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I
libri contabili
A
partire dalla annessione al capitolo, la documentazione sulla
parrocchia di Cadignano diviene assai abbondante e complessa, al
punto che non possiamo qui dedicarci a seguirne le orme neppure
molto approssimativamente. Sarebbe, invece, il caso di destinare a
questo approfondimento uno studio specifico (o, meglio ancora, una
serie di studi), dal momento che se ne trarrebbe un quadro di
significativo interesse storico e sociale sull’evoluzione di un
beneficio parrocchiale di diritto capitolare nella bassa bresciana
tra il XV ed il XVIII secolo: una ricerca praticabile solo
raramente, e pressoché impossibile da attuare con altrettanta
sistematicità e completezza per gran parte delle terre di proprietà
laica.
Già
s’è accennato alle fonti capitolari, che sono approssimativamente
raggruppabili in due categorie: i registri contabili e gli strumenti
o atti notarili in genere. Queste due tipologie forniscono
informazioni di diverso genere, che spesso però si integrano e si
illuminano a vicenda, come avremo occasione di dimostrare nelle
esemplificazioni che seguiranno.
Per
quanto concerne le registrazioni d’entrate e uscite,
apparentemente le più aride e frammentarie, occorre avvertire che
la relativa integrità con cui esse sono state conservate nel tempo
ci consente di utilizzarle per ricostruzioni statisticamente assai
attendibili, tanto sul piano delle pratiche ordinarie quanto su
quello delle attività straordinarie.
Con
tali criteri sono appunto organizzati i libri di cassa del capitolo:
in margine alle partite ordinarie si stilavano le liste delle spese
occasionali, il cui valore per il nostro argomento si è in parte
constatato, e si constaterà sempre meglio nei prossimi capitoli; la
parte più interessante, però, è quella destinata alle partite dei
contribuenti o dei dipendenti fissi, che per Cadignano sono
rappresentati nel primo caso dal fittabile che garantiva l’entrata
annua del beneficio e nel secondo dal vicario della parrocchia che
doveva essere retribuito, come da ordine della bolla pontificia.
Attraverso queste puntigliose registrazioni saremmo in grado di
ricostruire con buona approssimazione l’elenco cronologico degli affittuali con le relative rendite della proprietà capitolare, nel
periodo della appartenenza di Cadignano ai canonici; allo stesso
modo si potrebbero stilare tutti i nomi dei cappellani parrocchiali
stipendiati, che sono nient’altro che i parroci del paese,
integrando così la lacunosissima serie edita da Guerrini e
riproposta di peso da tutti gli scritti posteriori.
Noi
abbiamo dato una scorsa rapida ad alcuni registri del ‘500 ed
abbiamo individuato un pre
Gidi (o Gidino) nel
1499,
un pre Iacomo nel 1509,
un pre Andreas de Manerbio
nel 1512;
poi un pre Georgio (detto
anche dialettalmente Jori)
tra il 1513 e il 1514;
infine di nuovo pre Andrea de
Grumo, che dev’essere lo stesso da Manerbio, per diversi anni
dal 1516 in poi,
forse fino al curato Pederzoli che conosciamo dalla visita pastorale
del Bollani.
Di
don Andrea de Grumo, che
figura in numerosi documenti non soltanto capitolari, riportiamo un
esempio di partita dal registro del 1525/26;
vi compaiono la qualifica, il salario di 60 lire, i termini della
decorrenza annuale, gli obblighi contrattuali, con gli estremi dello
strumento di assunzione:
|
Pre
Andrea de Grumo vicario del benefitio de Cadegnano de hauer
per El salario suo del anno soprascritto qual Comenza adi
primo de nouembrio 1525 Et fenisse per tuto octobrio 1526
lire sisanta de planet Et E obligato a tuti li Cargi de la
Cura Et faction Et mantener la lampada Continue al
sacramento del Corpo de Cristo Et le Candele de s. Maria
Ceriola ne Consta Instrumento rogato per ser Antonio checho
notario |
|
L.
