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Verolanuova
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La
cappella dei ‘Batài’
di
Enrica De Angeli -
Doriana Francesconi -
Franca Vergine
da CASANOVA,
Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce.
Le chiese del territorio demolite negli ultimi
cent’anni (San Paolo, Verolavecchia,
Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra
& Civiltà, pp. 129-137.
[pdf]
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Scarseggiando fonti scritte, a cui attingere
informazioni per un’indagine che ripercorra la
storia della chiesetta del fienile Maco o dei
Batài dalle origini alla demolizione, ci
limiteremo a ricucire frammenti di memorie,
raccolti qua e là, fra la gente che a questa
chiesetta ha affidato le proprie speranze e la
propria fede o un semplice pensiero devozionale.
Ricordi vaghi e sfumati, o dai contorni precisi,
si intrecciano nella narrazione di chi ha
assistito al lento declino di questo umile
sacello, sorto in aperta campagna, lontano dai
luoghi di culto importanti, ma vicino all’animo
schietto dei contadini. Tutte le testimonianze
raccolte, anche se talvolta fra loro
discordanti, sono state egualmente valorizzate
per la ricostruzione delle vicende che hanno
segnato la storia di questo tempietto, ancora
vivo nella memoria dei fedeli, ma destinato a
svanire nel nulla, per la carenza di documenti
scritti che gli consentano di sopravvivere nel
tempo.
La chiesetta si trovava a sud dell’abitato
di Verolanuova, a fianco della linea ferroviaria
Brescia-Cremona, poco oltre il ponte detto de
la Lüna. L’unico documento scritto, da noi
reperito, un atto di consegna stilato a
Verolanuova il 30 luglio 1927 dal geometra
Oreste Gogna, fornisce informazioni precise
sull’ubicazione della chiesetta: «la
chiesuola sorge presso l’angolo sud est del
mappale n. 1035 e sovrasta in parte al vaso
Cesaresca mediante ponte di cotto con spalla in
disordine».
Rimangono ora, a testimoniare la sua
esistenza, solo alcuni mattoni che documentano
l’incuria dell’uomo nei confronti del patrimonio
tramandato dagli avi, frutto di tanti sacrifici
ed oggetto di tanta devozione.
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La leggenda delle origini
La santèla dei Batài pare sia sorta sulle
rovine dell’antica “cappella delle Battaglie”:
così almeno recitava una delle due lapidi, già
conservate presso l’ospedale di Verolanuova e
oggi perdute, ma che di sicuro si trovavano
sulle pareti del piccolo santuario. Ecco il
testo (in latino) della prima, che contiene
sintetiche ma chiare informazioni sul tempo e le
modalità di fondazione della cappella:
Bornati Pietro
donato fundo Anno Domini mdccclxxii
die iiiª Februarii
Monteverdi Josephus
erexit a fundamentis Sanctuarium
B(eatae). V(irgini). M(ariae).
dicatum
[Su un
terreno donato da Pietro Bornati il 3 febbraio
dell’anno del Signore 1872 Giuseppe Monteverdi
eresse dalle fondamenta questo santuario
dedicato alla Beata Vergine Maria.]
Come si vede, l’erezione avvenne dalle
fondamenta (a fundamentis) nel febbraio
del 1872: ciò permette di escludere la
preesistenza di una chiesa vera e propria. Non
è, invece, improbabile che nel medesimo luogo
esistesse in precedenza, e da lungo tempo, una
semplice santella, documentata anche dalle mappe
del primo ‘800, che fu eliminata per far posto
al nuovo edificio. È forse questa la cappella
nominata nella seconda iscrizione (in italiano),
le cui notizie sono tuttavia inattendibili,
richiamandosi ad episodi notoriamente dimostrati
falsi dalla critica storica seria, già alla metà
del secolo scorso:
Questo Santuario
fabbricato sulle rovine dell’antica cappella
delle battaglie
ricorda Alghisio Gambara
conte e signore del feudo di Verola
valoroso capitano
strenuo difensore del proprio territorio
quivi invocato l’aiuto della Vergine SS.
ebbe da lei lo stratagemma del taglio delle
piante
massacrando con pochi soldati il nemico
presso l’antica boscaglia delle Vincellate.
