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Documenti

1496 luglio 30

Giorgio de Robis, su incarico di don Mattia Ugoni rettore della parrocchiale di S. Lorenzo di Verola Alghise, consegna a don Dumpetro di Albino l’inventario degli arredi di S. Maria sul Cimitero.  [pdf]

1518 giugno 7

Fra Paolo da Lodi, commissario del Sacro Ospedale di Santo Spirito in Sassia di Roma, aggrega la confraternita dell’altare di S. Maria di Verola Alghise alla confraternita dell’Ospedale.  [pdf]

1529 agosto 9

Il conte Brunoro Gambara istituisce una cappellania quotidiana nella chiesa di S. Maria sul Cimitero di Verola Alghise.  [pdf]

1557 luglio 1

Testamento del prete don Guarino qm Betino de Luciis di Verola Alghise.  [pdf]

 

Verolanuova

 

Santa Maria ‘super Cimiterio Sancti Laurentii

 

di Tommaso Casanova

 

da CASANOVA, Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce. Le chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni (San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, pp. 65-95.

 

[pdf]

• prima parte

 

 

 

seconda parte 

 

La storia di Verolanuova è ancora oggi in gran parte un solido mistero. Sarà perché non le è toccato di avere chi si desse briga di segnalarne con poca o tanta competenza i fatti memorabili, come invece è capitato quasi in ogni secolo dal ‘500 a oggi per altre borgate vicine; sarà perché le glorie della feudalità dominante si celebravano una volta più con le redini del potere che non col fumo delle parole. In effetti, i contributi di ricerche degli ultimi decenni, vari per qualità e argomento, hanno illustrato bensì qualche spiraglio, evidenziando però per contrasto quanto poco si conosca della Verola di ieri, e quindi, in fondo, anche della Verola di oggi.

     Un esempio manifesto l’ha offerto la presente indagine sulle chiese del territorio scomparse negli ultimi cent’anni. Scartabellando, infatti, a ritroso tra i vecchi documenti, per chiarire le vicende della chiesetta del Suffragio, sono emersi due dati inediti di una certa rilevanza. È apparso anzitutto che la storia del piccolo oratorio mariano, situato un tempo dove oggi si eleva il nuovo campanile, mostrava una sorta di discontinuità tra ‘500 e ‘600: una assenza, un buco nero di oltre cinquant’anni; d’altro canto, prima di quell’epoca i documenti attestano, più o meno nello stesso luogo, l’esistenza di un’altra chiesa dai caratteri incerti e confusi, la cui memoria si perde poi per sempre, così negli atti d’archivio come nei pochi scritti di storia del paese.

     Quella chiesa, nelle testimonianze antiche (tra il 1496 e il 1557) al momento recuperate, è per il solito menzionata come «ecclesia Sancte Marie Virole Algisij» o «de Virola Algisij» [chiesa di Santa Maria di Verola Alghise], ed è qualificata talora semplicemente dalla sua collocazione in Castello. Un riferimento topografico, questo, che indurrebbe a identificarla così d’acchito con la nota chiesa del Suffragio, l’unica esistente, appunto, fino al 1910 in Castello, oltre alla vasta Disciplina, già prepositurale di San Lorenzo. Eppure la totale assenza del titolo del Suffragio per la chiesetta cinquecentesca, la sua appartenenza a una pia società piuttosto singolare, la sua officiatura e la destinazione cultuale, le stesse intrecciate vicende (non ancora interamente chiarite) circa l’erezione della nuova basilica collegiata nel primo ‘600 e la conseguente donazione della vecchia parrocchiale ai disciplini, invitano ad affrontare con una certa cautela critica il problema dell’oratorio di Santa Maria, anzitutto attraverso una lettura scrupolosa delle non numerosissime testimonianze disponibili.

     È importante avvertire una volta per tutte che, poiché la presente trattazione riguarda eventi del secolo XVI, quando ancora non esisteva la sontuosa e bella chiesa principale di Verola, parlando della prepositurale o collegiata di San Lorenzo ci si riferirà sempre alla chiesa oggi comunemente chiamata la Disciplina di Santa Croce, che era appunto la primitiva parrocchiale e divenne Disciplina soltanto in seguito all’edificazione della basilica.

 

La localizzazione di Santa Maria

Il primo documento riferibile con certezza alla piccola chiesa verolese, datato 30 luglio 1496 (ci sarà modo di parlarne più in dettaglio), si dice rogato «In sacrastia sancte Marie de Virolaalgisij districtus brixie sita in castro dicte terre» [nella sacrestia di Santa Maria di Verola Alghise, distretto di Brescia, nel Castello del paese]. E questo è un punto fermo: l’oratorio sorgeva dunque in castro [nel castello], che non va però confuso con il Castel Merlino, residenza privata nel ‘500 di uno dei due rami verolesi della famiglia Gambara. Si trattava, in realtà, di quello che in passato era detto il Castel Vecchio, di fronte al Merlino sul lato est dell’odierna via Castello, e corrispondeva più o meno al dosso oggi compreso tra il fronte posteriore delle case di via Dante a nord e piazza Paola Gambara a sud, dominato al centro dalla antica prepositura di San Lorenzo e dai campanili.

