|
|
Documenti |
|
1496 luglio 30
Giorgio de Robis, su incarico di don Mattia Ugoni rettore della
parrocchiale di S. Lorenzo di Verola
Alghise, consegna a don Dumpetro di
Albino l’inventario degli arredi di S. Maria
sul Cimitero. [pdf] |
|
1518 giugno 7
Fra Paolo da
Lodi, commissario del Sacro Ospedale di Santo Spirito in Sassia
di Roma, aggrega la confraternita
dell’altare di S. Maria di Verola Alghise alla
confraternita dell’Ospedale. [pdf] |
|
1529 agosto 9
Il conte Brunoro Gambara
istituisce una cappellania quotidiana nella
chiesa di S. Maria sul Cimitero di Verola
Alghise. [pdf] |
|
1557 luglio 1
Testamento del prete don
Guarino qm Betino de Luciis di Verola
Alghise. [pdf] |
|
|
Verolanuova
|
|
Santa Maria ‘super
Cimiterio Sancti Laurentii’
di Tommaso Casanova
da CASANOVA,
Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce.
Le chiese del territorio demolite negli ultimi
cent’anni (San Paolo, Verolavecchia,
Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, pp. 65-95.
[pdf]
• prima parte
|
|
|
|
seconda parte
 |
|
|
La
storia di Verolanuova è ancora oggi in gran
parte un solido mistero. Sarà perché non le è
toccato di avere chi si desse briga di
segnalarne con poca o tanta competenza i fatti
memorabili, come invece è capitato quasi in ogni
secolo dal ‘500 a oggi per altre borgate vicine;
sarà perché le glorie della feudalità dominante
si celebravano una volta più con le redini del
potere che non col fumo delle parole. In
effetti, i contributi di ricerche degli ultimi
decenni, vari per qualità e argomento, hanno
illustrato bensì qualche spiraglio, evidenziando
però per contrasto quanto poco si conosca della
Verola di ieri, e quindi, in fondo, anche della
Verola di oggi.
Un esempio manifesto l’ha offerto la
presente indagine sulle chiese del territorio
scomparse negli ultimi cent’anni.
Scartabellando, infatti, a ritroso tra i vecchi
documenti, per chiarire le vicende della
chiesetta del Suffragio, sono emersi due dati
inediti di una certa rilevanza. È apparso
anzitutto che la storia del piccolo oratorio
mariano, situato un tempo dove oggi si eleva il
nuovo campanile, mostrava una sorta di
discontinuità tra ‘500 e ‘600: una assenza, un
buco nero di oltre cinquant’anni; d’altro canto,
prima di quell’epoca i documenti attestano, più
o meno nello stesso luogo, l’esistenza di
un’altra chiesa dai caratteri incerti e confusi,
la cui memoria si perde poi per sempre, così
negli atti d’archivio come nei pochi scritti di
storia del paese.
Quella chiesa, nelle testimonianze antiche
(tra il 1496 e il 1557) al momento recuperate, è
per il solito menzionata come «ecclesia
Sancte Marie Virole Algisij» o «de Virola
Algisij» [chiesa di Santa Maria di Verola
Alghise], ed è qualificata talora semplicemente
dalla sua collocazione in Castello. Un
riferimento topografico, questo, che indurrebbe
a identificarla così d’acchito con la nota
chiesa del Suffragio, l’unica esistente,
appunto, fino al 1910 in Castello, oltre alla
vasta Disciplina, già prepositurale di San
Lorenzo. Eppure la totale assenza del titolo del
Suffragio per la chiesetta
cinquecentesca, la sua appartenenza a una pia
società piuttosto singolare, la sua officiatura
e la destinazione cultuale, le stesse
intrecciate vicende (non ancora interamente
chiarite) circa l’erezione della nuova basilica
collegiata nel primo ‘600 e la conseguente
donazione della vecchia parrocchiale ai
disciplini, invitano ad affrontare con una certa
cautela critica il problema dell’oratorio di
Santa Maria, anzitutto attraverso una lettura
scrupolosa delle non numerosissime testimonianze
disponibili.
È importante avvertire una volta per tutte
che, poiché la presente trattazione riguarda
eventi del secolo XVI, quando ancora non
esisteva la sontuosa e bella chiesa principale
di Verola, parlando della prepositurale o
collegiata di San Lorenzo ci si riferirà sempre
alla chiesa oggi comunemente chiamata la
Disciplina di Santa Croce, che era appunto la
primitiva parrocchiale e divenne Disciplina
soltanto in seguito all’edificazione della
basilica.
|
|
La
localizzazione di Santa Maria
Il
primo documento riferibile con certezza alla piccola
chiesa verolese, datato 30 luglio 1496 (ci sarà modo
di parlarne più in dettaglio), si dice rogato «In
sacrastia sancte Marie de Virolaalgisij districtus
brixie sita in castro dicte terre» [nella
sacrestia di Santa Maria di Verola Alghise,
distretto di Brescia, nel Castello del paese]. E
questo è un punto fermo: l’oratorio sorgeva dunque
in castro [nel castello], che non va però
confuso con il Castel Merlino, residenza privata nel
‘500 di uno dei due rami verolesi della famiglia
Gambara. Si trattava, in realtà, di quello che in
passato era detto il Castel Vecchio, di fronte al
Merlino sul lato est dell’odierna via Castello, e
corrispondeva più o meno al dosso oggi compreso tra
il fronte posteriore delle case di via Dante a nord
e piazza Paola Gambara a sud, dominato al centro
dalla antica prepositura di San Lorenzo e dai
campanili.
