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Documenti |
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1536
maggio 6
a)
Il conte Brunoro Gambara, a nome del
fratello Uberto, investe
fra Rocco Malvezzi di Mompiano della chiesa
di S. Giorgio in Verola Alghise.
b)
Il prete don Quirino Luzi immette ritualmente fra
Rocco Malvezzi in possesso della chiesa di
S. Giorgio. [pdf] |
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1537
gennaio 23
Don Angelo Ugoni, rettore di
S. Giacomo e di S. Pietro e S. Quirico di
Scorzarolo, investe eremita fra Pacifico Rivetti di Rovato. [pdf] |
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1539
novembre 17
Pietro Rivetti di Rovato
detto fra Pacifico, eremita di S. Giorgio di
Verola Alghise, vende a Bernardino Basioli diritti enfiteutici su un cortivo e un orto. [pdf] |
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1540
aprile 26
Il conte Brunoro Gambara, a
nome del fratello card. Uberto, investe Battista Fachinzetti
della chiesa di S. Giorgio di Verola Alghise. [pdf] |
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1547
agosto 26
Testamento di Pietro Rivetti
di Rovato, eremita della chiesa di S.
Pietro di Scorzarolo. [pdf] |
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Immagini
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Verolanuova. La
chiesa di S. Giorgio (1925).  |
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Verolanuova
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La
chiesa di San Giorgio
da CASANOVA,
Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce.
Le chiese del territorio demolite negli ultimi
cent’anni (San Paolo, Verolavecchia,
Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra
& Civiltà, pp. 115-128.
[pdf]
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L’antico oratorio campestre
L’antico oratorio campestre di San Giorgio
sorgeva all’estremità del lungo viale di tigli
che oggi dà accesso al cimitero.
La specificità della dedicazione a San
Giorgio è quasi sicuramente da porsi in stretta
relazione con l’antica presenza dei Longobardi
sul territorio verolese. Non a caso, infatti, i
Longobardi, dopo la loro conversione al
cristianesimo, dedicavano a San Giorgio, figura
di santo guerriero, molte loro chiese e
residenze fortificate. Questo santo, originario
della Cappadocia e tribuno militare in
Palestina, fin dal medioevo appare nelle
rappresentazioni iconografiche a cavallo, con
corazza, spada e bandiera, simboli di una vita
eroica dedita alla difesa dei deboli e degli
innocenti.
Nei secoli successivi all’invasione
longobarda fiorirono lungo gli antichi tracciati
viari numerosi ospizi e monasteri, che svolsero
una funzione determinante sia nell’ambito
religioso che in quello politico; e pellegrini,
viandanti, commercianti vi sostavano durante i
loro viaggi. In particolare, tra i monasteri di
San Benedetto di Leno, Santa Giulia e Sant’Eufemia
di Brescia, San Silvestro di Nonantola, e il
priorato cluniacense di San Gabriele di Cremona,
presumibilmente si snodavano percorsi di
pellegrini, disseminati di celle monastiche che
fungevano da ospizio per i viandanti, da
ricovero per gli ammalati e i feriti. Il Bonaglia [1972, p. 66] dà per certo che San
Giorgio fosse uno di questi ospizi, sorto nel
territorio verolese.
Una inveterata consuetudine ecclesiastica
porta a pensare che nei pressi di questa chiesa
avessero sede delle sepolture, tant’è che nel
tempo la chiesa di San Giorgio rimase legata
alla presenza di un cimitero. La prima notizia
certa per noi dell’esistenza della chiesa si
trova negli atti della visita del vescovo di
Brescia Domenico Bollani alle chiese della
diocesi (1565) dove l’oratorio campestre di San
Giorgio viene annoverato fra le cappelle site
nel territorio di Verola Alghise. Tale presenza
trova conferma anche nella visita del vicario
Giorgio Serina nell’anno 1624: «ecclesia est
sancti Georgij quae est oratorium campestre»
[c’è una chiesa di San Giorgio, che è un
oratorio campestre]. Per oratorio si
intendeva un edificio destinato alla preghiera e
al culto pubblico, o talvolta privato, di
confraternite, famiglie o gruppi di fedeli.
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L’istituto del romitaggio
Gli oratori campestri erano in antico affidati,
di solito, ai cosiddetti eremiti. Gli eremiti
erano, di solito, laici: conducevano vita
isolata ed erano investiti del compito di
prendersi cura delle cappelle campestri, degli
edifici e delle proprietà annesse. A loro era
attribuito anche il compito di favorire la
devozione e il culto per il santo titolare
dell’oratorio. Talora questi personaggi avevano
l’appellativo di frate perché
appartenevano (o erano appartenuti) ad un ordine
religioso; non di rado erano terziari
francescani, e si ispiravano ai principi e alle
regole del Terz’ordine. Sicuramente il termine “romét”,
con cui viene indicato ancora oggi il custode
del cimitero, è una dialettizzazione di
“eremita”: due figure lontane nel tempo ma
accomunate dalla solitudine del luogo e dalla
vita appartata, più vicina ai morti che ai vivi.
Abbiamo reperito presso l’Archivio di Stato
di Brescia un atto notarile, datato 6 maggio
1536, in cui il conte Brunoro Gambara, anche a
nome di suo fratello Uberto, investe a perpetuo
livello l’eremita frate Rocco quondam
Giovanni Malvezzi di Mompiano, della chiesa
campestre intitolata a San Giorgio e dei suoi
diritti in territorio di Verola Alghise:
Ibi Illustris dominus
Comes Brunorius filius quondam Illustris
domini Comitis Iohannis francisci
de Gambara nobilis Brixiensis agens procuratorio
nomine Illustris et Reuerendissimi
domini domini Vberti de Gambara episcopi
terdonensis eius fratris
Inuestiuit et Inuestit ad rectum et perpetuum
liuellum fratrem Rocchum filium
quondam Iohannis maluetij de Mompiano
heremittam presentem et acceptantem
nominatim de ecclesia
Campestra [!] et Iuribus Ipsius
ecclesie sita super territorio
dicte terre Virolealgisij
Intitulata sancti Georgij
[L’illustre signor conte Brunoro
del fu conte Giovanni Francesco Gambara nobile
di Brescia, procuratore di suo fratello il
reverendo signor don Uberto Gambara vescovo di
Tortona, ha investito a perpetuo livello frate
Rocco del fu Giovanni Malvezzi di Mompiano
eremita qui presente, della chiesa campestre e
rispettivi diritti in territorio di Verola
Alghise, intitolata a San Giorgio.]
