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1496 luglio 30
Giorgio de Robis, su incarico di don Mattia Ugoni rettore della
parrocchiale di S. Lorenzo di Verola
Alghise, consegna a don Dumpetro di
Albino l’inventario degli arredi di S. Maria
sul Cimitero. [pdf] |
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1518 giugno 7
Fra Paolo da
Lodi, commissario del Sacro Ospedale di Santo Spirito in Sassia
di Roma, aggrega la confraternita
dell’altare di S. Maria di Verola Alghise alla
confraternita dell’Ospedale. [pdf] |
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1529 agosto 9
Il conte Brunoro Gambara
istituisce una cappellania quotidiana nella
chiesa di S. Maria sul Cimitero di Verola
Alghise. [pdf] |
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1557 luglio 1
Testamento del prete don
Guarino qm Betino de Luciis di Verola
Alghise. [pdf] |
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Verolanuova
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Santa Maria ‘super
Cimiterio Sancti Laurentii’
di Tommaso Casanova
da CASANOVA,
Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce.
Le chiese del territorio demolite negli ultimi
cent’anni (San Paolo, Verolavecchia,
Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, pp. 65-95.
[pdf]
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L’arredo di Santa Maria
Il
prete don Dumpetro di Albino, dunque, il 30
luglio 1496 veniva investito dal vicario
parrocchiale don Giorgio de Robis
dell’oratorio di Santa Maria presso il cimitero, e
ne riceveva l’elenco dei beni mobiliari, per conto
del canonico don Mattia Ugoni, nuovo rettore della
prepositura.
L’inventario notarile di cui si conserva copia,
comprende una trentina d’oggetti, molti dei quali, a
poterli vedere, farebbero la gioia degli studiosi di
storia dell’oreficeria o dei tessuti; ma ce ne
rimane soltanto la misera lista.
Tra i paramenti liturgici più ricchi sono
annoverati un amitto di raso con finimenti dorati;
due camici foderati di raso e di panno violaceo; due
pianete corredate di stole e manipoli, una di
damasco bianco con la crociera di zendado rosso [«una
planeta dalmaschini albi cum crosera cendati
cremisini [...] una stola et unus manipulus
damaschini albi cum crucibus cendati rubei»];
l’altra di zendado scarlatto con crociera di seta
gialla [«una planeta cendati cremesini cum
crosera sete gialde cum stola et manipulo eiusdem
cendati»]. Lo zendado (a Venezia detto
zendale) era una stoffa finissima di seta;
crociere erano definite le decorazioni in forma di
croce, sul lembo posteriore delle pianete e sulle
falde di stole e manipoli.
In
gran parte gli arredi sono ordinari: tovaglie
d’altare piccole e grandi (di regola ogni altare
doveva essere coperto da una tovaglia grande che
scendeva fino a terra sui due lati, e da una seconda
larga quanto il piano della mensa); cuscini gialli e
rossi [«pulvinaria crocei et rubei coloris»];
ceri e candelotti; una campanella; una panca per
sedere. Tra gli altri compaiono però alcuni oggetti
di pregio particolare: il più bello doveva essere il
calice con patena d’argento, decorato in smalto col
monogramma di Cristo, secondo un uso di devozione
francescana [«unus calix cum patena argenti cum
smalto yhs»]. Ma non mancano candelabri di legno
intagliato [«duo candelabra lignea laborata»],
d’ottone, di ferro con piedestalli in legno. Degno
di nota è il messale di carta a stampa [«unum
missale in papiro Impressum»]: nella vicina
chiesa prepositurale esisteva, invece, un messale
manoscritto in pergamena, insieme a un graduale e a
un vecchio lezionario [«Unum missale in
pergamenis manu scriptum, Unum graduale Unum
epistolarium vetus»]. Da questo secondo
inventario, più o meno coevo (11 settembre 1496),
relativo agli arredi di San Lorenzo, risulta pure un
altro oggetto artistico di pertinenza della cappella
mariana: «Unus crucifixus ligneus in ecclesia
sancte Marie cum duobus panicellis» [un
crocifisso di legno nella chiesa di Santa Maria, con
due pannicelli].
Come si vede, l’oratorio cimiteriale, pur
modesto e appartato, non mancava di suppellettili
preziose, conservate con cura in una cassa [«una
capsa in dicta sacrastia In qua sunt bona
suprascripta»]: segno di una presenza assidua, e
di una officiatura frequente, e forse anche di una
intensa devozione popolare.
Nel
lungo elenco di arredi, tutti peraltro consuetissimi
in un luogo di culto, alcune indicazioni sono di
particolare interesse poiché suggeriscono, sia pure
indirettamente e per così dire in trasparenza,
qualche elemento strutturale della piccola chiesa
oggi scomparsa. La lista annovera tre paliotti
mobili [palii]: era usanza dell’epoca (a
differenza che nei secoli successivi, quando i
prospetti verranno realizzati interamente in marmo o
in pietra, con laboriose e costosissime
decorazioni), adornare la parte frontale degli
altari, sotto il piano della mensa, con riquadri,
detti appunto palii o paliotti, in
stoffa pregiata, oppure in cuoio inciso, dorato o di
colore consono alle varie ricorrenze liturgiche. La
chiesetta di Santa Maria di Verola possedeva un
palio festivo di damasco bianco con fregio verde e
nel mezzo, ricamata o dipinta, l’immagine della
Madonna attorniata da sei angeli [«unum palium
altaris dalmaschini albi cum frisio viridis coloris
cum figura virginis marie et cum angelis sex»];
un secondo palio di seta più comune era forse
destinato alle ricorrenze meno solenni.
L’inventario annota ancora una serie di oggetti
che dovevano trovarsi sopra la mensa dell’altare
maggiore:
Item vna anchona sita in
dicta ecclesia sancte marie cum
sex candelottis
Item duo cerei albi cum
duobus anulis affixis suprascriptis
candelottis et cum coperta
nigra ante anconam.
Item vnus panicellus sete ante Imaginem
sancte marie in
suprascripta ancona,
[una ancona posta nella chiesa di
Santa Maria, con sei candelotti; due ceri bianchi
con due anelli applicati ai candelotti, e con una
coperta nera davanti all’ancona; un piccolo panno di
seta davanti all’immagine della Madonna nell’ancona.]
L’ancóna (o anche soàsa) è la cornice, la
struttura architettonica decorativa, a volte molto
elaborata e composita, che circonda l’immagine
dipinta sopra gli altari, la cosiddetta pala. Dalle
nostre parti le ancone d’altare, fino al tardo
secolo XVII, furono quasi sempre realizzate in
legno, e in legno possiamo pensare che fosse
l’ancona della chiesetta
super cimiterio. La descrizione dei
candelotti e dei ceri con gli anelli offerta
nell’inventario non è molto perspicua; ma parrebbe
di indovinare che lo scrivente intendesse con
candelotti delle specie di supporti per candele
fissati nel corpo della cornice, mentre gli anuli
potrebbero essere i ganci cui si appendeva il drappo
nero.
In
effetti, ciò che interessa di più tra queste voci è
il cenno alla coperta nera davanti all’ancona, e il
panno di seta davanti all’immagine della Madonna
contenuta nell’ancona stessa. Si vede bene che
l’ancona ospitava un dipinto mariano, verosimilmente
un affresco, il quale rimaneva di solito occultato
agli occhi dei fedeli da un velo di stoffa pregiata,
e che probabilmente veniva scoperto con un rito di
ostensione due o tre volte l’anno, nelle ricorrenze
patronali o in occasione di particolari funzioni
votive. La coperta nera serviva forse per proteggere
l’altare e l’ancona nei tempi in cui la chiesa non
veniva frequentata; oppure costituiva l’apparato
decorativo per esequie o officiature funebri
solenni, come suggerirebbe il suo colore liturgico.
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L’altare piccolo
Ma le
sorprese non sono finite. La lunga lista delle
suppellettili di Santa Maria al cimitero comprende
un ulteriore corredo d’altare, che introduce una
notizia nuova: un palio di colore turchino con una
croce bianca nel mezzo, due tovaglie piccole e due
candelabri in ferro, erano destinati a un non meglio
precisato altare piccolo [«due tobaliole ab
altari cum palio turchino et cruce alba in medio et
duo candelabra ferea altari parvo»]. Esisteva
dunque nel vecchio oratorio, oltre al maggiore, un
secondo altare di ridotte dimensioni, dotato
anch’esso di un suo decoroso se pur modesto arredo.
Il bello è che «unus panicellus ante Imaginem
beate marie» [un panno davanti all’immagine
della Madonna] c’era anche «in altari parvo»:
anche l’altare secondario, benché privo a quanto
pare di un’ancona, era sormontato da un affresco
mariano, tenuto normalmente coperto con un drappo,
come il suo omologo dell’altare principale.
