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1496 luglio 30

Giorgio de Robis, su incarico di don Mattia Ugoni rettore della parrocchiale di S. Lorenzo di Verola Alghise, consegna a don Dumpetro di Albino l’inventario degli arredi di S. Maria sul Cimitero.  [pdf]

1518 giugno 7

Fra Paolo da Lodi, commissario del Sacro Ospedale di Santo Spirito in Sassia di Roma, aggrega la confraternita dell’altare di S. Maria di Verola Alghise alla confraternita dell’Ospedale.  [pdf]

1529 agosto 9

Il conte Brunoro Gambara istituisce una cappellania quotidiana nella chiesa di S. Maria sul Cimitero di Verola Alghise.  [pdf]

1557 luglio 1

Testamento del prete don Guarino qm Betino de Luciis di Verola Alghise.  [pdf]

 

Verolanuova

 

Santa Maria ‘super Cimiterio Sancti Laurentii

di Tommaso Casanova

 

da CASANOVA, Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce. Le chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni (San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, pp. 65-95.

 

[pdf]

 

prima parte

 

seconda parte

 

L’arredo di Santa Maria 

Il prete don Dumpetro di Albino, dunque, il 30 luglio 1496 veniva investito dal vicario parrocchiale don Giorgio de Robis dell’oratorio di Santa Maria presso il cimitero, e ne riceveva l’elenco dei beni mobiliari, per conto del canonico don Mattia Ugoni, nuovo rettore della prepositura.

     L’inventario notarile di cui si conserva copia, comprende una trentina d’oggetti, molti dei quali, a poterli vedere, farebbero la gioia degli studiosi di storia dell’orefi­ceria o dei tessuti; ma ce ne rimane soltanto la misera lista.

     Tra i paramenti liturgici più ricchi sono annoverati un amitto di raso con finimenti dorati; due camici foderati di raso e di panno violaceo; due pianete corredate di stole e manipoli, una di damasco bianco con la crociera di zendado rosso [«una planeta dalmaschini albi cum crosera cendati cremisini [...] una stola et unus manipulus damaschini albi cum crucibus cendati rubei»]; l’altra di zendado scarlatto con crociera di seta gialla [«una planeta cendati cremesini cum crosera sete gialde cum stola et manipulo eiusdem cendati»]. Lo zendado (a Venezia detto zendale) era una stoffa finissima di seta; crociere erano definite le decorazioni in forma di croce, sul lembo posteriore delle pianete e sulle falde di stole e manipoli.

     In gran parte gli arredi sono ordinari: tovaglie d’altare piccole e grandi (di regola ogni altare doveva essere coperto da una tovaglia grande che scendeva fino a terra sui due lati, e da una seconda larga quanto il piano della mensa); cuscini gialli e rossi [«pulvinaria crocei et rubei coloris»]; ceri e candelotti; una campanella; una panca per sedere. Tra gli altri compaiono però alcuni oggetti di pregio particolare: il più bello doveva essere il calice con patena d’argento, decorato in smalto col monogramma di Cristo, secondo un uso di devozione francescana [«unus calix cum patena argenti cum smalto yhs»]. Ma non mancano candelabri di legno intagliato [«duo candelabra lignea laborata»], d’ottone, di ferro con piedestalli in legno. Degno di nota è il messale di carta a stampa [«unum missale in papiro Impressum»]: nella vicina chiesa prepositurale esisteva, invece, un messale manoscritto in pergamena, insieme a un graduale e a un vecchio lezionario [«Unum missale in pergamenis manu scriptum, Unum graduale Unum epistolarium vetus»]. Da questo secondo inventario, più o meno coevo (11 settembre 1496), relativo agli arredi di San Lorenzo, risulta pure un altro oggetto artistico di pertinenza della cappella mariana: «Unus crucifixus ligneus in ecclesia sancte Marie cum duobus panicellis» [un crocifisso di legno nella chiesa di Santa Maria, con due pannicelli].

     Come si vede, l’oratorio cimiteriale, pur modesto e appartato, non mancava di suppellettili preziose, conservate con cura in una cassa [«una capsa in dicta sacrastia In qua sunt bona suprascripta»]: segno di una presenza assidua, e di una officiatura frequente, e forse anche di una intensa devozione popolare.

Nel lungo elenco di arredi, tutti peraltro consuetissimi in un luogo di culto, alcune indicazioni sono di particolare interesse poiché suggeriscono, sia pure indirettamente e per così dire in trasparenza, qualche elemento strutturale della piccola chiesa oggi scomparsa. La lista annovera tre paliotti mobili [palii]: era usanza dell’epoca (a differenza che nei secoli successivi, quando i prospetti verranno realizzati interamente in marmo o in pietra, con laboriose e costosissime decorazioni), adornare la parte frontale degli altari, sotto il piano della mensa, con riquadri, detti appunto palii o paliotti, in stoffa pregiata, oppure in cuoio inciso, dorato o di colore consono alle varie ricorrenze liturgiche. La chiesetta di Santa Maria di Verola possedeva un palio festivo di damasco bianco con fregio verde e nel mezzo, ricamata o dipinta, l’immagine della Madonna attorniata da sei angeli [«unum palium altaris dalmaschini albi cum frisio viridis coloris cum figura virginis marie et cum angelis sex»]; un secondo palio di seta più comune era forse destinato alle ricorrenze meno solenni.

     L’inventario annota ancora una serie di oggetti che dovevano trovarsi sopra la mensa dell’altare maggiore:

Item vna anchona sita in dicta ecclesia sancte marie cum sex candelottis
Item duo cerei albi cum duobus anulis affixis suprascriptis candelottis et cum coperta nigra ante anconam.
Item vnus panicellus sete ante Imaginem sancte marie in suprascripta ancona,  

[una ancona posta nella chiesa di Santa Maria, con sei candelotti; due ceri bianchi con due anelli applicati ai candelotti, e con una coperta nera davanti all’ancona; un piccolo panno di seta davanti all’immagine della Madonna nell’ancona.]

     L’ancóna (o anche soàsa) è la cornice, la struttura architettonica decorativa, a volte molto elaborata e composita, che circonda l’immagine dipinta sopra gli altari, la cosiddetta pala. Dalle nostre parti le ancone d’altare, fino al tardo secolo XVII, furono quasi sempre realizzate in legno, e in legno possiamo pensare che fosse l’ancona della chiesetta super cimiterio. La descrizione dei candelotti e dei ceri con gli anelli offerta nell’inventario non è molto perspicua; ma parrebbe di indovinare che lo scrivente intendesse con candelotti delle specie di supporti per candele fissati nel corpo della cornice, mentre gli anuli potrebbero essere i ganci cui si appendeva il drappo nero.

     In effetti, ciò che interessa di più tra queste voci è il cenno alla coperta nera davanti all’ancona, e il panno di seta davanti all’immagine della Madonna contenuta nell’ancona stessa. Si vede bene che l’ancona ospitava un dipinto mariano, verosimilmente un affresco, il quale rimaneva di solito occultato agli occhi dei fedeli da un velo di stoffa pregiata, e che probabilmente veniva scoperto con un rito di ostensione due o tre volte l’anno, nelle ricorrenze patronali o in occasione di particolari funzioni votive. La coperta nera serviva forse per proteggere l’altare e l’ancona nei tempi in cui la chiesa non veniva frequentata; oppure costituiva l’apparato decorativo per esequie o officiature funebri solenni, come suggerirebbe il suo colore liturgico.

 

L’altare piccolo 

Ma le sorprese non sono finite. La lunga lista delle suppellettili di Santa Maria al cimitero comprende un ulteriore corredo d’altare, che introduce una notizia nuova: un palio di colore turchino con una croce bianca nel mezzo, due tovaglie piccole e due candelabri in ferro, erano destinati a un non meglio precisato altare piccolo [«due tobaliole ab altari cum palio turchino et cruce alba in medio et duo candelabra ferea altari parvo»]. Esisteva dunque nel vecchio oratorio, oltre al maggiore, un secondo altare di ridotte dimensioni, dotato anch’esso di un suo decoroso se pur modesto arredo. Il bello è che «unus panicellus ante Imaginem beate marie» [un panno davanti all’immagine della Madonna] c’era anche «in altari parvo»: anche l’altare secondario, benché privo a quanto pare di un’ancona, era sormontato da un affresco mariano, tenuto normalmente coperto con un drappo, come il suo omologo dell’altare principale.

