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Che cosa significa scrivere (o leggere, che non
è poi molto diverso) del passato, se non
rincorrere delle ombre?
Gli uomini, siano illustri o oscuri – lo
sappiamo bene – passano; le cose, anche se
durano un po’ più a lungo, mutano; e mutano i
messaggi, perché muta incessabilmente,
vorticosamente, il linguaggio di chi li legge,
li interpreta, e crede (crede soltanto) di
capirli.
Che ne sappiamo noi di cosa voglia dire un
vecchio affresco votivo, un campanile mezzo
sghembo, o gli arzigogoli ammuffiti di un notaio
rinascimentale? Sono gli stessi di allora i
colori che vediamo? è analogo a quello di un
tempo il ruolo che riconosciamo a un vecchio
monumento nel nostro mondo attuale? è uguale il
significato che percepiamo dentro le medesime
antiquate parole? o non sono che ombre del senso
originario, ombre di cui si è perso ormai per
sempre l’oggetto reale che le proiettava.
O magari sono semplicemente ombre di noi e
delle nostre luci artefatte, che investono gli
oggetti del passato, e li avvolgono in una
atmosfera che non gli appartiene, perché in
realtà appartiene a noi.
Che il tempo sia uno spietato frantumatore di
cose umane non l’abbiamo scoperto noi. E, dopo
tutto, saremmo davvero miopi e ingenerosi verso
noi stessi, se dimenticassimo che, a parte il
tempo, ogni popolo, ogni civiltà ha operato la
sua brava parte di distruzioni di ciò che era
venuto prima. Anche quelle a cui dobbiamo i più
preziosi contributi che formano il patrimonio
dell’umanità.
Se mai ci deve essere una differenza fra le
loro distruzioni e le nostre, è che essi avevano
a disposizione molto meno da distruggere di
quanto non abbiamo noi.
In ogni caso, a conti fatti, le cose che
gli uomini hanno cancellato, annientato nel
corso della loro esistenza sono certo
infinitamente più numerose di quelle che sono
sopravvissute. Ma, infine, non fa parte
dell’essenza umana che i padri a un certo punto
lascino il posto ai figli? anche in senso
strettamente fisico: la casa, gli spazi
dell’individuo e della società; e che i figli
prendano tutto il posto dei padri?
Insomma: si potrebbe scrivere la storia
degli uomini interpretando, in luogo di ciò che
essi hanno costruito, ciò che hanno distrutto:
gli americani, nella loro foga di ultimi
arrivati, ci provano andando a frugare nella
spazzatura dei vip, per capire come
vivono, e magari anche come pensano, cosa
credono, chi sono. Peccato però che le
spazzature della nostra storia sono già in buona
parte incenerite alla discarica della memoria.
A voler essere pignoli, dovremmo riconoscere,
però, che tutte le epoche, quale più quale meno,
hanno anche dato, costruito qualcosa: a volte
sulle rovine di quanto avevano distrutto; altre
volte accanto alle opere precedenti, per
sostenerle, interpretarle, arricchirle. Così
molti monumenti sono giunti a noi come
stratificazioni complesse di testimonianze, dove
ogni generazione ha posto il proprio sigillo, la
firma, quasi a sottoscrivere un patto, vergato è
vero da altri in altri tempi, ma poi liberamente
accettato e fatto intimamente proprio.
Ad esempio: a quale epoca dovremmo
ascrivere una chiesa come quella quinzanese
(ormai perduta) di Montecchio? All’età antica,
che verosimilmente consacrò per la prima volta
il luogo al culto; a quella medievale, che
edificò le mura romaniche; a quella
rinascimentale, che le tappezzò di dipinti
devoti; a quella barocca, che ne distrusse una
parte consistente per elevarle accanto una nuova
cappella; o magari a quella odierna, che, preso
atto del degrado in cui versava, pensò bene di
farne piazza pulita?
Sembra uno scherzo, ma non lo è; dicevamo
sopra che anche distruggere è un atto storico, e
la nostra società contemporanea è molto abile a
lasciare questo tipo di testimonianze negative:
la nostra firma che, in fin dei conti, tra tutte
è quella che lascia più segno.
I maligni diranno che il nostro tempo è
propenso a ricordare, perché non ha niente di
nuovo da dire; e poi, quando va bene, ci
arrabattiamo a conservare i resti degli altri,
perché siamo l’unica epoca che non ha niente da
dare. Avete fatto caso che i monumenti egiziani,
greci, romani sono, nonostante tutto, rimasti
intatti per decine di secoli, mentre le
invenzioni moderne (splendide cose, s’intende)
sono già decrepite dopo pochi anni? Una
pellicola cinematografica, ad esempio, dopo
vent’anni è già degna di restauro; un documento
registrato su un nastro o su un dischetto di
computer, dopo dieci anni rischia di non poter
più esser decifrato.