È
molto probabile che questo altare parvum sia
lo stesso che dopo oltre settant’anni dava ancora
tanto pensiero ai visitatori episcopali, in quanto
per niente conforme alle severe disposizioni
liturgiche emanate dal Concilio di Trento. Un
indizio della singolarità e anche dell’origine
popolare di questo altare minore è il fatto, ai
nostri occhi forse inconsueto ma tutt’altro che
infrequente in quei secoli, che esso sorgeva presso
la porta d’ingresso. Almeno così sembra di leggere
nelle laconiche direttive del Bollani, che nel 1565
ordinava «In ecclesia extra parochialem
Destruatur altare, quod est in faciem portæ, et
intus et foris parietes reparentur» [nella
chiesa esterna alla parrocchiale venga demolito
l’altare che è sulla facciata della porta, e le
pareti siano riparate di dentro e di fuori].
Più problematico è dedurre dall’espressione «in
faciem portæ» [letteralmente: in faccia alla
porta], se l’altare fosse all’interno o all’esterno
della chiesa: una posizione anche questa tutt’altro
che inusuale negli antichi edifici sacri, specie se
oggetto di grande e diffusa devozione. È tuttavia
più verosimile che l’altare minore sorgesse dentro
l’oratorio, presso l’unico ingresso, che a rigore
non si può nemmeno dire con certezza se si trovasse
sulla facciata principale o magari su una delle
pareti laterali; e d’altro canto, soprattutto
pensando a una porta laterale, non sarebbe da
escludere nemmeno l’ipotesi che l’espressione
potesse intendersi appunto come “in faccia alla
porta”, nel senso che l’altare fosse sulla parete
opposta, di fronte all’ingresso.
Non è di grande aiuto, in questa ricostruzione
per così dire topografica, neppure la visita di don
Cristoforo Pilati nel 1572, salvo per la conferma
che l’ordine di soppressione a quella data non era
ancora stato eseguito: segno ulteriore di una
devozione locale abbastanza radicata. Il visitatore
infatti disponeva, con parole non meno oscure di
quelle del predecessore, che «In ecclesia Beatæ
Virginis prope plebem Destruatur altare quod est in
facie contra portam. Claudatur cæmeterium»
[nella chiesa della Beata Vergine accanto alla pieve
si demolisca l’altare che si trova sulla faccia
contro la porta; sia recintato il cimitero].
Naturalmente il titolo di “pieve” [plebem]
attribuito alla parrochiale di Verola Alghise è un
generoso equivoco, inopinatamente scaturito forse
dalla nobiltà dell’edificio, o piuttosto dalla
influenza dei suoi cospicui patroni: in realtà la
prepositura collegiata di San Lorenzo non fu mai
pieve per tutta la sua storia, se non nei lapsus
di qualche troppo zelante osservatore. In ogni caso,
a proposito dell’altarino della Madonna, il Pilati
non sa dire di più, se non che era «in facie
contra portam», lasciando intatte tutte le
perplessità suscitate dal Bollani circa le possibili
interpretazioni.
Se
dobbiamo proprio dire l’idea che ci siamo fatti
leggendo i documenti, il piccolo altare secondario
poteva trovarsi sul fronte interno della facciata
principale, dentro la chiesa, a fianco e quasi a
ridosso dell’unico ingresso. Ma questa ipotesi,
naturalmente, vale tanto quanto quella del lettore.
Dopo il 1572, l’altare fuori ordinanza fu
doverosamente eliminato, visto che non se ne trova
più traccia nelle visite successive; e anzi il
delegato del cardinal Borromeo, don Carlo Agostini,
confermava nel marzo 1580 che dentro la cappella
cimiteriale esisteva ormai un solo altare. È lo
stesso abate Agostini che dipinge con parole
glaciali il degrado incombente dell’edificio: «Oratorium
sanctæ mariæ in Cemiterio sancti laurentij predicti
est parvum et incongruum» [l’oratorio di Santa
Maria nel cimitero di San Lorenzo è piccolo e
inadeguato]. San Carlo in persona, dopo la sua
visita del luglio 1580, decretò la soppressione
definitiva del piccolo antico tempio mariano, e con
uno sprazzo di quella sensibilità per le plebi
cristiane, che in qualche felice momento rasserenava
il suo inflessibile rigore, risparmiò dall’ultima
cancellazione almeno la venerata icona della
Madonna, che campeggiava ancora sull’unico altare
della chiesetta:
In oratorio Sanctæ
Mariæ in Cemiterio Sancti Laurentij.
Oratorium Sanctæ Mariæ In Cæmeterio Sancti
Laurentij tollatur, et Sancta imago
beatissimæ Virginis intra ecclesiam ad aliquod
altare transferatur,
[Disposizioni per l’oratorio di
Santa Maria nel cimitero di San Lorenzo: l’oratorio
sia eliminato e la sacra immagine della beatissima
Vergine sia trasportata nella chiesa parrocchiale su
uno degli altari.]
È
niente più di un sospetto, privo al momento di
riscontri documentari, ma vien fatto di pensare che
il noto dipinto della cosiddetta Madonna del
Campanile, oggetto di devozione per secoli da parte
dei verolesi e riconducibile a moduli iconografici
di impronta tardo quattrocentesca, possa essere
appunto quell’affresco della vetusta chiesa
cimiteriale, traslato forse una prima volta presso
la torre, dopo il 1580, all’atto della soppressione
dell’oratorio cui apparteneva, e quindi
definitivamente collocato nel ‘700 sull’altare
laterale, dove si trova ancor oggi.
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La
confraternita dell’altare maggiore
Fin qui
la storia dell’edificio. Ma il vecchio oratorio di
Santa Maria al cimitero ha anche una storia di
uomini da raccontare, e una storia di particolare
interesse, poiché attesta un’esperienza singolare,
senza altri esempi nel circondario, almeno per quel
che oggi se ne sa.
Alcuni indizi, a dire il vero molto indiretti,
si leggerebbero forse già tra le righe
dell’inventario del 1496; e tuttavia, presi così
come sono, senza il soccorso di una informazione più
esplicita, possono apparire semplici ovvietà, di
quelle che ci si aspetta di trovare in ogni chiesa
che si rispetti. Anzitutto quel clima generale di
cura meticolosa, per cui ogni oggetto trova il suo
posto ben ordinato nella cassa in sacrestia; perfino
la lampada eucaristica è riposta nella sua custodia
metallica presso l’altare maggiore [«una capsa
ferea pro lampade ante altare sancte marie»];
gli arredi sono non di più né di meno di quel che
serve all’officiatura regolare, e sono in perfette
condizioni. Tutte cose piuttosto inconsuete in un
oratorio di fine ‘400, quando, tra una invasione e
una carestia o una pestilenza, dominavano l’avidità
dei prelati e il disinteresse della gente comune. E
ancora, nella linda cappella esiste «una capsa In
qua ponuntur oblationes cum duobus clavibus»
[una cassetta dove si pongono le offerte, con due
chiavi], il che sembra attestare una gestione del
denaro condivisa da due entità differenti, e
comunque una amministrazione oculata, che non
trascurava le opportune procedure di controllo.
Del resto, anche il primo oggetto annoverato
dall’inventario merita menzione: «una bulla cum
pendentibus Indulgentie concessa» [una bolla di
indulgenza con sigilli pendenti]. La bolla è un atto
pontificio ufficiale con cui si attribuiscono
privilegi di varia natura: nel nostro caso, si
tratta di una concessione di indulgenze; i
pendenti sono i sigilli di autentificazione
della cancelleria apostolica, costituiti solitamente
da dischi di piombo (più raramente di ceralacca
contenuta in capsule di legno o metallo), sospesi al
lembo inferiore della pergamena mediante un
cordoncino di canapa o di seta.
In
ogni caso, tutti questi particolari sparsi inducono
a ritenere che già negli ultimi anni del secolo XV
l’oratorio verolese di Santa Maria fosse decorato di
importanti privilegi curiali, e amministrato da una
società di persone attive e facoltose.
Una
prima, invero ancora labile conferma dell’esistenza
presso la chiesa di una pia associazione è contenuta
in un testamento del
7 aprile
1513: il testatore, un tale originario di Faverzano,
dispone di donare dopo la sua morte 3 lire planet
«scole et congregationj domine sancte marie de
virolealgisij» [alla scuola e congregazione di
Santa Maria di Verola Alghise]. Tenuto conto che il
termine scola, o scuola, in quei tempi
indicava una confraternita religiosa laicale con
scopi di preghiera e beneficienza, e che la
congregazione verolese della Disciplina, intitolata
a quel tempo anch’essa alla Madonna, è nominata
espressamente dal medesimo testatore in una clausola
successiva, sembra di dover ritenere che si alluda
qui a dei confratelli officianti l’oratorio super
cimiterio.
