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Documenti

1526 dicembre 26

Uberto Gambara viene immesso in possesso del beneficio di San Pietro di Verolavecchia dal don Agostino Spalenza, tramite il conte Gian Galeazzo Gambara.

Segue inventario dei beni agricoli posseduti dal defunto rettore Annibale Dati.  [pdf]

1603 agosto 13

Inventario dei beni della chiesa parrocchiale di Verolavecchia, steso in occasione della la morte del rettore don Tarquinio Dati.  [pdf]

 

 

 

Verolavecchia

 
La parrocchia: gli uomini

 

 di Tommaso Casanova

  

da CASANOVA, Tommaso, 1999, La memoria lunga. La parrocchia di Verolavecchia nelle visite pastorali dal ‘500 al ‘700, Verolavecchia, Parrocchia di Verolavecchia, pp. 63-89.

 

[pdf]

• prima parte

 

 

 

seconda parte 

 

Un capitolo assai delicato è quello che riguarda le persone: dovrebbe essere il più rilevante in ogni tipo di ricerca sul passato, visto che qualunque capitolo della storia, piuttosto che elencare asetticamente le idee o le cose prodotte dagli uomini, mira a comprendere attraverso di esse la società che le ha prodotte, e quindi le persone che in essa hanno agito e vissuto.

    Di fatto però spesso le storie, e tanto più le storie locali, si impegnano ad annoverare luoghi opere e manufatti, intendendo chi li ha realizzati o voluti quasi come fosse parte dell’oggetto, e non viceversa. Al massimo, l’interesse per le persone si condensa in un maldestro culto delle personalità, da cui scaturiscono più o meno erudite liste di “personaggi illustri” e di medaglioni biografici, che non rendono ragione del senso individuale e sociale della storia, e propongono un’immagine di essa molto limitativa e qualche volta ideologicamente deformata.

    Per parte nostra, anche in questo frangente, cercheremo di rimanere fedeli alla regola che ci siamo dati fin dal principio, ossia rendere un ordine di leggibilità agli aridi e spesso incoerenti dati offerti dalle visite pastorali di quasi tre secoli, integrandoli con altre acquisizioni già disponibili, ma senza operare una ricerca sistematica, che potrà sempre essere avviata a partire dalla presente indagine, per raggiungere risultati più completi e significativi.

 

I rettori parroci

Già dall’esordio, però, tocca subito venir meno all’auspicio di evitare gli elenchi di uomini illustri, perché le carte antiche discorrono assai più volentieri di chi è ricco e potente, che non di chi lavora e subisce angherie in silenzio, senza mezzi economici né culturali per difendersi adeguatamente.

    E, parlando di una parrocchia, di chi se non di parroci tocca prima di tutto ovviamente parlare.

    A questo proposito, circola da tempo una vecchia lista, derivata dal Guerrini e in seguito in parte aggiornata, sostanzialmente corretta per il periodo più recente.

    Qualche precisazione occorre a proposito del primo ‘500: ne diamo conto qui, riportando con alcune integrazioni la lista dei parroci per il periodo di cui ci occupiamo, ossia per i secoli XVI-XVIII:

 

rettore

dal

al

Giovanni Battista Dati

... - 28.04.1522

...

Annibale Dati

... - 28.04.1522

† 01.1526

Uberto Gambara

26.01.1526

...

Ippolito Dati

... - 1532

24.09.1565 - ...

Alfonso Sena

1565 ?

1571 (rinuncia)

Tarquinio Dati

1571

† 13.08.1603

Pietro Chimini

1604 ?

† 1641

Sebastiano Maffei

1641

† 1647

Lelio Zanucca (1° arciprete)

13.04.1647

† 1662

Gabriele Pellegrino

27.09.1662

† 1691

Pietro Paolo Pellegrino

08.01.1692

† 1735

Maurizio Butturini

1735

† 1768

Francesco Semenzi

1768

† 1790

Vincenzo Reccagni

1790

† 1825

 

    Come si può vedere, il ‘500 è marcato dalla presenza di quattro esponenti della famiglia Dati, una pretenziosa schiatta di origine asolana, con spiccata propensione per le cospicue rendite di Verolavecchia, tanto da far pensare a una commenda familiare in piena regola, il che è del resto confermato dalle varie disavventure giudiziarie qua e là attestate dai documenti superstiti.

