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Cadignano

 

Gli atti più antichi

 

 di Tommaso Casanova

 

 

da CASANOVA, Tommaso, 1995, Cadignano. Saggi di ricerca per ricostruire una storia,
(‘Quaderni verolesi’, n. 3), Verolanuova, Comune di Verolanuova, pp. 22-37
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La prima volta

Non sapendo né potendo affermare alcunché di saldo sull’esistenza celtica e romana di Cadignano, né sui suoi primi passi nella fede cristiana, in alcun senso che non sia pura congettura, siamo rassegnati a ridimensionare la nostra ricerca entro la sfera, peraltro non meno avvincente, degli ultimi mille anni. La domanda preliminare, dunque, che subito affiora è quando si collochi la più antica menzione del nostro luogo nelle vecchie carte medievali.

 

Di nuovo il primo scritto di Bonaglia ci esibisce dati su quelle che, a suo parere, sarebbero le più antiche ricorrenze del toponimo di Cadignano, secondo lui attestato storicamente non prima del 10 aprile 1192, quando, in un atto di ricognizione di feudi della abazia di Leno da parte dell’abate Gonterio, compare ed agisce un vassallo del monastero chiamato Dalfinus de Cathegnano.

     Di eccezionale importanza per Cadignano sarebbe, poi, una controversia fra lo stesso abate Gonterio ed il vescovo di Brescia Giovanni da Fiumicello riguardo alla giurisdizione ecclesiastica delle chiese intorno a Leno, alla data 9 febbraio 1195: qui compaiono, a dire dello storico verolese, certi “fratres de Cathegnano” su cui egli imposta un curioso e inattendibile ragionamento.

     Oltre a ciò, si enumerano due altre antiche carte, entrambe del 1227, in cui il nome del paese compare in qualche modo: si tratta di documenti del comune di Brescia relativi a proprietà situate in Moso (oggi Mosio presso Acquanegra nell’asolano, non nel cremonese come crede Bonaglia). L’atto del 13 aprile è una designazione dei beni comunali bresciani, tra cui è compreso il fondo assegnato a “Ugo de Categnano”, definito tra l’altro “consul illius loci” (console, ossia responsabile civico di quel luogo); senza indicazione di giorno e mese lo strumento notarile seguente, dove un “Oldefredo di Cadignano” è semplice testimone.

     Invero la parola “Cadignano” ricorre come tale, nelle consuete varianti grafiche latine o volgarizzanti, in diversi atti anche più remoti di quelli menzionati da Bonaglia; proviamo ad elencare in sintesi le ricorrenze che ci sono capitate per mano scartabellando una rapida ricerca non sistematica: 

1074 giugno 17

Albertus de Catiniano è testimone in un atto di investitura

1136 agosto 31

Permuta di fondi a Cadignano e Rodengo

1146 giugno

Berardus de Cadegnano, teste in una investitura

1146 giugno

Berardus de Cadegnano, teste in una rinuncia di fondi

1147 giugno 30

Berardus de Cathegnano, teste in una liberazione d’eredità

1160 agosto 2

Gerardus de Cathegnano teste in una investitura

 

     Anticipiamo, dunque, di oltre un secolo il primo incontro con questo nome, senza invalidare tuttavia l’ipotesi di Bonaglia, che ammetteva, pur nelle presunte radici celtico-germaniche del toponimo, che l’abitato così come appare nell’età più prossima a noi sia “di sicura data medievale” e “di origine tipicamente curtense”. Si osserverà, comunque, che in quasi tutti i casi menzionati il termine “Cadignano” è attributo di un nome personale, tranne nell’atto del 1136, dove il riferimento indica invece la collocazione di alcuni terreni permutati tra gli attori del contratto. Occorre dunque che ci soffermiamo a interpretare attentamente le singole testimonianze, poiché il loro valore in rapporto al nostro argomento non è sempre limpidissimo, ma va anzi vagliato con cura caso per caso.

     Da questo momento saremo costretti a una lunga serie di precisazioni un po’ tecniche, che ci porteranno a contraddire in buona parte le conclusioni già tratte da altri sulle prime manifestazioni conoscibili della storia cadignanese: forse deluderemo così certe aspettative del lettore, ma il nostro intento è essenzialmente di sgomberare il campo da possibili abbagli ed illusioni e fornire una base rigorosa e attendibile alla ricerca.

 

Il feudo di Dalfinus

Partiamo senz’altro dai dati offerti da Bonaglia, che meritano una rilettura minuziosa ed un confronto con le fonti da cui sono tratti e con la bibliografia scientifica che in questi anni si è prodotta in merito.