L’unico documento veramente esplicito in
proposito è, però, un atto di cinque anni appresso (7
giugno 1518), che costituisce in realtà per
noi la prima e insieme anche l’ultima apparizione
della confraternita devota all’altare «sancte
Marie quod est in ecclesia sancte Marie terre
Virolealgisij» [l’altare di Santa Maria che è
nella chiesa di Santa Maria di Verola Alghise]:
tutto ciò che si può sapere di questa associazione,
per il momento, lo attingiamo da qui.
Protagonista dell’atto è il frate Paolo de
Laude (da Lodi, francescano dell’ordine dei
Minori, dottore di teologia e commissario sostituto
(vice-delegato) del sacro apostolico Ospedale romano
di Santo Spirito in Sassia: il notaio rogante
dichiara di averne verificato coi suoi occhi le
credenziali autografe e autentiche rilasciate dal
superiore (principalis) dell’Ospedale stesso,
il reverendo don Bernardino de Zachirolis di
Imola.
Con
questa carta i confratelli verolesi dell’altare di
Santa Maria vengono aggregati dal frate commissario,
conforme al disposto delle lettere apostoliche di
cui egli è latore, «in confraternitatem prefati
sacri et apostolici hospitalis sancti Spiritus»
[nella confraternita del sacro apostolico Ospedale
di Santo Spirito]; inoltre, col consenso del prete
don Matteo de Bonis (definito prepositus,
prevosto, forse nel senso generico di sovrintendente
dell’altare, o per errore in luogo di parochus,
cioè curato), l’altare medesimo viene accolto «pro
membro dicti sacri et apostolici hospitalis sancti
spiritus in saxia de Urbe» [quale membro del
sacro apostolico Ospedale di Santo Spirito in Sassia
di Roma].
Scopo fondamentale di questa aggregazione per
autorità pontificia è di concedere il godimento
pieno e perfetto, nella sede periferica verolese, di
tutti i privilegi, grazie, facoltà e indulgenze
concessi dai sommi pontefici all’Ospedale principale
dell’Urbe:
Ita quod omnes confratres
Illud altare Visitantes omnes
Illas Indulgentias consequantur quas
Rome consequerentur si predictum
hospitale sancti spiritus visitarent
prout concesserunt summi
romani pontifices
[così che tutti i confratelli che
visitano l’altare di Santa Maria in Verola Alghise
conseguano tutte le indulgenze che conseguirebbero a
Roma se visitassero l’Ospedale di Santo Spirito,
conforme alle concessioni dei sommi pontefici romani.]
È,
insomma, una elevazione dell’altare di Santa Maria,
nella chiesetta cimiteriale di Verola Alghise, a
succursale del grande ospedale romano, e una
annessione della pia società che lo officiava alla
confraternita ad esso soprastante.
L’Ospedale di Santo Spirito in Saxia de Urbe
[in Sassia di Roma] era stato fondato intorno al
1180 da Guido di Montpellier, che aveva raccolto
attorno a sé alcuni volenterosi compagni con lo
scopo di assistere gli infermi. Fin dal principio
l’antico ospedale (radicalmente ricostruito in
seguito verso il 1470) si distingueva per la sua
struttura architettonica, all’avanguardia secondo i
principi dell’assistenza medica del tempo: era
infatti costituito da una unica vasta sala divisa in
navate, nelle quali i giacigli dei malati erano
disposti in file ordinate e separati l’uno
dall’altro mediante tendaggi. Vent’anni dopo la
fondazione, diverse istutuzioni analoghe di vari
luoghi d’Italia si erano aggregate alla casa
principale, accogliendone la giurisdizione e la
regola e apportando all’ordine consistenti dotazioni
patrimoniali. Il papa Innocenzo III, nel 1204,
affidò ufficialmente al fondatore Guido la direzione
della sede principale in Roma, e dopo la sua morte,
stabilì nel 1208 che l’ordine religioso da lui
iniziato, fosse stabilmente governato dal superiore
o precettore dell’ospedale romano di Sassia, la casa
madre da cui l’ordine stesso prendeva il nome.
I
religiosi di Santo Spirito, che indossavano un
mantello nero con una doppia croce bianca, ebbero
dai papi anche nei secoli seguenti il diritto di
questuare a vantaggio della loro istituzione nelle
varie regioni della penisola, e tale diritto
esercitavano, direttamente o per delega, ancora con
puntiglio e abilità nel primo ‘500. Lo si vede bene
nel documento di Verola Alghise, nel quale alla
formula dell’aggregazione segue un breve capitolato,
tutto assorbito dalle preoccupazioni per una
raccolta ordinata e razionale delle elemosine.
Il
primo articolo definisce minuziosamente la cassetta
delle offerte, la assegnazione delle sue tre chiavi,
l’elezione dei tesorieri, gli adempimenti
amministrativi, perfino a chi tocchi di aprire la
cassetta e a chi di contare il denaro, a chi di
registrarlo e a chi di conservarlo:
Item Vt fideles Ipsi
pias elimosinas predicto hospitali confidentius
et deuotius contribuant ordinat predictus
dominus Comissarius et collocat Ibi auctoritate
predicta vnam capsam apud
altare predictum sancte Marie
cum tribus clauibus quarum
Vna sit nunc penes Ipsum dominum
presbiterum Matheum uel
qui pro tempore erit
curatorem relique due sint penes massarios
Infrascriptos videlicet Bertolinum
parentem et Iohannem de
sachettis quos Ipse Reuerendus dominus
Comissarius pro hoc anno tantum
elegit et deputauit finito vero anno
teneantur predicti massarij omnes
fratres Insimul conuocare uel
saltem mayorem partem et
alios duos massarios in nomine
domini eligere qui massarij teneantur
de mense in mensem aut ad alium
terminum mayorem prout
eis videbitur aperire predictam
capsam et elemosinas Ibi Inuentas numerare
ac vnus eorum in Libro describere
et alter pecunias tenere
[Perché i fedeli versino con
maggiore fiducia e devozione le pie elemosine al
suddetto Ospedale, il commissario dispone, e per
l’autorità apostolica di cui è investito colloca
presso l’altare di Santa Maria una cassetta con tre
chiavi: una dovrà essere ora conservata dal prete
don Matteo Boni, o da chi sarà curato pro tempore,
le altre due dai tesorieri Bartolino Parente e
Giovanni Sacchetti, che lo stesso reverendo
commissario ha eletto e delegato per questo anno
soltanto; al termine dell’anno i suddetti tesorieri
saranno tenuti a riunire tutti i confratelli, o
almeno la maggioranza di essi, per eleggere nel nome
del Signore altri due tesorieri; costoro saranno
tenuti di mese in mese, o altro termine maggiore se
sarà il caso, ad aprire la cassetta e contare le
elemosine contenute: uno dei due le registrerà nel
libro di cassa, l’altro conserverà il denaro.]
Si
respira nettamente, fra le righe dell’impettito
gergo notarile, l’assillo di controllare ogni
movimento del denaro, quasi ogni passo dei poveri
amministratori, nell’ansia (se fosse possibile) di
entrare fin nelle loro tasche, pur di non perdere
d’occhio nemmeno un istante la pia elemosina. E
attenti perché il buon cappellano di oggi non è
quello di domani (e chi sarà il cappellano di
domani?); e con la sua chiave il prete da solo non
potrà aprire la cassetta, come non potranno da soli
né insieme i due tesorieri; e i tesorieri sono
nominati d’ufficio dal reverendo commissario, ma per
questa volta soltanto; e l’anno prossimo dovranno
riunirsi i confratelli per eleggere i nuovi massari,
naturalmente in nomine Domini; e i nuovi
massari dovranno di mese in mese ritirare i denari,
contarli, registrarli, conservarli (e, ovvio,
consegnarli a chi di dovere). Tutto questo scrupolo
– si capisce – a garanzia della sincera confidenza e
caritatevole devozione con cui i singoli fedeli
contribuiranno le loro sante elemosine.
Un
altro ferreo dettame riguarda invece il cappellano:
Item ordinat predictus
Reuerendus dominus Comissarius auctoritate
predicta quod de dictis
elemosinis accipiatur sexta pars et detur
Ipsi domino presbitero
Matheo uel qui pro tempore
erit animarum curatori pro
substentatione Ipsius sacerdotis
et ornamento altaris
[Il reverendo commissario ordina,
per l’autorità apostolica di cui è investito, che un
sesto delle elemosine sia dato al prete don Matteo
Boni, o a chi sarà pro tempore curato d’anime, per
suo mantenimento e per ornamento dell’altare.]
Un
sesto di tutte le offerte non sarà poi stato un mare
di soldi; e comunque c’era la sua brava
contropartita:
Cum hoc onere quod predictus
sacerdos teneatur omni prima dominica
singuli mensis celebrare Vnam
missam de spiritu sancto pro
salute omnium confratrum
ut spiritus sanctus dirigat eos in
Viam salutis
Item quod Ipsa prima dominica
anuntiet omnes Indulgentias que
erunt per totum
mensem Ipsis confratribus
concessas.
