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La chiesa antica
È
solo una offuscata e vaga presenza nella memoria
dei cremezzanesi l’esistenza di quella
costruzione, fruita fino agli anni 1929-1930
come unico e prezioso luogo di preghiera delle
generazioni passate, e, da quegli anni, come
costruzione accantonata e dimenticata dagli
uomini, che ne hanno così decretato un lento e
inesorabile declino.
L’esistenza del primo
nucleo di questa chiesa parrocchiale intitolata
a S. Giorgio, da sempre patrono di questa
comunità, ha radici remote che si perdono in
tempi nei quali il riscontro di documentazioni
ha difficoltà a dare risposte certe. È
ipotizzabile che il suo primitivo, piccolo
nucleo fosse sorto nella stessa posizione che
noi conosciamo: lo può far supporre il sito alto
e dominante la campagna adiacente che le faceva
da corona, una iniziale presenza di certo più
ridotta rispetto alle dimensioni constatate fino
ai nostri tempi, risalente all’insediamento dei
primi nuclei cristiani in questo vasto
territorio del “pago Farraticano” (così
indicato fin dagli insediamenti romani), che
comprendeva anche i comuni vicini: un territorio
che fece parte del pago e poi della pieve
di Oriano.
La posizione accertata
poneva l’antica chiesa proprio nel cento del
nucleo dell’antico castello di Cremezzano,
collocato su quel rialzo del terreno che
consentiva un assetto difensivo del villaggio
ben strutturato fin dal medioevo.
Le prime notizie riferite
all’antica chiesa ci giungono dal 1531, quando
dal primitivo nucleo esistente, venne rifatta,
come sede del beneficio parrocchiale di S.
Giorgio e figliale della pieve di Oriano, su
iniziativa dei fratelli Terzi Lana quondam
Pace o Pasino, che aumentarono anche al
beneficio il contributo del giuspatronato, nel
novembre di quell’anno concesso da papa Clemente
VII ai figli e discendenti del nobile Lana.
In tale diritto nel 1726
subentrò il Bernardino Caffi, che aveva
comperato parte della proprietà Lana. Tale
diritto passò poi nel 1769 al conte Giacinto
Balucanti, che nominava il parroco assieme a
Giuseppina Terzi Lana e a Faustino e Marco Fanti
subentrati in parte nella proprietà Lana. Con la
morte di Giacinto Balucanti nel 1886 tale
diritto passò nel 1898 al suo nipote il conte
Diogene Valotti, al quale i Fanti cedettero la
loro quota.
La chiesa abbattuta faceva
quindi parte dell’antico castello di Cremezzano,
di cui è ormai andata perduta ogni struttura
muraria, ma non già l’assetto urbanistico
dell’intero nucleo, ancora fortemente intuibile,
con le sue anguste vie di accesso che
definiscono i contorni delle abitazioni del
villaggio sorto accanto, la cui lettura urbana è
conferma dell’antica struttura.
Il dosso sopraelevato del
castello, della chiesa e delle case ad esso
abbarbicate era tutto circondato da un fossato
ricco d’acque, che comprendeva le vie ora
denominate Caffi, Orti, Giardino e XXV Aprile,
che descrivevano un ampio quadrato attorno al
nucleo primitivo.
Del fossato ne dà conferma
il podestà Da Lezze nel suo Catastico redatto
nel 1610 per la Repubblica Veneta. Anche lo
storico Lechi conferma l’ipotesi della presenza
tutto intorno al nucleo del castello di questo
ampio fossato, di cui erano rimaste tracce,
riscoperte e nello stesso tempo eliminate nel
1930 a seguito dei lavori per la costruzione
della nuova attuale parrocchiale.
La storia della antica
chiesa e di questa piccola orgogliosa comunità,
ha una caratteristica assolutamente certa e
unica: la chiesa, fin dall’insediamento del
primo parroco don Raffaele Alessandrini,
giuntovi nel 1533, fu l’unica e sola chiesa a
servizio dei fedeli, che individuavano in
quella, e solo in quella il loro tempio nel
quale assistere alle funzioni. Non vi furono
quindi nel corso dei secoli altre chiese,
oratori, cappelle campestri su tutto il
territorio al servizio di questa indipendente
comunità.