     È molto probabile che questo altare parvum sia lo stesso che dopo oltre settant’anni dava ancora tanto pensiero ai visitatori episcopali, in quanto per niente conforme alle severe disposizioni liturgiche emanate dal Concilio di Trento. Un indizio della singolarità e anche dell’origine popolare di questo altare minore è il fatto, ai nostri occhi forse inconsueto ma tutt’altro che infrequente in quei secoli, che esso sorgeva presso la porta d’ingresso. Almeno così sembra di leggere nelle laconiche direttive del Bollani, che nel 1565 ordinava «In ecclesia extra parochialem Destruatur altare, quod est in faciem portæ, et intus et foris parietes reparentur» [nella chiesa esterna alla parrocchiale venga demolito l’altare che è sulla facciata della porta, e le pareti siano riparate di dentro e di fuori].

     Più problematico è dedurre dall’espressione «in faciem portæ» [letteralmente: in faccia alla porta], se l’altare fosse all’interno o all’esterno della chiesa: una posizione anche questa tutt’altro che inusuale negli antichi edifici sacri, specie se oggetto di grande e diffusa devozione. È tuttavia più verosimile che l’altare minore sorgesse dentro l’oratorio, presso l’unico ingresso, che a rigore non si può nemmeno dire con certezza se si trovasse sulla facciata principale o magari su una delle pareti laterali; e d’altro canto, soprattutto pensando a una porta laterale, non sarebbe da escludere nemmeno l’ipotesi che l’espressione potesse intendersi appunto come “in faccia alla porta”, nel senso che l’altare fosse sulla parete opposta, di fronte all’ingresso.

     Non è di grande aiuto, in questa ricostruzione per così dire topografica, neppure la visita di don Cristoforo Pilati nel 1572, salvo per la conferma che l’ordine di soppressione a quella data non era ancora stato eseguito: segno ulteriore di una devozione locale abbastanza radicata. Il visitatore infatti disponeva, con parole non meno oscure di quelle del predecessore, che «In ecclesia Beatæ Virginis prope plebem Destruatur altare quod est in facie contra portam. Claudatur cæmeterium» [nella chiesa della Beata Vergine accanto alla pieve si demolisca l’altare che si trova sulla faccia contro la porta; sia recintato il cimitero]. Naturalmente il titolo di “pieve” [plebem] attribuito alla parrochiale di Verola Alghise è un generoso equivoco, inopinatamente scaturito forse dalla nobiltà dell’edificio, o piuttosto dalla influenza dei suoi cospicui patroni: in realtà la prepositura collegiata di San Lorenzo non fu mai pieve per tutta la sua storia, se non nei lapsus di qualche troppo zelante osservatore. In ogni caso, a proposito dell’altarino della Madonna, il Pilati non sa dire di più, se non che era «in facie contra portam», lasciando intatte tutte le perplessità suscitate dal Bollani circa le possibili interpretazioni.

     Se dobbiamo proprio dire l’idea che ci siamo fatti leggendo i documenti, il piccolo altare secondario poteva trovarsi sul fronte interno della facciata principale, dentro la chiesa, a fianco e quasi a ridosso dell’unico ingresso. Ma questa ipotesi, naturalmente, vale tanto quanto quella del lettore.

     Dopo il 1572, l’altare fuori ordinanza fu doverosamente eliminato, visto che non se ne trova più traccia nelle visite successive; e anzi il delegato del cardinal Borromeo, don Carlo Agostini, confermava nel marzo 1580 che dentro la cappella cimiteriale esisteva ormai un solo altare. È lo stesso abate Agostini che dipinge con parole glaciali il degrado incombente dell’edificio: «Oratorium sanctæ mariæ in Cemiterio sancti laurentij predicti est parvum et incongruum» [l’oratorio di Santa Maria nel cimitero di San Lorenzo è piccolo e inadeguato]. San Carlo in persona, dopo la sua visita del luglio 1580, decretò la soppressione definitiva del piccolo antico tempio mariano, e con uno sprazzo di quella sensibilità per le plebi cristiane, che in qualche felice momento rasserenava il suo inflessibile rigore, risparmiò dall’ultima cancellazione almeno la venerata icona della Madonna, che campeggiava ancora sull’unico altare della chiesetta:

In oratorio Sanctæ Mariæ in Cemiterio Sancti Laurentij. Oratorium Sanctæ Mariæ In Cæmeterio Sancti Laurentij tollatur, et Sancta imago beatissimæ Virginis intra ecclesiam ad aliquod altare transferatur,  

[Disposizioni per l’oratorio di Santa Maria nel cimitero di San Lorenzo: l’oratorio sia eliminato e la sacra immagine della beatissima Vergine sia trasportata nella chiesa parrocchiale su uno degli altari.]

     È niente più di un sospetto, privo al momento di riscontri documentari, ma vien fatto di pensare che il noto dipinto della cosiddetta Madonna del Campanile, oggetto di devozione per secoli da parte dei verolesi e riconducibile a moduli iconografici di impronta tardo quattrocentesca, possa essere appunto quell’affresco della vetusta chiesa cimiteriale, traslato forse una prima volta presso la torre, dopo il 1580, all’atto della soppressione dell’oratorio cui apparteneva, e quindi definitivamente collocato nel ‘700 sull’altare laterale, dove si trova ancor oggi.

 

La confraternita dell’altare maggiore 

Fin qui la storia dell’edificio. Ma il vecchio oratorio di Santa Maria al cimitero ha anche una storia di uomini da raccontare, e una storia di particolare interesse, poiché attesta un’esperienza singolare, senza altri esempi nel circondario, almeno per quel che oggi se ne sa.

     Alcuni indizi, a dire il vero molto indiretti, si leggerebbero forse già tra le righe dell’inventario del 1496; e tuttavia, presi così come sono, senza il soccorso di una informazione più esplicita, possono apparire semplici ovvietà, di quelle che ci si aspetta di trovare in ogni chiesa che si rispetti. Anzitutto quel clima generale di cura meticolosa, per cui ogni oggetto trova il suo posto ben ordinato nella cassa in sacrestia; perfino la lampada eucaristica è riposta nella sua custodia metallica presso l’altare maggiore [«una capsa ferea pro lampade ante altare sancte marie»]; gli arredi sono non di più né di meno di quel che serve all’officiatura regolare, e sono in perfette condizioni. Tutte cose piuttosto inconsuete in un oratorio di fine ‘400, quando, tra una invasione e una carestia o una pestilenza, dominavano l’avidità dei prelati e il disinteresse della gente comune. E ancora, nella linda cappella esiste «una capsa In qua ponuntur oblationes cum duobus clavibus» [una cassetta dove si pongono le offerte, con due chiavi], il che sembra attestare una gestione del denaro condivisa da due entità differenti, e comunque una amministrazione oculata, che non trascurava le opportune procedure di controllo.

     Del resto, anche il primo oggetto annoverato dall’inventario merita menzione: «una bulla cum pendentibus Indulgentie concessa» [una bolla di indulgenza con sigilli pendenti]. La bolla è un atto pontificio ufficiale con cui si attribuiscono privilegi di varia natura: nel nostro caso, si tratta di una concessione di indulgenze; i pendenti sono i sigilli di autentificazione della cancelleria apostolica, costituiti solitamente da dischi di piombo (più raramente di ceralacca contenuta in capsule di legno o metallo), sospesi al lembo inferiore della pergamena mediante un cordoncino di canapa o di seta.

     In ogni caso, tutti questi particolari sparsi inducono a ritenere che già negli ultimi anni del secolo XV l’oratorio verolese di Santa Maria fosse decorato di importanti privilegi curiali, e amministrato da una società di persone attive e facoltose.

 

Una prima, invero ancora labile conferma dell’esistenza presso la chiesa di una pia associazione è contenuta in un testamento del 7 aprile 1513: il testatore, un tale originario di Faverzano, dispone di donare dopo la sua morte 3 lire planet «scole et congregationj domine sancte marie de virolealgisij» [alla scuola e congregazione di Santa Maria di Verola Alghise]. Tenuto conto che il termine scola, o scuola, in quei tempi indicava una confraternita religiosa laicale con scopi di preghiera e beneficienza, e che la congregazione verolese della Disciplina, intitolata a quel tempo an­ch’essa alla Madonna, è nominata espressamente dal medesimo testatore in una clausola successiva, sembra di dover ritenere che si alluda qui a dei confratelli officianti l’oratorio super cimiterio.