Item processionem
faciat saltem circhum circha ecllesiam
dicendo Imnum Veni creator spiritus
ut deus auxilietur omnibus
confratribus
[con i seguenti obblighi per il
sacerdote: la prima domenica di ogni mese
1. celebrerà una messa dello Spirito Santo per la
salvezza di tutti i confratelli, perché lo Spirito
Santo li conduca sulla strada della salvezza;
2. annunzierà tutte le indulgenze che saranno
concesse ai confratelli per tutto il mese;
3. farà una processione, almeno intorno alla chiesa,
recitando l’inno Veni Creator Spiritus, perché Dio
aiuti tutti i confratelli.]
Non può non colpire questa insistenza su
indulgenze e devozioni, in un accordo tutto
concentrato sul riscontro economico delle offerte:
il primo incendio della riforma luterana era
scoppiato, proprio nel merito di questi temi
scottanti, poco più di otto mesi prima, il 31
ottobre 1517, quando Martin Lutero, dopo lunga
esitazione, aveva pubblicato a Wittemberg le sue
celebri novantacinque tesi sulle indulgenze, che si
rivelarono un punto di svolta decisivo per la
cristianità occidentale. Qui da noi, intanto, le
congregazioni religiose romane, pur dedite alla
assistenza e alla carità, continuavano ad affannarsi
nella ricerca di nuove fonti di reddito,
appoggiandosi alle ataviche paure e al nobile
sentire delle genti di campagna, ancora provate
dalle recenti invasioni e pestilenze, che avevano
decimato i nostri paesi.
Comunque, il reverendo commissario frate Paolo
da Lodi, a scanso di equivoci, e col sottinteso
timore che i soldi potessero magari prendere
inopinatamente un volo diverso da quello auspicato,
non mancava di ribadire, in calce al documento:
Relique quinque
partes dictarum elemosinarum
teneantur et conseruentur
In manu Ipsius Massarij nec dentur
alicui nisi nuntio deferenti literas
testimoniales Reuerendissimi domini preceptoris
Ipsius sacri et apostolici hospitalis
sancti spiritus in saxia de
vrbe et qui pro tempore
erit et tunc faciant sibi scribere per Ipsum
nuntium vnum chirographum
de receptione uel Instrumentum
per manum publici notarii
Et hanc dicit Ipse Reuerendus dominus
Comissarius esse voluntatem Reuerendissimi
domini preceptoris
[Gli altri cinque sesti delle
elemosine siano conservati nelle mani dei tesorieri
e non siano dati a nessuno, se non all’incaricato
munito di credenziali del reverendissimo superiore
del sacro apostolico Ospedale di Santo Spirito in
Sassia di Roma che sarà pro tempore; in tal caso si
faranno rilasciare dall’incaricato una ricevuta
controfirmata di sua mano, o un pubblico atto
notarile. E ciò dichiara il reverendo commissario
essere la volontà del reverendissimo superiore.]
Questa ultima clausola induce a credere che non
fosse raro a quei tempi il caso di qualche sedicente
incaricato della questua il quale, provvisto di
documenti opportunamente contraffatti, procurasse di
far piazza pulita delle altrui offerte in favore
delle proprie necessità.
Nel
complesso questo atto di aggregazione, come molto
spesso succede con le testimonianze antiche (il
lettore attento se ne sarà già ampiamente persuaso),
per un verso apre uno scorcio di vita spicciola e
concreta nella Verola cinquecentesca; e poi però
abbandona sul più bello, lasciando irrisolte quasi
tutte le domande, fino alla scoperta di qualche
altro segnale, che aprirà a sua volta nuovi spiragli
e insieme altrettanti irrisolvibili interrogativi.
Non rimane, nell’attesa, che rassegnarsi a
percorrere a tentoni quelle zone oscure che nella
storia sono sempre tanto più immense delle piccole
plaghe illuminate.
Nel caso della confraternita verolese aggregata
all’ospedale di Santo Spirito in Sassia, il
pochissimo che di certo se ne sa consente soltanto
esili e dubbiose deduzioni. Di certo esisteva un
altare di Santa Maria, probabilmente quello del
venerato affresco, nella omonima chiesetta sopra il
cimitero di San Lorenzo, ed era governato nei primi
decenni del ‘500 da una compagnia di devoti
piuttosto danarosi e caritatevoli, a giudicare dagli
arredi della chiesa e dalle offerte.
Il
fatto che costoro si associno a un ordine
ospedaliero con sede a Roma, si accorda con una
abbastanza diffusa tendenza delle compagnie laicali
bresciane, intensificatasi poi nel corso del secolo
su sollecitazione dei vescovi, ad aggregarsi alle
omologhe confraternite romane di titolo e di scopi
affini, dette per questo arciconfraternite,
dalle quali le organizzazioni periferiche
acquisivano statuti, indirizzi operativi, tradizioni
di culto, talvolta anche le insegne e l’abito.
D’altronde, l’orientamento per cui le
confraternite locali sceglievano la congregazione
romana alla quale associarsi tendenzialmente per
analogia di devozione e di finalità sociali,
inviterebbe a credere che i confratelli di Santa
Maria dovessero almeno in parte occuparsi di
assistenza ospedaliera: perché, se no, aggregarsi a
un grande ospedale? Questa sarebbe, se provata, in
fin dei conti la scoperta più rilevante, poiché
mostrerebbe che in Verola Alghise a cavallo tra i
secoli XV e XVI esisteva, annessa alla cappella del
cimitero, una compagnia di laici che si occupava di
ospedalità, e forse addirittura, in qualche momento
della propria vicenda, aveva gestito un ospedale, o
un lazzaretto. Considerando in particolare la
pestilenza che infierì anche in Verola nel 1512-13,
come dimostrano i numerosi testamenti dettati in
quei tragici mesi, si comprenderebbe anche la vivace
reviviscenza (l’ultima a quanto pare) della
confraternita ospedaliera negli anni immediatamente
successivi.
|
|
I
lasciti testamentari
Una
chiesa votiva in mezzo a un cimitero ci si aspetta,
quanto meno, che ospitasse qualche sepoltura di
maggior riguardo, e che alla sua cura provvedessero
volontari dediti fra l’altro anche ai servizi
funebri e al suffragio dei defunti. È pur vero che
quasi tutte le confraternite a quell’epoca avevano
tra gli obblighi statutari quelli di accompagnare
gli associati nel loro ultimo viaggio terreno e di
suffragarli periodicamente con ufficiature e messe
da morto. Dunque, non è inverosimile che i soci
verolesi dell’ospedale romano di Santo Spirito, sia
prima che dopo l’aggregazione, tanto più se occupati
nell’assistenza di malati gravi, avessero incombenze
anche di esequie e liturgie funerarie. Tuttavia la
documentazione in nostro possesso è al momento
frammentaria e, mancando di continuità, costringe a
porre molta cautela nel collegare istituzioni ed
eventi testimoniati a intervalli di tempo talora
molto ampi.
In
ogni caso, la gente benestante di Verola, quella che
poteva permettersi di fare testamento perché aveva
qualcosa da lasciare, non dimenticava, specie nei
momenti di grave calamità, di menzionare nei propri
lasciti la piccola chiesa di Santa Maria presso San
Lorenzo: è questa appunto la traccia documentaria
più continuativa; anche se, per converso, le
indicazioni risultano quasi sempre laconiche
all’estremo, raramente offrendo più che il titolo
della chiesa e l’ammontare del lascito disposto.
Però non è tempo perduto provare a spigolare qualche
informazione tra le pagine di questo ricco
patrimonio di testamenti del primo ‘500, che sta
gradualmente ritornando a galla, e dal quale si
potranno attingere in futuro preziosi elementi per
ricostruire il volto di Verola Alghise al principio
dell’età moderna.
Già il
più vecchio dei testamenti verolesi riesumati,
risalente al 24 giugno 1498, mostra la chiesetta di
Santa Maria in pieno fervore di attività; il
testatore
Bartolo di Oriano infatti, tra l’altro, dà le
seguenti disposizioni:
Item mandauit et
legauit quod dicti [eius] heredes
faciant depingi figuras seu Imagines
sacratissime Virginis matris marie et
gloriosi sancti Nicolai de tolentino in
templo sancte marie structo et
fabrichato in dicta terra Virolealgisij
Infra annos duos post mortem Ipsius
testatoris
Item Iussit et mandauit per
Infrascriptos eius heredes
dari debere soldos decem planet
pro faciendo crucem dicte domine
sancte Marie statim post mortem Ipsius
testatoris
[Ha disposto che i suoi eredi
facciano dipingere le immagini della santissima
Vergine Madre Maria e del glorioso san Nicola da
Tolentino nella chiesa di Santa Maria edificata in
Verola Alghise, entro due anni dopo la morte del
testatore; poi ha disposto che dai suoi eredi siano
dati soldi 10 planet per fare una croce per la
stessa chiesa della Madonna subito dopo la morte del
testatore.]
