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A
questo punto possiamo entrare nel vivo delle questioni relative a
Verolavecchia, e vi entriamo — per dir così — dalla porta
principale: le sue chiese.
Non è la prima volta che
se ne scrive;
e del resto non è probabilmente questa la sede per affrontare in modo
sistematico e completo lo sviluppo storico di quelle che sono insieme le
costruzioni e le istituzioni più decisive per Verolavecchia, come del
resto lo sono per qualsiasi altro paese, nella storia degli ultimi dieci
secoli.
Si
vorrebbe solo evitare di compilare doppioni, fotocopiando e riciclando
quanto è stato già detto con miglior competenza e cognizione da chi ne
sa di più (già troppi testi di storia locale si impegolano purtroppo
in simili imprese); ma non pare nemmeno il caso di imbarcarsi in
ricerche inedite e gravose, promettenti forse quanto a prospettive, e
tuttavia al momento premature.
Sembra
dunque opportuno darsi questa linea: partendo dalle informazioni più o
meno note delle visite pastorali (che sono del resto il tema del
lavoro), evidenziare le eventuali acquisizioni nuove rispetto agli studi
precedenti, integrandole dove possibile con qualche documento emerso nel
frattempo, senza tuttavia la pretesa di esaurire gli argomenti con
soluzioni accertate e definitive.
La
documentazione esistente, infatti, è piuttosto vasta e ancora in gran
parte da analizzare, o anche semplicemente da sondare: sarebbe dunque
presuntuoso voler trarre subito conclusioni, che potrebbero essere
rapidamente smentite da carte che magari si hanno già in mano, ma non
si è ancora avuto tempo e modo di leggere con la dovuta attenzione.
Proprio
per questo motivo, preferiamo rinviare ad altra occasione uno studio
sulle chiese di San Rocco e della disciplina e sulle confraternite che le officiavano, ognuna delle quali,
per la qualità e quantità delle documentazioni disponibili,
meriterebbe una pubblicazione a sé. Per ora il lettore si accontenterà,
in proposito, di riferirsi ai testi già pubblicati, ai quali lo
rimandiamo con piena fiducia. Qui invece tenteremo di affrontare, pur
come detto senza pretesa di esaurire le questioni, alcuni problemi
relativi alle due chiese intitolate a San Pietro in Verolavecchia e, nel
successivo capitolo, a San Giacomo e alla Madonnina della Cava di Scorzarolo.
La ‘seconda’ chiesa di San Pietro
A
questo proposito occorre subito sgombrare il campo da alcuni equivoci,
che si sono radicati nel tempo e, come spesso accade, si sono
palleggiati da un autore all’altro, senza la mediazione di una
riflessione critica.
Anzitutto
è fuor di dubbio che, come si sostiene ormai comunemente, la chiesa
originaria di Verolavecchia fosse situata ai margini dell’abitato, in
località San Péder, alla
confluenza di una antica strada proveniente dalla pieve di Quinzano, che
sorgesse sul rialzo del terreno oggi occupato dalla omonima santella, e
che avesse un orientamento est-ovest opposto a quello attuale.
Un po’ meno ovvia forse la certezza della fondazione longobarda,
intorno ai secoli VII-VIII, di questa che chiameremo la prima
chiesa parrocchiale di Verolavecchia; ma la specifica questione della
sua origine non ha gran rilevanza per le argomentazioni in questo punto.
Nessun
problema, a maggior ragione, nemmeno a proposito della chiesa
parrocchiale attuale, la terza,
pure dedicata a San Pietro, realizzata nel periodo tra il 1753 e il 1768,
e completata con le ultime finiture nei primi anni ‘80 dello stesso
secolo: sulle sue vicende storiche ed edilizie sono state scritte pagine
ineccepibili alcuni anni or sono.
L’incertezza
diffusa riguarda invece le vicende della chiesa intermedia, la seconda,
che dovrebbe essere quella documentata appunto dalle visite pastorali
qui esaminate, almeno quelle precedenti alla metà del ‘700.
Cerchiamo
di sintetizzare i termini del problema, che in realtà si riducono a
poca cosa.
