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Ombre senza voce.

Introduzione

 

di Tommaso Casanova

 

 

da CASANOVA, Tommaso, (a cura di), 1998, Ombre senza voce. Le chiese del territorio demolite negli ultimi cent’anni (San Paolo, Verolavecchia, Verolanuova, Quinzano),
Verolavecchia, Terra & Civiltà, pp. 11-16.

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Che cosa significa scrivere (o leggere, che non è poi molto diverso) del passato, se non rincorrere delle ombre?

     Gli uomini, siano illustri o oscuri – lo sappiamo bene – passano; le cose, anche se durano un po’ più a lungo, mutano; e mutano i messaggi, perché muta incessabilmente, vorticosamente, il linguaggio di chi li legge, li interpreta, e crede (crede soltanto) di capirli.

     Che ne sappiamo noi di cosa voglia dire un vecchio affresco votivo, un campanile mezzo sghembo, o gli arzigogoli ammuffiti di un notaio rinascimentale? Sono gli stessi di allora i colori che vediamo? è analogo a quello di un tempo il ruolo che riconosciamo a un vecchio monumento nel nostro mondo attuale? è uguale il significato che percepiamo dentro le medesime antiquate parole? o non sono che ombre del senso originario, ombre di cui si è perso ormai per sempre l’oggetto reale che le proiettava.

     O magari sono semplicemente ombre di noi e delle nostre luci artefatte, che investono gli oggetti del passato, e li avvolgono in una atmosfera che non gli appartiene, perché in realtà appartiene a noi.

 

Che il tempo sia uno spietato frantumatore di cose umane non l’abbiamo scoperto noi. E, dopo tutto, saremmo davvero miopi e ingenerosi verso noi stessi, se dimenticassimo che, a parte il tempo, ogni popolo, ogni civiltà ha operato la sua brava parte di distruzioni di ciò che era venuto prima. Anche quelle a cui dobbiamo i più preziosi contributi che formano il patrimonio dell’umanità.

     Se mai ci deve essere una differenza fra le loro distruzioni e le nostre, è che essi avevano a disposizione molto meno da distruggere di quanto non abbiamo noi.

     In ogni caso, a conti fatti, le cose che gli uomini hanno cancellato, annientato nel corso della loro esistenza sono certo infinitamente più numerose di quelle che sono sopravvissute. Ma, infine, non fa parte dell’essenza umana che i padri a un certo punto lascino il posto ai figli? anche in senso strettamente fisico: la casa, gli spazi dell’individuo e della società; e che i figli prendano tutto il posto dei padri?

     Insomma: si potrebbe scrivere la storia degli uomini interpretando, in luogo di  ciò che essi hanno costruito, ciò che hanno distrutto: gli americani, nella loro foga di ultimi arrivati, ci provano andando a frugare nella spazzatura dei vip, per capire come vivono, e magari anche come pensano, cosa credono, chi sono. Peccato però che le spazzature della nostra storia sono già in buona parte incenerite alla discarica della memoria.

 

A voler essere pignoli, dovremmo riconoscere, però, che tutte le epoche, quale più quale meno, hanno anche dato, costruito qualcosa: a volte sulle rovine di quanto avevano distrutto; altre volte accanto alle opere precedenti, per sostenerle, interpretarle, arricchirle. Così molti monumenti sono giunti a noi come stratificazioni complesse di testimonianze, dove ogni generazione ha posto il proprio sigillo, la firma, quasi a sottoscrivere un patto, vergato è vero da altri in altri tempi, ma poi liberamente accettato e fatto intimamente proprio.

     Ad esempio: a quale epoca dovremmo ascrivere una chiesa come quella quinzanese (ormai perduta) di Montecchio? All’età antica, che verosimilmente consacrò per la prima volta il luogo al culto; a quella medievale, che edificò le mura romaniche; a quella rinascimentale, che le tappezzò di dipinti devoti; a quella barocca, che ne distrusse una parte consistente per elevarle accanto una nuova cappella; o magari a quella odierna, che, preso atto del degrado in cui versava, pensò bene di farne piazza pulita?

     Sembra uno scherzo, ma non lo è; dicevamo sopra che anche distruggere è un atto storico, e la nostra società contemporanea è molto abile a lasciare questo tipo di testimonianze negative: la nostra firma che, in fin dei conti, tra tutte è quella che lascia più segno.

