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16 marzo 1569

Aloisio Martinengo chiede a Domenico Bollani vescovo di Brescia di erigere una parrocchia in S. Maria di Montecchio a Quinzano.  [pdf]

17 marzo 1569

Aloisio Martinengo assegna terreni per l’erezione di una parrocchia in S. Maria di Montecchio a Quinzano; il vescovo Domenico Bollani erige la parrocchia.  [pdf]

 

Immagini

Quinzano. La Madonna della Rosa di Montecchio. 

 

 

Quinzano

 

La Madonna della Rosa di Montecchio 

 

di Tommaso Casanova

 

da CASANOVA, Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce. Le chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni (San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, 1998, pp. 139-174.

 

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I miti delle origini

Non si sa quando né come sia nata la diceria che l’oratorio campestre della Madonna di Montecchio fosse il più antico luogo di culto del territorio quinzanese, o nientemeno che la pieve originaria, sostituita solo in un secondo tempo da quella vera Pieve, che tuttora sorge al limite nord-orientale dell’abitato di Quinzano, con la sua abside romanica velata di sbiaditi affreschi duecenteschi e il vecchio cimitero raccolto ai suoi piedi.

Forse la stravagante ipotesi la si deve all’estro erudito di Giuseppe Nember (1752-1815), un possidente locale col bernoccolo delle cose patrie, che pare lasciasse, tra i suoi svariati studi, un manoscritto di Memorie spettanti alle chiese e alle fabbriche di Quinzano, dove per fabbriche sono probabilmente da intendersi in generale le costruzioni di pregio (torri, palazzi, edifici signorili) diverse dalle chiese. Dell’opuscolo, però, non si conosce che il titolo.

Certo è che nessuno scritto noto di storia quinzanese si spinge ad affermare, e tanto meno a dimostrare documenti alla mano, questa incredibile preminenza della piccola chiesa campestre, situata proprio al confine con il territorio dell’antica Gabiano (o Gabbiano, oggi Borgo San Giacomo), sulla spigolosa strada un tempo detta Francesca. Anche se, quanto ad arditezza, c’è chi con le teorie è andato ben oltre i secoli oscuri della prima civilizzazione cristiana, fantasticando, secondo un vezzo di maniera rinascimentale, che qualunque manufatto di un qualche valore e di una qualche antichità dovesse per forza avvolgere tra le sue radici avanzi di templi romani, in una continuità ininterrotta nella storia.

Il medico umanista Giovanni Planerio Quinziano (1509-1600), nell’opuscolo latino [1584] che dedicò a luoghi e persone memorabili del suo paese nativo, non vi menziona se non quattro chiese: la Pieve, San Faustino, il cadente monastero di San Tommaso e la allora modernissima chiesa di Santa Maria delle Grazie presso il Convento degli Zoccolanti. Di Montecchio neanche una parola.

Ma piuttosto restio in merito appare anche il per altro fin troppo eloquente don Agostino Pizzoni (1582-1646), che nel 1640 dava alle stampe una pretenziosa Historia di Quinzano, guarnita di ogni pregio e difetto delle historie secentesche; alla quale pure attinsero a man bassa tutti i successivi scrittori di memorie quinzanesi, fino ai nostri giorni. Dopo essersi diffuso a lungo sulle decine di antiche iscrizioni ritrovate a Roma, Milano, Brescia, Modena, e poi in Piemonte, in Sicilia, e fino in Spagna, dalle quali si dedurrebbero a suo parere le inoppugnabili origini romane di Quinzano, Pizzoni [1640, p. 11'] accenna di passaggio al toponimo di Montecchio in una pagina meritevole di nota. Ecco un breve stralcio del testo: 

ma per vedere qual fusse il suo fondatore [di Quinzano, evidentemente], come si caua dalle sudette inscrittioni, vediamo, che fosse Planerio Quinzano che mandato da Roma al gouerno di Brescia, iui principiasse la famiglia Quinzana, dalla quale vscito Marco Letilio Fabio Padre di Cassiano, Podestà di Brescia, che fù padre di Marco Letilio Quinzano, e di Questi venne Fabio Quintiano Decurione Nepote di Minuciano, e padre di Materina Benigna moglie di Marco Aurelio Massimo, di modo che questi fondorno Quinzano, che passò l’istessa fortuna dell’altri paesi Italiiani finche passando d’indi vn’Imperatore il quale trouando li habitatori dispersi in diuerse contrade, come al tempio d’Ercole Montecchio nel luogo, doue è hora Santa Maria de frati Zoccolanti, doue fù trouato in vno sasso Lucius Quintius Decurio, lì riducesse, insieme vniti facendo fabricare il Castello doue hora si troua, concedendoli la sua arma ch’era l’Aquila negra in campo Giallo, come si vede in vn libro scritto a mano da Sebastiano Planerio già Cancelliero della Communità, nel qual loco dice, che la sua famiglia possedesse questo Carico per trecento anni auanti. 

Le farraginose genealogie, evidentemente, attingono assai più dell’aura mitologica di quanto non poggino su una qualche credibilità, aggirando baldanzosamente il problema, in fondo insoluto anche per noi moderni, della primitiva fondazione di Quinzano: una terra che, come ogni luogo che si rispetti, aspira a vantare a fondatori dèi ed eroi delle età più gloriose.

Tutti i personaggi menzionati dal Pizzoni sono tolti di peso da presunte iscrizioni romane, che in buona parte erano citate già mezzo secolo prima dal Planerio, fonte a sua volta piuttosto sospetta per la sua spiccata tendenza a celebrare, insieme con la patria, la propria famiglia. Non per caso – a suo dire – il fondatore del paese, così come della omonima stirpe, sarebbe stato un condottiero romano, tale Planerio Quinzano; e sul nome di costui, tra l’altro, il dotto medico (che si chiamava in realtà Giovanni Pianero), modellò il proprio epiteto letterario. Quanto poi alla ricostruzione delle discendenze, ai nostri amabili storici cinque-seicenteschi bastava trovare un personaggio che riecheggiasse in qualche modo il nome del paese, per ascriverlo d’ufficio alla lista dei soci fondatori; con quanta saldezza di senso critico, non è il caso di sottilizzare.

Di conseguenza, dalle iscrizioni romane annoverate nelle vecchie cronache non possiamo desumere nulla di sicuro perché, sempre che si tratti di reperti non inventati di sana pianta, e quand’anche avessero avuto la sorte di conservarsi tali e quali fino a oggi, sarebbe comunque impossibile stabilirne a posteriori la vera provenienza, che è l’unico elemento da cui si possa argomentare qualcosa di sensato.