La nomina è redatta in forma di investitura
feudale, assai simile a quelle connesse con
contratti di affitto a tempo indeterminato o
lunghissimo (tipo le cosiddette enfiteusi),
e prevede da parte del concessionario il
pagamento di un canone annuale poco più che
simbolico. Infatti:
dare reddere et
soluere conuenit et solempniter
promisit et promittit
dictus frater Rochus heremita et
emphiteota dicto domino Comiti agenti
utsupra paria duo Caponorum
sufficientium quolibet
anno In festo sancti Martini uel
In eius octaua pro ficto et nomine
ficti liuellarij dicte ecclesie et eius
Iurium utsupra sub pena dupli
etc Quo ficto sic dato et soluta [!]
aut ad dictum terminum
legittime oblato alia super
Imposita non fiant dicto
emphiteote. saluo tamen et reseruato
quod si quo tempore dictus
emphiteota vellet dicta Iura renuntiare
quod teneatur ea renuntiare
dicto domino Comiti agenti
utsupra uel dicto et Reuerendissimo
domino Vberti [!] principali
uel successoribus eiusdem et alio
seu alijs.
[Il suddetto frate Rocco Malvezzi
eremita e concessionario ha solennemente
promesso al conte Gambara di consegnare due paia
di buoni capponi ogni anno nella festa di San
Martino o alla sua ottava a titolo di fitto
livellario della chiesa e delle sue proprietà,
sotto pena del doppio, senza che al
concessionario siano richieste altre imposizioni
oltre alla consegna del fitto nei termini sopra
prescritti. Se poi il concessionario vorrà
rinunciare i diritti concernenti il livello, lo
possa fare al suddetto conte in qualità di
procuratore, o al fratello don Uberto principale
proprietario, o ai suoi successori.]
In questo documento è interessante il rito
di immissione in possesso. Si tratta di una vera
e propria investitura, cerimonia che nel diritto
feudale era l’atto pubblico e solenne mediante
il quale veniva stabilito un vincolo di
vassallaggio; nel tempo, poi, assunse
prevalentemente la funzione di formalizzare
l’immissione nel possesso di un beneficio.
Non sarà inutile rileggerne qualche passo.
L’atto di immissione in possesso avviene lo
stesso giorno della stipula, cui è allegato,
alla presenza di testimoni:
Die anno Indictione
et mense antedictis In ecclesia
et Iuribus Infrascriptis sitis
ut Infra presentibus Reuerendo
domino presbitero Iohanne
petro filio quondam domini
Gabriellis de Agogerijs de gandino et domino
presbitero Iohanne filio
Vliuerij de fornasinis Ambobus testibus
etc
[Giorno mese anno e indizione
come nell’atto precedente; nella chiesa e nelle
proprietà qui sotto descritte; presenti il
reverendo prete don Giovanni Pietro del fu
signor Gabriele Agogeri di Gandino e il prete
don Giovanni di Oliviero Fornasini, entrambi
testimoni.]
L’immissione in possesso è celebrata dal
canonico verolese don Quirino (o Guarino) Luzi a
nome del conte Brunoro Gambara, a sua volta
procuratore del fratello Uberto vescovo di
Tortona:
IBi Reuerendus dominus
presbiter Quirinus de Lutijs
Canonicus Virolensis In executione
Inuestiture facte hodierna die per Illustrem
dominum Comitem Brunorium
procuratorio nomine
Illustris et Reuerendissimi domini
domini Vberti de gambara eius
fratris episcopi terdonensis
fratri Rocho filio quondam Iohannis
Maluetij de Mompiano XE "Mompiano" heremitte
in loco sancti Georgij omni
meliori modo etc posuit et Induxit
ac ponit et Inducit dictum fratrem
Rochum presentem et acceptantem
In et ad tenutam et corporalem possessionem
seu quasi Ecclesie Campe<s>tre [!]
nominate sancti Georgij et
possessionum circumcircha dictam
ecclesiam Iacentium Iure
dicte ecclesie sitarum super
territorio dicte terre Virolealgisij
[Il reverendo prete don Guarino Luzi canonico di Verola Alghise, in esecuzione
dell’investitura fatta oggi dal signor conte
Brunoro Gambara quale procuratore del reverendo
signor don Uberto Gambara suo fratello vescovo
di Tortona a frate Rocco del fu Giovanni
Malvezzi di Mompiano eremita in San Giorgio, ha
posto e pone il suddetto frate Rocco qui
presente in possesso della chiesa campestre
intitolata a San Giorgio e delle annesse
proprietà che circondano la chiesa, in
territorio di Verola Alghise.]
La chiesa e la relativa proprietà non
sembrano appartenere alla famiglia Gambara, ma
personalmente al vescovo Uberto: dunque si
tratta probabilmente di una commenda
ecclesiastica, piuttosto che di un giuspatronato
familiare. Il titolo di frate attribuito
a Rocco Malvezzi dipende forse dal fatto che era
terziario francescano.
