|
Un
capitolo assai delicato è quello che riguarda le persone: dovrebbe essere il più
rilevante in ogni tipo di ricerca sul passato, visto che qualunque capitolo
della storia, piuttosto che elencare asetticamente le idee o le cose prodotte
dagli uomini, mira a comprendere attraverso di esse la società che le ha
prodotte, e quindi le persone che in essa hanno agito e vissuto.
Di
fatto però spesso le storie, e tanto più le storie locali, si impegnano ad
annoverare luoghi opere e manufatti, intendendo chi li ha realizzati o voluti
quasi come fosse parte dell’oggetto, e non viceversa. Al massimo,
l’interesse per le persone si condensa in un maldestro culto delle personalità,
da cui scaturiscono più o meno erudite liste di “personaggi illustri” e di
medaglioni biografici, che non rendono ragione del senso individuale e sociale
della storia, e propongono un’immagine di essa molto limitativa e qualche
volta ideologicamente deformata.
Per
parte nostra, anche in questo frangente, cercheremo di rimanere fedeli alla
regola che ci siamo dati fin dal principio, ossia rendere un ordine di
leggibilità agli aridi e spesso incoerenti dati offerti dalle visite pastorali
di quasi tre secoli, integrandoli con altre acquisizioni già disponibili, ma
senza operare una ricerca sistematica, che potrà sempre essere avviata a
partire dalla presente indagine, per raggiungere risultati più completi e
significativi.
I rettori parroci
Già
dall’esordio, però, tocca subito venir meno all’auspicio di evitare gli
elenchi di uomini illustri, perché le carte antiche discorrono assai più
volentieri di chi è ricco e potente, che non di chi lavora e subisce angherie
in silenzio, senza mezzi economici né culturali per difendersi adeguatamente.
E,
parlando di una parrocchia, di chi se non di parroci tocca prima di tutto
ovviamente parlare.
A questo proposito, circola da
tempo una vecchia lista, derivata dal Guerrini e in seguito in parte aggiornata,
sostanzialmente corretta per il periodo più recente.
Qualche
precisazione occorre a proposito del primo ‘500: ne diamo conto qui,
riportando con alcune integrazioni la lista dei parroci per il periodo di cui ci
occupiamo, ossia per i secoli XVI-XVIII:
|
rettore
|
dal
|
al
|
|
Giovanni
Battista Dati
|
...
- 28.04.1522
|
...
|
|
Annibale
Dati
|
...
- 28.04.1522
|
†
01.1526
|
|
Uberto
Gambara
|
26.01.1526
|
...
|
|
Ippolito
Dati
|
...
- 1532
|
24.09.1565 - ...
|
|
Alfonso
Sena
|
1565
?
|
1571
(rinuncia)
|
|
Tarquinio
Dati
|
1571
|
†
13.08.1603
|
|
Pietro
Chimini
|
1604
?
|
†
1641
|
|
Sebastiano
Maffei
|
1641
|
†
1647
|
|
Lelio
Zanucca (1° arciprete)
|
13.04.1647
|
†
1662
|
|
Gabriele
Pellegrino
|
27.09.1662
|
†
1691
|
|
Pietro
Paolo Pellegrino
|
08.01.1692
|
†
1735
|
|
Maurizio
Butturini
|
1735
|
†
1768
|
|
Francesco
Semenzi
|
1768
|
†
1790
|
|
Vincenzo
Reccagni
|
1790
|
†
1825
|
Come
si può vedere, il ‘500 è marcato dalla presenza di quattro esponenti della
famiglia Dati, una pretenziosa schiatta di origine asolana, con spiccata
propensione per le cospicue rendite di Verolavecchia, tanto da far pensare a una
commenda familiare in piena regola, il che è del resto confermato dalle varie
disavventure giudiziarie qua e là attestate dai documenti superstiti.
Giovanni
Battista e Annibale sono, per quel che ne sappiamo, i primi esponenti della
famiglia Dati in relazione con il beneficio Verolavecchia, e sembrano anzi
in aspra competizione l’un con l’altro per il possesso del titolo stesso di
rettore, conteso tra i due a suon di citazioni della curia romana.
