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Documenti

1536 maggio 6

a) Il conte Brunoro Gambara, a nome del fratello Uberto, investe fra Rocco Malvezzi di Mompiano della chiesa di S. Giorgio in Verola Alghise.

b) Il prete don Quirino Luzi immette ritualmente fra Rocco Malvezzi in possesso della chiesa di S. Giorgio.  [pdf]

1537 gennaio 23

Don Angelo Ugoni, rettore di S. Giacomo e di S. Pietro e S. Quirico di Scorzarolo, investe eremita fra Pacifico Rivetti di Rovato.  [pdf]

1539 novembre 17

Pietro Rivetti di Rovato detto fra Pacifico, eremita di S. Giorgio di Verola Alghise, vende a Bernardino Basioli diritti enfiteutici su un cortivo e un orto.  [pdf]

1540 aprile 26

Il conte Brunoro Gambara, a nome del fratello card. Uberto, investe Battista Fachinzetti della chiesa di S. Giorgio di Verola Alghise.  [pdf]

1547 agosto 26

Testamento di Pietro Rivetti di Rovato, eremita della chiesa di S. Pietro di Scorzarolo.  [pdf]

 

Immagini

Verolanuova. La chiesa di S. Giorgio (1925).  

Verolanuova

 

 La chiesa di San Giorgio

 

 di Enrica De Angeli - Doriana Francesconi - Franca Vergine

 

da CASANOVA, Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce. Le chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni (San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, pp. 115-128.

[pdf] 

 

 

L’antico oratorio campestre 

L’antico oratorio campestre di San Giorgio sorgeva all’estremità del lungo viale di tigli che oggi dà accesso al cimitero.

    La specificità della dedicazione a San Giorgio è quasi sicuramente da porsi in stretta relazione con l’antica presenza dei Longobardi sul territorio verolese. Non a caso, infatti, i Longobardi, dopo la loro conversione al cristianesimo, dedicavano a San Giorgio, figura di santo guerriero, molte loro chiese e residenze fortificate. Questo santo, originario della Cappadocia e tribuno militare in Palestina, fin dal medioevo appare nelle rappresentazioni iconografiche a cavallo, con corazza, spada e bandiera, simboli di una vita eroica dedita alla difesa dei deboli e degli innocenti.

    Nei secoli successivi all’invasione longobarda fiorirono lungo gli antichi tracciati viari numerosi ospizi e monasteri, che svolsero una funzione determinante sia nell’ambito religioso che in quello politico; e pellegrini, viandanti, commercianti vi sostavano durante i loro viaggi. In particolare, tra i monasteri di San Benedetto di Leno, Santa Giulia e Sant’Eufemia di Brescia, San Silvestro di Nonantola, e il priorato cluniacense di San Gabriele di Cremona, presumibilmente si snodavano percorsi di pellegrini, disseminati di celle monastiche che fungevano da ospizio per i viandanti, da ricovero per gli ammalati e i feriti. Il Bonaglia [1972, p. 66] dà per certo che San Giorgio fosse uno di questi ospizi, sorto nel territorio verolese.

    Una inveterata consuetudine ecclesiastica porta a pensare che nei pressi di questa chiesa avessero sede delle sepolture, tant’è che nel tempo la chiesa di San Giorgio rimase legata alla presenza di un cimitero. La prima notizia certa per noi dell’esi­stenza della chiesa si trova negli atti della visita del vescovo di Brescia Domenico Bollani alle chiese della diocesi (1565) dove l’oratorio campestre di San Giorgio viene annoverato fra le cappelle site nel territorio di Verola Alghise. Tale presenza trova conferma anche nella visita del vicario Giorgio Serina nell’anno 1624: «ecclesia est sancti Georgij quae est oratorium campestre» [c’è una chiesa di San Giorgio, che è un oratorio campestre]. Per oratorio si intendeva un edificio destinato alla preghiera e al culto pubblico, o talvolta privato, di confraternite, famiglie o gruppi di fedeli.

 

L’istituto del romitaggio 

Gli oratori campestri erano in antico affidati, di solito, ai cosiddetti eremiti. Gli eremiti erano, di solito, laici: conducevano vita isolata ed erano investiti del compito di prendersi cura delle cappelle campestri, degli edifici e delle proprietà annesse. A loro era attribuito anche il compito di favorire la devozione e il culto per il santo titolare dell’oratorio. Talora questi personaggi avevano l’appellativo di frate perché appartenevano (o erano appartenuti) ad un ordine religioso; non di rado erano terziari francescani, e si ispiravano ai principi e alle regole del Terz’ordine. Sicuramente il termine “romét”, con cui viene indicato ancora oggi il custode del cimitero, è una dialettizzazione di “eremita”: due figure lontane nel tempo ma accomunate dalla solitudine del luogo e dalla vita appartata, più vicina ai morti che ai vivi.

    Abbiamo reperito presso l’Archivio di Stato di Brescia un atto notarile, datato 6 maggio 1536, in cui il conte Brunoro Gambara, anche a nome di suo fratello Uberto, investe a perpetuo livello l’eremita frate Rocco quondam Giovanni Malvezzi di Mompiano, della chiesa campestre intitolata a San Giorgio e dei suoi diritti in territorio di Verola Alghise:

Ibi Illustris dominus Comes Brunorius filius quondam Illustris domini Comitis Iohannis francisci de Gambara nobilis Brixiensis agens procuratorio nomine Illustris et Reuerendissimi domini domini Vberti de Gambara episcopi terdonensis eius fratris Inuestiuit et Inuestit ad rectum et perpetuum liuellum fratrem Rocchum filium quondam Iohannis maluetij de Mompiano heremittam presentem et acceptantem nominatim de ecclesia Campestra [!] et Iuribus Ipsius ecclesie sita super territorio dicte terre Virolealgisij Intitulata sancti Georgij

[L’illustre signor conte Brunoro del fu conte Giovanni Francesco Gambara nobile di Brescia, procuratore di suo fratello il reverendo signor don Uberto Gambara vescovo di Tortona, ha investito a perpetuo livello frate Rocco del fu Giovanni Malvezzi di Mompiano eremita qui presente, della chiesa campestre e rispettivi diritti in territorio di Verola Alghise, intitolata a San Giorgio.] 

