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San Paolo

 

San Giorgio di Cremezzano

di Alfredo Seccamani

 

da CASANOVA, Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce. Le chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni (San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, pp. 17-26.

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La chiesa antica

È solo una offuscata e vaga presenza nella memoria dei cremezzanesi l’esistenza di quella costruzione, fruita fino agli anni 1929-1930 come unico e prezioso luogo di preghiera delle generazioni passate, e, da quegli anni, come costruzione accantonata e dimenticata dagli uomini, che ne hanno così decretato un lento e inesorabile declino.

L’esistenza del primo nucleo di questa chiesa parrocchiale intitolata a S. Giorgio, da sempre patrono di questa comunità, ha radici remote che si perdono in tempi nei quali il riscontro di documentazioni ha difficoltà a dare risposte certe. È ipotizzabile che il suo primitivo, piccolo nucleo fosse sorto nella stessa posizione che noi conosciamo: lo può far supporre il sito alto e dominante la campagna adiacente che le faceva da corona, una iniziale presenza di certo più ridotta rispetto alle dimensioni constatate fino ai nostri tempi, risalente all’insediamento dei primi nuclei cristiani in questo vasto territorio del “pago Farraticano” (così indicato fin dagli insediamenti romani), che comprendeva anche i comuni vicini: un territorio che fece parte del pago e poi della pieve di Oriano.

La posizione accertata poneva l’antica chiesa proprio nel cento del nucleo dell’antico castello di Cremezzano, collocato su quel rialzo del terreno che consentiva un assetto difensivo del villaggio ben strutturato fin dal medioevo.

Le prime notizie riferite all’antica chiesa ci giungono dal 1531, quando dal primitivo nucleo esistente, venne rifatta, come sede del beneficio parrocchiale di S. Giorgio e figliale della pieve di Oriano, su iniziativa dei fratelli Terzi Lana quondam Pace o Pasino, che aumentarono anche al beneficio il contributo del giuspatronato, nel novembre di quell’anno concesso da papa Clemente VII ai figli e discendenti del nobile Lana.

In tale diritto nel 1726 subentrò il Bernardino Caffi, che aveva comperato parte della proprietà Lana. Tale diritto passò poi nel 1769 al conte Giacinto Balucanti, che nominava il parroco assieme a Giuseppina Terzi Lana e a Faustino e Marco Fanti subentrati in parte nella proprietà Lana. Con la morte di Giacinto Balucanti nel 1886 tale diritto passò nel 1898 al suo nipote il conte Diogene Valotti, al quale i Fanti cedettero la loro quota.

La chiesa abbattuta faceva quindi parte dell’antico castello di Cremezzano, di cui è ormai andata perduta ogni struttura muraria, ma non già l’assetto urbanistico dell’intero nucleo, ancora fortemente intuibile, con le sue anguste vie di accesso che definiscono i contorni delle abitazioni del villaggio sorto accanto, la cui lettura urbana è conferma dell’antica struttura.

Il dosso sopraelevato del castello, della chiesa e delle case ad esso abbarbicate era tutto circondato da un fossato ricco d’acque, che comprendeva le vie ora denominate Caffi, Orti, Giardino e XXV Aprile, che descrivevano un ampio quadrato attorno al nucleo primitivo.

Del fossato ne dà conferma il podestà Da Lezze nel suo Catastico redatto nel 1610 per la Repubblica Veneta. Anche lo storico Lechi conferma l’ipotesi della presenza tutto intorno al nucleo del castello di questo ampio fossato, di cui erano rimaste tracce, riscoperte e nello stesso tempo eliminate nel 1930 a seguito dei lavori per la costruzione della nuova attuale parrocchiale.

