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Anche
le chiese di Scorzarolo hanno una loro storia antica e illustre da raccontare,
altrettanto e forse più di quelle di Verolavecchia, benché gli atti delle
visite pastorali non rendano loro sufficiente giustizia, probabilmente per il
fatto che, essendo il territorio di Scorzarolo coi suoi luoghi di culto, per
tutto il periodo a noi noto, dominio del potente convento domenicano di Brescia, non era facilmente assoggettabile ai sopraluoghi
dei vescovi diocesani o dei loro emissari.
Anzitutto
occorre fare qualche precisazione sul progressivo passaggio di Scorzarolo in possesso dell’ordine domenicano. La fase più antica è
difficilissima da definire, e al momento bisogna appoggiarsi a fonti
bibliografiche non sempre perfettamente attendibili:
si dice, ad esempio (e sarebbe la prima data certa), che Scorzarolo divenne
proprietà del convento di San Domenico nel 1457 a seguito di un lascito testamentario di un certo
nobile Testi o Cò.
Di
questo preziosissimo testamento, che sarebbe assai utile conoscere per intero,
sopravvive oggi soltanto un misero lacerto, in data 24 gennaio 1487 (non 1457,
dunque), ricopiato dalla mano dell’arciprete Semenzi nella prima pagina di un libro d’atti storici della parrocchia
di Verolavecchia:
copia
1487
Reperitur
in testamento condito per Dominum
Ioannem de Testis de anno 1487
sub die 24 Ianuarij rogatum per
Dominum Ioannem
Franciscum della Turre Notarium,
Inter alia Capitula Capitulum
tenoris infrascripti Videlicet
Item
pro ampliori honore Diuini Cultus et Salutis animarum
et inductione ipsorum Fratrum dicti Conuentus ad
studium sacrarum literarum
prædictus Dominus Testator
uoluit, iussit, et ordinauit quod adueniente dicta institutione, seu substitutione dicti Conuentus et Fratrum Sancti
Dominici ut supra, quod dictus Conuentus seu Fratres eiusdem teneantur
et debeant singulo anno perpetuis futuris temporibus
tempore Quadragesimæ cessante legitimo impedimento mittere, seu mandare
quatuor Prædicatores de dicto
Ordine et Conuentu ad prædicandum et Officium prædicatoris exercendum
terris et Villis Diecæsis Brixiæ prout melius cognouerint oportunum
a facie ad terram de Scorzarolo, seu in Villis, terris, et Llocis circumuicinis
onerando in hoc, et super hoc conscientiam
prædictorum DDominorum Fratrum
predicti Conuentus.
[Si
trova scritto nel testamento dettato dal signor Giovanni Testi il 24 gennaio 1487, rogato dal signor Giovanni Francesco
della Torre notaio, tra gli altri, un capitolo del seguente tenore:
Per
maggior onore del culto divino e per la salvezza delle anime, e altresì
per indurre i frati del convento bresciano allo studio della letteratura
sacra, il testatore ha disposto che, una volta avvenuto il passaggio dei
suoi beni al convento e ai frati di San Domenico di Brescia, i frati del convento siano tenuti per il futuro
ogni anno in perpetuo, nel periodo quaresimale, in assenza di legittimo
impedimento, a mandare quattro predicatori del loro ordine e convento ad
adempiere l’ufficio di predicazione nei borghi e nelle cascine della
diocesi di Brescia, come meglio riterranno opportuno, di fronte [?] al
borgo di Scorzarolo e nei cascinali borghi e luoghi circostanti, e impone ciò
come un obbligo di coscienza dei suddetti frati del convento di Brescia.] Come
si vede, il frammento non è gran che esplicativo, e parrebbe riguardare solo
marginalmente il territorio di Scorzarolo. Una specie di interpretazione ne
offre lo stesso Semenzi nella sua relazione al vescovo per la visita del 1779:
So
dalla particola del testamento Testa essere Caricato il Convento di Brescia di San Domenico di dovere mandare ogn anno quatro dè suoi fratti nel tempo di
quaresima a quatro terre confinanti a Scorzarolo a farvi loffizio di predicatori, e predicarvi: a questo
soddisfano per la nostra parrocchia di Virala Vecchia, e la Comunità gli
somministra cento lire all’anno.
