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16 marzo 1569

Aloisio Martinengo chiede a Domenico Bollani vescovo di Brescia di erigere una parrocchia in S. Maria di Montecchio a Quinzano.  [pdf]

17 marzo 1569

Aloisio Martinengo assegna terreni per l’erezione di una parrocchia in S. Maria di Montecchio a Quinzano; il vescovo Domenico Bollani erige la parrocchia.  [pdf]

 

Immagini

Quinzano. La Madonna della Rosa di Montecchio. 

 

Quinzano

 

La Madonna della Rosa di Montecchio 

di Tommaso Casanova

 

da CASANOVA, Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce. Le chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni (San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, 1998, pp. 139-174.

[pdf]

 

prima parte

 

seconda parte

 

Il legato Martinengo

Venticinque anni dopo il Grisonio, nel settembre 1565, il vescovo Domenico Bollani prendeva atto di un mutamento importante nel regime economico del romitorio mariano. Il passo che segue è tratto dal colloquio col cappellano di Montecchio: 

Dominus Presbiter Bernardinus de Papia de Quintiano capellanus amouibilis in ecclesia Sanctæ Mariæ de montichio sub cura dictæ plebis cum salario librarum sexaginta planet cum onere celebrandi ad libitum magnifici Domini Aloysij martinenghi, et non audit confessiones, et dixit non habere literas suorum ordinum, et obtulit fidem ostendere, quod fuit legitime promotus ad sacros ordines, dum esset in religione ordinis predicatorum, obtulitque etiam licentiam ostendere superioris sui morandi extra claustra, et ideo fuit sibi iniunctum, quod infra quatuor menses legitime faciat fidem de promotione, et licentia predictis, examinatus, repertus fuit idoneus.

[Il prete don Bernardino Pavia di Quinzano, cappellano salariato nella chiesa di Santa Maria di Montecchio sotto la cura della pieve di Quinzano, ha un salario di 60 lire planet, con l’obbligo di celebrare a discrezione del magnifico signor Luigi Martinengo, e non ha il permesso di confessare; ha dichiarato di non possedere i documenti delle sue ordinazioni, ma ha garantito di poter dimostrare che è stato legittimamente promosso agli ordini sacri mentre era frate nell’ordine dei Domenicani; ha garantito altresì di presentare il permesso rilasciatogli dal suo superiore di risiedere fuori dal convento; pertanto gli è stato ordinato di presentare entro quattro mesi la documentazione legale degli atti sopra menzionati; esaminato, è stato giudicato idoneo.] 

Capellanus amovibilis” (alla lettera: cappellano amovibile, licenziabile) significa che il Pavia non era investito permanentemente dell’eventuale beneficio della cappellania (nel qual caso sarebbe stato definito capellanus perpetuus, o rector: titolare della chiesa), ma era stato assunto con un contratto temporaneo dal nobile patrono, in cambio di un salario di 60 lire planet. È interessante notare che si tratta di un ex frate, precisamente un domenicano: circostanza questa che consente con quanto detto sopra a proposito degli eremiti.

Nella già più volte citata visita Pilati del settembre 1572, il nuovo cappellano don Giacomo Zanoli non è più dichiarato amovibilis; e per la prima volta vi sono due cenni, brevi ma precisi, ad un legato di Aloisio (Luigi) Martinengo, il medesimo personaggio comparso nel verbale Bollani, quando tuttavia di legati non si parlava ancora. Il termine legatum (legato, lascito) impiegato dal Pilati potrebbe far pensare che il nobiluomo nel frattempo fosse morto, ma in nessuna delle menzioni è detto quondam (defunto), come sarebbe lecito aspettarsi in quel caso. 

Reuerendus dominus presbiter Iacobus de Zanolis capellanus in ecclesia Sanctæ Mariæ de Montechio. cum mercede 50 ducatorum ex legato Domini Aloisij de Martinenghis. [...] Ecclesia Sanctæ Mariæ de Montechio habet legatum Domini Aloisij de Martinenghis de 50 ducatis dandis capellano prædicto pro quotidiana celebratione.

[Il reverendo prete don Giacomo Zanoli cappellano nella chiesa di Santa Maria di Montecchio, con salario di 50 ducati per legato del signor Luigi Martinengo... La chiesa di Santa Maria di Montecchio ha un legato del signor Luigi Martinengo di 50 ducati, da versarsi al cappellano per una messa quotidiana.] 

Un lascito di 50 ducati annui (150 lire planet), per la celebrazione di una messa quotidiana e la gestione della chiesa, era una somma relativamente cospicua. E la stessa cifra attesta la relazione preliminare alla visita di san Carlo (1580), dove il Martinengo è effettivamente quondam, e della chiesa di Montecchio si dichiara: 

In ea est Legatum, missæ unius quotidianæ, factum per Quondam dominum Aloysium Martinenghum ad quod tenetur Magnificus Dominus Ioannes baptista Martinenghus. Redditus sunt Librarum 150 monetæ Brixiensis. Capellanus est presbiter Baptista de Cagnis

[In essa vi è il legato di una messa quotidiana, disposto dal defunto signor Luigi Martinengo, al quale è tenuto il magnifico signor Giovanni Battista Martinengo; i redditi ammontano a 150 lire bresciane; cappellano è il prete Battista Cagni.] 

Una rapida comparazione coi verbali delle visite coeve rende noto, ad esempio, che nel 1540 il vicario perpetuo del Capitolo della cattedrale in Cadignano riceveva un compenso annuo di 20 ducati (60 lire planet). In occasione della stessa visita, i due curati di Quinzano lamentavano di non riuscire a campare con il miserando salario di 10 ducati a testa (30 lire planet) che passava loro l’arciprete; il visitatore Grisonio, accondiscendendo in parte alla loro legittima richiesta di aumento, ingiungeva al fattore della pieve di versar loro annualmente 12 ducati di 3 lire (36 lire planet). Nel 1565, invece, la paga di uno dei due curati quinzanesi ammontava a 60 lire, mentre i cappellani mercenari ricevevano, a quanto è dato sapere, tra le 50 e le 60 lire. Nel 1580, infine, il cappellano del Seminario di Brescia in San Faustino a Quinzano, l’unico di cui sia notato il salario, prendeva 100 lire.

Si vede, dunque, che il compenso del cappellano di Montecchio era assolutamente dignitoso, fin da quando era versato ad libitum per devozione personale dal nobile Martinengo; e, in ogni caso, era nettamente superiore alla media delle prebende ecclesiastiche minori del tempo nella zona.

Caso fortuito e singolare: come improvviso era comparso, questo lascito della famiglia Martinengo alla piccola chiesa del contado, altrettanto improvviso scompare dagli atti curiali, che non ne fanno più parola dopo la visita apostolica del Borromeo. E anzi il puntiglioso arciprete Capello, nell’ottobre 1669, dichiara espressamente al vescovo Marino Giorgi: 

La 7a Chiesa è sotto l’inuocatione della Beata Vergine di Montecchio Campestre: Questa non ha entrata ne obligatione alcuna: Li homini de Finili contorni fanno celebrare una Messa festiua per sua deuotione, et commodita, et ui sta un’Heremita. 