La storia della antica chiesa e di questa piccola orgogliosa comunità, ha una caratteristica assolutamente certa e unica: la chiesa, fin dall’insediamento del primo parroco don Raffaele Alessandrini, giuntovi nel 1533, fu l’unica e sola chiesa a servizio dei fedeli, che individuavano in quella, e solo in quella il loro tempio nel quale assistere alle funzioni. Non vi furono quindi nel corso dei secoli altre chiese, oratori, cappelle campestri su tutto il territorio al servizio di questa indipendente comunità.

Per secoli unico luogo sacro sul territorio del villaggio, la chiesa di S. Giorgio nel corso della sua esistenza fu di certo luogo privilegiato per le funzioni e la devozione popolare, e per questo ancor più sentita come loro proprietà dai cremezzanesi, fieri ed indipendenti dalle realtà civili e religiose del circondario. Una indipendenza e autonomia religiosa mantenuta fino ai nostri giorni, non senza orgoglio, da Cremezzano, che del resto fu per lunghi secoli comune autonomo, fino a quando i suoi abitanti si videro scippare questa loro autonomia amministrativa e civile nel 1927, in seguito all’aggregazione al comune di Pedergnaga-Oriano.

Fu, del resto, proprio sul finire degli anni 1925-30 che la chiesa oggetto della nostra ricerca, giunta in prossimità dei 400 anni, venne ritenuta non più confacente alle necessità dei fedeli; visti gli eventi amministrativi occorsi in quegli anni, non poco dovette anche contare l’orgoglio di rivalsa di una comunità desiderosa di dimostrare una propria autonomia e riconoscersi in concreti segni religiosi, grandi e nuovi.

 

Per la nuova chiesa si dovette non solo abbattere la parte anteriore di quella antica, ma fu scelto anche un nuovo orientamento che rompeva l’assetto fino ad allora mantenuto. Se quella antica aveva l’orientamento est-ovest, tipico delle chiese medievali, quella nuova si intese costruirla con andamento sud-nord, con la facciata rivolta a sud, che consentiva di accogliere i fedeli sull’ampio spazio prospiciente la via da sempre chiamata “della Chiesa”. Una planimetria della zona e del posizionamento della chiesa viene riscontrato attraverso le mappe del catasto napoleonico e di quello austriaco giunte fino a noi.

Come appare dalle mappe, la posizione della chiesa antica era ben delineata, il suo orientamento est-ovest la poneva in posizione dominante la piazza circostante, con la facciata ad ovest e l’abside ad est, unita in un corpo unico con l’antica sacrestia, sormontata da un piccolo ma elegante campanile, il tutto collegato verso sud all’antica casa canonica che chiudeva di fatto la zona della piazza.

La si può ipotizzare di discrete dimensioni e, da quanto ci è dato di constatare, dalle linee estremamente sobrie e lineari.

Non ci è mai giunta una descrizione della posizione degli altari della chiesa, né un’indicazione di particolari elementi architettonici di pregio; possiamo solo intuire dai paliotti superstiti una discreta, ma non ostentata eleganza degli interni.

 

Il recupero di notizie sull’antica chiesa non ci consente purtroppo di usufruire di un ricco repertorio, poiché i dati sono giunti a noi in maniera discontinua, a testimonianza frammentaria di epoche passate.

Il nostro assemblaggio di notizie è in larga parte incompleto: di certo ben altra consistenza documentaria avrebbe avuto l’approccio diretto agli archivi parrocchiali, che avrebbero reso più palpabile il passato. Le notizie contenute in tali archivi sono giunte a noi in modo indiretto, da qualche appassionato che in passato aveva potuto accedervi benché in modo limitato, e precisamente nel 1991 in occasione del 60° anniversario di costruzione della nuova chiesa, quando si allestì una piccola mostra di documenti inerenti l’anniversario.

L’accesso diretto agli archivi parrocchiali avrebbe consentito di documentare non solamente una realtà religiosa annotata dai parroci e dai fabbricieri per secoli nei registri, ma anche fatti e avvenimenti della vita civile che vi ruotava attorno, notizie e memorie che avrebbero meglio fotografato la situazione storica.