     Bonaglia — l’abbiamo detto — riconduce la prima presenza cadignanese tra i documenti alla designatio feudorum (ricognizione dei feudi) della abazia di Leno celebrata dall’abate Gonterio tra il 10 e il 12 aprile del 1192: all’oggettiva importanza politica e giuridica dell’atto, secondo l’autore, si affiancherebbe l’interesse specifico per la nostra ricerca, dovuto alla presenza del valvassore del monastero dal nome ben esplicito di Dalfinus (o Delfino) de Cathegnano. Costui dichiara il possesso, per conto del monastero stesso, di alcuni appezzamenti agricoli, che secondo il nostro storico sarebbero almeno in parte situati in Cadignano: ciò aprirebbe spiragli non soltanto sulla storia di quella terra, dimostrandola appartenente ai vastissimi latifondi della dotazione lenese a partire dalla fondazione del monastero sotto l’ultimo sovrano longobardo Desiderio, quanto niente di meno che sulla stessa configurazione topografica del luogo in quell’epoca lontana.

     Procedendo a ritroso con le illazioni, dalla presenza presunta di un feudo abaziale in Cadignano verso la fine del XII secolo si dimostra “con precisione” che “verso il 760 circa, il territorio di Cadignano fu donato, insieme ad altri vastissimi possedimenti vicini, alla nascente abbazia benedettina di Leno”; da questa proprietà monastica si desume che la campagna cadignanese “fece parte sicuramente dei latifondi del demanio regio o del duca di Brescia”, e si danno i nomi di Astolfo e Desiderio; in base a questa appartenenza si disegna una remota presenza longobardica in Cadignano, che “si trovò sicuramente sottoposto alla vicina fara di Farfengo e poi, probabilmente, alla fortezza arimannica di Offlaga”.

     Si badi bene, nessuna di queste ipotesi è del tutto inverosimile o insensata, proprio come, allo stato delle conoscenze, nessuna è confermabile in qualche modo da documenti ineccepibili e chiari. Il Bonaglia stesso, del resto, si trova più volte a riconoscere la precarietà delle sue argomentazioni, come quando osserva opportunamente che il toponimo Cadignano è rigorosamente assente dai numerosi diplomi imperiali e dalle bolle pontificie di conferma dei privilegi territoriali del monastero leonense, sebbene poi si riconfermi nelle sue convinzioni, considerando che in tali atti figuravano solo le località più rilevanti.

     Le ricostruzioni di Bonaglia fondate sull’attestato di Dalfinus non si fermano, comunque, all’ambito della vicenda storica, e ricadono perfino sull’assetto urbanistico del borgo antico. Premessa è che la struttura urbana di Cadignano al principio del secondo millennio non esistesse ancora, limitandosi il luogo a radunare poche corti rurali sparse nella campagna e collegate da qualche strada e qualche guado dei suoi corsi d’acqua. I poderi gravitavano magari attorno ad un ospizio intitolato ai santi Nazaro e Celso, simile all’omonimo che l’abazia gestiva nei pressi di Isorella: da quella prima cappella scaturì nei secoli seguenti l’attuale parrocchia. Quindi il testo delle dichiarazioni del vassallo suggerisce all’autore il disegno di alcuni particolari del borgo:

Veramente [il documento] ci dice ben poco, ma ci lascia intendere che vi esistevano un mulino ed un fabbro ferraio, il quale doveva avere la sua bottega lungo l’attuale strada bassa per Scarpizzolo, che, passando a 250-300 metri più a nord dell’attuale provinciale, era la vecchia strada romana, la continuazione dell’ancora buona strada dei Liffredi o malanotte, com’è chiamata nel documento.

Affascinanti ipotesi, che vengono riprese e puntigliosamente annotate in appendice al volumetto; affascinanti tutte, ma purtroppo ingiustificate.

     Riportiamo il testo dai “Feudi della Badia descritti nel 1192”, per la parte che strettamente ci interessa:

[...] Istud est feudum quod tenet Dominus Dalfinus de Cathegnano, scilicet sex pecias terre quarum prima illarum jacet in campestrino & est aratoria, cui coherret a mane Girardus de Gisulfo a meridie & a sera via. Secunda pecia est ibi prope, cui coherret a mane Girardus de Pezatto & a monte & a meridie filius Girardi Arnoldi. Tercia pecia est ad rotam a mane Lenolus de Paono, cui coherret a meridie & a sera via malanoctus. Quarta pecia est ibi prope, cui coherret a mane filii marescalki, a meridie Cisinus, a sera filius Pebonis. Quinta pecia est ad ferarium vichi a mane ingressum, & a meridie & a sera via. Sexta pecia est in burgo de Paono & est sedimen a mane filii orlende & Zafakettus a meridie & a sera via & a monte Girardus Ugonis & que terra est septem plodia & medium [...]