     I maligni diranno che il nostro tempo è propenso a ricordare, perché non ha niente di nuovo da dire; e poi, quando va bene, ci arrabattiamo a conservare i resti degli altri, perché siamo l’unica epoca che non ha niente da dare. Avete fatto caso che i monumenti egiziani, greci, romani sono, nonostante tutto, rimasti intatti per decine di secoli, mentre le invenzioni moderne (splendide cose, s’intende) sono già decrepite dopo pochi anni? Una pellicola cinematografica, ad esempio, dopo vent’anni è già degna di restauro; un documento registrato su un nastro o su un dischetto di computer, dopo dieci anni rischia di non poter più esser decifrato.

 

D’altra parte, non si può credere che l’ideale della civiltà sia quello di conservare a ogni costo tutto ciò che esce dalla fucina delle cose umane. Quand’anche avessimo conservato scrupolosamente tutto, che cosa sapremmo, o saremmo, di più di quel che sappiamo o siamo così come siamo.

     Saremmo immersi in una asfissiante civiltà di oggetti (oggettiva!), ma non avremmo per questo una storia; cioè la storia, la riflessione sulle cose e le vicende degli uomini, non si farebbe comunque da sé; sarebbe ancora per intero da fare, e con difficoltà sovrumane, poiché sarebbe impossibile utilizzare tutto ciò che l’uomo ha prodotto, e la scelta sarebbe improba (sanno bene gli storici che si occupano dell’ultimo secolo, cosa significa l’eccesso di documentazioni).

     Allora, meglio distruggere, o lasciare che qualcosa si distrugga, per fare un po’ d’ordine?

     Non è questo il punto.

     Il punto è che, volenti o nolenti, ci ritroviamo effettivamente monchi in grandissima parte delle testimonianze del nostro passato. Secondo la filosofia della conservazione a tutti i costi degli oggetti, sembrerebbe affatto inutile parlare di ciò che è ormai irrecuperabile; tuttavia pare che gli uomini da sempre non facciano altro, per cui una qualche nascosta utilità dovrà pur esserci.

 

Io credo che la storia delle cose (oggetti, personaggi, eventi) è più importante delle cose stesse. È vero che le cose umane sono – per definizione se non altro – anch’esse appunto umane, in quanto prodotte dagli uomini; ma la loro storia gli aggiunge un sovrappiù di umanità, che è quella di coloro che le prendono come oggetto di analisi, e vi riflettono sopra interpretandole e spiegandole, diffondendone la conoscenza e inducendo altri a riflettervi. Una specie di grado superiore di umanità: l’umanità che legge e interpreta se stessa.

     Del resto, è intuitivo: se la storia fosse solo un lungo elenco ordinato di oggetti e di eventi, qualunque museo, o archivio ben fornito, e oggi qualunque computer anche poco potente, sarebbe miglior storico del miglior storico in carne e ossa, che (poveretto) non potrebbe mai contenere i dati di un computer, un archivio o un museo. E in questo senso si capisce anche perché appartengano alla storia non solo le opere inarrivabili dello spirito umano, ma anche pitture dozzinali e pezzi di coccio, purché siano in grado di aiutarci a comprendere il modo in cui hanno vissuto i nostri predecessori, e soprattutto le ragioni del loro vivere.

     La storia non è dunque storia di oggetti ed eventi, ma storia delle ragioni da cui oggetti ed eventi sono scaturiti. Se la storia è storia delle ragioni, gli oggetti e gli eventi di essa non sono che segnali, per dir così dei contenitori, entro i quali le generazioni stratificano le proprie ragioni, riempiendoli un po’ alla volta di quel senso, che poi noi ci riproponiamo di interpretare.

     Detto in altri termini: noi non siamo ciò che facciamo, ma piuttosto siamo la ragione di ciò che facciamo; e la nostra storia è la storia delle nostre ragioni, siano esse ragioni vere o semplici giustificazioni, scuse pietose.

     In questo contesto rientrano anche gli episodi di distruzione, di cui ci occupiamo in particolare in questo libro. Più che le distruzioni in sé, ci interessano le ragioni, autentiche o pretestuose, che hanno portato a quegli esiti: la storia delle distruzioni è fondamentalmente storia di priorità, di scelte dettate da ragioni più forti di altre ragioni in quel momento e per quegli attori. Anche i pretesti e le scuse, per quanto insulse e inscusabili, meritano che si faccia la loro storia: anzi, forse è proprio questa la storia più interessante e rivelatrice.

 

Imparare a leggere correttamente e senza preconcetti le ragioni dei fatti, tanto quelli positivi quanto i negativi, è la via percorribile per passare da un’etica dell’impunità, dove nessuno ha un ruolo preciso e dunque nessuno è mai colpevole, a un’autentica etica della responsabilità.

