell’udienza che egli concede loro nel palazzo Gambara di Verola Alghise.
Costoro,
a proposito della necessità di completare la chiesa parrocchiale ancora in
cantiere, implorano il presule
ut
ipsum
rectorem arctet et coget ad dictam
fabricam ecclesie perficiendam
et ad cellebrari faciendum unam aliam missam
attento maxime quod
populus dictæ Terre excedit numerum
Trium mille personarum
[che
costringa il rettore a terminare la fabbrica della chiesa e a farvi
celebrare una seconda messa quotidiana, soprattutto in considerazione del
fatto che la popolazione di Verolavecchia supera il numero di 3000
abitanti.]
Ora,
il dato di oltre tremila persone contrasta nettamente con tutte le statistiche
attestate dalle visite anteriori e posteriori: Verolavecchia non appare mai in
nessun momento della sua storia nei secoli XVI-XVIII superare la quota di
duemila abitanti complessivi, che raggiunge tra l’altro solo nel 1572 e nel
1580, quando il dato non è suffragato se non dalla testimonianza approssimativa
del rettore. Occorrerebbe credere che dal 1565 al 1572 (sette anni) siano
sparite oltre mille persone dal territorio di Verolavecchia: cosa assolutamente
incredibile; tanto più che non successe nemmeno al tempo della peste del 1630,
quando si ebbe un nettissimo calo demografico, ma che non superò il limite
delle 400-500 persone, almeno sulla base delle attestazioni 1610-1637. Né vale
ad attenuare l’ottimismo dei municipali la considerazione che potesse essere
compresa nel computo anche la popolazione di Scorzarolo, primo perché gli abitanti in età da comunione sono cento di meno nel 1565 di
quanti non saranno negli anni seguenti, con 2000 abitanti totali; e poi perché
i consoli che chiedevano il completamento della chiesa di S. Pietro e l’istituzione di una seconda messa quotidiana,
appartenevano al comune e alla parrocchia di Verolavecchia, non al comune né
alla giurisdizione ecclesiastica di Scorzarolo.
Dunque,
se non è una sfacciata millanteria dei civici amministratori per farsi più
preziosi e autorevoli agli occhi del prelato, la sparata dei più di tremila
abitanti potrebbe essere un errore del copista, in luogo di duemila: ma non c’è
da far molto conto su questi computi a senso, per cui è preferibile al momento
trascurare il dato del tutto.
Una
parola anche a proposito delle cifre riferite al periodo tra il 1572 e il 1610.
M. Zane, nella sua recente
analisi,
che pure non manca di spunti interessanti, rileva l’incongruenza del dato
demografico contenuto nel Catastico
del Da Lezze,
che attribuisce a Verolavecchia, per gli anni attorno al 1610, 1800 abitanti per
180 nuclei familiari, e ne tenta una spiegazione sulla base della presenza di
“lavoranti soli, temporaneamente emigrati qui in cerca di lavoro, non legati
comunque alla comunità anche se contribuiscono alla sua crescita”.
A
parte la difficoltà di dimostrare, con le pochissime cifre in nostro possesso,
una simile teoria, l’autore argomenta poi circa il calo di duecento unità tra
la visita Pilati del 1572 e il 1610, attribuendolo soprattutto all’epidemia
di peste degli anni 1576-77. Tuttavia, a questo proposito va osservato che
(approssimazione per approssimazione) il dato riportato dalla visita del
Borromeo nel 1580 era ancora di 2000 abitanti, e pertanto il calo
demografico, se calo ci fu (il che è tutto da dimostrare, vista la
superficialità con cui si affrontavano i numeri in quei tempi), dovrebbe essere
ascritto ai decenni a cavallo tra i due secoli.
Se
poi si fa caso che lo stesso Catastico attribuisce a Scorzarolo 200 abitanti, viene il dubbio che, almeno fino al passaggio di
quella popolazione sotto la tutela dei domenicani, essa fosse considerata in qualche modo parte integrante della parrocchia di
Verolavecchia, e dunque venisse fino al 1580 computata insieme a quella del
borgo principale, pur non facendone parte sul piano civile.
A
conclusione del paragrafo sulla demografia, abbiamo voluto provare a riportare i
numeri sopra esposti in un grafico che, pur con le incompletezze di cui s’è
detto, manifesta visivamente alcune linee di tendenza facilmente leggibili,
soprattutto nella sua seconda parte.
Come
si vede (anche se non va dimenticato che mancano i dati di anni cruciali come ad
esempio il 1630-31), si nota abbastanza bene il balzo improvviso verso il basso
di 400 unità, nel numero totale di abitanti, che si verifica tra il 1610 e il
1637, conseguente alla già più volte menzionata pestilenza; c’è da
aggiungere, tuttavia, che nel ’37 la cifra poteva essere già in crescita da
alcuni anni, e quindi indicare una situazione più favorevole rispetto a quella
immediatamente successiva al contagio. Purtroppo mancano per questi anni i dati
sui comunicati, da cui si potrebbe verificare l’eventuale crescita del numero
dei bambini rispetto a quello degli adulti.
Il
fenomeno, invece, più interessante e per certi versi insospettabile è
l’impennata che subisce il numero complessivo degli abitanti tra il 1637 e il
1647, per poi stabilizzarsi e infine regredire lentamente fino al 1684, laddove
il numero dei non comunicati, ossia dei bambini al di sotto del 12-14 anni
subisce una innarrestabile diminuzione, che tocca il suo punto minimo nel 1703.
È un fenomeno che va studiato con strumenti più sofisticati e puntuali di
quanto non siano questi dati raffazzonati in qualche maniera dalle visite
pastorali; del resto, l’archivio parrocchiale di Verolavecchia conserva con
fedeltà quasi tutti i registri dei nati e dei morti dal secolo XVII in poi, per
cui un’indagine più organica, almeno su alcuni periodi cruciali, è
certamente possibile, oltre che auspicabile.
Qui
tuttavia, se non altro, abbiamo gettato uno sguardo veloce a questi dati,
traendone la sensazione dell’incompletezza di un approccio così limitato, e
insieme l’invito a un approfondimento: non sono atteggiamenti da poco
nell’ordine della lettura storica della società e degli eventi, siano pure
relativi a un piccolo paese rurale dell’estrema provincia.
Ultimi
dati da riportare, per amore di completezza, sono quelli che riguardano gli
inconfessi, solitamente assai pochi nella parrocchia di Verolavecchia; e poi le
ostetriche e i maestri di scuola, distinti per classi maschili e femminili (sono omesse naturalmente le date che
non hanno cifre disponibili):
|
anno
|
inconfessi
|
ostetriche
|
maestri
|
maestre
|
|
1565
|
4
|
|
|
|
|
1669
|
3
|
4
|
|
|
|
1677
|
0
|
3
|
|
|
|
1684
|
4
|
3
|
2
|
1
|
|
1703
|
|
3
|
3
|
2
|
|
1714
|
|
2
|
3
|
1
|
|
1779
|
0
|
2
|
3
|
4
|
Anche
qui, e soprattutto relativamente alla scuola elementare gestita dai sacerdoti
della parrocchia per i ragazzi, e da pie donne probabilmente volontarie per le
ragazze, l’argomento meriterebbe un approfondimento maggiore di quello che
possiamo offrire sulla base delle secche statistiche delle visite pastorali. Ma
bisogna pur lasciare qualche compito anche ad altri volenterosi ricercatori.
|