D’altra parte, non si può credere che l’ideale
della civiltà sia quello di conservare a ogni
costo tutto ciò che esce dalla fucina delle cose
umane. Quand’anche avessimo conservato
scrupolosamente tutto, che cosa sapremmo,
o saremmo, di più di quel che sappiamo o siamo
così come siamo.
Saremmo immersi in una asfissiante civiltà
di oggetti (oggettiva!), ma non avremmo per
questo una storia; cioè la storia, la
riflessione sulle cose e le vicende degli
uomini, non si farebbe comunque da sé; sarebbe
ancora per intero da fare, e con difficoltà
sovrumane, poiché sarebbe impossibile utilizzare
tutto ciò che l’uomo ha prodotto, e la
scelta sarebbe improba (sanno bene gli storici
che si occupano dell’ultimo secolo, cosa
significa l’eccesso di documentazioni).
Allora, meglio distruggere, o lasciare che
qualcosa si distrugga, per fare un po’ d’ordine?
Non è questo il punto.
Il punto è che, volenti o nolenti, ci
ritroviamo effettivamente monchi in grandissima
parte delle testimonianze del nostro passato.
Secondo la filosofia della conservazione a tutti
i costi degli oggetti, sembrerebbe affatto
inutile parlare di ciò che è ormai
irrecuperabile; tuttavia pare che gli uomini da
sempre non facciano altro, per cui una qualche
nascosta utilità dovrà pur esserci.
Io credo che la storia delle cose (oggetti,
personaggi, eventi) è più importante delle cose
stesse. È vero che le cose umane sono – per
definizione se non altro – anch’esse appunto
umane, in quanto prodotte dagli uomini; ma la
loro storia gli aggiunge un sovrappiù di
umanità, che è quella di coloro che le prendono
come oggetto di analisi, e vi riflettono sopra
interpretandole e spiegandole, diffondendone la
conoscenza e inducendo altri a riflettervi. Una
specie di grado superiore di umanità: l’umanità
che legge e interpreta se stessa.
Del resto, è intuitivo: se la storia fosse
solo un lungo elenco ordinato di oggetti e di
eventi, qualunque museo, o archivio ben fornito,
e oggi qualunque computer anche poco potente,
sarebbe miglior storico del miglior storico in
carne e ossa, che (poveretto) non potrebbe mai
contenere i dati di un computer, un archivio o
un museo. E in questo senso si capisce anche
perché appartengano alla storia non solo le
opere inarrivabili dello spirito umano, ma anche
pitture dozzinali e pezzi di coccio, purché
siano in grado di aiutarci a comprendere il modo
in cui hanno vissuto i nostri predecessori, e
soprattutto le ragioni del loro vivere.
La storia non è dunque storia di oggetti ed
eventi, ma storia delle ragioni da cui oggetti
ed eventi sono scaturiti. Se la storia è storia
delle ragioni, gli oggetti e gli eventi di essa
non sono che segnali, per dir così dei
contenitori, entro i quali le generazioni
stratificano le proprie ragioni, riempiendoli un
po’ alla volta di quel senso, che poi noi ci
riproponiamo di interpretare.
Detto in altri termini: noi non siamo ciò
che facciamo, ma piuttosto siamo la ragione di
ciò che facciamo; e la nostra storia è la storia
delle nostre ragioni, siano esse ragioni vere o
semplici giustificazioni, scuse pietose.
In questo contesto rientrano anche gli
episodi di distruzione, di cui ci occupiamo in
particolare in questo libro. Più che le
distruzioni in sé, ci interessano le ragioni,
autentiche o pretestuose, che hanno portato a
quegli esiti: la storia delle distruzioni è
fondamentalmente storia di priorità, di scelte
dettate da ragioni più forti di altre ragioni in
quel momento e per quegli attori. Anche i
pretesti e le scuse, per quanto insulse e
inscusabili, meritano che si faccia la loro
storia: anzi, forse è proprio questa la storia
più interessante e rivelatrice.
Imparare a leggere correttamente e senza
preconcetti le ragioni dei fatti, tanto quelli
positivi quanto i negativi, è la via
percorribile per passare da un’etica
dell’impunità, dove nessuno ha un ruolo preciso
e dunque nessuno è mai colpevole, a un’autentica
etica della responsabilità.
La storia, in realtà, non si fa né si
misura dalle buone intenzioni (se no, saremmo
tutti santi), ma dai risultati concreti, anzi
dal rapporto che esiste tra i presupposti e gli
effetti delle azioni: un generale non è buon
stratega quando proclama ai quattro venti di
voler vincere, ma quando vince, con o senza
proclami. E se perde la battaglia, è lui che
risponderà della sconfitta, non l’ultima recluta
di fanteria: i responsabili che ci stanno a
fare, se quando le cose vanno bene è sempre
merito loro, e quando vanno male invece è colpa
di tutti?