La nomina è redatta in forma di investitura feudale, assai simile a quelle connesse con contratti di affitto a tempo indeterminato o lunghissimo (tipo le cosiddette enfiteusi), e prevede da parte del concessionario il pagamento di un canone annuale poco più che simbolico. Infatti:

dare reddere et soluere conuenit et solempniter promisit et promittit dictus frater Rochus heremita et emphiteota dicto domino Comiti agenti utsupra paria duo Caponorum sufficientium quolibet anno In festo sancti Martini uel In eius octaua pro ficto et nomine ficti liuellarij dicte ecclesie et eius Iurium utsupra sub pena dupli etc Quo ficto sic dato et soluta [!] aut ad dictum terminum legittime oblato alia super Imposita non fiant dicto emphiteote. saluo tamen et reseruato quod si quo tempore dictus emphiteota vellet dicta Iura renuntiare quod teneatur ea renuntiare dicto domino Comiti agenti utsupra uel dicto et Reuerendissimo domino Vberti [!] principali uel successoribus eiusdem et alio seu alijs.

[Il suddetto frate Rocco Malvezzi eremita e concessionario ha solennemente promesso al conte Gambara di consegnare due paia di buoni capponi ogni anno nella festa di San Martino o alla sua ottava a titolo di fitto livellario della chiesa e delle sue proprietà, sotto pena del doppio, senza che al concessionario siano richieste altre imposizioni oltre alla consegna del fitto nei termini sopra prescritti. Se poi il concessionario vorrà rinunciare i diritti concernenti il livello, lo possa fare al suddetto conte in qualità di procuratore, o al fratello don Uberto principale proprietario, o ai suoi successori.] 

    In questo documento è interessante il rito di immissione in possesso. Si tratta di una vera e propria investitura, cerimonia che nel diritto feudale era l’atto pubblico e solenne mediante il quale veniva stabilito un vincolo di vassallaggio; nel tempo, poi, assunse prevalentemente la funzione di formalizzare l’immissione nel possesso di un beneficio.

    Non sarà inutile rileggerne qualche passo. L’atto di immissione in possesso avviene lo stesso giorno della stipula, cui è allegato, alla presenza di testimoni:

Die anno Indictione et mense antedictis In ecclesia et Iuribus Infrascriptis sitis ut Infra presentibus Reuerendo domino presbitero Iohanne petro filio quondam domini Gabriellis de Agogerijs de gandino et domino presbitero Iohanne filio Vliuerij de fornasinis Ambobus testibus etc

[Giorno mese anno e indizione come nell’atto precedente; nella chiesa e nelle proprietà qui sotto descritte; presenti il reverendo prete don Giovanni Pietro del fu signor Gabriele Agogeri di Gandino e il prete don Giovanni di Oliviero Fornasini, entrambi testimoni.] 

    L’immissione in possesso è celebrata dal canonico verolese don Quirino (o Guarino) Luzi a nome del conte Brunoro Gambara, a sua volta procuratore del fratello Uberto vescovo di Tortona:

IBi Reuerendus dominus presbiter Quirinus de Lutijs Canonicus Virolensis In executione Inuestiture facte hodierna die per Illustrem dominum Comitem Brunorium procuratorio nomine Illustris et Reuerendissimi domini domini Vberti de gambara eius fratris episcopi terdonensis fratri Rocho filio quondam Iohannis Maluetij de Mompiano XE "Mompiano"  heremitte in loco sancti Georgij omni meliori modo etc posuit et Induxit ac ponit et Inducit dictum fratrem Rochum presentem et acceptantem In et ad tenutam et corporalem possessionem seu quasi Ecclesie Campe<s>tre [!] nominate sancti Georgij et possessionum circumcircha dictam ecclesiam Iacentium Iure dicte ecclesie sitarum super territorio dicte terre Virolealgisij

[Il reverendo prete don Guarino Luzi canonico di Verola Alghise, in esecuzione dell’investitura fatta oggi dal signor conte Brunoro Gambara quale procuratore del reverendo signor don Uberto Gambara suo fratello vescovo di Tortona a frate Rocco del fu Giovanni Malvezzi di Mompiano eremita in San Giorgio, ha posto e pone il suddetto frate Rocco qui presente in possesso della chiesa campestre intitolata a San Giorgio e delle annesse proprietà che circondano la chiesa, in territorio di Verola Alghise.] 

    La chiesa e la relativa proprietà non sembrano appartenere alla famiglia Gambara, ma personalmente al vescovo Uberto: dunque si tratta probabilmente di una commenda ecclesiastica, piuttosto che di un giuspatronato familiare. Il titolo di frate attribuito a Rocco Malvezzi dipende forse dal fatto che era terziario francescano.