La chiesa dunque non ha, e non ricorda di aver avuto, alcuna entrata né alcun obbligo di messe, ma vi si celebra la domenica per favorire la devozione e agevolare la frequenza della gente residente nei paraggi. Analogamente, nell’ottobre 1677, lo stesso parroco scrive che la chiesetta 

habet vnum Altare, in quo diebus festis celebratur missam ad commoditatem vicinorum, qui contribuunt manutentioni huius missæ sine tamen obligatione.

[ha un solo altare, al quale si celebra messa nei giorni festivi per comodità delle popolazioni dei dintorni, che contribuiscono all’offerta per la messa, benché non vi siano obbligati.] 

Segue poi il passo – già commentato in precedenza – dove si avverte che le elemosine sono gestite dall’eremita per la manutenzione dell’edificio. È evidente che le attestazioni di sussistenza del legato Martinengo si concentrano in pochi decenni del secondo ‘500. Ma non si potrebbe dire altro sulla questione, se il caso non avesse riportato alla luce alcuni interessanti atti della cancelleria curiale bresciana, che illustrano i rapporti dei Martinengo del Castelletto con la chiesa di Montecchio, nell’ambito di un fenomeno piuttosto frequente a quell’epoca, e tuttavia ancora poco studiato nella storia del nostro circondario.

 

La parrocchia di Montecchio

Presso l’Archivio Vescovile di Brescia, in un fascicolo di carte relative alla parrocchia di Quinzano, sono conservate le minute di tre atti del 16 e 17 marzo 1569. La condizione di abbozzi dà ai documenti, soprattutto in alcuni punti, un aspetto e un valore alquanto incerto; ma nel complesso le questioni sono poste in modo esplicito e sufficientemente coerente, per poterne desumere gli elementi cruciali della vicenda.

Il primo atto, del 16 marzo, è il verbale di una petizione (supplicatio) presentata, in occasione di una pubblica udienza, al vescovo di Brescia Domenico Bollani dal nobiluomo bresciano Luigi Martinengo, 

Veniens nomine Incolarum et habitantium in Territorio de Quintiano brixiensis diocesis, in contrata fenilium vallorum uulgo nuncupatorum seu intra limites parrochialis ecclesie Plebis nuncupate Sancte Marie dicti loci

[presentatosi a nome degli abitanti nel territorio di Quinzano, diocesi di Brescia, nella contrada denominata in italiano Fienili dei Valli, compresa entro la giurisdizione parrocchiale della pieve di Santa Maria in Quinzano.] 

È notorio, anche se in maniera approssimativa e non approfondita con ricerche di dettaglio, che la zona nord-occidentale del territorio quinzanese, quella dei cosiddetti Castelletti, insieme con gran parte della adiacente campagna di Gabiano (Borgo San Giacomo), Motella e Padernello, fu per lunghi secoli dominio di varie diramazioni feudali della famiglia Martinengo.

Null’altro si può dire al momento del Luigi protagonista dell’episodio in esame, verosimilmente identificabile con l’omonimo testatore di cui s’è detto, se non ciò che si ricava dagli atti stessi. Era “militum gravis armaturæ Ductor” (comandante di soldati d’armatura pesante: una specie di ufficiale di fanteria); presso Montecchio aveva il nucleo principale delle sue proprietà patrimoniali (“mayorem partem patrimonialium bonorum in eadem contrata possidens”); era singolarmente affezionato e devoto alla chiesetta campestre (“ob eius singularem quem erga dictam campestrem ecclesiam gerit devotionis affectum”); ed era, inoltre, assillato da preoccupazioni per la salute spirituale e la comodità del popolo residente nelle sue campagne: ma non è il caso di sbilanciarsi troppo nell’interpretazione umanitaria del suo gesto, poiché l’intendimento da lui espresso nelle carte vescovili potrebbe prestarsi a giudizi di diverso segno. In realtà, la questione che egli sottoponeva al vescovo è dichiarata dal verbale in questi termini:

exposuit quod in dicta contrata habitat satis notabilis parrochianorum quantitas, ascendens ad numerum ducentum et vltra, qui ad dictam parrochialem ecclesiam pro missis et alijs diuinis officijs audiendis et sacramentis ecclesiasticis percipiendis accedere soliti sunt, et ex quibus ob nimiam distantiam que est inter dictam contratam et dicta parrochialem Ecclesiam per milliaria duo vel circa, nonnulli maxime senes et valetudinarij mulieres pregnantes pueri et alie similes impedite persone legitime missarum et aliorum diuinorum officiorum comodo et Incremento maxime hiemali et pluuiarum tempore sepenumero priuati existunt, Nonnulli etiam ex Infirmis in extremis laborantes sacramenta penitentie et vnctionis extreme suscipere cupientes, ab hac luce migrarunt, antequam parochus iam vocatus ad eos accedere potuerit, Deinde infantes aliqui dum ad baptismatis fontem deferentur in via periere

[Il Martinengo ha esposto che in quella contrada abita una numerosa comunità di oltre 200 parrocchiani, i quali di solito accedono alla chiesa parrocchiale di Quinzano per assistere alle messe e agli altri uffici divini e ricevere i sacramenti. Per l’eccessiva distanza, di circa due miglia, che c’è tra la contrada e la chiesa parrocchiale, alcuni di essi, soprattutto anziani e malati, donne incinte, bambini e altre persone legittimamente impedite, rimangono spesso privati della comodità e del vantaggio spirituale di frequentare le messe e i divini uffici, specie nel periodo invernale e piovoso. Anzi, alcuni infermi agonizzanti, desiderosi di ricevere i sacramenti della penitenza e dell’estrema unzione, sono spirati prima che il curato chiamato al loro capezzale potesse raggiungerli. E addirittura, alcuni neonati, mentre venivano condotti al fonte battesimale, sono morti lungo la strada.] 

Un problema pastorale di un certo rilievo, dunque, che rivela tra l’altro dati demografici interessanti circa il popolamento delle campagne quinzanesi in quei decenni. Merita un cenno il fatto che la contrada in questione è denominata, in questi atti, alternativamente di Montecchio (de Montechio) e dei Fienili dei Valli o delle Valli (Fenilium Vallorum), mentre il Castelletto non è mai menzionato. Si sarebbe quindi indotti a dedurne da una parte che il nobile Martinengo forse non appartenesse alla famiglia principale del Castelletto ma a un ramo minore proprietario solo di una porzione del latifondo; e d’altro canto sembra che i duecento residenti di cui egli parla nella supplica fossero concentrati nei dintorni della chiesetta campestre: dunque i Fienili dei Valli potevano corrispondere al nucleo rurale successivamente denominato Castelletto Sera, che è il più prossimo alla località di Montecchio.

