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Documenti |
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16 marzo 1569
Aloisio Martinengo chiede a Domenico Bollani vescovo di Brescia di erigere una
parrocchia in S. Maria di
Montecchio a Quinzano. [pdf] |
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17 marzo 1569
Aloisio Martinengo
assegna terreni per l’erezione di una
parrocchia in S. Maria di
Montecchio a Quinzano; il vescovo Domenico Bollani
erige la parrocchia. [pdf] |
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Immagini
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Quinzano. La Madonna della Rosa di
Montecchio.
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Quinzano
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La
Madonna della Rosa di Montecchio
di Tommaso Casanova
da CASANOVA,
Tommaso, (a cura di), 1998,
Ombre senza voce. Le
chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni
(San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, 1998, pp. 139-174.
[pdf]
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Il legato
Martinengo
Venticinque anni
dopo il Grisonio, nel settembre 1565, il vescovo
Domenico Bollani prendeva atto di un mutamento
importante nel regime economico del romitorio mariano.
Il passo che segue è tratto dal colloquio col cappellano
di Montecchio:
Dominus Presbiter
Bernardinus de Papia de Quintiano capellanus
amouibilis in ecclesia Sanctæ Mariæ de
montichio sub cura dictæ plebis cum salario librarum
sexaginta planet cum
onere celebrandi ad libitum magnifici
Domini Aloysij martinenghi, et non audit
confessiones, et dixit non habere literas suorum
ordinum, et obtulit fidem ostendere, quod
fuit legitime promotus ad sacros ordines, dum
esset in religione ordinis predicatorum,
obtulitque etiam licentiam ostendere
superioris sui morandi extra claustra, et
ideo fuit sibi iniunctum, quod infra
quatuor menses legitime faciat fidem de
promotione, et licentia predictis, examinatus,
repertus fuit idoneus.
[Il prete don Bernardino
Pavia di Quinzano, cappellano salariato nella chiesa di
Santa Maria di Montecchio sotto la cura della pieve di
Quinzano, ha un salario di 60 lire planet, con
l’obbligo di celebrare a discrezione del magnifico
signor Luigi Martinengo, e non ha il permesso di
confessare; ha dichiarato di non possedere i documenti
delle sue ordinazioni, ma ha garantito di poter
dimostrare che è stato legittimamente promosso agli
ordini sacri mentre era frate nell’ordine dei
Domenicani; ha garantito altresì di presentare il
permesso rilasciatogli dal suo superiore di risiedere
fuori dal convento; pertanto gli è stato ordinato di
presentare entro quattro mesi la documentazione legale
degli atti sopra menzionati; esaminato, è stato
giudicato idoneo.]
“Capellanus
amovibilis” (alla lettera: cappellano amovibile,
licenziabile) significa che il Pavia non era investito
permanentemente dell’eventuale beneficio della
cappellania (nel qual caso sarebbe stato definito
capellanus perpetuus, o rector:
titolare della chiesa), ma era stato assunto con un
contratto temporaneo dal nobile patrono, in cambio di un
salario di 60 lire planet. È interessante notare
che si tratta di un ex frate, precisamente un
domenicano: circostanza questa che consente con quanto
detto sopra a proposito degli eremiti.
Nella già più volte
citata visita Pilati del settembre 1572, il nuovo
cappellano don Giacomo Zanoli non è più dichiarato
amovibilis; e per la prima volta vi sono due cenni,
brevi ma precisi, ad un legato di Aloisio (Luigi)
Martinengo, il medesimo personaggio comparso nel verbale
Bollani, quando tuttavia di legati non si parlava
ancora. Il termine legatum (legato, lascito)
impiegato dal Pilati potrebbe far pensare che il
nobiluomo nel frattempo fosse morto, ma in nessuna delle
menzioni è detto quondam (defunto), come sarebbe
lecito aspettarsi in quel caso.
Reuerendus dominus
presbiter Iacobus de Zanolis capellanus in
ecclesia Sanctæ Mariæ de Montechio. cum
mercede 50 ducatorum
ex legato Domini Aloisij de Martinenghis.
[...] Ecclesia Sanctæ Mariæ de Montechio
habet legatum Domini Aloisij de Martinenghis
de 50 ducatis dandis capellano prædicto pro
quotidiana celebratione.
[Il reverendo prete don
Giacomo Zanoli cappellano nella chiesa di Santa Maria di
Montecchio, con salario di 50 ducati per legato del
signor Luigi Martinengo... La chiesa di Santa Maria di
Montecchio ha un legato del signor Luigi Martinengo di
50 ducati, da versarsi al cappellano per una messa
quotidiana.]
Un lascito di 50
ducati annui (150 lire planet), per la
celebrazione di una messa quotidiana e la gestione della
chiesa, era una somma relativamente cospicua. E la
stessa cifra attesta la relazione preliminare alla
visita di san Carlo (1580), dove il Martinengo è
effettivamente quondam, e della chiesa di
Montecchio si dichiara:
In ea est Legatum,
missæ unius quotidianæ, factum
per Quondam dominum Aloysium
Martinenghum ad quod tenetur Magnificus Dominus
Ioannes baptista Martinenghus.
Redditus sunt Librarum 150
monetæ Brixiensis. Capellanus est presbiter
Baptista de Cagnis
[In essa vi è il legato di
una messa quotidiana, disposto dal defunto signor Luigi
Martinengo, al quale è tenuto il magnifico signor
Giovanni Battista Martinengo; i redditi ammontano a 150
lire bresciane; cappellano è il prete Battista Cagni.]
Una rapida
comparazione coi verbali delle visite coeve rende noto,
ad esempio, che nel 1540 il vicario perpetuo del
Capitolo della cattedrale in Cadignano riceveva un
compenso annuo di 20 ducati (60 lire planet). In
occasione della stessa visita, i due curati di Quinzano
lamentavano di non riuscire a campare con il miserando
salario di 10 ducati a testa (30 lire planet) che
passava loro l’arciprete; il visitatore Grisonio,
accondiscendendo in parte alla loro legittima richiesta
di aumento, ingiungeva al fattore della pieve di versar
loro annualmente 12 ducati di 3 lire (36 lire planet).
Nel 1565, invece, la paga di uno dei due curati
quinzanesi ammontava a 60 lire, mentre i cappellani
mercenari ricevevano, a quanto è dato sapere, tra le 50
e le 60 lire. Nel 1580, infine, il cappellano del
Seminario di Brescia in San Faustino a Quinzano, l’unico
di cui sia notato il salario, prendeva 100 lire.
Si vede, dunque, che
il compenso del cappellano di Montecchio era
assolutamente dignitoso, fin da quando era versato ad
libitum per devozione personale dal nobile
Martinengo; e, in ogni caso, era nettamente superiore
alla media delle prebende ecclesiastiche minori del
tempo nella zona.
Caso fortuito e
singolare: come improvviso era comparso, questo lascito
della famiglia Martinengo alla piccola chiesa del
contado, altrettanto improvviso scompare dagli atti
curiali, che non ne fanno più parola dopo la visita
apostolica del Borromeo. E anzi il puntiglioso arciprete
Capello, nell’ottobre 1669, dichiara espressamente al
vescovo Marino Giorgi:
La 7a Chiesa è sotto l’inuocatione
della Beata Vergine
di Montecchio Campestre: Questa non ha entrata ne
obligatione alcuna: Li homini de Finili contorni fanno
celebrare una Messa festiua per sua deuotione, et
commodita, et ui sta un’Heremita.