    Ecco come è descritto il rito vero e proprio di immissione in possesso:

faciendo Ipsum osculari Cornua altaris existentis in dicta ecclesia et dando in eius manibus Candelabra existentia super dictum altare. ac etiam per manus eum accipiendo et conducendo Ipsum per dictam ecclesiam et faciendo Ipsum aperire et claudere hostium dicte ecclesie necnon dando in eius manus funem ca<m>pane et pulsando dictam campanam ac etiam eum conducendo in orto et per possessiones circum circha dictam ecclesiam existe<n>tes ac dando in eius gremio de terra lapidibus et erba ac frondibus existentibus tam in dicta ecclesia quam in dicto orto et possessionibus Iure dicte ecclesie et alios actus faciendo In signum vere et tenute possessionis dicte ecclesie et dictorum Iurium dicens et protestans Idem frater Rocchus accepisse et accipere dictam tenutam possessionem seu quasi non tantum corpore sed etiam animo In ea perseuerando usque ad consumationem vite sue et quod omne Ius dicte ecclesie sibi saluum sit

[Il canonico Luzi ha fatto baciare a frate Rocco Malvezzi i lati dell’altare della chiesa; gli ha dato nelle mani i candelabri posti sopra l’altare; l’ha preso per mano e l’ha condotto attraverso la chiesa; gli ha fatto aprire e chiudere la porta della chiesa; gli ha dato in mano la fune della campana e gliel’ha fatta suonare; l’ha condotto nell’orto e attraverso le proprietà tutt’attorno alla chiesa; gli ha posto in grembo terra pietre e fronde raccolte nella chiesa e nelle relative proprietà; e ha compiuto altri riti in segno dell’immissione in possesso della chiesa e delle sue proprietà. Frate Rocco Malvezzi ha dichiarato di aver ricevuto il possesso non soltanto fisicamente quanto soprattutto spiritualmente e ha affermato che persevererà nel possesso fino al termine della sua vita, e che in mano sua ogni diritto della chiesa sarà preservato.] 

    Il carattere feudale del rito è evidente anche nell’atto analogo di investitura ad eremita del successore del Malvezzi, Battista Fachinzetti, stilato a Verolanuova dal medesimo notaio Tonino Grena il 26 aprile 1540. Vi si legge:

IBi Illustris dominus Comes Brunorius filius quondam Illustris domini Comitis Ioannis francisci de Gambara procurator et agens procuratorio nomine Illustri et Reuerendissimi domini domini Vberti de Gambara dei et apostolice sedis gratia Cardinalis tituli sancti Siluestri per cartam procure rogatam per ... notarium vrbis die et anno in ea contentis ... per baculum quem in suis manibus tenebat Inuestiuit et Inuestit Baptistam filium quondam Antonii de fachinzettis presentem et hanc Inuestituram recipientem nominatim de ecclesia sancti Georgij et de omnibus suis bonis et pertinentijs suis

[L’illustre signor conte Brunoro del fu signor conte Giovanni Francesco Gambara, procuratore del reverendo don Uberto Gambara, per grazia di Dio e della sede apostolica cardinale del titolo di San Silvestro per atto di procura rogato dal notaio romano ... alla data ..., con il bastone che teneva nelle proprie mani, ha investito e investe Battista del fu Antonio Fachinzetti qui presente della chiesa di San Giorgio e di tutti i suoi beni e pertinenze.]    

    Subito dopo vengono elencati i beni annessi alla chiesa e dati in godimento all’eremita:

videlicet de petia terre circumstante Ipsi ecclesie et de alia petia terre sita super territorio Virolealgisij In contrata Vie longe cui coheret amane et ameridie Via asero Illi de cenate habentes causam ab ecclesia sancti Laurentii dicte terre Virole algis et amonte Iacobus de sachettis habentes causam utsupra quantacumque sit ad mensuram.

[ossia un terreno circostante alla chiesa stessa e un altro terreno in territorio di Verola Alghise in contrada della Via Longa, cui confinano a est e a sud la strada, a ovest i de Cenate in causa con la chiesa di San Lorenzo di Verola Alghise, e a nord Giacomo Sacchetti in causa come sopra, di qualunque misura esso sia.] 

    Questo contratto, a differenza del precedente, contiene anche alcune clausole relative al modo di vita che l’eremita dovrà scrupolosamente osservare:

Cum hijs tamen pactis videlicet quod dictus Baptista debeat se Induere more heremitte, et quod non debeat blasfemare deum nec Virginem Mariam neque sanctos uel sanctas neque ludere ad cartas nec alios actus Inhonestos facere nec dicere Imo bene et honeste viuere more boni heremitte, religiosi et deuoti et dictam ecclesiam et domos et petias terre toto posse suo bonificare ac homines et mulieres ad dictum locum ad deuotionem Inducere ac vitam bonam et honestam ducere more boni heremitte Et sic dictus Baptista promisit ac se obligauit in omnibus et per omnia facere proutsupra

[Ciò a condizione che Battista Fachinzetti debba indossare l’abito proprio dell’eremita, e che non debba bestemmiare Dio, la Vergine Maria, i santi o le sante, né giocare a carte, né fare o dire cose disoneste; e anzi dovrà vivere bene e onestamente da buon eremita religioso e devoto, e con ogni suo sforzo dovrà tenere bene la chiesa le case e le pezze di terra, dovrà attirare uomini e donne presso quel luogo sacro inducendoli a devozione, dovrà condurre una vita buona e onesta come si addice a un buon eremita. E così il Fachinzetti ha promesso e si è obbligato in tutto e per tutto a fare come richiesto.] 