È
vero che un testamento non prova di per sé
l’effettiva esecuzione dei legati, poiché può essere
successivamente modificato, ovvero disatteso dagli
esecutori e dagli eredi: quindi occorrono sempre
ulteriori conferme, prima di dare per realizzate le
parole del testatore. Della chiesetta del cimitero
però – com’è noto – non sopravvive oggi più nulla,
tranne forse l’affresco mariano dell’altare
maggiore: non è dunque in nessun modo verificabile
se gli affreschi disposti dall’Oriano siano stati
davvero dipinti. Comunque, l’uso di tappezzare
interamente le pareti delle chiese con immagini
votive della Madonna e dei santi più venerati è
diffuso e documentato anche dalle nostre parti: non
è difficile immaginare che l’opera possa essere
stata compiuta, secondo la volontà del testatore.
Le
espressioni qui sopra riportate mostrano, in ogni
caso, che in quegli anni di fine secolo il piccolo
oratorio del cimitero era in corso di
ristrutturazione, sempre che (come si è già avuto
modo di sottolineare) i termini «structo et
fabrichato» non indichino l’edificazione del
tempio, ma un semplice intervento edilizio minore.
Nei decenni seguenti, poi, non mancano vari altri
devoti testatori che destinano alla cappella
super cimiterio offerte in denaro, e in natura:
cera per l’illuminazione, oppure miglio e frumento,
destinati alla distribuzione tra i poveri del paese
o alla vendita all’incanto per ricavarne contante.
Altri
legati mostrano la preoccupazione (e la fantasia) di
donare qualcosa di più significativo, personale:
segni magari di scarso valore economico, e tuttavia
capaci di lasciare nel tempo una precisa memoria di
chi li aveva offerti. Le donne solitamente sono più
attente a questi dettagli di sensibilità.
«Unam
tobaliolam altari sancte Marie Virolealgisij»
[una tovaglietta per l’altare di Santa Maria di
Verola Alghise] è offerta da donna Caterina
de Ceresaria, vedova di Francesco di Albino (18
marzo 1505), la quale dettava le sue ultime
volontà «In
domo domini dumpetri de albino sita in castro
Virolealgisij districtus brixie prope ecclesiam
sancti Laurentii»
[in casa di don Dumpetro di Albino, in
Castello di Verola Alghise, distretto di Brescia,
presso la chiesa di San Lorenzo. E ancora una
donna, Giovanna vedova di Antonio Faverzano (16
aprile 1513), dal casotto di campagna in
contrada Scanalenbel, dove è stata confinata
nel pieno infuriare del contagio, senza dimenticare
le altre chiese e opere pie della parrocchia, si
preoccupa dei drappi per coprire le immagini sacre
nel santuario cimiteriale:
Item reliquit domine
sancte Marie dicte terre Virolealgisij
vnum panicellum siriceum et vnum
alium panicellum lini pro ponendo
ad crucem
Item Iussit dari debere de bonis ipsius
testatricis sepulcro posito in
ecclesia sancte Marie Virolealgisij
soldos decem planet
[ha lasciato a Santa Maria di
Verola Alghise un pannicello di seta e un altro
pannicello di lino da porre sopra la croce; poi ha
disposto di dare, dai suoi beni, soldi 10 planet al
sepolcro posto nella chiesa di Santa Maria di Verola
Alghise.]
Qui è menzionato (per la prima volta, a quel
che è dato sapere) un sepolcro esistente dentro la
chiesetta del cimitero: non ci sono altre
indicazioni, ma si può supporre si tratti di una
sepoltura comune, scavata o risistemata dalla
confraternita dell’altare in occasione della
pestilenza, per seppellirvi i propri associati. Il
denaro offerto nel testamento poteva servire alle
spese di adeguamento della fossa, oltre che per le
esequie e il seppellimento.
In
quel drammatico frangente, altri indizi rivelano che
la cappella cimiteriale fu oggetto di migliorie
strutturali: il testamento di maestro Filippo
Girelli (29 gennaio 1514), ad esempio, stabilisce di lasciare
ducatum vnum ecclesie
sancte Marie de Virolaalgisij pro
fabricando dictam ecclesiam seu
pro faciendo aliquid ornamentum
uel melioramentum in
dicta ecclesia Et hoc Infra annos quinque
post mortem Ipsius testatoris
[un ducato alla chiesa di Santa
Maria di Verola Alghise per ricostruirla o per fare
qualche decorazione o miglioria nella chiesa, e ciò
entro cinque anni dopo la morte del testatore.]
Anche qui l’espressione «pro fabricando»
deve intendersi col valore generico, rilevato in
precedenza, di un intervento edilizio parziale,
visto che la chiesa esisteva, e pertanto non era da
fabbricare. Indicazioni analoghe di lasciti per la
fabbrica si hanno pure, più tardi, nei testamenti
di Giovanni Girelli (24
maggio 1527) e
di donna Monica Spalenza (3
settembre 1538), ma anch’esse povere di
particolari significativi.
Intorno a quest’epoca, abbiamo pure l’ultima
segnalazione rilevante dell’esistenza di un sepolcro
comune e di pratiche esequiali dentro la chiesetta;
il nobile Bartolomeo Maggi, infatti, nel suo
testamento del
17 marzo 1536 detta la seguente disposizione:
Item Corpus suum Iussit
sepeliri debere In ecclesia sancte
Marie dicte terre Virolealgisij In vno
deposito scole et congregationis
Crosette. Cui congregationi reliquit
libras tres planet dandas per Infrascriptum
eius filium et heredem pro
emendo Intortitios portandos et dispensandos
ad sepeliendos pauperes. Et hoc in
remedio anime Ipsius
testatoris
[ha ordinato che la sua salma
debba essere sepolta nella chiesa di Santa Maria di
Verola Alghise, in un sepolcro della scuola della
Crosetta, alla quale ha disposto che il suo figlio
ed erede versi lire 3 planet per comprare torce da
portare e distribuire nelle esequie dei poveri. E
ciò in rimedio della sua anima.]
La
scuola intitolata al domenicano san Pietro Martire
da Verona, detta popolarmente della Crosetta
forse perché gli associati portavano una piccola
croce sull’abito corale, è documentata in
Verolanuova a partire dal già citato testamento di
Giovanni Girelli (24 maggio 1527), dove però non appariva ancora in relazione
esplicita con la chiesa di Santa Maria al cimitero.
Questo particolare, insieme alla diversa
intitolazione e alla apparente discontinuità
rilevabile dalle testimonianze, rende alquanto
problematica l’identificazione della Crosetta
con la vecchia confraternita del Santo Spirito in
Sassia, o con una sua eventuale evoluzione nel corso
degli anni. Allo stato delle ricerche, si può
soltanto affermare che verso gli anni ‘30-40 del
secolo XVI esisteva in Verola Alghise una scuola
chiamata della Crosetta: non si può invece
dire se fosse di recente fondazione, se mancasse di
una sede propria, e se proprio per questo avesse
eventualmente eretto un monumento funebre per gli
associati all’interno della chiesa del cimitero.
Rimangono, per quel periodo, una dozzina di
testamenti in cui si fa menzione di questa
confraternita. In uno di essi, quello di certo
Bernardo Soldo
dell’8 novembre 1530, le vengono destinati un
migliaio di mattoni: non si può escludere che il
curioso donativo fosse fatto anche in vista della
realizzazione di una tomba collettiva, che potrebbe
essere la stessa nominata anni prima nel testamento
della vedova Faverzani (16 aprile 1513). Altro in merito per ora non è dato sapere.
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Le
cappellanie di Brunoro Gambara
A
coronamento di questo breve saggio sulla chiesa di
Santa Maria super cimiterio, resta ancora da
parlare delle cappellanie che vi ebbero sede: almeno
due, secondo la testimonianza dei documenti
sopravvissuti.
La
cappellania – sarà bene precisarlo – è un antico
istituto ecclesiastico consistente in un beneficio,
ossia una dotazione di beni immobiliari o più
raramente di capitali, la cui rendita (prebenda)
veniva assegnata di solito a un sacerdote (cappellano
perpetuo) scelto dal patrono, in cambio
dell’obbligo di celebrare un certo numero di messe,
proporzionale alle entrate e stabilito con l’atto
fondativo della cappellania stessa. Istituzioni di
tal genere, specie le più redditizie, suscitavano
gli appetiti di prelati influenti, i quali ne
facevano incetta per accaparrarsene i frutti,
limitandosi a salariare modesti preti di campagna (cappellani
amovibili o mercenari), che celebrassero
in loro vece per un misero compenso le messe imposte
dal fondatore del beneficio. In molti casi,
comunque, con l’andar del tempo, per causa di
inflazione o di cattiva amministrazione, le entrate
del beneficio si riducevano in maniera drastica: per
questo i vescovi diocesani, preposti
istituzionalmente alla salvaguardia dei legati
testamentari, si trovavano costretti a decretare
d’ufficio la diminuzione del numero di messe da
celebrarsi (riduzione) secondo il calo della
rendita. È appunto questa la situazione rilevata dal
visitatore delegato di san Carlo nel marzo 1580: la
chiesa del cimitero
Altare solum habet dotatum a quondam
Domino Præsbitero guerino lucio alias
Canonico cum onere missæ quottidianæ quæ a Reuerendissimo
ordinario in duas missas redacta fuit ob
tenuitatem redditus. Redditus librarum quingenta
[= quinquaginta?] quæ soluuntur per
præsbiterum hippolitum spalentiam heredem.