     Un secondo indizio topografico contribuisce poi a restringere ulteriormente il campo delle possibili localizzazioni: due atti, alle date 9 agosto 1529 e 3 settembre 1538, collocano esplicitamente la chiesetta mariana «super Cemiterio sancti Laurentii» [sopra il cimitero di San Lorenzo].  È noto, in effetti, che i cimiteri cristiani sorgevano un tempo stretti attorno alle chiese, nell’area sacra che le circondava: qui venivano sepolti i comuni fedeli, che non potevano permettersi un più costoso spazio dentro il tempio, ma ambivano comunque il riposo eterno all’ombra dell’altare e, nel caso di sedi parrocchiali, del battistero dove avevano ricevuto il primo dono della fede.

     L’originaria parrocchiale di Verola Alghise – ormai è accertato – era appunto la chiesa di San Lorenzo, che solo nel ‘600 fu destinata a Disciplina; il cimitero, che non fu spostato presso la nuova collegiata dopo la sua erezione, restò invece in Castel Vecchio attorno alla chiesa primitiva, fino alla edificazione del nuovo cimitero extra-urbano, presso la cappella campestre di San Giorgio, intorno al 1810.

     Per individuare dove sorgeva la chiesetta di Santa Maria è necessario, dunque, ricostruire anzitutto l’originaria collocazione del primitivo cimitero in Castel Vecchio: una identificazione non facilissima, visto che i documenti non dichiarano espressamente in quale zona fosse rispetto alla chiesa. Si deve ricorrere a una comparazione tra gli scarni dati degli atti notarili e le indicazioni delle mappe topografiche ottocentesche. Effettivamente sembra che il cimitero si estendesse su di un’ampia zona davanti alla antica parrocchiale, e forse, almeno in parte, anche lungo i lati settentrionale e meridionale. Una collocazione come quella ipotizzata giustificherebbe il fatto che sono attestate costruzioni confinanti col cimitero a sud, e altre che invece vi si affacciano col loro lato nord. Ad esempio, la porzione settentrionale del cimitero è menzionata, tra le varie testimonianze, da una vertenza del prete don Guarino, o Quirino de Lutiis (22 ottobre 1535), nella quale si rileva l’esistenza di

vna domo sita In Castro terre Virolealgisij in contrata ecclesie sancti Laurentii cui coheret amane heredes quondam Betini de chararijs habentes causam a Reuerendo domino preposito sancti Laurentii predicti ameridie Cimiterium dicte ecclesie sancti Laurentii Asero dictus dominus prepositus pro dicta ecclesia et amonte fouea castri

[una casa nel Castello di Verola Alghise, in contrada della chiesa di San Lorenzo, cui confinano a est gli eredi del defunto Betino Carari aventi causa dal reverendo prevosto di San Lorenzo, a sud il cimitero della chiesa di San Lorenzo, a ovest il prevosto per conto della chiesa, a nord la fossa del Castello.]

     Queste coerenze consentono di individuare, nell’area nord del castrum [castello], presso l’antica San Lorenzo che dava nome alla contrada, una cortina di edifici, o quanto meno di proprietà private, confinanti con la fossa settentrionale, e situate quindi in corrispondenza delle antiche mura di cinta. La domus [casa] di cui si parla nell’atto, forse la stessa che il medesimo don Guarino abitava con la madre e che poi nel 1557 lascerà in eredità, aveva appunto a nord il fossato ormai in disuso della fortificazione medievale; confinante a ovest era una proprietà della prevostura, ossia del beneficio prepositurale di San Lorenzo; a est c’erano privati in lite giudiziaria con la prevostura stessa: il che rivela probabilmente vecchi diritti del beneficio a quell’epoca ancora in contestazione.

     L’adiacenza per noi più rilevante, in ogni caso, è quella meridionale: infatti, la casa del  prete Guarino, così come probabilmente anche quelle vicine, confinava a sud con il «Cimiterium dicte ecclesie sancti Laurentii» [il cimitero della chiesa di San Lorenzo].

Abbiamo però altre testimonianze che parrebbero contraddire, o quanto meno discostarsi dalla precedente ricostruzione: che infatti una zona del cimitero si trovasse a sud della chiesa o dello spazio di fronte a essa, è desumibile da un atto del 24 marzo 1505, con cui il consorzio dei disciplini di Verola acquistava

vnam domum muratam cupatam et soleratam Iacentem in castro veteri dice terre Virolealgisij in contrata ecclesie sancti Laurentii cui coheret amane Bartholameus de luchinis ameridie Illi de Vgonibus mediante androna asero dictum consortium et amonte cimiterium dicte ecclesie sancti Laurenti

[una casa in muratura, sita nel Castello Vecchio di Verola Alghise, in contrada di San Lorenzo, cui confinano a est Bartolomeo Luchini, a sud gli Ugoni mediante un androne, a ovest il medesimo consorzio della Disciplina e a nord il cimitero della chiesa di San Lorenzo.]