Un
secondo indizio topografico contribuisce poi a
restringere ulteriormente il campo delle possibili
localizzazioni: due atti, alle date 9 agosto 1529 e
3 settembre 1538, collocano esplicitamente la
chiesetta mariana «super Cemiterio sancti
Laurentii» [sopra il cimitero di San Lorenzo].
È noto, in effetti, che i cimiteri cristiani
sorgevano un tempo stretti attorno alle chiese,
nell’area sacra che le circondava: qui venivano
sepolti i comuni fedeli, che non potevano
permettersi un più costoso spazio dentro il tempio,
ma ambivano comunque il riposo eterno all’ombra
dell’altare e, nel caso di sedi parrocchiali, del
battistero dove avevano ricevuto il primo dono della
fede.
L’originaria parrocchiale di Verola Alghise –
ormai è accertato – era appunto la chiesa di San
Lorenzo, che solo nel ‘600 fu destinata a
Disciplina; il cimitero, che non fu spostato presso
la nuova collegiata dopo la sua erezione, restò
invece in Castel Vecchio attorno alla chiesa
primitiva, fino alla edificazione del nuovo cimitero
extra-urbano, presso la cappella campestre di San
Giorgio, intorno al 1810.
Per individuare dove sorgeva la chiesetta di
Santa Maria è necessario, dunque, ricostruire
anzitutto l’originaria collocazione del primitivo
cimitero in Castel Vecchio: una identificazione non
facilissima, visto che i documenti non dichiarano
espressamente in quale zona fosse rispetto alla
chiesa. Si deve ricorrere a una comparazione tra gli
scarni dati degli atti notarili e le indicazioni
delle mappe topografiche ottocentesche.
Effettivamente sembra che il cimitero si estendesse
su di un’ampia zona davanti alla antica
parrocchiale, e forse, almeno in parte, anche lungo
i lati settentrionale e meridionale. Una
collocazione come quella ipotizzata giustificherebbe
il fatto che sono attestate costruzioni confinanti
col cimitero a sud, e altre che invece vi si
affacciano col loro lato nord. Ad esempio, la
porzione settentrionale del cimitero è menzionata,
tra le varie testimonianze, da una vertenza del
prete don Guarino, o Quirino de Lutiis (22
ottobre 1535), nella quale si rileva l’esistenza di
vna domo sita In Castro terre
Virolealgisij in contrata ecclesie
sancti Laurentii cui coheret amane heredes
quondam Betini de chararijs habentes
causam a Reuerendo domino
preposito sancti Laurentii predicti
ameridie Cimiterium dicte ecclesie
sancti Laurentii Asero dictus dominus
prepositus pro dicta ecclesia et amonte
fouea castri
[una casa nel Castello di Verola
Alghise, in contrada della chiesa di San Lorenzo,
cui confinano a est gli eredi del defunto Betino
Carari aventi causa dal reverendo prevosto di San
Lorenzo, a sud il cimitero della chiesa di San
Lorenzo, a ovest il prevosto per conto della chiesa,
a nord la fossa del Castello.]
Queste coerenze consentono di individuare,
nell’area nord del castrum [castello], presso
l’antica San Lorenzo che dava nome alla contrada,
una cortina di edifici, o quanto meno di proprietà
private, confinanti con la fossa settentrionale, e
situate quindi in corrispondenza delle antiche mura
di cinta. La domus [casa] di cui si parla
nell’atto, forse la stessa che il medesimo don
Guarino abitava con la madre e che poi nel 1557
lascerà in eredità, aveva appunto a nord il fossato
ormai in disuso della fortificazione medievale;
confinante a ovest era una proprietà della
prevostura, ossia del beneficio prepositurale di San
Lorenzo; a est c’erano privati in lite giudiziaria
con la prevostura stessa: il che rivela
probabilmente vecchi diritti del beneficio a
quell’epoca ancora in contestazione.
L’adiacenza per noi più rilevante, in ogni
caso, è quella meridionale: infatti, la casa del
prete Guarino, così come probabilmente anche quelle
vicine, confinava a sud con il «Cimiterium
dicte ecclesie sancti Laurentii»
[il cimitero della chiesa di San Lorenzo].
Abbiamo
però altre testimonianze che parrebbero contraddire,
o quanto meno discostarsi dalla precedente
ricostruzione: che infatti una zona del cimitero si
trovasse a sud della chiesa o dello spazio di fronte
a essa, è desumibile da un atto del 24 marzo 1505,
con cui il consorzio dei disciplini di Verola
acquistava
vnam domum muratam
cupatam et soleratam Iacentem
in castro veteri dice terre Virolealgisij
in contrata ecclesie sancti
Laurentii cui coheret amane Bartholameus
de luchinis ameridie Illi de Vgonibus
mediante androna asero dictum
consortium et amonte cimiterium
dicte ecclesie sancti Laurentii
[una casa in muratura, sita nel
Castello Vecchio di Verola Alghise, in contrada di
San Lorenzo, cui confinano a est Bartolomeo Luchini,
a sud gli Ugoni mediante un androne, a ovest il
medesimo consorzio della Disciplina e a nord il
cimitero della chiesa di San Lorenzo.]
