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Verolavecchia

 

 Le chiese di Verolavecchia

 

di Tommaso Casanova

 

da CASANOVA, Tommaso, 1999, La memoria lunga. La parrocchia di Verolavecchia nelle visite pastorali dal ‘500 al ‘700, Verolavecchia, Parrocchia di Verolavecchia, pp. 35-44.

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A questo punto possiamo entrare nel vivo delle questioni relative a Verolavecchia, e vi entriamo — per dir così — dalla porta principale: le sue chiese.

    Non è la prima volta che se ne scrive; e del resto non è probabilmente questa la sede per affrontare in modo sistematico e completo lo sviluppo storico di quelle che sono insieme le costruzioni e le istituzioni più decisive per Verolavecchia, come del resto lo sono per qualsiasi altro paese, nella storia degli ultimi dieci secoli.

    Si vorrebbe solo evitare di compilare doppioni, fotocopiando e riciclando quanto è stato già detto con miglior competenza e cognizione da chi ne sa di più (già troppi testi di storia locale si impegolano purtroppo in simili imprese); ma non pare nemmeno il caso di imbarcarsi in ricerche inedite e gravose, promettenti forse quanto a prospettive, e tuttavia al momento premature.

    Sembra dunque opportuno darsi questa linea: partendo dalle informazioni più o meno note delle visite pastorali (che sono del resto il tema del lavoro), evidenziare le eventuali acquisizioni nuove rispetto agli studi precedenti, integrandole dove possibile con qualche documento emerso nel frattempo, senza tuttavia la pretesa di esaurire gli argomenti con soluzioni accertate e definitive.

    La documentazione esistente, infatti, è piuttosto vasta e ancora in gran parte da analizzare, o anche semplicemente da sondare: sarebbe dunque presuntuoso voler trarre subito conclusioni, che potrebbero essere rapidamente smentite da carte che magari si hanno già in mano, ma non si è ancora avuto tempo e modo di leggere con la dovuta attenzione.

    Proprio per questo motivo, preferiamo rinviare ad altra occasione uno studio sulle chiese di San Rocco e della disciplina e sulle confraternite che le officiavano, ognuna delle quali, per la qualità e quantità delle documentazioni disponibili, meriterebbe una pubblicazione a sé. Per ora il lettore si accontenterà, in proposito, di riferirsi ai testi già pubblicati, ai quali lo rimandiamo con piena fiducia. Qui invece tenteremo di affrontare, pur come detto senza pretesa di esaurire le questioni, alcuni problemi relativi alle due chiese intitolate a San Pietro in Verolavecchia e, nel successivo capitolo, a San Giacomo e alla Madonnina della Cava di Scorzarolo.

 

La ‘seconda’ chiesa di San Pietro

A questo proposito occorre subito sgombrare il campo da alcuni equivoci, che si sono radicati nel tempo e, come spesso accade, si sono palleggiati da un autore all’altro, senza la mediazione di una riflessione critica.

    Anzitutto è fuor di dubbio che, come si sostiene ormai comunemente, la chiesa originaria di Verolavecchia fosse situata ai margini dell’abitato, in località San Péder, alla confluenza di una antica strada proveniente dalla pieve di Quinzano, che sorgesse sul rialzo del terreno oggi occupato dalla omonima santella, e che avesse un orientamento est-ovest opposto a quello attuale. Un po’ meno ovvia forse la certezza della fondazione longobarda, intorno ai secoli VII-VIII, di questa che chiameremo la prima chiesa parrocchiale di Verolavecchia; ma la specifica questione della sua origine non ha gran rilevanza per le argomentazioni in questo punto.

    Nessun problema, a maggior ragione, nemmeno a proposito della chiesa parrocchiale attuale, la terza, pure dedicata a San Pietro, realizzata nel periodo tra il 1753 e il 1768, e completata con le ultime finiture nei primi anni ‘80 dello stesso secolo: sulle sue vicende storiche ed edilizie sono state scritte pagine ineccepibili alcuni anni or sono.

    L’incertezza diffusa riguarda invece le vicende della chiesa intermedia, la seconda, che dovrebbe essere quella documentata appunto dalle visite pastorali qui esaminate, almeno quelle precedenti alla metà del ‘700.

