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Documenti

1511 novembre 30

Uberto Gambara è immesso in possesso della chiesa di S. Giacomo di Scorzarolo dal console locale Lorenzo Zilioli.  [pdf]

1520 febbraio 7

Angelo Ugoni è immesso in possesso della chiesa di S. Giacomo di Scorzarolo. Con elenco dei beni immobili di pertinenza del beneficio.  [pdf]

1540 gennaio 27

Angelo Ugoni, rettore di S. Giacomo di Scorzarolo, assume per un anno o più il prete Agostino Pellati come cappellano della chiesa.  [pdf]

1630 maggio 12

Testimonianze giurate circa sei miracoli di guarigione compiuti per intercessione della Madonnina di S. Firmo di Scorzarolo.  [pdf]

 

Scorzarolo

 

Le chiese di Scorzarolo

 

 di Tommaso Casanova

 

da CASANOVA, Tommaso, 1999, La memoria lunga. La parrocchia di Verolavecchia nelle visite pastorali dal ‘500 al ‘700, Verolavecchia, Parrocchia di Verolavecchia, pp. 35-44.

[pdf]

 

 

Anche le chiese di Scorzarolo hanno una loro storia antica e illustre da raccontare, altrettanto e forse più di quelle di Verolavecchia, benché gli atti delle visite pastorali non rendano loro sufficiente giustizia, probabilmente per il fatto che, essendo il territorio di Scorzarolo coi suoi luoghi di culto, per tutto il periodo a noi noto, dominio del potente convento domenicano di Brescia, non era facilmente assoggettabile ai sopraluoghi dei vescovi diocesani o dei loro emissari.

    Anzitutto occorre fare qualche precisazione sul progressivo passaggio di Scorzarolo in possesso dell’ordine domenicano. La fase più antica è difficilissima da definire, e al momento bisogna appoggiarsi a fonti bibliografiche non sempre perfettamente attendibili: si dice, ad esempio (e sarebbe la prima data certa), che Scorzarolo divenne proprietà del convento di San Domenico nel 1457 a seguito di un lascito testamentario di un certo nobile Testi o Cò.

    Di questo preziosissimo testamento, che sarebbe assai utile conoscere per intero, sopravvive oggi soltanto un misero lacerto, in data 24 gennaio 1487 (non 1457, dunque), ricopiato dalla mano dell’arciprete Semenzi nella prima pagina di un libro d’atti storici della parrocchia di Verolavecchia:

copia 1487

Reperitur in testamento condito per Dominum Ioannem de Testis de anno 1487 sub die 24 Ianuarij rogatum per Dominum Ioannem Franciscum della Turre Notarium, Inter alia Capitula Capitulum tenoris infrascripti Videlicet
Item pro ampliori honore Diuini Cultus et Salutis animarum et inductione ipsorum Fratrum dicti Conuentus ad studium sacrarum literarum prædictus Dominus Testator uoluit, iussit, et ordinauit quod adueniente dicta institutione, seu substitutione dicti Conuentus et Fratrum Sancti Dominici ut supra, quod dictus Conuentus seu Fratres eiusdem teneantur et debeant singulo anno perpetuis futuris temporibus tempore Quadragesimæ cessante legitimo impedimento mittere, seu mandare quatuor Prædicatores de dicto Ordine et Conuentu ad prædicandum et Officium prædicatoris exercendum terris et Villis Diecæsis Brixiæ prout melius cognouerint oportunum a facie ad terram de Scorzarolo, seu in Villis, terris, et Llocis circumuicinis onerando in hoc, et super hoc conscientiam prædictorum DDominorum Fratrum predicti Conuentus.