i verolesi salvati dal ferro e dal fuoco
cantando lodi a Maria
entrarono in paese contrada Cantalodi
lasciando ai posteri questo sacro ricordo
In effetti, un vecchio libro di storie
bresciane raccontava il seguente episodio. Nel
secolo XII, un condottiero nativo di Vobarno,
Ardiccio degli Aimoni, nobile e ricchissimo,
aveva fatto distribuire ingenti somme di denaro
al popolo per averlo dalla sua parte nelle
inevitabili lotte, che miravano ad estendere il
carattere popolare delle assemblee politiche, e
quindi a favorire sempre più la nascente
autonomia comunale. Ardiccio aveva proposto,
inoltre, e aveva ottenuto, che le terre
dell’agro bresciano, convertite dall’imperatore
Enrico IV in possedimenti feudali, venissero
distribuite ai poveri; ed egli stesso, insieme
con altri, aveva avuto nel 1103 dal Consiglio di
Credenza tale incarico. Da questa audace
politica nacque un acuto dissidio con la parte
del vescovo Arimanno, sfociato in episodi
sanguinosi.
Così nella sua Storia di Pontevico il
Berenzi [1888, pp. 37-39] (che mostra di non
avere idee chiare sul senso della politica di
Ardiccio, ma questo a noi poco importa) riassume
le vicende narrate dal Biemmi:
Se si vuol
credere alla Cronaca Ardicciana,
pubblicata dal Biemmi, uno degli scontri più
fieri che ebbero luogo tra gli Ardicciani (Valvassori),
e gli Arimanni (popolani), avvenne nel
1106, quì nel territorio di Pontevico, in un
bosco della frazione Bettegno.
Domenico Avogadro valvassore di Val Trompia e
Val Sabbia, e Chizzolo Chizzola valvassore di
Fiesse, avendo inteso, che ben 3000 uomini,
parte mandati dai Milanesi, e parte dal Comune
di Brescia assoldati nei vicini vescovadi,
doveano appunto passare da Pontevico per il
bosco di Bettegno, domandarono ajuti ad Ardiccio,
e ricorsero astutamente alle insidie affine di
arrestare improvvisamente quei nemici, e
sterminarli se fosse possibile, innanzi che si
collegassero agli Arimanni, e si disponessero a
battaglia. – I due valvassori ebbero da Ardiccio
degli Aimoni circa 2000 armati; e con questi, la
notte prima dell’arrivo dei nemici, essendo
penetrati nel detto bosco (che secondo il Bravo
sarebbe stato probabilmente una continuazione di
quello, che in parte vedesi tuttora presso le
Vencellate, nella frazione Campazzo), fecero
tagliare alla radice tutti gli alberi, che
sorgevano lungo la via, che attraversava la
selva, ma in modo che restassero tuttavia in
piedi, e al più piccolo urto dovessero
precipitare gli uni sugli altri.
Tese in tal modo le insidie, gli Ardicciani si
appostarono tutti nell’interno del bosco,
attendendo, che si avanzassero i collegati del
Vescovo Arimanno, per dar loro improvvisamente
l’assalto.
Questi di nulla sospettando, passarono l’Oglio,
e drizzati come erano verso la città, si
innoltrarono senza alcun timore nella foresta. –
Fu allora, che a un cenno del capo dei
valvassori, furono dai soldati ardicciani urtati
violentemente gli ultimi alberi della via; e
questi rovesciandosi e cadendo mano mano sugli
altri, ruinarono tutti con lungo scroscio sulle
file dei collegati, talché in brevissima ora
scompigliarono, o schiacciarono con orrenda
strage sulla via, quasi intera quella
moltitudine di uomini: i pochi rimasti illesi si
diedero confusamente alla fuga; ma inseguiti
tosto, e raggiunti dai soldati dell’Avogadro e
del Chizzolo, furono in breve fatti prigionieri;
di modo che si dice, che di quei 3000 armati,
neppur uno abbia potuto mettersi in salvo.
Come si vede, questo episodio fantasioso
(ricalcato su noti modelli della letteratura
latina) riguarda specificamente il territorio di
Pontevico e Bettegno, piuttosto che quello di
Verola Alghise; e in ogni caso non vi compare la
figura del presunto feudatario verolese Alghisio
Gambara. Costui figura invece, nelle pagine del
Biemmi, accanto ad Ardiccio ma in posizione
affatto marginale, in un episodio successivo,
attribuito al 1109. Ricorriamo ancora al
compendio del Berenzi [1888, p. 40]:
Del resto la
provincia nostra, col terminare di questa
guerra, non ebbe a godere a lungo di una pace
vera; che anzi in appresso la si vide percorsa
da una banda di forsennati avventurieri, i quali
la misero in più luoghi a ferro e a fuoco.