     L’unico documento veramente esplicito in proposito è, però, un atto di cinque anni appresso (7 giugno 1518), che costituisce in realtà per noi la prima e insieme anche l’ultima apparizione della confraternita devota all’altare «sancte Marie quod est in ecclesia sancte Marie terre Virolealgisij» [l’altare di Santa Maria che è nella chiesa di Santa Maria di Verola Alghise]: tutto ciò che si può sapere di questa associazione, per il momento, lo attingiamo da qui.

     Protagonista dell’atto è il frate Paolo de Laude (da Lodi, francescano dell’ordine dei Minori, dottore di teologia e commissario sostituto (vice-delegato) del sacro apostolico Ospedale romano di Santo Spirito in Sassia: il notaio rogante dichiara di averne verificato coi suoi occhi le credenziali autografe e autentiche rilasciate dal superiore (principalis) dell’Ospedale stesso, il reverendo don Bernardino de Zachirolis di Imola.

Con questa carta i confratelli verolesi dell’altare di Santa Maria vengono aggregati dal frate commissario, conforme al disposto delle lettere apostoliche di cui egli è latore, «in confraternitatem prefati sacri et apostolici hospitalis sancti Spiritus» [nella confraternita del sacro apostolico Ospedale di Santo Spirito]; inoltre, col consenso del prete don Matteo de Bonis (definito prepositus, prevosto, forse nel senso generico di sovrintendente dell’altare, o per errore in luogo di parochus, cioè curato), l’altare medesimo viene accolto «pro membro dicti sacri et apostolici hospitalis sancti spiritus in saxia de Urbe» [quale membro del sacro apostolico Ospedale di Santo Spirito in Sassia di Roma].

     Scopo fondamentale di questa aggregazione per autorità pontificia è di concedere il godimento pieno e perfetto, nella sede periferica verolese, di tutti i privilegi, grazie, facoltà e indulgenze concessi dai sommi pontefici all’Ospedale principale dell’Urbe:

Ita quod omnes confratres Illud altare Visitantes omnes Illas Indulgentias consequantur quas Rome consequerentur si predictum hospitale sancti spiritus visitarent prout concesserunt summi romani pontifices 

[così che tutti i confratelli che visitano l’altare di Santa Maria in Verola Alghise conseguano tutte le indulgenze che conseguirebbero a Roma se visitassero l’Ospedale di Santo Spirito, conforme alle concessioni dei sommi pontefici romani.]

     È, insomma, una elevazione dell’altare di Santa Maria, nella chiesetta cimiteriale di Verola Alghise, a succursale del grande ospedale romano, e una annessione della pia società che lo officiava alla confraternita ad esso soprastante.

     L’Ospedale di Santo Spirito in Saxia de Urbe [in Sassia di Roma] era stato fondato intorno al 1180 da Guido di Montpellier, che aveva raccolto attorno a sé alcuni volenterosi compagni con lo scopo di assistere gli infermi. Fin dal principio l’antico ospedale (radicalmente ricostruito in seguito verso il 1470) si distingueva per la sua struttura architettonica, all’avanguardia secondo i principi dell’assistenza medica del tempo: era infatti costituito da una unica vasta sala divisa in navate, nelle quali i giacigli dei malati erano disposti in file ordinate e separati l’uno dall’altro mediante tendaggi. Vent’anni dopo la fondazione, diverse istutuzioni analoghe di vari luoghi d’Italia si erano aggregate alla casa principale, accogliendone la giurisdizione e la regola e apportando all’ordine consistenti dotazioni patrimoniali. Il papa Innocenzo III, nel 1204, affidò ufficialmente al fondatore Guido la direzione della sede principale in Roma, e dopo la sua morte, stabilì nel 1208 che l’ordine religioso da lui iniziato, fosse stabilmente governato dal superiore o precettore dell’ospedale romano di Sassia, la casa madre da cui l’ordine stesso prendeva il nome.

     I religiosi di Santo Spirito, che indossavano un mantello nero con una doppia croce bianca, ebbero dai papi anche nei secoli seguenti il diritto di questuare a vantaggio della loro istituzione nelle varie regioni della penisola, e tale diritto esercitavano, direttamente o per delega, ancora con puntiglio e abilità nel primo ‘500. Lo si vede bene nel documento di Verola Alghise, nel quale alla formula dell’aggregazione segue un breve capitolato, tutto assorbito dalle preoccupazioni per una raccolta ordinata e razionale delle elemosine.

     Il primo articolo definisce minuziosamente la cassetta delle offerte, la assegnazione delle sue tre chiavi, l’elezione dei tesorieri, gli adempimenti amministrativi, perfino a chi tocchi di aprire la cassetta e a chi di contare il denaro, a chi di registrarlo e a chi di conservarlo:

Item Vt fideles Ipsi pias elimosinas predicto hospitali confidentius et deuotius contribuant ordinat predictus dominus Comissarius et collocat Ibi auctoritate predicta vnam capsam apud altare predictum sancte Marie cum tribus clauibus quarum Vna sit nunc penes Ipsum dominum presbiterum Matheum uel qui pro tempore erit curatorem relique due sint penes massarios Infrascriptos videlicet Bertolinum parentem et Iohannem de sachettis quos Ipse Reuerendus dominus Comissarius pro hoc anno tantum elegit et deputauit finito vero anno teneantur predicti massarij omnes fratres Insimul conuocare uel saltem mayorem partem et alios duos massarios in nomine domini eligere qui massarij teneantur de mense in mensem aut ad alium terminum mayorem prout eis videbitur aperire predictam capsam et elemosinas Ibi Inuentas numerare ac vnus eorum in Libro describere et alter pecunias tenere 

[Perché i fedeli versino con maggiore fiducia e devozione le pie elemosine al suddetto Ospedale, il commissario dispone, e per l’autorità apostolica di cui è investito colloca presso l’altare di Santa Maria una cassetta con tre chiavi: una dovrà essere ora conservata dal prete don Matteo Boni, o da chi sarà curato pro tempore, le altre due dai tesorieri Bartolino Parente e Giovanni Sacchetti, che lo stesso reverendo commissario ha eletto e delegato per questo anno soltanto; al termine dell’anno i suddetti tesorieri saranno tenuti a riunire tutti i confratelli, o almeno la maggioranza di essi, per eleggere nel nome del Signore altri due tesorieri; costoro saranno tenuti di mese in mese, o altro termine maggiore se sarà il caso, ad aprire la cassetta e contare le elemosine contenute: uno dei due le registrerà nel libro di cassa, l’altro conserverà il denaro.]

     Si respira nettamente, fra le righe dell’impettito gergo notarile, l’assillo di controllare ogni movimento del denaro, quasi ogni passo dei poveri amministratori, nell’ansia (se fosse possibile) di entrare fin nelle loro tasche, pur di non perdere d’occhio nemmeno un istante la pia elemosina. E attenti perché il buon cappellano di oggi non è quello di domani (e chi sarà il cappellano di domani?); e con la sua chiave il prete da solo non potrà aprire la cassetta, come non potranno da soli né insieme i due tesorieri; e i tesorieri sono nominati d’ufficio dal reverendo commissario, ma per questa volta soltanto; e l’anno prossimo dovranno riunirsi i confratelli per eleggere i nuovi massari, naturalmente in nomine Domini; e i nuovi massari dovranno di mese in mese ritirare i denari, contarli, registrarli, conservarli (e, ovvio, consegnarli a chi di dovere). Tutto questo scrupolo – si capisce – a garanzia della sincera confidenza e caritatevole devozione con cui i singoli fedeli contribuiranno le loro sante elemosine.

     Un altro ferreo dettame riguarda invece il cappellano:

Item ordinat predictus Reuerendus dominus Comissarius auctoritate predicta quod de dictis elemosinis accipiatur sexta pars et detur Ipsi domino presbitero Matheo uel qui pro tempore erit animarum curatori pro substentatione Ipsius sacerdotis et ornamento altaris 

[Il reverendo commissario ordina, per l’autorità apostolica di cui è investito, che un sesto delle elemosine sia dato al prete don Matteo Boni, o a chi sarà pro tempore curato d’anime, per suo mantenimento e per ornamento dell’altare.]