Questo è il senso sotteso a molte delle
vicende che abbiamo considerato nella nostra
ricerca. L’esempio più lampante è quello della
chiesa di Montecchio a Quinzano: sono passati
quasi venticinque anni (oggi si dice “un quarto
di secolo”, e tutto sembra subito più
memorabile), ma le riflessioni sono ancora
attuali.
Dopo qualche mese dalla demolizione della
vetusta chiesetta, sul bollettino parrocchiale
comparve una lettera firmata [“Montecchio”,
La Pieve, 12/1974, p. 4]. Era un accorato
proclama (questo sì) a favore del parroco e del
sindaco del paese, chiamati dall’opinione
pubblica a rispondere sulle ragioni dello
scempio. Ma l’estensore della lettera si
chiedeva (e questo è il cuore del suo assunto)
“Perché invece, non siamo stati incolpati
tutti?” e prontamente si rispondeva “O tutti noi
o nessuno di noi”: ecco un modo brillante di
risolvere i problemi.
Poi la lettera si imbarcava in una
minuziosa classificazione di responsabilità, a
partire dai primi veri colpevoli:
Il responsabile numero uno, il
vero responsabile di Montecchio è stato il
tempo. Da poco più di nove secoli la chiesetta
resisteva lottando inesorabilmente contro il
vento e la pioggia che penetravano nel fango e
nel vecchio cotto e che, a poco a poco,
disgregavano e corrodevano quel piccolo
capolavoro di architettura romanica fino al
punto di renderlo pericolante.
Il tempo, il vento, la pioggia: ecco
definitivamente chiarito di chi è la colpa. Sta
a vedere che la caparbietà della chiesetta nel
voler sopravvivere a ogni costo era quasi un
affronto. Come se (ma questo è troppo ovvio)
tempo pioggia e simili accidenti non fossero la
condizione naturale in cui le opere umane
sussistono, e gli uomini, da che sono tali, non
avessero tra i loro compiti essenziali quello di
fronteggiare l’inclemenza del fato con gli
espedienti lungamente maturati dalla civiltà.
Se il tempo non fosse così
irresponsabilmente distruttivo – ci pensate – e
la pioggia o il vento non provocassero i loro
danni irreparabili...! Forse è lecito sospettare
che lo scrivente non avrebbe scritto parole
altrettanto nobilmente rassegnate al destino, se
tempo pioggia vento e altre intemperie varie
avessero annientato casa sua. Ma la lettera
continua:
Quando ce ne siamo accorti era
ormai troppo tardi per un adeguato restauro,
divenuto pressoché impossibile. Non è rimasta
che un’unica soluzione: quella di abbatterla
prima che succedesse qualche disgrazia.
Atto meritorio! Se poi qualcuno pretendesse
indicazioni più concrete di responsabilità, ce
n’è anche per gli umani:
La pericolante Montecchio era
ormai diventata meta di “pellegrinaggi” di
giovani coppie in cerca di solitudine e di
ragazzini che, inconsci del pericolo, ogni
primavera s’arrampicavano sui tetti per
togliere dai nidi i piccoli di qualche
sventurata rondine.
Ecco perché la cappella campestre fu
abbattuta: per salvare le coppiette
dall’eccessivo appartarsi e i bambini dai loro
pericolosi giochi primaverili. Ma, bontà sua,
chi l’ha distrutta ha fatto solo il suo dovere:
È vero che distruggendo questa
chiesetta abbiamo perso un grande patrimonio
artistico, databile intorno al 1000, ma credo
che noi in fin dei conti abbiamo fatto
semplicemente il nostro dovere.
Io stesso sono amatore dell’arte,
credo un po’ come tutti voi, e mi è immensamente
dispiaciuto, quel giorno vederne la distruzione.
Casualmente, durante lo sbancamento, la ruspa ha
portato alla luce qualche tomba a “cappuccio”
che testimonia la civiltà dei nostri avi.
Ed ora, nel punto in cui sorgeva
l’antica chiesa di Montecchio, nascerà una
correzione della strada che eliminerà così
questa pericolosa curva a 45 gradi che potrà
salvare, speriamo, molte vite umane.
Questi i principali motivi per
cui Montecchio è stata abbattuta e credo siano
sufficienti.