Non ci aiuta molto nell’identificazione della località neppure ciò che scriveva all’inizio del ‘700 il cronista quinzanese Giovanni Gandino, discorrendo di un personaggio a lui anteriore d’un paio di generazioni, certo Nicolò Colosso [Alveario, p. 173]: 

Agente al Castelletto de SSignori martinenghi, che alli Fenili detti delle Valli per tante Vallette, e Dossi che inegualmente u’erano, quelle ridusse e conuertì col suo ingegno in Lamme, e Prati magri, come al presente, a gran beneficio di quelle Terre, s’attrouano. 

L’idea del nobile Luigi Martinengo per far fronte al disagio delle popolazioni disperse nei cascinali è semplice e intuitiva: egli vorrebbe trasformare il piccolo oratorio romanico in sede parrocchiale, separandone naturalmente la giurisdizione e il beneficio fondiario dalla pieve di Quinzano, cui il territorio della contrada era soggetto. Il dettaglio organizzativo della proposta è assai preciso e, con spavalderia, si intromette persino negli affari patrimoniali della parrocchia quinzanese; la quale, per parte sua, non compare mai in veste di attrice nei documenti in esame.

Il fatto non è poi tanto strano, visto che una separazione, uno smembramento (dimembratio) come lo definiscono gli atti, benché per nobili scopi pastorali, oltre che comportare un depauperamento delle proprietà plebane, era pur sempre una diminuzione e quindi un affronto morale per l’autorità della chiesa matrice. E tanto più se esso andava bensì a vantaggio di una comunità locale meritevole di attenzione, ma soprattutto di un patrono privato, il cui estemporaneo zelo religioso poteva celare qualche secondo fine, se non altro sul piano dell’immagine.

 

Il progetto di smembramento

Non sarà inutile, comunque, illustrare almeno in sintesi le linee programmatiche del progetto Martinengo. Anzitutto l’edificio cultuale da adibire a nuova parrocchiale, in quanto vicino e agevolmente raggiungibile dalle popolazioni rurali, è l’oratorio campestre di Santa Maria di Montecchio, al momento sine cura (senza obbligo di cura d’anime), cioè privo delle funzioni prettamente parrocchiali, spettanti alla pieve di Quinzano. Poiché per la sopravvivenza economica di ogni chiesa, e a maggior ragione di una chiesa curata (con obbligo di cura), è indispensabile un beneficio, costituito di immobili con rendita adeguata, il proponente suggerisce di assegnare alla erigenda parrocchia nove piò di terra, situati nei pressi della chiesetta campestre e appartenenti alla pieve, la quale “multum fertilis esse et superabundantes fructus possidere dignoscitur” [è notoriamente molto fertile e possiede rendite molto maggiori del necessario]: questo si chiama fare i conti in tasca al prossimo! Più oltre aggiunge che i nove piò “à ceteris bonis, dicte plebis longe distant ac eorum colono valde incomoda existunt” [sono molto distanti dagli altri beni della pieve e piuttosto scomodi per chi li gestisce]. Queste le condizioni, miranti ovviamente a che la chiesa campestre 

uti perpetuum ecclesiasticum beneficium uni presbitero seculari et idoneo qui missas et alia Diuina offitia in dicta campestri Ecclesia celebret ecclesiastica sacramenta dictis Incolis, ministret et animarum dictorum Incolarum curam exerceat confereretur

[venga conferita, a titolo di beneficio ecclesiastico perpetuo, a un prete secolare idoneo, che vi celebri le messe e gli altri uffici divini, amministri i sacramenti alle popolazioni della contrada, e ne eserciti la cura d’anime.] 

Il nobile Martinengo si impegna, in caso di assenso, a donare a sua volta in perpetuo due piò di terra di sua proprietà, adiacenti alla chiesa e confinanti con i terreni della pieve; in più offre di dotare a sue spese la nuova parrocchiale di un degno fonte battesimale in pietra, di paramenti e di arredi necessari al culto quotidiano (calice, patena, croce, candelabri); infine promette di investire, sempre del suo, 600 lire bresciane nella costruzione presso la chiesa di una dimora per il nuovo rettore-curato, il quale nel frattempo sarà ospite in una casa colonica del patrono, che dalle indicazioni del documento sembrerebbe localizzabile tra gli edifici rurali dell’odierno Castelletto Sera. Un’ultima più aleatoria promessa riguarda corposi ma indefiniti lasciti post mortem, garantiti dal fondatore per portare l’erigendo beneficio a un reddito complessivo non indifferente, di 200 lire bresciane: 

Item obtulit dare tradere et assignare dicte ecclesie tot proprietates gaudendas tamen post mortem dicti domini comparentis, ex quibus, comprehensis bonis utsupra assignatis et applicatis dicta ecclesia et eius rector pro tempore annuatim de redditu annuo percipiat libras ducentum planet

[Il Martinengo ha promesso di assegnare alla chiesa di Montecchio tante proprietà, da godersi tuttavia dopo la sua morte, dalle quali, compresi i beni assegnati in precedenza, la chiesa, ossia il suo rettore in carica, percepisca un reddito annuo di 200 lire bresciane.] 

Così, in sintesi, il contenuto del primo atto curiale.

Non si pose tempo in mezzo: il giorno seguente 17 marzo 1569, il nobile Luigi Martinengo, conforme a quanto dichiarato nella petizione del giorno prima, detta al segretario di curia l’atto notarile di donazione dei beni  

ecclesie Diue Mariæ de Montechio in parochiam errigendam utsupra seu futuris rectoribus de ea per tempora Instituendis et Reuerendo iuris vtriusque doctori domino ludouico arriuabeno Vicario episcopalis curie Brixiensis uel mihi Ioanni francisco maynatiæ notario et cancellario curie episcopalis brix uti publice persone presentibus et stipulantibus nomine predictæ ecclesiæ seu eorundem rectorum pro tempore futurororum

[alla chiesa di Santa Maria di Montecchio, da erigersi in parrocchia, ossia ai futuri rettori di essa, e al reverendo dottore in diritto canonico e civile don Ludovico Arrivabeno vicario episcopale della curia di Brescia, nonché a me notaio Giovanni Francesco Mainatia cancelliere della curia vescovile di Brescia come pubblico ufficiale, presenti e stipulanti a nome della suddetta chiesa, ossia dei suoi futuri rettori.] 

La bozza di questo rogito è, delle tre minute che inquadrano la vertenza, la più tormentata nella grafia e nei frequenti accomodamenti del testo, peraltro molto preziosi, poiché rivelano quanto fu dibattuta e contrastata nei dettagli la apparentemente disinvolta delibera finale sull’erezione della parrocchia di Montecchio.