[Si trova scritto nel testamento dettato dal signor Giovanni Testi il 24 gennaio 1487, rogato dal signor Giovanni Francesco della Torre notaio, tra gli altri, un capitolo del seguente tenore:
Per maggior onore del culto divino e per la salvezza delle anime, e altresì per indurre i frati del convento bresciano allo studio della letteratura sacra, il testatore ha disposto che, una volta avvenuto il passaggio dei suoi beni al convento e ai frati di San Domenico di Brescia, i frati del convento siano tenuti per il futuro ogni anno in perpetuo, nel periodo quaresimale, in assenza di legittimo impedimento, a mandare quattro predicatori del loro ordine e convento ad adempiere l’ufficio di predicazione nei borghi e nelle cascine della diocesi di Brescia, come meglio riterranno opportuno, di fronte [?] al borgo di Scorzarolo e nei cascinali borghi e luoghi circostanti, e impone ciò come un obbligo di coscienza dei suddetti frati del convento di Brescia
.]
 

Come si vede, il frammento non è gran che esplicativo, e parrebbe riguardare solo marginalmente il territorio di Scorzarolo. Una specie di interpretazione ne offre lo stesso Semenzi nella sua relazione al vescovo per la visita del 1779:

So dalla particola del testamento Testa essere Caricato il Convento di Brescia di San Domenico di dovere mandare ogn anno quatro dè suoi fratti nel tempo di quaresima a quatro terre confinanti a Scorzarolo a farvi loffizio di predicatori, e predicarvi: a questo soddisfano per la nostra parrocchia di Virala Vecchia, e la Comunità gli somministra cento lire all’anno.

    In ogni caso, anche se non possediamo per intero il lascito di Giovanni Testi, sappiamo di sicuro che la sua donazione al convento domenicano riguardava i beni immobili del territorio, non la chiesa di San Giacomo e i rispettivi benefici, con le altre cappelle annesse. A questo proposito soccorrono in qualche modo gli atti delle visite pastorali cinquecentesche, con l’ausilio di un paio di documenti inediti di notevole portata.

 

San Giacomo

Una delle prime attestazioni certe che al momento possediamo sulla chiesa principale di Scorzarolo risale al 30 novembre 1511, e testimonia che a quella data il suo beneficio semplice era stato attribuito al giovane e potente prelato Uberto Gambara, agli inizi della sua brillante carriera ecclesiastica.

    Nemmeno dieci anni dopo, San Giacomo e le altre cappelle campestri di Scorzarolo a essa subordinate passarono nelle mani del canonico bresciano Angelo Ugoni, il quale ne aveva preso possesso a sua volta il 7 febbraio 1520, come documenta il superstite atto di investitura, ancor più prezioso del precedente poiché contiene allegato l’elenco delle proprietà del beneficio, difficili da attestare per altra via.

    Il canonico Giovanni Angelo Ugoni (poi negli atti seguenti identificato semplicemente come Angelo) era investito dunque di una cospicua prebenda, patronato familiare forse degli stessi Ugoni, e priva delle seccature della cura d’anime (simplex, semplice), come è più volte confermato nelle visite superstiti.

    Tale investitura, come d’abitudine per quei tempi, si configurava in una commenda: infatti, non solo non troviamo mai l’Ugoni residente per tutti i cinquant’anni del suo rettorato, ma neppure egli si muove il primo giorno per prendere possesso di persona del suo nuovo beneficio: in sua vece incarica un procuratore, certo Baldassarre Cavalli, che a nome del titolare riceve il possesso dal beneficiale della chiesetta don Girolamo Anzoni, probabilmente il cappellano salariato già a servizio del predecessore dell’Ugoni.

    Il rituale di immissione in possesso, come quello del Gambara nel 1511, è singolare e marcatamente realistico: rustico residuo di una civiltà ancestrale, dove sulla inconsistenza delle parole prevaleva il peso concreto delle cose, dove ‘prendere possesso’ significava prendere in mano, toccare con le mani ciò di cui si entrava in possesso, e dove la proprietà della terra e della casa era l’unico autentico segno della ricchezza, del potere, e persino del ruolo gerarchico nell’ambito della religione.

    Quindi, una volta immesso nel possesso a nome del nuovo rettore, in qualità di suo rappresentante il Cavalli designa i curatori delle proprietà dell’Ugoni in Scorzarolo: il prete Anzoni continuerà a essere cappellano della chiesetta, della quale riceve le chiavi; la casa annessa alla chiesa, visto che l’Ugoni non ha nessuna intenzione di risiedervi, viene affidata a certo Zoni amministratore di Vincenzo Bargnano, forse l’affittuale del beneficio; la casa in Verola Alghise invece viene consegnata a uno Scarpelli.