Il
Bonaglia, al quale fondamentalmente si deve l’equivoco, fin dal suo
primo scritto sulle chiese del verolese,
dopo aver tentennato un poco tra i concetti di chiesa e parrocchia, di
pieve e cappella dipendente, ed aver riportato senza un commento un paio
di fonti quanto meno meritevoli di molta cautela come il Cocchetti e
soprattutto il Marini,
argomenta le sue ipotesi sulla collocazione della primitiva chiesa di San
Pietro, e quindi si appoggia a una pagina del verbale Bollani, traendone
la convinzione che in quel momento a Verolavecchia fosse in costruzione
la chiesa nuova e che, per conseguenza, la chiesa visitata dal vescovo
fosse ancora quella primitiva, vecchia e cadente.
La
pagina che persuade il Bonaglia in questa sua convinzione, è l’atto notarile con cui il 25
settembre 1565, nel palazzo del cardinale Gian Francesco Gambara in
Verola Alghise, i rappresentanti del comune di Verolavecchia davanti al
vescovo visitatore Bollani sancivano la volontà di contribuire al
completamento della chiesa parrocchiale di San Pietro, a condizione che
vi contribuisse almeno per la metà anche il rettore don Ippolito Dati,
che ne godeva il redditizio beneficio.
A dire il vero, nessuna
affermazione dell’atto in esame giustifica l’impressione che la chiesa
parrocchiale di Verolavecchia in quel momento fosse altra da quella
stessa di cui si auspicava il completamento edilizio. Anzi, le
espressioni utilizzate per alludere ai lavori da farsi all’edificio sono
piuttosto chiare: i municipali manifestano infatti il desiderio che
«ecclesia
parrochialis dictæ eorum Terræ ad laudem et gloriam omni potentis Dei
et Sancti Petri ad perfectionem perducatur» [la chiesa
parrocchiale del loro paese sia portata a compimento a lode e gloria di
Dio onnipotente e di San Pietro]; si offrono spontaneamente di anticipare
la metà della spesa necessaria «in
reducendo dictam fabricam et ecclesiam ad perfectionem et in laudabilem
formam» [a portare l’edificio della chiesa a compimento in forma
decorosa]; pretendono che il rettore contribuisca per l’altra metà e
«dictam ecclesiam perficere
faciat» [faccia completare la chiesa]; e ancora chiedono che il
vescovo in persona «ipsum
rectorem arctet et coget ad dictam fabricam ecclesie perficiendam» [costringa il rettore a terminare la costruzione della chiesa].
Per
di più, un particolare non può sfuggire neppure a chi replica per
inerzia l’argomento della vecchia chiesa in rovina. Tra le ordinanze
disposte dal Bollani, nella sua stessa visita, per la chiesa parrocchiale di San
Pietro, spicca la seguente: «Fiant
alij duo fornices ad tectum ecclesiæ quia desunt» [si facciano
altre due coperture a volta al soffitto della chiesa, poiché mancano].
Non
pare dubbio che si tratti della chiesa parrocchiale in uso, quella
ispezionata dal convisitatore del vescovo, il canonico Cavalli, non di
una presunta vetusta chiesa decrepita, né tantomeno di un edificio in
costruzione; ed è una chiesa che, benché già pienamente attiva
all’atto della visita (1565), necessitava ancora di importanti
interventi edilizi, di un consistente completamento: un’immagine che
ben si concilia, appunto, con le richieste avanzate dalla pubblica
amministrazione in occasione dell’udienza vescovile.
Del
resto, la qualità e l’urgenza dell’intervento edilizio sono
confermate dalla insistenza con cui viene ribadita la disposizione nei
documenti degli anni successivi. Il Pilati stranamente non ne fa cenno, pur tra numerose imposizioni
relative a interventi di qualche impegno; ma in compenso il Caprioli, il
7 agosto 1573, osservava:
Resta
de importanza a fabricar le duoi uuolti dela chiesa ma non
hauendoli il rettor non li
ho potuto ragionarli ben intendo che
quelli homini del comune al presente si
trouano molto grauati di spese corse pur quando
il rettor fussi prouisto
dela parte sua et essi sarebeno
I
“duoi vuolti” non sono ancora
stati realizzati; ma il rettore della chiesa è assente, e gli
amministratori pubblici non reperiscono i fondi per continuare i lavori;
tuttavia, nel caso che il rettore versasse, come doveva, la sua quota («quando il rettor fussi
provisto dela parte sua»), non si tirerebero indietro («et
essi sarebeno»).