La chiesa dunque non
ha, e non ricorda di aver avuto, alcuna entrata né alcun
obbligo di messe, ma vi si celebra la domenica per
favorire la devozione e agevolare la frequenza della
gente residente nei paraggi. Analogamente, nell’ottobre
1677, lo stesso parroco scrive che la chiesetta
habet vnum Altare,
in quo diebus festis celebratur
missam ad commoditatem vicinorum,
qui contribuunt manutentioni huius missæ sine tamen
obligatione.
[ha un solo altare, al
quale si celebra messa nei giorni festivi per comodità
delle popolazioni dei dintorni, che contribuiscono
all’offerta per la messa, benché non vi siano
obbligati.]
Segue poi il passo –
già commentato in precedenza – dove si avverte che le
elemosine sono gestite dall’eremita per la manutenzione
dell’edificio. È evidente che le attestazioni di
sussistenza del legato Martinengo si concentrano in
pochi decenni del secondo ‘500. Ma non si potrebbe dire
altro sulla questione, se il caso non avesse riportato
alla luce alcuni interessanti atti della cancelleria
curiale bresciana, che illustrano i rapporti dei
Martinengo del Castelletto con la chiesa di Montecchio,
nell’ambito di un fenomeno piuttosto frequente a quell’epoca,
e tuttavia ancora poco studiato nella storia del nostro
circondario.
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La parrocchia di
Montecchio
Presso l’Archivio
Vescovile di Brescia, in un fascicolo di carte relative
alla parrocchia di Quinzano, sono conservate le minute
di tre atti del 16 e 17 marzo 1569. La condizione di
abbozzi dà ai documenti, soprattutto in alcuni punti, un
aspetto e un valore alquanto incerto; ma nel complesso
le questioni sono poste in modo esplicito e
sufficientemente coerente, per poterne desumere gli
elementi cruciali della vicenda.
Il primo atto, del
16 marzo, è il verbale di una petizione (supplicatio)
presentata, in occasione di una pubblica udienza, al
vescovo di Brescia Domenico Bollani dal nobiluomo
bresciano Luigi Martinengo,
Veniens nomine
Incolarum et habitantium
in Territorio de Quintiano brixiensis diocesis,
in contrata fenilium vallorum uulgo
nuncupatorum seu intra limites parrochialis
ecclesie Plebis nuncupate Sancte Marie dicti
loci
[presentatosi a nome degli
abitanti nel territorio di Quinzano, diocesi di Brescia,
nella contrada denominata in italiano
Fienili dei Valli, compresa entro la giurisdizione
parrocchiale della pieve di Santa Maria in Quinzano.]
È notorio, anche se
in maniera approssimativa e non approfondita con
ricerche di dettaglio, che la zona nord-occidentale del
territorio quinzanese, quella dei cosiddetti
Castelletti, insieme con gran parte della adiacente
campagna di Gabiano (Borgo San Gi acomo), Motella e
Padernello, fu per lunghi secoli dominio di varie
diramazioni feudali della famiglia Martinengo.
Null’altro si può
dire al momento del Luigi protagonista dell’episodio in
esame, verosimilmente identificabile con l’omonimo
testatore di cui s’è detto, se non ciò che si ricava
dagli atti stessi. Era “militum gravis
armaturæ Ductor” (comandante di soldati d’armatura
pesante: una specie di ufficiale di fanteria); presso
Montecchio aveva il nucleo principale delle sue
proprietà patrimoniali (“mayorem partem
patrimonialium bonorum in eadem contrata possidens”);
era singolarmente affezionato e devoto alla chiesetta
campestre (“ob eius singularem quem erga dictam
campestrem ecclesiam gerit devotionis affectum”); ed
era, inoltre, assillato da preoccupazioni per la salute
spirituale e la comodità del popolo residente nelle sue
campagne: ma non è il caso di sbilanciarsi troppo
nell’interpretazione umanitaria del suo gesto, poiché
l’intendimento da lui espresso nelle carte vescovili
potrebbe prestarsi a giudizi di diverso segno. In
realtà, la questione che egli sottoponeva al vescovo è
dichiarata dal verbale in questi termini:
exposuit quod in dicta
contrata habitat satis notabilis parrochianorum
quantitas, ascendens ad numerum ducentum et
vltra, qui ad dictam parrochialem ecclesiam
pro missis et alijs diuinis officijs audiendis et
sacramentis ecclesiasticis percipiendis
accedere soliti sunt, et ex quibus ob nimiam distantiam
que est inter dictam
contratam et dicta parrochialem Ecclesiam
per milliaria duo vel circa,
nonnulli maxime senes et valetudinarij mulieres pregnantes
pueri et alie similes impedite persone legitime
missarum et aliorum diuinorum
officiorum comodo et Incremento maxime
hiemali et pluuiarum tempore
sepenumero priuati existunt, Nonnulli etiam
ex Infirmis in extremis laborantes sacramenta penitentie
et vnctionis extreme suscipere cupientes, ab hac
luce migrarunt, antequam parochus iam vocatus ad
eos accedere potuerit, Deinde infantes aliqui dum
ad baptismatis fontem deferentur in via periere
[Il Martinengo ha esposto
che in quella contrada abita una numerosa comunità di
oltre 200 parrocchiani, i quali di solito accedono alla
chiesa parrocchiale di Quinzano per assistere alle messe
e agli altri uffici divini e ricevere i sacramenti. Per
l’eccessiva distanza, di circa due miglia, che c’è tra
la contrada e la chiesa parrocchiale, alcuni di essi,
soprattutto anziani e malati, donne incinte, bambini e
altre persone legittimamente impedite, rimangono spesso
privati della comodità e del vantaggio spirituale di
frequentare le messe e i divini uffici, specie nel
periodo invernale e piovoso. Anzi, alcuni infermi
agonizzanti, desiderosi di ricevere i sacramenti della
penitenza e dell’estrema unzione, sono spirati prima che
il curato chiamato al loro capezzale potesse
raggiungerli. E addirittura, alcuni neonati, mentre
venivano condotti al fonte battesimale, sono morti lungo
la strada.]
Un problema
pastorale di un certo rilievo, dunque, che rivela tra
l’altro dati demografici interessanti circa il
popolamento delle campagne quinzanesi in quei decenni.
Merita un cenno il fatto che la contrada in questione è
denominata, in questi atti, alternativamente di
Montecchio (de Montechio) e dei Fienili
dei Valli o delle Valli (Fenilium Vallorum),
mentre il Castelletto non è mai menzionato. Si sarebbe
quindi indotti a dedurne da una parte che il nobile
Martinengo forse non appartenesse alla famiglia
principale del Castelletto ma a un ramo minore
proprietario solo di una porzione del latifondo; e
d’altro canto sembra che i duecento residenti di cui
egli parla nella supplica fossero concentrati nei
dintorni della chiesetta campestre: dunque i Fienili
dei Valli potevano corrispondere al nucleo rurale
successivamente denominato Castelletto Sera, che
è il più prossimo alla località di Montecchio.