Ecco come è descritto il rito vero e proprio
di immissione in possesso:
faciendo Ipsum
osculari Cornua altaris existentis in
dicta ecclesia et dando in
eius manibus Candelabra existentia super
dictum altare. ac etiam per
manus eum accipiendo et conducendo
Ipsum per dictam
ecclesiam et faciendo Ipsum
aperire et claudere hostium dicte
ecclesie necnon dando
in eius manus funem ca<m>pane
et pulsando dictam campanam
ac etiam eum conducendo
in orto et per possessiones
circum circha dictam ecclesiam
existe<n>tes ac dando in
eius gremio de terra lapidibus et
erba ac frondibus existentibus
tam in dicta ecclesia quam
in dicto orto et possessionibus
Iure dicte ecclesie et alios actus
faciendo In signum vere et tenute
possessionis dicte ecclesie et
dictorum Iurium dicens et protestans
Idem frater Rocchus accepisse et accipere
dictam tenutam possessionem
seu quasi non tantum corpore
sed etiam animo In ea perseuerando
usque ad consumationem vite
sue et quod omne Ius dicte ecclesie
sibi saluum sit
[Il canonico Luzi ha fatto
baciare a frate Rocco Malvezzi i lati
dell’altare della chiesa; gli ha dato nelle mani
i candelabri posti sopra l’altare; l’ha preso
per mano e l’ha condotto attraverso la chiesa;
gli ha fatto aprire e chiudere la porta della
chiesa; gli ha dato in mano la fune della
campana e gliel’ha fatta suonare; l’ha condotto
nell’orto e attraverso le proprietà tutt’attorno
alla chiesa; gli ha posto in grembo terra pietre
e fronde raccolte nella chiesa e nelle relative
proprietà; e ha compiuto altri riti in segno
dell’immissione in possesso della chiesa e delle
sue proprietà. Frate Rocco Malvezzi ha
dichiarato di aver ricevuto il possesso non
soltanto fisicamente quanto soprattutto
spiritualmente e ha affermato che persevererà
nel possesso fino al termine della sua vita, e
che in mano sua ogni diritto della chiesa sarà
preservato.]
Il carattere feudale del rito è evidente
anche nell’atto analogo di investitura ad
eremita del successore del Malvezzi, Battista
Fachinzetti, stilato a Verolanuova dal medesimo
notaio Tonino Grena il 26 aprile 1540. Vi si
legge:
IBi Illustris dominus
Comes Brunorius filius quondam Illustris
domini Comitis Ioannis francisci
de Gambara procurator et agens procuratorio
nomine Illustri et Reuerendissimi
domini domini Vberti de Gambara
dei et apostolice sedis gratia
Cardinalis tituli sancti Siluestri per
cartam procure rogatam per
... notarium vrbis die et anno in
ea contentis ... per baculum
quem in suis manibus
tenebat Inuestiuit et Inuestit Baptistam
filium quondam Antonii de
fachinzettis presentem et hanc
Inuestituram recipientem nominatim
de ecclesia sancti Georgij et de omnibus
suis bonis et pertinentijs suis
[L’illustre signor conte Brunoro
del fu signor conte Giovanni Francesco Gambara,
procuratore del reverendo don Uberto Gambara,
per grazia di Dio e della sede apostolica
cardinale del titolo di San Silvestro per atto
di procura rogato dal notaio romano ... alla
data ..., con il bastone che teneva nelle
proprie mani, ha investito e investe Battista
del fu Antonio Fachinzetti qui presente della
chiesa di San Giorgio e di tutti i suoi beni e
pertinenze.]
Subito dopo vengono elencati i beni annessi
alla chiesa e dati in godimento all’eremita:
videlicet de petia terre
circumstante Ipsi ecclesie
et de alia petia terre sita super
territorio Virolealgisij
In contrata Vie longe cui coheret amane
et ameridie Via asero Illi de
cenate habentes causam ab
ecclesia sancti Laurentii
dicte terre Virole algis et amonte
Iacobus de sachettis habentes causam
utsupra quantacumque
sit ad mensuram.
[ossia un terreno circostante
alla chiesa stessa e un altro terreno in
territorio di Verola Alghise in contrada della
Via Longa, cui confinano a est e a sud la
strada, a ovest i de Cenate in causa con
la chiesa di San Lorenzo di Verola Alghise, e a
nord Giacomo Sacchetti in causa come sopra, di
qualunque misura esso sia.]
Questo contratto, a differenza del
precedente, contiene anche alcune clausole
relative al modo di vita che l’eremita dovrà
scrupolosamente osservare:
Cum hijs tamen pactis videlicet
quod dictus Baptista debeat se
Induere more heremitte, et
quod non debeat blasfemare
deum nec Virginem Mariam
neque sanctos uel sanctas neque
ludere ad cartas nec alios actus
Inhonestos facere nec dicere
Imo bene et honeste viuere more boni heremitte,
religiosi et deuoti et dictam ecclesiam
et domos et petias terre toto posse suo
bonificare ac homines et
mulieres ad dictum locum ad
deuotionem Inducere ac
vitam bonam et honestam ducere
more boni heremitte Et sic dictus Baptista
promisit ac se obligauit in omnibus
et per omnia facere proutsupra
[Ciò a condizione che Battista Fachinzetti debba indossare l’abito proprio
dell’eremita, e che non debba bestemmiare Dio,
la Vergine Maria, i santi o le sante, né giocare
a carte, né fare o dire cose disoneste; e anzi
dovrà vivere bene e onestamente da buon eremita
religioso e devoto, e con ogni suo sforzo dovrà
tenere bene la chiesa le case e le pezze di
terra, dovrà attirare uomini e donne presso quel
luogo sacro inducendoli a devozione, dovrà
condurre una vita buona e onesta come si addice
a un buon eremita. E così il Fachinzetti ha
promesso e si è obbligato in tutto e per tutto a
fare come richiesto.]