     Un sesto di tutte le offerte non sarà poi stato un mare di soldi; e comunque c’era la sua brava contropartita:

Cum hoc onere quod predictus sacerdos teneatur omni prima dominica singuli mensis celebrare Vnam missam de spiritu sancto pro salute omnium confratrum ut spiritus sanctus dirigat eos in Viam salutis
Item quod Ipsa prima dominica anuntiet omnes Indulgentias que erunt per totum mensem Ipsis confratribus concessas.
Item processionem faciat saltem circhum circha ecllesiam dicendo Imnum Veni creator spiritus ut deus auxilietur omnibus confratribus  

[con i seguenti obblighi per il sacerdote: la prima domenica di ogni mese
1. celebrerà una messa dello Spirito Santo per la salvezza di tutti i confratelli, perché lo Spirito Santo li conduca sulla strada della salvezza;
2. annunzierà tutte le indulgenze che saranno concesse ai confratelli per tutto il mese;
3. farà una processione, almeno intorno alla chiesa, recitando l’inno Veni Creator Spiritus, perché Dio aiuti tutti i confratelli
.]

     Non può non colpire questa insistenza su indulgenze e devozioni, in un accordo tutto concentrato sul riscontro economico delle offerte: il primo incendio della riforma luterana era scoppiato, proprio nel merito di questi temi scottanti, poco più di otto mesi prima, il 31 ottobre 1517, quando Martin Lutero, dopo lunga esitazione, aveva pubblicato a Wittemberg le sue celebri novantacinque tesi sulle indulgenze, che si rivelarono un punto di svolta decisivo per la cristianità occidentale. Qui da noi, intanto, le congregazioni religiose romane, pur dedite alla assistenza e alla carità, continuavano ad affannarsi nella ricerca di nuove fonti di reddito, appoggiandosi alle ataviche paure e al nobile sentire delle genti di campagna, ancora provate dalle recenti invasioni e pestilenze, che avevano decimato i nostri paesi.

     Comunque, il reverendo commissario frate Paolo da Lodi, a scanso di equivoci, e col sottinteso timore che i soldi potessero magari prendere inopinatamente un volo diverso da quello auspicato, non mancava di ribadire, in calce al documento:

Relique quinque partes dictarum elemosinarum teneantur et conseruentur In manu Ipsius Massarij nec dentur alicui nisi nuntio deferenti literas testimoniales Reuerendissimi domini preceptoris Ipsius sacri et apostolici hospitalis sancti spiritus in saxia de vrbe et qui pro tempore erit et tunc faciant sibi scribere per Ipsum nuntium vnum chirographum de receptione uel Instrumentum per manum publici notarii Et hanc dicit Ipse Reuerendus dominus Comissarius esse voluntatem Reuerendissimi domini preceptoris  

[Gli altri cinque sesti delle elemosine siano conservati nelle mani dei tesorieri e non siano dati a nessuno, se non all’incaricato munito di credenziali del reverendissimo superiore del sacro apostolico Ospedale di Santo Spirito in Sassia di Roma che sarà pro tempore; in tal caso si faranno rilasciare dall’incaricato una ricevuta controfirmata di sua mano, o un pubblico atto notarile. E ciò dichiara il reverendo commissario essere la volontà del reverendissimo superiore.]

     Questa ultima clausola induce a credere che non fosse raro a quei tempi il caso di qualche sedicente incaricato della questua il quale, provvisto di documenti opportunamente contraffatti, procurasse di far piazza pulita delle altrui offerte in favore delle proprie necessità.

 

Nel complesso questo atto di aggregazione, come molto spesso succede con le testimonianze antiche (il lettore attento se ne sarà già ampiamente persuaso), per un verso apre uno scorcio di vita spicciola e concreta nella Verola cinquecentesca; e poi però abbandona sul più bello, lasciando irrisolte quasi tutte le domande, fino alla scoperta di qualche altro segnale, che aprirà a sua volta nuovi spiragli e insieme altrettanti irrisolvibili interrogativi. Non rimane, nell’attesa, che rassegnarsi a percorrere a tentoni quelle zone oscure che nella storia sono sempre tanto più immense delle piccole plaghe illuminate.

     Nel caso della confraternita verolese aggregata all’ospedale di Santo Spirito in Sassia, il pochissimo che di certo se ne sa consente soltanto esili e dubbiose deduzioni. Di certo esisteva un altare di Santa Maria, probabilmente quello del venerato affresco, nella omonima chiesetta sopra il cimitero di San Lorenzo, ed era governato nei primi decenni del ‘500 da una compagnia di devoti piuttosto danarosi e caritatevoli, a giudicare dagli arredi della chiesa e dalle offerte.

     Il fatto che costoro si associno a un ordine ospedaliero con sede a Roma, si accorda con una abbastanza diffusa tendenza delle compagnie laicali bresciane, intensificatasi poi nel corso del secolo su sollecitazione dei vescovi, ad aggregarsi alle omologhe confraternite romane di titolo e di scopi affini, dette per questo arciconfraternite, dalle quali le organizzazioni periferiche acquisivano statuti, indirizzi operativi, tradizioni di culto, talvolta anche le insegne e l’abito.

     D’altronde, l’orientamento per cui le confraternite locali sceglievano la congregazione romana alla quale associarsi tendenzialmente per analogia di devozione e di finalità sociali, inviterebbe a credere che i confratelli di Santa Maria dovessero almeno in parte occuparsi di assistenza ospedaliera: perché, se no, aggregarsi a un grande ospedale? Questa sarebbe, se provata, in fin dei conti la scoperta più rilevante, poiché mostrerebbe che in Verola Alghise a cavallo tra i secoli XV e XVI esisteva, annessa alla cappella del cimitero, una compagnia di laici che si occupava di ospedalità, e forse addirittura, in qualche momento della propria vicenda, aveva gestito un ospedale, o un lazzaretto. Considerando in particolare la pestilenza che infierì anche in Verola nel 1512-13, come dimostrano i numerosi testamenti dettati in quei tragici mesi, si comprenderebbe anche la vivace reviviscenza (l’ultima a quanto pare) della confraternita ospedaliera negli anni immediatamente successivi.

 

I lasciti testamentari 

Una chiesa votiva in mezzo a un cimitero ci si aspetta, quanto meno, che ospitasse qualche sepoltura di maggior riguardo, e che alla sua cura provvedessero volontari dediti fra l’altro anche ai servizi funebri e al suffragio dei defunti. È pur vero che quasi tutte le confraternite a quell’epoca avevano tra gli obblighi statutari quelli di accompagnare gli associati nel loro ultimo viaggio terreno e di suffragarli periodicamente con ufficiature e messe da morto. Dunque, non è inverosimile che i soci verolesi dell’ospedale romano di Santo Spirito, sia prima che dopo l’aggregazione, tanto più se occupati nell’assistenza di malati gravi, avessero incombenze anche di esequie e liturgie funerarie. Tuttavia la documentazione in nostro possesso è al momento frammentaria e, mancando di continuità, costringe a porre molta cautela nel collegare istituzioni ed eventi testimoniati a intervalli di tempo talora molto ampi.

     In ogni caso, la gente benestante di Verola, quella che poteva permettersi di fare testamento perché aveva qualcosa da lasciare, non dimenticava, specie nei momenti di grave calamità, di menzionare nei propri lasciti la piccola chiesa di Santa Maria presso San Lorenzo: è questa appunto la traccia documentaria più continuativa; anche se, per converso, le indicazioni risultano quasi sempre laconiche all’estremo, raramente offrendo più che il titolo della chiesa e l’ammontare del lascito disposto. Però non è tempo perduto provare a spigolare qualche informazione tra le pagine di questo ricco patrimonio di testamenti del primo ‘500, che sta gradualmente ritornando a galla, e dal quale si potranno attingere in futuro preziosi elementi per ricostruire il volto di Verola Alghise al principio dell’età moderna.

 

Già il più vecchio dei testamenti verolesi riesumati, risalente al 24 giugno 1498, mostra la chiesetta di Santa Maria in pieno fervore di attività; il testatore Bartolo di Oriano infatti, tra l’altro, dà le seguenti disposizioni:

Item mandauit et legauit quod dicti [eius] heredes faciant depingi figuras seu Imagines sacratissime Virginis matris marie et gloriosi sancti Nicolai de tolentino in templo sancte marie structo et fabrichato in dicta terra Virolealgisij Infra annos duos post mortem Ipsius testatoris
Item Iussit et mandauit per Infrascriptos eius heredes dari debere soldos decem planet pro faciendo crucem dicte domine sancte Marie statim post mortem Ipsius testatoris

[Ha disposto che i suoi eredi facciano dipingere le immagini della santissima Vergine Madre Maria e del glorioso san Nicola da Tolentino nella chiesa di Santa Maria edificata in Verola Alghise, entro due anni dopo la morte del testatore; poi ha disposto che dai suoi eredi siano dati soldi 10 planet per fare una croce per la stessa chiesa della Madonna subito dopo la morte del testatore.]