Nella farragine dei circonvoluti formulari notarili e fra le pedanti ripetitività di concetti già ripetitivamente snocciolati nel verbale del giorno precedente, questo secondo atto presenta alcune significative novità. Anzitutto c’è la identificazione precisa dei due terreni donati dal Martinengo alla nuova parrocchia campestre:  

unam petiam terre aratiuam tantum sitam super Territorio Quintiani in contrata Montechi cui coheret ameridie predicta Ecclesia Diue Mariæ amonte monte et amane bona plebis de Quintiano et asero uia. saluis etc plodij vnius uel quantamcumque sit

Item vnam petiam terræ similiter aratiuam tantum sitam utsupra cui coheret ameridie seriola gambaroli, amane et a monte bona dictæ plebis asero quidam uallo Tendens ad Territorium Aquelonge plodij vnius vel quantacumque sit

[Una pezza di terra soltanto arativa, sita nel territorio di Quinzano in contrada di Montecchio, cui confinano a sud la chiesa di Santa Maria, a nord e a est beni della pieve di Quinzano, a ovest la strada, della misura di un piò, o quello che sia.

Poi una pezza di terra anch’essa solo arativa, sita come sopra, cui confinano a sud la seriola Gambalone, a est e a nord beni della pieve di Quinzano, a ovest un vallo tendente verso il territorio di Acqualunga, della misura di un piò, o quello che sia.] 

La descrizione del secondo appezzamento è però, nel manoscritto, cancellata con due tratti di penna, come se all’ultimo momento il nobile patrono si fosse pentito del suo eccesso di generosità, e avesse dimezzato il dono. Ciò non toglie che anche di questo fantomatico terreno, come dell’altro, si possa tentare di ricostruire l’ipotetica collocazione. La residenza provvisoria del curato è descritta più o meno negli stessi termini e soggetta alle condizioni definite nella precedente petizione: 

Item vnam domum sitam in dictamet contrata cui coheret amane curtiuum magnum quo vtantur massarij et fictabiles dicti Illustris domini Aloysij amonte Horti bracentorum ameridie petia Terræ cognominata la costa asero aqua gambaloni, ad vsufructuandum tantum donec ipse Illustris dominus Aloysius fabricari seu construi fecerit vnam domum propriam pro vsu dicti rectoris, quam construi facere promisit Intra annos decem continuos etc et In ea expendere libras sex centum planet de eius proprijs peccunijs,

[Una casa, sita nella medesima contrada, cui confinano a est il cortivo grande di cui si servono i massari e i fittavoli dell’illustre signor Luigi Martinengo, a nord le ortaglie dei braccianti, a sud la pezza di terra denominata la Costa, a ovest l’acqua del Gambalone; tale abitazione è concessa però soltanto in usufrutto, finché l’illustre signor Luigi Martinengo abbia fatto costruire una casa destinata espressamente a uso del rettore, che egli ha promesso di far edificare entro i prossimi dieci anni, impiegandovi 600 lire bresciane di suo proprio denaro.] 

Sostanzialmente confermata anche la promessa di 

vlterius prouidere de fonte baptismali lapideo de vno calice, patena cruce, candelabris, paramentis et alijs ad parrochialem ecclesiam erigendam necessarijs In laudabili et decenti forma

[procurare inoltre un fonte battesimale in pietra, calice, patena, croce, candelabri, paramenti e altri arredi necessari all’erezione di una chiesa parrocchiale, dignitosi e conformi alle disposizioni liturgiche.] 

In realtà, va detto però che il termine cronologico entro il quale il Martinengo si impegnava a costruire la casa del rettore, nella supplica del 16 marzo era di cinque anni; effettivamente, nella minuta del 17 marzo appariva in prima stesura un “quinque”, espunto poi e sostituito da “decem”: un altro vistoso adeguamento del contratto a vantaggio del donatore, rispetto ai termini originari della sua stessa proposta.

Nulla di nuovo riguardo alle decantate donazioni post mortem, e al reddito complessivo di 200 lire planet cui dovranno ammontare a conclusione le entrate annuali. Ma la limitazione posta in calce al documento merita una lettura accurata. È probabile che il Martinengo si sentisse prossimo alla fine, e d’altro canto dubitasse che il suo erede avrebbe procurato di adempiere a puntino le sue volontà riguardo alla chiesetta di Montecchio: e forse proprio a questa esitazione si debbono anche le modifiche precedenti. In realtà il sottoscrivente pretende che il vescovo di Brescia, o per suo nome il vicario episcopale, non possa erigere la nuova parrocchiale nel caso che si verificasse la seguente situazione: 

In euentum in quem dictus Illustris dominus Aloysius intra dictos annos decem ab hac luce migraret non facta actuali assignatione dictarum proprietatum de quibus supra dicte campestris ecclesie in parrochialem erigende, ex tunc et eo casu si vniuersalis heres dicti Illustris domini Aloysij in termino annorum trium tunc continuorum, dictas proprietates dicte ecclesie cum effectu non assignauerit et plene non adimpleuerit omnia promissa in presenti instrumento restitutis prius bonis Plebi de Quintiano que ab eadem plebe in dicta erectione dimembrari contigerint, etiam Hospitale Incurabilium pauperum Brix cum effectu habeat et consequatur ab ipso vniuersali herede dicti Illustris domini Aloysij ducatos quinque centum libras trium planet pro quolibet,

[nell’eventualità che l’illustre signor Luigi Martinengo entro i prossimi dieci anni passasse a miglior vita senza aver dato attuazione alla presente assegnazione di proprietà in favore della chiesa campestre di Montecchio da erigere in parrocchiale, per ciò stesso, e nel caso che l’erede universale del Martinengo nel termine dei tre anni successivi non avesse attuato di fatto l’assegnazione alla chiesa delle suddette proprietà e non avesse adempiuto tutto quanto promesso nel presente strumento, si restituiscano anzitutto alla pieve di Quinzano i beni che si dovranno smembrare dalla pieve stessa nella erezione, e quindi l’erede universale del Martinengo debba pagare all’Ospedale dei poveri Incurabili di Brescia la somma di 500 ducati di tre lire bresciane.] 

Dunque, se il devoto patrono morisse prima dei dieci anni stabiliti per contratto senza aver effettivamente consegnato alla chiesa di Montecchio quanto promesso, niente nuova parrocchia; sempre che non vi provveda per intero, entro tre anni dalla morte del testatore, l’erede universale. In caso contrario, se cioè l’erede non procurasse di adempiere perfettamente il legato nel termine stabilito, rinunciando così anche lui a erigere la nuova parrocchia, si dovranno restituire i beni smembrati alla pieve di Quinzano, e l’erede inadempiente dovrà versare all’Ospedale degli Incurabili di Brescia una penale di 500 ducati, 1500 lire planet: una botta solenne, tenuto conto che gli impegni del patrono, tra qualche piò di terra e arredi vari, dovevano assommare a molto meno.