Costoro erano condotti da un fiero capitano,
scampato già al patibolo, Leutelmo o Leutelmonte
da Esine, il quale collegatosi alla gente delle
due ambiziose sorelle Calveria e Guercina
Federici, coll’animo suo audace, e colla potenza
del suo braccio portò il terrore dovunque egli
ebbe a comparire colla sua masnada. Finalmente
però fu sorpreso egli stesso dall’esercito di
Ardiccio e di Alghisio Gambara; e in una
giornata campale combattendo disperatamente,
cadde vinto, mentre gli ultimi dei suoi erano
messi in fuga.
Qui c’è il puro e semplice nome del Gambara,
ma ancora una volta del tutto sganciato
dall’ambiente di Verola.
L’iscrizione sopra riportata, invece,
ricostruisce la presunta vicenda della
fondazione della cappella in termini diversi,
facendone per di più protagonista il territorio
e il popolo verolese. Si sostiene, infatti, che
nel luogo della chiesetta dei Batài il
conte di Verola, Alghisio Gambara, nell’intento
di difendere il proprio feudo minacciato, avesse
invocato la Beata Vergine Maria e, da lei
ispirato, avesse messo in atto il celebre
stratagemma del taglio delle piante nella selva
presso le Vincellate: un’imboscata che consentì
la vittoria decisiva e il trionfale ritorno in
paese della popolazione dispersa. Mentre
rientravano alle proprie dimore, i verolesi
avrebbero cantato lodi alla Madonna che li aveva
salvati dall’invasione: per questo la zona da
loro attraversata avrebbe preso il nome di
Cantalodi (corrispondente oggi a via Volta e
dintorni).
In realtà, anche ammettendo che l’episodio
delle Vincellate, così come riportato dal Biemmi
e dal Berenzi, possa avere (ma non ne ha)
qualche elemento di credibilità, la
rielaborazione che ne viene fatta dall’ignoto
autore dell’iscrizione è così contraddittoria e
priva di riscontri, da risultare improponibile.
Alghisio Gambara non è detto conte di Verola
nel passo del Biemmi, e non è nemmeno messo in
relazione con il paese; la battaglia delle
Vincellate non riguarda il possesso del presunto
feudo verolese, ma un contrasto fra i partigiani
del vescovo di Brescia Arimanno e i cosiddetti
valvassori, cioè i feudatari minori del
territorio; il luogo del presunto scontro non
lambisce i confini di Verola, ma appartiene al
circondario di Pontevico, in particolare la zona
di Bettegno e forse Campazzo; i comandanti degli
aggressori sono espressamente individuati dalla
fonte in Domenico Avogadro valvassore di Val
Trompia e Val Sabbia, e Chizzolo Chizzola
valvassore di Fiesse: neppure qui alcun cenno al
Gambara.
Per non dire poi del miracolo con cui la
Madonna ispirò al Gambara l’espediente bellico:
trovata che spetta senz’altro all’autore della
lapide; come pure la processione del popolo
verolese esultante, che con i suoi canti e
preghiere di ringraziamento segnò il nome della
contrada.
Come far ordine in questo marasma? L’ipotesi
più verosimile è che già prima del 1872
esistesse – come si è detto – nel luogo dove poi
sorse la chiesa, una santella denominata dei
Batài (forse da un cognome o soprannome di
famiglia). L’immaginazione accesa di chi dettò
la lapide (probabilmente l’eccentrico custode
della chiesetta, don Monteverdi), nutrita da una
lettura piuttosto superficiale delle pagine del
Biemmi, non trovò ostacoli a interpretare il
nome dialettale dei Batài nel senso di
Battaglia, e a collegare senz’altro tale
battaglia all’antico presunto scontro delle
Vincellate. Dopo tutto, il divario tra la
località dell’evento e quella vera della
chiesetta poteva essere colmato creativamente,
innestando il devoto racconto del miracolo che,
in quanto di pura invenzione, si poteva
collocare dove meglio quadrava con la desiderata
ricostruzione della vicenda. Se poi si faceva
caso che non lontano da lì esisteva una contrada
dal curioso e inesplicabile nome di Cantalodi,
ecco pronto un ulteriore elemento a coronare la
storia con l’opportuno esito trionfale e
religioso, perfettamente coerente con la
fondazione di un luogo di culto. In presenza di
tutti questi sapidi ingredienti, ricomporre
l’antica leggenda a uso e consumo dell’oscuro
medioevo verolese era uno scherzo.