     È vero che un testamento non prova di per sé l’effettiva esecuzione dei legati, poiché può essere successivamente modificato, ovvero disatteso dagli esecutori e dagli eredi: quindi occorrono sempre ulteriori conferme, prima di dare per realizzate le parole del testatore. Della chiesetta del cimitero però – com’è noto – non sopravvive oggi più nulla, tranne forse l’affresco mariano dell’altare maggiore: non è dunque in nessun modo verificabile se gli affreschi disposti dall’Oriano siano stati davvero dipinti. Comunque, l’uso di tappezzare interamente le pareti delle chiese con immagini votive della Madonna e dei santi più venerati è diffuso e documentato anche dalle nostre parti: non è difficile immaginare che l’opera possa essere stata compiuta, secondo la volontà del testatore.

     Le espressioni qui sopra riportate mostrano, in ogni caso, che in quegli anni di fine secolo il piccolo oratorio del cimitero era in corso di ristrutturazione, sempre che (come si è già avuto modo di sottolineare) i termini «structo et fabrichato» non indichino l’edificazione del tempio, ma un semplice intervento edilizio minore. Nei decenni seguenti, poi, non mancano vari altri devoti testatori che destinano alla cappella super cimiterio offerte in denaro, e in natura: cera per l’illuminazione, oppure miglio e frumento, destinati alla distribuzione tra i poveri del paese o alla vendita all’incanto per ricavarne contante.

Altri legati mostrano la preoccupazione (e la fantasia) di donare qualcosa di più significativo, personale: segni magari di scarso valore economico, e tuttavia capaci di lasciare nel tempo una precisa memoria di chi li aveva offerti. Le donne solitamente sono più attente a questi dettagli di sensibilità. «Unam tobaliolam altari sancte Marie Virolealgisij» [una tovaglietta per l’altare di Santa Maria di Verola Alghise] è offerta da donna Caterina de Ceresaria, vedova di Francesco di Albino (18 marzo 1505), la quale dettava le sue ultime volontà «In domo domini dumpetri de albino sita in castro Virolealgisij districtus brixie prope ecclesiam sancti Laurentii» [in casa di don Dumpetro di Albino, in Castello di Verola Alghise, distretto di Brescia, presso la chiesa di San Lorenzo. E ancora una donna, Giovanna vedova di Antonio Faverzano (16 aprile 1513), dal casotto di campagna in contrada Scanalenbel, dove è stata confinata nel pieno infuriare del contagio, senza dimenticare le altre chiese e opere pie della parrocchia, si preoccupa dei drappi per coprire le immagini sacre nel santuario cimiteriale:

Item reliquit domine sancte Marie dicte terre Virolealgisij vnum panicellum siriceum et vnum alium panicellum lini pro ponendo ad crucem
Item Iussit dari debere de bonis ipsius testatricis sepulcro posito in ecclesia sancte Marie Virolealgisij soldos decem planet  

[ha lasciato a Santa Maria di Verola Alghise un pannicello di seta e un altro pannicello di lino da porre sopra la croce; poi ha disposto di dare, dai suoi beni, soldi 10 planet al sepolcro posto nella chiesa di Santa Maria di Verola Alghise.]

     Qui è menzionato (per la prima volta, a quel che è dato sapere) un sepolcro esistente dentro la chiesetta del cimitero: non ci sono altre indicazioni, ma si può supporre si tratti di una sepoltura comune, scavata o risistemata dalla confraternita dell’altare in occasione della pestilenza, per seppellirvi i propri associati. Il denaro offerto nel testamento poteva servire alle spese di adeguamento della fossa, oltre che per le esequie e il seppellimento.

     In quel drammatico frangente, altri indizi rivelano che la cappella cimiteriale fu oggetto di migliorie strutturali: il testamento di maestro Filippo Girelli (29 gennaio 1514), ad esempio, stabilisce di lasciare

ducatum vnum ecclesie sancte Marie de Virolaalgisij pro fabricando dictam ecclesiam seu pro faciendo aliquid ornamentum uel melioramentum in dicta ecclesia Et hoc Infra annos quinque post mortem Ipsius testatoris  

[un ducato alla chiesa di Santa Maria di Verola Alghise per ricostruirla o per fare qualche decorazione o miglioria nella chiesa, e ciò entro cinque anni dopo la morte del testatore.]

     Anche qui l’espressione «pro fabricando» deve intendersi col valore generico, rilevato in precedenza, di un intervento edilizio parziale, visto che la chiesa esisteva, e pertanto non era da fabbricare. Indicazioni analoghe di lasciti per la fabbrica si hanno pure, più tardi, nei testamenti di Giovanni Girelli (24 maggio 1527) e di donna Monica Spalenza (3 settembre 1538), ma anch’esse povere di particolari significativi.

   Intorno a quest’epoca, abbiamo pure l’ultima segnalazione rilevante dell’esistenza di un sepolcro comune e di pratiche esequiali dentro la chiesetta; il nobile Bartolomeo Maggi, infatti, nel suo testamento del 17 marzo 1536 detta la seguente disposizione:

Item Corpus suum Iussit sepeliri debere In ecclesia sancte Marie dicte terre Virolealgisij In vno deposito scole et congregationis Crosette. Cui congregationi reliquit libras tres planet dandas per Infrascriptum eius filium et heredem pro emendo Intortitios portandos et dispensandos ad sepeliendos pauperes. Et hoc in remedio anime Ipsius testatoris 

[ha ordinato che la sua salma debba essere sepolta nella chiesa di Santa Maria di Verola Alghise, in un sepolcro della scuola della Crosetta, alla quale ha disposto che il suo figlio ed erede versi lire 3 planet per comprare torce da portare e distribuire nelle esequie dei poveri. E ciò in rimedio della sua anima.]

     La scuola intitolata al domenicano san Pietro Martire da Verona, detta popolarmente della Crosetta forse perché gli associati portavano una piccola croce sull’abi­to corale, è documentata in Verolanuova a partire dal già citato testamento di Giovanni Girelli (24 maggio 1527), dove però non appariva ancora in relazione esplicita con la chiesa di Santa Maria al cimitero. Questo particolare, insieme alla diversa intitolazione e alla apparente discontinuità rilevabile dalle testimonianze, rende alquanto problematica l’identificazione della Crosetta con la vecchia confraternita del Santo Spirito in Sassia, o con una sua eventuale evoluzione nel corso degli anni. Allo stato delle ricerche, si può soltanto affermare che verso gli anni ‘30-40 del secolo XVI esisteva in Verola Alghise una scuola chiamata della Crosetta: non si può invece dire se fosse di recente fondazione, se mancasse di una sede propria, e se proprio per questo avesse eventualmente eretto un monumento funebre per gli associati all’interno della chiesa del cimitero.

     Rimangono, per quel periodo, una dozzina di testamenti in cui si fa menzione di questa confraternita. In uno di essi, quello di certo Bernardo Soldo dell’8 novembre 1530, le vengono destinati un migliaio di mattoni: non si può escludere che il curioso donativo fosse fatto anche in vista della realizzazione di una tomba collettiva, che potrebbe essere la stessa nominata anni prima nel testamento della vedova Faverzani (16 aprile 1513). Altro in merito per ora non è dato sapere.

 

Le cappellanie di Brunoro Gambara 

A coronamento di questo breve saggio sulla chiesa di Santa Maria super cimiterio, resta ancora da parlare delle cappellanie che vi ebbero sede: almeno due, secondo la testimonianza dei documenti sopravvissuti.