     Da qui si comprende come anche a sud della prepositurale e del suo cimitero esistesse una fitta continuità di edifici (case, portichetti, rustici, cortili), per cui la chiesa di San Lorenzo ci appare serrata da tre lati in uno stretto abbraccio quasi soffocante, che lasciava libero davanti a essa forse giusto lo spazio sufficiente per le sepolture.

     Poiché l’unico dettaglio finora appurato circa la chiesetta di Santa Maria è che sorgeva «super Cemiterio sancti Laurentii», verrebbe da immaginarla in una collocazione davanti alla prepositurale antica, magari inserita nel continuum di edifici di cui s’è detto sopra. Va detto, però, a onor del vero, che nessun documento dell’epoca, almeno di quelli fin qui consultati, rivela edifici confinanti direttamente con la cappella cimiteriale.

     Gli atti del secolo XVI, del resto, non soccorrono per ora in nessun modo i nostri tentativi di identificazione: anzi, in luogo di chiarire i problemi, contribuiscono a confondere le poche idee che ci si è fatti. In documenti relativi a immobili del Castel Vecchio, ad esempio, è menzionata una «contrata sancte Marie Virolealgisij» [contrada di Santa Maria di Verola Alghise]: tenuto conto che a quel tempo il termine contrata aveva un significato intermedio tra “via” e “quartiere”, esisteva dunque una strada, o un isolato, che traeva nome dalla chiesetta di Santa Maria. Anche se lo spazio assai esiguo attorno alla parrocchiale e la compresenza della contrata sancti Laurentii, già vista prima, potrebbero far pensare a una sola contrada, definita volta a volta di San Lorenzo o di Santa Maria.

     Sbrigativamente verrebbe da concludere che quella contrada fosse una specie di vicolo tra il cimitero e gli edifici confinanti a settentrione, di cui s’è detto sopra; da ciò si dedurrebbe che Santa Maria potesse trovarsi in una sede molto prossima a quella occupata oggi dal campanile nuovo, e si identificherebbe così con la famosa chiesetta del Suffragio, abbattuta all’inizio del nostro secolo per fargli posto.

     In realtà, gli atti che forniscono il toponimo di contrata sancte Marie non consentono poi di confermare senza intoppi questa teoria. Una permuta del 12 novembre 1522, ad esempio, menziona una casa «sita In Castro Veteri dicte terre Virolealgisij in contrata ecclesie sancte Marie Virolealgisij» [sita nel Castello Vecchio di Verola Alghise, in contrada della chiesa di Santa Maria di Verola Alghise]. Ma la strada qui si trova a monte, a nord, e questo particolare butta all’aria la precedente ricostruzione, secondo la quale gli edifici di quella contrada avrebbero dovuto avere la via sul fronte sud.

     Non bastando una sola smentita, un altro atto posteriore di vent’anni (5 giugno 1543) descrive una proprietà così coerenziata 

vna domo murata cuppata et solerata sita In Castro dicte terre Virole algisij In contrata sancte Marie cui coheret amane et asero via ameridie Reuerende moniales sancte Caterine Brixie mediante vno Ingressu ad fundum et amonte Marcus peye quondam Iohannis

[una casa in muratura sita in Castello di Verola Alghise, in contrada di Santa Maria, cui confinano a est e a ovest la strada, a sud le reverende monache di Santa Caterina di Brescia mediante un ingresso al fondo, a nord Marco del fu Giovanni Pea.]

E qui ci sono addirittura una strada a est e una a ovest, oltre che un privato a nord e un fondo a sud, forse un’ortaglia, del monastero femminile cittadino di Santa Caterina, il quale aveva altre proprietà in paese e diversi appezzamenti nelle campagne verolesi.

     Non resta, a questo punto, molto spazio per immaginare la collocazione della cappella mariana: escludendo (ma non è detto) che il cimitero fosse lungo i fianchi della vecchia parrocchiale, e data l’unica notizia certa che la chiesa di Santa Maria era sopra il cimitero, bisogna vederla più o meno davanti a San Lorenzo, verso nord presso le case confinanti con la fossa; o forse piuttosto a sud, accanto agli edifici di proprietà della confraternita dei disciplini: una ipotesi, questa, che consentirebbe meglio con la presenza del portico settentrionale dei disciplini, di cui si dirà appresso, e permetterebbe di individuare la contrada di Santa Maria in uno dei vicoli nel quartiere a sud della prepositura.

     In ogni caso, come si vede, la topografia dell’area settentrionale del Castello appare nei documenti cinquecenteschi piuttosto controversa, e persino nelle mappe catastali del secolo scorso mostra un elevato tasso di mutevolezza urbanistica. La presenza nel Castello Vecchio di tante vie, forse niente più che angustissimi vicoletti, attesta l’alta densità di edifici all’interno del recetto fortificato, che in casi di necessità bellica doveva ospitare il maggior numero possibile di famiglie del circondario e conservare grandi quantità di prodotti, per sottrarli ai saccheggi e resistere ai lunghi assedi.