Il senso abbastanza intuibile dell’agevole latino notarile è grosso modo questo:

Ecco il feudo posseduto da Delfino de Cathegnano: sei appezzamenti di terreno. Il primo si trova al Campestrino ed è arativo; confinano ad est Girardo de Gisulfo, a sud e ad ovest la strada. Il secondo terreno è vicino al precedente; confinano a est Girardo de Pezatto, a nord e a sud il figlio di Girardo Arnoldi. Il terzo terreno è presso la Ruota ad est Lenolo di Pavone; confina a sud e ad ovest la strada Malanoctus. Il quarto terreno è vicino al precedente; confinano a est i figli di Marescalco, a sud Cisino, a ovest il figlio di Pebono. Il quinto terreno è presso il fabbro del villaggio; a est l’ingresso, a sud e ad ovest la strada. Il sesto terreno è nel borgo di Pavone ed è un’ortaglia; a est i figli di Orlenda e Zafachetto, a sud e ad ovest la strada, a nord Girardo Ugoni. Questa terra è di sette piò e mezzo.

È da qui che Bonaglia deduce tutta la sua simpatica ricostruzione di Cadignano medievale.

     Non che mugnai e fabbri non potessero esercitare in Cadignano, ché anzi ne dovevano esistere in quasi tutti i borghi della campagna, piccoli e grandi, presso le immense proprietà feudali e i poderi signorili o ecclesiastici. Di fatto il testo non permette identificazione così inappuntabile di quelle contrade: l’unico fondo di cui sia esplicitata la localizzazione è l’ultimo “in burgo de Paono” (nel borgo di Pavone Mella); e così il terzo appezzamento, a ridosso della ruota (forse il mulino), confina con un Lenolo di Pavone. Ma, in fondo, è lo stesso Bonaglia a confessare dubbi sulle sue definizioni: il toponimo “Campestrino” che individua la prima pezza di terra lo rimanda ad altro luogo, a nord-est di Manerbio in direzione di Porzano di Leno; mentre per il resto, nonostante lo sfoggio di risolutezza, l’assenza di sostegni e conferme risalta chiara.

     Se occorresse soccorrere il dubbio a proposito del buon Delfino, ci possiamo rifare ad uno studio preciso e documentato sui medesimi atti lenesi cui si appoggia Bonaglia: lasciamo in parte le questioni strettamente storiche e giuridiche e riportiamo le parole di Baronio a commento del passo sopra tradotto:

Si tratta di sei pezze di terreno dislocate nella zona a sinistra del Mella in area compresa fra Manerbio e Pavone. La prima è collocata in località Campestrino, l’odierna zona che è individuata dalla cascina Campestrino al confine tra i comuni di Leno e di Manerbio. La seconda poco distante, in un’area che appare essere ben coltivata, come denotano le indicazioni dei confini. La terza è in territorio di Pavone ad rotam confinante a meridione e ad ovest con la via Malanoctus. La quarta è poco distante ed anche in questa zona l’indicazione dei confini ci consente di cogliere una parcellizzazione accentuata mentre non ci sono forniti elementi per cogliere il tipo di coltivazione praticata in essi . La quinta est ad ferarium vichi, con l’ingresso a mattina; delimitata a meridione e ad ovest dalla strada, è dislocata forse nei pressi dell’abitato di Pavone. La sesta è un sedumen di circa sette piò e mezzo in burgo de Paono.

     Un feudo, dunque, tutto collocato in territorio estraneo al nostro Cadignano, e gravitante attorno al borgo di Pavone, notoriamente soggetto alla badia leonense, mentre l’appellativo de Cathegnano attribuito al personaggio assomiglia già più ad un nome familiare, una specie di cognome, che non all’indicazione del luogo di provenienza; il che non esclude potesse connettersi con una effettiva origine anteriore della famiglia da questo paese, anche se località omonime non mancano né in provincia, né fuori: Gnaga elenca, ad esempio, con lo stesso nome una frazione di Tremosine, una cascina di Travagliato, un minuscolo villaggio tra i monti nel modenese.

     Che l’espressione de Cathegnano sia impiegato qui come appellativo di famiglia, del resto, è supportato da altre conferme documentarie: anzitutto, nel medesimo atto da cui s’è tolto il passo precedente, appena prima di Dalfinus era intervenuto un altro vassallo:

Istud est feudum quem tenet Domnus Lanfrancus filius quondam [28] Domini Alberici de Capriano scilicet hoc quod habet in loco Paoni, excepta decima, & tenet similiter viginti solidos imperiales de feudo camere.

(Questo è il feudo di cui è titolare Lanfranco figlio del defunto Alberico de Capriano: tutto ciò che ha nel luogo di Pavone, eccettuata la decima; gode ugualmente venti soldi imperiali di feudo di camera.)

     È evidente, anche qui, come l’appellativo de Capriano sia indicativo della famiglia più che di un eventuale luogo della residenza o delle proprietà, che per Lanfranco sono dislocate in Pavone, come per Delfino. L’accostamento dei de Cathegnano ai de Capriano, poi, è tutt’altro che casuale, ed anzi è determinante per la corretta lettura di un altro documento, ritenuto da Bonaglia altrettanto fondamentale per la vicenda medievale di Cadignano, ma altrettanto meritevole di una analisi seria quanto il precedente.