    Dagli eremiti ci si aspetterebbe che fossero asceti, e che vivessero isolati dal mondo e dediti alla vita contemplativa; non di rado, però, pur essendo vicini all’ambiente clericale, esercitavano la magia, preparavano pozioni medicamentose, fatture e misture ingenuamente ritenute miracolose dalla semplice e rude gente contadina. Talvolta il comportamento, il tipo di vita e di costumi di questi eremiti erano poco raccomandabili: infatti, proprio per eliminare ogni rischio di contaminazione dissacratoria, il conte Gambara, dopo aver investito Battista quondam Antonio de Fachinzettis della chiesa di San Giorgio, fissa alcuni comportamenti a cui l’eremita deve attenersi: usare un linguaggio pulito, corretto, rispettoso verso Dio e verso gli uomini, indossare abiti decorosi, vivere onestamente come si conviene ad un eremita religioso e devoto, quindi non giocare a carte, né commettere azioni disdicevoli. Sono condizioni che, in controluce, rivelano a quale livello di degradazione potesse giungere a quel tempo il comportamento di certi eremiti, i quali si assumevano l’onere di sorvegliare e accudire le chiese campestri probabilmente più per le laute offerte che per autentica devozione. Compiti più consueti per un eremita dovevano essere, in realtà, curare la chiesa, i terreni, gli edifici a lui affidati, e favorire la devozione e il culto dei fedeli.

    La figura dell’eremita era documentata anche da un altro atto del notaio Tonino Grena, risalente al 24 ottobre 1538, in cui si dice che maestro Antonio quondam Sebastiano da Pontoglio maringone abitante in Verola Alghise, permuta e in parte vende a Pietro quondam maestro Giacomo de Rivettis di Rovato eremita nella chiesa di San Giorgio, una casa in castello di Verola Alghise, nella contrada Inferiore.

    Il notaio Federico Grena, in un atto di vendita stilato il 17 novembre 1539, parla dello stesso eremita ed afferma:

IBi petrus filius quondam Iacobi de Riuettis de Rouato dictus frater pacificus heremitta sancti Georgij de virolaalgisij agens pro se suisque heredibus et successoribus dedit et vendidit Iure proprio Imperpetuum Bernardino filio quondam pecini de basiolis habitatori dicte terre virolealgisij Ibi presenti ementi et acquirenti pro se suisque heredibus et successoribus nominatim meliorame<n>tum et Ius emphitheoticum vnius curtiui et orti seu medietatis eiusdem Curtiui videlicet Iura acquisita per Ipsum fratrem pacificum a Nicolao de segandis. quibus coheret amane domina Antonia de segandis ameridie heredes bernardi bernichi habentes Causam a sebastiano de grena p<ar>tim et partim franciscus lachinus habens Causam a domino presbitero Tonino de grena asero Bartolomeus de luchinis et amonte suprascripta Antonia de segandis saluis etc Que medietas est Tabularum vigintiquinque curtiui et orti per Iustam mensuram. De Qua medietate fondi dantur et soluuntur solidi Triginta duo cum dimidio et vnum par Caponum singulo anno de liuello predicto sebastiano Qui Bernardinus emptor promisit Ipsum fratrem pacificum conseruare Indemnem et Illesum a dicto sebastiano etc Ad habendum etc Dando etc ponendo etc Constituendo etc Et hoc pro pretio et finito merchato librarum Quadraginta quatuor planet pro dictis melioramentis. Quas pecunias Idem frater pacificus venditor In presentia ad Instantiam et requisitionem dicti Bernardini emptoris dixit et sponte confessus fuit se habuisse et recepisse dictas libras Quadraginta quatuor planet a dicto Bernardino emptore. Renuntiando etc promittendo de euictione etc Quantum est pro dato et facto proprio etc obligando etc Constituendo etc et renuntiando etc,

[Pietro del fu Giacomo Rivetti di Rovato, chiamato frate Pacifico, eremita di San Giorgio di Verola Alghise, agente per sé e i suoi successori, ha venduto a Bernardino del fu Pecino Basioli residente a Verola Alghise qui presente il diritto di enfiteusi di un cortivo e orto, o meglio la metà del cortivo, ossia i diritti che il Rivetti ha acquisito da Nicola Segandi, cui confinano a est donna Antonia Segandi, a sud parte gli eredi di Bernardo Bernichi in causa con Sebastiano Grena, parte Francesco Lachino in causa con il prete don Tonino Grena, a ovest Bartolomeo Luchini, a nord la suddetta Antonia Segandi. Il fondo comprende 25 tavole di cortivo e orto, sulle quali si versano di livello 30 soldi e mezzo e un paio di capponi ogni anno a Sebastiano Grena, e per questo livello il compratore Bernardino Basioli ha promesso di conservare indenne il venditore frate Pacifico Rivetti nei confronti del suddetto Grena. Il prezzo pattuito per la compravendita è di 44 lire planet, che il venditore frate Pacifico Rivetti, alla presenza e su richiesta del compratore Bernardino Basioli, ha dichiarato di aver ricevuto.] 

Un rilievo interessante è da fare a proposito dei testimoni: l’atto, in effetti avveniva

Die decimoseptimo mensis nouembris millesimoquingentesimo Trigesimo nono Indictione duodecima In Camera Cubiculari domini presbiteri Tonini de grena sita In terra virolealgisij diocesis Brixiensis, In contrata platee. presentibus fratre francisco filio quondam Bernardini farinelli de Quintiano Ibidem habitatore tertij ordinis sancti francisci et Magistro hyeronimo filio quondam Gratioli de Curticellis habitatore Virolealgisij Testibus etc Asserentibus etc

[17 novembre 1539, Indizione 12ª. In camera da letto del prete don Tonino Grena in Verola Alghise, diocesi di Brescia, in contrada della Piazza. Presenti frate Francesco del fu Bernardino Farinelli di Quinzano del Terz’ordine di San Francesco, e maestro Girolamo del fu Graziolo di Corticelle residente a Verola Alghise, testimoni.] 

    Il quinzanese Francesco Farinelli, anch’egli terziario francescano, è il pittore che realizzò alcuni affreschi nella chiesa di San Rocco a Quinzano nel 1540, come attesta Pandolfo Nassino nelle pagine del suo registro relative a quell’argomento.

