info@terraecivilta.it

 

Home » Saggi & Ricerche » La memoria lunga »

HOME
Notizie & Aggiornamenti
Saggi & Ricerche
Fonti & Documenti
Immagini & Percorsi
Mappa del sito
Terra&Civiltà
Cerca nel sito...

 

 

 

Verolavecchia

 
La parrocchia: gli uomini

 di Tommaso Casanova

  

da CASANOVA, Tommaso, 1999, La memoria lunga. La parrocchia di Verolavecchia nelle visite pastorali dal ‘500 al ‘700, Verolavecchia, Parrocchia di Verolavecchia, pp. 63-89.

[pdf]

 

prima parte

 

seconda parte

 

Discipline e confraternite

Ora toccherebbe di parlare dei laici, ossia del popolo cristiano, che da sempre dovrebbe essere il centro dell’attenzione per la chiesa e le sue istituzioni.

    In realtà siamo all’ultimo stadio della progressione discendente, dai parroci ai preti alla gente comune, e quindi del numero e qualità delle informazioni: infatti, non c’è molto da rilevare in proposito nelle visite pastorali, oltre alle pure statistiche, da prendere anche qui con le pinze.

    O meglio, si potrebbe fare un discorso a parte sulle organizzazioni laicali denominate discipline e scuole, che di solito vengono accorpate tutte quante nel termine confraternite, ma che dovrebbero essere tenute distinte, per ragioni che vanno ancora indagate a fondo. Ci sarà in futuro modo di affrontare adeguatamente l’argomento: per ora ci limiteremo a mettere un po’ d’ordine nelle notizie sparse che vengono dalle visite pastorali.

    Cominciamo con quella che per antonomasia era definita a Verolavecchia la confraternita dei disciplini, o piuttosto dei disciplinati.

    Anzitutto prendiamo atto di un dato interessante, mai rilevato nel dettaglio (per quel che ne sappiamo) fino ad oggi: l’evoluzione del titolo dell’oratorio e della congregazione che lo officiava, così come appare nei verbali delle visite episcopali:

 

anno

oratorio

confraternita

1540

disciplina

 

1565

ecclesia disiplinatorum

disciplinati

1572

oratorium disciplinatorum

disciplinati

1573

 -

disciplini

1580

oratorium beatae Mariae Pietatis disciplinatorum

disciplinati

1599

oratorium S. Mariae Pietatis

[1610]

disciplina

[1619]

beata Vergine della Pietà

disciplini

1624

ecclesia S. Mariae Magdalenae

1637

oratorium S. Mariae Magdalenae

1647

oratorium S. Mariae Magdalenae

disciplinati S. Crucis

1657

oratorium S. Mariae Magdalenae

[1658]

oratorium S. Mariae Magdalenae

1663

oratorium S. Crucis

1669

oratorium S. Mariae Magdalenae seu S. Crucis

confraternitas S. Crucis

1677

oratorium S. Mariae Magdalenae disciplinatorum S. Crucis

disciplinati S. Crucis

1684

oratorium S. Crucis disciplinatorum

1703

oratorium S. Crucis

1714

oratorio di S. Croce

1779

oratorio di S. Croce in Castello

 

    Sembra nel complesso di notare una precisa evoluzione nella denominazione tanto del luogo di culto quanto della confraternita. I confratelli, infatti, vengono denominati semplicemente disciplini o disciplinati fino al 1647, quando acquisiscono il titolo più specifico di disciplinati Sancte Crucis, che conserveranno anche negli anni seguenti. Il loro luogo di culto, invece, che nelle prime visite figura anch’esso coll’appellativo generico di disciplina, o chiesa-oratorio dei disciplinati, senza altra qualifica, negli atti del 1580 e del 1599 acquisisce il titolo di S. Maria della Pietà, che conserva almeno fino al 1619; quindi dal 1624 la denominazione diventa quella di S. Maria Maddalena, affiancata a partire dal 1663 dall’appellativo della S. Croce, proprio della confraternita. Nel 1677 si ha la definizione completa: “oratorio di S. Maria Maddalena dei disciplinati di S. Croce”; infine, dopo quella data, la denominazione diviene la stessa per la cappella e per la confraternita, entrambe di S. Croce (talvolta con l’aggiunta del toponimo “in Castello”).