Si
conferma così che la situazione non era mutata dal tempo della visita
Bollani; come non lo era ancora due anni dopo, il 5 luglio 1575, per
attestazione del Bovilla, che già abbiamo visto sollecitare il
devotissimo (a suo dire) rettore don Tarquinio Dati:
ho
poi visitato la chiesa di virola uechia, et gli ho dato termine vn
mese a Compir li suoi bisogni, et massime per far la sacræstia, quanto poi alla chiesa in far due uolte, fare
finestre honoreuoli, solar la chiesa Imbianchirla, tutto questo si
fara al debito tempo prefisso da esso Monsignor
Reuerendissimo.
Anche
qui ritorna la necessità di «far due volte» della chiesa, che appaiono dunque ancora da
costruire. Mentre sembra quasi tutto perfettamente a posto all’atto
della visita del Borromeo; così infatti il sub-delegato Agostini descriveva la chiesa maggiore di Verolavecchia: «est
consecrata ampla» [è consacrata e ampia],
e ne decantava le altre egregie qualità.
Stupisce
comunque che l’Agostini definisse ampia la chiesa di San Pietro, visto che solo vent’anni dopo, nel 1599, il vescovo Marino Giorgi, suggeriva di
costruire una nuova cappella per il battistero «propter Ecclesiæ
angustiam» [per la ristrettezza della chiesa].
Ma, si sa, i concetti di grande e piccolo (e non solo quelli, del resto)
sono tra i più esposti a interpretazioni soggettive. E, dopo tutto, il
fatto che la chiesa parrocchiale non fosse molto capiente è il
presupposto della decisione di rifare totalmente l’edificio, come
avvenne appunto nella seconda metà del secolo XVIII.
Ora
dovrebbe essere sgombrato il campo dal primo equivoco relativo alla
chiesa parrocchiale di Verolavecchia: come si è visto, gli atti
superstiti non costringono a immaginare che il Bollani, o chi per lui,
abbia ispezionato l’antichissima chiesa di San Pietro, mentre nel
frattempo ci sarebbe stata un’altra chiesa in costruzione, completata
e resa praticabile solo dopo il 1565 (o addirittura dopo il 1580).
Non
ostacolano la nostra obiezione le descrizioni dell’edificio contenute
nel verbale Bollani, che sono state interpretate come segni dello
“stato miserando” della decrepita cappella longobarda ,
ma che possono anche essere lette semplicemente come le condizioni di un
edificio abbastanza recente e affatto praticabile, benché privo di
essenziali finiture. E, in fondo, per chi abbia sfogliato in lungo e in
largo le relazioni pastorali del Bollani o dei suoi colleghi, le magagne
della chiesa di Verolavecchia non appaiono poi tanto più gravi di
quelle delle varie chiese principali o sussidiarie in tutti i paesi dei
dintorni a quell’epoca.
Insomma:
la chiesa di San Pietro in Verolavecchia nel 1565 era certamente già
quella che abbiamo definito la seconda parrocchiale.
Il
problema non è tuttavia ancora pienamente risolto, poiché rimangono
aperti almeno due importanti interrogativi: a quando risale la
costruzione di questa seconda chiesa di San Pietro, e che ne era stato
della primitiva cappella parrocchiale di presunta fondazione longobarda.
Alla
prima questione hanno fornito una risposta abbastanza precisa e
documentata gli autori del volume sulle chiese di Verolavecchia, pur non
cogliendo appieno la portata delle loro stesse argomentazioni. Infatti,
affrontando il tema dell’edificio anteriore alla chiesa settecentesca ,
rilevano la presenza, adiacente al presbiterio della chiesa attuale
verso nord, di una cappella di impostazione architettonica e decorazione
goticheggiante, e ne attribuiscno la costruzione “alla fine del ‘400
o ai primissimi anni del ‘500”: essa sarebbe «quanto resta del
presbiterio della precedente parrocchiale», ossia appunto la seconda
chiesa di San Pietro.