Non ci aiuta molto
nell’identificazione della località neppure ciò che
scriveva all’inizio del ‘700 il cronista quinzanese
Giovanni Gandino, discorrendo di un personaggio a lui
anteriore d’un paio di generazioni, certo Nicolò Colosso
[Alveario, p. 173]:
Agente al Castelletto de
SSignori martinenghi, che
alli Fenili detti delle Valli per tante Vallette,
e Dossi che inegualmente u’erano, quelle
ridusse e conuertì col suo ingegno in Lamme, e Prati
magri, come al presente, a gran beneficio di quelle
Terre, s’attrouano.
L’idea del nobile
Luigi Martinengo per far fronte al disagio delle
popolazioni disperse nei cascinali è semplice e
intuitiva: egli vorrebbe trasformare il piccolo oratorio
romanico in sede parrocchiale, separandone naturalmente
la giurisdizione e il beneficio fondiario dalla pieve di
Quinzano, cui il territorio della contrada era soggetto.
Il dettaglio organizzativo della proposta è assai
preciso e, con spavalderia, si intromette persino negli
affari patrimoniali della parrocchia quinzanese; la
quale, per parte sua, non compare mai in veste di
attrice nei documenti in esame.
Il fatto non è poi
tanto strano, visto che una separazione, uno
smembramento (dimembratio) come lo definiscono
gli atti, benché per nobili scopi pastorali, oltre che
comportare un depauperamento delle proprietà plebane,
era pur sempre una diminuzione e quindi un affronto
morale per l’autorità della chiesa matrice. E tanto più
se esso andava bensì a vantaggio di una comunità locale
meritevole di attenzione, ma soprattutto di un patrono
privato, il cui estemporaneo zelo religioso poteva
celare qualche secondo fine, se non altro sul piano
dell’immagine.
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Il progetto di
smembramento
Non sarà inutile,
comunque, illustrare almeno in sintesi le linee
programmatiche del progetto Martinengo. Anzitutto
l’edificio cultuale da adibire a nuova parrocchiale, in
quanto vicino e agevolmente raggiungibile dalle
popolazioni rurali, è l’oratorio campestre di Santa
Maria di Montecchio, al momento sine cura (senza
obbligo di cura d’anime), cioè privo delle funzioni
prettamente parrocchiali, spettanti alla pieve di
Quinzano. Poiché per la sopravvivenza economica di ogni
chiesa, e a maggior ragione di una chiesa curata
(con obbligo di cura), è indispensabile un beneficio,
costituito di immobili con rendita adeguata, il
proponente suggerisce di assegnare alla erigenda
parrocchia nove piò di terra, situati nei pressi della
chiesetta campestre e appartenenti alla pieve, la quale
“multum fertilis esse et superabundantes
fructus possidere dignoscitur” [è notoriamente molto
fertile e possiede rendite molto maggiori del
necessario]: questo si chiama fare i conti in tasca al
prossimo! Più oltre aggiunge che i nove piò “à
ceteris bonis, dicte plebis longe distant ac eorum
colono valde incomoda existunt” [sono molto distanti
dagli altri beni della pieve e piuttosto scomodi per chi
li gestisce]. Queste
le condizioni, miranti ovviamente a che la chiesa
campestre
uti perpetuum ecclesiasticum
beneficium uni presbitero
seculari et idoneo qui missas et alia Diuina offitia in
dicta campestri Ecclesia celebret ecclesiastica
sacramenta dictis Incolis, ministret et animarum
dictorum Incolarum curam exerceat
confereretur
[venga conferita, a titolo
di beneficio ecclesiastico perpetuo, a un prete secolare
idoneo, che vi celebri le messe e gli altri uffici
divini, amministri i sacramenti alle popolazioni della
contrada, e ne eserciti la cura d’anime.]
Il nobile Martinengo
si impegna, in caso di assenso, a donare a sua volta
in perpetuo due piò di terra di sua proprietà,
adiacenti alla chiesa e confinanti con i terreni della
pieve; in più offre di dotare a sue spese la nuova
parrocchiale di un degno fonte battesimale in pietra, di
paramenti e di arredi necessari al culto quotidiano
(calice, patena, croce, candelabri); infine promette di
investire, sempre del suo, 600 lire bresciane nella
costruzione presso la chiesa di una dimora per il nuovo
rettore-curato, il quale nel frattempo sarà ospite in
una casa colonica del patrono, che dalle indicazioni del
documento sembrerebbe localizzabile tra gli edifici
rurali dell’odierno Castelletto Sera. Un’ultima più
aleatoria promessa riguarda corposi ma indefiniti
lasciti post mortem, garantiti dal fondatore per
portare l’erigendo beneficio a un reddito complessivo
non indifferente, di 200 lire bresciane:
Item obtulit dare tradere et assignare dicte
ecclesie tot proprietates gaudendas tamen
post mortem dicti domini comparentis,
ex quibus, comprehensis bonis utsupra
assignatis et applicatis dicta ecclesia et
eius rector pro tempore annuatim de
redditu annuo percipiat libras ducentum planet
[Il Martinengo ha promesso
di assegnare alla chiesa di Montecchio tante proprietà,
da godersi tuttavia dopo la sua morte, dalle quali,
compresi i beni assegnati in precedenza, la chiesa,
ossia il suo rettore in carica, percepisca un reddito
annuo di 200 lire bresciane.]
Così, in sintesi, il
contenuto del primo atto curiale.
Non si pose tempo in
mezzo: il giorno seguente 17 marzo 1569, il nobile Luigi
Martinengo, conforme a quanto dichiarato nella petizione
del giorno prima, detta al segretario di curia l’atto
notarile di donazione dei beni
ecclesie Diue
Mariæ de Montechio in parochiam errigendam
utsupra seu futuris rectoribus de
ea per
tempora Instituendis et Reuerendo iuris
vtriusque doctori domino ludouico
arriuabeno Vicario episcopalis curie Brixiensis
uel mihi Ioanni francisco maynatiæ notario
et cancellario curie episcopalis
brixiæ uti publice persone presentibus
et stipulantibus nomine predictæ
ecclesiæ seu eorundem rectorum
pro tempore futurororum
[alla chiesa di Santa
Maria di Montecchio, da erigersi in parrocchia, ossia ai
futuri rettori di essa, e al reverendo dottore in
diritto canonico e civile don Ludovico Arrivabeno
vicario episcopale della curia di Brescia, nonché a me
notaio Giovanni Francesco Mainatia cancelliere della
curia vescovile di Brescia come pubblico ufficiale,
presenti e stipulanti a nome della suddetta chiesa,
ossia dei suoi futuri rettori.]
La bozza di questo
rogito è, delle tre minute che inquadrano la vertenza,
la più tormentata nella grafia e nei frequenti
accomodamenti del testo, peraltro molto preziosi, poiché
rivelano quanto fu dibattuta e contrastata nei dettagli
la apparentemente disinvolta delibera finale
sull’erezione della parrocchia di Montecchio.