Per secoli unico luogo
sacro sul territorio del villaggio, la chiesa di
S. Giorgio nel corso della sua esistenza fu di
certo luogo privilegiato per le funzioni e la
devozione popolare, e per questo ancor più
sentita come loro proprietà dai cremezzanesi,
fieri ed indipendenti dalle realtà civili e
religiose del circondario. Una indipendenza e
autonomia religiosa mantenuta fino ai nostri
giorni, non senza orgoglio, da Cremezzano, che
del resto fu per lunghi secoli comune autonomo,
fino a quando i suoi abitanti si videro scippare
questa loro autonomia amministrativa e civile
nel 1927, in seguito all’aggregazione al comune
di Pedergnaga-Oriano.
Fu, del resto, proprio sul
finire degli anni 1925-30 che la chiesa oggetto
della nostra ricerca, giunta in prossimità dei
400 anni, venne ritenuta non più confacente alle
necessità dei fedeli; visti gli eventi
amministrativi occorsi in quegli anni, non poco
dovette anche contare l’orgoglio di rivalsa di
una comunità desiderosa di dimostrare una
propria autonomia e riconoscersi in concreti
segni religiosi, grandi e nuovi.
Per la nuova chiesa si dovette non solo
abbattere la parte anteriore di quella antica,
ma fu scelto anche un nuovo orientamento che
rompeva l’assetto fino ad allora mantenuto. Se
quella antica aveva l’orientamento est-ovest,
tipico delle chiese medievali, quella nuova si
intese costruirla con andamento sud-nord, con la
facciata rivolta a sud, che consentiva di
accogliere i fedeli sull’ampio spazio
prospiciente la via da sempre chiamata “della
Chiesa”. Una planimetria della zona e del
posizionamento della chiesa viene riscontrato
attraverso le mappe del catasto napoleonico e di
quello austriaco giunte fino a noi.
Come appare dalle mappe,
la posizione della chiesa antica era ben
delineata, il suo orientamento est-ovest la
poneva in posizione dominante la piazza
circostante, con la facciata ad ovest e l’abside
ad est, unita in un corpo unico con l’antica
sacrestia, sormontata da un piccolo ma elegante
campanile, il tutto collegato verso sud
all’antica casa canonica che chiudeva di fatto
la zona della piazza.
La si può ipotizzare di
discrete dimensioni e, da quanto ci è dato di
constatare, dalle linee estremamente sobrie e
lineari.
Non ci è mai giunta una
descrizione della posizione degli altari della
chiesa, né un’indicazione di particolari
elementi architettonici di pregio; possiamo solo
intuire dai paliotti superstiti una discreta, ma
non ostentata eleganza degli interni.
Il
recupero di notizie sull’antica chiesa non ci
consente purtroppo di usufruire di un ricco
repertorio, poiché i dati sono giunti a noi in
maniera discontinua, a testimonianza
frammentaria di epoche passate.
Il nostro assemblaggio di
notizie è in larga parte incompleto: di certo
ben altra consistenza documentaria avrebbe avuto
l’approccio diretto agli archivi parrocchiali,
che avrebbero reso più palpabile il passato. Le
notizie contenute in tali archivi sono giunte a
noi in modo indiretto, da qualche appassionato
che in passato aveva potuto accedervi benché in
modo limitato, e precisamente nel 1991 in
occasione del 60° anniversario di costruzione
della nuova chiesa, quando si allestì una
piccola mostra di documenti inerenti
l’anniversario.
L’accesso diretto agli
archivi parrocchiali avrebbe consentito di
documentare non solamente una realtà religiosa
annotata dai parroci e dai fabbricieri per
secoli nei registri, ma anche fatti e
avvenimenti della vita civile che vi ruotava
attorno, notizie e memorie che avrebbero meglio
fotografato la situazione storica.