In ogni caso, quel che preme in questo punto non è tanto indagare gli autentici eventi, ormai inattingibili, della storia, quanto piuttosto interpretare il pensiero che di tali eventi si erano fatti gli antichi scrittori locali, preziosi anche se barocchi precursori di queste nostre pagine.

 

Il secentesco Pizzoni dunque riteneva, sulla scorta di fonti a lui anteriori, – bontà sua – che un imperatore romano di passaggio nel territorio di Quinzano avesse trovato “li habitatori dispersi in diverse contrade”, e per questo “li riducesse, insieme uniti”, edificandogli quel castello, che divenne poi il centro della vita del paese fino alle soglie dell’età moderna.

Fra le contrade disseminate nelle campagne, dove la gente di quei giorni avrebbe vissuto, lo storico annovera un “tempio d’Ercole Montecchio nel luogo, dove è hora Santa Maria de frati Zoccolanti”. A meno che non sia sfuggita alle stampe una virgola, che farebbe due entità del tempio d’Ercole e del luogo de frati Zoccolanti, pare di intendere il toponimo Montecchio identificato con la sede che dal secondo ‘400 fu del convento francescano. In realtà i due luoghi di Montecchio e del Convento sono bensì su una medesima direttrice a nord-ovest del paese, prossimi al tracciato della strada Francesca; ma lo spazio di circa due chilometri in linea d’aria che li separa, li rende affatto incompatibili. Del resto, è pure difficilmente ammissibile la concorrenza di toponimi identici nel medesimo territorio e a poca ma determinante distanza. Sembra dunque inevitabile sospettare un abbaglio del cronista, o perlomeno una interferenza di due diverse approssimative informazioni. Non è neppure escluso che, in fase di stampa, fosse caduta per errore una parte essenziale del testo, visto che il libretto di Pizzoni appare tipograficamente mal curato e infarcito di errori d’ogni genere.

Tutto sommato (ma, anche se le notizie non fossero improbabili, non ci sarebbe gran differenza), si intuisce il concetto alla base del fantasioso racconto: un luogo sacro alla fede dei padri e dei contemporanei, sia esso un frequentato cenobio di vita francescana o un vetusto oratorio sperduto tra prati e coltivi, deve appoggiare le sue fondamenta sopra un santuario votato un tempo al culto degli dèi. In questa continuità civile e religiosa quasi senza fratture, si riconosce il primato della società presente, e insieme si svela un imprescindibile rapporto genetico con la comunità dei progenitori. In altre parole: non occorre che sia vero, e non serve nemmeno crederlo, che sotto ogni chiesa antica sorgesse un tempio pagano; ciò che conta è la mitologia, la leggenda propria di ogni villaggio, che conferisce autorevolezza alla sua storia presente e manifesta la continuità della tradizione: due capisaldi di cui nessuna comunità può rimanere priva, pena la perdita della propria identità.

 

Le ipotesi della storia

Del resto, a parte i lussureggianti miti di fondazione, è pur vero, e da tempo tranquillamente accettato dalla storiografia, che le origini dei principali luoghi di culto delle nostre terre siano da leggersi in una sorta di continuità ininterrotta con il passato pre-cristiano. Non per nulla, quando si parla di circoscrizioni territoriali pievane, si rimanda quasi sempre ai distretti stabiliti dal dominio romano con la denominazione di pagi; da cui, in seguito, l’epiteto spregiativo di pagani, ossia abitanti dei pagi appunto, che alludeva alle forme più retrive di incultura, legate a usanze e mentalità del basso mondo rurale.

È questo un ramo assai spinoso della ricerca, e non è bene cimentarvisi a cuor leggero; ma è pur vero che talora la collocazione di monumenti cultuali, o di manufatti con qualche valore sacrale, nei recessi delle campagne, sia considerata indizio essenziale di una organizzazione del territorio risalente molto indietro nella storia, alle epoche della romanizzazione, o forse di una preesistenza celtica, quando non addirittura anteriore.

E la localizzazione della chiesetta di Montecchio potrebbe, a occhi esperti ed esercitati a simile lettura, rivelare più di quanto non suggerisca al profano. Sorgeva sopra un monticulus, monticello, come vorrebbero le più ovvie interpretazioni etimologiche (sempre piuttosto delicate in questo campo, privo com’è spesso di conferme rassicuranti, oltre alla incrollabile persuasione dell’etimologo di turno). Il tracciato delle strade tutt’attorno potrebbe rimandare a permanenze significative di una antica organizzazione territoriale. Il fatto che l’edificio sia isolato in mezzo ai campi, distante da nuclei abitati piccoli o grandi, nonché il suo orientamento ovest-est, gli darebbero un’impronta di autentica antichità, situandone la fondazione a tempi antecedenti alla impetuosa crescita demografica del secondo medioevo, quando ancora le minuscole comunità rurali del distretto non si riconoscevano quei caratteri di autonomia amministrativa e religiosa da cui nacquero solo assai più tardi le moderne parrocchie.

Paolo Guerrini, nella sua immensa produzione di studi di storia bresciana, a Montecchio dedica solo un paio di righe, in una noterella alla visita pastorale del vescovo Bollani, definendo l’oratorio in questi termini [1936, p. 41 n. 1]:

Antica chiesetta votiva eretta sul monticulus verso Acqualunga e Borgo S. Giacomo, vicina al Castelletto dei Martinengo delle Palle. Erroneamente si ritiene l’antica parrocchia di Quinzano; era invece una cappella votiva, eretta forse in un cimitero medioevale. In essa, e sotto il portichetto adiacente si conservano alcuni affreschi votivi del Quattrocento con diciture dedicatorie.

Anche Fappani liquida in breve la questione, rifiutando ovviamente l’equivoco del primato ecclesiastico di Montecchio nel distretto, e affermando che “si tratta soltanto di un ospizio medievale, o di una chiesa votiva con annesso un cimitero medioevale” [1972, p. 136], “eretta come chiesa sussidiaria per comodità delle popolazioni disperse nella campagna” [1964, p. 20]. Che è un po’ come dire: se c’era la chiesa, di certo una ragione qualunque per costruirla non mancava.

Non è il luogo qui per imbarcarsi in argomentazioni troppo ardue: ma, quanto all’ospitalità caritativa, doveva essere all’epoca intimamente connessa con la preghiera liturgica e la predicazione, al punto che non si poteva probabilmente concepire un luogo di culto che non fosse anche destinato al servizio di poveri e ammalati. Se poi si volesse alludere a una funzione più istituzionalizzata di accoglienza, tipo quella di un ospedale od ospizio per viandanti (xenodochio), usuale ad esempio sulle principali vie di comunicazione presso i guadi dei corsi d’acqua (come probabilmente era presso l’Oglio il Mezzullo, tanto per limitarsi al territorio quinzanese), o nei borghi alle dipendenze dei monasteri, pare che a Montecchio manchino le caratteristiche geografiche e topografiche per confortare l’ipotesi in maniera anche solo in parte attendibile.