 

L’erezione della parrocchia

Nella stessa sede episcopale, subito dopo la stipula dell’atto di donazione, il vescovo Bollani in persona, visti gli atti precedenti e raccolte le debite informazioni, con sua autorità ordinaria e apostolica provvedeva all’erezione canonica della nuova parrocchia di Santa Maria di Montecchio, in contrada Fienili dei Valli nel territorio di Quinzano, mediante smembramento e separazione dalla giurisdizione pievana, 

ita quod rector de ea Instituendus et pro tempore existens, in ea ecclesiastica sacramenta Incolis dicte contratæ Montechi seu finilium Valorum administrare baptizare confessiones audire, corpora mortuorum Tumulare et alia facere possit et valeat sicut alij rectores parrochialium ecclesiarum facere soliti sunt et possunt

[così che il rettore da istituirsi in essa possa amministrarvi i sacramenti per gli abitanti della contrada di Montecchio o Fienili dei Valli, battezzare, ascoltare le confessioni, tumulare i defunti, e fare tutto ciò che di solito fanno e hanno autorità di fare i rettori delle chiese parrocchiali.] 

A questo scopo il vescovo dispone, oltre alle donazioni attuate e quelle promesse dal Martinengo, la cessione alla nuova parrocchia dei beni immobili della pieve quinzanese ad essa adiacenti, come proposto nella supplica dallo stesso donatore. Tali beni sono così definiti nell’atto di erezione: 

Vnam petiam Terræ aratiuam et partim uitatam sitam super Territorio Quintiani in vinculla Iuris dictæ plebis cui coheret amonte illi de Gabiano amane et ameridie seriola gambaloni asero strata plodiorum nouem uelcirca:

[una pezza di terra arativa e in parte vitata, sita nel territorio di Quinzano, fra le proprietà di diritto della pieve, cui confinano a nord quelli di Gabiano, a est e a sud la seriola Gambalone, a ovest la strada; misura circa 9 piò.] 

La descrizione dei confini non è del tutto limpida (“illi de Gabiano” indica possessi comunali o di privati?), nemmeno sul piano della grafia (“vinculla” è interpretazione dubitativa di una parola pressoché illeggibile). In compenso vi compare una definizione chiara e inequivocabile, benché eliminata con un tratto di penna: i nove piò di proprietà plebana si trovavano “in contrata et circumcirca dictam ecclesiam” [nella contrada tutt’intorno alla chiesa]. In ogni caso, in calce alla minuta è vergato un appunto, dove gli estremi della pezza di terra in questione sono dichiarati in forma più ordinata e comprensibile, e la località è definita senz’altro come “contrata Sanctæ Mariæ montechi” [contrada di Santa Maria di Montecchio].

L’atto vescovile, com’era prevedibile, insiste poi sulle questioni di reciproco rapporto e di preminenza tra il rettore della nuova parrocchia e l’arciprete della pieve matrice; il passo è testimonianza significativa del concetto di giurisdizione pievana perdurante ancora oltre la metà del ‘500:

rector ipsius ecclesiæ beatæ Mariæ, per Tempora Instituendus Teneatur accedere singulis annis ad plebem Quintiani matricem in sabato sancto, ad coadiuuandum predictum Reuerendum dominum Archipresbiterum dicte plebis in faciendo fontem baptismalem et alijs diuinis officijs fieri solitis et ab eo accipiendum olea Sacrata cathecuminorum Infirmorum et fontis baptismatis et quocumque Tempore et loco recognoscere ipsum Reuerendum dominum Archipresbiterum in eius superiorem et locum honorabiliorem cedere

[Il rettore in carica della chiesa della Beata Vergine Maria di Montecchio sia tenuto ad accedere ogni anno alla pieve matrice di Quinzano il sabato santo, per coadiuvare l’arciprete della pieve nella benedizione del fonte battesimale e nella celebrazione degli altri consueti uffici divini, e ricevere da lui gli oli santi dei catecumeni degli infermi e del fonte battesimale; e in qualunque tempo e luogo dovrà riconoscere l’arciprete come suo superiore, e cedergli il posto preminente.] 

Questo atto formale di soggezione dei parroci suffraganei ai pievani nei riti della veglia pasquale e nella ricezione degli oli santi (dei catecumeni, degli infermi, e il sacro crisma) non fu più richiesto a nessuno nel bresciano dai vescovi successori del Bollani, come risulta evidente nelle relazioni delle visite pastorali: un segno della piena indipendenza finalmente riconosciuta anche alle parrocchie minori nella loro secolare vicenda di emancipazione dalle pievi, iniziata verosimilmente con i primi cospicui incrementi demografici delle nostre campagne nel basso medioevo.

Neppure il vescovo, tuttavia, nel suo esplicito intento di erigere la nuova comunità parrocchiale entro i confini di una potente e ricca pieve preesistente, può evitare la massima deferenza per le eventuali riserve dell’arciprete, che pure non risulta mai intervenuto né interpellato negli atti in esame: 

et predicta dimembratio et erectio eius Reuerendissima dominatio fecit et facit dummodoque Reuerendus dominus Archipresbiter modernus expresse consentiat applicationi petie Terre Iuris predicte plebis per eius dominationem Reuerendissimam facte dicte ecclesie beatæ Mariæ in parrochiam errectæ,

[Tale smembramento e erezione il vescovo ha fatto e fa, purché l’arciprete attuale di Quinzano dia il suo espresso consenso all’assegnazione dei terreni di diritto della pieve, fatta dal vescovo alla chiesa della Beata Vergine Maria eretta in parrocchiale.] 

eius Reverendissima dominatio” [la sua reverendissima signoria] è evidentemente uno spagnolismo astratto e pomposo per indicare la persona del vescovo. L’atto di erezione della nuova parrocchia si conclude infine con le consuete formule di datazione e l’elenco dei testimoni.

 

La fine della parrocchia

Che fine fece la parrocchia di Montecchio? La domanda è più che legittima, visto che, seguendo il filo rosso delle visite pastorali dei secoli seguenti, non se ne trova mai alcuna traccia esplicita, né diretta né indiretta. Anzitutto verrebbe da pensare che, essendo i documenti qui descritti delle semplici minute, fossero stati preparati per una ratifica, che poi alla fine per qualche inopinata ragione non intervenne, mandando a monte tutta la vertenza. E questa sarebbe la spiegazione più banale, anche se forse la meno convincente. La principale questione da verificare dovrebbe essere quella relativa ai nove piò di terra della pieve in contrada di Montecchio: a questo proposito si può ricorrere all’Estimo del Clero del 1644, un inventario dettagliatissimo delle varie proprietà ecclesiastiche bresciane dell’epoca. In una copia presentata all’autorità dall’arciprete quinzanese Alghisi si leggeva, tra l’altro: 

Riscoto dal signor Giouanni Paolo, et fratelli Caneuari lire nouanta, un par di Caponi, et due consegni sopra una pezza di terra in qontrata di Montecchio a mattina il Gambalone à mezzo di parte strada, parte orto della Chiesa di Montecchio, à sera strada, à monte beni di Gabbiano. 