 

I “fratres de Cathegnano”

Il documento del 9 febbraio 1195 segnalato da Bonaglia è di pochi anni posteriore al primo, e proviene dallo stesso ambiente leonense; in qualche caso vi compaiono i medesimi attori, a cominciare dall’abate Gonterio.

     Non ci soffermeremo sulla vicenda che diede origine all’atto, se non per dire che all’epoca era in corso una risentita vertenza tra l’abate di Leno e il vescovo di Brescia circa la giurisdizione temporale e spirituale delle terre appartenenti al monastero, questione delicata sotto diversi rispetti in un’epoca in cui la religione coincideva con la politica e il suo esercizio con il potere. In questo ambito le parti designarono due arbitri, che dirimessero giuridicamente la lite, e costoro provvidero ad istruire l’inchiesta, ricorrendo ad una fitta teoria di testimoni, le cui dichiarazioni confluirono in lunghi verbali, sotto date diverse. Ad uno di questi verbali appartiene il passo citato e discusso da Bonaglia.

     Riportiamo alcune sezioni rilevanti del testo, che in parte non coincidono con quelle commentate dallo storico verolese:

Laurentius alberge de paono juravit testis se vidisse presbiteros & clericos ecclesie de paono transmitti a domino leonensi abbate in sua dispositione ubi ipse vult pro sacrorum ordinum receptione. [...] Item dicit majorem partem decimarum de paono comprehensa quarta ecclesie teneri pro domino abbate. & hec dicit se vidisse tempore sue memorie que est XL annorum & plus. Interrogatus si decime tenentur pro episcopo ipso loco Respondit nescio. sed dalfinus & illi de capriano colligunt decimas ipso loco. [...] Item dicit quod fratres ecclesie de paono colligunt decimas cum illis de capriano & de cathegnano. & ex his ecclesia habet quartam. Interrogatus si predicti de cathegnano & de capriano dant olivas ecclesie de paono in dominica olivarum pro decimis quas tenent. Respondit audivi quod ipsi dent ipsas olivas. Item dicit omnes ecclesias de abbatia esse fundatas in allodio sancti benedicti. Interrogatus respondit quia presbiteri & clerici offitiantur illas ecclesias pro abbate.

Johannes dalmiani de paono juravit testis se tempore sue memorie || que est XXX annorum et plus vidisse quod ecclesia de p<a>uono baptizat pro leonensi abbate. & crisma & oleum accipiunt eius fratres a monasterio. [...] Interrogatus si decime tenentur per episcopum brisie loco paoni. Respondit nescio. Interrogatus si decimis quas illi de capriano & de cathegnano colligunt ecclesia de paono habet quartam. Respondit quod fratres illius ecclesie colligunt cum eis ipsam decimam de qua quartam accipiunt. quam dicit ipsos fratres tenere pro abbate. eo quod baptismatis retinent offitia.

La traduzione del passo ci obbliga già ad una interpretazione che contrasta con quella del Bonaglia:

Lorenzo Alberge di Pavone testimone sotto giuramento attestò di aver visto i sacerdoti e i chierici della chiesa di Pavone essere inviati dall’abate di Leno, a propria discrezione, dove vuole lui perché ricevano gli ordini sacri. [...] Quindi sostiene che la maggior parte delle decime di Pavone, compresa la quarta della chiesa, è tenuta per conto dell’abate, e dice di aver visto così, per quanto si ricorda, da quarant’anni e più. Interrogato se le decime sono tenute per conto del vescovo in quel luogo, risponde: “non so, ma Dalfino e quelli de Capriano raccolgono le decime in quel luogo”. [...] Poi dichiara che i fratelli della chiesa di Pavone raccolgono le decime con quelli de Capriano e de Cathegnano e la chiesa ne possiede la quarta. Interrogato se i suddetti de Cathegnano e de Capriano danno gli olivi alla chiesa di pavone la Domenica delle palme per le decime che tengono, risponde: “Ho sentito che danno gli olivi”. Inoltre dice che tutte le chiese sono state fondate dall’abazia sulla proprietà di S. Benedetto (cioè del monastero stesso). Interrogato risponde che i sacerdoti e i chierici officiano quelle chiese per conto dell’abate.

Giovanni Dalmiani di Pavone teste sotto giuramento testimoniò che, per quanto si ricorda, da trent’anni e più ha visto che la chiesa di Pavone battezza per conto dell’abate di Leno, e i fratelli di quella chiesa ricevono il crisma e l’olio dal monastero. [...] Interrogato se le decime sono tenute per conto del vescovo di Brescia nella località di Pavone, risponde: “Non so”. Interrogato se delle decime che quelli de Capriano e de Cathegnano raccolgono la chiesa di Pavone ne possiede la quarta, risponde che i fratelli di quella chiesa raccolgono insieme con loro la decima, di cui ricevono la quarta. Questa dice che i fratelli la tengono per conto dell’abate, in quanto esercitano l’amministrazione del battesimo.