 

Gli atti sopra menzionati mostrano una certa frequenza nel mutamento degli eremiti: nel maggio 1536 veniva investito fra Rocco Malvezzi; nell’ottobre 1538 troviamo invece fra Pacifico (o Pietro) Rivetti, che è ancora in servizio nel novembre 1539; poi, nell’aprile del 1540 di nuovo una investitura a nome di Battista Fachinzetti. È forse un segno ulteriore dell’inaffidabilità degli eremiti questa frenetica tendenza alla rapida sostituzione.

    A proposito poi del Rivetti, va detto che è lo stesso che il 23 gennaio 1537 veniva designato eremita di San Pietro e San Quirico in Scorzarolo dal canonico don Angelo Ugoni rettore delle due chiese. Poiché, quando il Rivetti farà testamento il 26 agosto 1547, risulta ancora eremita delle cappelle di Scorzarolo, appare evidente che, per almeno un paio di anni, egli fu contemporaneamente eremita di due luoghi diversi, per giunta pertinenti a due famiglie possidenti, i Gambara e gli Ugoni, tra loro rivali. Un indizio che i romitaggi erano all’epoca una specie di professione, e potevano essere cumulati, tale e quale dei semplici contratti di affitto; anche se non è escluso che proprio questo abuso fosse tra le cause del repentino licenziamento del Rivetti da San Giorgio, e della stretta disciplinare testimoniata dal contratto col Fachinzetti.

    L’eremita era sicuramente una persona che godeva di un certo prestigio economico se poteva disporre di beni mobili e immobili, come documentano le compravendite sopra menzionate, nonché il citato testamento del 1547, in cui Pietro Rivetti dispone la destinazione dei suoi numerosi beni. Inoltre in un altro documento datato 21 settembre 1549, appare un atto di vendita di una porzione di casa in territorio di Verola Alghise, presso la fossa del castello, da parte di Maestro Nicolò Patino a Pietro Martire quondam ser Giacomo Griani di Orzinuovi, eremita anche lui presso le chiese dei Santi Pietro e Quirico di Scorzarolo.

 

Arredi e strutture 

Nulla si sa della struttura architettonica della chiesetta di San Giorgio, ma a partire dal 1572 si hanno alcune notizie sugli altari e sugli arredi dai resoconti delle visite pastorali, conservati presso l’Archivio Vescovile di Brescia.

    Le informazioni che appaiono più frequentemente riguardano disposizioni di migliorie dell’altare maggiore. Infatti, nelle relazioni del delegato vescovile Cristoforo Pilati nel 1572 e del canonico Girolamo Chinelli nel 1657 si legge rispettivamente: «Altare maius ornetur omnibus ornamentis duo altaria destruantur» [l’altare maggiore sia corredato di tutti gli arredi; due altari siano demoliti]; «Ad altare maius Beate Marie Virginis Mensa altaris sit aequalis usque ad gradus ipsius» [all’altare maggiore della Beata Vergine Maria la mensa dell’altare sia livellata fino ai gradini].

    Quanto alla sagrestia, non si sa perché, c’è sempre una patena che deve essere dorata. Un ordine del genere si ritrova nella visita del vescovo Vincenzo Giustiniani nel 1635: «Patena corrosa quae antiquitatem redolet inauretur» [la patena corrosa, che sa di vecchio, sia dorata]. In quella del canonico Girolamo Chinelli nel 1657 si legge analogamente: «Patena calicis inauretur» [la patena del calice sia dorata]. Da ultimo nella relazione del vescovo Pietro Ottoboni nel 1663 si legge ancora: «Sacra patena inauretur» [la sacra patena sia dorata].

 

All’interno dell’edificio è documentata la presenza di due altari laterali in mattoni, di cui uno dedicato a San Bartolomeo, e di un terzo costruito sotto il portico all’esterno della chiesa; di certo dovevano trovarsi in pessime condizioni o avevano un aspetto poco sacrale, se due visitatori episcopali ne hanno ordinato la demolizione, da effettuarsi in tempi assai brevi. Cristoforo Pilati infatti ordinava nel 1572: «Altare extra ecclesiam sub porticu destruatur» [l’altare fuori dalla chiesa sotto il portico sia demolito]; succesivamente nel 1635 Vincenzo Giustiniani dettava la seguente ordinanza: «Altare laterale positum ante imaginem sancti Bartholomei tollatur omnino infra mensem proposita poena interdicti oratorii» [l’altare laterale posto davanti all’immagine di San Bartolomeo sia tolto assolutamente entro un mese, pena l’interdizione dell’oratorio].

    Può sembrare strana e inopportuna la costruzione di altari fuori dalla chiesa, dal momento che esistevano all’interno; tuttavia in antico questo era uso frequente. Del resto i visitatori Cristoforo Pilati prima e san Carlo poi ne segnalano con precisione l’esistenza; anzi il cardinal Borromeo ne ordina addirittura la demolizione entro tre giorni. Degno di attenzione è quanto egli scrive dopo la visita alla parrocchia di Verola Alghise effettuata nel 1580:

In oratorio sancti Georgij.

Altare pro ianua interius perducatur et cancellis sepiatur. Super gradu inferiori capelle, eique adhibeatur bradella ad formam. Vites et arbores parieti ecclesie adhaerentes extirpentur. Reparetur tectum, et adhibeatur laqueata contignatio et interim in eo non celebretur. Res profanae in eo non asseuentur. Altare sanctae Mariae extram ecclesiam tollatur infra tres dies.