Vi è amarezza per
l’approccio negato a questi scrigni di memorie
della gente per la gente, che ha il diritto di
sapere del suo passato. L’accesso ci è stato
cortesemente eluso: non possiamo tacerlo, dopo
aver constatato una seppur gentile propensione a
non voler rendere visibili certe notizie che
hanno segnato gli anni passati delle comunità
interessate, non consentendo di far diventare
patrimonio di tutti le memorie di tutti.
Avendo avuto questa
esperienza, auspichiamo che gli abitanti dei
borghi interessati alla ricerca sapranno
attingere delle sensazioni e ricordi a loro
tramandati, memorie raccolte da lunghe eredità
trasmesse non senza fatica e sacrificio
quotidiano.
La costruzione della
nuova parrocchiale
Sul finire degli anni 1920, l’inesorabile azione
del tempo e la non troppo sollecita cura dei
fedeli, aveva reso la chiesa, prossima alla
vetusta età di 400 anni, non più adeguata alle
esigenze dei fedeli: segni preoccupanti si erano
aperti nei muri invecchiati, l’umidità intaccava
intonaci e suppellettili, un lento declino
strutturale consigliava pronte risposte, non più
procrastinabili.
Don Caffi, allora parroco
di questa comunità, non poté non cercare
soluzioni idonee. Per sua iniziativa, e con
l’appoggio più completo della popolazione, nel
1929-30 venne concretamente realizzandosi l’idea
della costruzione della nuova chiesa
parrocchiale, per sostituire quella antica che
stava inesorabilmente subendo il peso degli anni
sulle proprie strutture murarie, non più in
grado di garantire funzionalità e sicurezza ai
fruitori del luogo sacro.
Crediamo fermamente che la
scelta dell’abbattimento della vecchia chiesa e
della costruzione della nuova fu dettato proprio
dallo stato di degrado generale dell’intera
antica struttura, e della impellente necessità
di una nuova chiesa.
Si rese pertanto
necessario un progetto: l’incarico fu affidato
allo studio dell’ingegner Ottorino Giacomelli e
del geometra Angelo Giacomelli di Trenzano.
Questi, iniziando lo
sviluppo del progetto, dovettero tenere conto
oltre che dell’impegno di spesa da far
affrontare ai cremezzanesi e dello stile
architettonico da suggerire, anche della
struttura del terreno circostante, ancora in
parte residuo della fossa dell’antico castello:
carotaggi e analisi del terreno furono eseguiti
dai tecnici. Nella definizione architettonica
del nuovo tempio prevalse lo stile neoclassico,
concordato con i fabbriceri della comunità
coadiuvati da don Caffi, che con assiduità seguì
le fasi preliminari del progetto.
Abbiamo parlato di studi e
soluzioni per la nuova chiesa; riportiamo qui
integralmente la relazione tecnica preliminare
al progetto redatto dallo studio Giacomelli:
Trenzano 13 Aprile 1929 -
M. R. Arciprete di Cremezzano
Conformemente all’incarico
affidatoci abbiamo ora compiuto lo studio di
massima per la costruzione di una nuova Chiesa
per la sua Parrocchia e ci siamo, in primo
luogo, attenuti ai criteri e al tipo di Chiesa
da Lei preferito.
Prima di procedere alla
compilazione del progetto definitivo, riteniamo
utile sottoporle i risultati di questo primo
studio, perché da esso sono sorti alcuni
quesiti, che meritano attenta ponderazione e sui
quali ci è indispensabile conoscere il Suo
pregiato giudizio, soprattutto per quanto
riguarda la parte finanziaria. Perciò Le
alleghiamo una planimetria generale e una
sezione longitudinale, dal cui esame risulta
chiaramente la posizione che verrebbe ad
assumere la nuova Chiesa rispetto ai fabbricati
esistenti e l’andamento del piano delle
fondazioni attraverso al terreno accidentato e
di natura varia messo a nostra disposizione.
Seguendo il Suo desiderio,
abbiamo orientato la Chiesa col suo asse mediano
longitudinale coincidente con la direzione della
facciata della Chiesa attuale, di modo che la
nuova facciata risulta quasi (ma non
perfettamente) perpendicolare all’asse stradale.