    Al momento una simile evoluzione, vista così, non sembra dire molto riguardo alle sue ragioni; ma deve tuttavia esserci sotteso un significato storico e cultuale, che ricerche future potranno esplicitare.

    La compagnia dei disciplini più d’una volta è descritta in modo abbastanza dettagliato nei verbali delle visite. Prendiamo, ad esempio, la descrizione della cappella e della congregazione fatta nel 1580 dal visitatore delegato di S. Carlo:

oratorium beatæ mariæ pietatis disciplinatorum. Altare habet ligneum, et ammouibile quod habet legatum missarum duarum, et annualium duorum <officiorum?> quottanis factum per quondam Dominum Xpistophorum de origonibus qui reliquit tot bona ex quibus || annui redditus percipiuntur librarum viginti vel circa a scholaribus desciplinis. schola ipsa disciplinatorum fuit errecta a vicario brixiæ de anno 1492, vt ex testimonio quod exhibuerunt apparet. Regulas habent non confirmatas. scholares sunt numero 19, qui gestant habitum Album. Comessationes inter se habent feria quinta habdomadæ sanctæ. Reguntur a ministro subministro consiliarijs visitatoribus et massario, qui quottanis mutantur Redditus nullos habent præter elleemosinas, quas etiam ostiatim querunt, quæ conuertuntur in ornatum oratorij rationes inter eos redduntur. exhibuerunt libros rationum

[L’oratorio della Beata Vergine Maria della Pietà dei disciplini ha un altare mobile di legno, cui è attribuito un legato di due messe e due [uffici?] annuali, disposto dal defunto sig. Cristoforo Origoni, il quale ha lasciato beni da cui i disciplini ricavano un reddito annuo di circa 20 lire. La scuola dei disciplini fu eretta dal vicario di Brescia nel 1492, come appare dal documento che è stato presentato; esiste un regolamento privo di approvazione ufficiale. I disciplini sono 19 e indossano un abito bianco. Fanno un banchetto tra di loro il giovedi santo. Il direttivo è composto da un ministro, un sotto-ministro, consiglieri, visitatori e massaro, che sono eletti ogni anno. Non possiedono alcun reddito, se non le offerte che questuano di porta in porta, e che sono impiegate nella decorazione dell’oratorio. Compilano i bilanci tra di loro; hanno presentato i registri di cassa.] 

    Il quadro è sintetico, ma esplicativo, e rende abbastanza bene l’idea della storia, dell’organizzazione interna e dell’attività della disciplina.

    La quale non era comunque l’unica confraternita laicale del genere esistente in parrocchia di cui si abbiano informazioni dalle visite pastorali; a partire dal 1599 compare infatti una nuova disciplina, intitolata a S. Rocco, che però in quel momento non era ancora riconosciuta ufficialmente dall’autorità: lo sarà soltanto alcuni anni dopo, in seguito all’aggregazione all’omonima arciconfraternita romana:

Pretensa aggregatio huius confraternitatis facta a fratre ferdinando minorum conuentualium asserto comissario || Archiconfraternitatis sancti Rocchi de Vrbe suspenditur donec fuerit cognita ipsius fratris ferdinandi authoritas eam faciendi

[La pretesa aggregazione di questa confraternita, fatta da fra Ferdinando dei Minori Conventuali, sedicente commissario dell’Arciconfraternita di S. Rocco di Roma, è sospesa finché non sia appurata l’autorizzazione di tale frate Ferdinando a compiere l’aggregazione.] 