Giustamente,
secondo gli autori, quell’edificio non poteva essere stato realizzato
prima della fine del secolo XV, per via del suo orientamento nord-sud,
che contraddice la rigorosissima consuetudine liturgica cristiana di
imporre ai luoghi di culto un allineamento est-ovest, con la facciata
sempre a occidente: una regola che non venne praticamente mai violata se
non dall’ultimo ‘400.
Dunque
si conferma anche per tale via che la chiesa esistente nel 1565 (e nel
1540) doveva essere proprio quella che aveva come presbiterio
l’odierna cappella settentrionale, benché dopo quasi un secolo dalla
sua fondazione, fosse ancora lungi dall’essere completata. In ogni
caso, questa ricostruzione cronologica coincide pressoché totalmente
con l’ipotesi avanzata in precedenza, aggiungendovi una più precisa
delimitazione temporale.
Ciò
che rimane in dubbio è invece il ruolo della prima
chiesa di San Pietro, quella attribuita al secolo VIII in località San
Péder, a proposito della quale anche lo studio sopra menzionato
mostra qualche incertezza,
soprattutto nell’ipotizzare una conservazione del vetusto oratorio
almeno fino al 1703, quando, per ordine del vescovo Marco Dolfin,
sarebbe stato definitivamente demolito e poi rifatto nella forma
attuale.
Ora,
il dato che si oppone maggiormente al sostegno di questa ipotesi è
l’assenza di qualunque indicazione anche indiretta sulla antica chiesa
di San Pietro in tutti gli atti di visita, anche quelli più dettagliati
e completi, fino al 1647.
In
effetti, stando le cose come si è suggerito sopra, ci si aspetterebbe
fin dall’inizio del ‘500 la compresenza in Verolavecchia di due
chiese, entrambe col titolo di San Pietro: la nuova parrocchiale nella
sede attuale, e la vecchia in contrada di San
Péder. Invece le carte ufficiali, che menzionano quasi sempre con
estrema diligenza tutte le chiese degli abitati e delle campagne, anche
quando sono abbandonate da lungo tempo o diroccate, non fanno mai parola
di due San Pietro, ma sempre solo della parrocchiale.
È
pur vero che un argomento e
silentio (ossia basato sulla assenza di documentazione) non è mai
prova certa della non esistenza dell’oggetto; e, d’altro canto, non
può essere nemmeno indizio della sua esistenza. Dobbiamo quindi
ritenere che una chiesa vera e propria di San Pietro, nel luogo
dell’antica, non esistesse più, almeno dal 1540, data della prima
delle visite documentate.
Occorre
aggiungere, però, che il toponimo «contrata Sancti Petri veteris» [contrada di San Pietro vecchio],
riferito alla località San Péder,
è documentato nell’inventario dei beni parrocchiali del 1576,
che è invero piuttosto tardivo rispetto alla costruzione della seconda
chiesa, ma attesta una consuetudine di denominazione popolare comunque
perdurante anche nel periodo in cui la chiesetta alto-medievale non è
in alcun modo segnalata. In altre parole, benché non fosse
probabilmente più presente nulla, o quasi, del primitivo oratorio, la
gente del posto continuava a chiamare il luogo dove esso sorgeva col
nome di “San Pietro vecchio”, manifestando in tal modo la persistenza
della tradizione, anche per le generazioni successive, che non
l’avevano mai visto.
Si
può dunque supporre, non senza accettabile verosimiglianza, che il
vetustissimo tempio, ormai isolato rispetto allo sviluppo urbanistico
del paese, sia stato abbattuto in occasione della realizzazione della seconda
parrocchiale, verso la fine del ‘400, per poterne reimpiegare i
materiali di recupero nel nuovo edificio, più consono per ampiezza e
localizzazione alle mutate esigenze della comunità.
L’oratorio di San Pietro vecchio
Se
si osserva che un tempo (oggi pare non lo sia più) era norma rigorosa
onorare il luogo dove sorgeva una antica chiesa soppressa, segnalandone
la remota presenza mediante un capitello (cippo)
o un’edicola, non sarà lontano dal vero immaginare che sul posto
della primitiva cappella di San Pietro doveva essere stata posta subito,
al momento della demolizione, una specie di santella, forse già
orientata verso est, dalla parte del centro abitato.