Il danno estetico apportato a
questo ripiego, non sarà molto sensibile; in
contrapposto però anche il vantaggio che ne
deriva, è ben lontano da quello sperato: infatti
la linea delle fondazioni al lato Ovest va
ancora, per buona parte, a cadere sul fondo
dell’antico stagno e, per altro buon tratto, si
mantiene sull’orlo di questo, mentre, per
realizzare economie sensibili sul posto delle
fondazioni, avremmo bisogno di poterci
allontanare di almeno 3 metri dall’orlo dello
stagno.
Dal computo di massima da noi
eseguito il costo della sola opera muraria,
compresi cioè:
a - Scavi per fondazione e
sistemazione di piano.
b - Muratura di fondazione e
sistemazione in calcestruzzo.
c - Muratura in elevazione in
mattoni forti.
d - Muratura a volto.
e - Soletta in cemento armato per
pavimento sopraelevato.
f - Tetto in tegole marsigliesi
su armatura in legno.
g - Intonaci.
h - Pavimento di mattonelle in
cemento.
È preventivato in £. 296.000
(duecentonovantaseimila).
Da questo computo sono quindi
escluse le forniture di marmi per gradini,
zoccoli, altari, elementi decorativi della
facciata ecc.; così pure sono escluse tutte le
forniture di serramenti, coloriture,
decorazioni, pulpito, confessionali, pala del
Coro ed ogni altra opera di finitura.
Naturalmente, nel nostro computo
preventivo non abbiamo tenuto calcolo di tutte
quelle altre economie che Ella potrà ottenere
nell’esecuzione dell’opera, mediante l’opera
gratuita per scavi e trasporti; perché
l’esperienza ci ha già dimostrato quanto poco
conto si possa fare sul reddito di questo non
disciplinato; in ogni modo, tali economie anche
nella più rosea delle ipotesi non potranno
superare l’8 per cento del valore preventivato
per l’intera opera muraria.
La natura del terreno sul quale
dovrebbe sorgere la Chiesa è una delle cause che
contribuiscono ad elevare il costo dell’opera;
il costo delle sole opere di fondazione e di
quelle in elevazione sottostanti al piano del
pavimento e la costruzione della soletta in
cemento armato a sostegno del pavimento è
preventivato in complessive £. 26.000
(ventiseimila) e non è improbabile che questa
debba essere superata, perché il terreno,
specialmente dalla parte dello stagno, può
riservarci, all’atto pratico, delle sorprese,
che si renderanno evidenti solo alla fine degli
scavi, mentre invece la spesa per le opere di
fondazione potrebbe ridursi a meno di un terzo
di quelle preventivate, qualora la costruzione
dovesse sorgere su un terreno piano e di natura
uniforme.
Comprendiamo che il trasportare
la Chiesa in altre località può essere causa di
altri inconvenienti e spese; ma è nostro stretto
dovere professionale il richiedere che, anche
questa eventualità, sia attentamente vagliata,
prima di procedere allo studio del progetto
definitivo.
Altre possibilità di maggiori
economie esistono e saranno da noi accuratamente
studiate; le facciamo però presente che ogni
altra economia, all’infuori di quelle
conseguibili al cambiamento di posizione, andrà
sempre a scapito delle dimensioni utili della
Chiesa.
Qualora la nuova Chiesa vada
costruita nel posto attualmente scelto bisognerà
tener presente che si dovrà demolire la vecchia
Chiesa per una lunghezza di m. 9 misurati
dall’esterno della facciata, e per un periodo di
circa 5 mesi bisognerà provvedere ai servizi
religiosi servendosi solo della parte rimanente.
Abbiamo tenuto ad esporLe tutto
quanto sopra, non per scoraggiarLa, ma perché è
nostro dovere di professionisti di prospettarLe
prima che Lei prenda una decisione, tutte le
difficoltà di ordine tecnico e finanziario che
si dovranno sormontare per giungere al lieto
compimento dell’opera.