Ammesso che la nostra ricostruzione sia
verosimile, accadde qui, pur in tempi piuttosto
tardivi, un fenomeno abbastanza frequente in
ogni epoca del passato antico e recente di tutte
le società: la cosiddetta eziologia
popolare, ossia la ricostruzione immaginosa di
un fatto, desunto dalla ipotetica
interpretazione etimologica di un vocabolo, in
particolare un toponimo. In altre parole, a
partire da un nome di luogo inconsueto e
incomprensibile, si tentava anzitutto di
risalire più o meno abusivamente ad una parola o
ad un concetto noto, e intorno ad esso infine ci
si sbizzarriva nella ingenua ricostruzione di
personaggi ed eventi, che riempivano con
l’immaginazione l’inevitabile vuoto di
informazioni della storia.
Se una santella mariana era detta dei
Batài, ci doveva per forza essere stata là
vicino una battaglia; il nome di una contrada
suonava Cantalodi, qualcuno vi doveva
qualche volta aver cantato delle lodi; se un
feudo dei Gambara si chiamava Verola Alghise,
non poteva essere stato fondato che da un
Alghisio Gambara: fin qui arrivava da sola la
semplice intelligenza popolare. Più in là
subentravano le dotte letture dell’uomo colto,
del prete che aveva sfogliato il Biemmi e vi
aveva trovato materia per soddisfare gli
interrogativi rimasti aperti: una battaglia
c’era stata, anche se non proprio addosso alla
santella; c’era perfino un Alghisio Gambara,
benché avesse poco a che fare con le Vincellate
(obiezioni del tutto irrilevanti, di fronte alla
straordinaria evidenza delle coincidenze!);
quanto alle lodi da cantare, il silenzio delle
fonti non faceva ostacolo a concepire un fausto
corteo di ringraziamento; mentre per la cappella
mariana era addirittura ovvio che una miracolosa
vittoria venisse celebrata con un pegno
religioso. È così che nascono le leggende.
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I sacerdoti officianti
Come si legge nell’epigrafe latina sopra
menzionata, un certo signor Pietro Bornati, il 3
febbraio 1872, aveva donato un fondo sul quale
fu eretto da tale Giuseppe Monteverdi il
santuario dedicato alla Beata Vergine.
Intorno a quest’ultimo personaggio le
notizie sono contrastanti. Don Angelo Quaranta
sostiene che il Monteverdi era parroco a
Borgosatollo, dove viveva in perpetuo conflitto
con parrocchiani e curia vescovile per una
divergenza di mentalità e a causa di un suo modo
personale di esercitare il sacerdozio. Da qui se
ne tornò a Verolanuova, dove risiedeva la sua
famiglia di origine e dove costruì la chiesetta,
presso la quale si recava ogni mattina a dir
messa. Forse fu proprio questo suo vivere fuori
dalla comunità civile e religiosa che favorì il
nascere della leggenda del prete “scomunicato”.
Il professor Guido Bosio di Borgosatollo
afferma, invece, che un certo don Monteverdi,
nato a Verolavecchia nel 1862, dopo
l’ordinazione a sacerdote fu mandato alla Breda
e, data la vicinanza a Verolanuova, forse
officiò anche presso la chiesetta dei Batài.
Nel marzo 1901 fu trasferito a Borgosatollo con
l’incarico di prefetto di sagrestia, cioè
responsabile delle cerimonie e della
manutenzione degli arredi sacri. Quasi subito
nacquero contrasti col parroco, la fabbriceria,
la curia, contrasti che sempre più si
inasprirono fino a sfociare in una violenta
rottura, tanto che il Monteverdi decise di
costruire un proprio santuario a Borgosatollo,
tagliando i ponti con la burocrazia clericale.
Già nel 1905 la rottura era completa; infatti,
per ordine del vescovo don Monteverdi poteva
officiare solamente a Verolanuova oppure a
Brescia, presso ordini religiosi. Si può
supporre quindi che il sacerdote sia tornato a
Verolanuova e che il parroco dell’epoca, onde
evitare problemi con la sua personalità
battagliera ed irascibile, gli abbia permesso di
celebrare messe solo presso la santella dei
Batài, sperduta in aperta campagna. A ciò
forse si deve il fatto che il nome di don
Monteverdi nel ricordo di alcuni verolesi è
legato a questa chiesetta.