Dagli eremiti ci si aspetterebbe che fossero
asceti, e che vivessero isolati dal mondo e
dediti alla vita contemplativa; non di rado,
però, pur essendo vicini all’ambiente clericale,
esercitavano la magia, preparavano pozioni
medicamentose, fatture e misture ingenuamente
ritenute miracolose dalla semplice e rude gente
contadina. Talvolta il comportamento, il tipo di
vita e di costumi di questi eremiti erano poco
raccomandabili: infatti, proprio per eliminare
ogni rischio di contaminazione dissacratoria, il
conte Gambara, dopo aver investito Battista
quondam Antonio de Fachinzettis della
chiesa di San Giorgio, fissa alcuni
comportamenti a cui l’eremita deve attenersi:
usare un linguaggio pulito, corretto, rispettoso
verso Dio e verso gli uomini, indossare abiti
decorosi, vivere onestamente come si conviene ad
un eremita religioso e devoto, quindi non
giocare a carte, né commettere azioni
disdicevoli. Sono condizioni che, in controluce,
rivelano a quale livello di degradazione potesse
giungere a quel tempo il comportamento di certi
eremiti, i quali si assumevano l’onere di
sorvegliare e accudire le chiese campestri
probabilmente più per le laute offerte che per
autentica devozione. Compiti più consueti per un
eremita dovevano essere, in realtà, curare la
chiesa, i terreni, gli edifici a lui affidati, e
favorire la devozione e il culto dei fedeli.
La figura dell’eremita era documentata anche
da un altro atto del notaio Tonino Grena,
risalente al 24 ottobre 1538, in cui si dice che
maestro Antonio quondam Sebastiano da
Pontoglio maringone abitante in Verola
Alghise, permuta e in parte vende a Pietro
quondam maestro Giacomo de Rivettis
di Rovato eremita nella chiesa di San Giorgio,
una casa in castello di Verola Alghise, nella
contrada Inferiore.
Il notaio Federico Grena, in un atto di
vendita stilato il 17 novembre 1539, parla dello
stesso eremita ed afferma:
IBi petrus filius quondam
Iacobi de Riuettis de Rouato dictus frater
pacificus heremitta sancti Georgij de
virolaalgisij agens pro se suisque heredibus
et successoribus dedit et vendidit Iure proprio
Imperpetuum Bernardino filio
quondam pecini de basiolis habitatori
dicte terre virolealgisij Ibi presenti
ementi et acquirenti pro se suisque
heredibus et successoribus
nominatim meliorame<n>tum
et Ius emphitheoticum vnius curtiui et
orti seu medietatis eiusdem Curtiui videlicet
Iura acquisita per Ipsum fratrem
pacificum a Nicolao de segandis. quibus
coheret amane domina Antonia de
segandis ameridie heredes bernardi
bernichi habentes Causam a sebastiano de grena
p<ar>tim et partim franciscus
lachinus habens Causam a domino presbitero
Tonino de grena asero Bartolomeus
de luchinis et amonte suprascripta
Antonia de segandis saluis etc Que
medietas est Tabularum vigintiquinque
curtiui et orti per Iustam
mensuram. De Qua medietate fondi dantur
et soluuntur solidi Triginta duo cum
dimidio et vnum par Caponum
singulo anno de liuello predicto
sebastiano Qui Bernardinus emptor promisit
Ipsum fratrem pacificum
conseruare Indemnem et
Illesum a dicto sebastiano etc
Ad habendum etc Dando etc
ponendo etc Constituendo
etc Et hoc pro pretio et finito
merchato librarum Quadraginta quatuor
planet pro dictis melioramentis.
Quas pecunias Idem frater pacificus
venditor In presentia ad Instantiam et
requisitionem dicti Bernardini
emptoris dixit et sponte confessus fuit
se habuisse et recepisse dictas libras
Quadraginta quatuor planet a dicto
Bernardino emptore.
Renuntiando
etc promittendo de euictione
etc Quantum est pro dato et
facto proprio etc obligando
etc Constituendo etc et
renuntiando etc,
[Pietro del fu Giacomo Rivetti di
Rovato, chiamato frate Pacifico, eremita di San
Giorgio di Verola Alghise, agente per sé e i
suoi successori, ha venduto a Bernardino del fu Pecino Basioli residente a Verola Alghise qui
presente il diritto di enfiteusi di un cortivo e
orto, o meglio la metà del cortivo, ossia i
diritti che il Rivetti ha acquisito da Nicola
Segandi, cui confinano a est donna Antonia
Segandi, a sud parte gli eredi di Bernardo
Bernichi in causa con Sebastiano Grena, parte
Francesco Lachino in causa con il prete don
Tonino Grena, a ovest Bartolomeo Luchini, a nord
la suddetta Antonia Segandi. Il fondo comprende
25 tavole di cortivo e orto, sulle quali si
versano di livello 30 soldi e mezzo e un paio di
capponi ogni anno a Sebastiano Grena, e per
questo livello il compratore Bernardino Basioli
ha promesso di conservare indenne il venditore
frate Pacifico Rivetti nei confronti del
suddetto Grena. Il prezzo pattuito per la
compravendita è di 44 lire planet, che il
venditore frate Pacifico Rivetti, alla presenza
e su richiesta del compratore Bernardino Basioli,
ha dichiarato di aver ricevuto.]
Un rilievo interessante è da fare a proposito
dei testimoni: l’atto, in effetti avveniva
Die decimoseptimo mensis
nouembris millesimoquingentesimo
Trigesimo nono Indictione
duodecima In Camera Cubiculari domini presbiteri
Tonini de grena sita In terra virolealgisij
diocesis Brixiensis, In contrata
platee. presentibus fratre francisco
filio quondam Bernardini
farinelli de Quintiano Ibidem habitatore
tertij ordinis sancti francisci
et Magistro hyeronimo filio quondam
Gratioli de Curticellis habitatore
Virolealgisij Testibus etc
Asserentibus etc
[17 novembre 1539, Indizione 12ª.
In camera da letto del prete don Tonino Grena in
Verola Alghise, diocesi di Brescia, in contrada
della Piazza. Presenti frate Francesco del fu
Bernardino Farinelli di Quinzano del Terz’ordine
di San Francesco, e maestro Girolamo del fu
Graziolo di Corticelle residente a Verola
Alghise, testimoni.]
Il quinzanese Francesco Farinelli, anch’egli
terziario francescano, è il pittore che realizzò
alcuni affreschi nella chiesa di San Rocco a
Quinzano nel 1540, come attesta Pandolfo Nassino
nelle pagine del suo registro relative a
quell’argomento.