Cappellanus est ipsemet præsbiter hippolitus
absens, et satisfacit per Dominum
Præsbiterum hippolitum picinellum brixiensem
ætatis annorum 35, qui Habitat in
domibus ecclesiæ. legittime
Docuit de ordinibus
[ha un solo altare dotato dal
defunto prete don Guarino Luzi, già canonico, con
l’obbligo di celebrare una messa quotidiana, che il
reverendissimo vescovo ordinario ha ridotto a due
messe settimanali per l’esiguità dell’entrata. Il
reddito è di lire cinquecento, che sono versate
dall’erede prete Ippolito Spalenza. Cappellano è lo
stesso prete Spalenza, al momento assente, che vi
adempie tramite il prete bresciano don Ippolito
Picinello, di anni 35, che abita nelle case della
chiesa e ha presentato i documenti dei suoi ordini
sacri.]
Tenuto
conto che – come già detto – l’oratorio di Santa
Maria in Verola Alghise sarà fatto demolire proprio
per ordine di san Carlo, dopo il suo personale
sopraluogo del luglio 1580, la descrizione riportata
qui sopra rappresenta l’ultimo atto della vita della
chiesetta.
La
sorte ha voluto conservare l’atto fondativo della
cappellania Luzi, contenuto appunto nel testamento
del canonico verolese Guarino de Luciis (1
luglio 1557), assai dettagliato nelle disposizioni e
ricco di notizie particolarmente preziose. Però va
detto che quella del Luzi non era la prima
cappellania dotata presso l’altare della Madonna del
cimitero. Il 9 agosto 1529, infatti, davanti al
magnifico signor Giovanni Francesco Baiguera podestà
signorile di Verola Alghise, e ad altri due
notabili, il conte Brunoro Gambara fondava una
cappellania quotidiana nell’oratorio presso San
Lorenzo, con un reddito di 36 lire planet,
obbligando al mantenimento di essa anche i suoi
discendenti ed eredi. Ecco la parte essenziale della
«dotatio Altaris sancte Marie Virolealgisij»
[dotazione dell’altare di Santa Maria di Verola
Alghise]:
IBi Illustris dominus
Comes Brunorius filius quondam Illustris
domini Comitis Ioannis francisci
de gambara volens de bonis sibi a deo Colatis
elargire et dispensare In honorem
dei et Beatissime Virginis marie In remedium
anime sue Ex certa eius animi
scientia et motu proprio et ex eius
deuotione et omni meliori modo Iure via forma
et causa quibus melius potuit et potest
fecit disposuit et ordinauit ac se realiter
et personaliter obligauit dare soluere
et numerare quolibet anno
Imperpetuum vni Capellano seu
sacerdoti per eum elligendo uel
per eius heredes et successores
Qui celebrari debeat ac teneatur in ecclesia
sancte Marie qottidie missam in
dicta ecclesia sita super
Cemiterio sancti Laurentii dicte terre
Virolealgisij libras triginta sex planet
quolibet anno
[L’illustre signor conte Brunoro,
del fu illustre signor conte Giovanni Francesco
Gambara, volendo far dono di alcuni beni a lui da
Dio attribuiti, in onore di Dio e della beatissima
Vergine Maria, a rimedio della propria anima, in
perfetta consapevolezza, di propria iniziativa e per
devozione personale, secondo le forme di legge, ha
disposto e si è personalmente obbligato a versare
ogni anno in perpetuo lire 36 planet a un sacerdote
cappellano, scelto da lui stesso o dai suoi eredi e
successori, il quale sia tenuto a celebrare ogni
giorno la messa nella chiesa di Santa Maria sopra il
cimitero di San Lorenzo in Verola Alghise.]
Il
conte Brunoro, col fratello Uberto prevosto della
collegiata e la sorella Violante, figli di Giovanni
Francesco Gambara, rappresentavano il ramo della
potente famiglia feudale allora residente nel
palazzo di contrada del Fiorino (nell’area
dell’odierno municipio); l’altro ramo dei Gambara
di Verola era rappresentato da Lucrezio, Auriga ed
Emilia, figli di Nicolò, che abitavano invece in
Castel Merlino.
È
piuttosto singolare la preoccupazione del conte
Brunoro di istituire una invero assai modesta
cappellania quotidiana presso la chiesetta del
cimitero; e non perché non corrisponda a una
abitudine inveterata delle famiglie patrizie la
fondazione di altari e benefici nel proprio dominio,
né per la irrisorietà della rendita di 36 lire
bresciane, che non sarebbe certo bastata da sola a
consentire una vita dignitosa al cappellano.
Il
fatto strano è che, dopo tre anni giusti, il 10
agosto 1532, lo stesso Brunoro si preoccuperà di
istituire, mediante il suo testamento dettato in
quel giorno, una nuova cappellania quotidiana presso
l’altare della Concezione della beatissima e
gloriosissima Vergine Maria nella prepositurale di
San Lorenzo: un altare dalla storia plurisecolare,
che appare qui nominato per la prima volta. Il
nobile patrono, comunque, non attendeva la propria
morte per fornire questo altare parrocchiale di un
cappellano mercenario, poiché risulta che il
1 luglio
1533 destinava un salario al prete don Guarino Luzi
per la messa perpetua della Concezione.
Difficile dire se, nel lasso di tempo tra il
1529 e il 1533, la primitiva cappellania nella
chiesetta del cimitero fosse ancora sussistente
secondo l’originaria fondazione, o se fosse invece
stata ridotta, o magari soppressa addirittura in
favore di quella della Concezione nella chiesa
grande. Di fatto, dopo il 1529 le testimonianze
sulla chiesa di Santa Maria si diradano, lasciando
pressoché all’oscuro di ciò che accadeva intorno a
essa; perlomeno fino al 1557, quando compare il
testamento del prete Luzi, con la erezione
dell’ultima cappellania.
|
|
Il
testamento di don Guarino Luzi
Il
prete Guarino figlio di Betino Luzi (de Lutiis,
o Luciis nei documenti) aveva un nome di
battesimo alquanto ostico ai contemporanei, giacché
negli atti che lo riguardano è nominato da principio
Quirino, ma poi Guarino, o Guerino. Dovendo
conformarci all’uso per noi più consueto di un nome
stabile e univoco, scegliamo di chiamarlo Guarino,
come in quasi tutti gli atti della sua maturità e
nello stesso suo testamento.
Della sua biografia poco altro si può definire
al momento, se non la breve lista degli atti
notarili in cui egli compare: lo si incontra, per
esempio, in una procura del 6 marzo 1531, come «habitator
Verolealgisij Rector parochianis [!]
eclesie sancti Michaellis de Ianicho vallis
Chamonice» [abitante in Verola Alghise e rettore
della chiesa parrocchiale di San Michele di Gianico
in Valcamonica. Dopo di allora ritorna in una decina
di documenti, alcuni dei quali, relativi alla
vertenza con donna Caterina di Albino per una casa
in contrada di Santa Maria a Verola Alghise, sono
stati esaminati qui sopra riguardo alla
localizzazione della chiesetta del cimitero. Tra
l’altro, il nostro Luzi compare persino, il
27 dicembre 1539, quale destinatario di una imputazione penale, per
aver inferto un colpo in testa a tale prete don
Marco Antonio de Cornachinis.
Il
primo luglio 1557 – come si diceva – don Guarino
dettava il suo testamento, nell’ufficio del notaio
di Verolavecchia Giulio Baiguera: l’atto è piuttosto
ampio e minuzioso, e presenta diversi elementi di
interesse, per cui merita una analisi accurata. Nel
comma iniziale il testatore impone alla erede
universale, sua sorella donna Domenica vedova di
maestro Achille Bargani, le condizioni della
sepoltura:
Item voluit et mandauit ut suum
corpus sepeliatur in ecclesia Sancte Marie dicte
terre Virole algisij post altare maius ipsius
ecclesie in vna Arca construenda sumptibus et
expensis Infrascripti heredis vniuersalis
statim post mortem ipsius domini
testatoris.
[Ha disposto che la sua salma sia
seppellita nella chiesa di Santa Maria di Verola
Alghise, dietro l’altare maggiore, in un’urna da
costruire a spese dell’erede universale subito dopo
la morte del testatore.]