60 |
Con
maggior dettaglio, almeno in apparenza, possiamo delineare la
sequela dei fittabili: Ubaldo, detto Baldo de Aiardis (ma anche
Balt de Baldinis) di
Virola Alghiso (oggi Verolanuova), appare affittuale negli anni del
primo ‘500; ora insieme con lui, ora solo
figura, però, tra il 1502 e il 1513 anche il figlio pre Iacobus, che è da identificare quasi certamente con il
cappellano capitolare del 1509. Negli anni 1525-1532 c’è un certo
Augustino soprannominato
il “Rosso de Parma”; a
titolo esemplificativo trascriviamo una commissione di spesa dalla sua partita
nel registro dell’anno 1525/26,
dove si fa cenno ad una contribuzione per i ponti del castello,
forse una spesa per una miglioria che in parte doveva toccare alla
chiesa:
|
Item
per Compensati a Augustino de parma fitauol de
Cadeg<n>a In Isto a folio 18 per lire set E meza de
planet quali dice ha dati a don Iouan Maria di Mazi per La
Contribution di ponti del Castello de Cadegnano ala
presentia de don hieronymo di Bargnani adi 26 de octobrio
1525 per la portion tochaua ala giesia [15]
videlizet |
|
L.
7 s. 10 |
Il
medesimo affittuale ricompare ancora nel 1539-1540;
a lui segue un cadignanese di razza: messer
Hieronimo Bargnano,
cui, dopo qualche anno, intorno al 1547 si avvicenda un altro
Bargnano: Theseo,
e insieme a questi il nipote Antonio;
ancora un Hieronymo Bargnano
nel 1558;
e forse un Benedetto Bargnano
nel 1561.
Dopo di che cessa il predominio dei Bargnani, e si incomincia ad
incontrare un Jacobino Bilina;
e per il momento ci fermiamo qui.
La
frammentarietà di questi assaggi archivistici non deve, comunque,
trarre in abbaglio: la ricerca — l’abbiamo detto — è
estremamente semplice e generosa di promesse; si tratta solo di
avere un po’ di interesse e una congrua dose di tempo e pazienza
da dedicarvi. Il progetto di un’indagine più completa sta,
dunque, alla buona volontà ed alla lungimiranza culturale dei
moderni responsabili della comunità cadignanese.
Le
proprietà canonicali
Una
curiosità, peraltro legittima dopo tutte le precedenti
illustrazioni, avrà senz’altro condotto qualcuno a chiedersi se
sia possibile conoscere e individuare i fondi di pertinenza del
capitolo in Cadignano: effettivamente non possediamo, al momento,
inventari coevi alla bolla di unione, e tuttavia possiamo risalire
almeno alla metà del ‘500 per ricostruire la consistenza di una
proprietà che non doveva essere gran che mutata nello spazio di
quel poco più che mezzo secolo. Abbiamo, infatti, la copia
settecentesca di un atto datato 14 novembre 1558.
Un
rilievo dettagliato, di cui ci vengono forniti in chiusura persino
alcuni particolari della realizzazione: l’agrimensore Silvestro Beat
(Beati), che è verosimilmente lo stesso console della visita del
Bollani nel 1565,
con la collaborazione di Stefano Mainetto che aveva «menato li cavezi», impiegò quattro giorni per le misurazioni vere
e proprie sul posto e due giorni per eseguire i calcoli e stendere
la relazione finale, che è quella che anche noi leggiamo. E abbiamo
anche la sorte di ritrovare traccia di quella spesa nei registri di
contabilità:
|
[1558
novembre 14] |
|
Item
per spesa fatta per far mesurar tutte le peze di terra et
casamenti in Cadegnano ut in libro manu Siluestri Beati
sub die 14 nouembris 1558 folio 18 videlizet reali otto al
detto maestro Siluestro mesuradore, et quatro a Stephano
mainetto quale a menato li Cauezi in 4 giorni |
|
L.
3 s.
|
|
[1558
dicembre 19]
|
|
[...]