    Giovanni Battista e Annibale sono, per quel che ne sappiamo, i primi esponenti della famiglia Dati in relazione con il beneficio Verolavecchia, e sembrano anzi in aspra competizione l’un con l’altro per il possesso del titolo stesso di rettore, conteso tra i due a suon di citazioni della curia romana.

    L’atto che li riguarda, del 28 aprile 1522, è infatti una prolissa e pomposa lettera di citazione giudiziale, a firma di Bartolomeo da Pietrasanta cappellano del papa e uditore delle cause del sacro palazzo apostolico, riguardo a una causa intentata da don Giovanni Battista Dati chierico bresciano, oratore pontificio, redattore di brevi apostolici e camerario del cardinale dei Santi Quattro Coronati, contro due autorevoli personaggi del clero bresciano: don Cristoforo Mangiavini (1450-1531), un potente prelato già arciprete di Asola e vicario generale della curia bresciana, avversario intruso nella chiesa parrocchiale di San Macario di Dello, “necnon presbiterum Anibalem etiam de dattis etiam adversarium Intrusum In parochiali ecclesia sancti petri de Virolaveteri” (nonché contro il prete Annibale della medesima famiglia Dati, anch’egli avversario intruso nella chiesa parrocchiale di San Pietro in Verolavecchia).

    A una sommaria lettura dell’intricato documento curiale, sembrerebbe trattarsi di una controversia circa la commenda dei due benefici, che il denunciante riteneva usurpati dagli avversari. La questione meriterebbe maggior approfondimento, ma in questa sede basterà il semplice accenno.

    Naturalmente nessuna notizia diretta su come procedette e si concluse la vicenda; però qualche anno dopo, il 16 dicembre 1526, troviamo che il prete don Agostino Spalenza immette in possesso del beneficio parrocchiale di San Pietro in Verolavecchia nientemeno che il conte Uberto Gambara, tramite il suo procuratore e fratello conte Giovanni Galeazzo Gambara. Questo atto è decisamente più breve esplicito e interessante del precedente.

    Il documento è chiaro nel suo senso, e non lascia adito a dubbi sul fatto che, dal pontefice Clemente VII in persona, con breve apostolico, il protonotario don Uberto Gambara aveva ricevuto il 26 gennaio 1526 la riserva sul beneficio parrocchiale di San Pietro in Verolavecchia, e che ne era entrato in possesso per procura dopo circa un anno: un lasso di tempo che rivela forse un certo dissenso da parte della famiglia Dati, che considerava ormai sua commenda privata la consistente prebenda verolese.

    Questa carta, specie nell’inventario allegato, offre indirettamente ulteriori informazioni sul predecessore del Gambara, che era don Annibale Dati (ecco chi aveva vinto la partita del 1522): costui al momento della presa di possesso del successore risulta defunto, e verosimilmente doveva esserlo non molto tempo prima della riserva pontificia.

    Si noti, ancora, nell’inventario la menzione della casa “in castro sive spolto” (nel castello o spalto) di Verolavecchia, abitata dal curato don Tommaso Pellati, e la casa della chiesa in spolto, che dev’essere la stessa: è probabile sia quella menzionata anche nell’inventario del 1576, e che in quello del 1603 è descritta come vicina alla torre.

    In seguito i documenti tacciono per noi fino al 1532, quando il rettore titolare è don Ippolito Dati; il quale appare ancora saldo al suo posto di commendatario (ossia puro percettore di rendite, non residente in loco) nella visita del Grisonio (1540), e poi del Bollani (1565). In quest’ultimo caso, il vescovo appena giunto a Verolavecchia dà immediatamente disposizioni per il sequestro del beneficio, forse per ragioni di incompatibilità del rettore (ma il motivo non è dichiarato nell’atto).

    Non sappiamo che cosa successe subito dopo, ma di certo la parrocchia non passò direttamente a don Tarquinio Dati: a questo riguardo la relazione dell’Agostini (1580) è molto esplicita:

Titularis est præsbiter Traquinius [!] de datis brixiensis ætatis annorum 37 per resignationem Reuerendi Alphonsi sene canonici Brixiensis ab annis viiij citra, qui intra annum, a suscepto beneffitio ad sacerdotium non curauit se premoueri suspectus de confidentia in adeptione prædicti beneficij, vt in processu curam per se ipsum non exercet, sed per mercenarium legitime docuit de ordinibus ancillam suspectam in familia habet, et ideo mandatum fuit, vt eam missam faciat.