    Cerchiamo di sintetizzare i termini del problema, che in realtà si riducono a poca cosa.

    Il Bonaglia, al quale fondamentalmente si deve l’equivoco, fin dal suo primo scritto sulle chiese del verolese, dopo aver tentennato un poco tra i concetti di chiesa e parrocchia, di pieve e cappella dipendente, ed aver riportato senza un commento un paio di fonti quanto meno meritevoli di molta cautela come il Cocchetti e soprattutto il Marini, argomenta le sue ipotesi sulla collocazione della primitiva chiesa di San Pietro, e quindi si appoggia a una pagina del verbale Bollani, traendone la convinzione che in quel momento a Verolavecchia fosse in costruzione la chiesa nuova e che, per conseguenza, la chiesa visitata dal vescovo fosse ancora quella primitiva, vecchia e cadente.

    La pagina che persuade il Bonaglia in questa sua convinzione, è l’atto notarile con cui il 25 settembre 1565, nel palazzo del cardinale Gian Francesco Gambara in Verola Alghise, i rappresentanti del comune di Verolavecchia davanti al vescovo visitatore Bollani sancivano la volontà di contribuire al completamento della chiesa parrocchiale di San Pietro, a condizione che vi contribuisse almeno per la metà anche il rettore don Ippolito Dati, che ne godeva il redditizio beneficio.

    A dire il vero, nessuna affermazione dell’atto in esame giustifica l’impressione che la chiesa parrocchiale di Verolavecchia in quel momento fosse altra da quella stessa di cui si auspicava il completamento edilizio. Anzi, le espressioni utilizzate per alludere ai lavori da farsi all’edificio sono piuttosto chiare: i municipali manifestano infatti il desiderio che «ecclesia parrochialis dictæ eorum Terræ ad laudem et gloriam omni potentis Dei et Sancti Petri ad perfectionem perducatur» [la chiesa parrocchiale del loro paese sia portata a compimento a lode e gloria di Dio onnipotente e di San Pietro]; si offrono spontaneamente di anticipare la metà della spesa necessaria «in reducendo dictam fabricam et ecclesiam ad perfectionem et in laudabilem formam» [a portare l’edificio della chiesa a compimento in forma decorosa]; pretendono che il rettore contribuisca per l’altra metà e «dictam ecclesiam perficere faciat» [faccia completare la chiesa]; e ancora chiedono che il vescovo in persona «ipsum rectorem arctet et coget ad dictam fabricam ecclesie perficiendam» [costringa il rettore a terminare la costruzione della chiesa].

    Per di più, un particolare non può sfuggire neppure a chi replica per inerzia l’argomento della vecchia chiesa in rovina. Tra le ordinanze disposte dal Bollani, nella sua stessa visita, per la chiesa parrocchiale di San Pietro, spicca la seguente: «Fiant alij duo fornices ad tectum ecclesiæ quia desunt» [si facciano altre due coperture a volta al soffitto della chiesa, poiché mancano].

    Non pare dubbio che si tratti della chiesa parrocchiale in uso, quella ispezionata dal convisitatore del vescovo, il canonico Cavalli, non di una presunta vetusta chiesa decrepita, né tantomeno di un edificio in costruzione; ed è una chiesa che, benché già pienamente attiva all’atto della visita (1565), necessitava ancora di importanti interventi edilizi, di un consistente completamento: un’immagine che ben si concilia, appunto, con le richieste avanzate dalla pubblica amministrazione in occasione dell’udienza vescovile.

    Del resto, la qualità e l’urgenza dell’intervento edilizio sono confermate dalla insistenza con cui viene ribadita la disposizione nei documenti degli anni successivi. Il Pilati stranamente non ne fa cenno, pur tra numerose imposizioni relative a interventi di qualche impegno; ma in compenso il Caprioli, il 7 agosto 1573, osservava:

Resta de importanza a fabricar le duoi uuolti dela chiesa ma non hauendoli il rettor non li ho potuto ragionarli ben intendo che quelli homini del comune al presente si trouano molto grauati di spese corse pur quando il rettor fussi prouisto dela parte sua et essi sarebeno

    I “duoi vuolti” non sono ancora stati realizzati; ma il rettore della chiesa è assente, e gli amministratori pubblici non reperiscono i fondi per continuare i lavori; tuttavia, nel caso che il rettore versasse, come doveva, la sua quota («quando il rettor fussi provisto dela parte sua»), non si tirerebero indietro («et essi sarebeno»).