Gli atti sopra menzionati mostrano una certa
frequenza nel mutamento degli eremiti: nel
maggio 1536 veniva investito fra Rocco Malvezzi;
nell’ottobre 1538 troviamo invece fra Pacifico
(o Pietro) Rivetti, che è ancora in servizio nel
novembre 1539; poi, nell’aprile del 1540 di
nuovo una investitura a nome di Battista
Fachinzetti. È forse un segno ulteriore
dell’inaffidabilità degli eremiti questa
frenetica tendenza alla rapida sostituzione.
A proposito poi del Rivetti, va detto che è
lo stesso che il 23 gennaio 1537 veniva
designato eremita di San Pietro e San Quirico in
Scorzarolo dal canonico don Angelo Ugoni rettore
delle due chiese. Poiché, quando il Rivetti farà
testamento il 26 agosto 1547, risulta ancora
eremita delle cappelle di Scorzarolo, appare
evidente che, per almeno un paio di anni, egli
fu contemporaneamente eremita di due luoghi
diversi, per giunta pertinenti a due famiglie
possidenti, i Gambara e gli Ugoni, tra loro
rivali. Un indizio che i romitaggi erano
all’epoca una specie di professione, e potevano
essere cumulati, tale e quale dei semplici
contratti di affitto; anche se non è escluso che
proprio questo abuso fosse tra le cause del
repentino licenziamento del Rivetti da San
Giorgio, e della stretta disciplinare
testimoniata dal contratto col Fachinzetti.
L’eremita era sicuramente una persona che
godeva di un certo prestigio economico se poteva
disporre di beni mobili e immobili, come
documentano le compravendite sopra menzionate,
nonché il citato testamento del 1547, in cui
Pietro Rivetti dispone la destinazione dei suoi
numerosi beni. Inoltre in un altro documento
datato 21 settembre 1549, appare un atto di
vendita di una porzione di casa in territorio di
Verola Alghise, presso la fossa del castello, da
parte di Maestro Nicolò Patino a Pietro Martire
quondam ser Giacomo Griani di Orzinuovi,
eremita anche lui presso le chiese dei Santi
Pietro e Quirico di Scorzarolo.
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Arredi e strutture
Nulla si sa della struttura architettonica della
chiesetta di San Giorgio, ma a partire dal 1572
si hanno alcune notizie sugli altari e sugli
arredi dai resoconti delle visite pastorali,
conservati presso l’Archivio Vescovile di
Brescia.
Le informazioni che appaiono più
frequentemente riguardano disposizioni di
migliorie dell’altare maggiore. Infatti, nelle
relazioni del delegato vescovile Cristoforo
Pilati nel 1572 e del canonico Girolamo Chinelli
nel 1657 si legge rispettivamente: «Altare
maius ornetur omnibus ornamentis duo altaria
destruantur» [l’altare maggiore sia
corredato di tutti gli arredi; due altari siano
demoliti]; «Ad altare maius Beate Marie
Virginis Mensa altaris sit aequalis usque ad
gradus ipsius» [all’altare maggiore della
Beata Vergine Maria la mensa dell’altare sia
livellata fino ai gradini].
Quanto alla sagrestia, non si sa perché, c’è
sempre una patena che deve essere dorata. Un
ordine del genere si ritrova nella visita del
vescovo Vincenzo Giustiniani nel 1635: «Patena
corrosa quae antiquitatem redolet inauretur»
[la patena corrosa, che sa di vecchio, sia
dorata]. In quella del canonico Girolamo
Chinelli nel 1657 si legge analogamente: «Patena
calicis inauretur» [la patena del calice sia
dorata]. Da ultimo nella relazione del vescovo
Pietro Ottoboni nel 1663 si legge ancora: «Sacra
patena inauretur» [la sacra patena sia
dorata].
All’interno dell’edificio è documentata la
presenza di due altari laterali in mattoni, di
cui uno dedicato a San Bartolomeo, e di un terzo
costruito sotto il portico all’esterno della
chiesa; di certo dovevano trovarsi in pessime
condizioni o avevano un aspetto poco sacrale, se
due visitatori episcopali ne hanno ordinato la
demolizione, da effettuarsi in tempi assai
brevi. Cristoforo Pilati infatti ordinava nel
1572: «Altare extra ecclesiam sub porticu
destruatur» [l’altare fuori dalla chiesa
sotto il portico sia demolito]; succesivamente
nel 1635 Vincenzo Giustiniani dettava la
seguente ordinanza: «Altare laterale positum
ante imaginem sancti Bartholomei tollatur omnino
infra mensem proposita poena interdicti oratorii»
[l’altare laterale posto davanti all’immagine di
San Bartolomeo sia tolto assolutamente entro un
mese, pena l’interdizione dell’oratorio].
Può sembrare strana e inopportuna la
costruzione di altari fuori dalla chiesa, dal
momento che esistevano all’interno; tuttavia in
antico questo era uso frequente. Del resto i
visitatori Cristoforo Pilati prima e san Carlo
poi ne segnalano con precisione l’esistenza;
anzi il cardinal Borromeo ne ordina addirittura
la demolizione entro tre giorni. Degno di
attenzione è quanto egli scrive dopo la visita
alla parrocchia di Verola Alghise effettuata nel
1580:
In oratorio sancti Georgij.
Altare pro ianua interius
perducatur et cancellis sepiatur. Super gradu
inferiori capelle, eique adhibeatur
bradella ad formam. Vites et
arbores parieti ecclesie adhaerentes extirpentur.
Reparetur tectum, et adhibeatur laqueata
contignatio et interim in eo non celebretur.
Res profanae in eo non asseuentur. Altare
sanctae Mariae extram ecclesiam tollatur infra
tres dies.
[Nell’oratorio di San Giorgio
L’altare davanti alla porta sia
spostato all’interno e sia delimitato da
cancelli. Sopra il gradino inferiore della
cappella sia allestita una predella conforme
alle disposizioni. Siano estirpate le viti e le
piante che appoggiano alla parete della chiesa.
Sia riparato il tetto e si ponga un assito per
soffitto, e nel frattempo non vi si celebri. Non
siano custodite cose profane all’interno.