L’atto che li riguarda, del 28
aprile 1522,
è infatti una prolissa e pomposa lettera di citazione giudiziale, a firma di
Bartolomeo da Pietrasanta cappellano del papa e uditore delle cause del sacro palazzo
apostolico, riguardo a una causa intentata da don Giovanni Battista Dati chierico bresciano, oratore pontificio, redattore di brevi
apostolici e camerario del cardinale dei Santi Quattro Coronati, contro due
autorevoli personaggi del clero bresciano: don Cristoforo Mangiavini (1450-1531), un potente prelato già arciprete di Asola e
vicario generale della curia bresciana, avversario intruso nella chiesa
parrocchiale di San Macario di Dello, “necnon
presbiterum Anibalem etiam de dattis etiam adversarium Intrusum In parochiali
ecclesia sancti petri de Virolaveteri” (nonché contro il prete Annibale
della medesima famiglia Dati, anch’egli avversario intruso nella chiesa
parrocchiale di San Pietro in Verolavecchia).
A una
sommaria lettura dell’intricato documento curiale, sembrerebbe trattarsi di
una controversia circa la commenda dei due benefici, che il denunciante riteneva
usurpati dagli avversari. La questione meriterebbe maggior approfondimento, ma
in questa sede basterà il semplice accenno.
Naturalmente
nessuna notizia diretta su come procedette e si concluse la vicenda; però
qualche anno dopo, il 16 dicembre 1526, troviamo che il prete don Agostino
Spalenza immette in possesso del beneficio parrocchiale di San Pietro in
Verolavecchia nientemeno che il conte Uberto Gambara, tramite il suo procuratore
e fratello conte Giovanni Galeazzo Gambara. Questo atto è decisamente più
breve esplicito e interessante del precedente.
Il
documento è chiaro nel suo senso, e non lascia adito a dubbi sul fatto che, dal
pontefice Clemente VII in persona, con breve apostolico, il protonotario don Uberto
Gambara aveva ricevuto il 26 gennaio 1526 la riserva sul beneficio
parrocchiale di San Pietro in Verolavecchia, e che ne era entrato in possesso per procura
dopo circa un anno: un lasso di tempo che rivela forse un certo dissenso da
parte della famiglia Dati, che considerava ormai sua commenda privata la
consistente prebenda verolese.
Questa
carta, specie nell’inventario allegato, offre indirettamente ulteriori
informazioni sul predecessore del Gambara, che era don Annibale Dati (ecco chi aveva vinto la partita del 1522): costui al momento
della presa di possesso del successore risulta defunto, e verosimilmente doveva
esserlo non molto tempo prima della riserva pontificia.
Si
noti, ancora, nell’inventario la menzione della casa “in
castro sive spolto” (nel castello o spalto) di Verolavecchia, abitata dal curato don Tommaso
Pellati, e la casa della chiesa in spolto,
che dev’essere la stessa: è probabile sia quella menzionata anche
nell’inventario del 1576, e che in quello del 1603 è descritta come vicina alla
torre.
In seguito i documenti tacciono
per noi fino al 1532, quando il rettore titolare è don Ippolito Dati;
il quale appare ancora saldo al suo posto di commendatario (ossia puro
percettore di rendite, non residente in loco) nella visita del Grisonio (1540),
e poi del Bollani (1565).
In quest’ultimo caso, il vescovo appena giunto a Verolavecchia dà
immediatamente disposizioni per il sequestro del beneficio, forse per ragioni di
incompatibilità del rettore (ma il motivo non è dichiarato nell’atto).
Non
sappiamo che cosa successe subito dopo, ma di certo la parrocchia non passò
direttamente a don Tarquinio Dati: a questo riguardo la relazione dell’Agostini (1580) è molto esplicita:
Titularis
est præsbiter Traquinius [!]
de datis brixiensis ætatis
annorum 37 per resignationem
Reuerendi Alphonsi sene
canonici Brixiensis ab annis
viiij citra, qui intra annum, a suscepto beneffitio ad sacerdotium non
curauit se premoueri suspectus
de confidentia in adeptione prædicti beneficij, vt in processu
curam per se ipsum non exercet, sed per
mercenarium legitime docuit de
ordinibus ancillam suspectam
in familia habet, et ideo
mandatum fuit, vt eam missam faciat.