Ovvio, anche qui come per la disciplina principale, che la chiesa di S. Rocco è assai più antica, e non va comunque confusa con la confraternita in essa operante, così descritta nel verbale del 1669:

Ser Marcus Tirellus Cancellarius Disciplinatorum Oratorij Sancti Rochi, uocatus, et præuio iuramento. Interrogatus Dixit, Confratres esse triginta, induere uestem uiridem, Confraternitatem esse aggregata Archiconfraternitati Sancti Rochi Almæ Vrbis, nullos habere reditus, || et sustentari ex eleemosynis tantum. In dicto Oratorio esse erectam Capellaniam de iurepatronatus Comunitatis cum onere à primeua institutione celebrandi missas sexaginta singulis annis, atque dictæ Capellaniæ fuisse legatas summas descriptas in relatione Admodum Reuerendi Domini Archipræsbiteri, cum onera celebrandi tot missas, quot important annui reditus, sed nescire numerum missarum, quæ celebrantur à dicto Reuerendo. In reliquis recte etc saluo quod dixerunt, non uocari Dominum Archipræsbiterum, dum eliguntur Regentes, ac dati acceptique rationes reddùntur, se tamen esse paratos, eum uocare quotiescumque etc

[Ser Marco Tirello, cancelliere dei disciplini dell’oratorio di S. Rocco, convocato e sotto giuramento, interrogato ha dichiarato che i confratelli sono 30, e indossano un abito verde; la confraternita è aggregata all’arci-confraternita di S. Rocco di Roma; non ha redditi e si mantiene soltanto con le offerte spontanee. Nel loro oratorio è eretta una cappellania di patronato del comune di Verolavecchia, con l’obbligo fin dalla primitiva istituzione di celebrare 60 messe l’anno; a questa cappellania sono destinate in base a legati le somme elencate nella relazione dell’arciprete, con l’obbligo di celebrare tante messe quante importano i redditi annuali; ma i confratelli non sanno il numero delle messe che vengono celebrate dal reverendo Caprerone. Per il resto bene, salvo che hanno dichiarato di non convocare l’arciprete quando si elegge il direttivo e si fanno i bilanci, ma sono disposti a convocarlo ogni volta che sarà necessario.] 

    Oltre alle due discipline, bianca e verde come si sarebbe detto allora dal colore dell’abito corale, che avevano un numero assai scarso di membri (così almeno appare quelle poche volte che esso è indicato), esistevano altre confraternite più popolari, con alcune centinaia di associati.

    Anzitutto quelle tipiche di ogni parrocchia della diocesi, ossia il SS. Sacramento e il S. Rosario, ciascuna dotata del proprio altare nella chiesa principale di S. Pietro.

    La prima, che a Verolavecchia conservò per lungo tempo l’antico nome del Corpus Domini o Corpus Christi, in origine non aveva un altare, o forse ne aveva uno provvisorio collocato sotto il pulpito, che i primi visitatori impongono di togliere e spostare nella cappella laterale di fronte alla S. Croce, in luogo dell’altare del lascito Firmi in estinzione. Inoltre il Corpus Domini aveva il giuspatronato sulla chiesa di S. Rocco, per la quale a nome del comune designava il sacerdote rettore. Così ne parla l’abate Agostini nel 1580:

schola corporis Domini incepta de anno 1512 de errectione tamen non constat regulas habet non comprobatas scholares in ea descripti sunt ad numerum 400 velcirca. Reguntur per duos sindicos, et massarium qui singulis annis mutantur. Redditus non habet, præter elleemosinas, quæ expenduntur in cereas, et celebrationem missæ singula prima dominica cuiuslibet mensis. Rationes redduntur || præsente curato exhibiti fuerunt libri, et bene reguntur.