    Si conferma così che la situazione non era mutata dal tempo della visita Bollani; come non lo era ancora due anni dopo, il 5 luglio 1575, per attestazione del Bovilla, che già abbiamo visto sollecitare il devotissimo (a suo dire) rettore don Tarquinio Dati:

ho poi visitato la chiesa di virola uechia, et gli ho dato termine vn mese a Compir li suoi bisogni, et massime per far la sacræstia, quanto poi alla chiesa in far due uolte, fare finestre honoreuoli, solar la chiesa Imbianchirla, tutto questo si fara al debito tempo prefisso da esso Monsignor Reuerendissimo.

Anche qui ritorna la necessità di «far due volte» della chiesa, che appaiono dunque ancora da costruire. Mentre sembra quasi tutto perfettamente a posto all’atto della visita del Borromeo; così infatti il sub-delegato Agostini descriveva la chiesa maggiore di Verolavecchia: «est consecrata ampla» [è consacrata e ampia], e ne decantava le altre egregie qualità.

    Stupisce comunque che l’Agostini definisse ampia la chiesa di San Pietro, visto che solo vent’anni dopo, nel 1599, il vescovo Marino Giorgi, suggeriva di costruire una nuova cappella per il battistero «propter Ecclesiæ angustiam» [per la ristrettezza della chiesa]. Ma, si sa, i concetti di grande e piccolo (e non solo quelli, del resto) sono tra i più esposti a interpretazioni soggettive. E, dopo tutto, il fatto che la chiesa parrocchiale non fosse molto capiente è il presupposto della decisione di rifare totalmente l’edificio, come avvenne appunto nella seconda metà del secolo XVIII.

    Ora dovrebbe essere sgombrato il campo dal primo equivoco relativo alla chiesa parrocchiale di Verolavecchia: come si è visto, gli atti superstiti non costringono a immaginare che il Bollani, o chi per lui, abbia ispezionato l’antichissima chiesa di San Pietro, mentre nel frattempo ci sarebbe stata un’altra chiesa in costruzione, completata e resa praticabile solo dopo il 1565 (o addirittura dopo il 1580).

    Non ostacolano la nostra obiezione le descrizioni dell’edificio contenute nel verbale Bollani, che sono state interpretate come segni dello “stato miserando” della decrepita cappella longobarda [14], ma che possono anche essere lette semplicemente come le condizioni di un edificio abbastanza recente e affatto praticabile, benché privo di essenziali finiture. E, in fondo, per chi abbia sfogliato in lungo e in largo le relazioni pastorali del Bollani o dei suoi colleghi, le magagne della chiesa di Verolavecchia non appaiono poi tanto più gravi di quelle delle varie chiese principali o sussidiarie in tutti i paesi dei dintorni a quell’epoca.

    Insomma: la chiesa di San Pietro in Verolavecchia nel 1565 era certamente già quella che abbiamo definito la seconda parrocchiale.

    Il problema non è tuttavia ancora pienamente risolto, poiché rimangono aperti almeno due importanti interrogativi: a quando risale la costruzione di questa seconda chiesa di San Pietro, e che ne era stato della primitiva cappella parrocchiale di presunta fondazione longobarda.

    Alla prima questione hanno fornito una risposta abbastanza precisa e documentata gli autori del volume sulle chiese di Verolavecchia, pur non cogliendo appieno la portata delle loro stesse argomentazioni. Infatti, affrontando il tema dell’edificio anteriore alla chiesa settecentesca [15], rilevano la presenza, adiacente al presbiterio della chiesa attuale verso nord, di una cappella di impostazione architettonica e decorazione goticheggiante, e ne attribuiscno la costruzione “alla fine del ‘400 o ai primissimi anni del ‘500”: essa sarebbe «quanto resta del presbiterio della precedente parrocchiale», ossia appunto la seconda chiesa di San Pietro.