Già da questo esordio solenne si intuisce il
rapporto privilegiato che il Luzi nutriva rispetto
all’oratorio del cimitero: se ne sente patrono,
quasi padrone, forse per una consuetudine di vita e
di devozione che l’aveva visto celebrare per lunghi
anni a quell’altare. Da qui scaturisce il desiderio
di essere posto nella sede più nobile del tempio:
dietro l’altare maggiore, dove probabilmente
esisteva una absidiola, o un piccolo coro, di
dimensioni comunque sufficienti per ospitare un’arca
funeraria, quasi un sepolcro da prelato o da
aristocratico umanista.
In
secondo luogo il testatore dispone l’erezione di una
cappellania quotidiana perpetua al medesimo altare,
soffermando l’attenzione sui singoli dettagli
amministrativi e giuridici:
Item legauit
et Iure legati Reliquit ut Infrascripta
heres vniuersalis teneatur et obligata sit
facere celebrare vnam missam singulis
diebus per tempora perpetua in dicta ecclesia
Sancte Marie ad dictum Altare maius per
aliquem sacerdotem bone fame et vite
eligendum ex consanguineis ipsius domini
testatoris propinquioribus, si qui erunt sacerdotes
sui propinqui. et si non erunt, voluit et
firmiter mandauit ut de tempore in tempus
eligatur alius sacerdos bone fame et vite per tres
propinquiores et Antiquiores de
Agnatione dicti domini testatoris.
[Ha disposto che l’erede
universale sia tenuta a far celebrare una messa ogni
giorno in perpetuo nella chiesa di Santa Maria
all’altare maggiore da un sacerdote di buona fama e
buona vita, da scegliersi tra i consanguinei più
prossimi del testatore, se vi saranno parenti
sacerdoti; se non ve ne saranno, ha fermamente
disposto che di volta in volta sia scelto un altro
sacerdote di buona fama e vita da tre dei
discendenti più prossimi e anziani del testatore.]
La
clausola che il cappellano sia da scegliere
anzitutto tra i discendenti di sangue del fondatore
era consuetudine abbastanza comune nelle
costituzioni di prebende sacerdotali: dipendeva, per
il solito, dalla intenzione di fare al contempo
un’opera di pietà verso il Padreterno, e insieme di
provvedere alle future esigenze della famiglia, nel
caso che qualche parente avesse abbracciato, per
forza o per amore, la carriera ecclesiastica. Poiché
assai di frequente, per problemi di divisioni
patrimoniali o di prole numerosa, molte famiglie
benestanti imponevano a qualche figlio maschio di
vestire l’abito clericale, costituire una specie di
diritto di prelazione a favore dei chierici del
casato nel godimento dei legati testamentari poteva
diventare un oculato investimento a vantaggio della
propria discendenza, oltre che della propria anima.
In
ogni evenienza, il Luzi non dimentica che si
potrebbe estinguere il ramo dei preti di famiglia, e
quindi insiste perché la scelta del cappellano, in
tal caso non consanguineo, sia comunque operata da
una commissione di tre anziani del parentado.
Naturalmente all’onere della messa quotidiana doveva
corrispondere un adeguato compenso per il
celebrante:
Cui sacerdoti sic perpetuo
celebranti dictam missam utsupra predictus
dominus testator Cessit Assignauit et
constituit mercedem seu eleemosinam dicte
misse de libris trigintatribus soldis decem planet
[Al sacerdote che in perpetuo
celebrerà la messa quotidiana, il testatore ha
assegnato un compenso di 33 lire e 10 soldi planet.]
Evidentemente 33 lire e mezzo (20 soldi per una
lira) non sono una cifra esorbitante: anzi, è
persino meno delle 36 lire disposte nel 1529 dal
conte Brunoro per la sua cappellania annessa al
medesimo altare, mentre il Luzi stesso riceveva nel
1533 per la messa quotidiana della Concezione un
salario di 50 lire annue.
Per quanto scarsa sia la rendita, il testatore
si spreca a dimostrare dove l’erede potrà raspare
per trarne il necessario: dovrà rivolgersi ai suoi
debitori livellari (il livello era una forma
di prestito tra privati, al tasso molto modico del
4-5%, di solito sulla base di una piccola ipoteca).
Ecco i malcapitati debitori, cui toccherà di
foraggiare il cappellano perpetuo, e le rispettive
quote:
libris decem a Bartholomeo et
fratribus filijs quondam Bernadinj
de Polis dicti el bairsello vt apparet
Instrumento rogato per magistrum
Marcum de Notarijs notarium sub
die etc Et libris duodecim soldis decem
exigendis a Reuerendo domino presbitero
Bernardino de Salis debitore vt
apparet Instrumento rogato per
me Iulium notarium Infrascriptum
sub die etc et libris vndecim planet
exigendis a ser Iulio et fratribus filijs
quondam ser Hieronymj de
Spalentijs debitore vt apparet scripto facto
manu propria suprascripti ser
Iulij.
[lire 10 da Bartolomeo e fratelli,
figli del fu Bernardino Poli detto il Bairsello,
come appare in atto rogato da maestro Marco de
Notariis notaio; lire 12 soldi 10 da esigere dal
reverendo prete don Bernardino Sala, debitore come
appare in atto rogato da me Giulio Baiguera notaio;
lire 11 planet da esigere da ser Giulio e fratelli,
figli del fu ser Girolamo Spalenza, debitore come
appare in scritto di mano del medesimo ser Giulio
Spalenza.]
Ma
i debiti si possono saldare (affrancare): in
tal caso, tanto il capitale recuperato quanto gli
interessi maturati dovranno essere reinvestiti in un
immobile, da cui si possa ricavare annualmente la
somma corrispondente al compenso stabilito per il
cappellano; il tutto sotto la responsabilità della
suddetta commissione costituita dai tre parenti
anziani:
Et casu quo aliqui ex dictis
debitoribus liuellarijs uel omnes sese per
vlla tempora affrancharent pro summis supra
nominatis eo casu dictus dominus
testator voluit Iussit et firmiter mandauit
vt pecunie dictarum sortium et
capitalium Inuestiantur et inuestiri debeant
in aliquo fundo et de [bono?] stabili vnde dictus
dominus sacerdos sic perpetuo
celebrans capiat et capere possit redditum et
Intratam dictarum librarum
trigintatrium soldorum decem pro
sua eleemosina utsupra.
Mandans ac tradens dictus dominus
testator ac mandauit ac tradidit dictis
tribus suis propinquioribus et Antiquioribus
Curam negotium et facultatem
inuestiendi dictas pecunias sortium et
capitalium in casu affranchationum et
eos Creans ac constituens executores huius testamenti
per perpetua tempora maxime et specialiter
in his duobus Articulis videlicet electionis
dicti sacerdotis et inuestiendarum dictarum
sortium et capitalium in casu utsupra.
[In caso che, dei detti debitori
livellari, alcuni o tutti si affranchino per le
somme suddette, il testatore ha disposto che il
denaro dei capitali sia reinvestito in un fondo da
cui il cappellano nominato in perpetuo possa trarre
un reddito di lire 33 soldi 10 per suo compenso.
Inoltre il testatore, in caso di affrancazione,
dispone di delegare ai suoi tre parenti più prossimi
e più anziani la facoltà di reinvestire il denaro
dei capitali, creandoli esecutori testamentari in
perpetuo, soprattutto nei due articoli dell’elezione
del cappellano e del reinvestimento dei capitali.]
Il
punto successivo, che integra quanto detto sopra, è
forse più avvincente per la curiosità del lettore
moderno:
Et vltra dictam mercedem seu
elemosinam sic constitutam utsupra
dictus dominus testator legauit et
Iure legati Reliquit dicto domino
sacerdoti sic perpetuo celebranti utsupra
vnam cameram positam In domo dicti
domini testatoris sita in castello dicte
terre virolealgisij in contrata
ecclesie parochialis que camera Iacet et posita est
supra porticum dicte domus. Que camera
perpetuo remaneat hypothecata et
obligata huic seruituti videlicet pro
habitatione dicti domini capellanj sic
perpetuo celebrantis missam utsupra.
[Oltre il reddito in tal modo
costituito, il testatore ha lasciato al cappellano
che celebrerà in perpetuo una camera posta nella
casa del testatore, sita in Castello di Verola
Alghise, in contrada della chiesa parrocchiale; la
camera, che si trova sopra il portico della casa, in
perpetuo dovrà rimanere ipotecata e sottoposta a
questa servitù, costituendo l’abitazione del
cappellano perpetuo che celebrerà la messa della
cappellania.]
La
camera donata in perpetuo al cappellano pro
tempore appartiene alla casa del testatore,
descritta più oltre nel testamento, con le sue
coerenze (se n’è fatto cenno per definire la
collocazione del cimitero di San Lorenzo):
Item vnam domum
muratam cupatam soleratam de
qua supra fit mentio in contrata
ecclesie parochialis dicte terre Cui coheret
amonte fouea castelli. ameridie
Cemeterium dicte ecclesie saluis
etc quantacumque sit mensure.