[La scuola del Corpus Domini fu fondata nel 1512, ma non sussistono documenti di erezione canonica. Ha un regolamento non approvato; gli iscritti sono circa 400. Sono presieduti da due sindaci e un massaro, che vengono eletti ogni anno. L’associazione non ha redditi, se non le offerte spontanee, che sono impiegate in ceri e nella celebrazione di messe ogni prima domenica del mese. Vengono stesi i bilanci alla presenza del curato: sono stati mostrati i registri, che sono ben tenuti.] 

    Di origine più tardiva la scuola del S. Rosario, che appare soltanto al tempo della visita di S. Carlo (1580), ma della quale non si danno informazioni di nessun genere fino al 1647, ossia dopo la grande peste.

    Più antica, forse coeva di quella del Corpus Domini, è la confraternita di S. Pietro Martire, documentata come entità “que ad nihilum redditur” (ridotta a nulla) dal Bollani nel 1565. A partire dalla visita seguente del Pilati (1572) non si trova più questa associazione, ma in compenso compare la scuola dell’altare della S. Croce (da non confondere con la confraternita di disciplinati aggregati all’oratorio della Pietà o della Maddalena), definita in questi termini:

Reuerendus Dominus Iohannes Antonius de Zambalijs [= Zabalijs], qui celebrat ad altare Sanctæ crucis quod est ipsius scholæ per duos annos continuos cum elemosina librarum 42 quæ schola crucis nihil habet in bonis sed tantum elemosinas quæ dantur à confratribus scilicet 4 marculos in annos quæ expenduntur in dando elemosinam sacerdoti et in omnibus pertinentibus circa ipsum altare. et fiunt computa utsupra.

[Il reverendo don Giovanni Antonio Zabagli celebra all’altare della S. Croce, della omonima scuola, per due anni di seguito con offerta di 42 lire.
La scuola della S. Croce non possiede nulla in beni, ma solo le contribuzioni dei confratelli, ossia 4 marchetti l’anno, che vengono spese nell’offerta al sacerdote e in tutte le occorrenze dell’altare. Si compilano i bilanci regolarmente
.]
 

    Tenuto conto che l’altare della S. Croce è documentato nella parrocchiale di S. Pietro già dalla visita Bollani (1565), e che esso viene definito dal Caprioli (1573) l’“altar de le Crosette”, con un nome analogo a quello della Crosetta, con cui nel primo ‘500 veniva definita la confraternita di S. Pietro Martire in Verola Alghise, viene il sospetto che la scuola della S. Croce di Verolavecchia potesse essere in qualche modo la prosecuzione della antica scuola di S. Pietro Martire: ma è un’ipotesi tutta da dimostrare.

    L’antichità e l’alto numero di iscritti dell’associazione sono comunque attestati dall’Agostini:

Schola est sanctæ Crucis antiqua. habet regulam ex vrbe romæ scholares descripti sunt circiter 200 crucem tamen non defferunt. Regitur a massario, et consiliarijs, qui singulis annis mutantur. Redditus nullos habet, præter ellemosinas quæ conuertuntur in cereos in celebrationem missarum sancti gregorij, et quatuor offitia a mortuis quottannis. Rationes redduntur presente rectore exhibiti fuerunt libri, et bene describuntur.

[Esiste una scuola antica della S. Croce: ha un regolamento da Roma. Gli iscritti sono circa 200, ma non portano la croce. La confraternita è amministrata da un massaro e da consiglieri che sono eletti ogni anno. Non ha redditi, se non le offerte spontanee, che sono impiegate in ceri e nella celebrazione di messe gregoriane e di quattro uffici funebri all’anno. Vengono redatti i bilanci alla presenza del rettore: sono stati presentati i registri, e sono ben tenuti.] 