[Titolare del beneficio parrocchiale è il prete Tarquinio Dati, bresciano di 37 anni, per rinuncia del reverendo Alfonso Sena canonico di Brescia, da 9 anni. Il Dati non ha provveduto a essere ordinato sacerdote entro un anno dalla assegnazione del beneficio, ed è sospettato di simonia confidenzale (acquisizione indebita) nella assunzione del beneficio stesso, come risulta dal processo istruito. Non esercita di persona la cura d’anime, ma tramite un sacerdote stipendiato. Ha dimostrato la legittimità delle sue ordinazioni. In casa ha una domestica sospetta, per cui gli è stato ingiunto di licenziarla.] 

    Dunque don Tarquinio nel 1580 è titolare della parrocchia da 9 anni, cioè dal 1571, e ha assunto l’incarico “per resignationem Reverendi Alphonsi sene canonici Brixiensis” (per rinuncia del reverendo Alfonso Sena canonico di Brescia): abbiamo pertanto un altro nome da inserire nella lista dei rettori, tra Ippolito e Tarquinio Dati: il canonico Alfonso Sena. Facilmente costui godette la prebenda nell’interre­gno tra la cessione abusiva che don Ippolito ne aveva fatto al nipote Tarquinio (da cui probabilmente il sequestro del Bollani), e l’ordinazione sacerdotale cui il vescovo deve aver costretto il giovane scapestrato perché potesse legalmente rivestire la carica.

    Ma tutta la trentennale permanenza di don Tarquinio a Verolavecchia è infarcita di episodi originali, che sollecitano la curiosità su di una figura così singolarmente tipica dell’immediato periodo post-tridentino: un momento storico caratterizzato nella chiesa dall’impellente conflitto tra gli abusi disciplinari inveterati del clero e le esigenze della riforma, dapprima caldamente raccomandata e poi, dopo il concilio, imposta con la forza, ma non sempre con successo.

    In attesa di raccogliere altri materiali documentari sulla figura di don Tarquinio, in particolare gli atti del processo da lui subìto il 9 luglio 1580 a opera di san Carlo, rimandiamo ai brevi cenni che ne ha dato Bonaglia.

    Non possiamo però trascurare una attestazione importante, emersa — come di solito accade — per caso nel corso delle ricerche. È un inventario di mobili e immobili della parrocchia di Verolavecchia, stilato il 13 agosto 1603, probabilmente poche ore dopo la morte del rettore Dati, dal notaio Dionisio Baiguera, su richiesta del vicario foraneo di Verola Alghise don Pietro Antonio Cremona.

    A parte la colorita descrizione della casa canonica e delle sue adiacenze, che completa l’immagine un po’ asciutta tracciata dall’inventario del 1576, è chiaro che l’atto consegue, probabilmente di non molte ore, alla morte del nostro simpatico don Tarquinio.

    Tanto maggiore è la meraviglia di vederlo nominato ancora quale rettore della parrocchia nel Catastico del Da Lezze, che appartiene agli anni 1609-1610, e dove ciò nonostante si parla del beneficio parrocchiale in questi termini: “chiesa di San Pietro cura con entrada de Lire 1800 in possessioni godute da Monsignor Tarquinio Datis senza pensione”. Le ragioni dell’incongruenza possono essere diverse, e al momento difficili da dimostrare: potremmo pensare che il Da Lezze si sia basato per Verolavecchia su statistiche precedenti di alcuni anni, o che a quell’epoca il beneficio fosse ancora vacante, e quindi la voce in bianco sia stata riempita alla meglio da qualcuno poco aggiornato con una notizia ormai superata; ovvero, più semplicemente, potrebbe trattarsi di un caso (curioso, invero) di omonimia.

    Fatto sta che per i successori immediati di don Tarquinio non abbiamo al momento molte informazioni, salvo il fatto che il rettore don Sebastiano Maffei firmò nel 1641, probabilmente nei primi mesi della sua residenza in parrocchia, la dichiarazione per l’estimo del clero che si fece in quel periodo.