    Segue l’inventario degli immobili, tra cui spiccano la casa di Scorzarolo, nello spalto (spolto) a ridosso della fossa a mezzogiorno della chiesa, che non era certo quella settecentesca oggi esistente; poi la casa con cortivo in Verola Alghise, adiacente tra l’altro a una proprietà delle monache di Santa Caterina di Brescia. Quanto ai terreni, di cui non si danno le misure, dobbiamo rinunciare per il momento a ipotizzarne l’estensione, anche se la presenza spesso di due o più confinanti sul medesimo lato induce a ritenerli abbastanza estesi. Di fatto sono tutti situati nel territorio di Verola Alghise: un particolare che suggerisce riflessioni, soprattutto in riferimento all’esistenza nel ‘500 della importante cappella di San Giacomo annessa alla prepositurale di San Lorenzo; e ancor più alle argomentazioni circa il priorato cluniacense intitolato al medesimo santo, attestato nel territorio verolese tra XI e XII secolo. Finché però non sarà disponibile un repertorio preciso dei toponimi antichi e moderni della zona, sarà impossibile qualunque deduzione seria sulle vicende storiche delle proprietà terriere.

    Per ora ci dobbiamo accontentare di un prospetto sintetico degli immobili di San Giacomo di Scorzarolo, rimandando ad altro momento ricerche più approfondite:

 

n.

immobili

       

in Scorzarolo

1.

   casa nello spolto

 

nel paese di Verola Alghise

2.

   cortivo con miglioramenti, in contrada Illorum de Girellis et de Sachettis

 

nel territorio di Verola Alghise

3.

   terreno arativo e vitato, in contrada Zerese

4.

   terreno arativo, in contrada Zerese

5.

   terreno arativo e vitato, in contrada Martianorum

6.

   terreno arativo, in contrada la Plicera

7.

   terreno arativo e parte vitato, in contrada Có de sòc

8.

   terreno arativo e vitato, in contrada Sancti Iacobi

 

    Dopo l’investitura del 1520, si perdono le tracce del beneficio di San Giacomo fino al 1540, quando il 10 ottobre avvenne la prima delle visite pastorali documentate; il 27 gennaio di quello stesso anno l’Ugoni aveva assunto don Agostino Pellati quale nuovo cappellano per Scorzarolo, come appare dal contratto che fu steso allo scopo e che contiene le clausole del suo servizio.

    Ecco dunque gli impegni richiesti a un buon sacerdote per poter riscuotere la sua brava paga mensile: celebrare messa tutti i giorni, comportarsi (bontà sua) secondo la morale, andare d’accordo con la sua gente, ed eventualmente avvisare in anticipo quando non può dir messa.

    Agostino Pellati è in effetti il cappellano che figura dal verbale della visita Grisonio, nell’autunno successivo:

Intra limites dicte parrochialis Est beneficium simplex Sancti Iacobi de scorzarolo cuius rector Est Reuerendus dominus Angelus Vgonius qui habet de redditu ducatos septuaginta Et Est ibi capellanus presbiter Augustinus de pelatis qui tenetur quotidie celebrare ibi missam, Et ibi presens ostendit litteras ordinum suorum,

[Entro i confini della parrocchia di Verolavecchia esiste il beneficio semplice di San Giacomo di Scorzarolo; ne è rettore il reverendo don Angelo Ugoni, che riscuote un reddito di 70 ducati; cappellano della chiesa è don Agostino Pellati, che è tenuto a celebrarvi messa ogni giorno: si è presentato personalmente e ha mostrato i documenti delle sue ordinazioni.] 