In
tal senso si comprenderebbe anche il silenzio degli atti curiali sul
sacello campestre, visto che quasi mai i visitatori annotavano nei loro
verbali la presenza delle pur numerosissime e spesso molto antiche
santelle del territorio, limitando la loro attenzione ai luoghi chiusi,
benché talora assai angusti, probabilmente perché solo nei luoghi
chiusi poteva essere consentita, con tutte le dovute cautele, la
celebrazione più o meno regolare delle messe.
E
del resto in una delle visite, quella del Chinelli nel 1657, si usa appunto il termine capitellum per alludere alla minuscola chiesetta di San Pietro
vecchio sorta nel frattempo, di cui risulta anche sussistere una
rudimentale amministrazione finanziaria:
Ceciliam
Corsinam teneri
restituere libras 75
paruas uti debitas uirtute Eleæmosinarum, quæ iam
administrabantur à quondam
Reuerendo domino
Bernardino Corsino de iure Capitelli, siue Capellæ Sancti Petri Veteris nuncupati,
teneri etiam ad soluendum
libras 29 paruas etc
pro beneficio organi constructi, quæ libræ oblatæ fuerunt, et extractæ,
ex capsula per dictum Reuerendum Corsinum administrata,
et prout de dictis obligationibus constat ex annotatione eius
manu facta in quodam
libro per manum publicam extracto.
[Cecilia
Corsina è tenuta a restituire 75 lire piccole dovute per conto
delle offerte che erano amministrate dal defunto reverendo don
Bernardino Corsino, di pertinenza del
capitello o
santella detta di San Pietro vecchio; è tenuta altresì a rifondere
29 lire piccole, destinate alla costruzione dell’organo, ossia
l’ammontare delle offerte tolte dalla cassetta amministrata
dal suddetto reverendo Corsino: tali obblighi risultano da una
annotazione di mano del Corsino, contenuta in un registro
legalmente autenticato.]
È
dunque forse una modesta edicola campestre che, dalla fine del ‘400,
si assunse il compito di perpetuare il titolo di San Pietro vecchio;
almeno, fin quando nel 1609 un devoto sacerdote locale, don Paolo Lama,
pensò di por mano con il soccorso delle elemosine a una
ristrutturazione dell’edificio, che venne probabilmente ampliato e
chiuso sul davanti, per poter ospitare almeno di tanto in tanto qualche
funzione religiosa.
Attestazione
di questo intervento è offerta dall’iscrizione in cotto tornata alla
luce sul frontone dell’odierna cappella negli ultimi restauri del
giugno 1997:
pre
• pavol • l(ama)
adi
• 21
magio
1609
rovan • b
FATTO
• D(e) • LIMOS
ina
La
quinta riga è per ora troppo ardua da interpretare, ma il cognome del
prete Pavol Lama (o Lami)
è ricavabile per via indiretta dall’elenco dei
sacerdoti attivi in Verolavecchia nel 1599:
Reuerendus
Presbiter Paulus de lamijs de Virola predicta. de legittimo
matrimonio procreatus. ætatis annorum
39: ostendit litteras suorum ordinum fuit promotus ad titulum Patrimonij obtinet simplicem sine cura Ecclesiam
sancti Rocchi in dicta
terra annui redditus librarum
quinquaginta planet.
Examinatus fuit admissus ad audiendas reconciliationes per totum
mensem augusti proximi ut supra.
[Il
reverendo prete Paolo Lama di Verolavecchia, nato da legittimo matrimonio, di 39 anni;
ha mostrato i documenti delle sue ordinazioni; è dotato di
patrimonio personale. È titolare del beneficio semplice senza
cura della chiesa di San Rocco in Verolavecchia, con un reddito annuo di 50 lire
planet.
Esaminato, è stato ammesso ad ascoltare le confessioni fino al
prossimo mese di agosto.]
Del
resto, né prima né dopo sono attestati altri sacerdoti di nome Paolo e
di cognome iniziante per ‘L’ all’infuori di lui.