     Quell’area attorno alla prepositurale antica, come accadde in altri borghi fortificati della zona (ad esempio a Quinzano), fu poi progressivamente abbandonata dai residenti, che appena potevano si trasferivano in spazi più ampi e comodi fuori delle mura. Bonificata poco a poco delle vecchie e malsane abitazioni, l’area fu liberata anche del cimitero, nel primo ‘800; poi verso la metà del secolo fu completamente atterrato quanto avanzava degli angusti vicoli medievali affollati attorno alla ex parrocchiale che, ribattezzata Disciplina, restò sola a dominare dall’alto della sua veneranda età la parte più antica e nobile del paese.

 

Il portico dei disciplini

A completare l’immagine per noi frammentaria del piccolo e misterioso tempio di Santa Maria super cimiterio vi è, comunque, un altro inedito documento del 10 dicembre 1540, relativo a una vertenza economica tra i disciplini di Verola e il Comune, sul quale purtroppo non è possibile soffermarsi qui se non per quel poco che concerne il nostro specifico argomento. La causa del contenzioso, circa un debito contratto dal Comune coi disciplini, vi è definita in questi termini:

occaxione Quadrellorum legnaminum Cupporum et aliarum rerum peruentorum ad manus predicti Comunis Extractis per Ipsum Comune et homines de vno portichu Ipsorum disciplinorum alias existente amonte parte ecclesie sancte Marie Tunc fabricate super Cimiterio sancti laurentii dicte terre Virolealgisij 

[per mattoni, legnami, coppi e altri materiali pervenuti in possesso del Comune, tolti dal Comune in un portico dei disciplini, già esistente a nord della chiesa di Santa Maria, all’epoca in ristrutturazione, sopra il cimitero di San Lorenzo di Verola Alghise.]

     Il dettato del testo non è proprio trasparente, e ha bisogno di un po’ di interpretazione. Intanto, il primo dato evidente è che a settentrione dell’oratorio mariano esisteva un portico di proprietà dei disciplini, anche se non è dato capire se adiacente o no alla chiesa. A quell’epoca la confraternita della disciplina verolese pare non possedesse un luogo di culto proprio. Non si può dire neppure che, essendo proprietà dei disciplini il portico, proprio l’oratorio di Santa Maria potesse magari essere la chiesa della associazione, poiché, se così fosse stato, il testo non avrebbe mancato di rilevarlo; e, d’altro canto, il documento stesso dimostra altresì che i disciplini non avevano una sede, tant’è vero che si accordavano col Comune per ottenere l’uso di qualche stanza nella nuova casa municipale che si stava costruendo nella piazza del borgo, corrispondente oggi più o meno alla piazza della basilica.

     Alcune espressioni del documento, però, rimangono alquanto oscure: in particolare, il portico dei disciplini è dichiarato «alias existente» [già esistente], forse alludendo a una recente soppressione; inoltre, è descritto come collocato presso la chiesetta di Santa Maria, «Tunc fabricate super Cimiterio sancti laurentii» [allora fabbricata sopra il cimitero di San Lorenzo], quasi che essa appartenesse al passato, più che al presente.

     In realtà, è probabile che il verbo fabricare sia impiegato qui, come spesso in atti analoghi, con una accezione piuttosto estensiva, indicando una generica operazione edilizia: dunque, non necessariamente la costruzione dell’intero edificio, ma una ristrutturazione, un ampliamento, un restauro murario. Del resto, in antico il concetto di fabbrica, come la corrispondente qualifica di fabbricere, erano strettamente connessi con la gestione e la manutenzione di ciascun edificio di culto. La frase sopra citata significherebbe, pertanto, che all’epoca in cui il Comune recuperava i materiali da costruzione provenienti dal portico dei disciplini, presso la vicina chiesa di Santa Maria era in corso un intervento di ristrutturazione.

     È infatti verosimile che negli anni precedenti al 1540 l’oratorio del cimitero fosse sottoposto a lavori consistenti, quasi certamente a opera del Comune stesso, che doveva essere proprietario dell’edificio, come di tutte le chiese non private esistenti nel territorio municipale. Di interventi del genere si percepiscono echi, invero labilissimi, anche da altre testimonianze di quegli anni, come un lascito del 24 maggio 1527, in cui Giovanni Girelli dona «quartam unam furmenti fabrice sancte Marie Virolealgisij» [una quarta di frumento, poco più di 12 litri, alla fabbrica di Santa Maria di Verola Alghise]; ovvero un testamento del 3 settembre 1538, grazie al quale donna Monica del fu Pietro Spalenza dispone di «quottidie Celebrare missam ad altare ecclesie sancte Marie fabricate super Cimiterio sancti laurentii terre Virolealgisij» [celebrare ogni giorno la messa all’altare della chiesa di Santa Maria, in corso di ristrutturazione, sopra il cimitero di San Lorenzo di Verola Alghise].

     A questo punto, si può tentare di ricapitolare alcuni termini della vicenda manifestata nel documento del 1540: il Comune di Verola Alghise, nei 10-12 anni precedenti, doveva aver dato corso a un notevole intervento edilizio nella cappella cimiteriale di Santa Maria. In particolare, nell’ambito delle ristrutturazioni, aveva provveduto a demolire un portichetto di proprietà dei disciplini, che sorgeva lungo il lato settentrionale della chiesa. D’accordo poi con il collegio dei disciplini, il comune stesso aveva reimpiegato i materiali di recupero (mattoni, coppi, legnami) provenienti dal portico demolito, assieme ad altri forniti dalla stessa confraternita, nella realizzazione di una casa municipale, nell’ambito della quale i disciplini avrebbero avuto assegnati alcuni ambienti come loro sede. Questo è tutto quanto si può desumere riguardo alla chiesa del cimitero dalla convenzione del 1540 tra comune e disciplini.

