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Verolanuova

 

La cappella dei ‘Batài

di Enrica De Angeli - Doriana Francesconi - Franca Vergine

 

da CASANOVA, Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce. Le chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni (San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, pp. 129-137.

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Scarseggiando fonti scritte, a cui attingere informazioni per un’indagine che ripercorra la storia della chiesetta del fienile Maco o dei Batài dalle origini alla demolizione, ci limiteremo a ricucire frammenti di memorie, raccolti qua e là, fra la gente che a questa chiesetta ha affidato le proprie speranze e la propria fede o un semplice pensiero devozionale. Ricordi vaghi e sfumati, o dai contorni precisi, si intrecciano nella narrazione di chi ha assistito al lento declino di questo umile sacello, sorto in aperta campagna, lontano dai luoghi di culto importanti, ma vicino all’animo schietto dei contadini. Tutte le testimonianze raccolte, anche se talvolta fra loro discordanti, sono state egualmente valorizzate per la ricostruzione delle vicende che hanno segnato la storia di questo tempietto, ancora vivo nella memoria dei fedeli, ma destinato a svanire nel nulla, per la carenza di documenti scritti che gli consentano di sopravvivere nel tempo.

    La chiesetta si trovava a sud dell’abitato di Verolanuova, a fianco della linea ferroviaria Brescia-Cremona, poco oltre il ponte detto de la Lüna. L’unico documento scritto, da noi reperito, un atto di consegna stilato a Verolanuova il 30 luglio 1927 dal geometra Oreste Gogna, fornisce informazioni precise sull’ubicazione della chiesetta: «la chiesuola sorge presso l’angolo sud est del mappale n. 1035 e sovrasta in parte al vaso Cesaresca mediante ponte di cotto con spalla in disordine».

    Rimangono ora, a testimoniare la sua esistenza, solo alcuni mattoni che documentano l’incuria dell’uomo nei confronti del patrimonio tramandato dagli avi, frutto di tanti sacrifici ed oggetto di tanta devozione.

 

La leggenda delle origini 

La santèla dei Batài pare sia sorta sulle rovine dell’antica “cappella delle Battaglie”: così almeno recitava una delle due lapidi, già conservate presso l’ospedale di Verolanuova e oggi perdute, ma che di sicuro si trovavano sulle pareti del piccolo santuario. Ecco il testo (in latino) della prima, che contiene sintetiche ma chiare informazioni sul tempo e le modalità di fondazione della cappella:

Bornati Pietro
donato fundo Anno Domini mdccclxxii
die iiiª Februarii
Monteverdi Josephus
erexit a fundamentis Sanctuarium
B(
eatae). V(irgini). M(ariae). dicatum

[Su un terreno donato da Pietro Bornati il 3 febbraio dell’anno del Signore 1872 Giuseppe Monteverdi eresse dalle fondamenta questo santuario dedicato alla Beata Vergine Maria.] 

    Come si vede, l’erezione avvenne dalle fondamenta (a fundamentis) nel febbraio del 1872: ciò permette di escludere la preesistenza di una chiesa vera e propria. Non è, invece, improbabile che nel medesimo luogo esistesse in precedenza, e da lungo tempo, una semplice santella, documentata anche dalle mappe del primo ‘800, che fu eliminata per far posto al nuovo edificio. È forse questa la cappella nominata nella seconda iscrizione (in italiano), le cui notizie sono tuttavia inattendibili, richiamandosi ad episodi notoriamente dimostrati falsi dalla critica storica seria, già alla metà del secolo scorso: 

Questo Santuario
fabbricato sulle rovine dell’antica cappella delle battaglie
ricorda Alghisio Gambara
conte e signore del feudo di Verola
valoroso capitano
strenuo difensore del proprio territorio
quivi invocato l’aiuto della Vergine SS.
ebbe da lei lo stratagemma del taglio delle piante
massacrando con pochi soldati il nemico
presso l’antica boscaglia delle Vincellate.
i verolesi salvati dal ferro e dal fuoco
cantando lodi a Maria
entrarono in paese contrada Cantalodi
lasciando ai posteri questo sacro ricordo
 