In
ogni caso, anche se non possediamo per intero il lascito di Giovanni Testi,
sappiamo di sicuro che la sua donazione al convento domenicano riguardava i beni
immobili del territorio, non la chiesa di San Giacomo e i rispettivi benefici, con le altre cappelle annesse. A
questo proposito soccorrono in qualche modo gli atti delle visite pastorali
cinquecentesche, con l’ausilio di un paio di documenti inediti di notevole
portata.
San Giacomo
Una
delle prime attestazioni certe che al momento possediamo sulla chiesa principale
di Scorzarolo risale al 30 novembre 1511, e testimonia che a quella data il
suo beneficio semplice era stato attribuito al giovane e potente prelato Uberto
Gambara, agli inizi della sua brillante carriera ecclesiastica.
Nemmeno
dieci anni dopo, San Giacomo e le altre cappelle campestri di Scorzarolo a essa subordinate passarono nelle mani del canonico bresciano
Angelo Ugoni, il quale ne aveva preso possesso a sua volta il 7 febbraio 1520,
come documenta il superstite atto di investitura, ancor più prezioso del
precedente poiché contiene allegato l’elenco delle proprietà del beneficio,
difficili da attestare per altra via.
Il
canonico Giovanni Angelo Ugoni (poi negli atti seguenti identificato semplicemente come
Angelo) era investito dunque di una cospicua prebenda, patronato familiare forse
degli stessi Ugoni,
e priva delle seccature della cura d’anime (simplex,
semplice), come è più volte confermato nelle visite superstiti.
Tale
investitura, come d’abitudine per quei tempi, si configurava in una commenda:
infatti, non solo non troviamo mai l’Ugoni residente per tutti i
cinquant’anni del suo rettorato, ma neppure egli si muove il primo giorno per
prendere possesso di persona del suo nuovo beneficio: in sua vece incarica un
procuratore, certo Baldassarre Cavalli, che a nome del titolare riceve il
possesso dal beneficiale della chiesetta don Girolamo Anzoni, probabilmente il
cappellano salariato già a servizio del predecessore dell’Ugoni.
Il
rituale di immissione in possesso, come quello del Gambara nel 1511, è singolare e marcatamente realistico: rustico
residuo di una civiltà ancestrale, dove sulla inconsistenza delle parole
prevaleva il peso concreto delle cose, dove ‘prendere possesso’ significava
prendere in mano, toccare con le mani ciò di cui si entrava in possesso, e dove
la proprietà della terra e della casa era l’unico autentico segno della
ricchezza, del potere, e persino del ruolo gerarchico nell’ambito della
religione.
Quindi,
una volta immesso nel possesso a nome del nuovo rettore, in qualità di suo
rappresentante il Cavalli designa i curatori delle proprietà dell’Ugoni in
Scorzarolo: il prete Anzoni continuerà a essere cappellano della chiesetta, della quale
riceve le chiavi; la casa annessa alla chiesa, visto che l’Ugoni non ha
nessuna intenzione di risiedervi, viene affidata a certo Zoni amministratore di Vincenzo Bargnano, forse l’affittuale del
beneficio; la casa in Verola Alghise invece viene consegnata a uno Scarpelli.
Segue
l’inventario degli immobili, tra cui spiccano la casa di Scorzarolo, nello
spalto (spolto) a ridosso
della fossa a mezzogiorno della chiesa, che non era certo quella settecentesca
oggi esistente; poi la casa con cortivo in Verola Alghise, adiacente tra
l’altro a una proprietà delle monache di Santa Caterina di
Brescia. Quanto ai terreni, di cui non si danno le misure, dobbiamo rinunciare
per il momento a ipotizzarne l’estensione, anche se la presenza spesso di due
o più confinanti sul medesimo lato induce a ritenerli abbastanza estesi. Di
fatto sono tutti situati nel territorio di Verola Alghise: un particolare che
suggerisce riflessioni, soprattutto in riferimento all’esistenza nel ‘500
della importante cappella di San Giacomo annessa alla prepositurale di San Lorenzo; e ancor più alle
argomentazioni circa il priorato cluniacense intitolato al medesimo santo, attestato nel territorio
verolese tra XI e XII secolo.