Senza dubbio, entrambe le versioni
evidenziano il carattere indipendente del prete,
ribelle alle regole della vita sociale. Tuttavia
la cronologia ricostruita dal prof. Bosio
impedisce di identificare nel Monteverdi il
fondatore della cappella, sorta solo dieci anni
dopo la sua nascita: sempre che la data
riportata nell’iscrizione sia corretta, si
dovrebbe ritenere che a costruire l’oratorio
campestre sia stato un parente, o un omonimo.
Altri furono i custodi della cappella dopo
il Monteverdi: secondo la testimonianza di
Annunziata Rossini di Verolanuova, l’ultimo
sacerdote officiante fu un tale nativo di
Gottolengo, morto poi a Verolanuova nella casa
del Ciàndro.
Giuseppe Venturini (Pino de Làora)
afferma che l’ultimo celebrante e confessore dei
Batài sia stato don Giuseppe Noli, morto
di tisi a soli 34 anni: la sua veglia funebre fu
celebrata presso la casa delle signore Bertoni
in via Dante, e fu poi sepolto a Pavone Mella.
Il prevosto don Nicostrato Mazzardi (1927-1954)
non voleva che il sacerdote officiasse nella
chiesetta, perché essendo affetto da tubercolosi
rappresentava un potenziale pericolo di
contagio.
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La struttura della cappella
Prima della chiesetta – come si è detto –
esisteva probabilmente una edicola, che doveva
essere un semplice muro con un dipinto dedicato
alla Beata Vergine. Il piccolo tempio, costruito
solo nel 1872, era semplice nell’architettura,
come si conveniva ad una costruzione campestre;
la si notava tuttavia a distanza per una
cupoletta circolare, insolita nelle chiese di
campagna, e una piccola torre. Incerte sono le
dimensioni dell’edificio: i più concordano per
una lunghezza di sei metri ed una larghezza di
quattro circa.
Una descrizione abbastanza completa del
complesso architettonico e delle sue condizioni
risulta dall’Atto di consegna firmato dal
geometra Oreste Gogna il 30 luglio 1927
(gentilmente fornitoci dal signor Antonio
Amighetti di Verolanuova):
Vi si accede
dalla stradella sopranominata per mezzo di
apertura avente stipiti e cimiero in cemento,
soglia in parte di vivo ed in parte di cemento,
serramento costituito di due vecchi battenti
logori muniti di serratura, chiave, pomale di
ottone e contrafforte di ferro.
Ha pavimento formato di quadri di cotto di cui
n. otto sono smossi. Pareti con dipinti
scrostate in parte ed ammalorate. Soffitto a
volto reale con cupoletta. Tetto con tegole a
canale alquanto in disordine. Altare di cotto
con superiore dipinto rappresentante la Madonna
di Caravaggio. Due finestre laterali all’altare
difese da feriata, grata filo ferro e talai
deperiti con complessivi due vetri buoni.
Finestrelle della cupola difese come sopra e con
un vetro buono ed uno filato. Tre finestrelle
superiormente all’atrio difese come sopra e con
due vetri rotti.
Dal testo si apprende che la tipologia della
facciata era semplice; su essa si apriva una
porta centrale sormontata da tre finestrelle. La
descrizione dei battenti, il tetto in disordine,
i vetri rotti ne mettono in evidenza il precario
stato di conservazione. Modesto era anche
l’interno: il pavimento era in cotto, in parte
sconnesso; alle pareti dipinti logorati dalla
umidità e dalla incuria; l’altare era in
mattoni, sormontato da un dipinto raffigurante
la Madonna di Caravaggio; il soffitto era a
volta con una cupoletta, nella quale si aprivano
finestrelle: l’ambiente doveva essere piuttosto
luminoso, se la luce penetrava anche da due
finestre a lato dell’altare e da tre finestrelle
sopra l’atrio.
Fissata sulla parete destra della navata era
la lapide che ricordava la battaglia delle
Vincellate. L’altra iscrizione in marmo, che
ricordava la costruzione dell’edificio,
probabilmente si era staccata dalla parete:
infatti il documento la definisce «fuori
opera».
Lapide di
marmo fissa alla navata di destra con epigrafe
ricordante la battaglia delle Vincellate vinta
da Alghisio Gambara Signore del Feudo di
Verolanuova. Altra lapide di marmo fuori opera,
per ricordare la costruzione di questo
santuario. La torretta è priva di campane ed ha
le finestre difese da grata filo ferro e la
cuspide munita di croce ferro.