     L’inchiesta dei giudici insiste sugli elementi che attestano l’antico esercizio della giurisdizione temporale e spirituale da parte dell’abate leonense sulle parrocchie del circondario: una giurisdizione che risulta evidente nella titolarità della decima, ossia l’imposta del 10% sui prodotti o redditi che spettava per diritto alla chiesa locale, nella persona di colui che ne era investito.

     Punto chiave dell’argomentazione di Bonaglia è la dichiarazione che i “fratres ecclesie de Paono colligunt decimam cum illis de Capriano et de Cathegnano”, tradotta da lui in questi termini: “i frati della chiesa di Pavone raccolgono la decima insieme a quelli di Capriano e di Cadignano”. Una simile interpretazione del testo originale lo conduce a complicate serie di ipotesi, da lui stesso poste, almeno al principio, con una certa riserva sull’inconsistenza documentaria:

[...] le deposizioni di due testimoni [...] ci rendono informati dell’esistenza di una cella monastica benedettina, con relativi benefici patrimoniali e dipendente dalla famosa abbazia di Leno, situata a Cadignano.
Ciò significa, per quanto non esistano ancora documenti comprovanti precedenti, che in questa località i rettori della chiesa e gli amministratori erano monaci benedettini, dipendenti territorialmente dal priorato di Pavone e quindi da Leno.
Del resto, anche il titolo dei SS. Nazzaro e Celso della chiesa parrocchiale è con ogni probabilità di origine monastica lenese.

Più avanti il nostro storico si perde, invece, in distese dissertazioni niente meno che sulla collocazione della presunta cella benedettina nel tracciato urbano di Cadignano [34]:

[...] è proprio da queste testimonianze che apprendiamo dell’esistenza di una cella, e forse addirittura di un priorato benedettino di fondazione lenese a Cadignano.
Poiché nella controversia fra il vescovo di Brescia e l’abate di Leno si contende circa la giurisdizione, appare quasi certo che non solo la parrocchia di Cadignano fino a tutto il sec. XII o non esisteva ancora od era retta da monaci, ma anche che essa dipendeva dall’abate di Leno e, in via subordinata, dal priore benedettino di Pavone.
Tutto ciò è molto esplicito nella dichiarazione del teste Lorenzo Albergo, in quanto afferma categoricamente che i frati di Cadignano raccolgono la decima, danno alla chiesa di Pavone rami d’olivo la Domenica delle Palme, la loro chiesa è allodio dell’abazia lenese ed i preti che vi officiano lo fanno a nome e per delega dell’abate di Leno.
Ed ora si pone spontanea tutta una serie di domande: dov’era il convento? Quali e dove erano le sue proprietà fondiarie; quando venne meno?
Sono restate tracce della presenza benedettina?

     E comincia qui una serie di intricati e nemmeno sempre chiari tentativi di localizzazione, che lo porterebbero ad individuare la corte dei monaci più o meno dove si trova oggi la cascina Canonica, mentre la chiesa parrocchiale odierna avrebbe preso il posto dell’antica cappella; la quale, invero, avrebbe potuto sorgere anche sul lato nord della costruzione; oppure poteva già trovarsi a sud. Lampante!

     Questa incertezza di prospettive (e la riconosce di quando in quando l’autore stesso) è assolutamente comprensibile, per il fatto che scaturisce da un fondamentale equivoco, che va sciolto per chiarire qualcosa.

     Partiamo dai “fratres ecclesie de Paono”: il termine latino fratres significa alla lettera “fratelli” e, a partire dal secolo XIII, indicò Francescani, Domenicani, Carmelitani e membri di altri ordini mendicanti, passando all’italiano moderno nella forma “frati”. All’epoca di Gonterio e in quel contesto ecclesiastico il vocabolo esprimeva, però, un concetto diverso da quello che gli attribuiamo noi. Ogni chiesa del contado dotata dell’autorità battesimale e della cura d’anime nel medioevo era officiata da un gruppo di chierici gerarchicamente ordinato: vi era un sacerdote superiore, l’archipresbyter (arciprete), che presiedeva il clero locale, coadiuvato da altri sacerdoti, diaconi, suddiaconi e semplici chierici, se la chiesa era una pieve con ampia giurisdizione territoriale; nelle piccole parrocchie il sacerdote rettore era affiancato invece da un piccolo numero di collaboratori, che garantivano il servizio delle messe e delle liturgie comuni, ma anche provvedevano all’amministrazione del patrimonio della parrocchia, raccoglievano decime e tributi, sorvegliavano e officiavano le cappelle sparse per la campagna, gestivano gli ospizi, governavano i vari dipendenti, mantenevano i contatti giuridici e spirituali con l’autorità ecclesiastica sovraordinata, fosse essa l’arciprete della pieve matrice, il vescovo ordinario della diocesi, l’abate o la badessa di qualche monastero. A questo consesso di ecclesiastici di vario grado e varia funzione si attribuiva la qualifica di fratres ecclesie, che noi potremmo interpretare come “il collegio dei chierici della chiesa”: non si vuole dunque di norma indicare con quel termine dei frati, né tanto meno dei monaci, ai quali non sarebbe spettata se non in via indiretta la cura delle anime di una parrocchia, ma il clero che governava la chiesa battesimale, anche quando essa dipendesse da un monastero come quello di Leno. Così era, infatti, per la chiesa di Pavone e per molte altre della pianura orientale che da secoli appartenevano al dominio feudale dell’abate leonense.

