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La chiesa antica
Scarpizzolo, così come Cremezzano, in epoca
romana pare facesse parte del vasto pago,
che comprendeva i territori di Pedergnaga,
Oriano, Padernello, Motella, Gabiano (ora Borgo
S. Giacomo) e Farfengo, il “pagus
farraticanus”, uno dei tanti distretti
bresciani di campagna, che forse traeva nome
dalla coltivazione del farro.
Il cristianesimo, in
assenza di dati certi e inconfutabili, sembra si
sia diffuso nel nostro territorio molto presto,
con la fondazione della pieve di Oriano dedicata
a S. Maria Assunta, che abbracciava un
territorio ricco di selve e foreste, scarsamente
abitato e permeato di un diffuso paganesimo: a
questa pieve apparteneva con molta probabilità
anche il territorio di Scarpizzolo.
Evanescenti le notizie
storiche della zona per molti secoli: unica
certezza è che la plaga, verso la fine del
secolo XIII, divenne un feudo della famiglia
Martinengo.
Ma nel 1525 la famiglia
Maggi ottenne il patronato sulla parrocchia di
S. Zenone, ed è ai Maggi che si deve in gran
parte il rilancio della parrocchia, per cui il
loro diritto di patronato veniva riconfermato ed
esteso nel 1553 dal vicario generale del vescovo
Durante Duranti, ed esercitano alternativamente
fino al 1888 dalle famiglie Martinengo Colleoni,
Caprioli e Calini, che lo ereditarono
all’estinzione della famiglia Maggi; ora
naturalmente il patronato è estinto.
Fu in particolare il
nobile Scipione Maggi nel 1525, che contribuì
sostanziosamente alla costruzione dell’oratorio
campestre di Santa Maria (la Madonnina), ed è
molto probabile che si debba alla sua benemerita
famiglia, più che ai Martinengo o ad altri, se
la parrocchiale intitolata a S. Zenone fu nello
stesso periodo edificata, in luogo di un
edificio preesistente, ma di più contenute
dimensioni: quel “Lazzaretto”, come è
popolarmente designato, con annesso cimitero,
sorto molti anni prima a seguito della peste
sulla scarpata del Laghetto formata dallo Strone.
La chiesa, che ormai non
esiste più, era quindi situata nella zona
Laghetto, in una posizione non centrale rispetto
al nucleo dell’abitato, ma posta sul finire
della strada che le carte napoleoniche indicano
come “strada comunale detta della chiesa”, in
seguito divenuta con l’unità d’Italia via
Umberto I° (ancora una targa sull’angolo di casa
Franzelli lo testimonia), ed ora designata via
XXIV Maggio, in un fondo che era di proprietà
della curia vescovile di Brescia.
Avvolta nel fitto mistero
e senza datazione certa l’edificazione del primo
originario nucleo: viene ipotizzata la sua
comparsa sul territorio dopo la peste del
1477-78.
Il sito ove la chiesa
sorgeva era di natura paludosa, a sud del
villaggio: è accertato che a partire dal 1486
tale luogo diviene zona di trasformazione
irrigua, attuata dalla Compartita della Quinzana,
che creò l’invaso attuale del Laghetto, per
utilizzarne l’acqua da portare sui campi di
Quinzano e Verolavecchia. Il Laghetto, nato come
punto chiave della bonifica, diventa dunque da
quegli anni importante luogo strategico, punto
d’invaso e di smistamento delle acque ad uso
agricolo, per una vasta zona della bassa
bresciana.
È quindi un’ipotesi
attendibile che il primo nucleo della chiesa
potesse sorgere proprio in quel luogo, e
specificatamente in quel periodo, come supporto
religioso all’opera di bonifica, eseguita da
manodopera locale residente nel villaggio.
Però, solo ottant’anni
dopo questo grosso lavoro di bonifica della zona
abbiamo le prime notizie dell’esistenza della
chiesa in Scarpizzolo.
Tocca al Vescovo Bollani
constatarne la presenza giungendo nella
mattinata del 22 settembre 1565 a Scarpizzolo,
dopo la vista nella parrocchia vicina di
Pedergnaga, e passando per Trignano, ove trova
una chiesa col titolo di S. Martino, una
chiesetta miracolosamente giunta fino a noi, che
sta però gravemente subendo l’inclemenza degli
anni.