     La cappellania – sarà bene precisarlo – è un antico istituto ecclesiastico consistente in un beneficio, ossia una dotazione di beni immobiliari o più raramente di capitali, la cui rendita (prebenda) veniva assegnata di solito a un sacerdote (cappellano perpetuo) scelto dal patrono, in cambio dell’obbligo di celebrare un certo numero di messe, proporzionale alle entrate e stabilito con l’atto fondativo della cappellania stessa. Istituzioni di tal genere, specie le più redditizie, suscitavano gli appetiti di prelati influenti, i quali ne facevano incetta per accaparrarsene i frutti, limitandosi a salariare modesti preti di campagna (cappellani amovibili o mercenari), che celebrassero in loro vece per un misero compenso le messe imposte dal fondatore del beneficio. In molti casi, comunque, con l’andar del tempo, per causa di inflazione o di cattiva amministrazione, le entrate del beneficio si riducevano in maniera drastica: per questo i vescovi diocesani, preposti istituzionalmente alla salvaguardia dei legati testamentari, si trovavano costretti a decretare d’ufficio la diminuzione del numero di messe da celebrarsi (riduzione) secondo il calo della rendita. È appunto questa la situazione rilevata dal visitatore delegato di san Carlo nel marzo 1580: la chiesa del cimitero

Altare solum habet dotatum a quondam Domino Præsbitero guerino lucio alias Canonico cum onere missæ quottidianæ quæ a Reuerendissimo ordinario in duas missas redacta fuit ob tenuitatem redditus. Redditus librarum quingenta [= quinquaginta?] quæ soluuntur per præsbiterum hippolitum spalentiam heredem. Cappellanus est ipsemet præsbiter hippolitus absens, et satisfacit per Dominum Præsbiterum hippolitum picinellum brixiensem ætatis annorum 35, qui Habitat in domibus ecclesiæ. legittime Docuit de ordinibus  

[ha un solo altare dotato dal defunto prete don Guarino Luzi, già canonico, con l’obbligo di celebrare una messa quotidiana, che il reverendissimo vescovo ordinario ha ridotto a due messe settimanali per l’esiguità dell’entrata. Il reddito è di lire cinquecento, che sono versate dall’erede prete Ippolito Spalenza. Cappellano è lo stesso prete Spalenza, al momento assente, che vi adempie tramite il prete bresciano don Ippolito Picinello, di anni 35, che abita nelle case della chiesa e ha presentato i documenti dei suoi ordini sacri.]

Tenuto conto che – come già detto – l’oratorio di Santa Maria in Verola Alghise sarà fatto demolire proprio per ordine di san Carlo, dopo il suo personale sopraluogo del luglio 1580, la descrizione riportata qui sopra rappresenta l’ultimo atto della vita della chiesetta.

     La sorte ha voluto conservare l’atto fondativo della cappellania Luzi, contenuto appunto nel testamento del canonico verolese Guarino de Luciis (1 luglio 1557), assai dettagliato nelle disposizioni e ricco di notizie particolarmente preziose. Però va detto che quella del Luzi non era la prima cappellania dotata presso l’altare della Madonna del cimitero. Il 9 agosto 1529, infatti, davanti al magnifico signor Giovanni Francesco Baiguera podestà signorile di Verola Alghise, e ad altri due notabili, il conte Brunoro Gambara fondava una cappellania quotidiana nell’oratorio presso San Lorenzo, con un reddito di 36 lire planet, obbligando al mantenimento di essa anche i suoi discendenti ed eredi. Ecco la parte essenziale della «dotatio Altaris sancte Marie Virolealgisij» [dotazione dell’altare di Santa Maria di Verola Alghise]:

IBi Illustris dominus Comes Brunorius filius quondam Illustris domini Comitis Ioannis francisci de gambara volens de bonis sibi a deo Colatis elargire et dispensare In honorem dei et Beatissime Virginis marie In remedium anime sue Ex certa eius animi scientia et motu proprio et ex eius deuotione et omni meliori modo Iure via forma et causa quibus melius potuit et potest fecit disposuit et ordinauit ac se realiter et personaliter obligauit dare soluere et numerare quolibet anno Imperpetuum vni Capellano seu sacerdoti per eum elligendo uel per eius heredes et successores Qui celebrari debeat ac teneatur in ecclesia sancte Marie qottidie missam in dicta ecclesia sita super Cemiterio sancti Laurentii dicte terre Virolealgisij libras triginta sex planet quolibet anno  

[L’illustre signor conte Brunoro, del fu illustre signor conte Giovanni Francesco Gambara, volendo far dono di alcuni beni a lui da Dio attribuiti, in onore di Dio e della beatissima Vergine Maria, a rimedio della propria anima, in perfetta consapevolezza, di propria iniziativa e per devozione personale, secondo le forme di legge, ha disposto e si è personalmente obbligato a versare ogni anno in perpetuo lire 36 planet a un sacerdote cappellano, scelto da lui stesso o dai suoi eredi e successori, il quale sia tenuto a celebrare ogni giorno la messa nella chiesa di Santa Maria sopra il cimitero di San Lorenzo in Verola Alghise.]

     Il conte Brunoro, col fratello Uberto prevosto della collegiata e la sorella Violante, figli di Giovanni Francesco Gambara, rappresentavano il ramo della potente famiglia feudale allora residente nel palazzo di contrada del Fiorino (nell’area dell’o­dierno municipio); l’altro ramo dei Gambara di Verola era rappresentato da Lucrezio, Auriga ed Emilia, figli di Nicolò, che abitavano invece in Castel Merlino.

     È piuttosto singolare la preoccupazione del conte Brunoro di istituire una invero assai modesta cappellania quotidiana presso la chiesetta del cimitero; e non perché non corrisponda a una abitudine inveterata delle famiglie patrizie la fondazione di altari e benefici nel proprio dominio, né per la irrisorietà della rendita di 36 lire bresciane, che non sarebbe certo bastata da sola a consentire una vita dignitosa al cappellano.

Il fatto strano è che, dopo tre anni giusti, il 10 agosto 1532, lo stesso Brunoro si preoccuperà di istituire, mediante il suo testamento dettato in quel giorno, una nuova cappellania quotidiana presso l’altare della Concezione della beatissima e gloriosissima Vergine Maria nella prepositurale di San Lorenzo: un altare dalla storia plurisecolare, che appare qui nominato per la prima volta. Il nobile patrono, comunque, non attendeva la propria morte per fornire questo altare parrocchiale di un cappellano mercenario, poiché risulta che il 1 luglio 1533 destinava un salario al prete don Guarino Luzi per la messa perpetua della Concezione.

     Difficile dire se, nel lasso di tempo tra il 1529 e il 1533, la primitiva cappellania nella chiesetta del cimitero fosse ancora sussistente secondo l’originaria fondazione, o se fosse invece stata ridotta, o magari soppressa addirittura in favore di quella della Concezione nella chiesa grande. Di fatto, dopo il 1529 le testimonianze sulla chiesa di Santa Maria si diradano, lasciando pressoché all’oscuro di ciò che accadeva intorno a essa; perlomeno fino al 1557, quando compare il testamento del prete Luzi, con la erezione dell’ultima cappellania.

 

Il testamento di don Guarino Luzi 

Il prete Guarino figlio di Betino Luzi (de Lutiis, o Luciis nei documenti) aveva un nome di battesimo alquanto ostico ai contemporanei, giacché negli atti che lo riguardano è nominato da principio Quirino, ma poi Guarino, o Guerino. Dovendo conformarci all’uso per noi più consueto di un nome stabile e univoco, scegliamo di chiamarlo Guarino, come in quasi tutti gli atti della sua maturità e nello stesso suo testamento.

     Della sua biografia poco altro si può definire al momento, se non la breve lista degli atti notarili in cui egli compare: lo si incontra, per esempio, in una procura del 6 marzo 1531, come «habitator Verolealgisij Rector parochianis [!] eclesie sancti Michaellis de Ianicho vallis Chamonice» [abitante in Verola Alghise e rettore della chiesa parrocchiale di San Michele di Gianico in Valcamonica. Dopo di allora ritorna in una decina di documenti, alcuni dei quali, relativi alla vertenza con donna Caterina di Albino per una casa in contrada di Santa Maria a Verola Alghise, sono stati esaminati qui sopra riguardo alla localizzazione della chiesetta del cimitero. Tra l’altro, il nostro Luzi compare persino, il 27 dicembre 1539, quale destinatario di una imputazione penale, per aver inferto un colpo in testa a tale prete don Marco Antonio de Cornachinis.

     Il primo luglio 1557 – come si diceva – don Guarino dettava il suo testamento, nell’ufficio del notaio di Verolavecchia Giulio Baiguera: l’atto è piuttosto ampio e minuzioso, e presenta diversi elementi di interesse, per cui merita una analisi accurata. Nel comma iniziale il testatore impone alla erede universale, sua sorella donna Domenica vedova di maestro Achille Bargani, le condizioni della sepoltura:

Item voluit et mandauit ut suum corpus sepeliatur in ecclesia Sancte Marie dicte terre Virole algisij post altare maius ipsius ecclesie in vna Arca construenda sumptibus et expensis Infrascripti heredis vniuersalis statim post mortem ipsius domini testatoris. 

[Ha disposto che la sua salma sia seppellita nella chiesa di Santa Maria di Verola Alghise, dietro l’altare maggiore, in un’urna da costruire a spese dell’erede universale subito dopo la morte del testatore.]