Ora noi restiamo in attesa del
Suo pregiato giudizio e ci occorre soprattutto,
per l’ulteriore svolgimento del compito
affidatoci, di avere risposte precise ai
seguenti quesiti:
1° - Esiste nel paese un’altra
località che si presti a Suo avviso alla
costruzione della nuova Chiesa?
2° - Le cifre da noi
preventivate, in linea di massima, entrano
nell’ordine delle Sue possibilità finanziarie o
bisogna studiare il modo di ridurre la spesa,
sacrificando le dimensioni della Chiesa?
3° - In quest’ultimo caso quali
sono le dimensioni minime interne della Chiesa,
che Ella ritiene compatibili cogli scopi a cui
il Sacro Locale è destinato?
Restiamo in attesa di un suo
cortese cenno e intanto La preghiamo gradire
l’espressione dei nostri più distinti ossequi.
Ing. Ottorino Giacomelli - Geom.
Angelo Giacomelli
Come accennato nella
relazione dei due tecnici preposti al progetto,
si pose dopo la scelta tecnica, il problema
dell’abbattimento della vecchia Chiesa e la
necessità di interpellare la Sovrintendenza ai
beni culturali del periodo, che sentita dal
parroco e dai solerti tecnici, faceva giungere
in tempi brevi la sua risposta favorevole.
Dopo la scelta effettuata
da don Caffi e dalla popolazione, che ritenne
che la soluzione per la chiesa nuova fosse la
più idonea per le esigenze di Cremezzano, oneri
di spesa compresi, lo studio Giacomelli redasse
un più dettagliato preventivo di spesa per le
opere murarie: tale capitolato, datato 19 Maggio
1930, indicava anche le spese che si dovevano
affrontare per la demolizione di parte della
chiesa antica. Non abbiamo riscontrato l’impegno
di spesa relativo invece all’edificazione della
facciata, che avrebbe chiuso quello che rimaneva
dell’antica chiesa, la quale mantenne l’altar
maggiore e un secondo altare situato alla destra
dell’abside.
Si giunge fino al 9
Settembre 1929, quando don Riccardo Caffi pose
la prima pietra per la costruzione della nuova
chiesa, alla presenza di mons. Emilio Bongiorni
che impartì nell’occasione la cresima a numerosi
giovani non solo di Cremezzano, ma provenienti
pure da Pedergnaga: fra questi i giovani della
classe 1921, tra i quali don Francesco Zilioli,
Francesco Seccamani, Gianni Crotti, Gianni
Delalio, Angelo Tortelli, che ricordano ancora
bene, anche se qualche dettaglio si è perso
nelle pieghe nelle memorie, quei giorni e quelle
atmosfere di un tempo che era per loro porta
aperta alla scoperta del mondo.
L’inaugurazione del
nuovo tempio
È
invece nel giorno 8 Novembre 1931, che
Cremezzano si anima di nuovo: i lavori per la
costruzione del tempio sono terminati nella loro
fase più sostanziosa, e i parrocchiani sono
orgogliosi di aver contribuito alla
realizzazione del loro tempio, nel quale
manifestare la loro devozione.
Il risultato scaturito era
un edificio ampio e luminoso, con una discreta
cupola posta la centro della navata, che
caratterizza tuttora anche da lontano il profilo
di tutto il complesso.
E gli avvenimenti che
immediatamente all’inaugurazione susseguirono,
vennero celebrati con un impatto emotivo forte e
partecipato da tutta la popolazione in modo
corale, come a ribadire che ogni avvenimento
religioso, ogni cerimonia, diveniva non solo
appannaggio dei singoli, ma patrimonio comune da
tutti condiviso e partecipato.
Ed ecco che la meticolosa
annotazione dei primi avvenimenti celebrati nel
nuovo tempio diviene da parte del parroco non
solo atto formale, ma un atto storico da
tramandare alle generazioni future, quale
testimonianza di una ritrovata fiducia nel
futuro di una comunità che voleva testimoniare
una forte devozione.