Finché però non sarà disponibile un repertorio preciso dei toponimi antichi e
moderni della zona, sarà impossibile qualunque deduzione seria sulle vicende
storiche delle proprietà terriere.
Per
ora ci dobbiamo accontentare di un prospetto sintetico degli immobili di San
Giacomo di Scorzarolo, rimandando ad altro momento ricerche più
approfondite:
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n.
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immobili
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in
Scorzarolo
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1.
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casa
nello spolto
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nel
paese di Verola Alghise
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2.
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cortivo
con miglioramenti, in contrada Illorum
de Girellis et de Sachettis
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|
|
nel
territorio di Verola Alghise
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|
3.
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terreno
arativo e vitato, in contrada Zerese
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4.
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terreno
arativo, in contrada Zerese
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5.
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terreno
arativo e vitato, in contrada Martianorum
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6.
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terreno
arativo, in contrada la Plicera
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7.
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terreno
arativo e parte vitato, in contrada Có
de sòc
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8.
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terreno
arativo e vitato, in contrada Sancti
Iacobi
|
Dopo
l’investitura del 1520, si perdono le tracce del beneficio di San Giacomo fino al 1540, quando il 10 ottobre avvenne la prima delle
visite pastorali documentate; il 27 gennaio di quello stesso anno l’Ugoni aveva assunto don Agostino Pellati quale nuovo cappellano per Scorzarolo, come appare dal
contratto che fu steso allo scopo e che contiene le clausole del suo servizio.
Ecco
dunque gli impegni richiesti a un buon sacerdote per poter riscuotere la sua
brava paga mensile: celebrare messa tutti i giorni, comportarsi (bontà sua)
secondo la morale, andare d’accordo con la sua gente, ed eventualmente
avvisare in anticipo quando non può dir messa.
Agostino
Pellati è in effetti il cappellano che figura dal verbale della
visita Grisonio, nell’autunno successivo:
Intra
limites dicte
parrochialis Est beneficium simplex Sancti Iacobi
de scorzarolo cuius rector Est Reuerendus dominus
Angelus Vgonius qui habet
de redditu ducatos
septuaginta Et Est ibi capellanus
presbiter Augustinus
de pelatis qui tenetur
quotidie celebrare ibi missam, Et ibi presens ostendit
litteras ordinum suorum,
[Entro
i confini della parrocchia di Verolavecchia esiste il beneficio semplice
di San Giacomo di Scorzarolo; ne è rettore il reverendo don Angelo Ugoni,
che riscuote un reddito di 70 ducati; cappellano della chiesa è don
Agostino Pellati, che è tenuto a celebrarvi messa ogni giorno: si è
presentato personalmente e ha mostrato i documenti delle sue
ordinazioni.]
Nemmeno
qui si dice quanto ricevesse il cappellano di salario; in compenso è dichiarata
la rendita di 70 ducati (210 lire planet) del rettore, che sembra (ci si passi il sospetto) un tantino
in ribasso rispetto al valore del beneficio, dichiarato di 900 lire nel 1572
(anche qui svalutato?), e poi balzato a ben 2000 lire, quando l’Ugoni non ne era più titolare ma vi aveva imposto un vitalizio di
1500 lire a proprio favore. Se si pensa che la parrocchia di Verolavecchia,
anch’essa all’epoca gravata di commende, rendeva in quei decenni intorno
alle 1200 lire planet per un centinaio
di piò di terra, si può desumere per analogia valore ed estensione del
beneficio di Scorzarolo.