L’altare di San Maria fuori dalla chiesa sia
eliminato entro tre giorni.]
Il documento evidenzia che verso la fine del
‘500 l’abbandono in cui versava la chiesa di San
Giorgio era tale da richiedere un drastico
intervento restaurativo della copertura e
l’eliminazione di arbusti e rampicanti che,
addossati alle pareti della chiesa, ne
compromettevano la stabilità e l’estetica.
Ancora una volta si evidenzia l’incuria dei
fedeli nei confronti di edifici religiosi
lontani dal centro abitato, nonostante la
nascita di una nuova spiritualità promossa dalla
Controriforma. Già allora l’oratorio di San
Giorgio aveva perso la sua caratteristica
primaria di luogo di culto se, come annota il
Borromeo, veniva utilizzato per custodire «res
profanae».
Nella chiesetta di San Giorgio venivano
celebrate, con una certa regolarità, le messe,
come attesta il vescovo Marino Giorgi nel 1669,
parlando dell’oratorio campestre di San Giorgio
nel quale celebra messa don Gian Paolo Quaranta;
al vescovo Bartolomeo Gradenigo il parroco
locale comunicava nel 1684: «Ritrovasi anche
un oratorio o piccola chiesa detta di San
Giorgio in luogo campestre, quale viene
offiziata con doi messe massime ne’ giorni
festivi»; più diffusamente un altro prevosto
informava il vescovo Giovanni Alberto Badoer nel
1714:
Ottavo ed ultimo oratorio è di
San Giorgio, ove abita di presente il romito
Bernardo Bonetta. In questo oratorio è tenuta la
magnifica comunità di Verola far celebrare una
messa tutte le domeniche dell’anno lasciata dal
signor Calisto Baiguera che si celebra dal
Reverendissimo don Francesco Terzi.
Nel suddetto oratorio hanno l’obbligo gli eredi
del signor Giorgio Bornati far celebrare una
messa tutte le altre feste e prefeste dell’anno
a comando delli Fenili adiacenti e questa si
celebra dal Reverendissimo don Gian Paolo
Bornati.
È interessante osservare che cittadini
verolesi lasciavano a carico degli eredi o di
enti disposizioni testamentarie che imponevano
la celebrazione di messe ogni domenica o festa
infrasettimanale presso questa chiesa. Da ciò si
può arguire che persisteva pursempre una certa
devozione per l’oratorio ubicato in aperta
campagna.
|
|
La chiesa di San Giorgio nell’Ottocento
Oscure sono le vicende che riguardano la chiesa
di San Giorgio per un secolo, fino all’inizio
dell’800, quando Napoleone Bonaparte emanò
l’editto di Saint Cloud che vietava di
seppellire i morti vicino alle chiese nei centri
abitati, e imponeva, per misure igieniche e
sanitarie, la costruzione dei cimiteri in aperta
campagna. L’amministrazione comunale, per
ottemperare a questa disposizione, deliberò la
costruzione del nuovo camposanto vicino alla
chiesa di San Giorgio. Questo fatto è
documentato dalla relazione del vicario don
Giacomo Bignotti da Bagnolo, in cui si apprende
che è stato costruito ad opera del Comune il
cimitero da lui benedetto il 14 febbraio 1810.
Questa relazione è allegata agli atti relativi
alla visita pastorale del vescovo Gabrio Maria
Nava eseguita il 18 aprile 1812.
Nel corso dell’800 la chiesa conobbe momenti
di particolare fasto, arricchendosi nella sua
struttura architettonica e nella copiosità degli
arredi, come certifica l’inventario stilato il
primo novembre 1861 e depositato presso
l’archivio parrocchiale di Verolanuova. In esso
colpiscono la ricchezza e l’abbondanza dei
paramenti in dotazione alla chiesa; infatti si
parla di pianete, camici, corporali, amitti,
cingoli, cotte, tovaglie, coltrine, conopei
(cortine per il tabernacolo), realizzati spesso
con tessuti pregiati quali il ganzo (stoffa
preziosa tessuta con fili d’oro), il lino, il
percallo (tela di cotone molto leggera con i due
versi uguali), il razzo (raso, tessuto
lucido e compatto), e talvolta abbelliti da
ricami e da pizzi. Assai numerosi sono gli
arredi citati, si va dai semplici bacili in
ottone, ai leggii, ai candelieri, alle croci, ai
banchi, ai tavolini, alle credenze, ai quadri, e
alle statue, come si può osservare nel documento
di seguito riportato:
Verolanuova il primo novembre
1861
Inventario di tutti gli arredi
sacri, ed effetti di ragione della chiesa di San
Giorgio ora del patrio cimitero parte dei quali
si trovano nella chiesa, parte a casa del
capellano.