Circa la destinazione sussidiaria dell’oratorio campestre a vantaggio delle popolazioni del circondario, è un concetto troppo moderno per attribuirlo a un periodo così lontano come certo fu quello delle sue origini; e ciò è detto a ragion veduta, come sarà chiaro quando si illustrerà il tentativo di smembrare la chiesetta dalla pieve di Quinzano. Quanto poi al cimitero medievale di Montecchio, documentato in effetti dal ritrovamento di alcune tombe “a cappuccina” quando fu sventrato l’edificio nel 1974, sembra più coerente immaginare che le inumazioni seguissero la fondazione della cappella, e non viceversa: le sepolture, insomma, c’erano perché c’era la chiesa.

Con tutto ciò, non è che si vogliano perentoriamente smontare le ipotesi, pur sempre sensate, esposte da Guerrini e Fappani: si vorrebbe soltanto rilevare che, per certi periodi troppo remoti nel tempo e troppo privi di qualunque genere d’attestazioni, la cappa del silenzio è troppo fitta per consentire al ricercatore altro che astratte illazioni non verificabili.

C’è da mettere così nel conto, tra le altre, un paio di circostanze che, quando corredate di ulteriori e più consistenti indizi, potrebbero rafforzare il sospetto di una dipendenza diretta e antica del luogo di Montecchio dalla pieve madre: i terreni che la matrice appunto possedeva ancora nel secondo ‘500 attorno alla chiesetta campestre (come si vedrà più avanti); e il fatto che all’estremo opposto dei confini quinzanesi, in una singolare enclave insinuata entro il territorio di Verolavecchia, esiste un’altra chiesetta, detta la Madonnina di Cortemilia, di costruzione piuttosto recente ma forse anch’essa di origine molto antica. È pur vero che il titolo originario di Cortemilia pare essere stato quello di San Pietro, il che pone l’oratorio in relazione più diretta con il culto per il principe degli apostoli presente nel territorio di Verolavecchia.

In questa complessa e misteriosa struttura di relazioni fra territori parrocchiali confinanti, potrebbe non essere irrilevante un altro particolare: presso il confine settentrionale del territorio quinzanese, sulla vecchia strada campestre che conduceva dalla pieve all’antico San Péder di Verolavecchia, sorge tuttora una santella dedicata alla Madonna. Sembra quasi di intravedere una fitta rete di presìdi cultuali lungo i confini della giurisdizione pievana, e ciò da tempi immemorabili. Deduca liberamente il lettore da questi indizi le conclusioni che riterrà più credibili.

 

La chiesa settecentesca

L’immagine esteriore della chiesa, così come si presentava negli ultimi tempi della sua esistenza, è ormai affidata essenzialmente alla memoria di chi ha potuto vederla, col magro corredo di rare fotografie, mappe topografiche del secolo scorso, e di alcuni affettuosi dipinti del pittore dilettante Nando Albarelli. È questo un destino purtroppo comune a tutte le chiese del circondario scomparse negli ultimi cent’anni; e anzi si deve riconoscere che Montecchio, nella sua mala sorte, è senz’altro la meno sfortunata sotto questo rispetto.

Dunque, dalle poche illustrazioni superstiti, il piccolo edificio sacro manifestava nel suo complesso le numerose stratificazioni della storia trascorsa, i sedimenti devoti di molte generazioni. Era infatti costituito di due corpi di fabbrica: a nord la chiesetta sei-settecentesca; a mezzogiorno un portico aperto sui lati ovest e sud, appoggiato all’abside e alla parete settentrionale della primitiva chiesa romanica, che costituiva al contempo il lato meridionale dell’edificio recenziore.

La scarna semplicissima facciata della chiesa, sul lato ovest, era simmetricamente spartita da quattro lisce lesene tuscaniche; a mezza altezza, negli intercolumni, una finestra centrale dagli spigoli smussati, e due nicchie cieche laterali; sulla sommità, sopra un’alta trabeazione, la fronte era coronata di un timpano ricurvo, slanciato da tre pinnacoli piramidali al centro e ai lati. La porta d’ingresso, decorata a sua volta da un timpano appena aggettante, introduceva a una aula di modeste dimensioni, con lo spazio giusto per quattro o cinque file di banchi. Negli ultimi momenti la chiesetta, spoglia in tutto di ogni suo decoro passato, apriva sconciamente le voragini del tetto al cielo aperto: l’ultimo ricordo, confuso, che mi rimane di quel luogo sacro è l’angoscia di una grossa trave consunta, scricchiolante penzoloni dalle capriate.

Il presbiterio, abitato alla fine soltanto da tetri fantasmi di angioletti monchi, compare ancora nella sua veste dignitosa in una rarissima e sbiadita foto degli anni ‘50. Uno spazio pressoché quadrato, coperto da volta leggermente ribassata e fitto di decorazioni dipinte che dalla foto sembrerebbero recenti; a sinistra (lato nord) una ampia finestra. Nel mezzo della parete est l’unico altare, dal bel paliotto marmoreo di fine ‘600, con paraste decorate di cherubini e modiglioni laterali in marmo scuro, mentre nella specchiatura centrale spiccava un ovale, forse una nicchia destinata a una piccola scultura, circondata da fastose girali in commesso di marmi colorati. Di sicuro quel piccolo gioiello non può essere stato distrutto insieme con la chiesa: qualcuno dovrà pur saperne qualcosa.

Sopra la mensa dell’altare campeggiava l’ancona, apparentemente in scagliola, di linee neoclassiche, incorniciata da due semi-colonne marmorizzate con capitelli corinzi, affiancate sui lati da angioletti in piedi a tutto tondo; in alto una lineare trabeazione e una cimasa con due cherubini sorreggenti in un sole il monogramma di Cristo. Tra le semi-colonne un finto drappeggio in stucco sormontato da un diadema, conteneva la pala cosiddetta della Madonna della Rosa, di cui si dirà più oltre.

Adiacente al lato destro (sud) del presbiterio sorgeva la sacrestia; da qui, verso oriente, si accedeva al campanile attraverso un locale che, insieme a poche altre stanzette distribuite su due piani, costituiva un tempo l’abitazione dell’eremita. Il minuscolo stambugio a pianterreno, cosparso di paglia per pavimento, era ancora occupato – qualcuno lo ricorda – negli anni dell’ultima guerra da una vecchia nonna, che manteneva alla meno peggio i numerosi nipotini con l’elemosina e con qualche piccola prestazione da settimina; in seguito il locale fu per qualche tempo domicilio di un tipo che girava per cascinali e frazioni dei dintorni con un vecchio proiettore, a fare il cinematografo per i bambini.