     Preme ribadire ancora una volta che, allo stato delle ricerche, non ci sono elementi per ritenere che la chiesetta di Santa Maria fosse proprietà o comunque patronato dei disciplini: infatti a quel tempo la confraternita, che pure si chiamava «consortio discipline sancte Marie Virolealealgisij» [consorzio della disciplina di Santa Maria di Verola Alghise], appare da numerosi indizi priva di luogo di culto proprio; e non l’avrà, se non provvisorio e in altro locale, almeno sino alla fine del XVI secolo.

     Un particolare degno di nota: un portichetto caratterizzava anche la chiesa del Suffragio verso la metà dell’800; non è, però, direttamente possibile argomentarne una eventuale continuità strutturale rispetto alla costruzione cinquecentesca.

 

L’inventario del 1496 

Della finora sconosciuta chiesetta di Santa Maria super cimiterio non è possibile dire se non ciò che emerge dai documenti tornati alla luce; non è escluso che nuove ricerche sistematiche potranno in futuro apportare chiarimenti, e magari rovesciare il quadro fornito in questa sede: ma la provvisorietà e, in certo senso, aleatorietà della ricerca è uno degli stimoli più affascinanti per chi scrive (e forse anche per chi legge) di storia, locale o universale che sia. Ci contenteremo, dunque, per il momento dei dati che possediamo.

     Il più antico documento sopravvissuto riguardo all’oratorio mariano, e uno dei più ricchi di informazioni, è un inventario del suo arredo, datato 30 luglio 1496. L’atto è stilato dal notaio verolese Tonino Grena «In sacrastia sancte Marie de Virolaalgisij districtus brixie sita in castro dicte terre» [nella sacrestia di Santa Maria di Verola Alghise, distretto di Brescia, sita nel Castello del paese], e già questo particolare rivela l’esistenza di una sacrestia presso il piccolo tempio.

     L’evento implicitamente delineato dall’inventario è un avvicendamento al vertice della parrocchia, e vi troviamo quale attore principale il «Reverendum dominum Mathiam de ugonibus Canonichum brixiensem Rectorem parochialis ecclesie sancti Laurentii Virolealgisij» [il reverendo don Mattia Ugoni, canonico di Brescia, rettore della chiesa parrocchiale di San Lorenzo di Verola Alghise], assente al rogito, ma rappresentato dal fratello Giovan Battista.

     È noto dagli scritti di P. Guerrini che la sequenza ricostruibile dei prevosti di San Lorenzo inizia nel 1477 con Marsilio di Brunoro Gambara, e prosegue appunto con Mattia Ugoni, esponente della famiglia rivale dei Gambara nel territorio verolese. L’Ugoni (1445-1535), ecclesiastico tra i più autorevoli e potenti di Brescia, lungamente vicario vescovile e vescovo titolare di Famagosta, fu, a detta del Guerrini, prevosto di Verola dalla morte di Marsilio Gambara nel 1497, fino al 1501, quando rinunciò a favore di un altro Gambara, Uberto, futuro vescovo di Tortona e cardinale.

     In realtà, l’inventario del luglio 1496 mostra come Mattia Ugoni sia presente in Verola Alghise con l’autorità di rettore della parrocchia, se non con la persona fisica, già da quell’epoca; e diversi altri documenti manifestano che la sua investitura in tale incarico dovrebbe risalire almeno a un mese prima: il 28 giugno, in qualità di rettore della cappella di San Giacomo annessa alla prepositura verolese, affittava i terreni di quella prebenda; il 30 giugno cedeva in affitto gli stabili parrocchiali, figurando con la qualifica di rettore perpetuo del beneficio sacerdotale o prepositura di San Lorenzo di Verola Alghise. Del resto, anche nell’inventario di Santa Maria compare cenno ad un atto di consegna dei beni mobili steso il 30 giugno, mentre il successivo 11 settembre verrà sottoscritta un’analoga consegna relativa agli arredi di San Lorenzo. Si può dunque esser certi che l’Ugoni fu investito del beneficio principale di Verola al più tardi nel giugno 1496, anche se il titolo diverso da quello puro e semplice di prepositus [prevosto] che ci si attenderebbe, induce a sospettare ciò che sospettava lo stesso Guerrini, ossia che tale dignità gli fosse contrastata giuridicamente dai Gambara. Invero troviamo l’Ugoni col titolo di prevosto soltanto il 20 agosto 1499, poco prima della sua rinuncia alla carica e alla connessa prebenda.

     In ogni modo, al principio dell’estate 1496, appena ricevuta l’investitura di rettore, il canonico Ugoni provvedeva, tramite il fratello suo procuratore, alla nomina dei cappellani nelle chiese a lui soggette, e incaricava il prete don Giorgio de Robis di conferire l’inventario degli arredi, e con esso la responsabilità sulla chiesa di Santa Maria, al prete don Dumpetro di Albino.