Si evince, da questo scampolo di documento, che 75 anni dopo la presunta costituzione della parrocchia di Montecchio, i terreni adiacenti (identificabili ancora sulla carta moderna), un tempo di proprietà della pieve di Quinzano, non le appartenevano più in via diretta, benché conservassero memoria della loro antica dipendenza nel canone (livello) di 90 lire due capponi e due “consegni” (?) versati all’arciprete dalla famiglia Canevari. Dunque un passaggio di proprietà nel frattempo doveva essere intervenuto, o forse anche più d’uno: apparentemente una conferma indiretta che l’istituzione della parrocchia potrebbe essere avvenuta. Di fatto, però, non si deve dimenticare che le testimonianze circa il legato della cappellania Martinengo presso l’oratorio campestre sono complessivamente solo tre: quelle appunto commentate in precedenza.

Nel 1565, quattro anni prima della donazione e dello smembramento, il prete don Bernardino Pavia, ex frate domenicano e cappellano salariato, celebrava ad arbitrio del signor Luigi Martinengo per 60 lire planet annuali.

Nel 1572, solo tre anni dopo la complessa pratica per la nuova parrocchia, nella chiesa di Montecchio officiava una messa quotidiana il cappellano don Giacomo Zanoli, con un salario di 50 ducati (150 lire planet) disposto per legato dallo stesso Martinengo. L’accrescimento del compenso poteva essere dovuto al fatto che in precedenza le messe erano ad libitum (a discrezione), e quindi il cappellano non era tenuto a celebrare tutti i giorni ma solo nelle grandi feste e quando ne fosse stato espressamente richiesto dal patrono.

Nel 1580, infine, erano trascorsi i dieci anni stabiliti dalla donazione di Luigi Martinengo, il quale tuttavia nel frattempo era morto: la relazione preparatoria della visita di san Carlo, infatti, lo dice defunto, mentre al vecchio legato per messe quotidiane di 150 lire bresciane, versato ora al cappellano don Battista de Cagnis, era a quel punto tenuto l’erede Giovanni Battista Martinengo. Non sappiamo, però, quando morì il fondatore della cappellania, mentre il dettato della relazione per la visita (1580) non lascia molti appigli all’ipotesi di una parrocchia autonoma; come non ne lasciava del resto il verbale Pilati (1572): in entrambi i casi, infatti, la chiesa risulta perfettamente sottoposta alla giurisdizione parrocchiale di Quinzano, dove è compresa nell’elenco delle chiese sussidiarie e campestri del territorio pievano, così come sarà in tutte le visite pastorali seguenti fino al nostro secolo.

Stando alla lettera dell’atto di donazione, il patrono disponeva che non si dovesse procedere all’erezione della parrocchia in due eventualità: se egli fosse morto prima di aver effettivamente ratificato l’assegnazione alla chiesa campestre delle proprietà definite nell’atto; oppure, in caso di sua morte precoce, se il suo erede non vi avesse provveduto entro i successivi tre anni. In assenza di altre attestazioni certe, bisogna rassegnarsi a immaginare che si siano prodotte entrambe queste eventualità: il patrono dovette morire nel periodo tra il 1572 e il 1580, prima che trascorressero i dieci anni del lascito, comunque senza adempiere interamente agli impegni assunti nel 1569. Il suo erede, che fossero o meno scaduti i termini cronologici del contratto, non si preoccupò di dar corso alle volontà del predecessore, e la prova definitiva si ha dal fatto che, non solo la parrocchia di Montecchio, ma nemmeno il più modesto legato di 150 lire per la messa quotidiana, non compaiono più negli atti ufficiali del periodo successivo.

È il caso di imbastire, a questo punto, una ipotesi alternativa, che tuttavia non esclude le precedenti, e anzi agevolmente si integra con esse. I quinzanesi sanno che nell’abitato di Castelletto Palazzo esiste, appena a sud dell’edificio principale, la piccola chiesa della Visitazione di Maria a Santa Elisabetta (detta in antico, per brevità, Santa Maria Elisabetta). Questa chiesa non compare mai nelle visite pastorali del ‘500, mentre è menzionata per la prima volta tra le cappelle del territorio parrocchiale dal vescovo Marino Giorgi, il 28 novembre 1600: 

Extare etiam duo oratoria campestria unum Sanctæ Mariæ Montecchi et Sanctæ Mariæ de Corte milia et Sanctæ Mariæ ad helisabeth in domibus Illustrissimi Domini Baptistæ Martinengi.

[Esistono anche due oratori campestri: Santa Maria di Montecchio e Santa Maria di Cortemilia; e ancora Santa Maria da Elisabetta, nelle case dell’illustrissimo signor Battista Martinengo.] 

Si desume dunque che, dopo la visita di san Carlo, un Martinengo abbia edificato nella sua proprietà, addirittura nelle sue case – come dice il verbale – la chiesa della Visitazione, che assumerà nei secoli seguenti la funzione almeno, se non la giurisdizione vera e propria, di chiesa parrocchiale dei Castelletti.

La notizia che la pala dell’altare di questa nuova chiesa fu realizzata da Camillo Pellegrino – di cui si dirà tra breve – conforta nel collocarne la fondazione agli ultimi decenni del ‘500, poiché quello appunto fu il periodo più operoso del pittore. Il fatto, poi, che allo stesso artista si debba anche il dipinto della Madonna della Rosa, per l’altare della chiesa di Montecchio, realizzato presumibilmente in quel medesimo lasso di tempo, mostra forse che l’edificazione della chiesa di Castelletto Palazzo e la probabile ristrutturazione di quella di Montecchio, entrambe sotto il controllo di Gian Battista Martinengo, rientravano in un piano unitario di opere ecclesiastiche destinate alla popolazione residente nei latifondi di famiglia.

Saranno state ragioni di ordine logistico, poiché la chiesa della Visitazione si trovava in mezzo alle proprietà dei Martinengo, ed era quindi più facilmente raggiungibile anche dai residenti di Castelletto Mattina; saranno state ragioni di preminenza, intendendo Gian Battista aggirare le disposizioni dell’avo Luigi, o addirittura sopravanzarle con un’opera ancor più meritevole. Saranno state magari anche ragioni di comodità, visto che i Martinengo risiedevano al Palazzo, e quindi si ritrovavano la chiesa proprio dentro casa, come i principi di città; oppure sarà stata l’opposizione della pieve di Quinzano, che non intendeva cedere definitivamente e gratis le sue proprietà ai soprassalti di zelo degli aristocratici vicini. Sarà stata una sola di queste ragioni, oppure saranno state tutte insieme. Di fatto, della parrocchia di Montecchio, fondata con tutti i crismi nel 1569 e mai divenuta davvero operativa, non se ne parlò più.

 

Le ultime reliquie

Cosa rimane, oggi, di questa lunga vicenda schiva e silenziosa, che pure ha attraversato quasi indenne tanti secoli, di quelli tacciati di oscurità da noi moderni, per sprofondare in una fine ingloriosa proprio sotto i picconi dei nostri tempi illuminati?