Vi è amarezza per l’approccio negato a questi scrigni di memorie della gente per la gente, che ha il diritto di sapere del suo passato. L’accesso ci è stato cortesemente eluso: non possiamo tacerlo, dopo aver constatato una seppur gentile propensione a non voler rendere visibili certe notizie che hanno segnato gli anni passati delle comunità interessate, non consentendo di far diventare patrimonio di tutti le memorie di tutti.

Avendo avuto questa esperienza, auspichiamo che gli abitanti dei borghi interessati alla ricerca sapranno attingere delle sensazioni e ricordi a loro tramandati, memorie raccolte da lunghe eredità trasmesse non senza fatica e sacrificio quotidiano. 

 

La costruzione della nuova parrocchiale 

Sul finire degli anni 1920, l’inesorabile azione del tempo e la non troppo sollecita cura dei fedeli, aveva reso la chiesa, prossima alla vetusta età di 400 anni, non più adeguata alle esigenze dei fedeli: segni preoccupanti si erano aperti nei muri invecchiati, l’umidità intaccava intonaci e suppellettili, un lento declino strutturale consigliava pronte risposte, non più procrastinabili.

Don Caffi, allora parroco di questa comunità, non poté non cercare soluzioni idonee. Per sua iniziativa, e con l’appoggio più completo della popolazione, nel 1929-30 venne concretamente realizzandosi l’idea della costruzione della nuova chiesa parrocchiale, per sostituire quella antica che stava inesorabilmente subendo il peso degli anni sulle proprie strutture murarie, non più in grado di garantire funzionalità e sicurezza ai fruitori del luogo sacro.

Crediamo fermamente che la scelta dell’abbattimento della vecchia chiesa e della costruzione della nuova fu dettato proprio dallo stato di degrado generale dell’intera antica struttura, e della impellente necessità di una nuova chiesa.

Si rese pertanto necessario un progetto: l’incarico fu affidato allo studio dell’ingegner Ottorino Giacomelli e del geometra Angelo Giacomelli di Trenzano.

Questi, iniziando lo sviluppo del progetto, dovettero tenere conto oltre che dell’impegno di spesa da far affrontare ai cremezzanesi e dello stile architettonico da suggerire, anche della struttura del terreno circostante, ancora in parte residuo della fossa dell’antico castello: carotaggi e analisi del terreno furono eseguiti dai tecnici. Nella definizione architettonica del nuovo tempio prevalse lo stile neoclassico, concordato con i fabbriceri della comunità coadiuvati da don Caffi, che con assiduità seguì le fasi preliminari del progetto.

Abbiamo parlato di studi e soluzioni per la nuova chiesa; riportiamo qui integralmente la relazione tecnica preliminare al progetto redatto dallo studio Giacomelli: 

Trenzano 13 Aprile 1929 -

M. R. Arciprete di Cremezzano

Conformemente all’incarico affidatoci abbiamo ora compiuto lo studio di massima per la costruzione di una nuova Chiesa per la sua Parrocchia e ci siamo, in primo luogo, attenuti ai criteri e al tipo di Chiesa da Lei preferito.

Prima di procedere alla compilazione del progetto definitivo, riteniamo utile sottoporle i risultati di questo primo studio, perché da esso sono sorti alcuni quesiti, che meritano attenta ponderazione e sui quali ci è indispensabile conoscere il Suo pregiato giudizio, soprattutto per quanto riguarda la parte finanziaria. Perciò Le alleghiamo una planimetria generale e una sezione longitudinale, dal cui esame risulta chiaramente la posizione che verrebbe ad assumere la nuova Chiesa rispetto ai fabbricati esistenti e l’andamento del piano delle fondazioni attraverso al terreno accidentato e di natura varia messo a nostra disposizione.