     Il sacerdote don Giorgio de Robis di Pralboino, chiamato altrove anche «de Robis sive de Causis» (come dire “delle Robe, ovvero delle Cose”), era già un anno prima (28 aprile 1495) beneficiale e rettore della chiesa di San Lorenzo, a nome del prevosto conte don Marsilio Gambara: una specie di vicario parrocchiale; qualche tempo dopo diverrà invece titolare della ricca cappella di San Giacomo annessa alla chiesa prepositurale (8 febbraio 1499). L’8 ottobre 1517, al momento di dettare il proprio testamento, è rettore della chiesa di Sant’Andrea a Faverzano: nonostante, però, la sua premura di fissare le ultime volontà, egli sopravviverà ancora diversi anni. Il 4 agosto 1532 rinuncia al beneficio parrocchiale di Faverzano in favore del nipote don Lazzaro, figlio di suo fratello Giacomo, riservandosi una pensione sulle entrate di quella chiesa; l’anno successivo (4 luglio 1533) prende possesso della cappella di San Nicola da Tolentino in San Lorenzo di Verola Alghise, retta dalla scuola del Corpo di Cristo. L’ultima volta lo troviamo il 4 giugno 1535, alle prese con un terreno della chiesa verolese di San Rocco, situato tra la chiesa e lo Strone; dopo di che si congeda definitivamente dalla storia a noi nota.

     Più sfocato e per noi quasi inafferrabile appare l’altro religioso nominato nell’inventario del 1496, dal nome quanto meno curioso: il prete don Dumpetro (dum Petro dovrebbe essere) di Albino, la cui famiglia era in controversia con il prete Guarino de Lutiis riguardo alla casa confinante con la fossa e il cimitero, accennata in precedenza. Un atto del 12 febbraio 1509 attesta che Dumpetro era figlio di un certo ser Giovanni de Avedonibus, originario appunto di Albino; e vari altri documenti di quegli anni mostrano che all’epoca egli era rettore della chiesa e della relativa prebenda di Santa Maria di Gussola nel cremonese, che cedeva in affitto a sacerdoti del luogo, o a chierici suoi parenti. Tenuto conto che l’appellativo “dum” (in luogo di don) viene attribuito nei manoscritti anche agli altri sacerdoti titolari o locatari del beneficio cremonese, può darsi che tale attributo, di solito prerogativa di monaci o di canonici regolari, fosse connesso col godimento di quella prebenda. Di fatto, il titolo anomalo fu dalla gente come incorporato nel nome di battesimo del suo possessore, e vi rimase per sempre.

 

L’arredo di Santa Maria 

Il prete don Dumpetro di Albino, dunque, il 30 luglio 1496 veniva investito dal vicario parrocchiale don Giorgio de Robis dell’oratorio di Santa Maria presso il cimitero, e ne riceveva l’elenco dei beni mobiliari, per conto del canonico don Mattia Ugoni, nuovo rettore della prepositura.

     L’inventario notarile di cui si conserva copia, comprende una trentina d’oggetti, molti dei quali, a poterli vedere, farebbero la gioia degli studiosi di storia dell’orefi­ceria o dei tessuti; ma ce ne rimane soltanto la misera lista.

     Tra i paramenti liturgici più ricchi sono annoverati un amitto di raso con finimenti dorati; due camici foderati di raso e di panno violaceo; due pianete corredate di stole e manipoli, una di damasco bianco con la crociera di zendado rosso [«una planeta dalmaschini albi cum crosera cendati cremisini [...] una stola et unus manipulus damaschini albi cum crucibus cendati rubei»]; l’altra di zendado scarlatto con crociera di seta gialla [«una planeta cendati cremesini cum crosera sete gialde cum stola et manipulo eiusdem cendati»]. Lo zendado (a Venezia detto zendale) era una stoffa finissima di seta; crociere erano definite le decorazioni in forma di croce, sul lembo posteriore delle pianete e sulle falde di stole e manipoli.

     In gran parte gli arredi sono ordinari: tovaglie d’altare piccole e grandi (di regola ogni altare doveva essere coperto da una tovaglia grande che scendeva fino a terra sui due lati, e da una seconda larga quanto il piano della mensa); cuscini gialli e rossi [«pulvinaria crocei et rubei coloris»]; ceri e candelotti; una campanella; una panca per sedere. Tra gli altri compaiono però alcuni oggetti di pregio particolare: il più bello doveva essere il calice con patena d’argento, decorato in smalto col monogramma di Cristo, secondo un uso di devozione francescana [«unus calix cum patena argenti cum smalto yhs»]. Ma non mancano candelabri di legno intagliato [«duo candelabra lignea laborata»], d’ottone, di ferro con piedestalli in legno. Degno di nota è il messale di carta a stampa [«unum missale in papiro Impressum»]: nella vicina chiesa prepositurale esisteva, invece, un messale manoscritto in pergamena, insieme a un graduale e a un vecchio lezionario [«Unum missale in pergamenis manu scriptum, Unum graduale Unum epistolarium vetus»]. Da questo secondo inventario, più o meno coevo (11 settembre 1496), relativo agli arredi di San Lorenzo, risulta pure un altro oggetto artistico di pertinenza della cappella mariana: «Unus crucifixus ligneus in ecclesia sancte Marie cum duobus panicellis» [un crocifisso di legno nella chiesa di Santa Maria, con due pannicelli].