Per
parte sua, il canonico Ugoni — come già rilevato — compare ancora rettore
in carica nella visita del Bollani (1565), con un altro cappellano, a dire il vero piuttosto
incompetente:
Dominus
Presbiter Hieronymus de
capitibus capellanus
amouibilis in ecclesia predicta sine cura, nomine
Reuerendi Domini Angeli
Vgoni cum salario ducatorum XX
cum onere celebrandi quotidie,
ostendit literas tantum presbyteratus,
reliquas dicit nunquam
potuisse extrahere è manibus Domini
Ioannis baptistæ Trappæ, et fuit ei iniunctum ut infra tres menses presentet
officio Cancellariæ; examinatus, minus competenter respondit emat canisium,
et accedat brixiam etcetera
[Il
sacerdote don Girolamo Cò, cappellano amovibile nella chiesa senza cura
di San Giacomo, a nome del reverendo don Angelo Ugoni, col salario di 20
ducati e l’obbligo di celebrare ogni giorno, ha mostrato i documenti
soltanto dell’ordinazione al presbiterato; gli altri sostiene di non
averli mai ricevuti dal signor Giovanni Battista Trappa cancelliere vescovile. Gli è stato ingiunto che entro tre
mesi li presenti all’ufficio di cancelleria. Esaminato, ha risposto in
maniera insufficiente: dovrà acquistare il catechismo del Canisio, e in
seguito recarsi a Brescia per essere nuovamente esaminato.]
Il
Pilati (1572) trova invece la chiesa di San Giacomo in mano ai nuovi proprietari, i frati di San Domenico:
Ecclesia
Sancti Iacobi de scorzarolo, fratrum Sancti
dominici reddit annuatim ducatos 300 et est unita monasterio Sancti
dominici Brixiæ, cum onere
celebrandi quotidie unam missam
[La
chiesa di San Giacomo di Scorzarolo, dei frati domenicani, ha un reddito
annuo di 300 ducati ed è unita al convento di San Domenico di Brescia, con l’obbligo di celebrarvi ogni giorno una
messa.]
A
questo punto non c’è più necessità di cappellani salariati: infatti d’ora
in poi, si menziona talvolta la presenza in Scorzarolo di un frate sacerdote e di due laici, che comprensibilmente
officiavano la chiesa, mantenevano la casa e gestivano la minuscola comunità
cristiana del posto.
Il
reddito (300 ducati, 900 lire planet) appare ancora piuttosto limitato, forse perché è calcolato
al netto della pensione dell’Ugoni, sulla quale abbiamo invece dettagliate
informazioni dalla visita di san Carlo.
In effetti, già il
sub-delegato che precedette l’arcivescovo nel marzo 1580 aveva notato alcune
anomalie nella situazione patrimoniale del beneficio di San Giacomo:
Ecclesia
seu oratorium nuncupatum Sancti
Iacobi loci de Scorzarolo fratrum sancti
Dominici brixiæ per
resignationem Reuerendi Domini Angeli Vgoni Canonici Brixiensis est parua sed pulchra
Altare solum habet dotatum cum onere misse quottidianæ cui satisfit [!]
frater paulus de durantis ordinis sancti
Dominici. Redditus dicuntur
esse librarum duarum
mille monete brixiensis quæ percipiuntur
a fratribus prædictis, cum
pensione ducatorum quinque centum predicto Reuerendo
Domino Angelo Vgono canonico. Sacristia adest suppellectili fere
destituta. Anexum est castrum pro habitatione
fratrum, nec non et foenile ac ædes rurales pro massarijs circumcirca
dictam ecclesiam.
[La
chiesa o oratorio intitolato a San Giacomo, nel paese di Scorzarolo,
appartiene ai frati di San Domenico di Brescia per rinuncia del reverendo don Angelo Ugoni canonico di Brescia. È una chiesetta piccola ma bella; ha
un solo altare dotato, con l’obbligo di una messa quotidiana,
adempiuto dal domenicano fra Paolo Durante. Il reddito si dice ammonti a
2000 lire bresciane, riscosse dai frati di San Domenico, i quali versano
una pensione di 500 ducati [= 1500 lire] al suddetto canonico don Angelo Ugoni. Esiste una sacrestia pressoché priva di arredi. Vi è annesso un castello per abitazione dei frati, nonché un fienile e caseggiati
rurali per i massari, tutt’attorno alla chiesa.]