Seguendo il Suo desiderio, abbiamo orientato la Chiesa col suo asse mediano longitudinale coincidente con la direzione della facciata della Chiesa attuale, di modo che la nuova facciata risulta quasi (ma non perfettamente) perpendicolare all’asse stradale.

Il danno estetico apportato a questo ripiego, non sarà molto sensibile; in contrapposto però anche il vantaggio che ne deriva, è ben lontano da quello sperato: infatti la linea delle fondazioni al lato Ovest va ancora, per buona parte, a cadere sul fondo dell’antico stagno e, per altro buon tratto, si mantiene sull’orlo di questo, mentre, per realizzare economie sensibili sul posto delle fondazioni, avremmo bisogno di poterci allontanare di almeno 3 metri dall’orlo dello stagno.

Dal computo di massima da noi eseguito il costo della sola opera muraria, compresi cioè:

a - Scavi per fondazione e sistemazione di piano.

b - Muratura di fondazione e sistemazione in calcestruzzo.

c - Muratura in elevazione in mattoni forti.

d - Muratura a volto.

e - Soletta in cemento armato per pavimento sopraelevato.

f - Tetto in tegole marsigliesi su armatura in legno.

g - Intonaci.

h - Pavimento di mattonelle in cemento.

È preventivato in £. 296.000 (duecentonovantaseimila).

Da questo computo sono quindi escluse le forniture di marmi per gradini, zoccoli, altari, elementi decorativi della facciata ecc.; così pure sono escluse tutte le forniture di serramenti, coloriture, decorazioni, pulpito, confessionali, pala del Coro ed ogni altra opera di finitura.

Naturalmente, nel nostro computo preventivo non abbiamo tenuto calcolo di tutte quelle altre economie che Ella potrà ottenere nell’esecuzione dell’opera, mediante l’opera gratuita per scavi e trasporti; perché l’esperienza ci ha già dimostrato quanto poco conto si possa fare sul reddito di questo non disciplinato; in ogni modo, tali economie anche nella più rosea delle ipotesi non potranno superare l’8 per cento del valore preventivato per l’intera opera muraria.

La natura del terreno sul quale dovrebbe sorgere la Chiesa è una delle cause che contribuiscono ad elevare il costo dell’opera; il costo delle sole opere di fondazione e di quelle in elevazione sottostanti al piano del pavimento e la costruzione della soletta in cemento armato a sostegno del pavimento è preventivato in complessive £. 26.000 (ventiseimila) e non è improbabile che questa debba essere superata, perché il terreno, specialmente dalla parte dello stagno, può riservarci, all’atto pratico, delle sorprese, che si renderanno evidenti solo alla fine degli scavi, mentre invece la spesa per le opere di fondazione potrebbe ridursi a meno di un terzo di quelle preventivate, qualora la costruzione dovesse sorgere su un terreno piano e di natura uniforme.

Comprendiamo che il trasportare la Chiesa in altre località può essere causa di altri inconvenienti e spese; ma è nostro stretto dovere professionale il richiedere che, anche questa eventualità, sia attentamente vagliata, prima di procedere allo studio del progetto definitivo.

Altre possibilità di maggiori economie esistono e saranno da noi accuratamente studiate; le facciamo però presente che ogni altra economia, all’infuori di quelle conseguibili al cambiamento di posizione, andrà sempre a scapito delle dimensioni utili della Chiesa.

Qualora la nuova Chiesa vada costruita nel posto attualmente scelto bisognerà tener presente che si dovrà demolire la vecchia Chiesa per una lunghezza di m. 9 misurati dall’esterno della facciata, e per un periodo di circa 5 mesi bisognerà provvedere ai servizi religiosi servendosi solo della parte rimanente.

Abbiamo tenuto ad esporLe tutto quanto sopra, non per scoraggiarLa, ma perché è nostro dovere di professionisti di prospettarLe prima che Lei prenda una decisione, tutte le difficoltà di ordine tecnico e finanziario che si dovranno sormontare per giungere al lieto compimento dell’opera.