Nella farragine dei
circonvoluti formulari notarili e fra le pedanti
ripetitività di concetti già ripetitivamente snocciolati
nel verbale del giorno precedente, questo secondo atto
presenta alcune significative novità. Anzitutto c’è la
identificazione precisa dei due terreni donati dal
Martinengo alla nuova parrocchia campestre:
unam petiam
terre aratiuam tantum sitam super
Territorio Quintiani in contrata Montechi cui
coheret ameridie predicta
Ecclesia Diue Mariæ amonte monte et
amane bona plebis de Quintiano et asero
uia. saluis etc plodij vnius uel quantamcumque
sit
Item vnam
petiam terræ similiter aratiuam
tantum sitam utsupra
cui coheret ameridie seriola
gambaroli, amane et a monte bona dictæ
plebis asero quidam uallo Tendens ad
Territorium Aquelonge plodij vnius vel quantacumque
sit
[Una pezza di terra
soltanto arativa, sita nel territorio di Quinzano in
contrada di Montecchio, cui confinano a sud la chiesa di
Santa Maria, a nord e a est beni della pieve di
Quinzano, a ovest la strada, della misura di un piò, o
quello che sia.
Poi una pezza di terra
anch’essa solo arativa, sita come sopra, cui confinano a
sud la seriola Gambalone, a est e a nord beni della
pieve di Quinzano, a ovest un vallo tendente verso il
territorio di Acqualunga, della misura di un piò, o
quello che sia.]
La descrizione del
secondo appezzamento è però, nel manoscritto, cancellata
con due tratti di penna, come se all’ultimo momento il
nobile patrono si fosse pentito del suo eccesso di
generosità, e avesse dimezzato il dono. Ciò non toglie
che anche di questo fantomatico terreno, come
dell’altro, si possa tentare di ricostruire l’ipotetica
collocazione. La residenza provvisoria del curato è
descritta più o meno negli stessi termini e soggetta
alle condizioni definite nella precedente petizione:
Item vnam
domum sitam in dictamet contrata
cui coheret amane curtiuum
magnum quo vtantur massarij et fictabiles
dicti Illustris domini Aloysij
amonte Horti bracentorum ameridie
petia Terræ cognominata la costa asero
aqua gambaloni, ad vsufructuandum tantum
donec ipse Illustris dominus Aloysius
fabricari seu construi fecerit vnam domum
propriam pro vsu dicti rectoris,
quam construi facere promisit Intra annos
decem continuos etc et In ea expendere
libras sex centum planet de
eius proprijs peccunijs,
[Una casa, sita nella
medesima contrada, cui confinano a est il cortivo grande
di cui si servono i massari e i fittavoli dell’illustre
signor Luigi Martinengo, a nord le ortaglie dei
braccianti, a sud la pezza di terra denominata la
Costa, a ovest l’acqua del Gambalone; tale
abitazione è concessa però soltanto in usufrutto, finché
l’illustre signor Luigi Martinengo abbia fatto costruire
una casa destinata espressamente a uso del rettore, che
egli ha promesso di far edificare entro i prossimi dieci
anni, impiegandovi 600 lire bresciane di suo proprio
denaro.]
Sostanzialmente
confermata anche la promessa di
vlterius prouidere
de fonte baptismali lapideo de vno calice,
patena cruce, candelabris, paramentis et alijs ad
parrochialem ecclesiam erigendam
necessarijs In laudabili et decenti forma
[procurare inoltre un
fonte battesimale in pietra, calice, patena, croce,
candelabri, paramenti e altri arredi necessari
all’erezione di una chiesa parrocchiale, dignitosi e
conformi alle disposizioni liturgiche.]
In realtà, va detto
però che il termine cronologico entro il quale il
Martinengo si impegnava a costruire la casa del rettore,
nella supplica del 16 marzo era di cinque anni;
effettivamente, nella minuta del 17 marzo appariva in
prima stesura un “quinque”, espunto poi e
sostituito da “decem”: un altro vistoso
adeguamento del contratto a vantaggio del donatore,
rispetto ai termini originari della sua stessa proposta.
Nulla di nuovo
riguardo alle decantate donazioni post mortem, e
al reddito complessivo di 200 lire planet cui
dovranno ammontare a conclusione le entrate annuali. Ma
la limitazione posta in calce al documento merita una
lettura accurata. È probabile che il Martinengo si
sentisse prossimo alla fine, e d’altro canto dubitasse
che il suo erede avrebbe procurato di adempiere a
puntino le sue volontà riguardo alla chiesetta di
Montecchio: e forse proprio a questa esitazione si
debbono anche le modifiche precedenti. In realtà il
sottoscrivente pretende che il vescovo di Brescia, o per
suo nome il vicario episcopale, non possa erigere la
nuova parrocchiale nel caso che si verificasse la
seguente situazione:
In euentum in quem
dictus Illustris dominus Aloysius
intra dictos annos decem
ab hac luce migraret non facta actuali
assignatione dictarum proprietatum
de quibus supra dicte campestris
ecclesie in parrochialem erigende, ex tunc
et eo casu si vniuersalis heres dicti Illustris
domini Aloysij in termino annorum
trium tunc continuorum, dictas proprietates
dicte ecclesie cum effectu non
assignauerit et plene non adimpleuerit omnia
promissa in presenti instrumento
restitutis prius bonis Plebi de Quintiano que ab eadem
plebe in dicta erectione dimembrari contigerint,
etiam Hospitale Incurabilium pauperum
Brixiæ cum effectu habeat et
consequatur ab ipso vniuersali herede dicti Illustris
domini Aloysij ducatos quinque
centum libras trium planet
pro quolibet,
[nell’eventualità che
l’illustre signor Luigi Martinengo entro i prossimi
dieci anni passasse a miglior vita senza aver dato
attuazione alla presente assegnazione di proprietà in
favore della chiesa campestre di Montecchio da erigere
in parrocchiale, per ciò stesso, e nel caso che l’erede
universale del Martinengo nel termine dei tre anni
successivi non avesse attuato di fatto l’assegnazione
alla chiesa delle suddette proprietà e non avesse
adempiuto tutto quanto promesso nel presente strumento,
si restituiscano anzitutto alla pieve di Quinzano i beni
che si dovranno smembrare dalla pieve stessa nella
erezione, e quindi l’erede universale del Martinengo
debba pagare all’Ospedale dei poveri Incurabili di
Brescia la somma di 500 ducati di tre lire bresciane.]
Dunque, se il devoto
patrono morisse prima dei dieci anni stabiliti per
contratto senza aver effettivamente consegnato alla
chiesa di Montecchio quanto promesso, niente nuova
parrocchia; sempre che non vi provveda per intero, entro
tre anni dalla morte del testatore, l’erede universale.
In caso contrario, se cioè l’erede non procurasse di
adempiere perfettamente il legato nel termine stabilito,
rinunciando così anche lui a erigere la nuova
parrocchia, si dovranno restituire i beni smembrati alla
pieve di Quinzano, e l’erede inadempiente dovrà versare
all’Ospedale degli Incurabili di Brescia una penale di
500 ducati, 1500 lire planet: una botta solenne,
tenuto conto che gli impegni del patrono, tra qualche
piò di terra e arredi vari, dovevano assommare a molto
meno.