[Nell’oratorio di San Giorgio

L’altare davanti alla porta sia spostato all’interno e sia delimitato da cancelli. Sopra il gradino inferiore della cappella sia allestita una predella conforme alle disposizioni. Siano estirpate le viti e le piante che appoggiano alla parete della chiesa. Sia riparato il tetto e si ponga un assito per soffitto, e nel frattempo non vi si celebri. Non siano custodite cose profane all’interno. L’altare di San Maria fuori dalla chiesa sia eliminato entro tre giorni.] 

    Il documento evidenzia che verso la fine del ‘500 l’abbandono in cui versava la chiesa di San Giorgio era tale da richiedere un drastico intervento restaurativo della copertura e l’eliminazione di arbusti e rampicanti che, addossati alle pareti della chiesa, ne compromettevano la stabilità e l’estetica. Ancora una volta si evidenzia l’incuria dei fedeli nei confronti di edifici religiosi lontani dal centro abitato, nonostante la nascita di una nuova spiritualità promossa dalla Controriforma. Già allora l’oratorio di San Giorgio aveva perso la sua caratteristica primaria di luogo di culto se, come annota il Borromeo, veniva utilizzato per custodire «res profanae».

    Nella chiesetta di San Giorgio venivano celebrate, con una certa regolarità, le messe, come attesta il vescovo Marino Giorgi nel 1669, parlando dell’oratorio campestre di San Giorgio nel quale celebra messa don Gian Paolo Quaranta; al vescovo Bartolomeo Gradenigo il parroco locale comunicava nel 1684: «Ritrovasi anche un oratorio o piccola chiesa detta di San Giorgio in luogo campestre, quale viene offiziata con doi messe massime ne’ giorni festivi»; più diffusamente un altro prevosto informava il vescovo Giovanni Alberto Badoer nel 1714:

Ottavo ed ultimo oratorio è di San Giorgio, ove abita di presente il romito Bernardo Bonetta. In questo oratorio è tenuta la magnifica comunità di Verola far celebrare una messa tutte le domeniche dell’anno lasciata dal signor Calisto Baiguera che si celebra dal Reverendissimo don Francesco Terzi.
Nel suddetto oratorio hanno l’obbligo gli eredi del signor Giorgio Bornati far celebrare una messa tutte le altre feste e prefeste dell’anno a comando delli Fenili adiacenti e questa si celebra dal Reverendissimo don Gian Paolo Bornati. 

    È interessante osservare che cittadini verolesi lasciavano a carico degli eredi o di enti disposizioni testamentarie che imponevano la celebrazione di messe ogni domenica o festa infrasettimanale presso questa chiesa. Da ciò si può arguire che persisteva pursempre una certa devozione per l’oratorio ubicato in aperta campagna.

 

La chiesa di San Giorgio nell’Ottocento 

Oscure sono le vicende che riguardano la chiesa di San Giorgio per un secolo, fino all’inizio dell’800, quando Napoleone Bonaparte emanò l’editto di Saint Cloud che vietava di seppellire i morti vicino alle chiese nei centri abitati, e imponeva, per misure igieniche e sanitarie, la costruzione dei cimiteri in aperta campagna. L’ammini­strazione comunale, per ottemperare a questa disposizione, deliberò la costruzione del nuovo camposanto vicino alla chiesa di San Giorgio. Questo fatto è documentato dalla relazione del vicario don Giacomo Bignotti da Bagnolo, in cui si apprende che è stato costruito ad opera del Comune il cimitero da lui benedetto il 14 febbraio 1810. Questa relazione è allegata agli atti relativi alla visita pastorale del vescovo Gabrio Maria Nava eseguita il 18 aprile 1812.

    Nel corso dell’800 la chiesa conobbe momenti di particolare fasto, arricchendosi nella sua struttura architettonica e nella copiosità degli arredi, come certifica l’inven­tario stilato il primo novembre 1861 e depositato presso l’archivio parrocchiale di Verolanuova. In esso colpiscono la ricchezza e l’abbondanza dei paramenti in dotazione alla chiesa; infatti si parla di pianete, camici, corporali, amitti, cingoli, cotte, tovaglie, coltrine, conopei (cortine per il tabernacolo), realizzati spesso con tessuti pregiati quali il ganzo (stoffa preziosa tessuta con fili d’oro), il lino, il percallo (tela di cotone molto leggera con i due versi uguali), il razzo (raso, tessuto lucido e compatto), e talvolta abbelliti da ricami e da pizzi. Assai numerosi sono gli arredi citati, si va dai semplici bacili in ottone, ai leggii, ai candelieri, alle croci, ai banchi, ai tavolini, alle credenze, ai quadri, e alle statue, come si può osservare nel documento di seguito riportato:

Verolanuova il primo novembre 1861

 Inventario di tutti gli arredi sacri, ed effetti di ragione della chiesa di San Giorgio ora del patrio cimitero parte dei quali si trovano nella chiesa, parte a casa del capellano.

Valutati Franchi

2

Calici di rame inargentati con patene

20, --

4

Pianete festive una di ganzo d’oro ordinario, una a giardino rossa, bianca ed una violacea

 

4

Pianete a giardino feriali molto usate una delle quali di lana.

 

3

Pianete di nero,cioè di morto.

50, --

11

Camici 7 dei quali molto belli, festivi, 4 di tela forte,uno nero, molto usato.

 

5

Messali, 2 per la messa di vivo, 3 per la messa di morto.

12, --

10

Corporali per le messe

 

10

Animette.

 

114

Purificatorj molti dei quali usati

12, --

25

Amiti alcuni dei quali sono molto usati

 

14

Fassoletti per le messe.

 

5

Cingoli a diversi colori.