Da qui si
comprende come anche a sud della prepositurale e del
suo cimitero esistesse una fitta continuità di
edifici (case, portichetti, rustici, cortili), per
cui la chiesa di San Lorenzo ci appare serrata da
tre lati in uno stretto abbraccio quasi soffocante,
che lasciava libero davanti a essa forse giusto lo
spazio sufficiente per le sepolture.
Poiché
l’unico dettaglio finora appurato circa la chiesetta
di Santa Maria è che sorgeva «super Cemiterio
sancti Laurentii», verrebbe da immaginarla in
una collocazione davanti alla prepositurale antica,
magari inserita nel continuum di edifici di
cui s’è detto sopra. Va detto, però, a onor del
vero, che nessun documento dell’epoca, almeno di
quelli fin qui consultati, rivela edifici confinanti
direttamente con la cappella cimiteriale.
Gli atti
del secolo XVI, del resto, non soccorrono per ora in
nessun modo i nostri tentativi di identificazione:
anzi, in luogo di chiarire i problemi,
contribuiscono a confondere le poche idee che ci si
è fatti. In documenti relativi a immobili del Castel
Vecchio, ad esempio, è menzionata una «contrata
sancte Marie Virolealgisij» [contrada di Santa
Maria di Verola Alghise]: tenuto conto che a quel
tempo il termine contrata
aveva un significato intermedio tra “via” e
“quartiere”, esisteva dunque una strada, o un
isolato, che traeva nome dalla chiesetta di Santa
Maria. Anche se lo spazio assai esiguo attorno alla
parrocchiale e la compresenza della contrata
sancti Laurentii, già vista prima, potrebbero
far pensare a una sola contrada, definita volta a
volta di San Lorenzo o di Santa Maria.
Sbrigativamente verrebbe da concludere che
quella contrada fosse una specie di vicolo tra il
cimitero e gli edifici confinanti a settentrione, di
cui s’è detto sopra; da ciò si dedurrebbe che Santa
Maria potesse trovarsi in una sede molto prossima a
quella occupata oggi dal campanile nuovo, e si
identificherebbe così con la famosa chiesetta del
Suffragio, abbattuta all’inizio del nostro secolo
per fargli posto.
In realtà,
gli atti che forniscono il toponimo di contrata
sancte Marie non consentono poi di confermare
senza intoppi questa teoria. Una permuta del 12
novembre 1522, ad esempio, menziona una casa «sita
In Castro Veteri dicte terre Virolealgisij in
contrata ecclesie sancte Marie Virolealgisij»
[sita nel Castello Vecchio di Verola Alghise, in
contrada della chiesa di Santa Maria di Verola
Alghise]. Ma la strada qui si trova a monte,
a nord, e questo particolare butta all’aria la
precedente ricostruzione, secondo la quale gli
edifici di quella contrada avrebbero dovuto avere la
via sul fronte sud.
Non
bastando una sola smentita, un altro atto posteriore
di vent’anni (5 giugno 1543) descrive una proprietà
così coerenziata
vna domo murata cuppata et solerata
sita In Castro dicte terre Virole
algisij In contrata sancte Marie cui
coheret amane et asero via ameridie Reuerende
moniales sancte Caterine Brixie mediante
vno Ingressu ad fundum et amonte
Marcus peye quondam Iohannis
[una casa in muratura sita in
Castello di Verola Alghise, in contrada di Santa
Maria, cui confinano a est e a ovest la strada, a
sud le reverende monache di Santa Caterina di
Brescia mediante un ingresso al fondo, a nord Marco
del fu Giovanni Pea.]
E qui
ci sono addirittura una strada a est e una a ovest,
oltre che un privato a nord e un fondo a sud, forse
un’ortaglia, del monastero femminile cittadino di
Santa Caterina, il quale aveva altre proprietà in
paese e diversi appezzamenti nelle campagne
verolesi.
Non resta, a questo punto, molto spazio per
immaginare la collocazione della cappella mariana:
escludendo (ma non è detto) che il cimitero fosse
lungo i fianchi della vecchia parrocchiale, e data
l’unica notizia certa che la chiesa di Santa Maria
era sopra il cimitero, bisogna vederla più o meno
davanti a San Lorenzo, verso nord presso le case
confinanti con la fossa; o forse piuttosto a sud,
accanto agli edifici di proprietà della
confraternita dei disciplini: una ipotesi, questa,
che consentirebbe meglio con la presenza del portico
settentrionale dei disciplini, di cui si dirà
appresso, e permetterebbe di individuare la contrada
di Santa Maria in uno dei vicoli nel quartiere a sud
della prepositura.
In ogni
caso, come si vede, la topografia dell’area
settentrionale del Castello appare nei documenti
cinquecenteschi piuttosto controversa, e persino
nelle mappe catastali del secolo scorso mostra un
elevato tasso di mutevolezza urbanistica.
La presenza nel Castello Vecchio di tante
vie, forse niente più che angustissimi vicoletti,
attesta l’alta densità di edifici all’interno del
recetto fortificato, che in casi di necessità
bellica doveva ospitare il maggior numero possibile
di famiglie del circondario e conservare grandi
quantità di prodotti, per sottrarli ai saccheggi e
resistere ai lunghi assedi.