    In effetti, un vecchio libro di storie bresciane raccontava il seguente episodio. Nel secolo XII, un condottiero nativo di Vobarno, Ardiccio degli Aimoni, nobile e ricchissimo, aveva fatto distribuire ingenti somme di denaro al popolo per averlo dalla sua parte nelle inevitabili lotte, che miravano ad estendere il carattere popolare delle assemblee politiche, e quindi a favorire sempre più la nascente autonomia comunale. Ardiccio aveva proposto, inoltre, e aveva ottenuto, che le terre dell’agro bresciano, convertite dall’imperatore Enrico IV in possedimenti feudali, venissero distribuite ai poveri; ed egli stesso, insieme con altri, aveva avuto nel 1103 dal Consiglio di Credenza tale incarico. Da questa audace politica nacque un acuto dissidio con la parte del vescovo Arimanno, sfociato in episodi sanguinosi.

    Così nella sua Storia di Pontevico il Berenzi [1888, pp. 37-39] (che mostra di non avere idee chiare sul senso della politica di Ardiccio, ma questo a noi poco importa) riassume le vicende narrate dal Biemmi:

Se si vuol credere alla Cronaca Ardicciana, pubblicata dal Biemmi, uno degli scontri più fieri che ebbero luogo tra gli Ardicciani (Valvassori), e gli Arimanni (popolani), avvenne nel 1106, quì nel territorio di Pontevico, in un bosco della frazione Bettegno.
Domenico Avogadro valvassore di Val Trompia e Val Sabbia, e Chizzolo Chizzola valvassore di Fiesse, avendo inteso, che ben 3000 uomini, parte mandati dai Milanesi, e parte dal Comune di Brescia assoldati nei vicini vescovadi, doveano appunto passare da Pontevico per il bosco di Bettegno, domandarono ajuti ad Ardiccio, e ricorsero astutamente alle insidie affine di arrestare improvvisamente quei nemici, e sterminarli se fosse possibile, innanzi che si collegassero agli Arimanni, e si disponessero a battaglia. – I due valvassori ebbero da Ardiccio degli Aimoni circa 2000 armati; e con questi, la notte prima dell’arrivo dei nemici, essendo penetrati nel detto bosco (che secondo il Bravo sarebbe stato probabilmente una continuazione di quello, che in parte vedesi tuttora presso le Vencellate, nella frazione Campazzo), fecero tagliare alla radice tutti gli alberi, che sorgevano lungo la via, che attraversava la selva, ma in modo che restassero tuttavia in piedi, e al più piccolo urto dovessero precipitare gli uni sugli altri.
Tese in tal modo le insidie, gli Ardicciani si appostarono tutti nell’interno del bosco, attendendo, che si avanzassero i collegati del Vescovo Arimanno, per dar loro improvvisamente l’assalto.
Questi di nulla sospettando, passarono l’Oglio, e drizzati come erano verso la città, si innoltrarono senza alcun timore nella foresta. – Fu allora, che a un cenno del capo dei valvassori, furono dai soldati ardicciani urtati violentemente gli ultimi alberi della via; e questi rovesciandosi e cadendo mano mano sugli altri, ruinarono tutti con lungo scroscio sulle file dei collegati, talché in brevissima ora scompigliarono, o schiacciarono con orrenda strage sulla via, quasi intera quella moltitudine di uomini: i pochi rimasti illesi si diedero confusamente alla fuga; ma inseguiti tosto, e raggiunti dai soldati dell’Avogadro e del Chizzolo, furono in breve fatti prigionieri; di modo che si dice, che di quei 3000 armati, neppur uno abbia potuto mettersi in salvo. 

    Come si vede, questo episodio fantasioso (ricalcato su noti modelli della letteratura latina) riguarda specificamente il territorio di Pontevico e Bettegno, piuttosto che quello di Verola Alghise; e in ogni caso non vi compare la figura del presunto feudatario verolese Alghisio Gambara. Costui figura invece, nelle pagine del Biemmi, accanto ad Ardiccio ma in posizione affatto marginale, in un episodio successivo, attribuito al 1109. Ricorriamo ancora al compendio del Berenzi [1888, p. 40]:

Del resto la provincia nostra, col terminare di questa guerra, non ebbe a godere a lungo di una pace vera; che anzi in appresso la si vide percorsa da una banda di forsennati avventurieri, i quali la misero in più luoghi a ferro e a fuoco. Costoro erano condotti da un fiero capitano, scampato già al patibolo, Leutelmo o Leutelmonte da Esine, il quale collegatosi alla gente delle due ambiziose sorelle Calveria e Guercina Federici, coll’animo suo audace, e colla potenza del suo braccio portò il terrore dovunque egli ebbe a comparire colla sua masnada. Finalmente però fu sorpreso egli stesso dall’esercito di Ardiccio e di Alghisio Gambara; e in una giornata campale combattendo disperatamente, cadde vinto, mentre gli ultimi dei suoi erano messi in fuga. 

