info@terraecivilta.it

 

Home » Saggi & Ricerche » Ombre senza voce »

HOME
Notizie & Aggiornamenti
Saggi & Ricerche
Fonti & Documenti
Immagini & Percorsi
Mappa del sito
Terra&Civiltà

 

 

 

San Paolo

 

San Zenone di Scarpizzolo

 

di Alfredo Seccamani

 

da CASANOVA, Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce. Le chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni (San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, pp. 27-33.

 

[pdf]

 

La chiesa antica

Scarpizzolo, così come Cremezzano, in epoca romana pare facesse parte del vasto pago, che comprendeva i territori di Pedergnaga, Oriano, Padernello, Motella, Gabiano (ora Borgo S. Giacomo) e Farfengo, il “pagus farraticanus”, uno dei tanti distretti bresciani di campagna, che forse traeva nome dalla coltivazione del farro.

Il cristianesimo, in assenza di dati certi e inconfutabili, sembra si sia diffuso nel nostro territorio molto presto, con la fondazione della pieve di Oriano dedicata a S. Maria Assunta, che abbracciava un territorio ricco di selve e foreste, scarsamente abitato e permeato di un diffuso paganesimo: a questa pieve apparteneva con molta probabilità anche il territorio di Scarpizzolo.

Evanescenti le notizie storiche della zona per molti secoli: unica certezza è che la plaga, verso la fine del secolo XIII, divenne un feudo della famiglia Martinengo.

Ma nel 1525 la famiglia Maggi ottenne il patronato sulla parrocchia di S. Zenone, ed è ai Maggi che si deve in gran parte il rilancio della parrocchia, per cui il loro diritto di patronato veniva riconfermato ed esteso nel 1553 dal vicario generale del vescovo Durante Duranti, ed esercitano alternativamente fino al 1888 dalle famiglie Martinengo Colleoni, Caprioli e Calini, che lo ereditarono all’estinzione della famiglia Maggi; ora naturalmente il patronato è estinto.

Fu in particolare il nobile Scipione Maggi nel 1525, che contribuì sostanziosamente alla costruzione dell’oratorio campestre di Santa Maria (la Madonnina), ed è molto probabile che si debba alla sua benemerita famiglia, più che ai Martinengo o ad altri, se la parrocchiale intitolata a S. Zenone fu nello stesso periodo edificata, in luogo di un edificio preesistente, ma di più contenute dimensioni: quel “Lazzaretto”, come è popolarmente designato, con annesso cimitero, sorto molti anni prima a seguito della peste sulla scarpata del Laghetto formata dallo Strone.

La chiesa, che ormai non esiste più, era quindi situata nella zona Laghetto, in una posizione non centrale rispetto al nucleo dell’abitato, ma posta sul finire della strada che le carte napoleoniche indicano come “strada comunale detta della chiesa”, in seguito divenuta con l’unità d’Italia via Umberto I° (ancora una targa sull’angolo di casa Franzelli lo testimonia), ed ora designata via XXIV Maggio, in un fondo che era di proprietà della curia vescovile di Brescia.

Avvolta nel fitto mistero e senza datazione certa l’edificazione del primo originario nucleo: viene ipotizzata la sua comparsa sul territorio dopo la peste del 1477-78.

Il sito ove la chiesa sorgeva era di natura paludosa, a sud del villaggio: è accertato che a partire dal 1486 tale luogo diviene zona di trasformazione irrigua, attuata dalla Compartita della Quinzana, che creò l’invaso attuale del Laghetto, per utilizzarne l’acqua da portare sui campi di Quinzano e Verolavecchia. Il Laghetto, nato come punto chiave della bonifica, diventa dunque da quegli anni importante luogo strategico, punto d’invaso e di smistamento delle acque ad uso agricolo, per una vasta zona della bassa bresciana.

È quindi un’ipotesi attendibile che il primo nucleo della chiesa potesse sorgere proprio in quel luogo, e specificatamente in quel periodo, come supporto religioso all’opera di bonifica, eseguita da manodopera locale residente nel villaggio.

 

Però, solo ottant’anni dopo questo grosso lavoro di bonifica della zona abbiamo le prime notizie dell’esistenza della chiesa in Scarpizzolo.