Quell’area
attorno alla prepositurale antica, come accadde in
altri borghi fortificati della zona (ad esempio a
Quinzano), fu poi progressivamente abbandonata dai
residenti, che appena potevano si trasferivano in
spazi più ampi e comodi fuori delle mura. Bonificata
poco a poco delle vecchie e malsane abitazioni,
l’area fu liberata anche del cimitero, nel primo
‘800; poi verso la metà del secolo fu completamente
atterrato quanto avanzava degli angusti vicoli
medievali affollati attorno alla ex parrocchiale
che, ribattezzata Disciplina, restò sola a dominare
dall’alto della sua veneranda età la parte più
antica e nobile del paese.
|
|
Il
portico dei disciplini
A
completare l’immagine per noi frammentaria del
piccolo e misterioso tempio di Santa Maria super
cimiterio vi è, comunque, un altro inedito
documento del 10 dicembre 1540, relativo a una
vertenza economica tra i disciplini di Verola e il
Comune, sul quale purtroppo non è possibile
soffermarsi qui se non per quel poco che concerne il
nostro specifico argomento. La causa del
contenzioso, circa un debito contratto dal Comune
coi disciplini, vi è definita in questi termini:
occaxione Quadrellorum
legnaminum Cupporum et aliarum
rerum peruentorum ad manus predicti
Comunis Extractis per Ipsum Comune et
homines de vno portichu Ipsorum
disciplinorum alias existente amonte
parte ecclesie sancte Marie
Tunc fabricate super Cimiterio sancti
laurentii dicte terre Virolealgisij
[per mattoni, legnami, coppi e
altri materiali pervenuti in possesso del Comune,
tolti dal Comune in un portico dei disciplini, già
esistente a nord della chiesa di Santa Maria,
all’epoca in ristrutturazione, sopra il cimitero di
San Lorenzo di Verola Alghise.]
Il
dettato del testo non è proprio trasparente, e ha
bisogno di un po’ di interpretazione. Intanto, il
primo dato evidente è che a settentrione
dell’oratorio mariano esisteva un portico di
proprietà dei disciplini, anche se non è dato capire
se adiacente o no alla chiesa. A quell’epoca la
confraternita della disciplina verolese pare non
possedesse un luogo di culto proprio. Non si può
dire neppure che, essendo proprietà dei disciplini
il portico, proprio l’oratorio di Santa Maria
potesse magari essere la chiesa della associazione,
poiché, se così fosse stato, il testo non avrebbe
mancato di rilevarlo; e, d’altro canto, il documento
stesso dimostra altresì che i disciplini non avevano
una sede, tant’è vero che si accordavano col Comune
per ottenere l’uso di qualche stanza nella nuova
casa municipale che si stava costruendo nella piazza
del borgo, corrispondente oggi più o meno alla
piazza della basilica.
Alcune espressioni del documento, però,
rimangono alquanto oscure: in particolare, il
portico dei disciplini è dichiarato «alias
existente» [già esistente], forse alludendo a
una recente soppressione; inoltre, è descritto come
collocato presso la chiesetta di Santa Maria, «Tunc
fabricate super Cimiterio sancti laurentii»
[allora fabbricata sopra il cimitero di San
Lorenzo], quasi che essa appartenesse al passato,
più che al presente.
In
realtà, è probabile che il verbo fabricare
sia impiegato qui, come spesso in atti analoghi, con
una accezione piuttosto estensiva, indicando una
generica operazione edilizia: dunque, non
necessariamente la costruzione dell’intero edificio,
ma una ristrutturazione, un ampliamento, un restauro
murario. Del resto, in antico il concetto di
fabbrica, come la corrispondente qualifica di
fabbricere, erano strettamente connessi con la
gestione e la manutenzione di ciascun edificio di
culto. La frase sopra citata significherebbe,
pertanto, che all’epoca in cui il Comune recuperava
i materiali da costruzione provenienti dal portico
dei disciplini, presso la vicina chiesa di Santa
Maria era in corso un intervento di
ristrutturazione.
È
infatti verosimile che negli anni precedenti al 1540
l’oratorio del cimitero fosse sottoposto a lavori
consistenti, quasi certamente a opera del Comune
stesso, che doveva essere proprietario
dell’edificio, come di tutte le chiese non private
esistenti nel territorio municipale. Di interventi
del genere si percepiscono echi, invero labilissimi,
anche da altre testimonianze di quegli anni, come un
lascito del 24 maggio 1527, in cui Giovanni Girelli
dona «quartam
unam furmenti fabrice sancte Marie Virolealgisij»
[una quarta di frumento, poco più di 12 litri, alla
fabbrica di Santa Maria di Verola Alghise]; ovvero
un testamento del 3 settembre
1538, grazie al
quale donna Monica del fu Pietro Spalenza dispone di
«quottidie Celebrare missam ad altare ecclesie
sancte Marie fabricate super Cimiterio sancti
laurentii terre Virolealgisij» [celebrare ogni
giorno la messa all’altare della chiesa di Santa
Maria, in corso di ristrutturazione, sopra il
cimitero di San Lorenzo di Verola Alghise].
A
questo punto, si può tentare di ricapitolare alcuni
termini della vicenda manifestata nel documento del
1540: il Comune di Verola Alghise, nei 10-12 anni
precedenti, doveva aver dato corso a un notevole
intervento edilizio nella cappella cimiteriale di
Santa Maria. In particolare, nell’ambito delle
ristrutturazioni, aveva provveduto a demolire un
portichetto di proprietà dei disciplini, che sorgeva
lungo il lato settentrionale della chiesa. D’accordo
poi con il collegio dei disciplini, il comune stesso
aveva reimpiegato i materiali di recupero (mattoni,
coppi, legnami) provenienti dal portico demolito,
assieme ad altri forniti dalla stessa confraternita,
nella realizzazione di una casa municipale,
nell’ambito della quale i disciplini avrebbero avuto
assegnati alcuni ambienti come loro sede. Questo è
tutto quanto si può desumere riguardo alla chiesa
del cimitero dalla convenzione del 1540 tra comune e
disciplini.