     Quanto a Cadignano, la desunzione non è comunque facile.

     Ora i “fratres ecclesie de Paono — dice la testimonianza dell’Albergecolligunt decimas cum illis de Capriano et de Cathegnano” (raccolgono le decime con quelli di Capriano e di Cadignano). Bonaglia intende che i monaci di Pavone provvedevano alla riscossione con quelli (cioè con i monaci) di Capriano e di Cadignano. Ma abbiamo visto che i fratres non erano monaci benedettini, bensì i chierici della chiesa battesimale: dunque, se il senso della frase fosse che “i chierici di Pavone raccolgono la decima con quelli (i chierici) di Capriano e di Cadignano”, saremmo comunque rinviati all’organizzazione parrocchiale e non monastica del nostro borgo. In realtà il testo non ci consente nemmeno questa scappatoia di consolazione, poiché, come abbiamo già avuto occasione di precisare a proposito della designatio feudorum del 1192, l’espressione de Cathegnano, come pure quella de Capriano, non sono altro che individuazioni di carattere familiare, analoghe in qualche modo ai nostri cognomi. In altri termini, il documento ribadisce semplicemente che la riscossione delle decime nella possessione leonense di Pavone era gestita di comune accordo tra il clero della parrocchia e le famiglie di vassalli monastici denominate de Capriano e de Cathegnano, le quali del resto godevano di altri benefici feudali dal monastero medesimo in quei dintorni.

     Basterebbe la lettura attenta, negli atti della controversia tra Gonterio ed il vescovo Giovanni, delle testimonianze relative a Pavone per rendersi conto dei frequentissimi indizi che confermano l’ipotesi qui avanzata: ad esempio Alberto domine Gisle di Pavone espone in dettaglio la stratificazione gerarchica dei diritti di decima in quel territorio:

Interrogatus si decime tenentur ipso loco pro || episcopo brisiensi. Respondit audivi quod dominus Jacobus de martinengo teneat pro episcopo filii vero albrici de capriano tenent pro domino Jacobo. & quod capitanei de Rodingo teneant pro episcopo. & dalfinus de cathegnano teneat pro ipsis de Rodingo. Interrogatus si ecclesia habet quartam partium istorum de cathegano & de capriano. Respondit quod comuniter colligunt. & quartam illius summe habet ecclesia de paono.

(Interrogato se le decime sono tenute in quel luogo per conto del vescovo di Brescia, risponde: “Ho sentito che Giacomo de Martinengo le tiene per il vescovo, mentre i figli di Albrico de Capriano le tengono per Giacomo Martinengo; e che i capitani de Rodingo le tengono per il vescovo e Dalfino de Cathegnano le tiene per i de Rodingo”. Interrogato se la chiesa [di Pavone] possiede la quarta parte dei de Cathegnano e de Capriano, risponde che raccolgono le decime in comune e la quarta parte di quella somma la trattiene la chiesa di Pavone.)

     Si vede come la struttura feudale sia ormai complessa e ramificata, se i vassalli principali del vescovo di Brescia, i Martinengo e i de Rodingo, avevano subinfeudato la raccolta delle decime di quel territorio a famiglie di vassalli minori che le gestivano insieme alla chiesa parrocchiale, dipendente dal monastero di Leno.

     Né mancano diversi riferimenti precisi alla famiglia di Dalfino de Cathegnano in altre testimonianze del dossier dell’abate Gonterio: il medico Jacobus ricorda di aver visto in passato “i fratelli della chiesa di Pavone andare per quelle località con i de Cathegnano e de Capriano o con i loro delegati per raccogliere le decime del posto”. Bianco Valdoni, depositario delle decime delle proprie terre per conto dell’abate, risponde affermativamente alla domanda “se i figli di Albrico de Capriano e Dalfino tengono le decime di tutti i luoghi franchi di quel territorio”; alla conferma, aggiunge poi una allusione interessante ai vicini di Pavone, che detengono dalle famiglie vassalle sopra nominate i diritti su due appezzamenti: uno sprazzo di luce sulla antica organizzazione del comune rurale. Analoghe attestazioni produce il compaesano Gerardo Antelmi, con l’aggiunta della partecipazione personale:

Interrogato se i figli di Alberico de Capriano e Dalfino possiedono le decime delle tenute franche, risponde che le hanno, ma non di tutte, perché anche i vicini hanno la decima di due tenute franche e la chiesa di Pavone ha la quarta parte che tiene per conto dell’abate. Interrogato se la stessa quarta viene raccolta con partecipazione dei predetti figli di Alberico e di Dalfino, risponde: “Sì, e anch’io per la stessa chiesa l’ho raccolta con loro; e una volta fatta insieme la raccolta, la chiesa ne trattiene la quarta parte”.