Il campanile, di realizzazione piuttosto recente, fu l’ultima struttura dell’intero complesso che rimase in piedi al momento della distruzione: esistono una foto e un disegno che lo raffigurano così, solo in mezzo alle macerie della sua chiesa, allampanato testimone di una storia ormai rasa al suolo per sempre. Ma non sopravvisse che per poco.

Questo per quanto riguarda la parte recente dell’oratorio campestre; tuttavia la zona più interessante della costruzione era senza dubbio quella compresa nel portico meridionale.

 

La chiesa romanica

Già da molti decenni, forse da secoli, della primitiva chiesa medievale non avanzava altro che una porzione della parete settentrionale e l’abside: la prima – come già detto – era incorporata quale lato meridionale nella chiesetta settecentesca; la seconda chiudeva a oriente lo spazio del vecchio oratorio, divenuto ormai esterno per l’abbattimento dei muri ovest e sud, e coperto da uno spiovente. In tal modo, la medievale chiesa campestre di Montecchio era ridotta a un banale porticato, aperto su due lati, che correva lungo la parete sud della nuova cappella.

Anche in questo caso non si può proprio dire che sopravviva un abbondante repertorio iconografico; e tuttavia, dalle poche foto superstiti del portichetto, ormai abbandonato a se stesso, è possibile trarre approssimativamente una impressione generale di come doveva apparire l’antichissimo oratorio romanico nelle ultime fasi della sua esistenza.

Un paio di immagini mostrano l’abside quasi interamente spogliata dei fitti affreschi votivi che la gremivano in ogni minimo spazio. Si vede quel che rimane dei vuoti riquadri, dove un tempo erano ospitati i dipinti, quasi tutti strappati certo a scopo di furto: si potevano contare originariamente all’incirca una trentina di figure (della dimensione media di un metro per 50-70 cm), disposte in tre fasce sovrapposte, sovrastate dall’affresco del catino absidale. Al momento in cui furono scattate le fotografie (anni 1962-63), oltre al dipinto della Madonna col Bambino nella nicchia centrale, si erano salvate dalle depredazioni soltanto le figure del catino e della fascia superiore, e nemmeno tutte.

Una precedente foto del lato sinistro dell’abside mostra più o meno come doveva apparire quella zona prima dello strappo dei dipinti: si intravedono (per quel poco che si riesce a decifrare) nell’ordine più basso da sinistra la Madonna in trono (maestà); san Pietro Martire con un coltellaccio piantato in capo; san Bernardino che regge il monogramma di Cristo; san Cristoforo col bastone in mano e il Bambino Gesù sulla spalla. Il resto è molto più confuso: una piccola nicchia decorata con una specie di delfino; quindi una coppia di santi di cui uno barbuto e coronato, e un’altra coppia di figure, apparentemente un vescovo e una vergine. La fascia intermedia inizia con un santo in piedi, impossibile da identificare; seguono ai lati della monofora due Madonne inginocchiate col Bambino ai piedi, una Maestà, e un santo frate dalla veste scura col Bambino in braccio, forse sant’Antonio di Padova o san Nicola da Tolentino. Tre Maestà, inframmezzate da san Sebastiano (o il Cristo flagellato) sono le uniche figure distinguibili nella fascia superiore. Oltre la cornice che marca il terzo ordine, si percepisce nettamente nel centro della conca absidale un grande cerchio, in cui campeggiava forse un tempo il Cristo pantocratore o la Madonna in gloria, ma in nessuna delle foto superstiti si riesce a decifrare, dall’agglomerato di macchie informi, più che la vaga idea delle ginocchia di un personaggio assiso su di un trono. Ai lati della conca altri santi: nello spigolo sinistro, un monaco eretto in abito scuro, manto e scapolare chiari, con un bastone nella destra (sant’Antonio abate?); al suo fianco due personaggi inginocchiati: una santa e una ennesima figura illeggibile.

Di tutti questi affreschi, due soli – pare – si sono salvati, forse sdegnati dai ladri per il loro scarso valore artistico: il san Pietro Martire dell’ordine inferiore, e la Madonna allattante della fascia superiore (sopra la monofora), entrambe opere di inizio ‘500, strappate dalla parete poco prima dello sventramento dell’edificio, e conservate oggi presso la canonica.

Sulla parete nord della antica chiesa, adiacente all’abside, rimanevano altri affreschi votivi cinquecenteschi: san Sebastiano (o Gesù alla colonna), una elegante Madonna in maestà, e santa Lucia in ginocchio, con in mano un piattino contenente i suoi occhi. Un’altra dozzinale Madonna col Bambino, di cui sopravvive una foto, non è invece collocabile con precisione nello spazio o nel tempo.

Una foto del settore occidentale del portico, mostra dalla parte dell’ingresso una sorta di aggiunta muraria alla parete nord, corrispondente forse a un ampliamento in facciata verso ovest della chiesa settecentesca rispetto a quella romanica, la quale doveva quindi essere più corta di circa un paio di metri rispetto alle dimensioni del portico stesso.

Nella sua pietosa condizione di abbandono, la chiesetta di Montecchio aveva avuto tuttavia la ventura di venir visitata, nei primi anni ‘40, da un esperto di architettura medievale, il professor Gaetano Panazza, che, in un suo scritto sugli avanzi di edifici romanici nella provincia bresciana, ne diede una sintetica ma oggi insostituibile descrizione. Merita di essere riproposta per intero, come un vero e proprio documento storico anch’essa, essendo l’ultima testimonianza diretta, visiva e competente, di una vicenda secolare ormai irrimediabilmente cancellata.  

Della chiesa medioevale (1150 circa) romanica di S. Maria di Montecchio non rimane che l’abside semicircolare e la parete settentrionale, che però venne usata come parete della chiesa settecentesca eretta a fianco dell’antica; la facciata invece e il lato sud furono distrutti e la navata trasformata in portico. La chiesa era in cotto come tutte le costruzioni della “bassa” bresciana e del territorio cremonese. Nel mezzo della parete sud vi è una lesena che doveva sorreggere l’arcone traverso sostenente il tetto a capanna. Nella lesena è incastrato un frammento di antica lapide: S. B. / HIC IACET PLEAC... / MISERABILIS EV... / segue una riga quasi indecifrabile.