[Titolare
del beneficio parrocchiale è il prete Tarquinio Dati, bresciano di 37
anni, per rinuncia del reverendo Alfonso Sena canonico di Brescia, da 9 anni. Il Dati non ha provveduto a
essere ordinato sacerdote entro un anno dalla assegnazione del
beneficio, ed è sospettato di simonia confidenzale (acquisizione
indebita) nella assunzione del beneficio stesso, come risulta dal processo
istruito. Non esercita di persona la cura d’anime, ma tramite un
sacerdote stipendiato. Ha dimostrato la legittimità delle sue
ordinazioni. In casa ha una domestica sospetta, per cui gli è stato
ingiunto di licenziarla.]
Dunque
don Tarquinio nel 1580 è titolare della parrocchia da 9 anni, cioè dal 1571, e
ha assunto l’incarico “per resignationem Reverendi Alphonsi sene canonici Brixiensis”
(per rinuncia del reverendo Alfonso Sena canonico di Brescia): abbiamo pertanto un altro nome da
inserire nella lista dei rettori, tra Ippolito e Tarquinio Dati: il canonico Alfonso Sena. Facilmente costui
godette la prebenda nell’interregno tra la cessione abusiva che don Ippolito
ne aveva fatto al nipote Tarquinio (da cui probabilmente il sequestro del
Bollani), e l’ordinazione sacerdotale cui il vescovo deve aver costretto il
giovane scapestrato perché potesse legalmente rivestire la carica.
Ma
tutta la trentennale permanenza di don Tarquinio a Verolavecchia è infarcita di
episodi originali, che sollecitano la curiosità su di una figura così
singolarmente tipica dell’immediato periodo post-tridentino: un momento
storico caratterizzato nella chiesa dall’impellente conflitto tra gli abusi
disciplinari inveterati del clero e le esigenze della riforma, dapprima
caldamente raccomandata e poi, dopo il concilio, imposta con la forza, ma non
sempre con successo.
In
attesa di raccogliere altri materiali documentari sulla figura di don Tarquinio,
in particolare gli atti del processo da lui subìto il 9 luglio 1580 a opera di
san Carlo,
rimandiamo ai brevi cenni che ne ha dato Bonaglia.
Non
possiamo però trascurare una attestazione importante, emersa — come di solito
accade — per caso nel corso delle ricerche. È un inventario di mobili e
immobili della parrocchia di Verolavecchia, stilato il 13 agosto 1603,
probabilmente poche ore dopo la morte del rettore Dati, dal notaio Dionisio
Baiguera, su richiesta del vicario foraneo di Verola Alghise don Pietro Antonio Cremona.
A parte la colorita descrizione
della casa canonica e delle sue adiacenze, che completa l’immagine un po’
asciutta tracciata dall’inventario del 1576,
è chiaro che l’atto consegue, probabilmente di non molte ore, alla morte del
nostro simpatico don Tarquinio.
Tanto
maggiore è la meraviglia di vederlo nominato ancora quale rettore della
parrocchia nel Catastico del Da Lezze,
che appartiene agli anni 1609-1610, e dove ciò nonostante si parla del
beneficio parrocchiale in questi termini: “chiesa
di San Pietro cura con entrada de Lire 1800 in possessioni godute da Monsignor
Tarquinio Datis senza pensione”.
Le ragioni dell’incongruenza possono essere diverse, e al momento difficili da
dimostrare: potremmo pensare che il Da Lezze si sia basato per Verolavecchia su statistiche precedenti di
alcuni anni, o che a quell’epoca il beneficio fosse ancora vacante, e quindi
la voce in bianco sia stata riempita alla meglio da qualcuno poco aggiornato con
una notizia ormai superata; ovvero, più semplicemente, potrebbe trattarsi di un
caso (curioso, invero) di omonimia.
Fatto
sta che per i successori immediati di don Tarquinio non abbiamo al momento molte
informazioni, salvo il fatto che il rettore don Sebastiano Maffei firmò nel 1641, probabilmente nei primi mesi della sua
residenza in parrocchia, la dichiarazione per l’estimo del clero che si fece in
quel periodo.
Dei
tre parroci seguenti abbiamo la dichiarazione autografa della rispettiva nomina
nelle relazioni che presentarono ai visitatori episcopali durante il loro
servizio: don Lelio Zanucca era stato nominato a Roma il 13 aprile 1647;
don Gabriele Pellegrino il 27 settembre 1662;
e don Pietro Paolo Pellegrino l’8 gennaio 1692.