La chiesetta campestre, come s’usava nel passato, era meta di una devozione popolare fatta di fervore sincero, e spesso anche di credenze almeno in parte superstiziose e magiche. Le genti della campagna, dai braccianti proletari ai possidenti, dotate di scarsa o nulla cultura, amavano le immagini semplici e vistose, che raccontavano le loro storie di fatiche e di paure, di pericoli e di salvamenti. Le piccole cappelle, soprattutto quelle abbandonate dalle autorità al dominio popolare, si riempivano fino all’inverosimile di ingenue pitture votive, raffiguranti tutti i santi del paradiso, a compagnia e protezione delle genti vere, che vivevano, soffrivano e speravano con gli occhi fissi ai muri della chiesa, la casa comune.

Una strana espressione, contenuta nella visita pastorale del Bollani (1565), potrebbe alludere implicitamente a segnali di questa religiosità primitiva, renitente al giudizio drastico dell’autorità. Tra le disposizioni del vescovo infatti si legge: “Deleantur de muro boves, et alia animalia”. L’ordine perentorio non impone, come parrebbe dalla versione di Guerrini, di allontanare le bestie brade che entravano impunemente nella chiesetta priva della porta. Dovrebbe in realtà significare: “siano cancellati dal muro i buoi e gli altri animali”, e dunque sarebbe l’ordine di coprire pitture raffiguranti animali, ex-voto di contadini, come ne sussistono in altre chiese altrettanto antiche.

Una delle poche fotografie sopravvissute di Montecchio – già commentata in precedenza – mostra l’abside affollata di santi, schierati in bell’ordine come un disciplinato esercito celeste; e chi ha avuto in passato la sorte di vedere ancora in piedi quanto avanzava del piccolo tempio romanico, testimonia l’esistenza di numerosi affreschi distintamente leggibili lungo i muri superstiti. Paolo Guerrini [1936, p. 41 n. 1] – come si è detto – annotava in margine ai verbali del Bollani che nella chiesa “e sotto il portichetto adiacente si conservano alcuni affreschi votivi del Quattrocento con diciture dedicatorie”; Fappani [1972, p. 137] completa l’immagine con dati un po’ meno generici: “Confermano la viva devozione che la chiesa suscitò in passato i numerosi affreschi votivi dipinti sulla parete esterna e nell’interno dell’abside con date come 1490, 1501, 1557, 1575, 1606, 1646, 1765”.

 

E un’ombra di questi sbiaditi colori, forse trasfigurata in parte dalla memoria e dalla nostalgia, si gode ancora in alcuni dettagli dei quadri che il pittore quinzanese Nando Albarelli dedicò, tra gli anni ‘50 e gli ‘80, alla chiesetta, come nei disegni di Mario Torri.

Ma del patrimonio originario di pitture votive, sembra che non più di due o tre siano sopravvissute allo schiaffo del tempo: un paio di Madonne in trono col Bambino (maestà) e un san Pietro Martire. Di uno di questi dipinti, un impettito affresco rinascimentale di Maria che allatta il piccolo Gesù, ha scritto brevemente Fusari [1987, p. 24], senza tuttavia indicare altro, se non che esso è depositato presso la canonica di Quinzano, e che proviene appunto dalla chiesa campestre di Montecchio, insieme con “una esigua serie di affreschi staccati e riportati su tela in modo che si preservassero dall’usura del tempo e dall’incuria”. Speriamo siano ancora là dove il commentatore li ha visti.

Un’altra pittura su tela, invece, ha una sua storia. È tradizione accettata che sia stata la pala dell’unico altare nell’oratorio settecentesco, quello definito della Madonna della Rosa nei documenti: e in effetti il quadro rappresenta la Madonna con il Bambino in piedi sulle sue ginocchia, e entrambi hanno una rosa in mano, bianca per Maria e rossa per Gesù. La tela, assai consunta ai margini, ha subito anni fa un consistente restauro, che ha salvato almeno la zona centrale, e oggi è esposto nella sacrestia della parrocchiale quinzanese.

Dal vecchio zibaldone manoscritto del primo ‘700 dettato da Giovanni Gandino, un medico locale collezionista di patrie memorie, solitamente abbastanza attendibile, abbiamo la notizia che il dipinto della Madonna di Montecchio era stato realizzato, insieme a vari altri destinati a chiese del paese, da certo Camillo Pellegrino. Ecco cosa scrive il Gandino [Alveario, p. 364] dell’opera di questo pittore: 

Pittore - Camillo Pelegrino mandato quì dalla Città di Brescia per Vicario, inamoratosi di quest’Aria, fin che uisse uolse con la Lui Famiglia soggiornarui e diletandosi del Pitorare ne continuò l’esercizio dell’Arte, qui uedendosi molte sue opre, fra le qualli la Pala di Santo Pietro Martire nella Parochiale: della Natiuità di Maria Vergine alla Pieue: del Nome di Gesù in Santo Gioseffo con il Stendardo cioue Confanone efigiatto con l’Inmagine di Maria Vergine che ua in Egitto: Del Crocefisso nella Chiesa di Santa Maria di questi Fratti: della uisitazione di Santa Maria Elisabet nella Chiesa del Casteleto e della Madonna di Montechio. 

Il Pellegrino, artista dilettante e piuttosto prolifico, apparteneva a una famiglia della piccola nobiltà rurale, oriunda di Cigole, e si era trasferito a Quinzano, dove era stato anche vicario di quadra nel 1597 e di nuovo nel 1603. Le uniche sue opere firmate e datate a oggi note appartengono agli anni 1583 (L’imposizione del nome a Giovanni Battista, nella parrocchiale di Pralboino) e 1588 (L’Albero di Iesse, alla Pieve di Quinzano), mentre una tela non firmata ma di quasi certa attribuzione è del 1589 (Madonna in gloria con san Bernardo, san Martino e disciplini, nella parrocchiale di Quinzano). A lui si dovrebbero dunque, secondo il Gandino, tra le altre, le pale originarie “della visitazione di Santa Maria Elisabet nella Chiesa del Casteleto e della Madonna di Montechio”. La prima, una pittura di non grande qualità, continua a trovarsi tuttora nella sua sede originaria; il tenero dipinto della Madonna della Rosa, forse rimaneggiato nel tempo, è invece una copia del secolo XVIII.