L’abside con la sua calotta si presenta ancora intatta nell’interno, con le tre monofore molto strette a doppia strombatura liscia; l’esterno invece in parte è distrutto, in parte vi sono addossate la sacristia e una casa colonica; non solo, ma è coperta di calce in modo che non è possibile neppure esaminarne la struttura muraria. Le lesene non giungevano fino al cornicione ma terminavano un po’ più sotto con un’ampia gola. Sulla parete e nell’interno dell’abside vi sono ancora affreschi discretamente conservati del 1420, 1501, 1557, ecc.

Il testo prosegue riaffermando l’ipotesi già espressa che la chiesetta “doveva essere una cappella votiva d’un cimitero medioevale”, e con alcune indicazioni bibliografiche. Qui si può aggiungere che, come appare dalle scarsissime foto, nell’abside si aprivano ai lati appunto due strette monofore, molto simili a quelle della pieve quinzanese, di edificazione più o meno contemporanea; al centro della curva absidale, invece, una nicchia con affresco mariano sembra aver occultato la terza monofora, che completava l’analogia architettonica con la chiesa madre.

Ecco tutto quanto rimane oggi della chiesa di Montecchio, non meno antica di quella illustre della pieve, oltre a qualche dipinto postumo e alla memoria sempre più scialba e incerta di chi poté vedere lo sventurato oratorio ancora in piedi.

 

Il titolo della chiesa

Che la chiesa di Montecchio fosse così isolata e solitaria, non fu soltanto la causa della sua violazione e soppressione, ma anche il motivo principale per cui le attestazioni storiche su di essa scarseggiano, per non dire che sono quasi inesistenti.

L’unica fonte sicura e sistematica alla quale attingere è quella relativa alle visite pastorali, che in circa cinque secoli si susseguirono con una certa regolarità e, almeno a partire dal 1540, sono documentate nell’Archivio Vescovile di Brescia. Anche il Fappani, nei suoi scritti sull’argomento, ricorre inevitabilmente a queste insostituibili fonti, che tuttavia rimangono sempre singolarmente reticenti in merito alle nostre legittime curiosità sulla chiesetta. Vediamo di spremere tutte le informazioni che sia possibile dai laconici verbali dei visitatori e, quando ci sono, dalle non molto più sugose relazioni dei parroci.

La denominazione della località esita tra diverse varianti: Santa Maria de Montichio, de Montechio, de Montecchio, in versione latina o italiana; una volta si trova anche de Montecchiis, al plurale, come fosse un cognome. Il titolo di Madonna della Rosa, invece, con cui la chiesetta ci è nota in epoca recente, compare solo piuttosto tardi, nella visita del cardinale Ottoboni dell’ottobre 1663: “Oratorium Beatæ Mariæ Virginis Rosæ, in Contrata Montechij” [oratorio della Beata Vergine Maria della Rosa in contrada di Montecchio]; ed è ripreso poi analogamente, come della Rosa (1669) o de Rosa (1677), nelle visite seguenti.

Tuttavia, questa intitolazione deve datare a qualche decennio prima, visto che già in tal modo definiva la chiesa il Pizzoni [1640, p. 33], rivelando come l’arciprete Manzino “L’anno 1597 fece venire una Indulgenza de trè anni all’heremitorio di Montecchio detta ancora S. Maria della Rosa”. La notizia, sempre che non si debba a un anacronismo, anticiperebbe la nuova denominazione verso la fine del secolo XVI: epoca alla quale, del resto, dovrebbe risalire – come si vedrà – il dipinto, detto appunto della Madonna della Rosa, realizzato dal pittore Camillo Pellegrino.

A titolo di semplice ipotesi, meritevole se non altro di considerazione, si può proporre l’eventualità che l’appellativo “della Rosa”, fosse originariamente connesso non tanto con il nome italiano o latino del fiore (in dialetto röşa), quanto con un ipotetico dialettale ròşa (o anche röşa) nel senso di roggia. Benché tale vocabolo non sia attestato direttamente dai lessicografi bresciani, deformazioni analoghe sono ipotizzabili anche per altre realtà del territorio, come ad esempio per il canale Lusignolo presso Cadignano, che deve il nome probabilmente a un originario reşignöl (o roşögnöl), col significato di piccola roggia, confuso poi col latino rosignolus, e con l’italiano lusignolo, entrambi nel senso poco consono di usignolo.

La qualifica della Rosa in riferimento a Montecchio, se l’intuizione è corretta, potrebbe dunque essere conseguente alla costruzione o a un consistente riattamento della seriola Gambalone, che scorreva nelle vicinanze della chiesa e ne irrigava i terreni. Non è escluso che nel tempo si sia passati dalla definizione banalmente topografica di “Madóna dèla ròşa” (Madonna della roggia) a quella più profumata e fascinosa di “Madóna dèla röşa” (della rosa, appunto), e alla conseguente rappresentazione del fiore.

 

Gli altari minori

Quanto alla disposizione architettonica della primitiva chiesa medievale, le documentazioni antiche, e in particolare le visite pastorali, non è che siano molto esplicite, se non per qualche noterella marginale attorno agli altari: vale la pena comunque anche qui di perdere un po’ di tempo a decifrare le scarne indicazioni, pur col rischio di leggerci più (o magari meno) di quanto sarebbe lecito.

Il vescovo Domenico Bollani, nel settembre 1565, oltre a far disporre il pavimento (prima doveva essere in terra battuta) e riparare il tetto perché non piova dentro, comanda che “Amoveantur altaria extra ecclesiam” [siano rimossi gli altari fuori dalla chiesa]. Dunque, all’altare maggiore, probabilmente l’unico all’interno, si aggiungevano altri altari all’esterno dell’edificio, come capitava assai di frequente fino al primo ‘500, quando ogni devoto che si sentisse appena sufficientemente facoltoso faceva costruire e dotava altari in qualunque spazio immaginabile e possibile, quasi ad assediare il santo padrone di casa, per ottenerne le grazie con l’insistente presenza, se non vi riusciva con la semplice devozione del cuore.

Questi altari fuori ordinanza erano un paio, come mostrano nel settembre 1572 le perentorie disposizioni dell’inviato del Bollani don Cristoforo Pilati: 

Destruatur altare extra ecclesiam sub porticu positum uersus sero; et aliud ab altera parte positum claudatur muro et clatris in formam oratorij. Et habeatur licentia à Reuerendissimo domino Episcopo ibidem celebrandi

[Sia demolito l’altare fuori dalla chiesa, posto verso sera sotto il portico; e quello dall’altra parte sia cintato con un muro e con cancelli, in forma di oratorio. E si abbia dal vescovo la licenza di celebrarvi.] 