    Nemmeno qui si dice quanto ricevesse il cappellano di salario; in compenso è dichiarata la rendita di 70 ducati (210 lire planet) del rettore, che sembra (ci si passi il sospetto) un tantino in ribasso rispetto al valore del beneficio, dichiarato di 900 lire nel 1572 (anche qui svalutato?), e poi balzato a ben 2000 lire, quando l’Ugoni non ne era più titolare ma vi aveva imposto un vitalizio di 1500 lire a proprio favore. Se si pensa che la parrocchia di Verolavecchia, anch’essa all’epoca gravata di commende, rendeva in quei decenni intorno alle 1200 lire planet per un centinaio di piò di terra, si può desumere per analogia valore ed estensione del beneficio di Scorzarolo.

    Per parte sua, il canonico Ugoni — come già rilevato — compare ancora rettore in carica nella visita del Bollani (1565), con un altro cappellano, a dire il vero piuttosto incompetente:

Dominus Presbiter Hieronymus de capitibus capellanus amouibilis in ecclesia predicta sine cura, nomine Reuerendi Domini Angeli Vgoni cum salario ducatorum XX cum onere celebrandi quotidie, ostendit literas tantum presbyteratus, reliquas dicit nunquam potuisse extrahere è manibus Domini Ioannis baptistæ Trappæ, et fuit ei iniunctum ut infra tres menses presentet officio Cancellariæ; examinatus, minus competenter respondit emat canisium, et accedat brixiam etcetera

[Il sacerdote don Girolamo Cò, cappellano amovibile nella chiesa senza cura di San Giacomo, a nome del reverendo don Angelo Ugoni, col salario di 20 ducati e l’obbligo di celebrare ogni giorno, ha mostrato i documenti soltanto dell’ordinazione al presbiterato; gli altri sostiene di non averli mai ricevuti dal signor Giovanni Battista Trappa cancelliere vescovile. Gli è stato ingiunto che entro tre mesi li presenti all’ufficio di cancelleria. Esaminato, ha risposto in maniera insufficiente: dovrà acquistare il catechismo del Canisio, e in seguito recarsi a Brescia per essere nuovamente esaminato.] 

    Il Pilati (1572) trova invece la chiesa di San Giacomo in mano ai nuovi proprietari, i frati di San Domenico:

Ecclesia Sancti Iacobi de scorzarolo, fratrum Sancti dominici reddit annuatim ducatos 300 et est unita monasterio Sancti dominici Brixiæ, cum onere celebrandi quotidie unam missam

[La chiesa di San Giacomo di Scorzarolo, dei frati domenicani, ha un reddito annuo di 300 ducati ed è unita al convento di San Domenico di Brescia, con l’obbligo di celebrarvi ogni giorno una messa.] 

    A questo punto non c’è più necessità di cappellani salariati: infatti d’ora in poi, si menziona talvolta la presenza in Scorzarolo di un frate sacerdote e di due laici, che comprensibilmente officiavano la chiesa, mantenevano la casa e gestivano la minuscola comunità cristiana del posto.

    Il reddito (300 ducati, 900 lire planet) appare ancora piuttosto limitato, forse perché è calcolato al netto della pensione dell’Ugoni, sulla quale abbiamo invece dettagliate informazioni dalla visita di san Carlo.

    In effetti, già il sub-delegato che precedette l’arcivescovo nel marzo 1580 aveva notato alcune anomalie nella situazione patrimoniale del beneficio di San Giacomo:

Ecclesia seu oratorium nuncupatum Sancti Iacobi loci de Scorzarolo fratrum sancti Dominici brixiæ per resignationem Reuerendi Domini Angeli Vgoni Canonici Brixiensis est parua sed pulchra Altare solum habet dotatum cum onere misse quottidianæ cui satisfit [!] frater paulus de durantis ordinis sancti Dominici. Redditus dicuntur esse librarum duarum mille monete brixiensis quæ percipiuntur a fratribus prædictis, cum pensione ducatorum quinque centum predicto Reuerendo Domino Angelo Vgono canonico. Sacristia adest suppellectili fere destituta. Anexum est castrum pro habitatione fratrum, nec non et foenile ac ædes rurales pro massarijs circumcirca dictam ecclesiam.