Lelio
Zanucca fu, come è noto, il primo rettore di Verolavecchia che poté
vantare il titolo di arciprete, attribuitogli, dietro sua richiesta, dal vescovo
Marco Morosini col seguente decreto emanato nel corso della visita del 1647:
Die
dicta 28 7mbris 1647
Illustrissimus
et Reuerendissimus Dominus Dominus
Marcus Maurocenus Dei, et Apostolicæ
Sedis gratia Brixiæ Episcopus,
Dux, Marchio, Comes etc
Annuendo precibus et humilibus supplicationibus
admodum Reuerendi Domini
Lelij Zanuche moderni Rectoris Virolæ ueteris, auctoritate
quam uirtute presentis Visitationis
obtinet ac etiam non ordinaria
Ecclesiæ Parochiali Sancti Petri dictæ
Terræ Archipresbiteratus prerogatiuam
concessit cum omnibus præeminentijs etc
et eundem admodum || Reuerendum
Dominum Lelium presentem
etcetera
et Successores suos in dicta
Ecclesia Archipresbiteri titulo decorauit, et insigniuit, ita ut in futurum
Archipresbiteri noncupari possint, et debeant, et non solum
premisso, sed omni alio meliori
modo etcetera
Presentibus
admodum RReuerendis DDominis
Sebastiano Simoncello, et Rugero Adamo Dominationis
suæ Illustrissimæ et Reuerendissimæ
Capellanis, testibus etcetera
[28
settembre 1647
L’illustrissimo
e reverendissimo signore don Marco Morosini, per grazia di Dio e della
Sede apostolica vescovo di Brescia, duca marchese e conte, consentendo
alle preghiere e alle umili suppliche del molto reverendo don Lelio
Zanucca attuale rettore di Verolavecchia, con l’autorità che gli
deriva dalla presente visita e altresì con autorità straordinaria, ha
concesso alla chiesa parrocchiale di San Pietro di Verolavecchia il
titolo di Arcipresbiterato, con tutte le prerogative connesse, e ha
insignito il molto reverendo don Lelio Zanucca attuale rettore e i suoi successori nella parrocchia del
titolo di Arciprete, così che
in futuro possano e debbano essere chiamati arcipreti a tutti gli
effetti. Ciò alla presenza dei testimoni molto reverendi don Sebastiano
Simoncello e don Ruggero Adamo, cappellani di sua signoria
reverendissima.]
Quanto
agli altri arcipreti del ‘600 e ‘700, per ora possiamo solo intuire qualcosa
di loro e della loro personalità attraverso quanto essi scrivono nelle
relazioni, perché sulla loro biografia è difficile sapere altro.
I curati e i cappellani
Questo
paragrafo, e insieme i successivi sulle confraternite e sulla globalità della
popolazione, potrebbero essere assai più interessanti del precedente per
ricostruire un quadro attendibile della vita ordinaria in Verolavecchia durante
i secoli di cui si occupa questo volume.
Qui
tuttavia non è possibile nemmeno imbastire statistiche complete ed esplicative,
poiché i dati forniti dalle visite sono frammentari, incompleti e privi di una
regolarità che li renda in qualche maniera confrontabili tra loro.
È
vero che quasi tutti i verbali o le relazioni di visita riportano, a volte anche
in modo dettagliato, l’elenco dei sacerdoti presenti e operanti in parrocchia,
spesso con le indicazioni delle prebende e delle cappellanie di cui ognuno di
essi disponeva; in qualche caso persino con l’età dei soggetti, e magari in
appendice la lista dei chierici frequentanti il seminario. In realtà, si
dovrebbe poter disporre sempre di tutti i dati, in maniera più organica e
sistematica, per ricostruire sensatamente rapporti e trarre interpretazioni
sulla base dei numeri: ma ciò evidentemente non è per ora alla nostra portata.
Ad
esempio: l’età dei sacerdoti è segnalata dai verbali solo in alcuni casi, e
per giunta — come si vedrà — in maniera talmente approssimativa da apparire
addirittura inconcepibile per la nostra mentalità così ligia al valore dei
numeri. In questo modo è difficile impostare una analisi dell’età media del
clero di Verolavecchia nelle varie epoche. Ancora: i compensi delle cappellanie
e il numero di messe obbligate non sono indicati con regolarità, ma solo
sporadicamente, per cui non si può organizzare un rilevamento del compenso
medio dei preti locali o del numero di messe annue a testa. Almeno non lo si può
fare per tutto il lasso di tempo tra ‘500 e ‘700, né basandosi
esclusivamente sui dati contenuti nelle visite pastorali.