È rettore della chiesa di
Scarpizzolo tal Serafino Brunelli, che però è
ammalato, e a dialogare col vescovo viene
chiamato il curato Felice de Ranis. Egli
menziona il titolo di S. Zenone, e fa presente
che la chiesa è sottoposta al giuspatronato
della famiglia Maggi. Il vescovo constatando poi
che la parrocchiale, oltre al titolo di S.
Zenone, vanta quello di S. Defendente, ordina
che questo ultimo sia rimosso. Si parla anche
della chiesetta campestre di Santa Maria, la
Madonnina, ed è questo il primo documento
ufficiale che attesta l’esistenza della chiesa
campestre.
Il culto di S.
Defendente
Dalla relazione del Bollani possiamo dunque
notare come a Scarpizzolo fosse vivo il culto a
S. Defendente: la vicinanza con luoghi ricchi
d’acqua e paludi facilitava l’insorgere di
malattie; la presenza del fiume Strone, allora
dal regime libero e torrentizio e dal flusso
delle acque non regimentato, provocava
inondazioni e smottamenti, con vittime e danni
alle coltivazioni limitrofe. Tutto ciò ha
certamente prodotto un regime di sudditanza
psicologica da parte degli abitanti del
villaggio, che in quei tempi lontani si
rivolsero a S. Defendente per ottenere
protezione: il santo è infatti invocato a difesa
contro le febbri malariche e le avversità della
natura; un culto che portò addirittura alla
dedicazione della chiesa parrocchiale, accanto
al titolo principale di S. Zenone.
Dopo che il Bollani ordinò
di togliere quel titolo dalla parrocchiale, la
devozione a S. Defendente portò gli irriducibili
fedeli a dedicargli altri altari oratori e
strade: a riprova, l’attuale via S. Martino,
come è riscontrato dalle mappe catastali
napoleoniche del 1809, risulta essere indicata
come “Strada consorziale detta di S.
Defendente”, una strada compresa tra quelli che
erano da sempre stati gli orti colonici, e solo
nell’ultimo secolo aperta verso est.
L’oratorio realizzato in
seguito ha riscontri documentari certi, ma non
si conosce la sua esatta posizione: potrebbe
essere stato costruito proprio al termine di
questa via, che sfociava nella zona centrale del
paese. Tale collocazione non è però
riscontrabile in alcuna mappa catastale, e
nessuna planimetria ce ne definisce i contorni
fisici. È facile comunque pensare questo
oratorio come una piccola cappelletta,
sufficiente perché i fedeli esprimessero la loro
particolare devozione proprio nella via al santo
dedicata e in orti di proprietà della
parrocchia.
La devozione era
irriducibile, se in seguito, nella visita
pastorale dell’abate Agostini nel 1580, viene
riscontrato un altro altare di S. Defendente,
addossato ad una parete esterna della chiesa
campestre della Madonnina, che verrà fatto
togliere in seguito agli ordini del Borromeo.
Quanto alla figura di S.
Defendente, almeno dal secolo XIV godeva di
culto in certe zone del nord d’Italia: a
Chivasso, Novara, Lodi se ne celebrava la festa
il 2 gennaio, e gli erano intitolati oratori,
altari, e confraternite. Veniva rappresentato
vestito da militare e si invocava contro il
pericolo dei lupi e degli incendi. Ma non vi è
concordanza nelle fonti per l’identificazione
del personaggio: alcuni ritengono possa essere
un martire tebeo del periodo dell’imperatore
Massimiano, mentre a Marsiglia, con tal nome
appare un vescovo, festeggiato il 25 settembre,
che gli agiografi possono aver confuso per
omonimia.
Il S. Defendente venerato
in Italia potrebbe dunque essere altra persona
dal presunto martire, forse un santo mai
esistito storicamente, scaturito
dall’immaginazione popolare di gente sottoposta
quotidianamente a condizioni ambientali avverse:
il nome stesso avrebbe suggerito di invocare il
santo come come colui che “difende” da qualunque
pericolo.
La nuova chiesa
Sulla distruzione della antica cappella e la
realizzazione della nuova, esiste una narrazione
piena di affettuosa enfasi, che vale la pena di
conoscere:
Breve cenno storico sulle ultime
chiese di Scarpizzolo - 24 febbraio 1910
Anticamente sorgeva in
Scarpizzolo una chiesa parrocchiale che era
posta a destra della piazzetta odierna in orto
colonico. Quella chiesa era la parrocchia di S.