[La chiesa o oratorio intitolato a San Giacomo, nel paese di Scorzarolo, appartiene ai frati di San Domenico di Brescia per rinuncia del reverendo don Angelo Ugoni canonico di Brescia. È una chiesetta piccola ma bella; ha un solo altare dotato, con l’obbligo di una messa quotidiana, adempiuto dal domenicano fra Paolo Durante. Il reddito si dice ammonti a 2000 lire bresciane, riscosse dai frati di San Domenico, i quali versano una pensione di 500 ducati [= 1500 lire] al suddetto canonico don Angelo Ugoni. Esiste una sacrestia pressoché priva di arredi. Vi è annesso un castello per abitazione dei frati, nonché un fienile e caseggiati rurali per i massari, tutt’attorno alla chiesa.] 

    Rilevante l’apprezzamento per la chiesa “parva sed pulchra” (piccola ma bella), che indica forse un riattamento recente, dopo un abbandono di molti decenni, nonché la menzione del castrum (castello) dove risiedono i frati, che manifesta una condizione ancora identica a quella in cui si trovava il luogo nell’inventario del 1520.

    Quanto allo stato economico del beneficio, non può non colpire l’entità della pensione che l’Ugoni riserva per sé, pari a tre quarti delle entrate complessive. In realtà è un fenomeno abbastanza diffuso a quell’epoca di timide riforme e inveterati abusi, che un potente commendatario ecclesiastico abbandonasse qualcuna delle sue prebende, donandola a un ente particolarmente meritevole (ad esempio un convento), ma non senza la clausola di conservarsi una congrua porzione dei lauti introiti. Queste pensioni o riserve vitalizie, che talora interessavano la totalità delle rendite, liberavano per un verso il reservatario (o pensionario) che ne godeva dalle noie di adempiere gli obblighi dei suoi numerosi benefici, quando dal concilio di Trento fu imposta ai chierici beneficiati la residenza nelle chiese di loro titolarità. D’altra parte, in quel modo si conservavano intatti i privilegi economici del possesso, poiché con la riserva della pensione i vecchi titolari continuavano a godere, alle spalle dei nuovi, le entrate annue di molte prebende, delle quali ormai potevano approfittare senza ostacoli fino alla morte.

    Anche a Scorzarolo, come in molti altri luoghi, san Carlo dovrà intervenire di persona a ridimensionare le cose: ma chi pensasse che lo zelante arcivescovo abbia dato un taglio netto estromettendo il pensionario dal suo diritto acquisito, non sa che neanche il Borromeo poteva (né forse voleva) osare tanto contro la potente e radicata struttura feudale dei privilegi ecclesiastici. Si limita invece ad attenuare il disagio dei nuovi prebendati, i frati di San Domenico, imponendo al pensionario di versare una quota per la manutenzione e l’arredo della chiesetta di Scorzarolo:

Cum huius oratorij possessores, Rectoresue ex redditu illius annuo, quem percipi<un>t deducto onere pensionis impositæ, non satis habere compertum sit, unde, et unius sacerdotis, qui quottidie celebret, uitam sustentet, ac suppellectilem, ac alia ad cultum diuinum necessaria prouidere possit, auctoritate apostolica specialiter etiam dellegata decernitur, quod presbiter Angelus vgonus, cui super redditibus eiusdem ecclesiæ reseruata esse dicitur pensio ducatorum quinquecentum, ea omnia, et singula, quæ pro eiusdem ecclesiæ suppellectile, ac ornatu prouidendis mandantur ex fructibus eiusdem pensionis suppleat, erogando hoc anno 1580 scuta triginta, et deinde singulis annis scuta quindecim, donec ea omnia utsupra præscribitur præstita fuerint, quam peccuniarum summam singulis annis Rector aucthoritate huius decreti penes se retineat, ac cum interuentu, consensuue Vicarij foranei illam expendat in prædicta executione sub poena dupli, et alijs poenis arbitrio ordinarij