 

4

Cotte una delle quali ricamata ma usata

5, --

30

Tovaglie 3 ricamate, 4 con pissi molto belle, 6 con fornitura, 12 con pissi ordinari e 5 sopratovaglie

 

3

Altre di percallo a colori per coprire le mense degli altari

30, --

8

Tovaglie per santella.

 

16

Piccole tovaglie 4 per le cerimonie, 6 per la credenza, e per le elemosine, il resto per altri oggetti

3, --

13

Capelletti e spille di stagno e 4 di ottone

1,50

5

Bacili di ottone 3 di ragione del campo santo, 2 di ragione del Sig. Giacomo Ziletti e Sig. Pietro Mambretti, che dicono di doprarli, uno di questi trovasi a casa del capellano

3, --

18

Capelletti di legno indorati a vernice

1, --

5

Lampade di ottone e due campanelli parimenti di ottone

10, --

12

Candeglieri di legno 6 inargentati com croce ecc. e 6 indorati a vernice ossia bronzati

 

3

Bacilli di stagno per le messe

1,50

18

Candeglieri pitturati feriali

6, --

3

Legili di noce per le messe

3, --

1

Una croce di ottone

1,50

2

Reliquie una di San Giorgio, l’altra di San Giambattista ora in parrocchia perché vien esposta in tutti gli anni nel giorno

 

 

Altro reliquiario di legno contenente n. 372 reliquie di santi tutti i giorni dell’anno ed anche più regalo fatto alla chiesa di San Giorgio dal Rev. Padre Maurizio [...] questo reliquiario trovasi molte volte anche nel suffraggio per esser più a portata di esporlo in parrocchia ogni qual volta occorre.

 

2

Depositi di reliquie uno di rame inargentato, l’altro di legno per le predette reliquie

2,50

2

Conopei per la custodia dell’altare maggiore, uno di ganzo d’oro ordinario l’altro di razzo bianco con piccolo ricamo

2, --

4

Ampolle di cristallo per le messe 4 pei fiori

2, --

6

Coltrine 2 che coprono le immagini della Beata Vergine negli altari laterali, le altre quattro coprono le finestre

 

2

Banchi di albera in chiesa molto usati, con alcune panche

 

3

Quadri uno esprimente Cristo in Croce, l’altro San Giorgio e l’altro San Chiara

 

6

Statue una del Redentore posta nella santella, l’altra di San Barnaba, e 4 angeli

 

4

Tavolini per le elemosine

 

2

Genuflettorij per la preparazione della messa con due preparazioni con cornice di noce et porta calendario di noce

 

1

Un leturino per li Antifonay

 

2

Banchi uno in sacristia per gli arredi, con il suo sopra banco pel calice con l’altro in un altare per l’oglio

 

3

Tele incerate in sulla mensa degli altari

 

3

Birrette triangolari

 

1

Una credenza molto usata in casa dell’eremitta in ragione del campo santo

 

1

Una cassa di legno dolce ora in casa del capellano, dove vi si ripone gli addobbi del catafalco

 

2

Bracialeti di ferro che sostengono le due lampade

2, --

 

Vi sono pure a casa del capellano don Battista Bulgari tutti gli addobbi rossi della chiesa di San Giorgio,

 

 

come pure tutti gli addobbi del catafalco non di seta, ma ordinari di tela e di percallo

60, --

 

Più trovasi tutta la cera di ragione dei morti che potrà essere circa pesi 63

70, --

 

 

313, --

 

Nella stessa sede esiste anche un breve inventario dei quadri presenti nella chiesa di San Giorgio, stilato il 10 aprile 1867:

Nelle chiese in campagna

Nella chiesa di San Giorgio al patrio cimitero. Il quadro di San Giorgio con San Giovanni Battista e San Francesco d’Assisi. Un altro di San Giorgio e quasi consunto vecchio e di poco valore ed un altro di Santa Chiara. In questo anno poi 1867 ne abbiamo acquistato un altro, del def. Giovanni Fogazzi detto Mastella. 

In questo documento non viene citato il quadro di Cristo in croce, nominato invece nel 1861. Poiché nel 1867 l’opera non esisteva più nella chiesetta, si è indotti a pensare che anche allora i furti di opere d’arte e di oggetti sacri fossero frequenti a danno del patrimonio artistico e culturale della comunità.  

    L’architetto S. Carini, in alcuni articoli apparsi sul locale bollettino parrocchiale nell’anno 1983, dà preziose informazioni sulla struttura interna della chiesa, a commento di memorie personali, nonché delle superstiti foto da lui pubblicate per la prima volta:

Ripreso nella prima fotografia, appare il presbiterio, separato dalla navata da una lignea balaustra preceduta da un gradino, servendo anche da Mensa eucaristica, con al centro l’altare maggiore di San Giorgio, altare perpetuamente in ogni giorno privilegiato a suffragio dei defunti come da decreto di Sua Santità Leone XII concesso il 27 settembre 1826.
E tutto ciò che ci rimane è questo altare con la pala del Mondini, così segnata sul lato destro in basso:

A miei defunti
in memoria
Mondini Giacomo
dipinse 1866 (?)

rappresentante la Madonna col Bambino fra le nubi e gli angeli con ai piedi San Giorgio, San Giovanni Battista e San Francesco. Nell’ovale, al centro dell’alzata dell’altare, appare invece riprodotta (presumibilmente) la figura di Sant’Andrea Avellino, morto mentre stava accingendosi a celebrare la messa e, quindi posto a protezione delle morti improvvise e che non ha nulla a che vedere con le raffigurazioni della pala, per cui l’altare stesso non parrebbe originario. L’oratorio era inoltre dotato di altri due altari secondari che, smontati al momento della demolizione, vennero custoditi per diverso tempo nella chiesa della Disciplina, per venire dispersi come tanti altri valori artistici verolesi. Chi in paese rammenta l’interno dell’antica chiesetta, pone l’altare con la Madonna che allatta il bambino sulla sinistra, mentre ricorda bene in lato destro il terzo altare sormontato da un’artistica statua lignea nera di Madonna con bambino, cosiddetta Madonna nera, sul tipo della Madonna di Oropa, opera presumibilmente del ‘600. Tuttavia, nella documentazione fotografica reperita nell’archivio parrocchiale, non è rintracciabile il terzo altare e con esso la Madonna nera Verolese. 