    Dei tre parroci seguenti abbiamo la dichiarazione autografa della rispettiva nomina nelle relazioni che presentarono ai visitatori episcopali durante il loro servizio: don Lelio Zanucca era stato nominato a Roma il 13 aprile 1647; don Gabriele Pellegrino il 27 settembre 1662; e don Pietro Paolo Pellegrino l’8 gennaio 1692.

    Lelio Zanucca fu, come è noto, il primo rettore di Verolavecchia che poté vantare il titolo di arciprete, attribuitogli, dietro sua richiesta, dal vescovo Marco Morosini col seguente decreto emanato nel corso della visita del 1647:

Die dicta 28 7mbris 1647

Illustrissimus et Reuerendissimus Dominus Dominus Marcus Maurocenus Dei, et Apostolicæ Sedis gratia Brixiæ Episcopus, Dux, Marchio, Comes etc Annuendo precibus et humilibus supplicationibus admodum Reuerendi Domini Lelij Zanuche moderni Rectoris Virolæ ueteris, auctoritate quam uirtute presentis Visitationis obtinet ac etiam non ordinaria Ecclesiæ Parochiali Sancti Petri dictæ Terræ Archipresbiteratus prerogatiuam concessit cum omnibus præeminentijs etc et eundem admodum || Reuerendum Dominum Lelium presentem etcetera et Successores suos in dicta Ecclesia Archipresbiteri titulo decorauit, et insigniuit, ita ut in futurum Archipresbiteri noncupari possint, et debeant, et non solum premisso, sed omni alio meliori modo etcetera Presentibus admodum RReuerendis DDominis Sebastiano Simoncello, et Rugero Adamo Dominationis suæ Illustrissimæ et Reuerendissimæ Capellanis, testibus etcetera

[28 settembre 1647

L’illustrissimo e reverendissimo signore don Marco Morosini, per grazia di Dio e della Sede apostolica vescovo di Brescia, duca marchese e conte, consentendo alle preghiere e alle umili suppliche del molto reverendo don Lelio Zanucca attuale rettore di Verolavecchia, con l’autorità che gli deriva dalla presente visita e altresì con autorità straordinaria, ha concesso alla chiesa parrocchiale di San Pietro di Verolavecchia il titolo di Arcipresbiterato, con tutte le prerogative connesse, e ha insignito il molto reverendo don Lelio Zanucca attuale rettore e i suoi successori nella parrocchia del titolo di Arciprete, così che in futuro possano e debbano essere chiamati arcipreti a tutti gli effetti. Ciò alla presenza dei testimoni molto reverendi don Sebastiano Simoncello e don Ruggero Adamo, cappellani di sua signoria reverendissima.] 

    Quanto agli altri arcipreti del ‘600 e ‘700, per ora possiamo solo intuire qualcosa di loro e della loro personalità attraverso quanto essi scrivono nelle relazioni, perché sulla loro biografia è difficile sapere altro.

 

I curati e i cappellani

Questo paragrafo, e insieme i successivi sulle confraternite e sulla globalità della popolazione, potrebbero essere assai più interessanti del precedente per ricostruire un quadro attendibile della vita ordinaria in Verolavecchia durante i secoli di cui si occupa questo volume.

    Qui tuttavia non è possibile nemmeno imbastire statistiche complete ed esplicative, poiché i dati forniti dalle visite sono frammentari, incompleti e privi di una regolarità che li renda in qualche maniera confrontabili tra loro.

    È vero che quasi tutti i verbali o le relazioni di visita riportano, a volte anche in modo dettagliato, l’elenco dei sacerdoti presenti e operanti in parrocchia, spesso con le indicazioni delle prebende e delle cappellanie di cui ognuno di essi disponeva; in qualche caso persino con l’età dei soggetti, e magari in appendice la lista dei chierici frequentanti il seminario. In realtà, si dovrebbe poter disporre sempre di tutti i dati, in maniera più organica e sistematica, per ricostruire sensatamente rapporti e trarre interpretazioni sulla base dei numeri: ma ciò evidentemente non è per ora alla nostra portata.