Ora noi restiamo in attesa del Suo pregiato giudizio e ci occorre soprattutto, per l’ulteriore svolgimento del compito affidatoci, di avere risposte precise ai seguenti quesiti:

1° - Esiste nel paese un’altra località che si presti a Suo avviso alla costruzione della nuova Chiesa?

2° - Le cifre da noi preventivate, in linea di massima, entrano nell’ordine delle Sue possibilità finanziarie o bisogna studiare il modo di ridurre la spesa, sacrificando le dimensioni della Chiesa?

3° - In quest’ultimo caso quali sono le dimensioni minime interne della Chiesa, che Ella ritiene compatibili cogli scopi a cui il Sacro Locale è destinato?

Restiamo in attesa di un suo cortese cenno e intanto La preghiamo gradire l’espressione dei nostri più distinti ossequi.

Ing. Ottorino Giacomelli - Geom. Angelo Giacomelli 

Come accennato nella relazione dei due tecnici preposti al progetto, si pose dopo la scelta tecnica, il problema dell’abbattimento della vecchia Chiesa e la necessità di interpellare la Sovrintendenza ai beni culturali del periodo, che sentita dal parroco e dai solerti tecnici, faceva giungere in tempi brevi la sua risposta favorevole.

Dopo la scelta effettuata da don Caffi e dalla popolazione, che ritenne che la soluzione per la chiesa nuova fosse la più idonea per le esigenze di Cremezzano, oneri di spesa compresi, lo studio Giacomelli redasse un più dettagliato preventivo di spesa per le opere murarie: tale capitolato, datato 19 Maggio 1930, indicava anche le spese che si dovevano affrontare per la demolizione di parte della chiesa antica. Non abbiamo riscontrato l’impegno di spesa relativo invece all’edificazione della facciata, che avrebbe chiuso quello che rimaneva dell’antica chiesa, la quale mantenne l’altar maggiore e un secondo altare situato alla destra dell’abside.

Si giunge fino al 9 Settembre 1929, quando don Riccardo Caffi pose la prima pietra per la costruzione della nuova chiesa, alla presenza di mons. Emilio Bongiorni che impartì nell’occasione la cresima a numerosi giovani non solo di Cremezzano, ma provenienti pure da Pedergnaga: fra questi i giovani della classe 1921, tra i quali don Francesco Zilioli, Francesco Seccamani, Gianni Crotti, Gianni Delalio, Angelo Tortelli, che ricordano ancora bene, anche se qualche dettaglio si è perso nelle pieghe nelle memorie, quei giorni e quelle atmosfere di un tempo che era per loro porta aperta alla scoperta del mondo. 

 

L’inaugurazione del nuovo tempio 

È invece nel giorno 8 Novembre 1931, che Cremezzano si anima di nuovo: i lavori per la costruzione del tempio sono terminati nella loro fase più sostanziosa, e i parrocchiani sono orgogliosi di aver contribuito alla realizzazione del loro tempio, nel quale manifestare la loro devozione.

Il risultato scaturito era un edificio ampio e luminoso, con una discreta cupola posta la centro della navata, che caratterizza tuttora anche da lontano il profilo di tutto il complesso.

E gli avvenimenti che immediatamente all’inaugurazione susseguirono, vennero celebrati con un impatto emotivo forte e partecipato da tutta la popolazione in modo corale, come a ribadire che ogni avvenimento religioso, ogni cerimonia, diveniva non solo appannaggio dei singoli, ma patrimonio comune da tutti condiviso e partecipato.

Ed ecco che la meticolosa annotazione dei primi avvenimenti celebrati nel nuovo tempio diviene da parte del parroco non solo atto formale, ma un atto storico da tramandare alle generazioni future, quale testimonianza di una ritrovata fiducia nel futuro di una comunità che voleva testimoniare una forte devozione.