Rilevante
l’apprezzamento per la chiesa “parva sed pulchra” (piccola ma bella), che indica forse un
riattamento recente, dopo un abbandono di molti decenni, nonché la menzione del
castrum (castello) dove risiedono i
frati, che manifesta una condizione ancora identica a quella in cui si trovava
il luogo nell’inventario del 1520.
Quanto
allo stato economico del beneficio, non può non colpire l’entità della
pensione che l’Ugoni riserva per sé, pari a tre quarti delle entrate complessive.
In realtà è un fenomeno abbastanza diffuso a quell’epoca di timide riforme e
inveterati abusi, che un potente commendatario ecclesiastico abbandonasse
qualcuna delle sue prebende, donandola a un ente particolarmente meritevole (ad
esempio un convento), ma non senza la clausola di conservarsi una congrua
porzione dei lauti introiti. Queste pensioni o riserve vitalizie, che talora
interessavano la totalità delle rendite, liberavano per un verso il
reservatario (o pensionario) che ne godeva dalle noie di adempiere gli obblighi
dei suoi numerosi benefici, quando dal concilio di Trento fu imposta ai chierici beneficiati la residenza nelle chiese
di loro titolarità. D’altra parte, in quel modo si conservavano intatti i
privilegi economici del possesso, poiché con la riserva della pensione i vecchi
titolari continuavano a godere, alle spalle dei nuovi, le entrate annue di molte
prebende, delle quali ormai potevano approfittare senza ostacoli fino alla
morte.
Anche
a Scorzarolo, come in molti altri luoghi, san Carlo dovrà intervenire di persona a ridimensionare le cose: ma chi
pensasse che lo zelante arcivescovo abbia dato un taglio netto estromettendo il
pensionario dal suo diritto acquisito, non sa che neanche il Borromeo poteva (né
forse voleva) osare tanto contro la potente e radicata struttura feudale dei
privilegi ecclesiastici. Si limita invece ad attenuare il disagio dei nuovi
prebendati, i frati di San Domenico, imponendo al pensionario di versare una
quota per la manutenzione e l’arredo della chiesetta di Scorzarolo:
Cum
huius oratorij possessores, Rectoresue ex redditu illius annuo, quem
percipi<un>t deducto
onere pensionis impositæ, non satis habere compertum sit, unde, et
unius sacerdotis, qui quottidie celebret, uitam sustentet, ac suppellectilem, ac alia ad cultum diuinum
necessaria prouidere possit, auctoritate
apostolica specialiter etiam
dellegata decernitur, quod presbiter
Angelus vgonus, cui super
redditibus eiusdem ecclesiæ reseruata esse dicitur
pensio ducatorum quinquecentum, ea omnia, et singula, quæ pro eiusdem
ecclesiæ suppellectile, ac ornatu prouidendis
mandantur ex fructibus eiusdem pensionis suppleat, erogando hoc anno
1580 scuta triginta, et deinde singulis annis scuta quindecim, donec ea
omnia utsupra præscribitur præstita
fuerint, quam peccuniarum summam
singulis annis Rector aucthoritate
huius decreti penes se retineat, ac cum
interuentu, consensuue Vicarij foranei illam expendat in prædicta
executione sub poena dupli, et alijs poenis arbitrio
ordinarij
[Poiché
è evidente che i frati domenicani possessori o rettori dell’oratorio di San Giacomo, dal
reddito annuo che ne percepiscono, sottratto l’onere della pensione
gravante a favore del canonico Ugoni, non traggono di che mantenere un
sacerdote che vi celebri ogni giorno, e poter provvedere gli arredi e le
altre cose necessarie al culto divino, per autorità apostolica speciale
e delegata si decreta che il prete Angelo Ugoni, al quale si sa
riservata una pensione di 500 ducati sopra i redditi della chiesa di San
Giacomo, provveda con i frutti della sua pensione tutto ciò che si
richiede per dotare la chiesa stessa dei necessari arredi, versando per
il presente anno 1580 30 scudi, e in seguito ogni anno 15 scudi, finché
tutto sia stato procurato; il rettore, per autorità di questo decreto,
trattenga presso di sé ogni anno la prescritta somma di denaro e, con
l’intervento e il consenso del vicario foraneo, la impieghi
nell’esecuzione del decreto stesso, sotto pena del doppio, o altre
pene a discrezione del vescovo diocesano.]