    Qui c’è il puro e semplice nome del Gambara, ma ancora una volta del tutto sganciato dall’ambiente di Verola.

 

L’iscrizione sopra riportata, invece, ricostruisce la presunta vicenda della fondazione della cappella in termini diversi, facendone per di più protagonista il territorio e il popolo verolese. Si sostiene, infatti, che nel luogo della chiesetta dei Batài il conte di Verola, Alghisio Gambara, nell’intento di difendere il proprio feudo minacciato, avesse invocato la Beata Vergine Maria e, da lei ispirato, avesse messo in atto il celebre stratagemma del taglio delle piante nella selva presso le Vincellate: un’imboscata che consentì la vittoria decisiva e il trionfale ritorno in paese della popolazione dispersa. Mentre rientravano alle proprie dimore, i verolesi avrebbero cantato lodi alla Madonna che li aveva salvati dall’invasione: per questo la zona da loro attraversata avrebbe preso il nome di Cantalodi (corrispondente oggi a via Volta e dintorni).

    In realtà, anche ammettendo che l’episodio delle Vincellate, così come riportato dal Biemmi e dal Berenzi, possa avere (ma non ne ha) qualche elemento di credibilità, la rielaborazione che ne viene fatta dall’ignoto autore dell’iscrizione è così contraddittoria e priva di riscontri, da risultare improponibile.

    Alghisio Gambara non è detto conte di Verola nel passo del Biemmi, e non è nemmeno messo in relazione con il paese; la battaglia delle Vincellate non riguarda il possesso del presunto feudo verolese, ma un contrasto fra i partigiani del vescovo di Brescia Arimanno e i cosiddetti valvassori, cioè i feudatari minori del territorio; il luogo del presunto scontro non lambisce i confini di Verola, ma appartiene al circondario di Pontevico, in particolare la zona di Bettegno e forse Campazzo; i comandanti degli aggressori sono espressamente individuati dalla fonte in Domenico Avogadro valvassore di Val Trompia e Val Sabbia, e Chizzolo Chizzola valvassore di Fiesse: neppure qui alcun cenno al Gambara.

    Per non dire poi del miracolo con cui la Madonna ispirò al Gambara l’espediente bellico: trovata che spetta senz’altro all’autore della lapide; come pure la processione del popolo verolese esultante, che con i suoi canti e preghiere di ringraziamento segnò il nome della contrada.

    Come far ordine in questo marasma? L’ipotesi più verosimile è che già prima del 1872 esistesse – come si è detto – nel luogo dove poi sorse la chiesa, una santella denominata dei Batài (forse da un cognome o soprannome di famiglia). L’immagi­nazione accesa di chi dettò la lapide (probabilmente l’eccentrico custode della chiesetta, don Monteverdi), nutrita da una lettura piuttosto superficiale delle pagine del Biemmi, non trovò ostacoli a interpretare il nome dialettale dei Batài nel senso di Battaglia, e a collegare senz’altro tale battaglia all’antico presunto scontro delle Vincellate. Dopo tutto, il divario tra la località dell’evento e quella vera della chiesetta poteva essere colmato creativamente, innestando il devoto racconto del miracolo che, in quanto di pura invenzione, si poteva collocare dove meglio quadrava con la desiderata ricostruzione della vicenda. Se poi si faceva caso che non lontano da lì esisteva una contrada dal curioso e inesplicabile nome di Cantalodi, ecco pronto un ulteriore elemento a coronare la storia con l’opportuno esito trionfale e religioso, perfettamente coerente con la fondazione di un luogo di culto. In presenza di tutti questi sapidi ingredienti, ricomporre l’antica leggenda a uso e consumo dell’oscuro medioevo verolese era uno scherzo.