Persino
il numero assoluto dei preti attivi in Verolavecchia nei vari periodi non è
sempre agevole da individuare, poiché esisteva la dipendenza di Scorzarolo,
dove prima del 1572 avevano sede almeno un rettore (benché mai residente, ma
all’epoca non lo era nemmeno il rettore di Verolavecchia) e un cappellano;
dopo il passaggio della chiesa di San Giacomo ai domenicani, sono invece quasi sempre documentati un frate
sacerdote e due frati laici nella gestione della cappella e del castello: questo
clero di Scorzarolo va annoverato tra quello di Verolavecchia o no?
Insomma:
i problemi sono assai più numerosi delle chiarificazioni.
Tutto considerato, però, può non
essere inutile riportare pari pari l’elenco dei sacerdoti menzionati nelle varie
visite, con l’indicazione (dove certa) della qualifica, e tra parentesi l’età,
quando essa sia segnalata; separati da un trattino sono indicati i chierici,
anch’essi con la rispettiva qualifica.
1540
Ippolito Dati, rettore
Tommaso Pellati, curato
fra Antonio Mazzolini, (cappellano di San Rocco?)
Giacomo Alessandrini
Lorenzo Lanzoni
Angelo Ugoni, rettore di Scorzarolo
Agostino Pellati, cappellano di Scorzarolo
1565
Ippolito Dati, rettore
Giacomo Alessandrini, curato e rettore di San Rocco
Bernardino Ghibellini Giovanni Antonio Zabagli Angelo Ugoni, rettore di Scorzarolo
Girolamo Cò, cappellano di Scorzarolo
1572
Tarquinio Dati, rettore
Giacomo Tirello, curato
Giacomo Alessandrini
Giovanni Antonio Zabagli
Francesco Patina
frati Domenicani, rettori di Scorzarolo
1573-1575
Tarquinio Dati, rettore
Giacomo Tirello, curato
Giacomo Alessandrini
Giovanni Antonio Zabagli
Francesco Patina
frate Alfonso, ex eremitano agostiniano
—
Giulio Alghisi, chierico in minoribus
1580
Tarquinio Dati, rettore (37)
Francesco Patina, coadiutore salariato (33)
Giacomo Alessandrini, cappell. di San Rocco (66)
Giovanni Antonio Boschetto
fra Paolo Durante, cappellano di Scorzarolo
Angelo Ugoni, pensionario di Scorzarolo
1599
Tarquinio Dati, rettore
Costanzo Baiguera, curato (34)
Giacomo Bosio (34)
Paolo Lama, rettore di San Rocco (39)
1624
Pietro Chimini, rettore
Ludovico Firmo
Giovanni Battista Bordonale
Giovanni Battista Corsino
Bernardino Corsino
Giovanni Bordonale
1647
Lelio Zanucca, arciprete
Andrea Pizzamiglio, cappellano e organista
Bernardino Corsino, rettore di San Rocco
Ludovico Firmo
Ludovico Vairetto
Giovanni Battista Baiguera
—
Pietro Manera, chierico
Giulio Bertoletto, chierico
1657
Lelio Zanucca, arciprete
Giulio Bertoletto, curato
Ludovico Firmo
Andrea Pizzamiglio
Francesco Pizzamiglio
Matteo Cò
Pietro Manera
—
Giovanni Battista Baiguera, diacono
1669
Gabriele Pellegrino, arciprete
Giovanni Battista Baiguera, curato
Pietro Manera
Matteo Cò
Francesco Anzone
Andrea Caprerone, rettore di San Rocco
Antonio Magri
Pietro Caprerone
—
Pietro Filippino, diacono (23)
Lorenzo Bordonale, suddiacono (22)
Francesco Piovano, accolito (20)
1677
Gabriele Pellegrino, arciprete
Antonio Magri, curato (38)
Pietro Manera (45)
Matteo Cò (47)
Francesco Anzone (43)
Giovanni Battista Baiguera (40)
Andrea Caprerone, rettore di San Rocco (60)
Paolo Borella (40)
Francesco Barbero (27)
1684
Gabriele Pellegrino, arciprete
Antonio Magri, curato (44)
Pietro Manera (50)
Matteo Cò (52)
Francesco Anzone (30)
Giovanni Battista Baiguera