Preme ribadire ancora una volta che, allo stato
delle ricerche, non ci sono elementi per ritenere
che la chiesetta di Santa Maria fosse proprietà o
comunque patronato dei disciplini: infatti a quel
tempo la confraternita, che pure si chiamava «consortio
discipline sancte Marie Virolealealgisij» [consorzio della disciplina di Santa Maria di Verola Alghise],
appare da numerosi indizi priva di luogo di culto
proprio; e non l’avrà, se non provvisorio e in altro
locale, almeno sino alla fine del XVI secolo.
Un
particolare degno di nota: un portichetto
caratterizzava anche la chiesa del Suffragio verso
la metà dell’800; non è, però, direttamente
possibile argomentarne una eventuale continuità
strutturale rispetto alla costruzione
cinquecentesca.
|
|
L’inventario del 1496
Della
finora sconosciuta chiesetta di Santa Maria super
cimiterio non è possibile dire se non ciò che
emerge dai documenti tornati alla luce; non è
escluso che nuove ricerche sistematiche potranno in
futuro apportare chiarimenti, e magari rovesciare il
quadro fornito in questa sede: ma la provvisorietà
e, in certo senso, aleatorietà della ricerca è uno
degli stimoli più affascinanti per chi scrive (e
forse anche per chi legge) di storia, locale o
universale che sia. Ci contenteremo, dunque, per il
momento dei dati che possediamo.
Il
più antico documento sopravvissuto riguardo
all’oratorio mariano, e uno dei più ricchi di
informazioni, è un inventario del suo arredo, datato
30 luglio 1496. L’atto è stilato dal notaio verolese
Tonino Grena «In sacrastia sancte Marie de
Virolaalgisij districtus brixie sita in castro dicte
terre» [nella sacrestia di Santa Maria di Verola
Alghise, distretto di Brescia, sita nel Castello del
paese], e già questo particolare rivela l’esistenza
di una sacrestia presso il piccolo tempio.
L’evento implicitamente delineato
dall’inventario è un avvicendamento al vertice della
parrocchia, e vi troviamo quale attore principale il
«Reverendum dominum Mathiam de ugonibus
Canonichum brixiensem Rectorem parochialis ecclesie
sancti Laurentii Virolealgisij» [il reverendo
don Mattia Ugoni, canonico di Brescia, rettore della
chiesa parrocchiale di San Lorenzo di Verola
Alghise], assente al rogito, ma rappresentato dal
fratello Giovan Battista.
È
noto dagli scritti di P. Guerrini che la sequenza
ricostruibile dei prevosti di San Lorenzo inizia nel
1477 con Marsilio di Brunoro Gambara, e prosegue
appunto con Mattia Ugoni, esponente della famiglia
rivale dei Gambara nel territorio verolese. L’Ugoni
(1445-1535), ecclesiastico tra i più autorevoli e
potenti di Brescia, lungamente vicario vescovile e
vescovo titolare di Famagosta, fu, a detta del
Guerrini, prevosto di Verola dalla morte di Marsilio
Gambara nel 1497, fino al 1501, quando rinunciò a
favore di un altro Gambara, Uberto, futuro vescovo
di Tortona e cardinale.
In
realtà, l’inventario del luglio 1496 mostra come
Mattia Ugoni sia presente in Verola Alghise con
l’autorità di rettore della parrocchia, se non con
la persona fisica, già da quell’epoca; e diversi
altri documenti manifestano che la sua investitura
in tale incarico dovrebbe risalire almeno a un mese
prima: il 28 giugno, in qualità di rettore della
cappella di San Giacomo annessa alla prepositura
verolese, affittava i terreni di quella prebenda; il
30 giugno cedeva in affitto gli stabili
parrocchiali, figurando con la qualifica di rettore
perpetuo del beneficio sacerdotale o prepositura di
San Lorenzo di Verola Alghise. Del resto, anche
nell’inventario di Santa Maria compare cenno ad un
atto di consegna dei beni mobili steso il 30 giugno,
mentre il successivo 11 settembre verrà sottoscritta
un’analoga consegna relativa agli arredi di San
Lorenzo. Si può dunque esser certi che l’Ugoni fu
investito del beneficio principale di Verola al più
tardi nel giugno 1496, anche se il titolo diverso da
quello puro e semplice di prepositus
[prevosto] che ci si attenderebbe, induce a
sospettare ciò che sospettava lo stesso Guerrini,
ossia che tale dignità gli fosse contrastata
giuridicamente dai Gambara. Invero troviamo l’Ugoni
col titolo di prevosto soltanto il 20 agosto 1499,
poco prima della sua rinuncia alla carica e alla
connessa prebenda.
In
ogni modo, al principio dell’estate 1496, appena
ricevuta l’investitura di rettore, il canonico Ugoni
provvedeva, tramite il fratello suo procuratore,
alla nomina dei cappellani nelle chiese a lui
soggette, e incaricava il prete don Giorgio de
Robis di conferire l’inventario degli arredi, e
con esso la responsabilità sulla chiesa di Santa
Maria, al prete don Dumpetro di Albino.