L’«Oratorium Sancti Petri Apostoli
ubi alias erat Parochialis; unicum Altare habens»
[oratorio di San
Pietro apostolo dove un tempo era la parrocchiale, con un solo
altare],
visitato dal vescovo Marco Morosini il 29 settembre 1647, era appunto questa recente cappella del
1609, che non figurava nelle visite Serina (1624) e Giustiniani (1637), verosimilmente perché continuava a essere ritenuta
dai visitatori niente più che una semplice santella; oppure perché
quelle visite erano condotte sulla stretta falsariga delle precedenti,
dove la chiesetta non era contemplata; o ancora perché non
consideravano le chiese campestri (nel 1637, infatti, non è nominata
nemmeno la chiesa di San Vito, che pure non manca mai nelle altre
visite).
A
partire dal 1647, invece, la chiesetta di San Pietro vecchio viene sempre menzionata dai visitatori (tranne dall’Ottoboni nel 1663, per ragioni non diverse da quelle elencate sopra), e
definita un po’ pomposamente come fosse stata proprio quella
l’antica parrocchiale.
Sembra
chiaro, dunque, che l’edificio impietosamente condannato all’abbattimento
dal Dolfin nel 1703 fosse non quanto rimaneva della prima parrocchiale
medievale, ma la seicentesca cappella di don Paolo Lama. Nel verbale
della visita si accenna anche a un cimitero attorno a essa:
In
Oratorij [!] Sancti Petri Apostoli.
Oratorium
istud cum sit penes
dirutum, et de omnibus ad Sacrum
necessarijs destitutum, uel infra annum
restauretur, aliter destruatur
In
Cæmeterio
Cæmeterium
muniatur cancellis ligneis strictis, et altis. || ad impedienntum [!]
animalium cuiusque generis ingressum.
Recidantur
Arbores, et herbe si que sunt ibique combuste remaneant, et hoc
unius Anni spatio aliter Cæmeterium ipsum suspensum
intelligatur.
[Nell’oratorio
di San Pietro apostolo
Questo
oratorio, poiché è quasi diroccato e privo di tutto il
necessario per la celebrazione della messa, venga restaurato
entro un anno, altrimenti sia demolito.
Nel
cimitero
Il
cimitero sia dotato di uno steccato di legno stretto e alto, per
impedire l’ingresso di qualunque genere di animali.
Si
abbattano gli alberi; le erbe, se ve ne sono, vengano bruciate
sul posto: ciò entro un anno, altrimenti il cimitero si
consideri sospeso.]
La
presenza del cimitero è forse l’informazione più interessante poiché, insieme
alla notizia di antiche proprietà del beneficio nella zona circostante
contenuta nell’inventario del 1576, confermerebbe l’originaria
dignità parrocchiale del luogo; anche se, però, il totale silenzio sul
cimitero fino al primo ‘700 potrebbe far pensare a una sua fondazione
(o rifondazione) assai più recente, forse in occasione di qualche
pestilenza del secolo prima.
Un’ultima
informazione non di secondo piano ci offre la ricca relazione di don
Francesco Semenzi (1779) alludendo, in maniera a dire il vero alquanto velata, a
un dissidio tra la parrocchia e l’amministrazione comunale circa il
possesso e la gestione dell’antico luogo di culto:
L
oratorio o sia capella di Sant Pietro antica parrocchiale con cimiterio vecchio senza obbligo alcuno
di messe: e vi si celebrano solamente alcune <messe> per divozione; quale e stato levato al parroco mio
antecessore dalla Communità
o sia da alcuni auuersari del parroco, sebbene egli ne abbia sempre
avuto la direzione e gouerno senza contradiz<io>ne.
la qual capella merita di essere ridotta alla douta forma dalli
decreti di Sua Eccellenza
Vescovo Padrone, come pure il cemitero.
Al
di là del giudizio di parte dell’arciprete, che considera abusive le
pretese pubbliche sulla cappella, e comunque fa riferimento
semplicemente al suo predecessore don Maurizio Butturini, ossia agli
anni 1735-1768, le rivendicazioni municipali potrebbero alludere in
qualche modo alla antica autorità che gli homines,
ossia gli esponenti del comune locale, avevano sui luoghi di culto del
territorio, in particolare sulla chiesa principale.