    Ad esempio: l’età dei sacerdoti è segnalata dai verbali solo in alcuni casi, e per giunta — come si vedrà — in maniera talmente approssimativa da apparire addirittura inconcepibile per la nostra mentalità così ligia al valore dei numeri. In questo modo è difficile impostare una analisi dell’età media del clero di Verolavecchia nelle varie epoche. Ancora: i compensi delle cappellanie e il numero di messe obbligate non sono indicati con regolarità, ma solo sporadicamente, per cui non si può organizzare un rilevamento del compenso medio dei preti locali o del numero di messe annue a testa. Almeno non lo si può fare per tutto il lasso di tempo tra ‘500 e ‘700, né basandosi esclusivamente sui dati contenuti nelle visite pastorali.

    Persino il numero assoluto dei preti attivi in Verolavecchia nei vari periodi non è sempre agevole da individuare, poiché esisteva la dipendenza di Scorzarolo, dove prima del 1572 avevano sede almeno un rettore (benché mai residente, ma all’epoca non lo era nemmeno il rettore di Verolavecchia) e un cappellano; dopo il passaggio della chiesa di San Giacomo ai domenicani, sono invece quasi sempre documentati un frate sacerdote e due frati laici nella gestione della cappella e del castello: questo clero di Scorzarolo va annoverato tra quello di Verolavecchia o no?

    Insomma: i problemi sono assai più numerosi delle chiarificazioni.

    Tutto considerato, però, può non essere inutile riportare pari pari l’elenco dei sacerdoti menzionati nelle varie visite, con l’indicazione (dove certa) della qualifica, e tra parentesi l’età, quando essa sia segnalata; separati da un trattino sono indicati i chierici, anch’essi con la rispettiva qualifica.

1540
Ippolito Dati, rettore
Tommaso Pellati, curato
fra Antonio Mazzolini, (cappellano di San Rocco?)
Giacomo Alessandrini
Lorenzo Lanzoni
Angelo Ugoni, rettore di Scorzarolo
Agostino Pellati, cappellano di Scorzarolo

1565
Ippolito Dati, rettore
Giacomo Alessandrini, curato e rettore di San Rocco
Bernardino Ghibellini 
Giovanni Antonio Zabagli 
Angelo Ugoni, rettore di Scorzarolo
Girolamo Cò, cappellano di Scorzarolo

1572
Tarquinio Dati, rettore
Giacomo Tirello, curato
Giacomo Alessandrini
Giovanni Antonio Zabagli
Francesco Patina
frati Domenicani, rettori di Scorzarolo

1573-1575
Tarquinio Dati, rettore
Giacomo Tirello, curato
Giacomo Alessandrini
Giovanni Antonio Zabagli
Francesco Patina
frate Alfonso, ex eremitano agostiniano

Giulio Alghisi, chierico in minoribus

1580
Tarquinio Dati, rettore (37)
Francesco Patina, coadiutore salariato (33)
Giacomo Alessandrini, cappell. di San Rocco (66)
Giovanni Antonio Boschetto
fra Paolo Durante, cappellano di Scorzarolo
Angelo Ugoni, pensionario di Scorzarolo

1599
Tarquinio Dati, rettore
Costanzo Baiguera, curato (34)
Giacomo Bosio (34)
Paolo Lama, rettore di San Rocco (39)

1624
Pietro Chimini, rettore
Ludovico Firmo
Giovanni Battista Bordonale
Giovanni Battista Corsino
Bernardino Corsino
Giovanni Bordonale

1647
Lelio Zanucca, arciprete
Andrea Pizzamiglio, cappellano e organista
Bernardino Corsino, rettore di San Rocco
Ludovico Firmo
Ludovico Vairetto
Giovanni Battista Baiguera

Pietro Manera, chierico
Giulio Bertoletto, chierico

1657
Lelio Zanucca, arciprete
Giulio Bertoletto, curato
Ludovico Firmo
Andrea Pizzamiglio
Francesco Pizzamiglio
Matteo Cò
Pietro Manera

Giovanni Battista Baiguera, diacono

1669
Gabriele Pellegrino, arciprete
Giovanni Battista Baiguera, curato
Pietro Manera
Matteo Cò
Francesco Anzone
Andrea Caprerone, rettore di San Rocco
Antonio Magri
Pietro Caprerone

Pietro Filippino, diacono (23)
Lorenzo Bordonale, suddiacono (22)
Francesco Piovano, accolito (20)