È sui polverosi registri
parrocchiali che don Caffi orgogliosamente
annota: “Il 14 Novembre 1931 viene celebrato
il primo matrimonio nella nuova chiesa –
contraenti il sig. Barbieri Giacomo Giuseppe,
nato a Barbariga il 2 Giugno 1908 e la signora
Garoli Antonia Lucia, nata il 6 Giugno 1907 a
Pedergnaga”.
E poi troviamo scritto
ancora: “Il 23 novembre 1931 viene impartito
il primo battesimo a Lavini Adele Benedetta,
nata il 21 novembre 1931, figlia di Teofilo e
Gisella Mariotti”.
Testimonianze di prima
mano
Una testimonianza diretta dei fatti la troviamo
raccontata da un abitante di Cremezzano, che ha
saputo mantenere vivi nella memoria gli
avvenimenti di quegli anni: è il sig. Giuseppe
Zanoletti, chiamato da sempre “Pino”, il quale,
con fare pacato, ci racconta le varie fasi della
costruzione della nuova chiesa e quanto si
dovette lavorare per sistemare quella che era
per tutti “la fossa che circondava il castello”,
e gli sforzi per deviarne il corso e portare
molta terra per livellare tutto il terreno
circostante. Un lavoro effettuato da tutta la
comunità, compatta nel volere un nuovo tempio,
nel quale ritrovava una identità d’intenti: gli
agricoltori in testa con i loro cavalli e carri.
Furono abbattuti alcuni
vecchi alberi, tra i quali due romiglie che,
ormai scavate nel loro interno, servivano da
nascondino ai bambini.
La partecipazione ai vari
lavori era corale e gratuita: col contributo dei
proprietari terrieri e i loro mezzi si consentì
l’escavazione di sabbia agli “Zapperoni”, ora
fertili campi a nord di Cremezzano, e la
raccolta fu effettuata dai giovani con ampi
setacci; poi la sabbia veniva trasportata a
Bagnolo, ove si prelevavano mattoni, mentre il
cemento si prelevava da Palazzolo.
I ricordi di Pino spaziano
alle prime frequentazioni della nuova chiesa, i
primi sposati in essa, la prima battezzata, i
vespri pomeridiani e la recita del rosario
serale, sempre con la frequenza di molti; mentre
per le processioni delle Quarantore, per il
Corpus Domini, per le processioni delle
Rogazioni che si snodavano nei campi limitrofi,
Pino rammenta gli uomini che facevano a gara per
trasportare i baldacchini, o la statua della
Madonna, indossando tutti bianche camicie con
cravatte nere, e coloro che sfilavano con una
fascia sul braccio, portando drappi e insegne,
come i giovani della Compagnia di S. Luigi.
Una ulteriore quanto preziosa testimonianza la
raccogliamo dalla signora Amelia Franzelli in
Bertelli, che con cordiale disponibilità
fornisce memorie e foto, attinte dagli album di
famiglia, diventati viva espressione di ciò che
era allora. In particolare ci interessano due
foto.
La prima in ordine di
tempo è l’immagine di un corteo funebre in
direzione del cimitero: sullo sfondo emerge il
profilo delle due chiese e del campanile di
quella antica, ancora in buono stato di
conservazione. È il 30 novembre 1936, giorno del
funerale del nonno Paolo Franzelli, con la
partecipazione di tutti gli abitanti del borgo.
La seconda foto ritrae la
signora Amelia all’età di 8 anni nella
ricorrenza del battesimo delle nuove campane,
che da lì a poco sarebbero state poste nella
cella campanaria della nuovissima torre,
terminata nel 1949. La bambina è vicina alla
campana “sponsorizzata” dalla famiglia
Franzelli-Taiana, e la sua funzione era quella
di madrina; le è accanto il papà Giovanni.
Era consuetudine in quelle
particolari ricorrenze, dedicare ogni campana ad
una o più persone, che avevano così il
privilegio di “fare da padrino e madrina”,
alcuni scelti per meriti sociali, ecclesiali o
umanitari, altri per generose e preziose
elargizioni. In questa specifica occasione del
“battesimo” nell’estate del 1950, in Cremezzano
giunse in un caldo pomeriggio il vescovo di
Brescia mons. Giacinto Tredici, figura
importante, che molti ricordano ancora perché
sembrò apparire agli occhi dei ragazzi di allora
burbero e serioso, pur nell’occasione di festa.