     La storia, in realtà, non si fa né si misura dalle buone intenzioni (se no, saremmo tutti santi), ma dai risultati concreti, anzi dal rapporto che esiste tra i presupposti e gli effetti delle azioni: un generale non è buon stratega quando proclama ai quattro venti di voler vincere, ma quando vince, con o senza proclami. E se perde la battaglia, è lui che risponderà della sconfitta, non l’ultima recluta di fanteria: i responsabili che ci stanno a fare, se quando le cose vanno bene è sempre merito loro, e quando vanno male invece è colpa di tutti?

     Questo è il senso sotteso a molte delle vicende che abbiamo considerato nella nostra ricerca. L’esempio più lampante è quello della chiesa di Montecchio a Quinzano: sono passati quasi venticinque anni (oggi si dice “un quarto di secolo”, e tutto sembra subito più memorabile), ma le riflessioni sono ancora attuali.

     Dopo qualche mese dalla demolizione della vetusta chiesetta, sul bollettino parrocchiale comparve una lettera firmata [“Montecchio”, La Pieve, 12/1974, p. 4]. Era un accorato proclama (questo sì) a favore del parroco e del sindaco del paese, chiamati dall’opinione pubblica a rispondere sulle ragioni dello scempio. Ma l’estensore della lettera si chiedeva (e questo è il cuore del suo assunto) “Perché invece, non siamo stati incolpati tutti?” e prontamente si rispondeva “O tutti noi o nessuno di noi”: ecco un modo brillante di risolvere i problemi.

     Poi la lettera si imbarcava in una minuziosa classificazione di responsabilità, a partire dai primi veri colpevoli:

Il responsabile numero uno, il vero responsabile di Montecchio è stato il tempo. Da poco più di nove secoli la chiesetta resisteva lottando inesorabilmente contro il vento e la pioggia che penetravano nel fango e nel vecchio cotto e che, a poco a poco, disgregavano e corrodevano quel piccolo capolavoro di architettura romanica fino al punto di renderlo pericolante.

     Il tempo, il vento, la pioggia: ecco definitivamente chiarito di chi è la colpa. Sta a vedere che la caparbietà della chiesetta nel voler sopravvivere a ogni costo era quasi un affronto. Come se (ma questo è troppo ovvio) tempo pioggia e simili accidenti non fossero la condizione naturale in cui le opere umane sussistono, e gli uomini, da che sono tali, non avessero tra i loro compiti essenziali quello di fronteggiare l’inclemenza del fato con gli espedienti lungamente maturati dalla civiltà.

     Se il tempo non fosse così irresponsabilmente distruttivo – ci pensate – e la pioggia o il vento non provocassero i loro danni irreparabili...! Forse è lecito sospettare che lo scrivente non avrebbe scritto parole altrettanto nobilmente rassegnate al destino, se tempo pioggia vento e altre intemperie varie avessero annientato casa sua. Ma la lettera continua:

Quando ce ne siamo accorti era ormai troppo tardi per un adeguato restauro, divenuto pressoché impossibile. Non è rimasta che un’unica soluzione: quella di abbatterla prima che succedesse qualche disgrazia.

     Atto meritorio! Se poi qualcuno pretendesse indicazioni più concrete di responsabilità, ce n’è anche per gli umani:

La pericolante Montecchio era ormai diventata meta di “pellegrinaggi” di giovani coppie in cerca di solitudine e di ragazzini che, inconsci del pericolo, ogni primavera s’arrampica­vano sui tetti per togliere dai nidi i piccoli di qualche sventurata rondine. 

     Ecco perché la cappella campestre fu abbattuta: per salvare le coppiette dall’eccessivo appartarsi e i bambini dai loro pericolosi giochi primaverili. Ma, bontà sua, chi l’ha distrutta ha fatto solo il suo dovere:

È vero che distruggendo questa chiesetta abbiamo perso un grande patrimonio artistico, databile intorno al 1000, ma credo che noi in fin dei conti abbiamo fatto semplicemente il nostro dovere.

Io stesso sono amatore dell’arte, credo un po’ come tutti voi, e mi è immensamente dispiaciuto, quel giorno vederne la distruzione. Casualmente, durante lo sbancamento, la ruspa ha portato alla luce qualche tomba a “cappuccio” che testimonia la civiltà dei nostri avi.

Ed ora, nel punto in cui sorgeva l’antica chiesa di Montecchio, nascerà una correzione della strada che eliminerà così questa pericolosa curva a 45 gradi che potrà salvare, speriamo, molte vite umane.

Questi i principali motivi per cui Montecchio è stata abbattuta e credo siano sufficienti. 