Tocca al Vescovo Bollani constatarne la presenza giungendo nella mattinata del 22 settembre 1565 a Scarpizzolo, dopo la vista nella parrocchia vicina di Pedergnaga, e passando per Trignano, ove trova una chiesa col titolo di S. Martino, una chiesetta miracolosamente giunta fino a noi, che sta però gravemente subendo l’inclemenza degli anni.

È rettore della chiesa di Scarpizzolo tal Serafino Brunelli, che però è ammalato, e a dialogare col vescovo viene chiamato il curato Felice de Ranis. Egli menziona il titolo di S. Zenone, e fa presente che la chiesa è sottoposta al giuspatronato della famiglia Maggi. Il vescovo constatando poi che la parrocchiale, oltre al titolo di S. Zenone, vanta quello di S. Defendente, ordina che questo ultimo sia rimosso. Si parla anche della chiesetta campestre di Santa Maria, la Madonnina, ed è questo il primo documento ufficiale che attesta l’esistenza della chiesa campestre. 

 

Il culto di S. Defendente

Dalla relazione del Bollani possiamo dunque notare come a Scarpizzolo fosse vivo il culto a S. Defendente: la vicinanza con luoghi ricchi d’acqua e paludi facilitava l’insorgere di malattie; la presenza del fiume Strone, allora dal regime libero e torrentizio e dal flusso delle acque non regimentato, provocava inondazioni e smottamenti, con vittime e danni alle coltivazioni limitrofe. Tutto ciò ha certamente prodotto un regime di sudditanza psicologica da parte degli abitanti del villaggio, che in quei tempi lontani si rivolsero a S. Defendente per ottenere protezione: il santo è infatti invocato a difesa contro le febbri malariche e le avversità della natura; un culto che portò addirittura alla dedicazione della chiesa parrocchiale, accanto al titolo principale di S. Zenone.

Dopo che il Bollani ordinò di togliere quel titolo dalla parrocchiale, la devozione a S. Defendente portò gli irriducibili fedeli a dedicargli altri altari oratori e strade: a riprova, l’attuale via S. Martino, come è riscontrato dalle mappe catastali napoleoniche del 1809, risulta essere indicata come “Strada consorziale detta di S. Defendente”, una strada compresa tra quelli che erano da sempre stati gli orti colonici, e solo nell’ultimo secolo aperta verso est.

L’oratorio realizzato in seguito ha riscontri documentari certi, ma non si conosce la sua esatta posizione: potrebbe essere stato costruito proprio al termine di questa via, che sfociava nella zona centrale del paese. Tale collocazione non è però riscontrabile in alcuna mappa catastale, e nessuna planimetria ce ne definisce i contorni fisici. È facile comunque pensare questo oratorio come una piccola cappelletta, sufficiente perché i fedeli esprimessero la loro particolare devozione proprio nella via al santo dedicata e in orti di proprietà della parrocchia.

La devozione era irriducibile, se in seguito, nella visita pastorale dell’abate Agostini nel 1580, viene riscontrato un altro altare di S. Defendente, addossato ad una parete esterna della chiesa campestre della Madonnina, che verrà fatto togliere in seguito agli ordini del Borromeo.

Quanto alla figura di S. Defendente, almeno dal secolo XIV godeva di culto in certe zone del nord d’Italia: a Chivasso, Novara, Lodi se ne celebrava la festa il 2 gennaio, e gli erano intitolati oratori, altari, e confraternite. Veniva rappresentato vestito da militare e si invocava contro il pericolo dei lupi e degli incendi. Ma non vi è concordanza nelle fonti per l’identificazione del personaggio: alcuni ritengono possa essere un martire tebeo del periodo dell’imperatore Massimiano, mentre a Marsiglia, con tal nome appare un vescovo, festeggiato il 25 settembre, che gli agiografi possono aver confuso per omonimia.

Il S. Defendente venerato in Italia potrebbe dunque essere altra persona dal presunto martire, forse un santo mai esistito storicamente, scaturito dall’immagina­zione popolare di gente sottoposta quotidianamente a condizioni ambientali avverse: il nome stesso avrebbe suggerito di invocare il santo come come colui che “difende” da qualunque pericolo.