    Ammesso che la nostra ricostruzione sia verosimile, accadde qui, pur in tempi piuttosto tardivi, un fenomeno abbastanza frequente in ogni epoca del passato antico e recente di tutte le società: la cosiddetta eziologia popolare, ossia la ricostruzione immaginosa di un fatto, desunto dalla ipotetica interpretazione etimologica di un vocabolo, in particolare un toponimo. In altre parole, a partire da un nome di luogo inconsueto e incomprensibile, si tentava anzitutto di risalire più o meno abusivamente ad una parola o ad un concetto noto, e intorno ad esso infine ci si sbizzarriva nella ingenua ricostruzione di personaggi ed eventi, che riempivano con l’immaginazione l’inevitabile vuoto di informazioni della storia.

    Se una santella mariana era detta dei Batài, ci doveva per forza essere stata là vicino una battaglia; il nome di una contrada suonava Cantalodi, qualcuno vi doveva qualche volta aver cantato delle lodi; se un feudo dei Gambara si chiamava Verola Alghise, non poteva essere stato fondato che da un Alghisio Gambara: fin qui arrivava da sola la semplice intelligenza popolare. Più in là subentravano le dotte letture dell’uomo colto, del prete che aveva sfogliato il Biemmi e vi aveva trovato materia per soddisfare gli interrogativi rimasti aperti: una battaglia c’era stata, anche se non proprio addosso alla santella; c’era perfino un Alghisio Gambara, benché avesse poco a che fare con le Vincellate (obiezioni del tutto irrilevanti, di fronte alla straordinaria evidenza delle coincidenze!); quanto alle lodi da cantare, il silenzio delle fonti non faceva ostacolo a concepire un fausto corteo di ringraziamento; mentre per la cappella mariana era addirittura ovvio che una miracolosa vittoria venisse celebrata con un pegno religioso. È così che nascono le leggende.

 

I sacerdoti officianti 

Come si legge nell’epigrafe latina sopra menzionata, un certo signor Pietro Bornati, il 3 febbraio 1872, aveva donato un fondo sul quale fu eretto da tale Giuseppe Monteverdi il santuario dedicato alla Beata Vergine.

    Intorno a quest’ultimo personaggio le notizie sono contrastanti. Don Angelo Quaranta sostiene che il Monteverdi era parroco a Borgosatollo, dove viveva in perpetuo conflitto con parrocchiani e curia vescovile per una divergenza di mentalità e a causa di un suo modo personale di esercitare il sacerdozio. Da qui se ne tornò a Verolanuova, dove risiedeva la sua famiglia di origine e dove costruì la chiesetta, presso la quale si recava ogni mattina a dir messa. Forse fu proprio questo suo vivere fuori dalla comunità civile e religiosa che favorì il nascere della leggenda del prete “scomunicato”.

    Il professor Guido Bosio di Borgosatollo afferma, invece, che un certo don Monteverdi, nato a Verolavecchia nel 1862, dopo l’ordinazione a sacerdote fu mandato alla Breda e, data la vicinanza a Verolanuova, forse officiò anche presso la chiesetta dei Batài. Nel marzo 1901 fu trasferito a Borgosatollo con l’incarico di prefetto di sagrestia, cioè responsabile delle cerimonie e della manutenzione degli arredi sacri. Quasi subito nacquero contrasti col parroco, la fabbriceria, la curia, contrasti che sempre più si inasprirono fino a sfociare in una violenta rottura, tanto che il Monteverdi decise di costruire un proprio santuario a Borgosatollo, tagliando i ponti con la burocrazia clericale. Già nel 1905 la rottura era completa; infatti, per ordine del vescovo don Monteverdi poteva officiare solamente a Verolanuova oppure a Brescia, presso ordini religiosi. Si può supporre quindi che il sacerdote sia tornato a Verolanuova e che il parroco dell’epoca, onde evitare problemi con la sua personalità battagliera ed irascibile, gli abbia permesso di celebrare messe solo presso la santella dei Batài, sperduta in aperta campagna. A ciò forse si deve il fatto che il nome di don Monteverdi nel ricordo di alcuni verolesi è legato a questa chiesetta.