Il
sacerdote don Giorgio de Robis di Pralboino,
chiamato altrove anche «de Robis sive de Causis»
(come dire “delle Robe, ovvero delle Cose”), era già
un anno prima (28 aprile 1495) beneficiale e rettore
della chiesa di San Lorenzo, a nome del prevosto
conte don Marsilio Gambara: una specie di vicario
parrocchiale; qualche tempo dopo diverrà invece
titolare della ricca cappella di San Giacomo annessa
alla chiesa prepositurale (8 febbraio 1499). L’8
ottobre 1517, al momento di dettare il proprio
testamento, è rettore della chiesa di Sant’Andrea a
Faverzano: nonostante, però, la sua premura di
fissare le ultime volontà, egli sopravviverà ancora
diversi anni. Il 4 agosto 1532 rinuncia al beneficio
parrocchiale di Faverzano in favore del nipote don
Lazzaro, figlio di suo fratello Giacomo,
riservandosi una pensione sulle entrate di quella
chiesa; l’anno successivo (4 luglio 1533) prende
possesso della cappella di San Nicola da Tolentino
in San Lorenzo di Verola Alghise, retta dalla scuola
del Corpo di Cristo. L’ultima volta lo troviamo il 4
giugno 1535, alle prese con un terreno della chiesa
verolese di San Rocco, situato tra la chiesa e lo
Strone; dopo di che si congeda definitivamente dalla
storia a noi nota.
Più sfocato e per noi quasi inafferrabile
appare l’altro religioso nominato nell’inventario
del 1496, dal nome quanto meno curioso: il prete don
Dumpetro (dum Petro dovrebbe essere)
di Albino, la cui famiglia era in controversia con
il prete Guarino de Lutiis riguardo alla casa
confinante con la fossa e il cimitero, accennata in
precedenza. Un atto del 12 febbraio 1509 attesta che
Dumpetro era figlio di un certo ser Giovanni
de Avedonibus, originario appunto di Albino;
e vari altri documenti di quegli anni mostrano che
all’epoca egli era rettore della chiesa e della
relativa prebenda di Santa Maria di Gussola nel
cremonese, che cedeva in affitto a sacerdoti del
luogo, o a chierici suoi parenti. Tenuto conto che
l’appellativo “dum” (in luogo di don)
viene attribuito nei manoscritti anche agli altri
sacerdoti titolari o locatari del beneficio
cremonese, può darsi che tale attributo, di solito
prerogativa di monaci o di canonici regolari, fosse
connesso col godimento di quella prebenda. Di fatto,
il titolo anomalo fu dalla gente come incorporato
nel nome di battesimo del suo possessore, e vi
rimase per sempre.
|
|
L’arredo di Santa Maria
Il
prete don Dumpetro di Albino, dunque, il 30
luglio 1496 veniva investito dal vicario
parrocchiale don Giorgio de Robis
dell’oratorio di Santa Maria presso il cimitero, e
ne riceveva l’elenco dei beni mobiliari, per conto
del canonico don Mattia Ugoni, nuovo rettore della
prepositura.
L’inventario notarile di cui si conserva copia,
comprende una trentina d’oggetti, molti dei quali, a
poterli vedere, farebbero la gioia degli studiosi di
storia dell’oreficeria o dei tessuti; ma ce ne
rimane soltanto la misera lista.
Tra i paramenti liturgici più ricchi sono
annoverati un amitto di raso con finimenti dorati;
due camici foderati di raso e di panno violaceo; due
pianete corredate di stole e manipoli, una di
damasco bianco con la crociera di zendado rosso [«una
planeta dalmaschini albi cum crosera cendati
cremisini [...] una stola et unus manipulus
damaschini albi cum crucibus cendati rubei»];
l’altra di zendado scarlatto con crociera di seta
gialla [«una planeta cendati cremesini cum
crosera sete gialde cum stola et manipulo eiusdem
cendati»]. Lo zendado (a Venezia detto
zendale) era una stoffa finissima di seta;
crociere erano definite le decorazioni in forma di
croce, sul lembo posteriore delle pianete e sulle
falde di stole e manipoli.
In
gran parte gli arredi sono ordinari: tovaglie
d’altare piccole e grandi (di regola ogni altare
doveva essere coperto da una tovaglia grande che
scendeva fino a terra sui due lati, e da una seconda
larga quanto il piano della mensa); cuscini gialli e
rossi [«pulvinaria crocei et rubei coloris»];
ceri e candelotti; una campanella; una panca per
sedere. Tra gli altri compaiono però alcuni oggetti
di pregio particolare: il più bello doveva essere il
calice con patena d’argento, decorato in smalto col
monogramma di Cristo, secondo un uso di devozione
francescana [«unus calix cum patena argenti cum
smalto yhs»]. Ma non mancano candelabri di legno
intagliato [«duo candelabra lignea laborata»],
d’ottone, di ferro con piedestalli in legno. Degno
di nota è il messale di carta a stampa [«unum
missale in papiro Impressum»]: nella vicina
chiesa prepositurale esisteva, invece, un messale
manoscritto in pergamena, insieme a un graduale e a
un vecchio lezionario [«Unum missale in
pergamenis manu scriptum, Unum graduale Unum
epistolarium vetus»]. Da questo secondo
inventario, più o meno coevo (11 settembre 1496),
relativo agli arredi di San Lorenzo, risulta pure un
altro oggetto artistico di pertinenza della cappella
mariana: «Unus crucifixus ligneus in ecclesia
sancte Marie cum duobus panicellis» [un
crocifisso di legno nella chiesa di Santa Maria, con
due pannicelli].