[Una casa in muratura, di cui è
detto sopra, in contrada della chiesa parrocchiale
di Verola Alghise, cui confinano a nord la fossa del
castello, a sud il cimitero della chiesa, qualunque
sia la sua misura.]
Questa casa, «Excludendo tamen cameram in
dicta domo existentem quam legavit pro habitatione
capellanj utsupra» [esclusa però la camera che
ha lasciato per abitazione del cappellano], insieme
a un terreno arativo e vitato di due piò nella
contrada dei “Livelli”, viene donata all’altra
sorella donna Maria vedova di ser Girolamo Spalenza,
e dopo di lei alla sua discendenza in esclusiva
linea maschile [«exclusis semper feminis»].
Su questi immobili gravavano livelli annui, a favore
del rettore di San Lorenzo per la casa, e del conte
Brunoro Gambara per il terreno: segno probabile che,
prima di giungere in possesso del prete de Lutiis
o della sua famiglia, a seguito forse di un
contratto di enfiteusi, erano di pertinenza
rispettivamente della prepositura e della famiglia
Gambara.
Altri lasciti sono di minor rilievo: ne diamo
qui menzione per completezza. A donna Francesca
figlia di Benedetto Berzi (un confinante del terreno
dei “Livelli”) e moglie di Tommaso Trappa, è
lasciato il debito che il Berzi ha nei confronti del
testatore, per l’ammontare di 74 lire e 15 soldi
planet; a Caterina e Laura, figlie di donna
Francesca e di Tommaso Trappa, sono donate 30 lire a
testa per quando si mariteranno; la stessa cifra per
lo stesso scopo è donata alle sorelle Veronica e
Giulia, figlie di donna Candia e di ser Giovanni
Giacomo Disamedri; infine, all’Ospedale Grande di
Brescia sono assegnate 14 lire di elemosina da
versare subito dopo la morte del testatore.
Sua erede universale – come si diceva – è la
sorella donna Domenica vedova di maestro Achille
Bargani, e dopo la sua morte il figlio di lei
maestro Giovanni Battista; con la clausola che, se
questi morisse senza eredi maschi legittimi, l’asse
ereditario passerebbe ai discendenti maschi
dell’altra sorella donna Maria vedova Spalenza,
senza che però siano intaccati i pieni diritti di
donna Domenica sui beni mobili di sua spettanza.
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Le ultime testimonianze di Santa Maria
Non si può dire quanto sopravvisse don Guarino, dopo
aver dettato le sue ultime volontà; di certo nella
prima visita pastorale che sia nota per Verolanuova,
quella del Bollani nel settembre 1565, si dichiara
che il lascito del Luzi è osservato, pur essendosi
smarrito il testamento: molto strano, visto che non
erano passati ancora dieci anni dalla stesura di
quell’atto, e quindi ancor meno dalla morte del
testatore:
Ecclesia Sancte Mariæ
secus cimiterium ecclesie parrochialis
que est consecrata, et ibidem
cellebratur quotidie uigore legati perpetui
facti per quondam dominum
presbiterum Guerinum de
lucijs, canonicum In dicta
ecclesia, non recordatur de
Testamento
[La chiesa di Santa Maria presso
il cimitero della chiesa parrocchiale è consacrata,
e vi si celebra ogni giorno in vigore del legato
perpetuo fatto dal defunto prete don Guarino Luzi
canonico nella chiesa stessa; non vi è memoria del
testamento.]
È rilevante la definizione «canonicum in
dicta ecclesia» [canonico nella suddetta
chiesa], ossia nell’oratorio di Santa Maria,
attribuita al defunto sacerdote, che era bensì uno
dei primi quattro canonici di San Lorenzo nominati
dalla famiglia Gambara dopo l’erezione della
prepositura in collegiata canonicale, avvenuta nel
1534. Non è escluso (ma il problema non può essere
approfondito in questa sede) che uno dei canonicati
fosse dotato di una prebenda appoggiata alle rendite
della chiesetta cimiteriale.
Nello stesso verbale del Bollani ritorna un
altro cenno al legato de Luciis, ma con una
incongruenza:
Dominus Presbiter
Dominicus de Blanchis capellanus amouibilis
ad altare beatæ mariæ in dicta ecclesia,
uigore legati, relicti à quondam presbitero
Guerino de lucijs librarum quadraginta
sex cum onere celebrandi quotidie;
ostendit literas presbyteratus tantum,
reliquas dixit numquam extrassisse, et
infra tres menses promisit presentare,
examinatus incompetenter respondit
[Il prete Domenico Bianchi è
cappellano salariato all’altare della Madonna nella
suddetta chiesa, in vigore del legato di lire 46,
disposto dal defunto prete don Guarino Luzi, con
l’obbligo di celebrare ogni giorno. Ha mostrato
soltanto i documenti del presbiterato; gli altri ha
dichiarato di non averli mai ritirati; ha promesso
di presentarli entro tre mesi. Esaminato, ha
risposto malissimo.]
La «dicta ecclesia» deve essere per
forza quella di Santa Maria sul cimitero, poiché là
era disposto il legato del Luzi, come già rilevato
in precedenza dal visitatore. Il cappellano è
amovibilis, dice il latino, ossia provvisorio,
mercenario: dunque non era titolare della
cappellania (nel qual caso sarebbe stato
perpetuus), ma presumibilmente un salariato
assunto dal titolare, ovvero dalla commissione dei
tre parenti anziani, per adempiere l’obbligo di
messe quotidiane previsto dal testatore. Incongrua
appare invece la cifra del compenso: 46 lire, mentre
il lascito ne disponeva 33 e mezzo. O c’è un errore
nella dichiarazione raccolta dal visitatore, oppure
bisogna pensare a una correzione del testamento,
apportata vivente il Luzi, o dagli eredi dopo la sua
morte.
Nella successiva visita Pilati del 1572 non
compare cenno al lascito in Santa Maria, e ciò è
tanto più strano in quanto nel verbale Agostini del
1580 esso è ben presente, e ammonta a 50 lire
planet (se è giusta la nostra correzione, poiché
il testo in realtà riporta quingenta, 500,
che è insostenibile). Come erede del Luzi è
presentato in quest’ultimo caso il prete don
Ippolito Spalenza, probabilmente figlio della
sorella di don Guarino, Maria vedova appunto di
Girolamo Spalenza
Può essere che nel 1565, al tempo della visita
Bollani, il giovane Spalenza fosse semplice
chierico, dunque non ancora in grado di assumere
l’obbligo di celebrare messe: ciò spiegherebbe
perché in quel momento gli eredi pagavano un
cappellano amovibile, in attesa che il ragazzo
divenisse sacerdote e assumesse di persona l’onere
del lascito dello zio. Nel 1572 don Ippolito
Spalenza era già prete, poiché il visitatore
affermava:
Reuerendus Dominus presbiter
hippolitus spallentia capellanus
ad altare conceptionis cum obligatione
celebrandi quotidie, ad requisitionem
domini comiti Ranutij Gambaræ cum
salario aureorum 20 qui dantur
partim ex legato scilicet librarum
60 reliqui uero ex liberalitate.
[Il reverendo prete don Ippolito
Spalenza è cappellano all’altare della Concezione,
con l’obbligo di celebrare ogni giorno a richiesta
del signor conte Ranuzio Gambara, con salario di 20
aurei che si danno in parte per legato di lire 60,
il resto per donativo.]
Della cappellania della Concezione, fondata dal
conte Brunoro Gambara nel 1532, si è già detto: non
è comunque possibile una confusione con la
cappellania del Luzi, che del resto ricompare come
tale ancora anni dopo, nella visita del Borromeo.
Non resta che pensare anche qui a un errore del
copista, o alla perdita dell’informazione all’atto
della stesura del verbale.
L’ultima volta che Santa Maria di Verola Alghise,
l’antica chiesetta super cimiterio Sancti
Laurentii, compare nei documenti ufficiali, è
per subire il perentorio ordine di demolizione
impartito da san Carlo: un ordine che fu certamente
eseguito subito, poiché di essa non si trova più
alcuna traccia.
Allo zelo del santo arcivescovo dobbiamo dunque
la scomparsa del piccolo oratorio verolese; ma alla
sua sensibilità dobbiamo forse l’unica reliquia che
di quel vetusto luogo di culto si sia salvata fino
ai nostri giorni: la quattrocentesca immagine della
Madonna col Bambino, detta oggi popolarmente “la
Madonna del campanile”. Non si può escludere che con
l’affresco sia stato trasportato nella antica
parrocchiale di San Lorenzo anche quanto rimaneva
del lascito di don Guarino Luzi: insieme al dipinto
e agli arredi costituì probabilmente la dotazione
dell’altare cosiddetto della Madonna della Viticella,
da cui probabilmente trasse origine diversi decenni
dopo il più noto oratorio del Suffragio.
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