    Ultima nata in ordine di tempo, per ovvie ragioni, è l’amministrazione dell’altare di S. Carlo, da non confondere con l’altare stesso, anche se ad esso era strettamente legata. L’altare del santo compare per la prima volta negli atti del 1624, eretto verosimilmente poco dopo il 1610, data della canonizzazione del Borromeo, sul lato destro della parrocchiale cinquecentesca, anche allora di fronte all’altare del Rosario. Dal 1647 è attestata una amministrazione economica autonoma, descritta nei particolari solo nel 1657:

Ser Ioannes Baptista Zò Massarius Altaris Sancti Caroli uocatus, iuratus etc Interrogatus respondit hoc Altare habere de redditu, scuta 18 circiter ex terris locatis, absque particulari obligatione et ex dicto redditu, pro portione, sustentari Reuerendum Capellanum, qui celebrat, et per homines scholarum solui scuta 15 pro satisfactione legatorum et pro suffragandis animabus benefactorum ipsius Altaris; concurrere etiam ad expensas, quæ fiunt pro suppellectili dicti Altaris, in Commune dictarum scholarum, et quod superest, una cum Eleæmosinis expendi pro cultu Altaris. Computa fieri, cum assistentia Reuerendi Archipresbiteri. In reliquis recte etcetera

[Ser Giovanni Battista Zò, massaro dell’altare di S. Carlo, sotto giuramento, interrogato ha risposto che l’altare ha un reddito di circa 18 scudi da terreni affittati, senza particolari obblighi; in proporzione al reddito è mantenuto il reverendo cappellano che vi celebra, mentre dagli iscritti alle scuole vengono versati 15 scudi per adempimento dei legati e per suffragio delle anime dei benefattori dell’altare. L’amministrazione di S. Carlo concorre, insieme alle scuole, anche alle spese per le suppellettili dell’altare; l’avanzo, in aggiunta alle offerte spontanee, viene speso per la cura dell’altare. I bilanci sono fatti alla presenza dell’arciprete. Per il resto tutto bene.] 

    Come si vede, la gestione economica e giuridica dell’altare è in stretta collaborazione con le altre scuole, ossia il Corpus Domini, il S. Rosario e la S. Croce, al punto da far ritenere che il nuovo altare sia stato eretto per iniziativa comune delle scuole stesse, e che la sua amministrazione sia in realtà espressione di tale sinergia (come si dice oggi).

    In ogni caso sulla chiarezza dei conti c’era qualcosa da ridire, se alla fine il visitatore impone di rimettere ordine nella gestione:

Reuerendus Archipresbiter, singulo anno, eligat duos deputatos qui una cum ipso regant altare Sancti Caroli, et redditus, ac Eleæmosinas administrent

[Il reverendo arciprete ogni anno scelga due incaricati che, insieme con lui, amministrino l’altare di S. Carlo, coi relativi redditi e le offerte.] 

    In seguito si dice sempre che l’altare di S. Carlo non è aggregato, ossia non è annesso a nessuna associazione o confraternita, ma possiede una amministrazione separata.

    Tra gli enti economici con scopi di beneficenza (cause pie si chiamavano una volta) va annoverato anche il monte di pietà (o di carità) del miglio, che è citato in quattro verbali di visita tra il 1647 e il 1677. Queste menzioni, nella loro laconicità, sono le uniche prove che ne manifestino l’esistenza.

    Nel 1647 e nel 1657 non vi è che il semplice nome; un po’ più esplicative le informazioni date nelle visite seguenti.

    Nel 1669 i problemi erano soprattutto di ordine fiscale:

Præfatus Dominus Bernardinus Bordonalius Cancellarius Montis Pietatis, Interrogatus Dixit, dictum Montem habere salmas centum milij circiter in totum, hocque distribui egentibus, præstita per unumquemque idonea fideiussione, e modo quantitatem exigendam esse dumtaxat uiginti salmarum circiter, et hoc opportuno tempore exigendum esse à debitoribus, à quibus facile restituetur. In reliquis recte etc saluo quod dixit, exactores grauedinis imbotatus prætendere solutionem eiusdem imbotatus, illumque exigere, prout exigunt ab alijs, sed uelle Regentes Montis eum tueri quantum fieri potest.