1677
Gabriele Pellegrino, arciprete
Antonio Magri, curato (38)
Pietro Manera (45)
Matteo Cò (47)
Francesco Anzone (43)
Giovanni Battista Baiguera (40)
Andrea Caprerone, rettore di San Rocco (60)
Paolo Borella (40)
Francesco Barbero (27)

1684
Gabriele Pellegrino, arciprete
Antonio Magri, curato (44)
Pietro Manera (50)
Matteo Cò (52)
Francesco Anzone (30)
Giovanni Battista Baiguera
Andrea Caprerone
Francesco Barbero (37)

Lelio Federici, chierico in minoribus
Pietro Paolo Pellegrino, chierico in minoribus
Francesco Alghisi, chierico in minoribus
Giovanni Battista Firmo, chierico in minoribus
Giuseppe Caprerone, suddiacono

1703
Pietro Paolo Pellegrino, arciprete
Francesco Barbero, curato (51)
Andrea Caprerone, rettore di San Rocco (64)
Giovanni Battista Firmo (38)
Carlo Graziolo (36)
Francesco Alghisi (42)
Giovanni Battista Bordonale (36)
Pietro Cò (30)

Pietro Anzone, chierico (24)
Giovanni Lorandi, chierico

1714
Pietro Paolo Pellegrino, arciprete
Giovanni Battista Firmo, curato (48)
Francesco Barbero (64)
Carlo Graziolo(46)
Francesco Alghisi (54)
Pietro Cò (40)
Angelo Bordonale (33)
Pietro Anzone (36)
Antonio Zò, rettore di San Rocco (24)
Pietro Franco (26)

Ventura Magri, diacono (23)
Bernardino Graziolo, suddiacono (22)
Angelo Cò, chierico in minoribus (19)
Giovanni Battista Bordonale, suddiacono (21)
Giulio Lorandi, chierico di prima tonsura (17)

1779
Francesco Semenzi, arciprete
Felice Franchi, coadiutore (63)
Paolo Alghisi (74)
Giovanni Amigoni (63)
Nicola Bordonale (52)
Giovanni Magri (44)
Pietro Baiguera (51)
Paolo Piovano (58)
Domenico Calzavacca (44)
Antonio Franchi
Antonio Cò (35)
Giacomo Anni (37)
Paolo Calzavacca, rettore di San Rocco

Massimiliano Prandelli, residente a Brescia
Francesco Mini, residente a Buonpensiero
Paolo Cè, residente a Rossa
Giuseppe Cò, residente a Corzano
Giovanni Battista Ziliolo, residente a Cazzago

Alessandro Girelli, suddiacono
Bernardino Franchi, chierico
Francesco Boldrini, chierico
Giovanni Battista Orlandi, chierico
Agostino Lama, chierico

    Come si vede, pur nella apparente monotona ripetitività, le caratteristiche peculiari di ogni elenco rendono piuttosto problematico il confronto dei dati. Il Semenzi (1779), ad esempio, riporta indifferentemente nella lista anche i preti di origine locale che prestavano servizio in altre parrocchie.

    I chierici in certi casi appaiono numerosi, in altri sono assenti: ma non sapremmo dire se per voluta omissione del compilatore, o perché effettivamente non ce n’erano. In questo senso, non è possibile istituire una analisi significativa del rapporto chierici-sacerdoti, e del numero di seminaristi locali che giungevano al sacerdozio e lo esercitavano poi nel loro stesso paese.

    L’età stessa dei preti, anche quando è annotata in occasioni successive dal medesimo parroco, lascia molti sospetti sulla serietà con cui si contavano gli anni a quel tempo: don Francesco Barbero, ad esempio, pare avesse 27 anni nel 1677, 37 nel 1684, e 51 nel 1703.

    Il discorso si fa, se possibile, ancor più complesso se si passa ad affrontare il tema del servizio prestato dai singoli sacerdoti, magari in relazione al rispettivo compenso: di alcuni si indicano espressamente gli incarichi, ma senza mai la certezza che siano individuati tutti i redditi; di altri poi non viene segnalato nulla. Per giunta, riguardo alle entrate dei sacerdoti, occorrerebbe tener conto di molte altre variabili non contemplate dalle visite pastorali, ossia ad esempio le messe manuali (quelle richieste di volta in volta dai fedeli e compensate a parte), oppure le proprietà ereditate dalla famiglia, che nei casi più fortunati bastavano da sole al mantenimento della persona.