    Giustamente, secondo gli autori, quell’edificio non poteva essere stato realizzato prima della fine del secolo XV, per via del suo orientamento nord-sud, che contraddice la rigorosissima consuetudine liturgica cristiana di imporre ai luoghi di culto un allineamento est-ovest, con la facciata sempre a occidente: una regola che non venne praticamente mai violata se non dall’ultimo ‘400.

    Dunque si conferma anche per tale via che la chiesa esistente nel 1565 (e nel 1540) doveva essere proprio quella che aveva come presbiterio l’odierna cappella settentrionale, benché dopo quasi un secolo dalla sua fondazione, fosse ancora lungi dall’essere completata. In ogni caso, questa ricostruzione cronologica coincide pressoché totalmente con l’ipotesi avanzata in precedenza, aggiungendovi una più precisa delimitazione temporale.

    Ciò che rimane in dubbio è invece il ruolo della prima chiesa di San Pietro, quella attribuita al secolo VIII in località San Péder, a proposito della quale anche lo studio sopra menzionato mostra qualche incertezza, soprattutto nell’ipotizzare una conservazione del vetusto oratorio almeno fino al 1703, quando, per ordine del vescovo Marco Dolfin, sarebbe stato definitivamente demolito e poi rifatto nella forma attuale.

    Ora, il dato che si oppone maggiormente al sostegno di questa ipotesi è l’assenza di qualunque indicazione anche indiretta sulla antica chiesa di San Pietro in tutti gli atti di visita, anche quelli più dettagliati e completi, fino al 1647.

    In effetti, stando le cose come si è suggerito sopra, ci si aspetterebbe fin dall’inizio del ‘500 la compresenza in Verolavecchia di due chiese, entrambe col titolo di San Pietro: la nuova parrocchiale nella sede attuale, e la vecchia in contrada di San Péder. Invece le carte ufficiali, che menzionano quasi sempre con estrema diligenza tutte le chiese degli abitati e delle campagne, anche quando sono abbandonate da lungo tempo o diroccate, non fanno mai parola di due San Pietro, ma sempre solo della parrocchiale.

    È pur vero che un argomento e silentio (ossia basato sulla assenza di documentazione) non è mai prova certa della non esistenza dell’oggetto; e, d’altro canto, non può essere nemmeno indizio della sua esistenza. Dobbiamo quindi ritenere che una chiesa vera e propria di San Pietro, nel luogo dell’antica, non esistesse più, almeno dal 1540, data della prima delle visite documentate.

    Occorre aggiungere, però, che il toponimo «contrata Sancti Petri veteris» [contrada di San Pietro vecchio], riferito alla località San Péder, è documentato nell’inventario dei beni parrocchiali del 1576, che è invero piuttosto tardivo rispetto alla costruzione della seconda chiesa, ma attesta una consuetudine di denominazione popolare comunque perdurante anche nel periodo in cui la chiesetta alto-medievale non è in alcun modo segnalata. In altre parole, benché non fosse probabilmente più presente nulla, o quasi, del primitivo oratorio, la gente del posto continuava a chiamare il luogo dove esso sorgeva col nome di “San Pietro vecchio”, manifestando in tal modo la persistenza della tradizione, anche per le generazioni successive, che non l’avevano mai visto.

    Si può dunque supporre, non senza accettabile verosimiglianza, che il vetustissimo tempio, ormai isolato rispetto allo sviluppo urbanistico del paese, sia stato abbattuto in occasione della realizzazione della seconda parrocchiale, verso la fine del ‘400, per poterne reimpiegare i materiali di recupero nel nuovo edificio, più consono per ampiezza e localizzazione alle mutate esigenze della comunità.

 

L’oratorio di San Pietro vecchio

Se si osserva che un tempo (oggi pare non lo sia più) era norma rigorosa onorare il luogo dove sorgeva una antica chiesa soppressa, segnalandone la remota presenza mediante un capitello (cippo) o un’edicola, non sarà lontano dal vero immaginare che sul posto della primitiva cappella di San Pietro doveva essere stata posta subito, al momento della demolizione, una specie di santella, forse già orientata verso est, dalla parte del centro abitato.