La dedicazione delle
campane di Cremezzano avvenne in questo modo: la
prima campana, il Campanù chiamato San
Pietro, fu dedicato alla memoria di don
Riccardo Caffi, il parroco che fortemente volle
chiesa e campanile; ma quest’ultimo non poté
vederlo terminato, perché venne a mancare nel
1949. Padrino della campana fu un suo
famigliare.
La seconda campana,
chiamata Santa Monica, fu designata così,
dopo che la moglie dell’allora sindaco Alghisi
aveva avanzato presunti diritti di
sponsorizzazione; il dinamico don Carlo Cremona
fece allora estrarre a sorte fra le “Madri
Cristiane” del paese: la prescelta risultò la
signora Anita Garoli, che con piacere ricorda la
cerimonia e l’esito della designazione.
La terza campana fu
offerta dalle contesse Fenaroli, proprietarie
nel territorio di vasti possedimenti, che
presenti alla cerimonia fecero molto
signorilmente estrarre a sorte i due padrini,
sorteggiandoli fra i giovani del luogo: furono
prescelti due adolescenti, Alfredo Gandaglia e
Giulia Maccagnola.
La quarta campana fu
offerta dalle famiglie Franzelli e Elisa Taiana
(affettuosamente per tutti “la siùra Lisa”,
e con madrina Amelia Franzelli.
La quinta campana era la
Campanella: sono discordanti i dati della
sua attribuzione, ma sembra sia stata assegnata
al patronato dello sesso don Carlo Cremona,
abile a trovare gli sponsor dell’operazione, e
ad impegnare gli stessi, mediante scritti
controfirmati e vincolanti, a sopperire ad
eventuali disavanzi delle casse parrocchiali.
L’annientamento degli
ultimi resti
Morto don Carlo Cremona, a guidare le sorti
della parrocchia giunse verso l’anno 1966 don
Giovanni Vignoni, proveniente da Palazzolo, e
forse l’impeto del fare e sistemare per il
futuro tutta l’area della chiesa e della
canonica, ormai bisognosa di restauri, fece sì
che si decidesse per l’abbattimento di quanto
restava dell’antica chiesa.
Non ci risultano esservi
state forti pressioni da parte degli abitanti
del paese: la vecchia chiesa era sì malandata,
ma rimanevano pur sempre le strutture
architettoniche che un intervento più saggio di
restauro avrebbe consentito di far giungere a
noi, conservando almeno in parte quello che era
stato per secoli il tempio di Cremezzano e che
ancora qualche abitante rimpiange.
Non ci risultano neppure
richieste alle autorità competenti per
l’autorizzazione all’abbattimento: la fretta che
si riscontrò ci fa sospettare per la demolizione
un iter non troppo rispettoso di chi in paese
avrebbe preferito altra più consona soluzione.
Quanto restava fu dunque
mandato al macero: una solerte squadra di
muratori, in tempi e modi sbrigativi, si mise
all’opera per disperdere e dissipare ogni cosa
in discariche e riempimenti di terreni ovunque
sparsi. Poco o nulla si salvò: forse qualche
reperto ha trovato rifugio in qualche cortile
privato, frammenti inerti e senza valore
artistico, tenuti solo per avere un qualcosa di
palpabile per ricordare ciò che un giorno fu.
Nei lavori di demolizione
dell’abside e delle pareti della chiesa furono
rinvenute alcune lapidi sepolcrali, di un non
ben precisato signore Lana: forse – si disse –
uno di quelli che nel 1531 avevano contribuito
alla edificazione della vecchia chiesa.
Nella zona adiacente
invece, durante i lavori di demolizione della
parte anteriore, già nel 1930-31 era stata
trovata un’ara votiva romana, con un’iscrizione
dedicata ad Ercole, e finita, al museo Romano di
Brescia.