Qui occorre soffermarsi un po’ di più. L’ordine impartito dal Bollani di abbattere gli altari esterni, trascorsi sette anni, non era stato ancora adempiuto, forse per negligenza, o forse, in parte almeno, per l’intensa devozione popolare che li circondava. In realtà, il delegato vescovile non fa cenno alle vecchie disposizioni disattese, e anzi, mentre ribadisce l’ordine per uno dei due altari, salva l’altro, suggerendo addirittura di costruirvi attorno una cappella chiusa (oratorium), con pareti e cancellata (o balaustre, come intende Fappani, senza sostanziale differenza di senso), e invitando a chiedere al vescovo il consenso scritto per celebrarvi: una sorta di promozione dell’altare esterno al culto regolare.

Il testo, nell’insieme, è troppo approssimativo per argomentare qualcosa di sicuro; però si vede bene che esisteva a quel tempo un portico adiacente alla chiesa, anche se non è chiaro dove si trovasse: “positum versus sero” [posto verso sera] è l’altare da eliminare, non necessariamente il portico; anche se non è inverosimile negli usi dell’epoca che potesse esistere un portichetto sulla facciata, sotto il quale sorgeva uno degli altari abusivi.

Ancora più complicata, se possibile, è la localizzazione del secondo altare “ab altera parte positum” [posto dall’altra parte]: dall’altra parte rispetto a che cosa? al portico o all’altare occidentale? Si dovrebbe pensare che fosse a oriente, fuori dall’abside: una posizione assai poco credibile. Oppure si potrebbe interpretare tutta la frase in un altro modo: sia eliminato l’altare posto sotto il portico a occidente, e sia conservato l’altare posto sotto lo stesso portico dall’altra parte, verso mattina. In questo caso non si può pensare che il portico fosse a sera: se fosse stato invece a nord, i due altari si sarebbero trovati lungo la parete esterna settentrionale del tempio romanico, uno verso ovest da togliere di mezzo, e l’altro verso est da ampliare. Allora la nuova cappella esterna adiacente all’angolo nord-est dell’oratorio medievale, sempre che sia stata realizzata come pretendeva il visitatore, potrebbe essere il primo nucleo della nuova chiesetta, il presbiterio attorno al quale nei decenni successivi sorse il secondo edificio sacro, completato infine nel ‘700, occupando lo spazio del vecchio portico settentrionale e riducendo per converso a semplice porticato (ironia della storia) l’antichissimo tempio al quale si appoggiava.

Sarebbe successo – sia detto con tutte le cautele – qualcosa di simile a ciò che accadde, sempre allo scorcio del ‘500, presso la chiesa pievana maggiore, nel santuario della Madonna della Pieve. Anche a Montecchio, attorno a una immagine mariana dipinta su un muro esterno della chiesa, meta di un culto significativo e di crescente fervore, si costruì dapprima una tettoia, poi un portico, un altare, una cappella, e infine una chiesa intera, che prese da quel momento il titolo popolare di Madonna della Rosa, forse perché l’immagine della devozione mostrava questo segno iconografico appariscente, o per le altre opinabili ragioni di cui s’è detto. Nel tempo, il culto si sarebbe spostato gradualmente dalla vetusta chiesa, sempre più fatiscente, alla nuova, che nasceva dal fianco della madre, e che continuò solidale a condividerne le sorti, fino all’ultimo annientamento.

Non si fa più cenno, in seguito, nelle visite pastorali ad altari secondari o provvisori; anzi, è sempre ben evidente come la chiesa fosse dotata di un unico altare, che poteva essere già quello della cappella – diciamo così – moderna.

 

Un intervento del comune

Uno spiraglio isolato in mezzo al grande silenzio sulle vicende edilizie dell’oratorio campestre, anche se non più esplicito di quelli sopra menzionati, ci è offerto da un atto del consiglio civico quinzanese. Nella riunione del 29 luglio 1601, si presenta certo Giacomo Pianarolo, eremita in Santa Maria di Montecchio, a sollecitare un intervento economico del municipio per urgentissime riparazioni al tempio pericolante: 

Insuper essendo venuto sopra questa casa [= cosa] Jacomo Pianarolo, Romitta a S. Maria di Montecchio quale ha dimandato a questi On. Consiglieri che gli volessero fare una elemosina per accomodare la cappella di detta gloriosa Vergine qual menazzava rovina da ogni banda per cascar giosa. La qual cosa intesa predetti Spett. Consiglieri anno ordinato viva voce che segli debano donar Ducatoni n. 10 et così hanno ordinato. 

Il testo dice che “la cappella... menazzava rovina da ogni banda per cascar giosa”, ma non è del tutto evidente se per cappella si intendesse tutta la chiesa, o una porzione limitata di essa (la cappella maggiore, cioè il presbiterio; ovvero la cappella laterale). Il titolo mariano, infatti, spettava bensì alla chiesa intera, ma poteva anche essere riferito al solo altare principale, o ancora a un altare laterale con la stessa dedicazione.

A una “capella ipsius oratorij” [cappella del medesimo oratorio] alludeva già il vescovo Marino Giorgi senior, nella sua visita del novembre 1600: 

In oratorio Sancte Mariæ Montecchi.

Claudatur capella ipsius oratorij saltem cancellis ligneis Infra sex menses. Petra sacrata inseratur in mensa altaris stratis asseribus infra mensem et præmissa sub poena interdicti ipsius oratorij.

[Nell’oratorio di Santa Maria di Montecchio

Sia recintata la cappella dell’oratorio, almeno con una cancellata di legno, entro sei mesi. Sulla mensa dell’altare sia posto un assito e vi sia inserita una pietra sacra, entro un mese sotto pena dell’interdizione dell’oratorio.] 

Dall’ordinanza vescovile si desume che la capella era una parte dell’oratorio, che mancava della cancellata regolamentare, e che il suo altare abbisognava di qualche aggiustamento. È strano che non si parli di nessun altro altare, e ancor più strano che non vi sia il minimo cenno allo stato precario della antica chiesetta.

Se è vero che dopo il 1572 fu realizzata la cappella nuova nel portico esterno alla costruzione romanica (e non c’è ragione di dubitarne, visto che nelle visite seguenti non si fa cenno a inadempienze riguardo ai decreti pregressi), al principio del ‘600 il complesso doveva essere costituito da una vecchissima chiesa cadente affiancata da una moderna cappella. Sembra dunque inevitabile pensare che la petizione del Pianarolo, impiegando equivocamente il termine cappella, si riferisse ai muri fatiscenti del XII secolo piuttosto che alla nuova costruzione la quale, per quanto edificata contenendo le spese, non è credibile fosse pericolante già pochi anni dopo la realizzazione.