    In tal senso si comprenderebbe anche il silenzio degli atti curiali sul sacello campestre, visto che quasi mai i visitatori annotavano nei loro verbali la presenza delle pur numerosissime e spesso molto antiche santelle del territorio, limitando la loro attenzione ai luoghi chiusi, benché talora assai angusti, probabilmente perché solo nei luoghi chiusi poteva essere consentita, con tutte le dovute cautele, la celebrazione più o meno regolare delle messe.

    E del resto in una delle visite, quella del Chinelli nel 1657, si usa appunto il termine capitellum per alludere alla minuscola chiesetta di San Pietro vecchio sorta nel frattempo, di cui risulta anche sussistere una rudimentale amministrazione finanziaria:

Ceciliam Corsinam teneri restituere libras 75 paruas uti debitas uirtute Eleæmosinarum, quæ iam administrabantur à quondam Reuerendo domino Bernardino Corsino de iure Capitelli, siue Capellæ Sancti Petri Veteris nuncupati, teneri etiam ad soluendum libras 29 paruas etc pro beneficio organi constructi, quæ libræ oblatæ fuerunt, et extractæ, ex capsula per dictum Reuerendum Corsinum administrata, et prout de dictis obligationibus constat ex annotatione eius manu facta in quodam libro per manum publicam extracto.

[Cecilia Corsina è tenuta a restituire 75 lire piccole dovute per conto delle offerte che erano amministrate dal defunto reverendo don Bernardino Corsino, di pertinenza del capitello o santella detta di San Pietro vecchio; è tenuta altresì a rifondere 29 lire piccole, destinate alla costruzione dell’organo, ossia l’ammontare delle offerte tolte dalla cassetta amministrata dal suddetto reverendo Corsino: tali obblighi risultano da una annotazione di mano del Corsino, contenuta in un registro legalmente autenticato.

    È dunque forse una modesta edicola campestre che, dalla fine del ‘400, si assunse il compito di perpetuare il titolo di San Pietro vecchio; almeno, fin quando nel 1609 un devoto sacerdote locale, don Paolo Lama, pensò di por mano con il soccorso delle elemosine a una ristrutturazione dell’edificio, che venne probabilmente ampliato e chiuso sul davanti, per poter ospitare almeno di tanto in tanto qualche funzione religiosa.

    Attestazione di questo intervento è offerta dall’iscrizione in cotto tornata alla luce sul frontone dell’odierna cappella negli ultimi restauri del giugno 1997:

pre • pavol • l(ama)
adi • 21
magio
1609
rovan • b
FATTO
D(e) • LIMOS
ina

     La quinta riga è per ora troppo ardua da interpretare, ma il cognome del prete Pavol Lama (o Lami) è ricavabile per via indiretta dall’elenco dei sacerdoti attivi in Verolavecchia nel 1599:

Reuerendus Presbiter Paulus de lamijs de Virola predicta. de legittimo matrimonio procreatus. ætatis annorum 39: ostendit litteras suorum ordinum fuit promotus ad titulum Patrimonij obtinet simplicem sine cura Ecclesiam sancti Rocchi in dicta terra annui redditus librarum quinquaginta planet. Examinatus fuit admissus ad audiendas reconciliationes per totum mensem augusti proximi ut supra.

[Il reverendo prete Paolo Lama di Verolavecchia, nato da legittimo matrimonio, di 39 anni; ha mostrato i documenti delle sue ordinazioni; è dotato di patrimonio personale. È titolare del beneficio semplice senza cura della chiesa di San Rocco in Verolavecchia, con un reddito annuo di 50 lire planet. Esaminato, è stato ammesso ad ascoltare le confessioni fino al prossimo mese di agosto.] 

    Del resto, né prima né dopo sono attestati altri sacerdoti di nome Paolo e di cognome iniziante per ‘L’ all’infuori di lui.