Valutati Franchi
|
2 |
Calici di rame
inargentati con patene |
20, -- |
|
4 |
Pianete festive una di
ganzo d’oro ordinario, una a giardino
rossa, bianca ed una violacea |
|
|
4 |
Pianete a giardino
feriali molto usate una delle quali di
lana. |
|
|
3 |
Pianete di nero,cioè di
morto. |
50, -- |
|
11 |
Camici 7 dei quali molto
belli, festivi, 4 di tela forte,uno
nero, molto usato. |
|
|
5 |
Messali, 2 per la messa
di vivo, 3 per la messa di morto. |
12, -- |
|
10 |
Corporali per le messe |
|
|
10 |
Animette. |
|
|
114 |
Purificatorj molti dei
quali usati |
12, -- |
|
25 |
Amiti alcuni dei quali
sono molto usati |
|
|
14 |
Fassoletti per le messe. |
|
|
5 |
Cingoli a diversi colori. |
|
|
4 |
Cotte una delle quali
ricamata ma usata |
5, -- |
|
30 |
Tovaglie 3 ricamate, 4
con pissi molto belle, 6 con fornitura,
12 con pissi ordinari e 5 sopratovaglie |
|
|
3 |
Altre di percallo a
colori per coprire le mense degli altari |
30, -- |
|
8 |
Tovaglie per santella. |
|
|
16 |
Piccole tovaglie 4 per le
cerimonie, 6 per la credenza, e per le
elemosine, il resto per altri oggetti |
3, -- |
|
13 |
Capelletti e spille di
stagno e 4 di ottone |
1,50 |
|
5 |
Bacili di ottone 3 di
ragione del campo santo, 2 di ragione
del Sig. Giacomo Ziletti e Sig. Pietro
Mambretti, che dicono di doprarli, uno
di questi trovasi a casa del capellano |
3, -- |
|
18 |
Capelletti di legno
indorati a vernice |
1, -- |
|
5 |
Lampade di ottone e due
campanelli parimenti di ottone |
10, -- |
|
12 |
Candeglieri di legno 6
inargentati com croce ecc. e 6 indorati
a vernice ossia bronzati |
|
|
3 |
Bacilli di stagno per le
messe |
1,50 |
|
18 |
Candeglieri pitturati
feriali |
6, -- |
|
3 |
Legili di noce per le
messe |
3, -- |
|
1 |
Una croce di ottone |
1,50 |
|
2 |
Reliquie una di San
Giorgio, l’altra di San Giambattista ora
in parrocchia perché vien esposta in
tutti gli anni nel giorno |
|
|
|
Altro reliquiario di
legno contenente n. 372 reliquie di
santi tutti i giorni dell’anno ed anche
più regalo fatto alla chiesa di San
Giorgio dal Rev. Padre Maurizio [...]
questo reliquiario trovasi molte volte
anche nel suffraggio per esser più a
portata di esporlo in parrocchia ogni
qual volta occorre. |
|
|
2 |
Depositi di reliquie uno
di rame inargentato, l’altro di legno
per le predette reliquie |
2,50 |
|
2 |
Conopei per la custodia
dell’altare maggiore, uno di ganzo d’oro
ordinario l’altro di razzo bianco con
piccolo ricamo |
2, -- |
|
4 |
Ampolle di cristallo per
le messe 4 pei fiori |
2, -- |
|
6 |
Coltrine 2 che coprono le
immagini della Beata Vergine negli
altari laterali, le altre quattro
coprono le finestre |
|
|
2 |
Banchi di albera in
chiesa molto usati, con alcune panche |
|
|
3 |
Quadri uno esprimente
Cristo in Croce, l’altro San Giorgio e
l’altro San Chiara |
|
|
6 |
Statue una del Redentore
posta nella santella, l’altra di San
Barnaba, e 4 angeli |
|
|
4 |
Tavolini per le elemosine |
|
|
2 |
Genuflettorij per la
preparazione della messa con due
preparazioni con cornice di noce et
porta calendario di noce |
|
|
1 |
Un leturino per li
Antifonay |
|
|
2 |
Banchi uno in sacristia
per gli arredi, con il suo sopra banco
pel calice con l’altro in un altare per
l’oglio |
|
|
3 |
Tele incerate in sulla
mensa degli altari |
|
|
3 |
Birrette triangolari |
|
|
1 |
Una credenza molto usata
in casa dell’eremitta in ragione del
campo santo |
|
|
1 |
Una cassa di legno dolce
ora in casa del capellano, dove vi si
ripone gli addobbi del catafalco |
|
|
2 |
Bracialeti di ferro che
sostengono le due lampade |
2, -- |
|
|
Vi sono pure a casa del
capellano don Battista Bulgari tutti gli
addobbi rossi della chiesa di San
Giorgio, |
|
|
|
come pure tutti gli
addobbi del catafalco non di seta, ma
ordinari di tela e di percallo |
60, -- |
|
|
Più trovasi tutta la cera
di ragione dei morti che potrà essere
circa pesi 63 |
70, -- |
|
|
|
313, -- |
Nella stessa sede esiste anche un breve
inventario dei quadri presenti nella chiesa di
San Giorgio, stilato il 10 aprile 1867:
Nelle chiese in campagna
Nella chiesa di San Giorgio al
patrio cimitero. Il quadro di San Giorgio con
San Giovanni Battista e San Francesco d’Assisi.
Un altro di San Giorgio e quasi consunto vecchio
e di poco valore ed un altro di Santa Chiara. In
questo anno poi 1867 ne abbiamo acquistato un
altro, del def. Giovanni Fogazzi detto Mastella.
In questo documento non viene citato il quadro
di Cristo in croce, nominato invece nel 1861.
Poiché nel 1867 l’opera non esisteva più nella
chiesetta, si è indotti a pensare che anche
allora i furti di opere d’arte e di oggetti
sacri fossero frequenti a danno del patrimonio
artistico e culturale della comunità.
L’architetto S. Carini, in alcuni articoli
apparsi sul locale bollettino parrocchiale
nell’anno 1983, dà preziose informazioni sulla
struttura interna della chiesa, a commento di
memorie personali, nonché delle superstiti foto
da lui pubblicate per la prima volta:
Ripreso nella prima fotografia,
appare il presbiterio, separato dalla navata da
una lignea balaustra preceduta da un gradino,
servendo anche da Mensa eucaristica, con al
centro l’altare maggiore di San Giorgio, altare
perpetuamente in ogni giorno privilegiato a
suffragio dei defunti come da decreto di Sua
Santità Leone XII concesso il 27 settembre 1826.
E tutto ciò che ci rimane è questo altare con la
pala del Mondini, così segnata sul lato destro
in basso:
A miei defunti
in memoria
Mondini Giacomo
dipinse 1866 (?)
rappresentante la Madonna col
Bambino fra le nubi e gli angeli con ai piedi
San Giorgio, San Giovanni Battista e San
Francesco. Nell’ovale, al centro dell’alzata
dell’altare, appare invece riprodotta
(presumibilmente) la figura di Sant’Andrea
Avellino, morto mentre stava accingendosi a
celebrare la messa e, quindi posto a protezione
delle morti improvvise e che non ha nulla a che
vedere con le raffigurazioni della pala, per cui
l’altare stesso non parrebbe originario.