Come si vede, l’oratorio cimiteriale, pur
modesto e appartato, non mancava di suppellettili
preziose, conservate con cura in una cassa [«una
capsa in dicta sacrastia In qua sunt bona
suprascripta»]: segno di una presenza assidua, e
di una officiatura frequente, e forse anche di una
intensa devozione popolare.
Nel
lungo elenco di arredi, tutti peraltro consuetissimi
in un luogo di culto, alcune indicazioni sono di
particolare interesse poiché suggeriscono, sia pure
indirettamente e per così dire in trasparenza,
qualche elemento strutturale della piccola chiesa
oggi scomparsa. La lista annovera tre paliotti
mobili [palii]: era usanza dell’epoca (a
differenza che nei secoli successivi, quando i
prospetti verranno realizzati interamente in marmo o
in pietra, con laboriose e costosissime
decorazioni), adornare la parte frontale degli
altari, sotto il piano della mensa, con riquadri,
detti appunto palii o paliotti, in
stoffa pregiata, oppure in cuoio inciso, dorato o di
colore consono alle varie ricorrenze liturgiche. La
chiesetta di Santa Maria di Verola possedeva un
palio festivo di damasco bianco con fregio verde e
nel mezzo, ricamata o dipinta, l’immagine della
Madonna attorniata da sei angeli [«unum palium
altaris dalmaschini albi cum frisio viridis coloris
cum figura virginis marie et cum angelis sex»];
un secondo palio di seta più comune era forse
destinato alle ricorrenze meno solenni.
L’inventario annota ancora una serie di oggetti
che dovevano trovarsi sopra la mensa dell’altare
maggiore:
Item vna anchona sita in
dicta ecclesia sancte marie cum
sex candelottis
Item duo cerei albi cum
duobus anulis affixis suprascriptis
candelottis et cum coperta
nigra ante anconam.
Item vnus panicellus sete ante Imaginem
sancte marie in
suprascripta ancona,
[una ancona posta nella chiesa di
Santa Maria, con sei candelotti; due ceri bianchi
con due anelli applicati ai candelotti, e con una
coperta nera davanti all’ancona; un piccolo panno di
seta davanti all’immagine della Madonna nell’ancona.]
L’ancóna
(o anche soàsa) è la cornice, la struttura
architettonica decorativa, a volte molto elaborata e
composita, che circonda l’immagine dipinta sopra gli
altari, la cosiddetta pala. Dalle nostre parti le
ancone d’altare, fino al tardo secolo XVII, furono
quasi sempre realizzate in legno, e in legno
possiamo pensare che fosse l’ancona della chiesetta
super cimiterio. La descrizione dei
candelotti e dei ceri con gli anelli offerta
nell’inventario non è molto perspicua; ma parrebbe
di indovinare che lo scrivente intendesse con
candelotti delle specie di supporti per candele
fissati nel corpo della cornice, mentre gli anuli
potrebbero essere i ganci cui si appendeva il drappo
nero.
In
effetti, ciò che interessa di più tra queste voci è
il cenno alla coperta nera davanti all’ancona, e il
panno di seta davanti all’immagine della Madonna
contenuta nell’ancona stessa. Si vede bene che
l’ancona ospitava un dipinto mariano, verosimilmente
un affresco, il quale rimaneva di solito occultato
agli occhi dei fedeli da un velo di stoffa pregiata,
e che probabilmente veniva scoperto con un rito di
ostensione due o tre volte l’anno, nelle ricorrenze
patronali o in occasione di particolari funzioni
votive. La coperta nera serviva forse per proteggere
l’altare e l’ancona nei tempi in cui la chiesa non
veniva frequentata; oppure costituiva l’apparato
decorativo per esequie o officiature funebri
solenni, come suggerirebbe il suo colore liturgico.
|
|
L’altare piccolo
Ma le
sorprese non sono finite. La lunga lista delle
suppellettili di Santa Maria al cimitero comprende
un ulteriore corredo d’altare, che introduce una
notizia nuova: un palio di colore turchino con una
croce bianca nel mezzo, due tovaglie piccole e due
candelabri in ferro, erano destinati a un non meglio
precisato altare piccolo [«due tobaliole ab
altari cum palio turchino et cruce alba in medio et
duo candelabra ferea altari parvo»]. Esisteva
dunque nel vecchio oratorio, oltre al maggiore, un
secondo altare di ridotte dimensioni, dotato
anch’esso di un suo decoroso se pur modesto arredo.
Il bello è che «unus panicellus ante Imaginem
beate marie» [un panno davanti all’immagine
della Madonna] c’era anche «in altari parvo»:
anche l’altare secondario, benché privo a quanto
pare di un’ancona, era sormontato da un affresco
mariano, tenuto normalmente coperto con un drappo,
come il suo omologo dell’altare principale.