[Don Bernardino Bordonale, segretario del monte di pietà, interrogato ha dichiarato che il monte possiede complessivamente circa 100 salme (litri 14.592) di miglio, che viene distribuito ai poveri, dietro idonea garanzia personale; al presente i crediti pendenti ammontano a non oltre 20 salme (litri 2918,4), e a suo tempo si dovranno riscuotere dai debitori, i quali restituiranno senza difficoltà. Per il resto bene, salvo che gli esattori delle imposte sull’imbottato pretendono il pagamento della tassa nella stessa misura che esigono dagli altri, ma gli amministratori del monte vorrebbero la maggior esenzione possibile.] 

    Dalla visita del 1677 si viene a conoscere anche il tasso d’interesse praticato dal monte, che si aggirava intorno al 2 %, giustificato solo dalla sopravvivenza del monte stesso:

Dictum fuit etiam montem charitatis milij reperiri de recognitione recipi unum cuppum pro quacumque salma pro conseruatione montis, mutuatarios præstare fideiussionem, aliquas partitas antiquas adhuc remanere exigendas, in reliquis bene regi.

[È stato dichiarato altresì che esiste un monte di carità di miglio; di interesse si riscuote un coppo di miglio (litri 3,04) ogni salma (litri 145,92), per la conservazione del monte; i richiedenti presentano garanzia; alcuni vecchi prestiti non sono ancora riscossi; per il resto è amministrato bene.] 

    Dopo d’allora non si ha più nessun sentore che esista ancora quell’istituzione benefica di credito.

 

La popolazione

L’ultimo spazio di questa trattazione relativa al mondo laicale è riservato alle statistiche più generali sugli abitanti di Verolavecchia e ai pochi altri particolari di cui si viene a conoscenza dai verbali dei visitatori.

    Per quanto concerne la popolazione in genere, le visite raccolgono quasi sempre il numero totale dei residenti e talvolta, ma non sempre, il dato parziale di quelli in età da comunione, per individuare coloro che noi chiameremmo semplicemente adulti. All’epoca l’età in cui si riceveva per la prima volta la comunione si aggirava tra i dieci e i quattordici anni: un lasso piuttosto esteso, ma occorre tener conto della scarsa propensione di quella gente a calcolare i propri anni (come s’è già avuto modo di constatare); in ogni caso, l’età da comunione, per la media della gente, coincideva con l’età in cui si cominciava a lavorare sul serio.

    I dati puri e semplici nella loro aridità sono riassumibili in questa tabella, nella quale è anche riportato, per differenza tra la popolazione complessiva e i comunicati, il numero dei non comunicati, ossia dei minori non ancora abili al lavoro.

 

anno

abitanti

comunicati

non comun.

1540

?

1100

?

1565

   3000 [!]

1200

?

1572

2000

1300

700

1580

2000

1300

700

[1610]

1800

?

?

1637

1400

?

?

1647

1700

1000

700

1657

1700

1100

600

1669

1690

1110

580

1677

1570

1093

477

1684

1360

1001

359

1703

1499

1204

295

1714

1610

1140

470

1779

1730

1379

351

 

    Anzitutto qualche rilievo sulle pure cifre.

    Purtroppo la tabella è incompleta perché — come s’è detto — non tutti i visitatori riportano coerentemente tutti i numeri, almeno prima della metà del ‘600. È poi abbastanza evidente che fino a quell’epoca i dati stessi, quand’anche siano riportati, sono assai approssimativi (e lo dichiarano esplicitamente gli stessi redattori); a volte danno l’impressione di essere ricopiati tali e quali da una visita all’altra. Maggiore affidabilità, oltre che migliore coerenza, presentano invece i dati dal secondo ‘600 in poi, come si nota dalla cura che arriva fino a segnalare l’unità. È chiaro che qualche deduzione sensata è possibile soltanto in questo ambito.