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L’erezione della
parrocchia
Nella stessa sede
episcopale, subito dopo la stipula dell’atto di
donazione, il vescovo Bollani in persona, visti gli atti
precedenti e raccolte le debite informazioni, con sua
autorità ordinaria e apostolica provvedeva all’erezione
canonica della nuova parrocchia di Santa Maria di
Montecchio, in contrada Fienili dei Valli nel territorio
di Quinzano, mediante smembramento e separazione dalla
giurisdizione pievana,
ita quod rector de
ea Instituendus et pro
tempore existens, in ea ecclesiastica sacramenta
Incolis dicte contratæ Montechi seu finilium
Valorum administrare baptizare confessiones
audire, corpora mortuorum Tumulare et alia facere
possit et valeat sicut alij rectores parrochialium
ecclesiarum facere soliti sunt et possunt
[così che il rettore da
istituirsi in essa possa amministrarvi i sacramenti per
gli abitanti della contrada di Montecchio o Fienili dei
Valli, battezzare, ascoltare le confessioni, tumulare i
defunti, e fare tutto ciò che di solito fanno e hanno
autorità di fare i rettori delle chiese parrocchiali.]
A questo scopo il
vescovo dispone, oltre alle donazioni attuate e quelle
promesse dal Martinengo, la cessione alla nuova
parrocchia dei beni immobili della pieve quinzanese ad
essa adiacenti, come proposto nella supplica dallo
stesso donatore. Tali beni sono così definiti nell’atto
di erezione:
Vnam petiam
Terræ aratiuam et partim uitatam
sitam super Territorio Quintiani in
vinculla Iuris dictæ plebis cui coheret
amonte illi de
Gabiano amane et ameridie seriola
gambaloni asero strata plodiorum
nouem uelcirca:
[una pezza di terra
arativa e in parte vitata, sita nel territorio di
Quinzano, fra le proprietà di diritto della pieve, cui
confinano a nord quelli di Gabiano, a est e a sud la
seriola Gambalone, a ovest la strada; misura circa 9
piò.]
La descrizione dei
confini non è del tutto limpida (“illi de Gabiano”
indica possessi comunali o di privati?), nemmeno sul
piano della grafia (“vinculla” è interpretazione
dubitativa di una parola pressoché illeggibile). In
compenso vi compare una definizione chiara e
inequivocabile, benché eliminata con un tratto di penna:
i nove piò di proprietà plebana si trovavano “in
contrata et circumcirca dictam ecclesiam” [nella
contrada tutt’intorno alla chiesa]. In ogni caso, in
calce alla minuta è vergato un appunto, dove gli estremi
della pezza di terra in questione sono dichiarati in
forma più ordinata e comprensibile, e la località è
definita senz’altro come “contrata Sanctæ Mariæ
montechi” [contrada di Santa Maria di Montecchio].
L’atto vescovile, com’era
prevedibile, insiste poi sulle questioni di reciproco
rapporto e di preminenza tra il rettore della nuova
parrocchia e l’arciprete della pieve matrice; il passo è
testimonianza significativa del concetto di
giurisdizione pievana perdurante ancora oltre la metà
del ‘500:
rector ipsius ecclesiæ
beatæ Mariæ, per
Tempora Instituendus Teneatur accedere singulis
annis ad plebem Quintiani matricem
in sabato sancto, ad coadiuuandum predictum
Reuerendum dominum Archipresbiterum
dicte plebis in faciendo fontem baptismalem
et alijs diuinis officijs fieri solitis et ab eo
accipiendum olea Sacrata cathecuminorum
Infirmorum et fontis baptismatis et quocumque
Tempore et loco recognoscere ipsum Reuerendum
dominum Archipresbiterum in
eius superiorem et locum
honorabiliorem cedere
[Il rettore in carica
della chiesa della Beata Vergine Maria di Montecchio sia
tenuto ad accedere ogni anno alla pieve matrice di
Quinzano il sabato santo, per coadiuvare l’arciprete
della pieve nella benedizione del fonte battesimale e
nella celebrazione degli altri consueti uffici divini, e
ricevere da lui gli oli santi dei catecumeni degli
infermi e del fonte battesimale; e in qualunque tempo e
luogo dovrà riconoscere l’arciprete come suo superiore,
e cedergli il posto preminente.]
Questo atto formale
di soggezione dei parroci suffraganei ai pievani nei
riti della veglia pasquale e nella ricezione degli oli
santi (dei catecumeni, degli infermi, e il sacro crisma)
non fu più richiesto a nessuno nel bresciano dai vescovi
successori del Bollani, come risulta evidente nelle
relazioni delle visite pastorali: un segno della piena
indipendenza finalmente riconosciuta anche alle
parrocchie minori nella loro secolare vicenda di
emancipazione dalle pievi, iniziata verosimilmente con i
primi cospicui incrementi demografici delle nostre
campagne nel basso medioevo.
Neppure il vescovo, tuttavia, nel
suo esplicito intento di erigere la nuova comunità
parrocchiale entro i confini di una potente e ricca
pieve preesistente, può evitare la massima deferenza per
le eventuali riserve dell’arciprete, che pure non
risulta mai intervenuto né interpellato negli atti in
esame:
et predicta dimembratio
et erectio eius Reuerendissima dominatio
fecit et facit dummodoque
Reuerendus dominus Archipresbiter
modernus expresse consentiat applicationi petie Terre
Iuris predicte plebis per eius dominationem
Reuerendissimam facte dicte
ecclesie beatæ Mariæ in parrochiam
errectæ,
[Tale smembramento e
erezione il vescovo ha fatto e fa, purché l’arciprete
attuale di Quinzano dia il suo espresso consenso
all’assegnazione dei terreni di diritto della pieve,
fatta dal vescovo alla chiesa della Beata Vergine Maria
eretta in parrocchiale.]
“eius
Reverendissima dominatio”
[la sua reverendissima signoria] è evidentemente uno
spagnolismo astratto e pomposo per indicare la persona
del vescovo. L’atto di erezione della nuova parrocchia
si conclude infine con le consuete formule di datazione
e l’elenco dei testimoni.
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La fine della
parrocchia
Che fine fece la
parrocchia di Montecchio? La domanda è più che
legittima, visto che, seguendo il filo rosso delle
visite pastorali dei secoli seguenti, non se ne trova
mai alcuna traccia esplicita, né diretta né indiretta.
Anzitutto verrebbe da pensare che, essendo i documenti
qui descritti delle semplici minute, fossero stati
preparati per una ratifica, che poi alla fine per
qualche inopinata ragione non intervenne, mandando a
monte tutta la vertenza. E questa sarebbe la spiegazione
più banale, anche se forse la meno convincente. La
principale questione da verificare dovrebbe essere
quella relativa ai nove piò di terra della pieve in
contrada di Montecchio: a questo proposito si può
ricorrere all’Estimo del Clero del 1644, un
inventario dettagliatissimo delle varie proprietà
ecclesiastiche bresciane dell’epoca. In una copia
presentata all’autorità dall’arciprete quinzanese
Alghisi si leggeva, tra l’altro:
Riscoto dal signor
Giouanni Paolo, et fratelli Caneuari lire
nouanta, un par di Caponi, et due consegni sopra una
pezza di terra in qontrata di Montecchio a mattina il
Gambalone à mezzo di parte strada, parte orto della
Chiesa di Montecchio, à sera strada, à monte beni di
Gabbiano.