Il signor Vincenzo Manenti,
attento pure lui alla salvaguardia di ciò che ha
segnato i passi e la storia in Cremezzano, ci fa
pervenire con piacere un’autentica e gradita
sorpresa: un video da lui stesso realizzato nel
1967, che riprende alcune fasi della demolizione
della chiesa antica e del vecchio campanile.
Appena ebbe saputo dei
lavori di demolizione, si preoccupò con
intuizione e sensibilità di documentare con la
video-8 ciò che stava accadendo: la
ripresa, certo effettuata non senza qualche
apprensione e difficoltà, ha prodotto immagini,
seppur brevi e non del tutto limpide, che
testimoniano nei fotogrammi ancora il buono
stato della facciata e di quanto rimaneva
dell’antica struttura.
Che cosa rimane
Tre sono gli altari rimasti dell’antica chiesa,
recuperati integri ancora nel 1930-32 per essere
posti nella nuova: l’altare maggiore, in seguito
ampliato e profondamente modificato, e i due
altari laterali, uno di fronte all’altro.
Quello a sinistra, con
statua, altare, paliotto e gradino originari, è
dedicato a S. Giorgio. Il santo è rappresentato
da una statua lignea in piedi nell’atto di
trafiggere un drago; l’altare, cui si accede da
un gradino in marmo chiaro, ha un pregevole
paliotto finemente lavorato, con l’immagine
della Madonna col Bambino in braccio e un grosso
rosario nella mano, adorno di motivi allegorici
ed animali che fanno da corona.
L’altare di destra, pure
esso completamente originale, è sormontato da un
discreto crocefisso che non si ritiene
proveniente dall’antica chiesa; il gradino è
anch’esso in marmo chiaro, ma il paliotto è più
semplice, con motivi floreali, gigli, rose e
cardi, e con figure di animali sui lati.
Tutti gli altari sono in
buono stato di conservazione; qualche piccolo
segno di danneggiamento è riscontrabile, ma
l’insieme gode di buona salute, considerando
l’età e le varie peripezie vissute nei secoli.
Così pure i paliotti che, dato il materiale di
costruzione, bene hanno resistito alla
pericolosa umidità che spesso mina questo tipo
di opere.
I paliotti (ossia i
prospetti frontali degli altari) che si trovano
nei due altari della chiesa di S. Giorgio,
risultano ben eseguiti, e al primo sguardo
creano l’illusione di marmi con intarsi; a un
attento esame si vede però che sono realizzati
in scagliola, gesso cotto macinato molto
finemente, la cui realizzazione è frutto di una
tecnica molto raffinata, usata da architetti e
scultori per i loro lavori in stucco ad
imitazione del marmo.
Questo metodo era
utilizzato dalle parrocchie meno ricche che,
volendo abbellire gli altari delle loro chiese,
lo preferivano ai veri intarsi e bassorilievi
marmorei, dai costi proibitivi.
Un altro paliotto sempre
in scagliola, meno decorato dei precedenti, ma
anch’esso sopravvissuto alla distruzione totale
della vecchia chiesa, venne donato alla
parrocchia di Verolavecchia ed inserito
nell’altar maggiore della chiesetta cimiteriale
intitolata ai santi Vito e Modesto.
Alla rovina definitiva sono sopravvissuti solo
pochissimi reperti degni di valore artistico:
un’antica colonna tuscanica in marmo bianco e
dalle forme slanciate, con un bel capitello
intatto, fu salvata quando ormai un carrettiere
la stava portando in discarica assieme agli
altri frammenti; un tempestivo intervento di
recupero la pose al riparo da occhi indiscreti
in un cortile privato, dove è stata conservata
per decenni.
Ora dopo circa trent’anni
di oblio, un saggio intervento l’ha saputa
rivalutare: la colonna fa bella mostra di sé
nell’ampio giardino di una splendida abitazione
in Scarpizzolo, regalando ai cordiali
proprietari non solo una ombra di bellezza
classica, ma divenendo testimone del passato
della loro personale storia. |