Dopo
d’allora non si hanno più notizie sulla cappella del borgo di Scorzarolo, se
non la semplice menzione, che si limita a confermare la sua esistenza.
Bonaglia vorrebbe che nel ‘600 il titolo dell’oratorio fosse
divenuto quello di san Vincenzo Ferreri,
che è raffigurato insieme a san Domenico e san Pietro Martire nella piccola pala dell’unico altare; ma le visite pastorali
non confermano in nessun modo la sua ipotesi, poiché, quando è nominata, la
chiesa lo è sempre con l’antico titolo di San Giacomo.
Di
fatto, in un’epoca imprecisata del secolo XVIII, la chiesetta fu interamente
ricostruita, forse nemmeno nella posizione originaria, ma la sua storia più
recente dovrà attendere ancora un po’, prima di essere svelata del tutto.
San Firmo e la Madonnina della Cava
Anche
le cappelle minori del territorio di Scorzarolo hanno una loro storia nebulosa e affascinante, al pari di
quella di San Giacomo. Sarà perché la campagna di là dallo Strone fu sempre abbastanza isolata e solitaria; oppure perché come
latifondo feudale passò in blocco da un dominatore all’altro, senza mai
subire la frammentazione delle proprietà; di fatto essa rappresenta, rispetto
al vicino territorio di Verolavecchia, una esperienza fortemente conservativa,
una specie di fossile della storia, dove una lettura attenta e soprattutto una
ricerca assidua, con un pizzico di fortuna, potranno individuare i segni
residuali di un passato molto remoto.
A proposito della
chiesa campestre di San Pietro, e della sua misteriosa consorella cinquecentesca
di San Quirico, abbiamo scritto recentemente,
azzardando tra le righe l’eventualità che potesse essere quella di Scorzarolo piuttosto che l’omonima San Pietro di Verolavecchia la prima chiesa del territorio verolese, da
cui in un secondo tempo si staccò la più fortunata, divenuta col tempo
parrocchiale. È naturalmente una pura illazione, priva oggi (come probabilmente
continuerà a esserlo in futuro) di qualsiasi riscontro documentario; ma porre
ipotesi, e tanto più se discutibili, serve anche a verificare l’attendibilità
delle certezze sempre provvisorie che si crede di avere.
Non
è il caso di riprendere qui le complesse e articolate argomentazioni a
proposito di San Pietro di Scorzarolo, per cui rimandiamo a quella ricerca.
Si può
invece tentare di riallacciare le fila del discorso (in quella sede appena
accennato) circa l’altro oratorio della campagna di Scorzarolo, ossia quel San
Firmo, documentato tra il 1572 e il 1580, che confluì in seguito, come
attestano tuttora i toponimi San Firmo
lungo e corto dei terreni di fronte ad essa, nella nota chiesetta della
Madonnina della Cava, unica superstite, assieme a San Giacomo, di tanta fioritura
di oratori medievali.
Anzitutto
è escluso che si possa immaginare una confusione tra la chiesa di San Quirico,
attestata nei documenti superstiti tra il 1537 e il 1549, e la cappella di San
Firmo, la cui presenza è dichiarata dagli atti a partire dal 1572: e ciò per
ragioni di carattere eminentemente storico, oltre che linguistico.