    Ci siamo provati, insomma, ad analizzare in dettaglio il rapporto preti-popolazione, oppure ancora i redditi, o il numero di messe che ognuno era tenuto a celebrare durante l’anno, ma non siamo mai approdati a risultati apprezzabili, proprio per la incompletezza e disorganicità degli elementi proposti dalle visite. Senza altri termini di riferimento, dunque, quei dati vanno presi con molta cautela: e solo con questa riserva si può leggere la seguente tabella riassuntiva:

 

anno

preti

chierici

1540

5 (+2)

 

1565

4 (+2)

 

1572-73

5

1

1580

 

1599

4

 

1624

6

 

1647

6

2

1657

7

1

1669

8

3

1677

9

 

1684

8

5

1703

8

2

1714

10

5

1779

13

5

 

    Quanto ai membri del clero che, per arrotondare il magro compenso delle messe, esercitavano alla luce del sole qualche professione alternativa, non ritenuta idonea dai visitatori, soprattutto dall’inflessibile cardinale Borromeo, c’è il caso di don Giovanni Antonio Boschetto, contro il quale fu istruito addirittura un processo:

delatum fuit quod psbiter Iohannes Antonius boschettus mercimonia exerceat bombices alat coram Iudicibus laicis causas agat Item de nonnullis alijs est processatus, vt in libro processuum.

[È stato denunciato che il prete Giovanni Antonio Boschetto esercita il commercio, alleva bachi da seta, sollecita cause presso tribunali laici, ed è indagato per alcune altre irregolarità, come risulta dal registro dei processi.] 

    Una causa che si conclude con sentenza perentoria:

Presbiter Ioannes Antonius Boschettus dictus Gandinus mercimonia, mercaturasue nè exerceat, bombices nequaquam alat, minusque coram Iudicibus laicis compareat, aut patrocinium aliorum suscipiat, coprocuratorio nomine coram dictis Iusdicentibus secularibus nullatenus agat, exceptis tamen his causis, quæ ad bona suæ ecclesiæ, et patrimonium tuendum pertinent, idque nunc poena centum scutorum, et suspensionis à diuinis ipso facto incurrenda illi proposita, alias uero causas processus || suprascripti Reuerendissimus episcopus cognoscat, audiat, et fine debito terminet

[Il prete Giovanni Antonio Boschetto, detto Gandino, non eserciti commerci, non allevi più bachi da seta, non compaia in tribunali laici né assuma patrocinio di terzi; non adisca giudici secolari in qualità di procuratore, se non per cause che riguardano i beni della sua chiesa e la difesa del suo patrimonio; e ciò sotto pena di 100 scudi e della sospensione a divinis in caso di inadempienza; invece le altre cause sopra menzionate, il vescovo le istruisca, fissi le udienze, e le porti al doveroso compimento.] 

    Un ultimo rilievo, nell’ambito delle professioni alternative del clero, va fatto a proposito dell’unico organista menzionato dalle visite: don Andrea Pizzamiglio di Quinzano, che risultava appena assunto nella visita del 1647, con l’incarico di cappellano e organista:

Reuerendum Dominum Andream Pizamilium de Quintiano Capellanum celebrantem pro Scholis Sanctissimi Sacramenti et Sanctissimi Rosarij nouiter conductum cum obligatione pulsandi Organum et cum stipendio non sibi bene noto, quod || exprimetur à Regentibus Scholarum, cui, et ipse quinque scuta, uel sex soluo pro Organi pulsatione non ex obligatione sed ex mea liberalitate.

[Il reverendo don Andrea Pizzamiglio di Quinzano, cappellano, celebra per le scuole del Santissimo Sacramento e del Santo Rosario; è stato da poco assunto con l’obbligo di suonare l’organo e con uno stipendio che il rettore non conosce, ma che sarà dichiarato dai dirigenti delle scuole; all’organista anche il rettore versa 5 o 6 scudi per il suo servizio, non per obbligo ma per sua generosità.] 

    Di organi si parlerà ancora nelle visite successive, ma di organisti non più.

 

 

 

seconda parte 

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010