 

La nuova chiesa

Sulla distruzione della antica cappella e la realizzazione della nuova, esiste una narrazione piena di affettuosa enfasi, che vale la pena di conoscere: 

Breve cenno storico sulle ultime chiese di Scarpizzolo - 24 febbraio 1910

Anticamente sorgeva in Scarpizzolo una chiesa parrocchiale che era posta a destra della piazzetta odierna in orto colonico. Quella chiesa era la parrocchia di S. Defendente, antico protettore di Scarpizzolo. Nel Medioevo, all’opera del Comune (non si conosce precisamente l’anno) quella chiesa, rovinata dagli anni, diroccò in modo che non fu più possibile frequentarla. I buoni parrocchiani fecero molte istanze alle autorità per essere aiutati nell’opera di restaurazione della chiesa, ma ebbero sempre rifiuti e il povero tempio venne completamente demolito. Allora il popolo di Scarpizzolo si recò per le funzioni religiose nella chiesetta del cimitero che era un antico fabbricato con il soffitto a sesto acuto, sostenuto da grosse travi. Il vescovo di allora ordinò al municipio di Scarpizzolo di far recitare ogni anno tre messe a S. Defendente in memoria dell’antico Protettore. Questo pio obbligo fu sempre soddisfatto fino a quando l’autorità civile per alleggerire le spese al comune ordinò di sospendere la recita delle tre messe, in modo che nel buon popolo di Scarpizzolo, non rimase dell’antico Protettore, altro che il ricordo.

Fino al 1893, questo buon popolo si servì dell’angusta chiesuola del cimitero che minacciava pure rovina. Era vivo in tutti il desiderio di avere una nuova chiesa, ampia, modesta, se non bella, in cui l’anima potesse con più fervore innalzarsi a Dio. Difatti non è vero che in un luogo, dove la vista è rallegrata da bellezze naturali o artificiali, l’animo si ingentilisce e prova emozioni nuove, sentimenti buoni, espressioni affettuose? Il fervente popolo di Scarpizzolo sentiva il bisogno di avere un tempio che fosse meno indegno di accogliere l’Abitatore Divino e si adoperò in ogni modo, perché il caro sogno, vagheggiato da tanti anni si traducesse finalmente in realtà.

Ma quanti ostacoli era forza superiore per giungere al santo scopo. Furono fatti molti ricorsi a chi poteva aiutare, ma sempre inutilmente. Si fecero parecchie istanze anche presso il conte Caprioli proprietario della chiesa del cimitero e discendente di quel pio signore che lasciò alcuni suoi fondi come prebenda per il parroco di Scarpizzolo.

Il frutto di tante suppliche non fu altro che il permesso di adoperare, nella costruzione del nuovo tempio, il materiale della chiesa del cimitero, che minacciava rovina. Ma di aiuti in denaro non se ne ottennero. Dunque bisognava proprio vivere di speranza? Non aveva pazientato abbastanza il buon popolo di Scarpizzolo? Ebbene la fede e la volontà ferrea, avrebbero supplito là dove mancava il denaro. Tutti con volere unanime, promisero di prestare la loro opera per la edificazione della nuova chiesa. E lavorarono, lavorarono indeffessamente tutte le domeniche senza badare a sacrifici, a fatiche improbe.

Chi tagliava piante, chi scavava sabbia, chi trasportava il materiale per la costruzione.

Era un lavoro continuo, indefesso, compiuto con gioia, ricompensati solo dalla benedizione del cielo. Tutto il materiale era pronto, si dovevano quindi gettare le fondamenta del nuovo edificio.

Si cominciarono gli scavi, ma si trovò che i picconi ad un certo punto del suolo, incontravano resistenza. Fu ben osservato il terreno e si trovarono le fondamenta dell’antico castello, distrutto per ordine della Repubblica di Venezia, perché asilo di malfattori. Risparmiando così materiale e fatica, la nuova chiesa venne innalzata sulle fondamenta dell’antico castello.