È sui polverosi registri parrocchiali che don Caffi orgogliosamente annota: “Il 14 Novembre 1931 viene celebrato il primo matrimonio nella nuova chiesa – contraenti il sig. Barbieri Giacomo Giuseppe, nato a Barbariga il 2 Giugno 1908 e la signora Garoli Antonia Lucia, nata il 6 Giugno 1907 a Pedergnaga”.

E poi troviamo scritto ancora: “Il 23 novembre 1931 viene impartito il primo battesimo a Lavini Adele Benedetta, nata il 21 novembre 1931, figlia di Teofilo e Gisella Mariotti”.  

 

Testimonianze di prima mano 

Una testimonianza diretta dei fatti la troviamo raccontata da un abitante di Cremezzano, che ha saputo mantenere vivi nella memoria gli avvenimenti di quegli anni: è il sig. Giuseppe Zanoletti, chiamato da sempre “Pino”, il quale, con fare pacato, ci racconta le varie fasi della costruzione della nuova chiesa e quanto si dovette lavorare per sistemare quella che era per tutti “la fossa che circondava il castello”, e gli sforzi per deviarne il corso e portare molta terra per livellare tutto il terreno circostante. Un lavoro effettuato da tutta la comunità, compatta nel volere un nuovo tempio, nel quale ritrovava una identità d’intenti: gli agricoltori in testa con i loro cavalli e carri.

Furono abbattuti alcuni vecchi alberi, tra i quali due romiglie che, ormai scavate nel loro interno, servivano da nascondino ai bambini.

La partecipazione ai vari lavori era corale e gratuita: col contributo dei proprietari terrieri e i loro mezzi si consentì l’escavazione di sabbia agli “Zapperoni”, ora fertili campi a nord di Cremezzano, e la raccolta fu effettuata dai giovani con ampi setacci; poi la sabbia veniva trasportata a Bagnolo, ove si prelevavano mattoni, mentre il cemento si prelevava da Palazzolo.

I ricordi di Pino spaziano alle prime frequentazioni della nuova chiesa, i primi sposati in essa, la prima battezzata, i vespri pomeridiani e la recita del rosario serale, sempre con la frequenza di molti; mentre per le processioni delle Quarantore, per il Corpus Domini, per le processioni delle Rogazioni che si snodavano nei campi limitrofi, Pino rammenta gli uomini che facevano a gara per trasportare i baldacchini, o la statua della Madonna, indossando tutti bianche camicie con cravatte nere, e coloro che sfilavano con una fascia sul braccio, portando drappi e insegne, come i giovani della Compagnia di S. Luigi.

 

Una ulteriore quanto preziosa testimonianza la raccogliamo dalla signora Amelia Franzelli in Bertelli, che con cordiale disponibilità fornisce memorie e foto, attinte dagli album di famiglia, diventati viva espressione di ciò che era allora. In particolare ci interessano due foto.

La prima in ordine di tempo è l’immagine di un corteo funebre in direzione del cimitero: sullo sfondo emerge il profilo delle due chiese e del campanile di quella antica, ancora in buono stato di conservazione. È il 30 novembre 1936, giorno del funerale del nonno Paolo Franzelli, con la partecipazione di tutti gli abitanti del borgo.

La seconda foto ritrae la signora Amelia all’età di 8 anni nella ricorrenza del battesimo delle nuove campane, che da lì a poco sarebbero state poste nella cella campanaria della nuovissima torre, terminata nel 1949. La bambina è vicina alla campana “sponsorizzata” dalla famiglia Franzelli-Taiana, e la sua funzione era quella di madrina; le è accanto il papà Giovanni.