L’analisi dell’unica immagine esistente del presbiterio settecentesco di Montecchio mostra che, al tempo in cui fu scattata la foto (anni ‘50), la tela era già stata tolta dalla sua sede, lasciando affiorare qualcosa che potrebbe sembrare un affresco sottostante: forse quanto restava del dipinto votivo attorno a cui fu costruita la cappella voluta dal Pilati, primo nucleo della seconda chiesa. Dalle rare foto dell’abside romanica si individua invece, nella nicchia centrale fra le due monofore, un affresco forse cinquecentesco assai simile all’immagine della piccola tela: potrebbe darsi che il quadro sopravvissuto sia una copia dell’antico affresco, realizzata allo scopo di trasferire la venerata icona nella nuova chiesa, quando l’antica fu sconsacrata, e l’abside ridotta a semplice quinta del portico meridionale. In questo caso, si potrebbe ipotizzare di attribuire al Pellegrino l’affresco absidale (anche se tra le sue diverse opere note non si contano affreschi), oppure una sua eventuale prima copia su tela destinata alla nuova cappella, rimpiazzata poi, per ignote ragioni, nel ‘700 da un’altra copia. In fondo, però, queste sono tutte elucubrazioni rimediate alla meglio sulla base di vecchie stinte fotografie, scovate tra le pagine di vecchi libri: altro purtroppo non è dato sapere.

 

La demolizione

Il presente, poi, è quello che hanno scritto i moderni. L’antichissima chiesa di Montecchio, che aveva resistito alle scosse dei secoli, dovette soccombere alle ruspe della contemporaneità. Dopo aver subito gravi compromissioni nell’inverno 1946-47; dopo le profanazioni degli anni ‘60 e ‘70, quando la mancanza totale di sorveglianza l’aveva abbandonata in balia di chiunque, venne rasa al suolo il giorno 18 agosto 1974, per un ordine intempestivo e autoritario, senza la consultazione, non già della comunità cristiana o civile locale, ma di nessun’anima al mondo.

All’atto gratuito e sacrilego seguì un procedimento penale presso la pretura di Verolanuova a carico del sindaco, del parroco del tempo e del suo predecessore. Il caso fu definito con sentenza 8 marzo 1980, stabilendo di non doversi procedere nei confronti del vecchio parroco perché nel frattempo deceduto, e neppure del sindaco e del parroco in carica, per estinzione del reato in seguito ad amnistia. Il Marini, riportando questi dati, commenta desolato: “Quale giustizia: nemmeno una multa...?!”.

Le ruspe per qualche mese risparmiarono il campanile, come appare da una foto, e da un disegno di Mario Torri, corredato di questa accorata poesia:

Mont ecc - Montecchio: ultimo atto

   Torre vecchia e campagnola
fedel guardia di Chiesetta
che a’ tuoi piedi sgretolata
a te guarda con pietà.
Vecchia torre ormai privata
del tuo bronzeo richiamo
reclinata su te stessa
stai per cedere, attratta
da macerie benedette.
Or rimembri lunghe schiere
di pietosi Francescani
contadini con lor donne
e bambini allegri in gioco
e di questi le lor voci
riodi gaie al ciel salir.
Giunto è il fine, torricella,
più non reggi al tuo soffrir!
Cedi e crolli ormai smembrata!
Dallo schianto, qual lamento
par di udire un sommesso
salmodiar di antiche preci.
Torre vecchia e campagnola
forse un dì l’uom vorrà
costruire sua dimora
su tuoi resti ancor d’incenso
odoranti e dissacrati!
Un addio a te rivolgo
nel nostalgico ricordo
d’un trascorso ormai lontan!

 

Nella zona occupata dalla chiesa settecentesca tornò in luce – come s’è avuto occasione di dire – qualche tomba medievale a cappuccina, e qualche modesto reperto archeologico. E la questione fu chiusa, con una lettera aperta alla comunità pubblicata dal periodico parrocchiale La Pieve, in cui si dava letteralmente la colpa dell’ac­caduto a tutti i quinzanesi (“o tutti noi, o nessuno di noi”); e poi al tempo, al vento, alla pioggia; e ancora alle giovani coppie pellegrine in cerca di solitudine, ai monelli cacciatori di rondinini: insomma, a tutti tranne a chi ne era istituzionalmente e moralmente responsabile.

Il resto è stato silenzio, un po’ per indifferenza diffusa; un po’ per quel malinteso senso di salvaguardia a ogni costo della tranquillità sociale, quasi che fosse un bene in sé assoluto; un po’ per non intaccare la “cristiana comunione”, come qualcuno dice, riempiendosi la bocca di parole di cui non conosce il peso e il valore. A parte il fatto che chi parla e agisce in questo modo di solito, vuoi per una ragione vuoi per l’altra, è forestiero e, guarda caso, padrone (barone?) di passaggio: pro tempore appunto, secondo il burocratico linguaggio dei vecchi documenti. In ogni caso, certi comportamenti dovrebbero stampare per sempre la vergogna in faccia a quelli che li compiono, piuttosto che a quelli che li denunciano quando sono ormai irrimediabilmente compiuti.

L’unica voce che si sia pubblicamente levata nel frattempo è quella di don Andrea Marini, nel suo opuscolo del ‘92 [pp. 25-26], dal quale togliamo queste vibranti parole, che hanno ancora una loro triste validità: 

E dopo la famigerata tabula rasa non c’è più nulla da fare? 

Umilmente consapevoli delle responsabilità e complicità collettive almeno per la fase dell’ultimo degrado e abbandono, come abitanti della cascina Montecchio ci siamo fatti autocritica, esami di coscienza e di coscientizzazione con gesti concreti contro il subire passivo e la disgregante delega.

Quanto invece all’inaudita fulminea demolizione, sia privati che gruppi, nelle sedi pertinenti, più che la galera per gli imputati, chiesero (invano finora) giustizia e adeguata penitenza, suggerendo proposte culturali che anche noi qui ora rilanciamo fiduciosi:

a) Finanziare, almeno per l’equivalente di una giusta multa, borse di studio e tesi di laurea per ragazze e ragazzi del posto sull’origine, la vita e la misera fine di Montecchio e relativa “lezione” per gli altri monumenti fatiscenti, cascine agricole incluse a causa dell’inurbamento forzato e dell’“industrializzazione” dell’agricoltura.

b) Commissionare a donne e uomini competenti un libro che ne tenga viva la memoria con tutto il possibile materiale fotografico e bibliografico e con un registratore acceso sui ricordi e le testimonianze delle persone più anziane con cognizione di causa.

c) Recuperare ed esporre alla pubblica e perciò protetta fruizione tutti i reperti (affreschi 1400-1500 e tela settecentesca, pietre tombali e contenuto, mobili, campane, calice...)

d) Destinazione sociale del tutto: scuole, biblioteca comunale-parrocchiale, museo civico-diocesano, per tenerlo immerso nel vivaio della memoria.

e) Celebrarne il ricordo almeno una volta all’anno (accadde la domenica 18.08.1974 e non fu un’apparizione, ma una sparizione: strano modo di festeggiare l’Assunta, complice il ferragosto!)

f) non alienare l’area sulla quale sorgeva. 

Chi c’è così ingrato e distratto, che non voglia condividere queste parole? Ci permetteremo di aggiungere solo un ultimo modesto suggerimento: vorremmo vedere almeno un segno, a ricordare che in quel prato un giorno, e per oltre mille anni, prima di noi ci fu una chiesa.

 

prima parte

 

seconda parte

 

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a cura di T. Casanova

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