L’oratorio era inoltre dotato di altri due
altari secondari che, smontati al momento della
demolizione, vennero custoditi per diverso tempo
nella chiesa della Disciplina, per venire
dispersi come tanti altri valori artistici
verolesi. Chi in paese rammenta l’interno
dell’antica chiesetta, pone l’altare con la
Madonna che allatta il bambino sulla sinistra,
mentre ricorda bene in lato destro il terzo
altare sormontato da un’artistica statua lignea
nera di Madonna con bambino, cosiddetta Madonna
nera, sul tipo della Madonna di Oropa, opera
presumibilmente del ‘600. Tuttavia, nella
documentazione fotografica reperita
nell’archivio parrocchiale, non è rintracciabile
il terzo altare e con esso la Madonna nera
Verolese.
La lunga mano di ladri ignoti ha profanato
anche questo piccolo tesoro campestre,
privandolo di numerosi arredi sacri.
|
|
La demolizione
Il 27 marzo 1925 l’Amministrazione comunale di
Verolanuova invia alla fabbriceria una lettera
in cui comunica la decisione di abbattere la
chiesetta di San Giorgio, perché ritenuta
pericolante, e di aver chiesto ed ottenuto
l’autorizzazione del vescovo per tale
intervento. Afferma, inoltre, di aver costruito
appositi loculi ove seppellire i resti mortali
dei sacerdoti che si trovano sotto o presso la
chiesa da demolire:
27 Marzo 1925
Spett. Fabbriceria parrocchiale
di Verolanuova
L’Amministrazione Comunale dopo aver fatto
eseguire un piano regolatore del Cimitero che
venne debitamente approvato, secondo il quale va
demolita l’attuale Chiesa, che trovasi anche in
condizioni tali di deperimento da costituire
serio pericolo per la stabilità, ha anzitutto
chiesto ed ottenuto il permesso di S.E.
Monsignor Vescovo: indi ha proceduto alla
costruzione in lato di sera della Cappella
Centrale (Pantheon) di appositi loculi ove siano
degnamente riposti e custoditi i resti mortali
dei Sacerdoti che attualmente si trovano sepolti
sotto o presso la chiesa da demolirsi.
Si è chiamato l’Egregio Sig. Giulio Cantoni per
esaminare se sianvi in detta chiesa opere d’arte
da conservare e si sono date disposizioni, in
conformità al parere del Sig. Cantoni, perché
siano asportati e conservati gli altari ed
alcuni quadri.
Di quanto sopra credo mio dovere renderne edotta
codesta Fabbricera non dubitando del suo pieno
assenso ed avvertendo che la demolizione verrà
eseguita quanto prima.
Con ossequio.
Il Sindaco
F.to Pasini Avv. Giacomo
A distanza di quattro giorni, la fabbriceria
parrocchiale di Verolanuova prega
l’amministrazione comunale di ritardare
l’abbattimento fino al giorno in cui la cappella
che si intende costruire sia atta alle funzioni
del culto.
31 Marzo 1925
Ill.o Sig. Sindaco
La sottoscritta Fabbriceria di Verolanuova presa
visione della lettera di V.S. Ill.ma in data 27
corr. Mese, mentre porge sentiti ringraziamenti
per la deferenza usatale, dà il suo assenso alla
demolizione della vecchia chiesetta del
Cimitero.
Però, interpretando il pensiero di S. Ecc. Ill.a
Mons. Vescovo e conforme i desideri della
popolazione Verolese prega vivamente di voler
ritardare tale abbattimento al giorno in cui la
Cappella che s’intende costruire presenti
condizioni tali da essere atta alle funzioni di
Culto, anche per la miglior conservazione
dell’altare maggiore, che ben volentieri la
Fabbriceria cede per la nuova chiesetta.
La Fabbriceria
F.to Donini Dr. G. Battista
Moia Giovanni
Gaggia Dr. Bernardo
I primi di maggio del 1925 viene prima
abbattuto il campanile e poi il vecchio
oratorio, ma sopravvivono alcuni arredi:
l’altare maggiore, la pala del Mondini e le
consolle laterali, che sono collocati
nell’attuale cappella di San Giorgio. Scompare,
così, un tempio, testimone muto ma vigile,
davanti al quale sono sfilate numerose
generazioni con il loro bagaglio di gioie e
sofferenze.
Le uniche immagini sopravvissute della
chiesa di San Giorgio, che ci danno se non altro
l’idea di come si presentava l’edificio, sono
sei fotografie scattate nel 1925, poco prima
della demolizione. Purtroppo l’incuria o il
desiderio di modernità non hanno rispettato
questa testimonianza di vita e di spiritualità
dei nostri avi, privandoci così di una parte
della nostra cultura.
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La fiera di San Giorgio
Il 23 aprile era giorno di gran festa. Le
famiglie si recavano al cimitero, frenando a
stento l’entusiasmo dei bambini, che ben
sapevano di trovare una piacevole sorpresa.
Lungo il viale di accesso, tra un tiglio e
l’altro, c’erano delle bancarelle che mettevano
in bella mostra dolciumi di vario tipo, una rara
occasione per far leva sulla generosità dei
genitori. Ogni bancarella era abbondantemente
fornita di “bandierine di San Giorgio”: queste
altro non erano che gli stocchi del granoturco
(i malgass), sui quali venivano procurati
dei tagli a distanza regolare, dove venivano
inseriti caramelle, biscotti, cioccolatini e
torroncini. I bambini chiedevano giustamente di
avere la bandierina più lunga, perché più ricca
di dolci e più colorata. Come resistere a tanto
ben di Dio e a quella opulenza di colori e di
profumi che facevano sognare!
La sera, terminata la festa e con essa anche
i dolcetti, la bandierina tornava ad essere un
semplice malgass, e il suo ultimo momento
di gloria si bruciava nel camino. Era, quello,
il mondo delle piccole cose, dove anche un
malgass poteva essere fonte di gioia per i
bambini, elemento unificante delle famiglie e
nello stesso tempo motivo di risparmio, dato che
nulla doveva essere sprecato.
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