Che
San Firmo non sia menzionata prima di quella data, può dipendere dal
fatto che era una semplice edicola, di quelle che i visitatori non prendevano
mai in considerazione nei propri rapporti. Fu in seguito forse rimaneggiata,
dopo la soppressione della vicina San Quirico, e acquisì la struttura e
l’impiego di un oratorio, per cui cominciò a figurare nelle relazioni
ufficiali. Di certo il sacello preesisteva alla sua prima menzione, poiché fin
dal principio vi viene descritto come vetustum
(vecchio), oltre che parvum e incongruum
(piccolo e inadatto). L’attestazione è quella tracciata dal delegato del
Borromeo (1580):
oratorium
sancti firmi Campestre predictorum
fratrum sancti Dominici paruum vetustum incongruum. Altaria duo habet
non dotata. In eo celebratur
die eius festo quo tempore ante Illud nundinæ fiunt, et in eo vigiliæ
et pernoctationes habentur
Altare est extra ecclesiam inornatum omnino.
[L’oratorio
campestre di San Firmo, dei frati di San Domenico, è piccolo vecchio e
inadeguato. Ha due altari privi di dotazione. Vi si celebra il giorno
della sua festa (9 agosto). In tale occasione davanti alla cappella si
tiene una fiera e dentro di essa si fanno veglie e vi si passa la notte.
Fuori dalla chiesa c’è un altare del tutto disadorno.]
Questa
descrizione concorre a delineare la scialba immagine che ci resta della antica
cappella, insieme con le disposizioni che prese l’arcivescovo di Milano al momento della sua visita apostolica alcuni mesi dopo:
In
oratorio Sancti firmi campestre
Oratorium
ad meliorem formam, et ornatum reducatur, et ei contignatio adhibeatur.
Altare
maius, quod nimium angustum est, ad formam
reducatur, muroque adhereat, et cancellis sepiatur eique prouideatur de lapide sacrato,
Altare
Laterale tollatur, infra triduum sub poena interdicti,
Altare
extra ecclesiam tollatur statim,
Ne
in eo oratorio celebretur,
antequam hæc præstita sint.
Ne
vigiliæ in eo fiant tempore eius festiuitatis, sed vesperi sub hora
salutationis Angelicæ oratorium
claudatur, cuius clauim teneat parochus
[Nell’oratorio
campestre di San Firmo
L’oratorio
sia adeguatamente restaurato e decorato e vi si ponga un assito.
L’altare
maggiore, che è troppo piccolo, sia portato alla forma regolamentare e
sia saldato alla parete; sia cintato con un cancello e provvisto di
pietra sacra.
L’altare
laterale sia eliminato entro tre giorni, sotto pena di interdetto.
L’altare
fuori dalla chiesa sia eliminato subito.
Non
si celebri nell’oratorio prima di aver adempiuto ai precedenti ordini.
Non
si facciano veglie nella chiesetta in occasione della sua festività, ma
la sera, all’ora dell’Ave Maria, essa venga chiusa; la sua chiave
sia conservata dal parroco.]
Non
sfuggirà qui un particolare, abbastanza adombrato nel suo senso proprio, ma
forse cruciale per interpretare la vicenda della piccola cappella campestre:
l’usanza aspramente censurata dai visitatori che a marcare la ricorrenza
annuale del 9 agosto fossero nundinæ
(mercati, fiere), ma soprattutto vigiliæ
et pernoctationes (veglie e pernottamenti) dentro la chiesa: consuetudini,
queste ultime, che paiono riconnettersi a riti ancestrali di origine pagana.
È in
questa atmosfera di ritualità popolari incontrollabili che presumibilmente si
innesta una iniziativa decisiva, assunta dai domenicani gestori del luogo nell’anno 1630, in concomitanza con la più
celebre, se non la più terribile, delle pestilenze.
Risulta
infatti che tra il 12 maggio e il 24 luglio di quell’anno il notaio di
Verolavecchia Gabriele Mazzetto fu incaricato dai padri di Scorzarolo di raccogliere alcune testimonianze di miracoli operati dalla
cosiddetta Madonnina di San Firmo, un dipinto murale esistente nella cappelletta,
forse proprio quello che campeggiava sull’altare esterno riprovato dal
Borromeo, come sembra dalla descrizione del secondo episodio prodigioso, quello
narrato da donna Laura Venturella.