    Del resto, abbiamo un indizio lampante dell’inaffidabilità dei rilevamenti precedenti al secolo XVII nella relazione della visita Bollani (1565): il vescovo, o chi per lui, non aveva preso atto del numero totale degli abitanti di Verolavecchia al momento del sopraluogo, mentre questo dato gli viene comunicato dai rappresentanti comunali al momento dell’udienza che egli concede loro nel palazzo Gambara di Verola Alghise.

    Costoro, a proposito della necessità di completare la chiesa parrocchiale ancora in cantiere, implorano il presule

ut ipsum rectorem arctet et coget ad dictam fabricam ecclesie perficiendam et ad cellebrari faciendum unam aliam missam attento maxime quod populus dictæ Terre excedit numerum Trium mille personarum

[che costringa il rettore a terminare la fabbrica della chiesa e a farvi celebrare una seconda messa quotidiana, soprattutto in considerazione del fatto che la popolazione di Verolavecchia supera il numero di 3000 abitanti.] 

    Ora, il dato di oltre tremila persone contrasta nettamente con tutte le statistiche attestate dalle visite anteriori e posteriori: Verolavecchia non appare mai in nessun momento della sua storia nei secoli XVI-XVIII superare la quota di duemila abitanti complessivi, che raggiunge tra l’altro solo nel 1572 e nel 1580, quando il dato non è suffragato se non dalla testimonianza approssimativa del rettore. Occorrerebbe credere che dal 1565 al 1572 (sette anni) siano sparite oltre mille persone dal territorio di Verolavecchia: cosa assolutamente incredibile; tanto più che non successe nemmeno al tempo della peste del 1630, quando si ebbe un nettissimo calo demografico, ma che non superò il limite delle 400-500 persone, almeno sulla base delle attestazioni 1610-1637. Né vale ad attenuare l’ottimismo dei municipali la considerazione che potesse essere compresa nel computo anche la popolazione di Scorzarolo, primo perché gli abitanti in età da comunione sono cento di meno nel 1565 di quanti non saranno negli anni seguenti, con 2000 abitanti totali; e poi perché i consoli che chiedevano il completamento della chiesa di S. Pietro e l’istituzione di una seconda messa quotidiana, appartenevano al comune e alla parrocchia di Verolavecchia, non al comune né alla giurisdizione ecclesiastica di Scorzarolo.

    Dunque, se non è una sfacciata millanteria dei civici amministratori per farsi più preziosi e autorevoli agli occhi del prelato, la sparata dei più di tremila abitanti potrebbe essere un errore del copista, in luogo di duemila: ma non c’è da far molto conto su questi computi a senso, per cui è preferibile al momento trascurare il dato del tutto.

    Una parola anche a proposito delle cifre riferite al periodo tra il 1572 e il 1610.

    M. Zane, nella sua recente analisi, che pure non manca di spunti interessanti, rileva l’incongruenza del dato demografico contenuto nel Catastico del Da Lezze, che attribuisce a Verolavecchia, per gli anni attorno al 1610, 1800 abitanti per 180 nuclei familiari, e ne tenta una spiegazione sulla base della presenza di “lavoranti soli, temporaneamente emigrati qui in cerca di lavoro, non legati comunque alla comunità anche se contribuiscono alla sua crescita”.

    A parte la difficoltà di dimostrare, con le pochissime cifre in nostro possesso, una simile teoria, l’autore argomenta poi circa il calo di duecento unità tra la visita Pilati del 1572 e il 1610, attribuendolo soprattutto all’epidemia di peste degli anni 1576-77. Tuttavia, a questo proposito va osservato che (approssimazione per approssimazione) il dato riportato dalla visita del Borromeo nel 1580 era ancora di 2000 abitanti, e pertanto il calo demografico, se calo ci fu (il che è tutto da dimostrare, vista la superficialità con cui si affrontavano i numeri in quei tempi), dovrebbe essere ascritto ai decenni a cavallo tra i due secoli.