Le altre chiese
Del
resto, segnali precisi della responsabilità municipale sulle chiese del
paese, oltre che nella vertenza per il completamento della seconda
parrocchiale, sono evidenti in varie visite pastorali, e riguardano ad
esempio il giuspatronato sulla chiesa di San Rocco, esercitato dalla pubblica amministrazione tramite la scuola
del Corpus Domini, e la
proprietà diretta della chiesa di San Vito. E il problema della
giurisdizione civica sulle istituzioni ecclesiastiche locali fino
all’età rivoluzionaria e napoleonica è, per Verolavecchia come per
tutte le terre del circondario, problema spinoso e intrigante, visto che
in esso si inquadra il rapporto tra le due istituzioni preponderanti
nella storia dei nostri paesi tra il X e il XIX secolo, e in parte anche
nel XX.
Ma
abbiamo già avvertito che non proporremo in questa sede ricerche
dettagliate sulle chiese minori di Verolavecchia, le quali meritano
altro tempo e spazio, adeguati al ruolo delle istituzioni stesse e
all’importanza della documentazione sopravvissuta.
Tuttavia,
essendo questo libro dedicato alla ricognizione sistematica delle visite
pastorali, sembra opportuno introdurre la lettura della lunga sequela di
atti curiali, offrendo almeno un panorama sintetico dei dati da essi
ricavabili.
I
prospeti che seguono riportano per ogni chiesa di Verolavecchia e di
Scorzarolo un segno in corrispondenza delle visite in cui essa viene
esplicitamente menzionata; in qualche caso è indicato tra parentesi il
numero degli altari, ove sia possibile ricavarlo direttamente o
indirettamente dagli atti stessi.
È
abbastanza ovvio che l’assenza di una chiesa o di un altare in una
visita intermedia fra altre dove essi sono contemplati, può dipendere
da svariati motivi, non esclusa una banale dimenticanza del redattore
del verbale. Più significative sono invece le presenze che iniziano da
una certa epoca, poiché alludono in qualche modo all’avvio di una
istituzione, o almeno a una sua rifondazione.
Per
completezza, in aggiunta agli atti delle visite sono stati presi in
considerazione anche due testi che non appartengono alla stessa
categoria di documenti, ma hanno essi pure la caratteristica di
contenere un elenco sistematico (benché non per forza completo) degli
edifici di culto del paese: sono il noto Catastico
bresciano di Giovanni Da Lezze del 1609-1610,
e l’altrettanto celebre repertorio di Bernardino Faino sulle chiese del bresciano, edito nel 1658, di cui riportiamo
per intero qui sotto la parte relativa a Verolavecchia:
ECclesia
Virolæ Veteris,
patrocinio S. Petri Apostoli commendata, quinque cum Altaribus,
est Archipræbenda Parochialis, cum Coadiutore Curato amouibili,
sub cuius terminis extant.
Oratorium
S. Petri Apostoli, alias Ecclesia Parochialis.
Oratorium
B. V. Mariæ dictum la Madonina in Villa Scorzaroli, de Iure
Monasterij S. Dominici Brixiæ.
Oratorium
S. Petri Apostoli in eodem loco, & de eodem Iure.
Oratorium
ibidem S. Iacobi Apostoli, de Iure eiusdem Monasterij.
Oratorium
SS. Viti, & Modesti.
Oratorium
S. Rocchi.
Oratorium
S. Firmi.
Oratorium
S. Mariæ Magdalenæ.
[La
chiesa di Verolavecchia,
raccomandata alla protezione di San Pietro apostolo, con cinque altari, è una chiesa parrocchiale
arcipretale, con un curato coadiutore salariato. Nel territorio
della parrocchia esistono:
oratorio
di San Pietro apostolo, già chiesa parrocchiale;
oratorio
della Beata Vergine Maria detto La Madonnina,
nel villaggio di Scorzarolo, alle dipendenze del monastero di San
Domenico di Brescia;
oratorio
di San Pietro apostolo, nella stessa località e alle medesime dipendenze;
oratorio
di San Giacomo apostolo, stesso luogo e dipendenza dello stesso monastero;
oratorio
dei Santi Vito e Modesto;
oratorio
di San Rocco;
oratorio
di San Firmo;
oratorio
di Santa Maria Maddalena.]
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