et piu datti adi 19 decembrio alli soprascritti mesuratori
per una littera de messer Hieronymo Bargnano del premio de
detti solito per sue fatiche |
|
L. 3 s. 3
d. |
Le
proprietà elencate sono 11, e di ognuna viene definita
l’estensione, secondo le unità di misura in uso all’epoca: piò,
tavole, pertiche, once, punti ed atomi, per un totale di oltre 225
piò:
|
|
terreno
|
piò
|
tavole
|
piedi
|
once
|
punti
|
atomi
|
|
1
|
Spine
grande
|
11
|
65
|
5
|
2
|
10
|
0
|
|
2
|
Spine
da mezo
|
9
|
68
|
10
|
6
|
1
|
8
|
|
3
|
Spine
de sora
|
7
|
80
|
26
|
3
|
5
|
0
|
|
4
|
Boriulo
(o Borioli)
|
47
|
59
|
2
|
9
|
4
|
11
|
|
5
|
Bosco
alto
|
12
|
64
|
11
|
11
|
0
|
6
|
|
6
|
Sacrafici
|
11
|
82
|
1
|
3
|
10
|
10
|
|
7
|
Lovera
|
14
|
89
|
9
|
1
|
8
|
7
|
|
8
|
Brachetto
|
5
|
52
|
0
|
8
|
2
|
0
|
|
9
|
Bracho
grande
|
18
|
46
|
11
|
1
|
5
|
4
|
|
10
|
Bracho
de sotto
|
6
|
52
|
8
|
3
|
12
|
10
|
|
11
|
Breda
(detta Campazzo)
|
85
|
76
|
9
|
9
|
2
|
0
|
Quindi,
terreno per terreno, vengono date le coerenze (corentii),
ossia i confini, tra cui compare un esiguo numero di proprietari,
che appartengono alle grandi famiglie detentrici del latifondo
cadignanese: i Gambareschi (la famiglia di Francesco Gambara), i
Maggi (dialettalmente Maz),
Giovanni in primo luogo, ma anche i fratelli Francesco e Giovanni
Maria, ed i Maggi da Scarpizzolo; i frati di San Domenico di Brescia,
proprietari dei fondi di Scorzarolo e probabilmente anche di alcuni
terreni entro i confini di Cadignano; e ancora fratelli Ippolito ed
Aurelio Galli; infine Girolamo quondam
Battista Bargnano.
Le
proprietà occupavano diverse zone del territorio, spesso al confine
con i villaggi del circondario: s’è setto di Scorzarolo, poi la
Breda dei Gambara (oggi Bredalibera) e Faverzano; a Scarpizzolo si
individuano il mulino e la chiesa di Santa Maria. Le sintetiche
descrizioni non sono peraltro prove di utili informazioni
toponomastiche, come i “ronchi” dei Maggi e — forse la più
interessante — l’Erbatico di Cadignano (nel documento:
Lerbaiego,
Lerbatego, scritto senza l’apostrofo), che doveva essere un
libero pascolo di proprietà comunale, nei pressi del Bosco alto,
venduto appunto dai sindaci della vicinia ai Maggi nel 1469.
A
completamento si delineavano le condizioni dell’irrigazione, con
l’indicazione dei fossi (vasi) e le denominazioni delle varie seriole (sariule), ossia le rogge principali che portavano l’acqua in
quelle campagne: la Testa dei frati domenicani, la Calina dei
Gambara, la Faverzana, il Lisignolo, la Rivoltella (Revoltella,
Rigoltella), il Fiume (Fiumo)
che va al mulino di Cadignano, oltre naturalmente allo Strone;
alcuni terreni, come il Bosco Alto e i Sacrafici,
non erano irrigati.
Tutti
nomi, questi, che sono certo ben noti anche ai cadignanesi odierni,
e che meriterebbero una ricognizione minuziosa nei documenti antichi
ed uno studio comparato sulle carte topografiche del territorio
realizzate dall’epoca napoleonica in qua. È certo che si potrebbe
riuscire a ricostruire in dettaglio l’estensione delle diverse
proprietà ecclesiastiche laiche e viciniali delle campagne attorno
al borgo; e magari, con un pizzico di fortuna, si potrebbe risalire
per qualcuna persino alla stessa origine medievale. Tutto dipende
dalla curiosità dei cadignanesi circa la propria vicenda storica
remota e dal loro desiderio di imbarcarsi nell’impresa, alla
ricerca delle proprie origini.
L’organizzazione
economica del beneficio
Il
merito della cospicua conservazione dei documenti per Cadignano si
deve in buona parte alla cura che il capitolo, detentore dei diritti
di proprietà dei beni di San Nazaro, poneva nella amministrazione di
essi, tanto sotto il profilo della riscossione delle rendite,
indispensabili come si è visto per il mantenimento della cappella
musicale e della scuola dei chierici, quanto nel merito dei doveri
economici e religiosi nei confronti della popolazione della
parrocchia.
Tra
gli atti capitolari che contengono notizie su Cadignano si
distinguono, oltre alle ordinate raccolte di copie degli strumenti
notarili, i registri ad annum,
cioè i libri di cassa dove sono annotate con sottile scrupolo le
entrate e le uscite del beneficio anno per anno.