     Insomma, come si può vedere, i documenti che secondo Bonaglia godrebbero del primato cronologico nella lista delle attestazioni di Cadignano, dimostrandovi l’esistenza di una comunità ecclesiale organizzata e la presenza attiva dei benedettini leonensi, non solo non consentono tale individuazione, ma addirittura non appartengono per nulla alla storia cadignanese, se non per una pura ricorrenza onomastica, ormai sganciata dal riferimento topografico preciso.

     La figura onnipresente di Dalfino de Cathegnano, che compariva anche quale teste ufficiale nella seconda seduta della vertenza, il 16 novembre 1194, “nella loggia quadrata dell’episcopio di Brescia” insieme ai testi Natulo arciprete di Gavardo, Giovanni chierico di Sacbiano e Oldefredo di Cazzago, è pertanto quella di un vassallo minore del monastero di Leno in territorio di Pavone, dove possiede per concessione dell’abate alcuni appezzamenti di terreno nonché il diritto di esazione delle decime, condiviso con il clero di quella parrocchia e con la famiglia de Capriano, secondo un sottile sistema di gerarchie che si intravvede tra le pieghe non sempre esplicite della sequela di testimonianze ufficiali.

     Del resto, la famiglia de Cathegnano non è altrimenti ignota alle vecchie carte, visto che suoi membri compaiono come possessori di beni anche a Mosio, in territorio oggi mantovano: è ancora Bonaglia, poi, ad informarci che un Ugo de Categnano, indicato come console del luogo, è assegnatario di beni del comune di Brescia in una designazione del 13 aprile 1227; mentre dello stesso anno è uno strumento notarile dove compare in veste di testimone un Oldefredo di Cadignano. Alla medesima famiglia di piccoli feudatari dovrebbero appartenere anche l’Albertus de Catiniano testimone ad una investitura del 17 giugno 1074, o il Gerardus de Cathegnano comparente in atto analogo del 2 agosto 1160: non è dunque a queste date, a questi atti, né a questi personaggi che potremo chiedere luce sicura sugli eventi antichi del nostro borgo.

     E con ciò, ci sembra, possiamo ritenere sgombrato il campo dagli equivoci più palesi.

 

La permuta di Rodengo (1136)

Se i documenti di cui si è discorso fino a questo punto non sono riferibili alla nostra storia, possiamo nonostante tutto ricomporre alcune informazioni pressoché contemporanee, anche se molto meno abbondanti di riferimenti topografici ed antropici al territorio cadignanese. Modesta consolazione, ma tutt’altro che priva di interesse.

     Non è possibile sostenere positivamente una qualche forma di appartenenza di Cadignano al dominatus del monastero di Leno, per quanto non la si possa neppure escludere a priori, almeno per il periodo precedente. Ormai però sappiamo quanta cautela occorra esercitare nell’avanzare teorie, che non basta siano plausibili o avvincenti, ma devono essere seriamente comprovate da documentazioni precise: non ci perderemo dunque in disquisizioni, e ricorreremo ai pochi dati non incerti che abbiamo potuto riesumare nelle nostre veloci ricognizioni.

     Per dimostrare che in Cadignano esistesse una parrocchia autonoma ed organizzata bisogna scendere fino al 1284, quando in un atto del 26 agosto compare un prete, presumibilmente il rettore della chiesa che tra il suo clero non doveva avere più di un sacerdote, come teste ad un rogito vescovile:

[...] Actum est hoc in parlatorio prope cameram domini episcopi in civitate Brixie, die sabbati XXVI augusti millesimo CCLXXXIIII, indictione XII, presentibus dominis Graciadeo de Mantua, presbitero Antonio, presbitero ecclesie de Cathegnano et Belebono clerico plebis Trenzani, vocatis et rogatis testibus [...].

(Questo atto fu stilato nel parlatorio presso la camera del vescovo nella città di Brescia, il giorno sabato 26 agosto 1284, indizione 12ª, alla presenza dei testimoni Graciadeo di Mantova, prete Antonio, prete della chiesa di Cadignano, e Belebono chierico della pieve di Trenzano.)

Al di là di ciò, non possiamo allo stato delle conoscenze definire un’organizzazione parrocchiale a Cadignano prima di quell’epoca; il che non significa che non esistesse parrocchia, anzi probabilmente essa esisteva da almeno un secolo, e tuttavia non è possibile documentarla in via diretta. Nessuna informazione nemmeno sulla dipendenza spirituale e temporale della chiesa e del suo territorio dal vescovado o da qualche monastero.