Defendente, antico protettore di Scarpizzolo.
Nel Medioevo, all’opera del Comune (non si
conosce precisamente l’anno) quella chiesa,
rovinata dagli anni, diroccò in modo che non fu
più possibile frequentarla. I buoni parrocchiani
fecero molte istanze alle autorità per essere
aiutati nell’opera di restaurazione della
chiesa, ma ebbero sempre rifiuti e il povero
tempio venne completamente demolito. Allora il
popolo di Scarpizzolo si recò per le funzioni
religiose nella chiesetta del cimitero che era
un antico fabbricato con il soffitto a sesto
acuto, sostenuto da grosse travi. Il vescovo di
allora ordinò al municipio di Scarpizzolo di far
recitare ogni anno tre messe a S. Defendente in
memoria dell’antico Protettore. Questo pio
obbligo fu sempre soddisfatto fino a quando
l’autorità civile per alleggerire le spese al
comune ordinò di sospendere la recita delle tre
messe, in modo che nel buon popolo di
Scarpizzolo, non rimase dell’antico Protettore,
altro che il ricordo.
Fino al 1893, questo buon popolo
si servì dell’angusta chiesuola del cimitero che
minacciava pure rovina. Era vivo in tutti il
desiderio di avere una nuova chiesa, ampia,
modesta, se non bella, in cui l’anima potesse
con più fervore innalzarsi a Dio. Difatti non è
vero che in un luogo, dove la vista è rallegrata
da bellezze naturali o artificiali, l’animo si
ingentilisce e prova emozioni nuove, sentimenti
buoni, espressioni affettuose? Il fervente
popolo di Scarpizzolo sentiva il bisogno di
avere un tempio che fosse meno indegno di
accogliere l’Abitatore Divino e si adoperò in
ogni modo, perché il caro sogno, vagheggiato da
tanti anni si traducesse finalmente in realtà.
Ma quanti ostacoli era forza
superiore per giungere al santo scopo. Furono
fatti molti ricorsi a chi poteva aiutare, ma
sempre inutilmente. Si fecero parecchie istanze
anche presso il conte Caprioli proprietario
della chiesa del cimitero e discendente di quel
pio signore che lasciò alcuni suoi fondi come
prebenda per il parroco di Scarpizzolo.
Il frutto di tante suppliche non
fu altro che il permesso di adoperare, nella
costruzione del nuovo tempio, il materiale della
chiesa del cimitero, che minacciava rovina. Ma
di aiuti in denaro non se ne ottennero. Dunque
bisognava proprio vivere di speranza? Non aveva
pazientato abbastanza il buon popolo di
Scarpizzolo? Ebbene la fede e la volontà ferrea,
avrebbero supplito là dove mancava il denaro.
Tutti con volere unanime, promisero di prestare
la loro opera per la edificazione della nuova
chiesa. E lavorarono, lavorarono indeffessamente
tutte le domeniche senza badare a sacrifici, a
fatiche improbe.
Chi tagliava piante, chi scavava
sabbia, chi trasportava il materiale per la
costruzione.
Era un lavoro continuo,
indefesso, compiuto con gioia, ricompensati solo
dalla benedizione del cielo. Tutto il materiale
era pronto, si dovevano quindi gettare le
fondamenta del nuovo edificio.
Si cominciarono gli scavi, ma si
trovò che i picconi ad un certo punto del suolo,
incontravano resistenza. Fu ben osservato il
terreno e si trovarono le fondamenta dell’antico
castello, distrutto per ordine della Repubblica
di Venezia, perché asilo di malfattori.
Risparmiando così materiale e fatica, la nuova
chiesa venne innalzata sulle fondamenta
dell’antico castello.
In due anni di assiduo lavoro la
chiesa fu terminata e col suo aspetto modesto,
ma grazioso, mostrò a tutti quanta fede e buon
accordo regnassero tra il popolo di questo
paese. Dopo la costruzione si dovette pensare
all’addobbo ed anche in ciò la generosità di
tutti e di alcuni in particolare, non smentì la
fama di cristiani ferventi ed operosi. Ed ora
grazie alla fede ardente e all’operosità
instancabile di tutti, il popolo di Scarpizzolo
può recarsi in un modesto e decoroso tempio ad
implorare per sé e per i cari defunti, la
benedizione di Dio.