Il
sistema più agevole adottato fin dall’inizio fu quello
dell’affittanza: il beneficio nel suo complesso veniva affidato ad
un concessionario, chiamato nei documenti il “fittabile
di Cadignano”, il quale corrispondeva ogni anno la quota fissata
dal contratto di volta in volta stipulato dalle parti. Parecchi
esemplari di simili contratti sono conservati per le diverse epoche
e i diversi appaltatori. Ne riportiamo integralmente qui di seguito
uno, privo di data ma collocabile intorno alla metà del secolo XVI:
il lettore paziente, pur nella relativa difficoltà del testo in un
italiano ancora molto più simile al dialetto che alla lingua
moderna, ritroverà credo con gusto numerosi vocaboli e anche
diversi costumi tipici del mondo agricolo nostrano, scomparsi forse
solo da pochi anni o magari ancora in parte attestati.
In un contratto di
alcuni anni posteriore,
e tuttavia abbastanza simile al precedente, meritano attenzione un
paio di obblighi non previsti dal primo testo. Il primo riguarda
l’impegno imposto all’affittuale di mantenere la lampada ad olio
dell’altare maggiore e di pagare il rettore della parrocchia:
Et
obligano detto fitabile ad mantener la lampada accesa continuamente di et notte di bon olio de oliua al Sacratissimo Corpo dil nostro Signor
Iesu Christo per niente et pagar
lo Capellano di mesi quatro in
mesi quatro da esserli compensato
ditto Salario per li preditti
Signor locatori
Di
maggiore interesse un capitolo sulla fornitura di mattoni e coppi
per completare la costruzione della chiesa parrocchiale e per un
tratto di portico colonico ai Borioli:
Item
sia obligato ditto condutore
a far il primo anno meiara Trenta de
quadrelli boni et ben cotti per
finir la gesia et far uno Tratto de
finile et portego ali massari ali Borioli et dar quelli dela Gesia per lire
trei lo meiaro li quadrelli et li coppi per
lire cinque il meiaro
ben ordinati et cotti et sia obligato a dar in
opera tutti quelli quadrelli che
bisognaranno a far il ditto
finile et portigo per
lire quatro in opera utsupra
cioe ditti quadrelli et li coppi a Lire Cinque
il meiaro
Un
piccolissimo saggio di corrispondenze con i registri di contabilità,
tanto per mostrare l’effettiva coincidenza dei capitolati
contrattuali con le esigenze che si manifestavano nell’esperienza
quotidiana della vita agricola.
Del
terribile flagello della tempesta, ad esempio, si ha un costante
riscontro nelle spese per i sopraluoghi del massaro capitolare e per
i rimborsi all’affittuale:
|
[1538
maggio 10]
|
|
[...]
quando andete a Cadegnano a ueder lo danno dela tempesta [...]
|
|
[1539
luglio]
|
|
[...]
per lo danno dela tempesta data a Cadegnano per lo anno 1538 [...]
|
|
[1567
maggio 13]
|
|
Item
per nollo de cauallo per giorni trei tolto per andar à far
estimar il danno de la Tempesta de Cadignano à soldi dodes per
giorno, et questo fu adi 13 Mazzo monta L. 1 s 16
|
|
[1568
agosto 15]
|
|
[...]
fatti boni al fittauolo di Cadegnano per la tempesta del anno 1567
quale era tutta L. 148 s. 17 d. 6, ma defalcandone 80 secondo il
capitolo della tempesta resta liri [...]
|
I
regesti dell’Archivio Capitolare
A
questo punto sarebbe opportuno affrontare il tema della
amministrazione del patrimonio canonicale nei secoli del dominio del
capitolo in Cadignano tra il ‘500 e il ‘700.
Superiamo
la tentazione superficiale di raffazzonare un asettico e pedante
riassuntino delle decine di atti relativi, certi che sarà molto più
utile e vivo riportare tale e quale il regesto degli atti
cadignanesi così come compare nell’inventario completo
dell’Archivio Capitolare che nel 1762 realizzò l’archivista
Francesco Gadaldo de’ Signori in quattro grossi volumi.
La
parte relativa a Cadignano si trova nel Repertorio
osiano annali di ciascun Stabile della Reverendissima Mensa
Canonicale. Parte Prima,
sotto il titolo “Cadignano - Filza Quarta”.
I regesti sono in ordine cronologico, ed ognuno è seguito dal
rimando al documento originale ed alle eventuali copie.
Nel
Regesto datato 29 marzo 1680, relativo ad una permuta tra il
capitolo e la famiglia Galli, sono nominati diversi terreni, con
relative coerenze e soprattutto i toponimi: la Fontana,
il Giordino, le Vidiselle, la
Lametta; inoltre si
identifica la seriola Faverzana con il Lisignolo.
Molto
interessante è pure l’ultimo regesto, 31 agosto 1757, poiché
menziona un “Piede Luidprando”, che ha tutta l’aria di essere un vecchio
toponimo longobardo.
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