In due anni di assiduo lavoro la chiesa fu terminata e col suo aspetto modesto, ma grazioso, mostrò a tutti quanta fede e buon accordo regnassero tra il popolo di questo paese. Dopo la costruzione si dovette pensare all’addobbo ed anche in ciò la generosità di tutti e di alcuni in particolare, non smentì la fama di cristiani ferventi ed operosi. Ed ora grazie alla fede ardente e all’operosità instancabile di tutti, il popolo di Scarpizzolo può recarsi in un modesto e decoroso tempio ad implorare per sé e per i cari defunti, la benedizione di Dio.

Il giorno 5 aprile 1893 fu collocata sotto la soglia della porta maggiore la prima pietra consacrata al santuario della Madonna dal Rev. Arciprete locale Riva Don Giovanni.

Nello stesso anno il 19 aprile l’inaugurava.  

Nei ricordi della popolazione più anziana riemerge spesso la denominazione del “Lazzaretto”, con attorno un cimitero, le cui ultime tracce sussistevano ancora negli anni 1960-70.

È nei ricordi dei ragazzi di allora la scoperta di resti di tombe, con le lapidi usate anche dalle donne per lavare i panni al Laghetto, quando l’acqua era pulita e nelle abitazioni non erano ancora apparsi i moderni marchingegni per fare il bucato. Si ricorda il riaffiorare di tanto in tanto anche di ossa umane, che i ragazzi, non senza incoscienza, utilizzavano quale mezzo per inventarsi innocui giochi, e sfide di coraggio.

Lunghi anni sono passati da quando le strutture murarie dell’antica chiesa si riflettevano nelle calme acque del Laghetto: la struttura ha lentamente ed inesorabilmente ceduto al tempo dal momento dell’abbandono della parrocchia trasferita nel nuovo tempio.

Nulla dell’antica struttura muraria si è potuto salvare dalla distruzione, ma uno solo degli antichi oggetti di devozione si è salvato ed è giunto miracolosamente fino a noi. È in una nicchia oggi protetta da un vetro, e posta nel lato sinistro della parrocchiale di Scarpizzolo: si tratta di una vecchia statua in gesso di S. Rocco, nella rappresentazione iconografica classica: sanrocchino, bordone, piaga sulla gamba ed inseparabile cagnolino. La presumibile datazione sarebbe della metà del ‘500; è opera di dignitosa fattura e in condizioni discrete, ed è forse la più antica statua presente nel territorio comunale.

Gelosamente custodita nella nicchia, la statua manifesta uno stato di precarietà e di delicato equilibrio: il materiale di cui è composta, il gesso, è di una preoccupante delicatezza, che pone la statua in pericolo al solo aprire la nicchia che la protegge.

Questa statua di S. Rocco giunta fino a noi, benché mai siano documentati altari a lui dedicati nell’antica chiesa distrutta, è sicuramente proveniente da essa, per le testimonianze tramandate fino a noi, che la gente del luogo ha sempre confermato.  

 

Le adiacenze della chiesa 

Ora il luogo in cui sorgeva la canonica e l’antica chiesa è di proprietà della famiglia di Giuseppe Manenti, divenutone proprietario nel 1939. Il sito era di proprietà della parrocchia di S. Zenone, e fino ai primi anni del secolo è stata adibita a casa canonica di servizio della chiesa situata nello spazio antistante il Laghetto.

Riscontri catastali e memorie collettive tramandatesi da generazioni confermano che la casa adiacente all’allora “Strada comunale detta della chiesa” era la casa dei parroci succedutisi nel corso dei secoli, e ancora oggi mantiene una sua dignitosa presenza, una comoda abitabilità per i residenti. I quali hanno ancora vivo il ricordo degli eventi dell’ultimo conflitto mondiale: la paura di possibili bombardamenti, o altri timori ancestrali, spingevano ad affidare agli ultimi pertugi delle rovine, e a quanto rimaneva di una piccola cripta dell’abside, sacchi colmi di frumento e di preziose vivande, come a voler intimamente richiedere rinnovata protezione.

Una richiesta di protezione sempre mantenuta fin dall’acquisizione della terra da parte della famiglia Manenti, protezione per gli animali accuditi e per le necessità del duro lavoro nei campi. L’inevitabile sviluppo aziendale fece sì che sul luogo dell’ormai distrutta chiesa, ove non erano che poche rovine, sorgessero verso gli anni ‘60 le prime strutture più moderne dell’azienda agricola.