    La lunga mano di ladri ignoti ha profanato anche questo piccolo tesoro campestre, privandolo di numerosi arredi sacri.

 

La demolizione 

Il 27 marzo 1925 l’Amministrazione comunale di Verolanuova invia alla fabbriceria una lettera in cui comunica la decisione di abbattere la chiesetta di San Giorgio, perché ritenuta pericolante, e di aver chiesto ed ottenuto l’autorizzazione del vescovo per tale intervento. Afferma, inoltre, di aver costruito appositi loculi ove seppellire i resti mortali dei sacerdoti che si trovano sotto o presso la chiesa da demolire:

27 Marzo 1925

Spett. Fabbriceria parrocchiale di Verolanuova
L’Amministrazione Comunale dopo aver fatto eseguire un piano regolatore del Cimitero che venne debitamente approvato, secondo il quale va demolita l’attuale Chiesa, che trovasi anche in condizioni tali di deperimento da costituire serio pericolo per la stabilità, ha anzitutto chiesto ed ottenuto il permesso di S.E. Monsignor Vescovo: indi ha proceduto alla costruzione in lato di sera della Cappella Centrale (Pantheon) di appositi loculi ove siano degnamente riposti e custoditi i resti mortali dei Sacerdoti che attualmente si trovano sepolti sotto o presso la chiesa da demolirsi.
Si è chiamato l’Egregio Sig. Giulio Cantoni per esaminare se sianvi in detta chiesa opere d’arte da conservare e si sono date disposizioni, in conformità al parere del Sig. Cantoni, perché siano asportati e conservati gli altari ed alcuni quadri.
Di quanto sopra credo mio dovere renderne edotta codesta Fabbricera non dubitando del suo pieno assenso ed avvertendo che la demolizione verrà eseguita quanto prima.
Con ossequio.

Il Sindaco            
F.to Pasini Avv. Giacomo 

    A distanza di quattro giorni, la fabbriceria parrocchiale di Verolanuova prega l’amministrazione comunale di ritardare l’abbattimento fino al giorno in cui la cappella che si intende costruire sia atta alle funzioni del culto.

31 Marzo 1925

Ill.o Sig. Sindaco
La sottoscritta Fabbriceria di Verolanuova presa visione della lettera di V.S. Ill.ma in data 27 corr. Mese, mentre porge sentiti ringraziamenti per la deferenza usatale, dà il suo assenso alla demolizione della vecchia chiesetta del Cimitero.
Però, interpretando il pensiero di S. Ecc. Ill.a Mons. Vescovo e conforme i desideri della popolazione Verolese prega vivamente di voler ritardare tale abbattimento al giorno in cui la Cappella che s’intende costruire presenti condizioni tali da essere atta alle funzioni di Culto, anche per la miglior conservazione dell’altare maggiore, che ben volentieri la Fabbriceria cede per la nuova chiesetta.

La Fabbriceria
F.to Donini Dr. G. Battista
Moia Giovanni
Gaggia Dr. Bernardo 

    I primi di maggio del 1925 viene prima abbattuto il campanile e poi il vecchio oratorio, ma sopravvivono alcuni arredi: l’altare maggiore, la pala del Mondini e le consolle laterali, che sono collocati nell’attuale cappella di San Giorgio. Scompare, così, un tempio, testimone muto ma vigile, davanti al quale sono sfilate numerose generazioni con il loro bagaglio di gioie e sofferenze.

    Le uniche immagini sopravvissute della chiesa di San Giorgio, che ci danno se non altro l’idea di come si presentava l’edificio, sono sei fotografie scattate nel 1925, poco prima della demolizione. Purtroppo l’incuria o il desiderio di modernità non hanno rispettato questa testimonianza di vita e di spiritualità dei nostri avi, privandoci così di una parte della nostra cultura.

 

La fiera di San Giorgio 

Il 23 aprile era giorno di gran festa. Le famiglie si recavano al cimitero, frenando a stento l’entusiasmo dei bambini, che ben sapevano di trovare una piacevole sorpresa. Lungo il viale di accesso, tra un tiglio e l’altro, c’erano delle bancarelle che mettevano in bella mostra dolciumi di vario tipo, una rara occasione per far leva sulla generosità dei genitori. Ogni bancarella era abbondantemente fornita di “bandierine di San Giorgio”: queste altro non erano che gli stocchi del granoturco (i malgass), sui quali venivano procurati dei tagli a distanza regolare, dove venivano inseriti caramelle, biscotti, cioccolatini e torroncini. I bambini chiedevano giustamente di avere la bandierina più lunga, perché più ricca di dolci e più colorata. Come resistere a tanto ben di Dio e a quella opulenza di colori e di profumi che facevano sognare!

    La sera, terminata la festa e con essa anche i dolcetti, la bandierina tornava ad essere un semplice malgass, e il suo ultimo momento di gloria si bruciava nel camino. Era, quello, il mondo delle piccole cose, dove anche un malgass poteva essere fonte di gioia per i bambini, elemento unificante delle famiglie e nello stesso tempo motivo di risparmio, dato che nulla doveva essere sprecato.

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010