Il fatto poi che il vescovo Giorgi non faccia menzione del vecchio altare maggiore, dovrebbe significare che a quel tempo era già stato eliminato, e sostituito nelle sue funzioni da quello della nuova cappella, benché ancora incompleto. Del resto, potrebbe conciliarsi bene con questa ipotesi anche l’unica notizia solida di Montecchio raccolta da Pizzoni [1640, p. 33], di cui s’è detto poco sopra: nel 1597 l’arciprete di Quinzano don Vincenzo Manzino ottenne tre anni di indulgenza per il romitorio, proprio come accadeva in occasioni solenni, quando si consacrava una chiesa, un altare, o quando si inauguravano consistenti restauri edilizi di un luogo sacro.

La cappella in rovina per la quale si preoccupava il Pianarolo nel 1601 non poteva dunque essere che la vecchia chiesa romanica, ormai abbandonata a se stessa, dopo l’edificazione del nuovo oratorio. Il comune quinzanese concesse al romito 10 ducatoni per le migliorie più urgenti: una cifra consistente, ma non tale da far pensare a interventi di grande respiro. È vero che si sarà fatto conto anche, e forse soprattutto, alle elemosine dei devoti; e, in ogni caso, merita di essere rimarcato l’interesse che il comune poneva nel recupero della chiesetta campestre: una residua testimonianza della considerazione che la comunità nutriva per gli edifici di culto di antica gestione vicinale nel proprio territorio, come probabilmente erano in origine le chiese minori dei vari paesi, e in special modo quelle campestri.

Tutto sommato, comunque, sembra di poter riconoscere in filigrana, tra le righe della delibera civica, la sanzione con cui si abbandonavano al loro destino le mura spoglie e austere del secolo XII, trasformate forse proprio allora nel porticato aperto su due lati, che rimase poi fino alla fine.

 

L’eremita di Montecchio

Il protagonista dell’atto municipale appena commentato, Giacomo Pianarolo, ci conduce a parlare della figura dell’eremita in Santa Maria di Montecchio (romita o romito, si diceva allora), che le storie relegano a un ruolo umile e marginale, quasi sepolto nel silenzio della campagna e della memoria.

Le notizie, quando ci sono, sono per lo più ricavabili soltanto in via indiretta dalle informazioni sugli edifici rurali annessi alla chiesa. Il primo accenno espresso a una “domunculam pro habitatione unius eremitæ qui ibi habitat” [una casetta per abitazione di un eremita che vi risiede] è nel già citato verbale Pilati, del settembre 1572; ma ciò non esclude che accanto alla chiesa dovesse esistere da sempre almeno una piccola stanza, come era presso tutti gli oratori sperduti, in tempi in cui l’isolamento non costituiva certo condizione di soverchia sicurezza per gli uomini e per le cose. Il delegato del Borromeo, nel 1580, aggiunge un dettaglio alla sua descrizione, dichiarando che “Domus est annexa ecclesiæ prædictæ, cum parvo horto” [c’è una casa annessa alla chiesa, con un orticello]. Appena prima si nominava il cappellano don Battista de Cagnis, ma non si dice se abitasse proprio lì.

Breve cenno alla presenza di un custode si rinviene anche in atti successivi, come ad esempio nella relazione in italiano stesa dall’arciprete Giovanni Capello nell’ottobre 1669, dove si afferma semplicemente che a Montecchio “vi sta un’Heremita”. Mentre lo stesso parroco, nel 1677, in una analoga dichiarazione latina, inquadra un aspetto dell’attività del romito che non doveva essere affatto secondario: la gestione delle elemosine. Scrive, infatti, il Capello cheEleemosinæ huius Ecclesiæ capiuntur ab Heremita dictæ Ecclesiæ, quas expendit in dicta Manutentione ipsius Ecclesiæ” [le elemosine della chiesa di Montecchio sono raccolte dal locale eremita, che le impiega nella manutenzione della chiesa]. Questione assai delicata, quella delle elemosine, che l’arciprete di Quinzano affronta qui con un certo distacco, ma che spesso era occasione di lunghe e feroci diatribe fra i parroci e i responsabili laici delle chiese, specialmente quelle più distanti dal centro pievano, e dunque più difficili da assoggettare a un assiduo controllo.

Nomi e cognomi di eremiti è però tutt’altro che frequente trovarne negli scarsi documenti. Di Giacomo Pianarolo già si è detto; gli affiancheremo ora un compagno, a completare questo breve capitolo. Nella relazione dell’aprile 1714, il parroco quinzanese di allora segnalava all’autorità, non senza aver ribadito come la chiesetta “è sotto la direttione del Signor Arciprete”, che “Vi è il Romito Pietro Vitale dell’habito de’ Conventuali”, il quale risulta al tempo stesso pure eremita alla Madonnina della Balgarossa (o Malgherosse: la Madonnina di Cortemilia di cui si è detto qualche pagina fa).

Chi si dedicava al romitaggio, alla vita solitaria presso una cappella isolata dal mondo, per antichissima tradizione che anche nelle nostre campagne affondava le radici ai primi albori del cristianesimo, poteva essere un sacerdote, un religioso dimesso dal chiostro col consenso dei superiori (ma talvolta anche senza), oppure un laico. Nei secoli XVI-XVII, l’eremita di una chiesa campestre era per il solito un laico, scapolo o anche padre di famiglia, magari vedovo con figli già grandi, spesso ascritto a qualche Terz’ordine, e per questo a volte chiamato con l’appellativo di frate. Nelle ricerche compiute per la presente pubblicazione sulla zona di Quinzano e delle due Verole, sono emerse varie figure di eremiti, intenti alle loro diverse occupazioni, che nell’insieme ci offrono un’immagine movimentata e inedita della vita presso le chiese campestri in quei tempi lontani. Il nostro Pietro Vitale di Montecchio, se non è un ex francescano che aveva abbandonato il convento, potrebbe essere effettivamente un terziario, legato all’ordine dei Minori Conventuali, presso i quali aveva probabilmente assunto l’abito e la regola.

Al romito, che trascorreva una vita solitaria di preghiera e meditazione presso la sua chiesa, era essenzialmente richiesto di sorvegliare l’edificio con le sue adiacenze e provvedere alla manutenzione ordinaria; celebrare o, se non era sacerdote, servire le messe; raccogliere le elemosine e impiegarle secondo le intenzioni dei donatori; ospitare i viandanti e i poveri; provvedere alle varie necessità del proprio oratorio, sollecitando contributi in opere e in denaro per gli interventi più dispendiosi.