Gli scavi che furono eseguiti non portarono alla luce nulla d’importante della struttura della chiesa preesistente, né resti di fondamenta hanno consentito una qualche individuazione della vecchia costruzione. Solo successive opere di sistemazione agricola, provocando profondi solchi nel terreno, fecero venire alla luce poveri resti consunti, e tombe ancora intatte sulle propaggini del cimitero verso lo stagno che faceva da corona al luogo sacro.

Già verso gli anni ‘70 nulla è più riuscito a scalfire il sonno eterno degli sventurati ivi sepolti: il tempo inesorabile aveva inghiottito non solo muri e poveri resti, ma passate memorie di un luogo che era stato per secoli approdo religioso degli abitanti di Scarpizzolo. La struttura del cascinale, seppur leggermente modificata in alcune parti dei locali, mantiene nell’insieme le caratteristiche antiche non particolarmente violentate da stravolgimenti di pretesa modernità.

Il racconto dell’evoluzione aziendale non può non intersecarsi con quel poco che rimaneva dei resti dell’antica chiesa, ormai crollata impietosamente da tempo, ma i cui mattoni recuperati con fare meticoloso da qualche abitante del posto e da alcuni della vicina Pedergnaga, hanno contribuito all’edificazione di più dignitose abitazioni.

Il parroco che abitò per ultimo l’antica canonica, qui accudito dalle sorelle che gli dedicarono totalmente la loro silenziosa esistenza, fu don Giacomo Cavalleri, rettore a Scarpizzolo dal 1906 al 1931. Egli ne fece una dimora discreta, non senza indulgere in tocchi estetici gradevoli, con un porticato esterno caratterizzato da un ramo di vite, che tuttora dà frutti stagionali, e sul cui tronco si scaricò un violento fulmine facendone di fatto due piante.

Un sigillo sull’antico cancello d’entrata alla canonica, rinvenuto dai Manenti e divenuto una specie di portafortuna, testimonia la presenza sul posto di don Comincioli, con le sue iniziali ricavate nello stemma a perenne ricordo. La sua presenza venne a mancare verso il 1928-29, quando si trasferì nei locali della nuova canonica, da lui fortemente voluta vicino alla nuova chiesa parrocchiale, nel cuore del paese.  

 

Chiese a rischio di estinzione 

Vogliamo, alla fine di queste notizie sulle due chiese scomparse del territorio di S. Paolo, porre l’attenzione su altri due edifici religiosi del circondario che soggiacciono all’incuria del tempo e degli uomini e meritano dunque un cenno per sollecitare la nostra distratta vista.

La prima è la chiesetta della Visitazione di Maria ad Elisabetta, in località Trignano, la cui edificazione viene fatta risalire verso la fine del 1400, menzionata nella visita del Bollani col titolo di S. Martino, mentre in seguito fu intitolata alla Madonna e solo nel 1905 ricevette il titolo odierno.

Il consistente restauro della chiesetta verso la fine del 1600 l’ha fatta giungere miracolosamente fino a noi nelle condizioni attuali, dopo vicissitudini varie di passaggi di proprietà e di liti scaturite per non ottemperanza di lasciti.

 

La seconda chiesa, seppur meno antica della precedente, versa in assoluta rovina e, ormai irrecuperabile, aspetta che solo il tempo la faccia crollare definitivamente: situata proprio nella parte più antica del paese, risale al 1911, disegnata e fatta costruire per volontà dell’allora parroco don Gabriele Camisani ad integrazione dell’esistente oratorio e con la dedicazione a Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, e tenuta fino all’abbandono della adiacente scuola materna, dalle suore del Sacro Cuore.

Proprio perché edificata in tempi recenti, e con la fattiva partecipazione dei nostri nonni e padri, e perché in essa abbiamo mosso i nostri primi timidi passi alla socialità, essa è ancora fortemente presente nella nostra memoria, che resta ferita alla vista dello scempio cui è sottoposta ora, uno scempio che offusca la bellezza della sua struttura, ormai invasa da rovi e sterpaglie, del suo interno con deliziosi soppalchi laterali, con statue lignee, sotto un tetto a rosoni in legno.

E tutto questo è ormai condannato a lenta inesorabile rovina.

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010