L’atto
notarile, pur nel suo tono scarno di documento ufficiale, conserva una forte
impronta di ingenuità popolaresca, proponendosi quasi come una traduzione in
parole dei tipici ex-voto figurativi, menzionati del resto in alcuni degli
episodi, che dovevano un tempo tappezzare la chiesetta mariana, insieme agli
oggetti della vita quotidiana, che ricordavano i prodigi ottenuti dalla sacra
immagine. La limpidezza della narrazione e il carattere diretto del linguaggio
rendono il testo meritevole di una lettura senza interferenze di inutili
interpretazioni.
Al di
là dell’incantato sguardo devoto di umili popolani come di signori ricchi e
influenti, accomunati dalla fiducia nella potenza misteriosa del miracolo nei
frangenti della necessità, ciò che colpisce nel documento è la presenza di
alcune notevoli coincidenze. A cominciare dalla data: quel fatidico 1630, che
vide decimate dal contagio le nostre genti, senza riguardi per censo o posizione
sociale; e poi la presenza, anzi verosimilmente la commissione dei frati
domenicani del convento cittadino, nella cui residenza di Scorzarolo avvengono le deposizioni; e non ultime le già citate notizie
sulle stranissime pratiche pseudo-rituali, certo non cessate neppure dopo che il
cardinal Borromeo aveva fatto la voce grossa.
Tutte
queste coincidenze sembrano autorizzare un’ipotesi: i domenicani di Scorzarolo colsero un momento di angoscia collettiva (e forse anche una
rara occasione di ritrovarsi bloccati per lunghi mesi nel loro castello di campagna, dove fuggivano la fase acuta dell’epidemia) per
porre definitivamente argine alle pratiche eterodosse delle genti locali attorno
al sacello di San Firmo. Tratto lo spunto dalla presenza di un’icona mariana
sulla parete della cappella, la cosiddetta Madonnina di San Firmo, e dalla
memoria recente di alcuni prodigi ottenuti per sua intercessione, forse
riedificarono e ampliarono, certamente rinnovarono il titolo della chiesetta nel
nome della Vergine, sostituendo un culto accettabile e controllato a quello
spontaneo e incontrollabile della tradizione di San Firmo.
Anche
questa — ne siamo persuasi — è più deduzione che argomentazione
documentata. Ma, del resto, quanti dei culti adottati dal cristianesimo rurale
nell’età della prima evangelizzazione sottendevano alle origini, e sottesero
talvola fino all’età controriformistica, al di là della comune
consapevolezza, culti pre-cristiani facilmente travestiti, ad esempio, nelle
figure di santi guerrieri: Giorgio, Michele, Martino, Pancrazio, e così pure
Firmo (o Fermo), raffigurato talvolta come un soldato che inalbera un vessillo
con un vitello nel mezzo. Un’indagine in questa zona oscura del sentimento
religioso delle nostre terre sarebbe impervia, eppure di grande fascino per
l’argomento remoto e per le scoperte cui potrebbe condurre.
Riguardo
a San Firmo di Scorzarolo, però, dobbiamo fermarci all’inizio del
percorso, poiché non troviamo più menzionato il sacello col suo nome antico,
se non nel Faino,
che però, molto stranamente, nomina insieme anche l’oratorio della Madonnina:
“Oratorium B. V. Mariæ dictum la
Madonina in Villa Scorzaroli, de Iure Monasterij S. Dominici Brixiæ”
(oratorio della Beata Vergine Maria detto La Madonnina,
nel villaggio di Scorzarolo, alle dipendenze del monastero di San Domenico di Brescia): non è escluso che, per compilare il suo
inventario, si fosse riferito sia a fonti ufficiose contemporanee, sia ad altre
fonti ufficiali (ad esempio le visite pastorali) anteriori invece di qualche
decennio.
A
partire dal 1647 negli atti di visita la cappella viene invece definita oratorio
“Beatæ Virginis Mariæ” (della Beata
Vergine Maria).
Nel 1714 per la prima volta compare col suo epiteto oggi consueto: “la
Maddona chiamata Maddonina della Cava”, la definisce infatti il parroco
Pietro Paolo Pellegrino nella sua relazione; e tale rimane per il resto della sua
storia.
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