Nel corso del ‘500 si assiste più d’una volta alla concentrazione di diversi romitaggi nelle mani di un solo soggetto, forse perché un unico servizio non bastava a provvedere la persona, e talora la sua famiglia, del necessario alla sopravvivenza; oppure per assecondare la tendenza diffusa in quei tempi a concentrare le rendite provenienti da vari enti ecclesiastici, allo scopo di accrescere guadagni e potere. In ogni caso, non si ha dai documenti nessun’altra notizia significativa sui romiti di Montecchio.

 

Il beneficio ecclesiastico

Un elemento essenziale nella storia di ogni chiesa è costituito dalla dotazione economica, sulla quale essa appoggiava il mantenimento delle proprie strutture e del servizio cultuale. È noto che, all’atto della fondazione di un luogo sacro, l’ente promotore (il vescovo, un privato, una pia associazione, una comunità) disponeva di erigere contestualmente un beneficio, ossia una rendita perpetua, che in antico consisteva quasi sempre in una certa estensione di terreno, o in proprietà immobiliari, più di rado negli interessi di un capitale finanziario. Con i frutti (le cosiddette prebende) maturati dalle proprietà beneficiarie si poteva compensare il servizio del sacerdote o del chierico addetto alla chiesa, si provvedeva alla manutenzione e all’arredo, nonché alla cura di poveri e malati del circondario.

Quando, soprattutto nei secoli XIV-XVI, venne meno nella chiesa locale l’atten­zione al culto e all’assistenza, rimase soltanto l’ossessione del guadagno, e gran parte dei benefici ecclesiastici, specialmente quelli più redditizi, divennero preda di ecclesiastici senza scrupoli, che miravano all’accumulo di molte rendite per mantenere un tenore di vita degno della migliore aristocrazia. Se gli avanzava una parvenza di onestà, gli avidi prelati acconsentivano a distogliere dalle proprie innumerevoli entrate qualche modesta quota per stipendiare cappellani che in nome loro provvedessero al servizio cultuale delle chiese di cui essi erano titolari; e di quando in quando gli cadeva dalle mani anche qualche degna elemosina, ma soprattutto per la gloria della fama. In questo clima, la gran parte dei benefici ecclesiastici, che nelle età precedenti si erano moltiplicati in ogni angolo della cristianità, si prosciugò fino all’es­tinzione, e numerosi luoghi sacri rimasero in tutto privi, nonché di cura per le strutture, addirittura del culto stesso per il quale erano nati, e molti scomparvero.

Tale era la sorte in primo luogo delle povere chiesette campestri che, una volta private da qualche prepotentello locale dei loro modesti introiti, venivano abbandonate al loro destino. Ma verso il ‘400, e ancor più nel secolo seguente, con la crescita demografica e la nuova consapevolezza acquisita dalle comunità locali (comuni e vicinìe), alcune di queste chiese abbandonate vennero riscoperte, riportate alla antica dignità, e talora tornarono a essere il centro religioso e civile di gravitazione per le popolazioni delle vicine contrade; in qualche caso addirittura vennero promosse al rango di parrocchie, come mai erano state nella loro plurisecolare vicenda. Un caso del genere, pur con le inevitabili peculiarità, sembra accadesse al romitorio di Montecchio.

L’edificio originario – come si è visto – poteva risalire alla metà del secolo XII, e la sua realizzazione in uno stile romanico non disprezzabile rivelerebbe anzitutto la preesistenza del culto in quella sede: è difficile credere che nel cuore del 1100 si edificasse una chiesa in mezzo a una campagna all’epoca ancora meno popolata che non in seguito, così dal nulla, senza che vi fosse già da tempo testimoniata una frequentazione e una devozione qualsiasi, fosse pure in una misera edicola di legno. Nell’innalzare una chiesa di un certo valore architettonico, e dunque economico, è inevitabile pensare che l’ente ecclesiastico o il privato che vi provvide avesse procurato altresì una dotazione fondiaria sufficiente per organizzarvi la vita religiosa. Se pure alla cappella non era annesso un ospizio, come (peraltro sensatamente) ritengono Guerrini e Fappani, comunque vi doveva soggiornare un custode, vi doveva celebrare un sacerdote, vi si doveva acquistare il necessario per l’arredo, le funzioni, soprattutto per l’illuminazione, un capitolo di spesa tra i più consistenti per le chiese dell’epoca, tanto che in molti casi regalìe ed elemosine erano versate appunto in cera e olio.

Tuttavia, alla prima ricorrenza ufficiale della chiesetta di Montecchio negli atti di curia, essa risulta già completamente spogliata del suo patrimonio, e da chissà quanto tempo. Annotava infatti, nell’ottobre 1540, il vicario vescovile Annibale Grisonio, stendendo l’elenco degli oratori minori nel territorio quinzanese:

Est alia Ecclesia sub titulo sancte marie de montechio que est vnita plebi predicte vna cum alie suprascripte capelle que nihil habent de redditu

[C’è un’altra chiesa sotto il titolo di Santa Maria di Montecchio, che è unita alla pieve di Quinzano insieme con le altre cappelle che non hanno nessuna entrata.] 

Non c’è bisogno di sottolineare che in questo caso, come pure in tutta la trattazione seguente, quando si parla della pieve di Quinzano, non si indica in senso stretto l’edificio ecclesiastico che porta quel nome, bensì il titolo canonico della parrocchia, e conseguentemente la sua giurisdizione, che dalla fine del secolo XV aveva sede, di fatto se non ancora di diritto, non più nella antica chiesa madre fuori mano rispetto allo sviluppo urbanistico del paese, ma nella più moderna e comoda chiesa di San Faustino in Castello, divenuta poi definitivamente la chiesa principale.

Dunque, l’oratorio di Montecchio nel ‘500 appariva soggetto alla cura parrocchiale della pieve quinzanese. In realtà – come vedremo – la pieve ancora a quell’epoca possedeva nove piò di terra adiacenti alle costruzioni e all’ortaglia di Montecchio: potevano essere il residuo di una antica dotazione beneficiale della chiesetta campestre, confluita nell’ambito del più vasto e ricco beneficio plebano in un’epoca non precisabile, forse quando la pieve, per mancanza di chierici disposti a risiedere in loco, si assunse direttamente l’onere di officiare il piccolo oratorio, poi progressivamente trascurato fino alla dimenticanza, come prova la visita del 1540. O, viceversa, potrebbero rappresentare gli ultimi residui di antichissimi possessi beneficiali della pieve stessa, che in origine (presumibilmente nei secoli VII-VIII) dovevano estendersi lungo tutto il territorio della sua giurisdizione. Allo stato attuale delle ricerche è impossibile propendere in maniera decisiva per l’una o per l’altra ipotesi: bisogna limitarsi ad argomentare sui secoli più prossimi al nostro. 

 

 

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a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010