Si evince, da questo
scampolo di documento, che 75 anni dopo la presunta
costituzione della parrocchia di Montecchio, i terreni
adiacenti (identificabili ancora sulla carta moderna),
un tempo di proprietà della pieve di Quinzano, non le
appartenevano più in via diretta, benché conservassero
memoria della loro antica dipendenza nel canone (livello)
di 90 lire due capponi e due “consegni” (?)
versati all’arciprete dalla famiglia Canevari. Dunque un
passaggio di proprietà nel frattempo doveva essere
intervenuto, o forse anche più d’uno: apparentemente una
conferma indiretta che l’istituzione della parrocchia
potrebbe essere avvenuta. Di fatto, però, non si deve
dimenticare che le testimonianze circa il legato della
cappellania Martinengo presso l’oratorio campestre sono
complessivamente solo tre: quelle appunto commentate in
precedenza.
Nel 1565, quattro
anni prima della donazione e dello smembramento, il
prete don Bernardino Pavia, ex frate domenicano e
cappellano salariato, celebrava ad arbitrio del signor
Luigi Martinengo per 60 lire planet annuali.
Nel 1572, solo tre
anni dopo la complessa pratica per la nuova parrocchia,
nella chiesa di Montecchio officiava una messa
quotidiana il cappellano don Giacomo Zanoli, con un
salario di 50 ducati (150 lire planet) disposto
per legato dallo stesso Martinengo. L’accrescimento del
compenso poteva essere dovuto al fatto che in precedenza
le messe erano ad libitum (a discrezione), e
quindi il cappellano non era tenuto a celebrare tutti i
giorni ma solo nelle grandi feste e quando ne fosse
stato espressamente richiesto dal patrono.
Nel 1580, infine,
erano trascorsi i dieci anni stabiliti dalla donazione
di Luigi Martinengo, il quale tuttavia nel frattempo era
morto: la relazione preparatoria della visita di san
Carlo, infatti, lo dice defunto, mentre al vecchio
legato per messe quotidiane di 150 lire bresciane,
versato ora al cappellano don Battista de Cagnis,
era a quel punto tenuto l’erede Giovanni Battista
Martinengo. Non sappiamo, però, quando morì il fondatore
della cappellania, mentre il dettato della relazione per
la visita (1580) non lascia molti appigli all’ipotesi di
una parrocchia autonoma; come non ne lasciava del resto
il verbale Pilati (1572): in entrambi i casi, infatti,
la chiesa risulta perfettamente sottoposta alla
giurisdizione parrocchiale di Quinzano, dove è compresa
nell’elenco delle chiese sussidiarie e campestri del
territorio pievano, così come sarà in tutte le visite
pastorali seguenti fino al nostro secolo.
Stando alla lettera
dell’atto di donazione, il patrono disponeva che non si
dovesse procedere all’erezione della parrocchia in due
eventualità: se egli fosse morto prima di aver
effettivamente ratificato l’assegnazione alla chiesa
campestre delle proprietà definite nell’atto; oppure, in
caso di sua morte precoce, se il suo erede non vi avesse
provveduto entro i successivi tre anni. In assenza di
altre attestazioni certe, bisogna rassegnarsi a
immaginare che si siano prodotte entrambe queste
eventualità: il patrono dovette morire nel periodo tra
il 1572 e il 1580, prima che trascorressero i dieci anni
del lascito, comunque senza adempiere interamente agli
impegni assunti nel 1569. Il suo erede, che fossero o
meno scaduti i termini cronologici del contratto, non si
preoccupò di dar corso alle volontà del predecessore, e
la prova definitiva si ha dal fatto che, non solo la
parrocchia di Montecchio, ma nemmeno il più modesto
legato di 150 lire per la messa quotidiana, non
compaiono più negli atti ufficiali del periodo
successivo.
È il caso di
imbastire, a questo punto, una ipotesi alternativa, che
tuttavia non esclude le precedenti, e anzi agevolmente
si integra con esse. I quinzanesi sanno che nell’abitato
di Castelletto Palazzo esiste, appena a sud
dell’edificio principale, la piccola chiesa della
Visitazione di Maria a Santa Elisabetta (detta in
antico, per brevità, Santa Maria Elisabetta). Questa
chiesa non compare mai nelle visite pastorali del ‘500,
mentre è menzionata per la prima volta tra le cappelle
del territorio parrocchiale dal vescovo Marino Giorgi,
il 28 novembre 1600:
Extare etiam duo
oratoria campestria unum
Sanctæ Mariæ Montecchi et Sanctæ Mariæ de
Corte milia et Sanctæ Mariæ ad helisabeth in
domibus Illustrissimi Domini Baptistæ
Martinengi.
[Esistono anche due
oratori campestri: Santa Maria di Montecchio e Santa
Maria di Cortemilia; e ancora Santa Maria da Elisabetta,
nelle case dell’illustrissimo signor Battista
Martinengo.]
Si desume dunque
che, dopo la visita di san Carlo, un Martinengo abbia
edificato nella sua proprietà, addirittura nelle sue
case – come dice il verbale – la chiesa della
Visitazione, che assumerà nei secoli seguenti la
funzione almeno, se non la giurisdizione vera e propria,
di chiesa parrocchiale dei Castelletti.
La notizia che la
pala dell’altare di questa nuova chiesa fu realizzata da
Camillo Pellegrino – di cui si dirà tra breve – conforta
nel collocarne la fondazione agli ultimi decenni del
‘500, poiché quello appunto fu il periodo più operoso
del pittore. Il fatto, poi, che allo stesso artista si
debba anche il dipinto della Madonna della Rosa,
per l’altare della chiesa di Montecchio, realizzato
presumibilmente in quel medesimo lasso di tempo, mostra
forse che l’edificazione della chiesa di Castelletto
Palazzo e la probabile ristrutturazione di quella di
Montecchio, entrambe sotto il controllo di Gian Battista
Martinengo, rientravano in un piano unitario di opere
ecclesiastiche destinate alla popolazione residente nei
latifondi di famiglia.
Saranno state
ragioni di ordine logistico, poiché la chiesa della
Visitazione si trovava in mezzo alle proprietà dei
Martinengo, ed era quindi più facilmente raggiungibile
anche dai residenti di Castelletto Mattina; saranno
state ragioni di preminenza, intendendo Gian Battista
aggirare le disposizioni dell’avo Luigi, o addirittura
sopravanzarle con un’opera ancor più meritevole. Saranno
state magari anche ragioni di comodità, visto che i
Martinengo risiedevano al Palazzo, e quindi si
ritrovavano la chiesa proprio dentro casa, come i
principi di città; oppure sarà stata l’opposizione della
pieve di Quinzano, che non intendeva cedere
definitivamente e gratis le sue proprietà ai soprassalti
di zelo degli aristocratici vicini. Sarà stata una sola
di queste ragioni, oppure saranno state tutte insieme.
Di fatto, della parrocchia di Montecchio, fondata con
tutti i crismi nel 1569 e mai divenuta davvero
operativa, non se ne parlò più.
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Le ultime
reliquie
Cosa rimane, oggi,
di questa lunga vicenda schiva e silenziosa, che pure ha
attraversato quasi indenne tanti secoli, di quelli
tacciati di oscurità da noi moderni, per sprofondare in
una fine ingloriosa proprio sotto i picconi dei nostri
tempi illuminati?