     Più antico di oltre cento e cinquant’anni è, invece, un documento che istituisce una relazione, assai labile peraltro, fra alcune proprietà del nostro territorio ed il priorato cluniacense di S. Pietro in Rodengo. L’atto, in data 31 agosto 1136, fu riesumato e pubblicato nella sua forma latina da Guerrini; protagonisti sono Ponzio (o Poncione) priore del monastero ed un certo Alberto figlio di Guidone da Mairano, che permutano tra loro alcuni fondi: il priore cede ad Alberto nove appezzamenti situati in località detta Gathegnano; in cambio Alberto consegna al monastero otto iugeri di terra nel circondario di Rodengo, in località dallo strano nome di Inpolnigra. Supponendo che lo scambio fosse equo, potremmo ritenere che i fondi cadignanesi avessero misura più o meno equivalente a quella dei terreni permutati, dunque intorno agli otto iugeri, ossia 6 piò all’incirca: una estensione piuttosto modesta. Tuttavia, sempre che la menzione di Cadignano sia corretta e che non si riferisca ad altra omonima località, il dato più rilevante che questo contratto ci offre sarebbe la presenza nei dintorni del paese di alcuni terreni di proprietà del monastero di Rodengo. Altro non sappiamo dire.

     Offriamo qui una approssimativa traduzione dell’approssimativo ed intricatissimo latino cancelleresco dell’epoca:

Anno dall’Incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo 1136, un giorno prima delle calende di settembre [31 agosto], indizione 14ª.

Permuta in buona fede si riconosce essere questo contratto, perché abbia valore legale e per ciò stesso obblighi i contraenti.

Piacque, dunque, e si convenne con buona volontà tra don Poncione priore del monastero di S. Pietro di Rodengo e Alberto figlio di Guidone da Mairano, che professarono di vivere secondo il diritto longobardo, che in nome di Dio debbano dare, come al presente diedero e si consegnarono tra loro, uno all’altro, mediante questo documento di permuta, nominalmente [le seguenti proprietà]:

anzitutto don Poncione, priore del monastero di S. Pietro, per conto del suo monastero, diede ad Alberto, a titolo di permuta, nove appezzamenti di terra che si trovano nella località di Gathegnano;

dal canto suo il priore ricevette da Alberto, a titolo di permuta, migliorati secondo la legge, otto iugeri di terra che si trovano nel territorio di Rodengo, nella località chiamata Inpolnigra.

Queste, dunque, le proprietà che, insieme con gli accessi ed ingressi di esse, tanto superiori che inferiori, come sopra si legge, permutarono per intero tra loro, l’uno all’altro, mediante questo documento di permuta, e nominalmente consegnarono, a decorrere ciascuno dal giorno presente, tanto loro quanto i loro successori ed eredi delle suddette proprietà che reciprocamente a titolo di permuta permutarono per diritto di proprietà, qualunque cosa vorranno o provvederanno e senza contraddizione di nessuna delle due parti.

E promisero le parti, tanto per sé quanto per i successori ed eredi, allo stesso Alberto di difendere integralmente in ogni tempo da chiunque le suddette proprietà che si sono consegnati reciprocamente a titolo di permuta, conforme alla legge.

E a confermare di questa permuta si recarono alle suddette proprietà per la verifica con esperti estimatori, i cui nomi sono Alberto monaco e Alberico di Rodengo. Invero gli estimatori convennero e stimarono che il monastero riceveva ottime proprietà da Alberto, e la permuta si poteva fare secondo la legge, in base alla quale definirono tra loro anche la pena [per la violazione del contratto] di una delle parti o dei successori ed eredi di Alberto per le suddette proprietà che reciprocamente a titolo di permuta si erano consegnati: se da questo contratto di permuta presumessero allontanarsi e non si atterranno ad esso, come sopra si legge, o se non difenderanno entrambi integralmente da chiunque ciò che hanno permutato, dovrà versare una parte all’altra il doppio del prezzo delle proprietà per la loro bontà o valore in quel momento, secondo le stima di quei luoghi.

Stilato nella località di Rodengo.

Firma autografa di don Poncione priore, che fece stilare questo atto di permuta.
Firma autografa di Alberto, che fece stilare questo atto di permuta.
Firma autografa di Morando e Vechezone e Oddone
e Ambrogio e Pietro e Alghisio o Pietro, testimoni.
Io Alberico, giudice del sacro palazzo, ho stilato ufficialmente questo atto.

     Dopo i secoli XII-XIII, le fonti riecheggiano il nome di Cadignano soltanto a proposito d’un paio di rettori della chiesa, quando registrano la morte di fra Arrighino da Niardo nel 1374, e la sua sostituzione il 5 maggio di quello stesso anno con Antonio da Capriano, di Pompiano; alla stessa fonte d’archivio, probabilmente, si deve la notizia del successore Giovanni de Stricafollis di Pontevico.

     Con queste laconiche informazioni si chiude, per ora, la magra messe di notizie documentarie su Cadignano e la sua parrocchia fino al secolo XV.

© 2008 - TerrakCiviltà

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010