È
molto probabile che questo altare parvum sia
lo stesso che dopo oltre settant’anni dava ancora
tanto pensiero ai visitatori episcopali, in quanto
per niente conforme alle severe disposizioni
liturgiche emanate dal Concilio di Trento. Un
indizio della singolarità e anche dell’origine
popolare di questo altare minore è il fatto, ai
nostri occhi forse inconsueto ma tutt’altro che
infrequente in quei secoli, che esso sorgeva presso
la porta d’ingresso. Almeno così sembra di leggere
nelle laconiche direttive del Bollani, che nel 1565
ordinava «In ecclesia extra parochialem
Destruatur altare, quod est in faciem portæ, et
intus et foris parietes reparentur» [nella
chiesa esterna alla parrocchiale venga demolito
l’altare che è sulla facciata della porta, e le
pareti siano riparate di dentro e di fuori].
Più problematico è dedurre dall’espressione «in
faciem portæ» [letteralmente: in faccia alla
porta], se l’altare fosse all’interno o all’esterno
della chiesa: una posizione anche questa tutt’altro
che inusuale negli antichi edifici sacri, specie se
oggetto di grande e diffusa devozione. È tuttavia
più verosimile che l’altare minore sorgesse dentro
l’oratorio, presso l’unico ingresso, che a rigore
non si può nemmeno dire con certezza se si trovasse
sulla facciata principale o magari su una delle
pareti laterali; e d’altro canto, soprattutto
pensando a una porta laterale, non sarebbe da
escludere nemmeno l’ipotesi che l’espressione
potesse intendersi appunto come “in faccia alla
porta”, nel senso che l’altare fosse sulla parete
opposta, di fronte all’ingresso.
Non è di grande aiuto, in questa ricostruzione
per così dire topografica, neppure la visita di don
Cristoforo Pilati nel 1572, salvo per la conferma
che l’ordine di soppressione a quella data non era
ancora stato eseguito: segno ulteriore di una
devozione locale abbastanza radicata. Il visitatore
infatti disponeva, con parole non meno oscure di
quelle del predecessore, che «In ecclesia Beatæ
Virginis prope plebem Destruatur altare quod est in
facie contra portam. Claudatur cæmeterium»
[nella chiesa della Beata Vergine accanto alla pieve
si demolisca l’altare che si trova sulla faccia
contro la porta; sia recintato il cimitero].
Naturalmente il titolo di “pieve” [plebem]
attribuito alla parrochiale di Verola Alghise è un
generoso equivoco, inopinatamente scaturito forse
dalla nobiltà dell’edificio, o piuttosto dalla
influenza dei suoi cospicui patroni: in realtà la
prepositura collegiata di San Lorenzo non fu mai
pieve per tutta la sua storia, se non nei lapsus
di qualche troppo zelante osservatore. In ogni caso,
a proposito dell’altarino della Madonna, il Pilati
non sa dire di più, se non che era «in facie
contra portam», lasciando intatte tutte le
perplessità suscitate dal Bollani circa le possibili
interpretazioni.
Se
dobbiamo proprio dire l’idea che ci siamo fatti
leggendo i documenti, il piccolo altare secondario
poteva trovarsi sul fronte interno della facciata
principale, dentro la chiesa, a fianco e quasi a
ridosso dell’unico ingresso. Ma questa ipotesi,
naturalmente, vale tanto quanto quella del lettore.
Dopo il 1572, l’altare fuori ordinanza fu
doverosamente eliminato, visto che non se ne trova
più traccia nelle visite successive; e anzi il
delegato del cardinal Borromeo, don Carlo Agostini,
confermava nel marzo 1580 che dentro la cappella
cimiteriale esisteva ormai un solo altare. È lo
stesso abate Agostini che dipinge con parole
glaciali il degrado incombente dell’edificio: «Oratorium
sanctæ mariæ in Cemiterio sancti laurentij predicti
est parvum et incongruum» [l’oratorio di Santa
Maria nel cimitero di San Lorenzo è piccolo e
inadeguato]. San Carlo in persona, dopo la sua
visita del luglio 1580, decretò la soppressione
definitiva del piccolo antico tempio mariano, e con
uno sprazzo di quella sensibilità per le plebi
cristiane, che in qualche felice momento rasserenava
il suo inflessibile rigore, risparmiò dall’ultima
cancellazione almeno la venerata icona della
Madonna, che campeggiava ancora sull’unico altare
della chiesetta:
In oratorio Sanctæ
Mariæ in Cemiterio Sancti Laurentij.
Oratorium Sanctæ Mariæ In Cæmeterio Sancti
Laurentij tollatur, et Sancta imago
beatissimæ Virginis intra ecclesiam ad aliquod
altare transferatur,
[Disposizioni per l’oratorio di
Santa Maria nel cimitero di San Lorenzo: l’oratorio
sia eliminato e la sacra immagine della beatissima
Vergine sia trasportata nella chiesa parrocchiale su
uno degli altari.]
È
niente più di un sospetto, privo al momento di
riscontri documentari, ma vien fatto di pensare che
il noto dipinto della cosiddetta Madonna del
Campanile, oggetto di devozione per secoli da parte
dei verolesi e riconducibile a moduli iconografici
di impronta tardo quattrocentesca, possa essere
appunto quell’affresco della vetusta chiesa
cimiteriale, traslato forse una prima volta presso
la torre, dopo il 1580, all’atto della soppressione
dell’oratorio cui apparteneva, e quindi
definitivamente collocato nel ‘700 sull’altare
laterale, dove si trova ancor oggi.
|
|
|
|
seconda parte
 |
|
|
|