La chiesetta
campestre, come s’usava nel passato, era meta di una
devozione popolare fatta di fervore sincero, e spesso
anche di credenze almeno in parte superstiziose e
magiche. Le genti della campagna, dai braccianti
proletari ai possidenti, dotate di scarsa o nulla
cultura, amavano le immagini semplici e vistose, che
raccontavano le loro storie di fatiche e di paure, di
pericoli e di salvamenti. Le piccole cappelle,
soprattutto quelle abbandonate dalle autorità al dominio
popolare, si riempivano fino all’inverosimile di ingenue
pitture votive, raffiguranti tutti i santi del paradiso,
a compagnia e protezione delle genti vere, che vivevano,
soffrivano e speravano con gli occhi fissi ai muri della
chiesa, la casa comune.
Una strana
espressione, contenuta nella visita pastorale del
Bollani (1565), potrebbe alludere implicitamente a
segnali di questa religiosità primitiva, renitente al
giudizio drastico dell’autorità. Tra le disposizioni del
vescovo infatti si legge: “Deleantur de muro boves,
et alia animalia”. L’ordine perentorio non impone,
come parrebbe dalla versione di Guerrini, di allontanare
le bestie brade che entravano impunemente nella
chiesetta priva della porta. Dovrebbe in realtà
significare: “siano cancellati dal muro i buoi e gli
altri animali”, e dunque sarebbe l’ordine di coprire
pitture raffiguranti animali, ex-voto di contadini, come
ne sussistono in altre chiese altrettanto antiche.
Una delle poche
fotografie sopravvissute di Montecchio – già commentata
in precedenza – mostra l’abside affollata di santi,
schierati in bell’ordine come un disciplinato esercito
celeste; e chi ha avuto in passato la sorte di vedere
ancora in piedi quanto avanzava del piccolo tempio
romanico, testimonia l’esistenza di numerosi affreschi
distintamente leggibili lungo i muri superstiti. Paolo
Guerrini [1936, p. 41 n. 1]
– come si è detto –
annotava in margine ai verbali del Bollani che nella
chiesa “e sotto il portichetto adiacente si
conservano alcuni affreschi votivi del Quattrocento con
diciture dedicatorie”;
Fappani [1972,
p. 137] completa
l’immagine con dati un po’ meno generici: “Confermano
la viva devozione che la chiesa suscitò in passato i
numerosi affreschi votivi dipinti sulla parete esterna e
nell’interno dell’abside con date come 1490, 1501, 1557,
1575, 1606, 1646, 1765”.
E un’ombra di questi
sbiaditi colori, forse trasfigurata in parte dalla
memoria e dalla nostalgia, si gode ancora in alcuni
dettagli dei quadri che il pittore quinzanese Nando
Albarelli dedicò, tra gli anni ‘50 e gli ‘80, alla
chiesetta, come nei disegni di Mario Torri.
Ma del patrimonio
originario di pitture votive, sembra che non più di due
o tre siano sopravvissute allo schiaffo del tempo:
un
paio di Madonne in trono col Bambino (maestà) e
un san Pietro Martire. Di uno di questi dipinti, un
impettito affresco rinascimentale di Maria che allatta il piccolo Gesù, ha scritto brevemente Fusari [1987,
p. 24], senza
tuttavia indicare altro, se non che esso è depositato
presso la canonica di Quinzano, e che proviene appunto
dalla chiesa campestre di Montecchio, insieme con “una
esigua serie di affreschi staccati e riportati su tela
in modo che si preservassero dall’usura del tempo e
dall’incuria”. Speriamo siano ancora là dove il
commentatore li ha visti.
Un’altra pittura su
tela, invece, ha una sua storia. È tradizione accettata
che sia stata la pala dell’unico altare nell’oratorio
settecentesco, quello definito della Madonna della
Rosa nei documenti: e in effetti il quadro
rappresenta la Madonna con il Bambino in piedi sulle sue
ginocchia, e entrambi hanno una rosa in mano, bianca per
Maria e rossa per Gesù. La tela, assai consunta ai
margini, ha subito anni fa un consistente restauro, che
ha salvato almeno la zona centrale, e oggi è esposto
nella sacrestia della parrocchiale quinzanese.
Dal vecchio
zibaldone manoscritto del primo ‘700 dettato da Giovanni
Gandino, un medico locale collezionista di patrie
memorie, solitamente abbastanza attendibile, abbiamo la
notizia che il dipinto della Madonna di Montecchio era
stato realizzato, insieme a vari altri destinati a
chiese del paese, da certo Camillo Pellegrino. Ecco cosa
scrive il Gandino [Alveario, p. 364]
dell’opera di questo pittore:
Pittore - Camillo
Pelegrino mandato quì dalla Città di Brescia per
Vicario, inamoratosi di quest’Aria, fin che uisse uolse
con la Lui Famiglia soggiornarui e diletandosi del
Pitorare ne continuò l’esercizio dell’Arte, qui
uedendosi molte sue opre, fra le qualli la Pala di Santo
Pietro Martire nella Parochiale: della Natiuità di Maria
Vergine alla Pieue: del Nome di Gesù in Santo
Gioseffo con il Stendardo cioue Confanone efigiatto con
l’Inmagine di Maria Vergine che ua in Egitto: Del
Crocefisso nella Chiesa di Santa
Maria di questi Fratti: della uisitazione di Santa
Maria Elisabet nella Chiesa del Casteleto e della
Madonna di Montechio.
Il Pellegrino,
artista dilettante e piuttosto prolifico, apparteneva a
una famiglia della piccola nobiltà rurale, oriunda di
Cigole, e si era trasferito a Quinzano, dove era stato
anche vicario di quadra nel
1597 e di nuovo nel
1603. Le uniche sue opere firmate e datate a oggi note
appartengono agli anni 1583 (L’imposizione del nome a
Giovanni Battista, nella parrocchiale di Pralboino)
e 1588 (L’Albero di Iesse, alla Pieve di
Quinzano), mentre una tela non firmata ma di quasi certa
attribuzione è
del 1589 (Madonna in gloria con san
Bernardo, san Martino e disciplini, nella
parrocchiale di Quinzano).
A lui si dovrebbero
dunque, secondo il Gandino, tra le altre, le pale
originarie “della visitazione di Santa Maria
Elisabet nella Chiesa del Casteleto e della Madonna di
Montechio”. La
prima, una pittura di non grande qualità, continua a
trovarsi tuttora nella sua sede originaria; il tenero
dipinto della Madonna della Rosa, forse
rimaneggiato nel tempo, è invece una copia del secolo XVIII.
L’analisi dell’unica
immagine esistente del presbiterio settecentesco di
Montecchio mostra che, al tempo in cui fu scattata la
foto (anni ‘50), la tela era già stata tolta dalla sua
sede, lasciando affiorare qualcosa che potrebbe sembrare
un affresco sottostante: forse quanto restava del
dipinto votivo attorno a cui fu costruita la cappella
voluta dal Pilati, primo nucleo della seconda chiesa.