     Senza dubbio tutta questa attenzione ai bisogni della comunità fu ragione sufficiente a persuadere chi prese e attuò la disgraziata decisione. Ma fu sufficiente anche a tacitare la voce della pubblica opinione locale, che (al solito) nella sua storia, per quanto recente, non trova mai nulla da imparare, e alla prossima occasione si comporterà di nuovo allo stesso modo.

 

Nonostante tutto, però, noi crediamo valga ancora la pena di tentare un approccio diverso alla storia passata e alle sue ormai scarse testimonianze.

     Abbiamo dunque voluto dedicare qualche sforzo alla ricerca e alla ricostruzione di alcuni momenti importanti della nostra civiltà locale, che fossero accomunati dal fatto per un verso di aver goduto una lunga e autorevole esistenza, e per l’altro di aver sperimentato la sorte di soccombere sotto i picconi o le ruspe dell’età contemporanea.

     La scelta è spontaneamente caduta sulle chiese scomparse di recente, per diverse ragioni: anzitutto perché ogni paese del circondario di cui ci occupiamo (San Paolo, Quinzano, Verolanuova, Verolavecchia) può vantare di averne distrutto qualcuna negli ultimi cent’anni, e la possibilità di accomunare nel medesimo argomento tutti i centri del territorio è condizione fondamentale dei nostri percorsi di ricerca. Ma altri motivi ci hanno sollecitato in questa scelta: perché per i luoghi sacri è relativamente meno difficile reperire materiali documentari anche piuttosto antichi e inediti; perché in questo momento è ancora possibile risvegliare memorie di testimoni che, più tempo passa, più si affievoliranno; e, non ultima ragione, perché l’argomento si prestava a continuare il lavoro inaugurato nella primavera del 1997 con la ricerca sulle santelle dello stesso territorio.

     Del resto, per le nostre comunità rurali i luoghi di culto sono sempre stati, forse già dall’epoca pre-cristiana, il vero centro di gravitazione della vita sociale e – per quel che si può pensare – individuale: in questo senso, parecchi materiali da noi esaminati hanno rivelato aspetti insospettati della cultura religiosa dei nostri avi, aprendo prospettive originali di riflessione e di ricerca a chi voglia proseguire sullo stesso sentiero.

     Naturalmente non per tutti i luoghi presi in esame abbiamo potuto fruire della stessa quantità e qualità di materiali documentari: in certi casi ci si è dovuti affidare interamente alla documentazione archivistica e alle congetture personali; in altri, mancando del tutto documenti, sono divenute protagoniste le informazioni fornite da coloro che videro e parteciparono di persona ai fatti narrati; nei casi più fortunati, siamo riusciti a contemperare le due dimensioni, della storia e della cronaca, per ricostruire un quadro il più possibile organico e completo di ciò che venivamo illustrando.

     Il lettore noterà forse questi scarti di prospettiva tra l’uno e l’altro dei saggi del volume: ma sappia che – a nostro parere – tali differenze, lungi dall’essere difetti, sono invece una ricchezza, poiché mostrano in concreto come, partendo da punti di vista alternativi, percorrendo vie autonome e impiegando i mezzi più vari nel genere e nella struttura, con un po’ di buona volontà si possa giungere a un analogo fine: illuminare qualche angolo oscuro di quel mondo, ormai inattingibile nella sua interezza, che è il nostro ieri.

 

Invero non era nostro scopo (o non era l’unico) rivangare brutte storie passate, i cui protagonisti spesso sono ancora tranquillamente indifferenti, o peggio fieri di ciò che hanno fatto.

     Non avevamo neppure in animo solo l’intento di interrogare vecchie carte o vecchi testimoni, per restaurare miseri brandelli di ciò che ormai è nient’altro che cosa morta. Quando la memoria vive, non c’è bisogno di intervistare i vecchi per recuperare e preservare le tradizioni: e se oggi abbiamo bisogno di questo, significa che la memoria è già estinta. Ogni ricerca storica non è che un rito di esequie sopra una vecchia tomba, dalla scritta sempre più sbiadita.

     E allora ci poniamo, e poniamo a chi legge, un’ultima domanda: quel poco o tanto di passato che oggi ci resta, dovremo impegnarci a conservarlo, per imparare a cambiare il nostro atteggiamento di fronte ad esso e alla nostra vita; oppure dovremo prima cambiare la nostra mentalità, per poter sperare di conservare nella maniera più giusta ed efficace la testimonianza di ciò che siamo?

     Imparare a rispecchiarci in ciò che, a dispetto di tutti e di noi, è sopravvissuto, se non altro perché davanti ai nostri occhi è ormai l’ultima ombra di noi stessi, sarebbe forse già abbastanza.

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010