    Senza dubbio, entrambe le versioni evidenziano il carattere indipendente del prete, ribelle alle regole della vita sociale. Tuttavia la cronologia ricostruita dal prof. Bosio impedisce di identificare nel Monteverdi il fondatore della cappella, sorta solo dieci anni dopo la sua nascita: sempre che la data riportata nell’iscrizione sia corretta, si dovrebbe ritenere che a costruire l’oratorio campestre sia stato un parente, o un omonimo.

    Altri furono i custodi della cappella dopo il Monteverdi: secondo la testimonianza di Annunziata Rossini di Verolanuova, l’ultimo sacerdote officiante fu un tale nativo di Gottolengo, morto poi a Verolanuova nella casa del Ciàndro.

    Giuseppe Venturini (Pino de Làora) afferma che l’ultimo celebrante e confessore dei Batài sia stato don Giuseppe Noli, morto di tisi a soli 34 anni: la sua veglia funebre fu celebrata presso la casa delle signore Bertoni in via Dante, e fu poi sepolto a Pavone Mella. Il prevosto don Nicostrato Mazzardi (1927-1954) non voleva che il sacerdote officiasse nella chiesetta, perché essendo affetto da tubercolosi rappresentava un potenziale pericolo di contagio.

 

La struttura della cappella

Prima della chiesetta – come si è detto – esisteva probabilmente una edicola, che doveva essere un semplice muro con un dipinto dedicato alla Beata Vergine. Il piccolo tempio, costruito solo nel 1872, era semplice nell’architettura, come si conveniva ad una costruzione campestre; la si notava tuttavia a distanza per una cupoletta circolare, insolita nelle chiese di campagna, e una piccola torre. Incerte sono le dimensioni dell’edificio: i più concordano per una lunghezza di sei metri ed una larghezza di quattro circa.

    Una descrizione abbastanza completa del complesso architettonico e delle sue condizioni risulta dall’Atto di consegna firmato dal geometra Oreste Gogna il 30 luglio 1927 (gentilmente fornitoci dal signor Antonio Amighetti di Verolanuova):

Vi si accede dalla stradella sopranominata per mezzo di apertura avente stipiti e cimiero in cemento, soglia in parte di vivo ed in parte di cemento, serramento costituito di due vecchi battenti logori muniti di serratura, chiave, pomale di ottone e contrafforte di ferro.
Ha pavimento formato di quadri di cotto di cui n. otto sono smossi. Pareti con dipinti scrostate in parte ed ammalorate. Soffitto a volto reale con cupoletta. Tetto con tegole a canale alquanto in disordine. Altare di cotto con superiore dipinto rappresentante la Madonna di Caravaggio. Due finestre laterali all’altare difese da feriata, grata filo ferro e talai deperiti con complessivi due vetri buoni. Finestrelle della cupola difese come sopra e con un vetro buono ed uno filato. Tre finestrelle superiormente all’atrio difese come sopra e con due vetri rotti. 

    Dal testo si apprende che la tipologia della facciata era semplice; su essa si apriva una porta centrale sormontata da tre finestrelle. La descrizione dei battenti, il tetto in disordine, i vetri rotti ne mettono in evidenza il precario stato di conservazione. Modesto era anche l’interno: il pavimento era in cotto, in parte sconnesso; alle pareti dipinti logorati dalla umidità e dalla incuria; l’altare era in mattoni, sormontato da un dipinto raffigurante la Madonna di Caravaggio; il soffitto era a volta con una cupoletta, nella quale si aprivano finestrelle: l’ambiente doveva essere piuttosto luminoso, se la luce penetrava anche da due finestre a lato dell’altare e da tre finestrelle sopra l’atrio.

    Fissata sulla parete destra della navata era la lapide che ricordava la battaglia delle Vincellate. L’altra iscrizione in marmo, che ricordava la costruzione dell’edificio, probabilmente si era staccata dalla parete: infatti il documento la definisce «fuori opera».

Lapide di marmo fissa alla navata di destra con epigrafe ricordante la battaglia delle Vincellate vinta da Alghisio Gambara Signore del Feudo di Verolanuova. Altra lapide di marmo fuori opera, per ricordare la costruzione di questo santuario. La torretta è priva di campane ed ha le finestre difese da grata filo ferro e la cuspide munita di croce ferro. 