Dalle rare foto dell’abside romanica si individua
invece, nella nicchia centrale fra le due monofore, un
affresco forse cinquecentesco assai simile all’immagine
della piccola tela: potrebbe darsi che il quadro
sopravvissuto sia una copia dell’antico affresco,
realizzata allo scopo di trasferire la venerata icona
nella nuova chiesa, quando l’antica fu sconsacrata, e
l’abside ridotta a semplice quinta del portico
meridionale. In questo caso, si potrebbe ipotizzare di
attribuire al Pellegrino l’affresco absidale (anche se
tra le sue diverse opere note non si contano affreschi),
oppure una sua eventuale prima copia su tela destinata
alla nuova cappella, rimpiazzata poi, per ignote
ragioni, nel ‘700 da un’altra copia. In fondo, però,
queste sono tutte elucubrazioni rimediate alla meglio
sulla base di vecchie stinte fotografie, scovate tra le
pagine di vecchi libri: altro purtroppo non è dato
sapere.
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La demolizione
Il presente, poi, è quello che
hanno scritto i moderni. L’antichissima chiesa di
Montecchio, che aveva resist ito alle scosse dei secoli,
dovette soccombere alle ruspe della contemporaneità.
Dopo aver subito gravi compromissioni nell’inverno
1946-47; dopo le profanazioni degli anni ‘60 e ‘70,
quando la mancanza totale di sorveglianza l’aveva
abbandonata in balia di chiunque, venne rasa al suolo il
giorno 18 agosto 1974, per un ordine intempestivo e
autoritario, senza la consultazione, non già della
comunità cristiana o civile locale, ma di nessun’anima
al mondo.
All’atto gratuito e sacrilego seguì
un procedimento penale presso la pretura di Verolanuova
a carico del sindaco, del parroco del tempo e del suo
predecessore. Il caso fu definito con sentenza 8 marzo
1980, stabilendo di non doversi procedere nei confronti
del vecchio parroco perché nel frattempo deceduto, e
neppure del sindaco e del parroco in carica, per
estinzione del reato in seguito ad amnistia. Il Marini,
riportando questi dati, commenta desolato: “Quale
giustizia: nemmeno una multa...?!”.
Le ruspe per qualche mese
risparmiarono il campanile, come appare da una foto, e
da un disegno di Mario Torri, corredato di questa
accorata poesia:
|
Mont ecc -
Montecchio: ultimo atto
Torre
vecchia e campagnola
fedel guardia di Chiesetta
che a’ tuoi piedi sgretolata
a te guarda con pietà.
Vecchia torre ormai privata
del tuo bronzeo richiamo
reclinata su te stessa
stai per cedere, attratta
da macerie benedette.
Or rimembri lunghe schiere
di pietosi Francescani
contadini con lor donne
e bambini allegri in gioco
e di questi le lor voci
riodi gaie al ciel salir.
Giunto è il fine, torricella,
più non reggi al tuo soffrir!
Cedi e crolli ormai smembrata!
Dallo schianto, qual lamento
par di udire un sommesso
salmodiar di antiche preci.
Torre vecchia e campagnola
forse un dì l’uom vorrà
costruire sua dimora
su tuoi resti ancor d’incenso
odoranti e dissacrati!
Un addio a te rivolgo
nel nostalgico ricordo
d’un trascorso ormai lontan! |
Nella zona occupata dalla chiesa
settecentesca tornò in luce – come s’è avuto occasione
di dire – qualche tomba medievale a cappuccina, e
qualche modesto reperto archeologico. E la questione fu
chiusa, con una lettera aperta alla comunità pubblicata
dal periodico parrocchiale La Pieve, in cui si
dava letteralmente la colpa dell’accaduto a tutti i
quinzanesi (“o tutti noi, o nessuno di noi”); e poi al
tempo, al vento, alla pioggia; e ancora alle giovani
coppie pellegrine in cerca di solitudine, ai monelli
cacciatori di rondinini: insomma, a tutti tranne a chi
ne era istituzionalmente e moralmente responsabile.
Il resto è stato silenzio, un po’
per indifferenza diffusa; un po’ per quel malinteso
senso di salvaguardia a ogni costo della tranquillità
sociale, quasi che fosse un bene in sé assoluto; un po’
per non intaccare la “cristiana comunione”, come
qualcuno dice, riempiendosi la bocca di parole di cui
non conosce il peso e il valore. A parte il fatto che
chi parla e agisce in questo modo di solito, vuoi per
una ragione vuoi per l’altra, è forestiero e, guarda
caso, padrone (barone?) di passaggio: pro tempore
appunto, secondo il burocratico linguaggio dei vecchi
documenti. In ogni caso, certi comportamenti dovrebbero
stampare per sempre la vergogna in faccia a quelli che
li compiono, piuttosto che a quelli che li denunciano
quando sono ormai irrimediabilmente compiuti.
L’unica voce che si
sia pubblicamente levata nel frattempo è quella di don
Andrea Marini, nel suo opuscolo del ‘92 [pp.
25-26], dal quale
togliamo queste vibranti parole, che hanno ancora una
loro triste validità:
E dopo la famigerata
tabula rasa non c’è più nulla da fare?
Umilmente consapevoli
delle responsabilità e complicità collettive almeno per
la fase dell’ultimo degrado e abbandono, come abitanti
della cascina Montecchio ci siamo fatti autocritica,
esami di coscienza e di coscientizzazione con gesti
concreti contro il subire passivo e la disgregante
delega.
Quanto invece all’inaudita
fulminea demolizione, sia privati che gruppi, nelle sedi
pertinenti, più che la galera per gli imputati, chiesero
(invano finora) giustizia e adeguata penitenza,
suggerendo proposte culturali che anche noi qui ora
rilanciamo fiduciosi:
a) Finanziare, almeno per l’equivalente di una
giusta multa, borse di studio e tesi di laurea per
ragazze e ragazzi del posto sull’origine, la vita e la
misera fine di Montecchio e relativa “lezione” per gli
altri monumenti fatiscenti, cascine agricole incluse a
causa dell’inurbamento forzato e
dell’“industrializzazione” dell’agricoltura.
b) Commissionare a donne e uomini competenti un
libro che ne tenga viva la memoria con tutto il
possibile materiale fotografico e bibliografico e con un
registratore acceso sui ricordi e le testimonianze delle
persone più anziane con cognizione di causa.
c) Recuperare ed esporre alla pubblica e perciò
protetta fruizione tutti i reperti (affreschi 1400-1500
e tela settecentesca, pietre tombali e contenuto,
mobili, campane, calice...)
d) Destinazione sociale
del tutto: scuole, biblioteca comunale-parrocchiale,
museo civico-diocesano, per tenerlo immerso nel vivaio
della memoria.
e) Celebrarne il ricordo almeno una volta
all’anno (accadde la domenica 18.08.1974 e non fu
un’apparizione, ma una sparizione: strano modo di
festeggiare l’Assunta, complice il ferragosto!)
f) non alienare l’area sulla quale sorgeva.
Chi c’è
così ingrato e distratto, che non voglia condividere
queste parole? Ci permetteremo di aggiungere solo un
ultimo modesto suggerimento: vorremmo vedere almeno un
segno, a ricordare che in quel prato un giorno, e per
oltre mille anni, prima di noi ci fu una chiesa.
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