[Poiché è evidente che i frati domenicani possessori o rettori dell’oratorio di San Giacomo, dal reddito annuo che ne percepiscono, sottratto l’onere della pensione gravante a favore del canonico Ugoni, non traggono di che mantenere un sacerdote che vi celebri ogni giorno, e poter provvedere gli arredi e le altre cose necessarie al culto divino, per autorità apostolica speciale e delegata si decreta che il prete Angelo Ugoni, al quale si sa riservata una pensione di 500 ducati sopra i redditi della chiesa di San Giacomo, provveda con i frutti della sua pensione tutto ciò che si richiede per dotare la chiesa stessa dei necessari arredi, versando per il presente anno 1580 30 scudi, e in seguito ogni anno 15 scudi, finché tutto sia stato procurato; il rettore, per autorità di questo decreto, trattenga presso di sé ogni anno la prescritta somma di denaro e, con l’intervento e il consenso del vicario foraneo, la impieghi nell’esecuzione del decreto stesso, sotto pena del doppio, o altre pene a discrezione del vescovo diocesano.] 

    Dopo d’allora non si hanno più notizie sulla cappella del borgo di Scorzarolo, se non la semplice menzione, che si limita a confermare la sua esistenza.

    Bonaglia vorrebbe che nel ‘600 il titolo dell’oratorio fosse divenuto quello di san Vincenzo Ferreri, che è raffigurato insieme a san Domenico e san Pietro Martire nella piccola pala dell’unico altare; ma le visite pastorali non confermano in nessun modo la sua ipotesi, poiché, quando è nominata, la chiesa lo è sempre con l’antico titolo di San Giacomo.

    Di fatto, in un’epoca imprecisata del secolo XVIII, la chiesetta fu interamente ricostruita, forse nemmeno nella posizione originaria, ma la sua storia più recente dovrà attendere ancora un po’, prima di essere svelata del tutto.

 

San Firmo e la Madonnina della Cava

Anche le cappelle minori del territorio di Scorzarolo hanno una loro storia nebulosa e affascinante, al pari di quella di San Giacomo. Sarà perché la campagna di là dallo Strone fu sempre abbastanza isolata e solitaria; oppure perché come latifondo feudale passò in blocco da un dominatore all’altro, senza mai subire la frammentazione delle proprietà; di fatto essa rappresenta, rispetto al vicino territorio di Verolavecchia, una esperienza fortemente conservativa, una specie di fossile della storia, dove una lettura attenta e soprattutto una ricerca assidua, con un pizzico di fortuna, potranno individuare i segni residuali di un passato molto remoto.

    A proposito della chiesa campestre di San Pietro, e della sua misteriosa consorella cinquecentesca di San Quirico, abbiamo scritto recentemente, azzardando tra le righe l’eventualità che potesse essere quella di Scorzarolo piuttosto che l’omonima San Pietro di Verolavecchia la prima chiesa del territorio verolese, da cui in un secondo tempo si staccò la più fortunata, divenuta col tempo parrocchiale. È naturalmente una pura illazione, priva oggi (come probabilmente continuerà a esserlo in futuro) di qualsiasi riscontro documentario; ma porre ipotesi, e tanto più se discutibili, serve anche a verificare l’attendibilità delle certezze sempre provvisorie che si crede di avere.

    Non è il caso di riprendere qui le complesse e articolate argomentazioni a proposito di San Pietro di Scorzarolo, per cui rimandiamo a quella ricerca.

    Si può invece tentare di riallacciare le fila del discorso (in quella sede appena accennato) circa l’altro oratorio della campagna di Scorzarolo, ossia quel San Firmo, documentato tra il 1572 e il 1580, che confluì in seguito, come attestano tuttora i toponimi San Firmo lungo e corto dei terreni di fronte ad essa, nella nota chiesetta della Madonnina della Cava, unica superstite, assieme a San Giacomo, di tanta fioritura di oratori medievali.

    Anzitutto è escluso che si possa immaginare una confusione tra la chiesa di San Quirico, attestata nei documenti superstiti tra il 1537 e il 1549, e la cappella di San Firmo, la cui presenza è dichiarata dagli atti a partire dal 1572: e ciò per ragioni di carattere eminentemente storico, oltre che linguistico.