     Già da questo esordio solenne si intuisce il rapporto privilegiato che il Luzi nutriva rispetto all’oratorio del cimitero: se ne sente patrono, quasi padrone, forse per una consuetudine di vita e di devozione che l’aveva visto celebrare per lunghi anni a quell’altare. Da qui scaturisce il desiderio di essere posto nella sede più nobile del tempio: dietro l’altare maggiore, dove probabilmente esisteva una absidiola, o un piccolo coro, di dimensioni comunque sufficienti per ospitare un’arca funeraria, quasi un sepolcro da prelato o da aristocratico umanista.

     In secondo luogo il testatore dispone l’erezione di una cappellania quotidiana perpetua al medesimo altare, soffermando l’attenzione sui singoli dettagli amministrativi e giuridici:

Item legauit et Iure legati Reliquit ut Infrascripta heres vniuersalis teneatur et obligata sit facere celebrare vnam missam singulis diebus per tempora perpetua in dicta ecclesia Sancte Marie ad dictum Altare maius per aliquem sacerdotem bone fame et vite eligendum ex consanguineis ipsius domini testatoris propinquioribus, si qui erunt sacerdotes sui propinqui. et si non erunt, voluit et firmiter mandauit ut de tempore in tempus eligatur alius sacerdos bone fame et vite per tres propinquiores et Antiquiores de Agnatione dicti domini testatoris.  

[Ha disposto che l’erede universale sia tenuta a far celebrare una messa ogni giorno in perpetuo nella chiesa di Santa Maria all’altare maggiore da un sacerdote di buona fama e buona vita, da scegliersi tra i consanguinei più prossimi del testatore, se vi saranno parenti sacerdoti; se non ve ne saranno, ha fermamente disposto che di volta in volta sia scelto un altro sacerdote di buona fama e vita da tre dei discendenti più prossimi e anziani del testatore.]

     La clausola che il cappellano sia da scegliere anzitutto tra i discendenti di sangue del fondatore era consuetudine abbastanza comune nelle costituzioni di prebende sacerdotali: dipendeva, per il solito, dalla intenzione di fare al contempo un’opera di pietà verso il Padreterno, e insieme di provvedere alle future esigenze della famiglia, nel caso che qualche parente avesse abbracciato, per forza o per amore, la carriera ecclesiastica. Poiché assai di frequente, per problemi di divisioni patrimoniali o di prole numerosa, molte famiglie benestanti imponevano a qualche figlio maschio di vestire l’abito clericale, costituire una specie di diritto di prelazione a favore dei chierici del casato nel godimento dei legati testamentari poteva diventare un oculato investimento a vantaggio della propria discendenza, oltre che della propria anima.

     In ogni evenienza, il Luzi non dimentica che si potrebbe estinguere il ramo dei preti di famiglia, e quindi insiste perché la scelta del cappellano, in tal caso non consanguineo, sia comunque operata da una commissione di tre anziani del parentado. Naturalmente all’onere della messa quotidiana doveva corrispondere un adeguato compenso per il celebrante:

Cui sacerdoti sic perpetuo celebranti dictam missam utsupra predictus dominus testator Cessit Assignauit et constituit mercedem seu eleemosinam dicte misse de libris trigintatribus soldis decem planet  

[Al sacerdote che in perpetuo celebrerà la messa quotidiana, il testatore ha assegnato un compenso di 33 lire e 10 soldi planet.]

     Evidentemente 33 lire e mezzo (20 soldi per una lira) non sono una cifra esorbitante: anzi, è persino meno delle 36 lire disposte nel 1529 dal conte Brunoro per la sua cappellania annessa al medesimo altare, mentre il Luzi stesso riceveva nel 1533 per la messa quotidiana della Concezione un salario di 50 lire annue.

     Per quanto scarsa sia la rendita, il testatore si spreca a dimostrare dove l’erede potrà raspare per trarne il necessario: dovrà rivolgersi ai suoi debitori livellari (il livello era una forma di prestito tra privati, al tasso molto modico del 4-5%, di solito sulla base di una piccola ipoteca). Ecco i malcapitati debitori, cui toccherà di foraggiare il cappellano perpetuo, e le rispettive quote:

libris decem a Bartholomeo et fratribus filijs quondam Bernadinj de Polis dicti el bairsello vt apparet Instrumento rogato per magistrum Marcum de Notarijs notarium sub die etc Et libris duodecim soldis decem exigendis a Reuerendo domino presbitero Bernardino de Salis debitore vt apparet Instrumento rogato per me Iulium notarium Infrascriptum sub die etc et libris vndecim planet exigendis a ser Iulio et fratribus filijs quondam ser Hieronymj de Spalentijs debitore vt apparet scripto facto manu propria suprascripti ser Iulij.  

[lire 10 da Bartolomeo e fratelli, figli del fu Bernardino Poli detto il Bairsello, come appare in atto rogato da maestro Marco de Notariis notaio; lire 12 soldi 10 da esigere dal reverendo prete don Bernardino Sala, debitore come appare in atto rogato da me Giulio Baiguera notaio; lire 11 planet da esigere da ser Giulio e fratelli, figli del fu ser Girolamo Spalenza, debitore come appare in scritto di mano del medesimo ser Giulio Spalenza.]

     Ma i debiti si possono saldare (affrancare): in tal caso, tanto il capitale recuperato quanto gli interessi maturati dovranno essere reinvestiti in un immobile, da cui si possa ricavare annualmente la somma corrispondente al compenso stabilito per il cappellano; il tutto sotto la responsabilità della suddetta commissione costituita dai tre parenti anziani:

Et casu quo aliqui ex dictis debitoribus liuellarijs uel omnes sese per vlla tempora affrancharent pro summis supra nominatis eo casu dictus dominus testator voluit Iussit et firmiter mandauit vt pecunie dictarum sortium et capitalium Inuestiantur et inuestiri debeant in aliquo fundo et de [bono?] stabili vnde dictus dominus sacerdos sic perpetuo celebrans capiat et capere possit redditum et Intratam dictarum librarum trigintatrium soldorum decem pro sua eleemosina utsupra.
Mandans ac tradens dictus dominus testator ac mandauit ac tradidit dictis tribus suis propinquioribus et Antiquioribus Curam negotium et facultatem inuestiendi dictas pecunias sortium et capitalium in casu affranchationum et eos Creans ac constituens executores huius testamenti per perpetua tempora maxime et specialiter in his duobus Articulis videlicet electionis dicti sacerdotis et inuestiendarum dictarum sortium et capitalium in casu utsupra. 

[In caso che, dei detti debitori livellari, alcuni o tutti si affranchino per le somme suddette, il testatore ha disposto che il denaro dei capitali sia reinvestito in un fondo da cui il cappellano nominato in perpetuo possa trarre un reddito di lire 33 soldi 10 per suo compenso.
Inoltre il testatore, in caso di affrancazione, dispone di delegare ai suoi tre parenti più prossimi e più anziani la facoltà di reinvestire il denaro dei capitali, creandoli esecutori testamentari in perpetuo, soprattutto nei due articoli dell’elezione del cappellano e del reinvestimento dei capitali
.]

     Il punto successivo, che integra quanto detto sopra, è forse più avvincente per la curiosità del lettore moderno:

Et vltra dictam mercedem seu elemosinam sic constitutam utsupra dictus dominus testator legauit et Iure legati Reliquit dicto domino sacerdoti sic perpetuo celebranti utsupra vnam cameram positam In domo dicti domini testatoris sita in castello dicte terre virolealgisij in contrata ecclesie parochialis que camera Iacet et posita est supra porticum dicte domus. Que camera perpetuo remaneat hypothecata et obligata huic seruituti videlicet pro habitatione dicti domini capellanj sic perpetuo celebrantis missam utsupra. 

[Oltre il reddito in tal modo costituito, il testatore ha lasciato al cappellano che celebrerà in perpetuo una camera posta nella casa del testatore, sita in Castello di Verola Alghise, in contrada della chiesa parrocchiale; la camera, che si trova sopra il portico della casa, in perpetuo dovrà rimanere ipotecata e sottoposta a questa servitù, costituendo l’abitazione del cappellano perpetuo che celebrerà la messa della cappellania.]

     La camera donata in perpetuo al cappellano pro tempore appartiene alla casa del testatore, descritta più oltre nel testamento, con le sue coerenze (se n’è fatto cenno per definire la collocazione del cimitero di San Lorenzo):

Item vnam domum muratam cupatam soleratam de qua supra fit mentio in contrata ecclesie parochialis dicte terre Cui coheret amonte fouea castelli. ameridie Cemeterium dicte ecclesie saluis etc quantacumque sit mensure.  