    L’«Oratorium Sancti Petri Apostoli ubi alias erat Parochialis; unicum Altare habens» [oratorio di San Pietro apostolo dove un tempo era la parrocchiale, con un solo altare], visitato dal vescovo Marco Morosini il 29 settembre 1647, era appunto questa recente cappella del 1609, che non figurava nelle visite Serina (1624) e Giustiniani (1637), verosimilmente perché continuava a essere ritenuta dai visitatori niente più che una semplice santella; oppure perché quelle visite erano condotte sulla stretta falsariga delle precedenti, dove la chiesetta non era contemplata; o ancora perché non consideravano le chiese campestri (nel 1637, infatti, non è nominata nemmeno la chiesa di San Vito, che pure non manca mai nelle altre visite).

    A partire dal 1647, invece, la chiesetta di San Pietro vecchio viene sempre menzionata dai visitatori (tranne dall’Ottoboni nel 1663, per ragioni non diverse da quelle elencate sopra), e definita un po’ pomposamente come fosse stata proprio quella l’antica parrocchiale.

    Sembra chiaro, dunque, che l’edificio impietosamente condannato all’abbattimento dal Dolfin nel 1703 fosse non quanto rimaneva della prima parrocchiale medievale, ma la seicentesca cappella di don Paolo Lama. Nel verbale della visita si accenna anche a un cimitero attorno a essa:

In Oratorij [!] Sancti Petri Apostoli.

Oratorium istud cum sit penes dirutum, et de omnibus ad Sacrum necessarijs destitutum, uel infra annum restauretur, aliter destruatur

 In Cæmeterio

Cæmeterium muniatur cancellis ligneis strictis, et altis. || ad impedienntum [!] animalium cuiusque generis ingressum.
Recidantur Arbores, et herbe si que sunt ibique combuste remaneant, et hoc unius Anni spatio aliter Cæmeterium ipsum suspensum intelligatur.

[Nell’oratorio di San Pietro apostolo

Questo oratorio, poiché è quasi diroccato e privo di tutto il necessario per la celebrazione della messa, venga restaurato entro un anno, altrimenti sia demolito.

Nel cimitero

Il cimitero sia dotato di uno steccato di legno stretto e alto, per impedire l’ingresso di qualunque genere di animali.
Si abbattano gli alberi; le erbe, se ve ne sono, vengano bruciate sul posto: ciò entro un anno, altrimenti il cimitero si consideri sospeso
.]
 

    La presenza del cimitero è forse l’informazione più interessante poiché, insieme alla notizia di antiche proprietà del beneficio nella zona circostante contenuta nell’inventario del 1576, confermerebbe l’originaria dignità parrocchiale del luogo; anche se, però, il totale silenzio sul cimitero fino al primo ‘700 potrebbe far pensare a una sua fondazione (o rifondazione) assai più recente, forse in occasione di qualche pestilenza del secolo prima.

    Un’ultima informazione non di secondo piano ci offre la ricca relazione di don Francesco Semenzi (1779) alludendo, in maniera a dire il vero alquanto velata, a un dissidio tra la parrocchia e l’amministrazione comunale circa il possesso e la gestione dell’antico luogo di culto:

L oratorio o sia capella di Sant Pietro antica parrocchiale con cimiterio vecchio senza obbligo alcuno di messe: e vi si celebrano solamente alcune <messe> per divozione; quale e stato levato al parroco mio antecessore dalla Communità o sia da alcuni auuersari del parroco, sebbene egli ne abbia sempre avuto la direzione e gouerno senza contradiz<io>ne. la qual capella merita di essere ridotta alla douta forma dalli decreti di Sua Eccellenza Vescovo Padrone, come pure il cemitero.

    Al di là del giudizio di parte dell’arciprete, che considera abusive le pretese pubbliche sulla cappella, e comunque fa riferimento semplicemente al suo predecessore don Maurizio Butturini, ossia agli anni 1735-1768, le rivendicazioni municipali potrebbero alludere in qualche modo alla antica autorità che gli homines, ossia gli esponenti del comune locale, avevano sui luoghi di culto del territorio, in particolare sulla chiesa principale.