    Se poi si fa caso che lo stesso Catastico attribuisce a Scorzarolo 200 abitanti, viene il dubbio che, almeno fino al passaggio di quella popolazione sotto la tutela dei domenicani, essa fosse considerata in qualche modo parte integrante della parrocchia di Verolavecchia, e dunque venisse fino al 1580 computata insieme a quella del borgo principale, pur non facendone parte sul piano civile.

    A conclusione del paragrafo sulla demografia, abbiamo voluto provare a riportare i numeri sopra esposti in un grafico che, pur con le incompletezze di cui s’è detto, manifesta visivamente alcune linee di tendenza facilmente leggibili, soprattutto nella sua seconda parte.

    Come si vede (anche se non va dimenticato che mancano i dati di anni cruciali come ad esempio il 1630-31), si nota abbastanza bene il balzo improvviso verso il basso di 400 unità, nel numero totale di abitanti, che si verifica tra il 1610 e il 1637, conseguente alla già più volte menzionata pestilenza; c’è da aggiungere, tuttavia, che nel ’37 la cifra poteva essere già in crescita da alcuni anni, e quindi indicare una situazione più favorevole rispetto a quella immediatamente successiva al contagio. Purtroppo mancano per questi anni i dati sui comunicati, da cui si potrebbe verificare l’eventuale crescita del numero dei bambini rispetto a quello degli adulti.

    Il fenomeno, invece, più interessante e per certi versi insospettabile è l’impennata che subisce il numero complessivo degli abitanti tra il 1637 e il 1647, per poi stabilizzarsi e infine regredire lentamente fino al 1684, laddove il numero dei non comunicati, ossia dei bambini al di sotto del 12-14 anni subisce una innarrestabile diminuzione, che tocca il suo punto minimo nel 1703. È un fenomeno che va studiato con strumenti più sofisticati e puntuali di quanto non siano questi dati raffazzonati in qualche maniera dalle visite pastorali; del resto, l’archivio parrocchiale di Verolavecchia conserva con fedeltà quasi tutti i registri dei nati e dei morti dal secolo XVII in poi, per cui un’indagine più organica, almeno su alcuni periodi cruciali, è certamente possibile, oltre che auspicabile.

    Qui tuttavia, se non altro, abbiamo gettato uno sguardo veloce a questi dati, traendone la sensazione dell’incompletezza di un approccio così limitato, e insieme l’invito a un approfondimento: non sono atteggiamenti da poco nell’ordine della lettura storica della società e degli eventi, siano pure relativi a un piccolo paese rurale dell’estrema provincia.

    Ultimi dati da riportare, per amore di completezza, sono quelli che riguardano gli inconfessi, solitamente assai pochi nella parrocchia di Verolavecchia; e poi le ostetriche e i maestri di scuola, distinti per classi maschili e femminili (sono omesse naturalmente le date che non hanno cifre disponibili): 

 

anno

inconfessi

ostetriche

maestri

maestre

1565

4

 

 

 

1669

3

4

 

 

1677

0

3

 

 

1684

4

3

2

1

1703

 

3

3

2

1714

 

2

3

1

1779

0

2

3

4

 

    Anche qui, e soprattutto relativamente alla scuola elementare gestita dai sacerdoti della parrocchia per i ragazzi, e da pie donne probabilmente volontarie per le ragazze, l’argomento meriterebbe un approfondimento maggiore di quello che possiamo offrire sulla base delle secche statistiche delle visite pastorali. Ma bisogna pur lasciare qualche compito anche ad altri volenterosi ricercatori.

 

prima parte

 

seconda parte

 

Home » Saggi & Ricerche » La memoria lunga »

in rete dal 04/2008

a cura di T. Casanova

aggiorn. 11/01/2012

© Terra&Civiltà - 2008-2012