     Come si vede, l’oratorio cimiteriale, pur modesto e appartato, non mancava di suppellettili preziose, conservate con cura in una cassa [«una capsa in dicta sacrastia In qua sunt bona suprascripta»]: segno di una presenza assidua, e di una officiatura frequente, e forse anche di una intensa devozione popolare.

Nel lungo elenco di arredi, tutti peraltro consuetissimi in un luogo di culto, alcune indicazioni sono di particolare interesse poiché suggeriscono, sia pure indirettamente e per così dire in trasparenza, qualche elemento strutturale della piccola chiesa oggi scomparsa. La lista annovera tre paliotti mobili [palii]: era usanza dell’epoca (a differenza che nei secoli successivi, quando i prospetti verranno realizzati interamente in marmo o in pietra, con laboriose e costosissime decorazioni), adornare la parte frontale degli altari, sotto il piano della mensa, con riquadri, detti appunto palii o paliotti, in stoffa pregiata, oppure in cuoio inciso, dorato o di colore consono alle varie ricorrenze liturgiche. La chiesetta di Santa Maria di Verola possedeva un palio festivo di damasco bianco con fregio verde e nel mezzo, ricamata o dipinta, l’immagine della Madonna attorniata da sei angeli [«unum palium altaris dalmaschini albi cum frisio viridis coloris cum figura virginis marie et cum angelis sex»]; un secondo palio di seta più comune era forse destinato alle ricorrenze meno solenni.

     L’inventario annota ancora una serie di oggetti che dovevano trovarsi sopra la mensa dell’altare maggiore:

Item vna anchona sita in dicta ecclesia sancte marie cum sex candelottis
Item duo cerei albi cum duobus anulis affixis suprascriptis candelottis et cum coperta nigra ante anconam.
Item vnus panicellus sete ante Imaginem sancte marie in suprascripta ancona,  

[una ancona posta nella chiesa di Santa Maria, con sei candelotti; due ceri bianchi con due anelli applicati ai candelotti, e con una coperta nera davanti all’ancona; un piccolo panno di seta davanti all’immagine della Madonna nell’ancona.]

     L’ancóna (o anche soàsa) è la cornice, la struttura architettonica decorativa, a volte molto elaborata e composita, che circonda l’immagine dipinta sopra gli altari, la cosiddetta pala. Dalle nostre parti le ancone d’altare, fino al tardo secolo XVII, furono quasi sempre realizzate in legno, e in legno possiamo pensare che fosse l’ancona della chiesetta super cimiterio. La descrizione dei candelotti e dei ceri con gli anelli offerta nell’inventario non è molto perspicua; ma parrebbe di indovinare che lo scrivente intendesse con candelotti delle specie di supporti per candele fissati nel corpo della cornice, mentre gli anuli potrebbero essere i ganci cui si appendeva il drappo nero.

     In effetti, ciò che interessa di più tra queste voci è il cenno alla coperta nera davanti all’ancona, e il panno di seta davanti all’immagine della Madonna contenuta nell’ancona stessa. Si vede bene che l’ancona ospitava un dipinto mariano, verosimilmente un affresco, il quale rimaneva di solito occultato agli occhi dei fedeli da un velo di stoffa pregiata, e che probabilmente veniva scoperto con un rito di ostensione due o tre volte l’anno, nelle ricorrenze patronali o in occasione di particolari funzioni votive. La coperta nera serviva forse per proteggere l’altare e l’ancona nei tempi in cui la chiesa non veniva frequentata; oppure costituiva l’apparato decorativo per esequie o officiature funebri solenni, come suggerirebbe il suo colore liturgico.

 

L’altare piccolo 

Ma le sorprese non sono finite. La lunga lista delle suppellettili di Santa Maria al cimitero comprende un ulteriore corredo d’altare, che introduce una notizia nuova: un palio di colore turchino con una croce bianca nel mezzo, due tovaglie piccole e due candelabri in ferro, erano destinati a un non meglio precisato altare piccolo [«due tobaliole ab altari cum palio turchino et cruce alba in medio et duo candelabra ferea altari parvo»]. Esisteva dunque nel vecchio oratorio, oltre al maggiore, un secondo altare di ridotte dimensioni, dotato anch’esso di un suo decoroso se pur modesto arredo. Il bello è che «unus panicellus ante Imaginem beate marie» [un panno davanti all’immagine della Madonna] c’era anche «in altari parvo»: anche l’altare secondario, benché privo a quanto pare di un’ancona, era sormontato da un affresco mariano, tenuto normalmente coperto con un drappo, come il suo omologo dell’altare principale.