    Le ultime parole della relazione Gogna sono dedicate al campanile.

 

La devozione popolare

Probabilmente preoccupazione prevalente del tecnico era valutare l’edificio dal punto di vista della stabilità e dello stato di conservazione, non come luogo di culto. La sua descrizione, infatti, non fa menzione di altri oggetti presenti nel luogo sacro, ricordati invece da alcuni testimoni.

    I candelabri in ottone, il crocifisso e le segrete (o carteglorie: tre tabelle con scritte alcune parti della messa) presenti sull’altare erano prova di una devozione intensa e di una assidua partecipazione alle funzioni religiose. Una corona del rosario e un segnaröl (acquasantiera) conferivano maggiore sacralità al luogo, mentre le lampade votive, attraverso la penombra, favorivano un intimo raccoglimento. Lateralmente una piccola sacristia ospitava un armadio per la custodia dei paramenti sacri. La presenza di alcuni ex voto, poi, attestava l’accadimento di eventi straordinari, ritenuti prodigiosi dalla credenza popolare.

    Salì Dacquaröl (Carlo Sala, adacquarolo) di Verolanuova, durante la vendemmia, una volta aveva utilizzato un quadrèl (mattone) della chiesa per sostenere una botte, ma da questa, pur essendo di buona fattura ed in ottimo stato, aveva iniziato a colare vino. Inutili furono i numerosi tentativi di eliminare la fuoriuscita del prezioso liquido; solo quando si decise di togliere il mattone e riportarlo al suo posto, la botte cessò di perdere.

    Alla chiesetta affluivano i fedeli del circondario per le cerimonie religiose. In particolari occasioni dell’anno liturgico veniva addobbata con festoni anche la stradetta (strada vicinale della Battàia) che conduceva al luogo di culto. Alcuni testimoni ricordano che nel mese di maggio, la sera, si era soliti riunirsi presso la chiesetta per la recita del rosario.

    Durante i conflitti mondiali, donne e bambini vi si recavano in pellegrinaggio, sorretti dalla fede e dalla speranza di riabbracciare i loro cari. Si racconta anche che al termine del conflitto in questo luogo sia apparsa la Madonna. Inoltre, durante i temporali, i contadini vi si riparavano per sfuggire agli improvvisi rovesci; talvolta, però, declassavano la santella adibendola a deposito di attrezzi agricoli.

    Nel 1965 – ricorda Carlo Sala – si decise la demolizione del campanile, ritenuto erroneamente pericolante. Avvenne allora un fatto inspiegabile, dal sapore quasi miracoloso (o, se si vuole, guareschiano). Il campanile, imbrigliato in una solida corda, rimase imperterrito al suo posto, nonostante la notevole forza trainante di un trattore. Che cosa era successo? La corda, dopo aver divelto soltanto tre bernardì (pilastrini) – il quarto era rimasto intatto – ne aveva attraversato la base, lasciando la svettante struttura in perfetto equilibrio. Si dovette, pertanto, tornare in paese a prendere una lunga trave (anténa) per abbatterlo. Come se non bastasse, il trattore si bloccò, e non volle più saperne di partire, tant’è che dovette essere rimorchiato fino alla cascina del Salì.

    La straordinarietà di questi fenomeni suscitò nella piccola folla di curiosi e di addetti ai lavori una inquietudine tale da far avvertire quasi la presenza di forze soprannaturali contrarie a quell’azione così irriverente.

    Subito dopo l’abbattimento del campanile, si procedette alla demolizione della chiesetta. In quell’occasione don Angelo Quaranta, allora cappellano della Congregazione di Carità (Ospedale), fu incaricato di ispezionare l’edificio. Il sacerdote informò l’amministrazione che l’edificio era ormai del tutto malandato e non più idoneo al culto; suggerì, comunque, di installare dopo la demolizione un cippo in pietra con incisa la sagoma della chiesetta a ricordo della sua esistenza.

 

Chi oggi si aggira nei dintorni del luogo un tempo sacro, respira un’atmosfera carica di fascino misterioso, reso più intenso dai pochi mattoni che si intravedono fra le erbacce, l’unica vegetazione che a stento vi sopravvive.

 

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