Senza dubbio tutta questa attenzione ai
bisogni della comunità fu ragione sufficiente a
persuadere chi prese e attuò la disgraziata
decisione. Ma fu sufficiente anche a tacitare la
voce della pubblica opinione locale, che (al
solito) nella sua storia, per quanto recente,
non trova mai nulla da imparare, e alla prossima
occasione si comporterà di nuovo allo stesso
modo.
Nonostante tutto, però, noi crediamo valga
ancora la pena di tentare un approccio diverso
alla storia passata e alle sue ormai scarse
testimonianze.
Abbiamo dunque voluto dedicare qualche
sforzo alla ricerca e alla ricostruzione di
alcuni momenti importanti della nostra civiltà
locale, che fossero accomunati dal fatto per un
verso di aver goduto una lunga e autorevole
esistenza, e per l’altro di aver sperimentato la
sorte di soccombere sotto i picconi o le ruspe
dell’età contemporanea.
La scelta è spontaneamente caduta sulle
chiese scomparse di recente, per diverse
ragioni: anzitutto perché ogni paese del
circondario di cui ci occupiamo (San Paolo,
Quinzano, Verolanuova, Verolavecchia) può
vantare di averne distrutto qualcuna negli
ultimi cent’anni, e la possibilità di accomunare
nel medesimo argomento tutti i centri del
territorio è condizione fondamentale dei nostri
percorsi di ricerca. Ma altri motivi ci hanno
sollecitato in questa scelta: perché per i
luoghi sacri è relativamente meno difficile
reperire materiali documentari anche piuttosto
antichi e inediti; perché in questo momento è
ancora possibile risvegliare memorie di
testimoni che, più tempo passa, più si
affievoliranno; e, non ultima ragione, perché
l’argomento si prestava a continuare il lavoro
inaugurato nella primavera del 1997 con la
ricerca sulle santelle dello stesso territorio.
Del resto, per le nostre comunità rurali i
luoghi di culto sono sempre stati, forse già
dall’epoca pre-cristiana, il vero centro di
gravitazione della vita sociale e – per quel che
si può pensare – individuale: in questo senso,
parecchi materiali da noi esaminati hanno
rivelato aspetti insospettati della cultura
religiosa dei nostri avi, aprendo prospettive
originali di riflessione e di ricerca a chi
voglia proseguire sullo stesso sentiero.
Naturalmente non per tutti i luoghi presi
in esame abbiamo potuto fruire della stessa
quantità e qualità di materiali documentari: in
certi casi ci si è dovuti affidare interamente
alla documentazione archivistica e alle
congetture personali; in altri, mancando del
tutto documenti, sono divenute protagoniste le
informazioni fornite da coloro che videro e
parteciparono di persona ai fatti narrati; nei
casi più fortunati, siamo riusciti a
contemperare le due dimensioni, della storia e
della cronaca, per ricostruire un quadro il più
possibile organico e completo di ciò che
venivamo illustrando.
Il lettore noterà forse questi scarti di
prospettiva tra l’uno e l’altro dei saggi del
volume: ma sappia che – a nostro parere – tali
differenze, lungi dall’essere difetti, sono
invece una ricchezza, poiché mostrano in
concreto come, partendo da punti di vista
alternativi, percorrendo vie autonome e
impiegando i mezzi più vari nel genere e nella
struttura, con un po’ di buona volontà si possa
giungere a un analogo fine: illuminare qualche
angolo oscuro di quel mondo, ormai inattingibile
nella sua interezza, che è il nostro ieri.
Invero non era nostro scopo (o non era l’unico)
rivangare brutte storie passate, i cui
protagonisti spesso sono ancora tranquillamente
indifferenti, o peggio fieri di ciò che hanno
fatto.
Non avevamo neppure in animo solo l’intento
di interrogare vecchie carte o vecchi testimoni,
per restaurare miseri brandelli di ciò che ormai
è nient’altro che cosa morta. Quando la memoria
vive, non c’è bisogno di intervistare i vecchi
per recuperare e preservare le tradizioni: e se
oggi abbiamo bisogno di questo, significa che la
memoria è già estinta. Ogni ricerca storica non
è che un rito di esequie sopra una vecchia
tomba, dalla scritta sempre più sbiadita.
E allora ci poniamo, e poniamo a chi legge,
un’ultima domanda: quel poco o tanto di passato
che oggi ci resta, dovremo impegnarci a
conservarlo, per imparare a cambiare il nostro
atteggiamento di fronte ad esso e alla nostra
vita; oppure dovremo prima cambiare la nostra
mentalità, per poter sperare di conservare nella
maniera più giusta ed efficace la testimonianza
di ciò che siamo?
Imparare a rispecchiarci in ciò che, a
dispetto di tutti e di noi, è sopravvissuto, se
non altro perché davanti ai nostri occhi è ormai
l’ultima ombra di noi stessi, sarebbe forse già
abbastanza. |