Le ultime parole della relazione Gogna sono
dedicate al campanile.
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La devozione popolare
Probabilmente preoccupazione prevalente del
tecnico era valutare l’edificio dal punto di
vista della stabilità e dello stato di
conservazione, non come luogo di culto. La sua
descrizione, infatti, non fa menzione di altri
oggetti presenti nel luogo sacro, ricordati
invece da alcuni testimoni.
I candelabri in ottone, il crocifisso e le
segrete (o carteglorie: tre tabelle con
scritte alcune parti della messa) presenti
sull’altare erano prova di una devozione intensa
e di una assidua partecipazione alle funzioni
religiose. Una corona del rosario e un
segnaröl (acquasantiera) conferivano
maggiore sacralità al luogo, mentre le lampade
votive, attraverso la penombra, favorivano un
intimo raccoglimento. Lateralmente una piccola
sacristia ospitava un armadio per la custodia
dei paramenti sacri. La presenza di alcuni ex
voto, poi, attestava l’accadimento di eventi
straordinari, ritenuti prodigiosi dalla credenza
popolare.
Salì Dacquaröl (Carlo Sala,
adacquarolo) di Verolanuova, durante la
vendemmia, una volta aveva utilizzato un
quadrèl (mattone) della chiesa per sostenere
una botte, ma da questa, pur essendo di buona
fattura ed in ottimo stato, aveva iniziato a
colare vino. Inutili furono i numerosi tentativi
di eliminare la fuoriuscita del prezioso
liquido; solo quando si decise di togliere il
mattone e riportarlo al suo posto, la botte
cessò di perdere.
Alla chiesetta affluivano i fedeli del
circondario per le cerimonie religiose. In
particolari occasioni dell’anno liturgico veniva
addobbata con festoni anche la stradetta (strada
vicinale della Battàia) che conduceva al
luogo di culto. Alcuni testimoni ricordano che
nel mese di maggio, la sera, si era soliti
riunirsi presso la chiesetta per la recita del
rosario.
Durante i conflitti mondiali, donne e
bambini vi si recavano in pellegrinaggio,
sorretti dalla fede e dalla speranza di
riabbracciare i loro cari. Si racconta anche che
al termine del conflitto in questo luogo sia
apparsa la Madonna. Inoltre, durante i
temporali, i contadini vi si riparavano per
sfuggire agli improvvisi rovesci; talvolta,
però, declassavano la santella adibendola a
deposito di attrezzi agricoli.
Nel 1965 – ricorda Carlo Sala – si decise la
demolizione del campanile, ritenuto erroneamente
pericolante. Avvenne allora un fatto
inspiegabile, dal sapore quasi miracoloso (o, se
si vuole, guareschiano). Il campanile,
imbrigliato in una solida corda, rimase
imperterrito al suo posto, nonostante la
notevole forza trainante di un trattore. Che
cosa era successo? La corda, dopo aver divelto
soltanto tre bernardì (pilastrini) – il
quarto era rimasto intatto – ne aveva
attraversato la base, lasciando la svettante
struttura in perfetto equilibrio. Si dovette,
pertanto, tornare in paese a prendere una lunga
trave (anténa) per abbatterlo. Come se
non bastasse, il trattore si bloccò, e non volle
più saperne di partire, tant’è che dovette
essere rimorchiato fino alla cascina del Salì.
La straordinarietà di questi fenomeni
suscitò nella piccola folla di curiosi e di
addetti ai lavori una inquietudine tale da far
avvertire quasi la presenza di forze
soprannaturali contrarie a quell’azione così
irriverente.
Subito dopo l’abbattimento del campanile, si
procedette alla demolizione della chiesetta. In
quell’occasione don Angelo Quaranta, allora
cappellano della Congregazione di Carità
(Ospedale), fu incaricato di ispezionare
l’edificio. Il sacerdote informò
l’amministrazione che l’edificio era ormai del
tutto malandato e non più idoneo al culto;
suggerì, comunque, di installare dopo la
demolizione un cippo in pietra con incisa la
sagoma della chiesetta a ricordo della sua
esistenza.
Chi oggi si aggira nei dintorni del luogo un
tempo sacro, respira un’atmosfera carica di
fascino misterioso, reso più intenso dai pochi
mattoni che si intravedono fra le erbacce,
l’unica vegetazione che a stento vi sopravvive.
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