Era consuetudine in quelle particolari ricorrenze, dedicare ogni campana ad una o più persone, che avevano così il privilegio di “fare da padrino e madrina”, alcuni scelti per meriti sociali, ecclesiali o umanitari, altri per generose e preziose elargizioni. In questa specifica occasione del “battesimo” nell’estate del 1950, in Cremezzano giunse in un caldo pomeriggio il vescovo di Brescia mons. Giacinto Tredici, figura importante, che molti ricordano ancora perché sembrò apparire agli occhi dei ragazzi di allora burbero e serioso, pur nell’occasione di festa.

La dedicazione delle campane di Cremezzano avvenne in questo modo: la prima campana, il Campanù chiamato San Pietro, fu dedicato alla memoria di don Riccardo Caffi, il parroco che fortemente volle chiesa e campanile; ma quest’ultimo non poté vederlo terminato, perché venne a mancare nel 1949. Padrino della campana fu un suo famigliare.

La seconda campana, chiamata Santa Monica, fu designata così, dopo che la moglie dell’allora sindaco Alghisi aveva avanzato presunti diritti di sponsorizzazione; il dinamico don Carlo Cremona fece allora estrarre a sorte fra le “Madri Cristiane” del paese: la prescelta risultò la signora Anita Garoli, che con piacere ricorda la cerimonia e l’esito della designazione.

La terza campana fu offerta dalle contesse Fenaroli, proprietarie nel territorio di vasti possedimenti, che presenti alla cerimonia fecero molto signorilmente estrarre a sorte i due padrini, sorteggiandoli fra i giovani del luogo: furono prescelti due adolescenti, Alfredo Gandaglia e Giulia Maccagnola.

La quarta campana fu offerta dalle famiglie Franzelli e Elisa Taiana (affettuosamente per tutti “la siùra Lisa”, e con madrina Amelia Franzelli.

La quinta campana era la Campanella: sono discordanti i dati della sua attribuzione, ma sembra sia stata assegnata al patronato dello sesso don Carlo Cremona, abile a trovare gli sponsor dell’operazione, e ad impegnare gli stessi, mediante scritti controfirmati e vincolanti, a sopperire ad eventuali disavanzi delle casse parrocchiali. 

 

L’annientamento degli ultimi resti 

Morto don Carlo Cremona, a guidare le sorti della parrocchia giunse verso l’anno 1966 don Giovanni Vignoni, proveniente da Palazzolo, e forse l’impeto del fare e sistemare per il futuro tutta l’area della chiesa e della canonica, ormai bisognosa di restauri, fece sì che si decidesse per l’abbattimento di quanto restava dell’antica chiesa.

Non ci risultano esservi state forti pressioni da parte degli abitanti del paese: la vecchia chiesa era sì malandata, ma rimanevano pur sempre le strutture architettoniche che un intervento più saggio di restauro avrebbe consentito di far giungere a noi, conservando almeno in parte quello che era stato per secoli il tempio di Cremezzano e che ancora qualche abitante rimpiange.

Non ci risultano neppure richieste alle autorità competenti per l’autorizzazione all’abbattimento: la fretta che si riscontrò ci fa sospettare per la demolizione un iter non troppo rispettoso di chi in paese avrebbe preferito altra più consona soluzione.

Quanto restava fu dunque mandato al macero: una solerte squadra di muratori, in tempi e modi sbrigativi, si mise all’opera per disperdere e dissipare ogni cosa in discariche e riempimenti di terreni ovunque sparsi. Poco o nulla si salvò: forse qualche reperto ha trovato rifugio in qualche cortile privato, frammenti inerti e senza valore artistico, tenuti solo per avere un qualcosa di palpabile per ricordare ciò che un giorno fu.

Nei lavori di demolizione dell’abside e delle pareti della chiesa furono rinvenute alcune lapidi sepolcrali, di un non ben precisato signore Lana: forse – si disse – uno di quelli che nel 1531 avevano contribuito alla edificazione della vecchia chiesa.

Nella zona adiacente invece, durante i lavori di demolizione della parte anteriore, già nel 1930-31 era stata trovata un’ara votiva romana, con un’iscrizione dedicata ad Ercole, e finita, al museo Romano di Brescia.