 

Le altre chiese

Del resto, segnali precisi della responsabilità municipale sulle chiese del paese, oltre che nella vertenza per il completamento della seconda parrocchiale, sono evidenti in varie visite pastorali, e riguardano ad esempio il giuspatronato sulla chiesa di San Rocco, esercitato dalla pubblica amministrazione tramite la scuola del Corpus Domini, e la proprietà diretta della chiesa di San Vito. E il problema della giurisdizione civica sulle istituzioni ecclesiastiche locali fino all’età rivoluzionaria e napoleonica è, per Verolavecchia come per tutte le terre del circondario, problema spinoso e intrigante, visto che in esso si inquadra il rapporto tra le due istituzioni preponderanti nella storia dei nostri paesi tra il X e il XIX secolo, e in parte anche nel XX.

    Ma abbiamo già avvertito che non proporremo in questa sede ricerche dettagliate sulle chiese minori di Verolavecchia, le quali meritano altro tempo e spazio, adeguati al ruolo delle istituzioni stesse e all’importanza della documentazione sopravvissuta.

    Tuttavia, essendo questo libro dedicato alla ricognizione sistematica delle visite pastorali, sembra opportuno introdurre la lettura della lunga sequela di atti curiali, offrendo almeno un panorama sintetico dei dati da essi ricavabili.

    I prospeti che seguono riportano per ogni chiesa di Verolavecchia e di Scorzarolo un segno in corrispondenza delle visite in cui essa viene esplicitamente menzionata; in qualche caso è indicato tra parentesi il numero degli altari, ove sia possibile ricavarlo direttamente o indirettamente dagli atti stessi.

    È abbastanza ovvio che l’assenza di una chiesa o di un altare in una visita intermedia fra altre dove essi sono contemplati, può dipendere da svariati motivi, non esclusa una banale dimenticanza del redattore del verbale. Più significative sono invece le presenze che iniziano da una certa epoca, poiché alludono in qualche modo all’avvio di una istituzione, o almeno a una sua rifondazione.

    Per completezza, in aggiunta agli atti delle visite sono stati presi in considerazione anche due testi che non appartengono alla stessa categoria di documenti, ma hanno essi pure la caratteristica di contenere un elenco sistematico (benché non per forza completo) degli edifici di culto del paese: sono il noto Catastico bresciano di Giovanni Da Lezze del 1609-1610, e l’altrettanto celebre repertorio di Bernardino Faino sulle chiese del bresciano, edito nel 1658, di cui riportiamo per intero qui sotto la parte relativa a Verolavecchia:

ECclesia Virolæ Veteris, patrocinio S. Petri Apostoli commendata, quinque cum Altaribus, est Archipræbenda Parochialis, cum Coadiutore Curato amouibili, sub cuius terminis extant.

Oratorium S. Petri Apostoli, alias Ecclesia Parochialis.
Oratorium B. V. Mariæ dictum la Madonina in Villa Scorzaroli, de Iure Monasterij S. Dominici Brixiæ.
Oratorium S. Petri Apostoli in eodem loco, & de eodem Iure.
Oratorium ibidem S. Iacobi Apostoli, de Iure eiusdem Monasterij.
Oratorium SS. Viti, & Modesti.
Oratorium S. Rocchi.
Oratorium S. Firmi.
Oratorium S. Mariæ Magdalenæ.

[La chiesa di Verolavecchia, raccomandata alla protezione di San Pietro apostolo, con cinque altari, è una chiesa parrocchiale arcipretale, con un curato coadiutore salariato. Nel territorio della parrocchia esistono:

oratorio di San Pietro apostolo, già chiesa parrocchiale;
oratorio della Beata Vergine Maria
 detto La Madonnina, nel villaggio di Scorzarolo, alle dipendenze del monastero di San Domenico di Brescia;
oratorio di San Pietro apostolo, nella stessa località e alle medesime dipendenze;
oratorio di San Giacomo apostolo, stesso luogo e dipendenza dello stesso monastero;
oratorio dei Santi Vito e Modesto;
oratorio di San Rocco;
oratorio di San Firmo;
oratorio di Santa Maria Maddalena
.]

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010