[Una casa in muratura, di cui è detto sopra, in contrada della chiesa parrocchiale di Verola Alghise, cui confinano a nord la fossa del castello, a sud il cimitero della chiesa, qualunque sia la sua misura.]

     Questa casa, «Excludendo tamen cameram in dicta domo existentem quam legavit pro habitatione capellanj utsupra» [esclusa però la camera che ha lasciato per abitazione del cappellano], insieme a un terreno arativo e vitato di due piò nella contrada dei “Livelli”, viene donata all’altra sorella donna Maria vedova di ser Girolamo Spalenza, e dopo di lei alla sua discendenza in esclusiva linea maschile [«exclusis semper feminis»]. Su questi immobili gravavano livelli annui, a favore del rettore di San Lorenzo per la casa, e del conte Brunoro Gambara per il terreno: segno probabile che, prima di giungere in possesso del prete de Lutiis o della sua famiglia, a seguito forse di un contratto di enfiteusi, erano di pertinenza rispettivamente della prepositura e della famiglia Gambara.

     Altri lasciti sono di minor rilievo: ne diamo qui menzione per completezza. A donna Francesca figlia di Benedetto Berzi (un confinante del terreno dei “Livelli”) e moglie di Tommaso Trappa, è lasciato il debito che il Berzi ha nei confronti del testatore, per l’ammontare di 74 lire e 15 soldi planet; a Caterina e Laura, figlie di donna Francesca e di Tommaso Trappa, sono donate 30 lire a testa per quando si mariteranno; la stessa cifra per lo stesso scopo è donata alle sorelle Veronica e Giulia, figlie di donna Candia e di ser Giovanni Giacomo Disamedri; infine, all’Ospedale Grande di Brescia sono assegnate 14 lire di elemosina da versare subito dopo la morte del testatore.

     Sua erede universale – come si diceva – è la sorella donna Domenica vedova di maestro Achille Bargani, e dopo la sua morte il figlio di lei maestro Giovanni Battista; con la clausola che, se questi morisse senza eredi maschi legittimi, l’asse ereditario passerebbe ai discendenti maschi dell’altra sorella donna Maria vedova Spalenza, senza che però siano intaccati i pieni diritti di donna Domenica sui beni mobili di sua spettanza.

 

Le ultime testimonianze di Santa Maria

Non si può dire quanto sopravvisse don Guarino, dopo aver dettato le sue ultime volontà; di certo nella prima visita pastorale che sia nota per Verolanuova, quella del Bollani nel settembre 1565, si dichiara che il lascito del Luzi è osservato, pur essendosi smarrito il testamento: molto strano, visto che non erano passati ancora dieci anni dalla stesura di quell’atto, e quindi ancor meno dalla morte del testatore:

Ecclesia Sancte Mariæ secus cimiterium ecclesie parrochialis que est consecrata, et ibidem cellebratur quotidie uigore legati perpetui facti per quondam dominum presbiterum Guerinum de lucijs, canonicum In dicta ecclesia, non recordatur de Testamento

[La chiesa di Santa Maria presso il cimitero della chiesa parrocchiale è consacrata, e vi si celebra ogni giorno in vigore del legato perpetuo fatto dal defunto prete don Guarino Luzi canonico nella chiesa stessa; non vi è memoria del testamento.] 

     È rilevante la definizione «canonicum in dicta ecclesia» [canonico nella suddetta chiesa], ossia nell’oratorio di Santa Maria, attribuita al defunto sacerdote, che era bensì uno dei primi quattro canonici di San Lorenzo nominati dalla famiglia Gambara dopo l’erezione della prepositura in collegiata canonicale, avvenuta nel 1534. Non è escluso (ma il problema non può essere approfondito in questa sede) che uno dei canonicati fosse dotato di una prebenda appoggiata alle rendite della chiesetta cimiteriale.

     Nello stesso verbale del Bollani ritorna un altro cenno al legato de Luciis, ma con una incongruenza:

Dominus Presbiter Dominicus de Blanchis capellanus amouibilis ad altare beatæ mariæ in dicta ecclesia, uigore legati, relicti à quondam presbitero Guerino de lucijs librarum quadraginta sex cum onere celebrandi quotidie; ostendit literas presbyteratus tantum, reliquas dixit numquam extrassisse, et infra tres menses promisit presentare, examinatus incompetenter respondit

[Il prete Domenico Bianchi è cappellano salariato all’altare della Madonna nella suddetta chiesa, in vigore del legato di lire 46, disposto dal defunto prete don Guarino Luzi, con l’obbligo di celebrare ogni giorno. Ha mostrato soltanto i documenti del presbiterato; gli altri ha dichiarato di non averli mai ritirati; ha promesso di presentarli entro tre mesi. Esaminato, ha risposto malissimo.] 

     La «dicta ecclesia» deve essere per forza quella di Santa Maria sul cimitero, poiché là era disposto il legato del Luzi, come già rilevato in precedenza dal visitatore. Il cappellano è amovibilis, dice il latino, ossia provvisorio, mercenario: dunque non era titolare della cappellania (nel qual caso sarebbe stato perpetuus), ma presumibilmente un salariato assunto dal titolare, ovvero dalla commissione dei tre parenti anziani, per adempiere l’obbligo di messe quotidiane previsto dal testatore. Incongrua appare invece la cifra del compenso: 46 lire, mentre il lascito ne disponeva 33 e mezzo. O c’è un errore nella dichiarazione raccolta dal visitatore, oppure bisogna pensare a una correzione del testamento, apportata vivente il Luzi, o dagli eredi dopo la sua morte.

     Nella successiva visita Pilati del 1572 non compare cenno al lascito in Santa Maria, e ciò è tanto più strano in quanto nel verbale Agostini del 1580 esso è ben presente, e ammonta a 50 lire planet (se è giusta la nostra correzione, poiché il testo in realtà riporta quingenta, 500, che è insostenibile). Come erede del Luzi è presentato in quest’ultimo caso il prete don Ippolito Spalenza, probabilmente figlio della sorella di don Guarino, Maria vedova appunto di Girolamo Spalenza

     Può essere che nel 1565, al tempo della visita Bollani, il giovane Spalenza fosse semplice chierico, dunque non ancora in grado di assumere l’obbligo di celebrare messe: ciò spiegherebbe perché in quel momento gli eredi pagavano un cappellano amovibile, in attesa che il ragazzo divenisse sacerdote e assumesse di persona l’onere del lascito dello zio. Nel 1572 don Ippolito Spalenza era già prete, poiché il visitatore affermava:

Reuerendus Dominus presbiter hippolitus spallentia capellanus ad altare conceptionis cum obligatione celebrandi quotidie, ad requisitionem domini comiti Ranutij Gambaræ cum salario aureorum 20 qui dantur partim ex legato scilicet librarum 60 reliqui uero ex liberalitate.

[Il reverendo prete don Ippolito Spalenza è cappellano all’altare della Concezione, con l’obbligo di celebrare ogni giorno a richiesta del signor conte Ranuzio Gambara, con salario di 20 aurei che si danno in parte per legato di lire 60, il resto per donativo.] 

     Della cappellania della Concezione, fondata dal conte Brunoro Gambara nel 1532, si è già detto: non è comunque possibile una confusione con la cappellania del Luzi, che del resto ricompare come tale ancora anni dopo, nella visita del Borromeo. Non resta che pensare anche qui a un errore del copista, o alla perdita dell’informa­zione all’atto della stesura del verbale.

 

L’ultima volta che Santa Maria di Verola Alghise, l’antica chiesetta super cimiterio Sancti Laurentii, compare nei documenti ufficiali, è per subire il perentorio ordine di demolizione impartito da san Carlo: un ordine che fu certamente eseguito subito, poiché di essa non si trova più alcuna traccia.

     Allo zelo del santo arcivescovo dobbiamo dunque la scomparsa del piccolo oratorio verolese; ma alla sua sensibilità dobbiamo forse l’unica reliquia che di quel vetusto luogo di culto si sia salvata fino ai nostri giorni: la quattrocentesca immagine della Madonna col Bambino, detta oggi popolarmente “la Madonna del campanile”. Non si può escludere che con l’affresco sia stato trasportato nella antica parrocchiale di San Lorenzo anche quanto rimaneva del lascito di don Guarino Luzi: insieme al dipinto e agli arredi costituì probabilmente la dotazione dell’altare cosiddetto della Madonna della Viticella, da cui probabilmente trasse origine diversi decenni dopo il più noto oratorio del Suffragio.

 

prima parte

 

seconda parte

 

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