    Che San Firmo non sia menzionata prima di quella data, può dipendere dal fatto che era una semplice edicola, di quelle che i visitatori non prendevano mai in considerazione nei propri rapporti. Fu in seguito forse rimaneggiata, dopo la soppressione della vicina San Quirico, e acquisì la struttura e l’impiego di un oratorio, per cui cominciò a figurare nelle relazioni ufficiali. Di certo il sacello preesisteva alla sua prima menzione, poiché fin dal principio vi viene descritto come vetustum (vecchio), oltre che parvum e incongruum (piccolo e inadatto). L’attestazione è quella tracciata dal delegato del Borromeo (1580):

oratorium sancti firmi Campestre predictorum fratrum sancti Dominici paruum vetustum incongruum. Altaria duo habet non dotata. In eo celebratur die eius festo quo tempore ante Illud nundinæ fiunt, et in eo vigiliæ et pernoctationes habentur Altare est extra ecclesiam inornatum omnino.

[L’oratorio campestre di San Firmo, dei frati di San Domenico, è piccolo vecchio e inadeguato. Ha due altari privi di dotazione. Vi si celebra il giorno della sua festa (9 agosto). In tale occasione davanti alla cappella si tiene una fiera e dentro di essa si fanno veglie e vi si passa la notte. Fuori dalla chiesa c’è un altare del tutto disadorno.] 

    Questa descrizione concorre a delineare la scialba immagine che ci resta della antica cappella, insieme con le disposizioni che prese l’arcivescovo di Milano al momento della sua visita apostolica alcuni mesi dopo:

In oratorio Sancti firmi campestre

Oratorium ad meliorem formam, et ornatum reducatur, et ei contignatio adhibeatur.
Altare maius, quod nimium angustum est, ad formam reducatur, muroque adhereat, et cancellis sepiatur eique prouideatur de lapide sacrato,
Altare Laterale tollatur, infra triduum sub poena interdicti,
Altare extra ecclesiam tollatur statim,
Ne in eo oratorio celebretur, antequam hæc præstita sint.
Ne vigiliæ in eo fiant tempore eius festiuitatis, sed vesperi sub hora salutationis Angelicæ oratorium claudatur, cuius clauim teneat parochus

[Nell’oratorio campestre di San Firmo

L’oratorio sia adeguatamente restaurato e decorato e vi si ponga un assito.
L’altare maggiore, che è troppo piccolo, sia portato alla forma regolamentare e sia saldato alla parete; sia cintato con un cancello e provvisto di pietra sacra.
L’altare laterale sia eliminato entro tre giorni, sotto pena di interdetto.
L’altare fuori dalla chiesa sia eliminato subito.
Non si celebri nell’oratorio prima di aver adempiuto ai precedenti ordini.
Non si facciano veglie nella chiesetta in occasione della sua festività, ma la sera, all’ora dell’Ave Maria, essa venga chiusa; la sua chiave sia conservata dal parroco
.]
 

    Non sfuggirà qui un particolare, abbastanza adombrato nel suo senso proprio, ma forse cruciale per interpretare la vicenda della piccola cappella campestre: l’usanza aspramente censurata dai visitatori che a marcare la ricorrenza annuale del 9 agosto fossero nundinæ (mercati, fiere), ma soprattutto vigiliæ et pernoctationes (veglie e pernottamenti) dentro la chiesa: consuetudini, queste ultime, che paiono riconnettersi a riti ancestrali di origine pagana.

    È in questa atmosfera di ritualità popolari incontrollabili che presumibilmente si innesta una iniziativa decisiva, assunta dai domenicani gestori del luogo nell’anno 1630, in concomitanza con la più celebre, se non la più terribile, delle pestilenze.

    Risulta infatti che tra il 12 maggio e il 24 luglio di quell’anno il notaio di Verolavecchia Gabriele Mazzetto fu incaricato dai padri di Scorzarolo di raccogliere alcune testimonianze di miracoli operati dalla cosiddetta Madonnina di San Firmo, un dipinto murale esistente nella cappelletta, forse proprio quello che campeggiava sull’altare esterno riprovato dal Borromeo, come sembra dalla descrizione del secondo episodio prodigioso, quello narrato da donna Laura Venturella.