     È molto probabile che questo altare parvum sia lo stesso che dopo oltre settant’anni dava ancora tanto pensiero ai visitatori episcopali, in quanto per niente conforme alle severe disposizioni liturgiche emanate dal Concilio di Trento. Un indizio della singolarità e anche dell’origine popolare di questo altare minore è il fatto, ai nostri occhi forse inconsueto ma tutt’altro che infrequente in quei secoli, che esso sorgeva presso la porta d’ingresso. Almeno così sembra di leggere nelle laconiche direttive del Bollani, che nel 1565 ordinava «In ecclesia extra parochialem Destruatur altare, quod est in faciem portæ, et intus et foris parietes reparentur» [nella chiesa esterna alla parrocchiale venga demolito l’altare che è sulla facciata della porta, e le pareti siano riparate di dentro e di fuori].

     Più problematico è dedurre dall’espressione «in faciem portæ» [letteralmente: in faccia alla porta], se l’altare fosse all’interno o all’esterno della chiesa: una posizione anche questa tutt’altro che inusuale negli antichi edifici sacri, specie se oggetto di grande e diffusa devozione. È tuttavia più verosimile che l’altare minore sorgesse dentro l’oratorio, presso l’unico ingresso, che a rigore non si può nemmeno dire con certezza se si trovasse sulla facciata principale o magari su una delle pareti laterali; e d’altro canto, soprattutto pensando a una porta laterale, non sarebbe da escludere nemmeno l’ipotesi che l’espressione potesse intendersi appunto come “in faccia alla porta”, nel senso che l’altare fosse sulla parete opposta, di fronte all’ingresso.

     Non è di grande aiuto, in questa ricostruzione per così dire topografica, neppure la visita di don Cristoforo Pilati nel 1572, salvo per la conferma che l’ordine di soppressione a quella data non era ancora stato eseguito: segno ulteriore di una devozione locale abbastanza radicata. Il visitatore infatti disponeva, con parole non meno oscure di quelle del predecessore, che «In ecclesia Beatæ Virginis prope plebem Destruatur altare quod est in facie contra portam. Claudatur cæmeterium» [nella chiesa della Beata Vergine accanto alla pieve si demolisca l’altare che si trova sulla faccia contro la porta; sia recintato il cimitero]. Naturalmente il titolo di “pieve” [plebem] attribuito alla parrochiale di Verola Alghise è un generoso equivoco, inopinatamente scaturito forse dalla nobiltà dell’edificio, o piuttosto dalla influenza dei suoi cospicui patroni: in realtà la prepositura collegiata di San Lorenzo non fu mai pieve per tutta la sua storia, se non nei lapsus di qualche troppo zelante osservatore. In ogni caso, a proposito dell’altarino della Madonna, il Pilati non sa dire di più, se non che era «in facie contra portam», lasciando intatte tutte le perplessità suscitate dal Bollani circa le possibili interpretazioni.

     Se dobbiamo proprio dire l’idea che ci siamo fatti leggendo i documenti, il piccolo altare secondario poteva trovarsi sul fronte interno della facciata principale, dentro la chiesa, a fianco e quasi a ridosso dell’unico ingresso. Ma questa ipotesi, naturalmente, vale tanto quanto quella del lettore.

     Dopo il 1572, l’altare fuori ordinanza fu doverosamente eliminato, visto che non se ne trova più traccia nelle visite successive; e anzi il delegato del cardinal Borromeo, don Carlo Agostini, confermava nel marzo 1580 che dentro la cappella cimiteriale esisteva ormai un solo altare. È lo stesso abate Agostini che dipinge con parole glaciali il degrado incombente dell’edificio: «Oratorium sanctæ mariæ in Cemiterio sancti laurentij predicti est parvum et incongruum» [l’oratorio di Santa Maria nel cimitero di San Lorenzo è piccolo e inadeguato]. San Carlo in persona, dopo la sua visita del luglio 1580, decretò la soppressione definitiva del piccolo antico tempio mariano, e con uno sprazzo di quella sensibilità per le plebi cristiane, che in qualche felice momento rasserenava il suo inflessibile rigore, risparmiò dall’ultima cancellazione almeno la venerata icona della Madonna, che campeggiava ancora sull’unico altare della chiesetta:

In oratorio Sanctæ Mariæ in Cemiterio Sancti Laurentij. Oratorium Sanctæ Mariæ In Cæmeterio Sancti Laurentij tollatur, et Sancta imago beatissimæ Virginis intra ecclesiam ad aliquod altare transferatur,  

[Disposizioni per l’oratorio di Santa Maria nel cimitero di San Lorenzo: l’oratorio sia eliminato e la sacra immagine della beatissima Vergine sia trasportata nella chiesa parrocchiale su uno degli altari.]

     È niente più di un sospetto, privo al momento di riscontri documentari, ma vien fatto di pensare che il noto dipinto della cosiddetta Madonna del Campanile, oggetto di devozione per secoli da parte dei verolesi e riconducibile a moduli iconografici di impronta tardo quattrocentesca, possa essere appunto quell’affresco della vetusta chiesa cimiteriale, traslato forse una prima volta presso la torre, dopo il 1580, all’atto della soppressione dell’oratorio cui apparteneva, e quindi definitivamente collocato nel ‘700 sull’altare laterale, dove si trova ancor oggi.

 

 

 

seconda parte 

© 2008 - TerrakCivil

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010