Il signor Vincenzo Manenti, attento pure lui alla salvaguardia di ciò che ha segnato i passi e la storia in Cremezzano, ci fa pervenire con piacere un’autentica e gradita sorpresa: un video da lui stesso realizzato nel 1967, che riprende alcune fasi della demolizione della chiesa antica e del vecchio campanile.

Appena ebbe saputo dei lavori di demolizione, si preoccupò con intuizione e sensibilità di documentare con la video-8 ciò che stava accadendo: la ripresa, certo effettuata non senza qualche apprensione e difficoltà, ha prodotto immagini, seppur brevi e non del tutto limpide, che testimoniano nei fotogrammi ancora il buono stato della facciata e di quanto rimaneva dell’antica struttura.  

 

Che cosa rimane 

Tre sono gli altari rimasti dell’antica chiesa, recuperati integri ancora nel 1930-32 per essere posti nella nuova: l’altare maggiore, in seguito ampliato e profondamente modificato, e i due altari laterali, uno di fronte all’altro.

Quello a sinistra, con statua, altare, paliotto e gradino originari, è dedicato a S. Giorgio. Il santo è rappresentato da una statua lignea in piedi nell’atto di trafiggere un drago; l’altare, cui si accede da un gradino in marmo chiaro, ha un pregevole paliotto finemente lavorato, con l’immagine della Madonna col Bambino in braccio e un grosso rosario nella mano, adorno di motivi allegorici ed animali che fanno da corona.

L’altare di destra, pure esso completamente originale, è sormontato da un discreto crocefisso che non si ritiene proveniente dall’antica chiesa; il gradino è anch’esso in marmo chiaro, ma il paliotto è più semplice, con motivi floreali, gigli, rose e cardi, e con figure di animali sui lati.

Tutti gli altari sono in buono stato di conservazione; qualche piccolo segno di danneggiamento è riscontrabile, ma l’insieme gode di buona salute, considerando l’età e le varie peripezie vissute nei secoli. Così pure i paliotti che, dato il materiale di costruzione, bene hanno resistito alla pericolosa umidità che spesso mina questo tipo di opere.

I paliotti (ossia i prospetti frontali degli altari) che si trovano nei due altari della chiesa di S. Giorgio, risultano ben eseguiti, e al primo sguardo creano l’illusione di marmi con intarsi; a un attento esame si vede però che sono realizzati in scagliola, gesso cotto macinato molto finemente, la cui realizzazione è frutto di una tecnica molto raffinata, usata da architetti e scultori per i loro lavori in stucco ad imitazione del marmo.

Questo metodo era utilizzato dalle parrocchie meno ricche che, volendo abbellire gli altari delle loro chiese, lo preferivano ai veri intarsi e bassorilievi marmorei, dai costi proibitivi.

Un altro paliotto sempre in scagliola, meno decorato dei precedenti, ma anch’esso sopravvissuto alla distruzione totale della vecchia chiesa, venne donato alla parrocchia di Verolavecchia ed inserito nell’altar maggiore della chiesetta cimiteriale intitolata ai santi Vito e Modesto.

 

Alla rovina definitiva sono sopravvissuti solo pochissimi reperti degni di valore artistico: un’antica colonna tuscanica in marmo bianco e dalle forme slanciate, con un bel capitello intatto, fu salvata quando ormai un carrettiere la stava portando in discarica assieme agli altri frammenti; un tempestivo intervento di recupero la pose al riparo da occhi indiscreti in un cortile privato, dove è stata conservata per decenni.

Ora dopo circa trent’anni di oblio, un saggio intervento l’ha saputa rivalutare: la colonna fa bella mostra di sé nell’ampio giardino di una splendida abitazione in Scarpizzolo, regalando ai cordiali proprietari non solo una ombra di bellezza classica, ma divenendo testimone del passato della loro personale storia.

 

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