Andrea Caprerone
Francesco Barbero (37)
—
Lelio Federici, chierico in minoribus
Pietro Paolo Pellegrino, chierico in minoribus
Francesco Alghisi, chierico in minoribus
Giovanni Battista Firmo, chierico in minoribus
Giuseppe Caprerone, suddiacono
1703
Pietro Paolo Pellegrino, arciprete
Francesco Barbero, curato (51)
Andrea Caprerone, rettore di San Rocco (64)
Giovanni Battista Firmo (38)
Carlo Graziolo (36)
Francesco Alghisi (42)
Giovanni Battista Bordonale (36)
Pietro Cò (30)
—
Pietro Anzone, chierico (24)
Giovanni Lorandi, chierico
1714
Pietro Paolo Pellegrino, arciprete
Giovanni Battista Firmo, curato (48)
Francesco Barbero (64)
Carlo Graziolo(46)
Francesco Alghisi (54)
Pietro Cò (40)
Angelo Bordonale (33)
Pietro Anzone (36)
Antonio Zò, rettore di San Rocco (24)
Pietro Franco (26)
—
Ventura Magri, diacono (23)
Bernardino Graziolo, suddiacono (22)
Angelo Cò, chierico in minoribus (19)
Giovanni Battista Bordonale, suddiacono
(21)
Giulio Lorandi, chierico di prima tonsura (17)
1779
Francesco Semenzi, arciprete
Felice
Franchi, coadiutore (63)
Paolo
Alghisi (74)
Giovanni
Amigoni (63)
Nicola
Bordonale (52)
Giovanni
Magri (44)
Pietro
Baiguera (51)
Paolo
Piovano (58)
Domenico
Calzavacca (44)
Antonio
Franchi
Antonio
Cò (35)
Giacomo
Anni (37)
Paolo
Calzavacca, rettore di San Rocco
—
Massimiliano
Prandelli, residente a Brescia
Francesco
Mini, residente a Buonpensiero
Paolo
Cè, residente a Rossa
Giuseppe
Cò, residente a Corzano
Giovanni
Battista Ziliolo, residente a Cazzago
—
Alessandro
Girelli, suddiacono
Bernardino
Franchi, chierico
Francesco
Boldrini, chierico
Giovanni
Battista Orlandi, chierico
Agostino
Lama, chierico
Come
si vede, pur nella apparente monotona ripetitività, le caratteristiche
peculiari di ogni elenco rendono piuttosto problematico il confronto dei dati.
Il Semenzi (1779), ad esempio, riporta indifferentemente nella lista
anche i preti di origine locale che prestavano servizio in altre parrocchie.
I
chierici in certi casi appaiono numerosi, in altri sono assenti: ma non sapremmo
dire se per voluta omissione del compilatore, o perché effettivamente non ce
n’erano. In questo senso, non è possibile istituire una analisi significativa
del rapporto chierici-sacerdoti, e del numero di seminaristi locali che
giungevano al sacerdozio e lo esercitavano poi nel loro stesso paese.
L’età
stessa dei preti, anche quando è annotata in occasioni successive dal medesimo
parroco, lascia molti sospetti sulla serietà con cui si contavano gli anni a
quel tempo: don Francesco Barbero, ad esempio, pare avesse 27 anni nel 1677, 37 nel 1684, e 51 nel 1703.
Il
discorso si fa, se possibile, ancor più complesso se si passa ad affrontare il
tema del servizio prestato dai singoli sacerdoti, magari in relazione al
rispettivo compenso: di alcuni si indicano espressamente gli incarichi, ma senza
mai la certezza che siano individuati tutti i redditi; di altri poi non viene
segnalato nulla. Per giunta, riguardo alle entrate dei sacerdoti, occorrerebbe
tener conto di molte altre variabili non contemplate dalle visite pastorali,
ossia ad esempio le messe manuali (quelle richieste di volta in volta dai fedeli
e compensate a parte), oppure le proprietà ereditate dalla famiglia, che nei
casi più fortunati bastavano da sole al mantenimento della persona.