Il giorno 5 aprile 1893 fu
collocata sotto la soglia della porta maggiore
la prima pietra consacrata al santuario della
Madonna dal Rev. Arciprete locale Riva Don
Giovanni.
Nello stesso anno il 19 aprile
l’inaugurava.
Nei ricordi della
popolazione più anziana riemerge spesso la
denominazione del “Lazzaretto”, con attorno un
cimitero, le cui ultime tracce sussistevano
ancora negli anni 1960-70.
È nei ricordi dei ragazzi
di allora la scoperta di resti di tombe, con le
lapidi usate anche dalle donne per lavare i
panni al Laghetto, quando l’acqua era pulita e
nelle abitazioni non erano ancora apparsi i
moderni marchingegni per fare il bucato. Si
ricorda il riaffiorare di tanto in tanto anche
di ossa umane, che i ragazzi, non senza
incoscienza, utilizzavano quale mezzo per
inventarsi innocui giochi, e sfide di coraggio.
Lunghi anni sono passati
da quando le strutture murarie dell’antica
chiesa si riflettevano nelle calme acque del
Laghetto: la struttura ha lentamente ed
inesorabilmente ceduto al tempo dal momento
dell’abbandono della parrocchia trasferita nel
nuovo tempio.
Nulla dell’antica
struttura muraria si è potuto salvare dalla
distruzione, ma uno solo degli antichi oggetti
di devozione si è salvato ed è giunto
miracolosamente fino a noi. È in una nicchia
oggi protetta da un vetro, e posta nel lato
sinistro della parrocchiale di Scarpizzolo: si
tratta di una vecchia statua in gesso di S.
Rocco, nella rappresentazione iconografica
classica: sanrocchino, bordone, piaga sulla
gamba ed inseparabile cagnolino. La presumibile
datazione sarebbe della metà del ‘500; è opera
di dignitosa fattura e in condizioni discrete,
ed è forse la più antica statua presente nel
territorio comunale.
Gelosamente custodita
nella nicchia, la statua manifesta uno stato di
precarietà e di delicato equilibrio: il
materiale di cui è composta, il gesso, è di una
preoccupante delicatezza, che pone la statua in
pericolo al solo aprire la nicchia che la
protegge.
Questa statua di S. Rocco
giunta fino a noi, benché mai siano documentati
altari a lui dedicati nell’antica chiesa
distrutta, è sicuramente proveniente da essa,
per le testimonianze tramandate fino a noi, che
la gente del luogo ha sempre confermato.
Le adiacenze della
chiesa
Ora il luogo in cui sorgeva la canonica e
l’antica chiesa è di proprietà della famiglia di
Giuseppe Manenti, divenutone proprietario nel
1939. Il sito era di proprietà della parrocchia
di S. Zenone, e fino ai primi anni del secolo è
stata adibita a casa canonica di servizio della
chiesa situata nello spazio antistante il
Laghetto.
Riscontri catastali e
memorie collettive tramandatesi da generazioni
confermano che la casa adiacente all’allora
“Strada comunale detta della chiesa” era la casa
dei parroci succedutisi nel corso dei secoli, e
ancora oggi mantiene una sua dignitosa presenza,
una comoda abitabilità per i residenti. I quali
hanno ancora vivo il ricordo degli eventi
dell’ultimo conflitto mondiale: la paura di
possibili bombardamenti, o altri timori
ancestrali, spingevano ad affidare agli ultimi
pertugi delle rovine, e a quanto rimaneva di una
piccola cripta dell’abside, sacchi colmi di
frumento e di preziose vivande, come a voler
intimamente richiedere rinnovata protezione.
Una richiesta di
protezione sempre mantenuta fin
dall’acquisizione della terra da parte della
famiglia Manenti, protezione per gli animali
accuditi e per le necessità del duro lavoro nei
campi. L’inevitabile sviluppo aziendale fece sì
che sul luogo dell’ormai distrutta chiesa, ove
non erano che poche rovine, sorgessero verso gli
anni ‘60 le prime strutture più moderne
dell’azienda agricola.