    L’atto notarile, pur nel suo tono scarno di documento ufficiale, conserva una forte impronta di ingenuità popolaresca, proponendosi quasi come una traduzione in parole dei tipici ex-voto figurativi, menzionati del resto in alcuni degli episodi, che dovevano un tempo tappezzare la chiesetta mariana, insieme agli oggetti della vita quotidiana, che ricordavano i prodigi ottenuti dalla sacra immagine. La limpidezza della narrazione e il carattere diretto del linguaggio rendono il testo meritevole di una lettura senza interferenze di inutili interpretazioni.

    Al di là dell’incantato sguardo devoto di umili popolani come di signori ricchi e influenti, accomunati dalla fiducia nella potenza misteriosa del miracolo nei frangenti della necessità, ciò che colpisce nel documento è la presenza di alcune notevoli coincidenze. A cominciare dalla data: quel fatidico 1630, che vide decimate dal contagio le nostre genti, senza riguardi per censo o posizione sociale; e poi la presenza, anzi verosimilmente la commissione dei frati domenicani del convento cittadino, nella cui residenza di Scorzarolo avvengono le deposizioni; e non ultime le già citate notizie sulle stranissime pratiche pseudo-rituali, certo non cessate neppure dopo che il cardinal Borromeo aveva fatto la voce grossa.

    Tutte queste coincidenze sembrano autorizzare un’ipotesi: i domenicani di Scorzarolo colsero un momento di angoscia collettiva (e forse anche una rara occasione di ritrovarsi bloccati per lunghi mesi nel loro castello di campagna, dove fuggivano la fase acuta dell’epidemia) per porre definitivamente argine alle pratiche eterodosse delle genti locali attorno al sacello di San Firmo. Tratto lo spunto dalla presenza di un’icona mariana sulla parete della cappella, la cosiddetta Madonnina di San Firmo, e dalla memoria recente di alcuni prodigi ottenuti per sua intercessione, forse riedificarono e ampliarono, certamente rinnovarono il titolo della chiesetta nel nome della Vergine, sostituendo un culto accettabile e controllato a quello spontaneo e incontrollabile della tradizione di San Firmo.

    Anche questa — ne siamo persuasi — è più deduzione che argomentazione documentata. Ma, del resto, quanti dei culti adottati dal cristianesimo rurale nell’età della prima evangelizzazione sottendevano alle origini, e sottesero talvola fino all’età controriformistica, al di là della comune consapevolezza, culti pre-cristiani facilmente travestiti, ad esempio, nelle figure di santi guerrieri: Giorgio, Michele, Martino, Pancrazio, e così pure Firmo (o Fermo), raffigurato talvolta come un soldato che inalbera un vessillo con un vitello nel mezzo. Un’indagine in questa zona oscura del sentimento religioso delle nostre terre sarebbe impervia, eppure di grande fascino per l’argomento remoto e per le scoperte cui potrebbe condurre.

    Riguardo a San Firmo di Scorzarolo, però, dobbiamo fermarci all’inizio del percorso, poiché non troviamo più menzionato il sacello col suo nome antico, se non nel Faino, che però, molto stranamente, nomina insieme anche l’oratorio della Madonnina: “Oratorium B. V. Mariæ dictum la Madonina in Villa Scorzaroli, de Iure Monasterij S. Dominici Brixiæ” (oratorio della Beata Vergine Maria detto La Madonnina, nel villaggio di Scorzarolo, alle dipendenze del monastero di San Domenico di Brescia): non è escluso che, per compilare il suo inventario, si fosse riferito sia a fonti ufficiose contemporanee, sia ad altre fonti ufficiali (ad esempio le visite pastorali) anteriori invece di qualche decennio.

    A partire dal 1647 negli atti di visita la cappella viene invece definita oratorio “Beatæ Virginis Mariæ” (della Beata Vergine Maria). Nel 1714 per la prima volta compare col suo epiteto oggi consueto: “la Maddona chiamata Maddonina della Cava”, la definisce infatti il parroco Pietro Paolo Pellegrino nella sua relazione; e tale rimane per il resto della sua storia.

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010