Ci siamo provati, insomma, ad
analizzare in dettaglio il rapporto preti-popolazione, oppure ancora i redditi,
o il numero di messe che ognuno era tenuto a celebrare durante l’anno, ma non
siamo mai approdati a risultati apprezzabili, proprio per la incompletezza e
disorganicità degli elementi proposti dalle visite. Senza altri termini di
riferimento, dunque, quei dati vanno presi con molta cautela: e solo con questa
riserva si può leggere la seguente tabella riassuntiva:
|
anno
|
preti
|
chierici
|
|
1540
|
5
(+2)
|
|
|
1565
|
4
(+2)
|
|
|
1572-73
|
5
|
1
|
|
1580
|
|
|
|
1599
|
4
|
|
|
1624
|
6
|
|
|
1647
|
6
|
2
|
|
1657
|
7
|
1
|
|
1669
|
8
|
3
|
|
1677
|
9
|
|
|
1684
|
8
|
5
|
|
1703
|
8
|
2
|
|
1714
|
10
|
5
|
|
1779
|
13
|
5
|
Quanto
ai membri del clero che, per arrotondare il magro compenso delle messe,
esercitavano alla luce del sole qualche professione alternativa, non ritenuta
idonea dai visitatori, soprattutto dall’inflessibile cardinale Borromeo, c’è il
caso di don Giovanni Antonio Boschetto, contro il quale fu istruito addirittura
un processo:
delatum
fuit quod præsbiter
Iohannes Antonius
boschettus mercimonia exerceat bombices alat coram Iudicibus
laicis causas agat Item de
nonnullis alijs est processatus,
vt in libro processuum.
[È
stato denunciato che il prete Giovanni Antonio Boschetto esercita il
commercio, alleva bachi da seta, sollecita cause presso tribunali laici,
ed è indagato per alcune altre irregolarità, come risulta dal registro
dei processi.]
Una causa che si conclude con
sentenza perentoria:
Presbiter
Ioannes Antonius Boschettus dictus Gandinus mercimonia, mercaturasue
nè exerceat, bombices nequaquam
alat, minusque coram Iudicibus
laicis compareat, aut patrocinium aliorum suscipiat, coprocuratorio nomine
coram dictis Iusdicentibus secularibus nullatenus agat, exceptis tamen his
causis, quæ ad bona suæ ecclesiæ, et patrimonium tuendum pertinent,
idque nunc poena centum scutorum, et suspensionis à diuinis ipso
facto incurrenda illi proposita,
alias uero causas processus || suprascripti
Reuerendissimus episcopus
cognoscat, audiat, et fine debito terminet
[Il
prete Giovanni Antonio Boschetto, detto Gandino, non eserciti commerci, non allevi più bachi da seta, non
compaia in tribunali laici né assuma patrocinio di terzi; non adisca
giudici secolari in qualità di procuratore, se non per cause che
riguardano i beni della sua chiesa e la difesa del suo patrimonio; e ciò
sotto pena di 100 scudi e della sospensione
a divinis in caso di inadempienza; invece le altre cause sopra
menzionate, il vescovo le istruisca, fissi le udienze, e le porti al
doveroso compimento.]
Un
ultimo rilievo, nell’ambito delle professioni alternative del clero, va fatto
a proposito dell’unico organista menzionato dalle visite: don Andrea Pizzamiglio di Quinzano, che risultava appena assunto nella visita del
1647, con l’incarico di cappellano e organista:
Reuerendum
Dominum Andream Pizamilium de
Quintiano Capellanum celebrantem
pro Scholis Sanctissimi Sacramenti et
Sanctissimi Rosarij nouiter
conductum cum obligatione pulsandi
Organum et cum stipendio non sibi
bene noto, quod || exprimetur à Regentibus
Scholarum, cui, et ipse quinque
scuta, uel sex soluo pro Organi pulsatione non ex obligatione
sed ex mea liberalitate.
[Il
reverendo don Andrea Pizzamiglio di Quinzano, cappellano, celebra per le scuole del Santissimo Sacramento e del Santo Rosario; è stato da poco assunto con l’obbligo di suonare l’organo e con uno stipendio che il rettore non conosce, ma che sarà
dichiarato dai dirigenti delle scuole; all’organista anche il rettore versa 5 o 6 scudi per il suo servizio, non
per obbligo ma per sua generosità.]
Di
organi si parlerà ancora nelle visite successive, ma di organisti non più.
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