Gli scavi che furono
eseguiti non portarono alla luce nulla
d’importante della struttura della chiesa
preesistente, né resti di fondamenta hanno
consentito una qualche individuazione della
vecchia costruzione. Solo successive opere di
sistemazione agricola, provocando profondi
solchi nel terreno, fecero venire alla luce
poveri resti consunti, e tombe ancora intatte
sulle propaggini del cimitero verso lo stagno
che faceva da corona al luogo sacro.
Già verso gli anni ‘70
nulla è più riuscito a scalfire il sonno eterno
degli sventurati ivi sepolti: il tempo
inesorabile aveva inghiottito non solo muri e
poveri resti, ma passate memorie di un luogo che
era stato per secoli approdo religioso degli
abitanti di Scarpizzolo. La struttura del
cascinale, seppur leggermente modificata in
alcune parti dei locali, mantiene nell’insieme
le caratteristiche antiche non particolarmente
violentate da stravolgimenti di pretesa
modernità.
Il racconto
dell’evoluzione aziendale non può non
intersecarsi con quel poco che rimaneva dei
resti dell’antica chiesa, ormai crollata
impietosamente da tempo, ma i cui mattoni
recuperati con fare meticoloso da qualche
abitante del posto e da alcuni della vicina
Pedergnaga, hanno contribuito all’edificazione
di più dignitose abitazioni.
Il parroco che abitò per
ultimo l’antica canonica, qui accudito dalle
sorelle che gli dedicarono totalmente la loro
silenziosa esistenza, fu don Giacomo Cavalleri,
rettore a Scarpizzolo dal 1906 al 1931. Egli ne
fece una dimora discreta, non senza indulgere in
tocchi estetici gradevoli, con un porticato
esterno caratterizzato da un ramo di vite, che
tuttora dà frutti stagionali, e sul cui tronco
si scaricò un violento fulmine facendone di
fatto due piante.
Un sigillo sull’antico
cancello d’entrata alla canonica, rinvenuto dai
Manenti e divenuto una specie di portafortuna,
testimonia la presenza sul posto di don
Comincioli, con le sue iniziali ricavate nello
stemma a perenne ricordo. La sua presenza venne
a mancare verso il 1928-29, quando si trasferì
nei locali della nuova canonica, da lui
fortemente voluta vicino alla nuova chiesa
parrocchiale, nel cuore del paese.
Chiese a rischio di
estinzione
Vogliamo, alla fine di queste notizie sulle due
chiese scomparse del territorio di S. Paolo,
porre l’attenzione su altri due edifici
religiosi del circondario che soggiacciono
all’incuria del tempo e degli uomini e meritano
dunque un cenno per sollecitare la nostra
distratta vista.
La prima è la chiesetta
della Visitazione di Maria ad Elisabetta, in
località Trignano, la cui edificazione viene
fatta risalire verso la fine del 1400,
menzionata nella visita del Bollani col titolo
di S. Martino, mentre in seguito fu intitolata
alla Madonna e solo nel 1905 ricevette il titolo
odierno.
Il consistente restauro
della chiesetta verso la fine del 1600 l’ha
fatta giungere miracolosamente fino a noi nelle
condizioni attuali, dopo vicissitudini varie di
passaggi di proprietà e di liti scaturite per
non ottemperanza di lasciti.
La seconda chiesa, seppur
meno antica della precedente, versa in assoluta
rovina e, ormai irrecuperabile, aspetta che solo
il tempo la faccia crollare definitivamente:
situata proprio nella parte più antica del
paese, risale al 1911, disegnata e fatta
costruire per volontà dell’allora parroco don
Gabriele Camisani ad integrazione dell’esistente
oratorio e con la dedicazione a Nostra Signora
del Sacro Cuore di Gesù, e tenuta fino
all’abbandono della adiacente scuola materna,
dalle suore del Sacro Cuore.
Proprio perché edificata
in tempi recenti, e con la fattiva
partecipazione dei nostri nonni e padri, e
perché in essa abbiamo mosso i nostri primi
timidi passi alla socialità, essa è ancora
fortemente presente nella nostra memoria, che
resta ferita alla vista dello scempio cui è
sottoposta ora, uno scempio che offusca la
bellezza della sua struttura, ormai invasa da
rovi e sterpaglie, del suo interno con deliziosi
soppalchi laterali, con statue lignee, sotto un
tetto a rosoni in legno.
E tutto questo è ormai
condannato a lenta inesorabile rovina.
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