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La
prima volta
Non sapendo né potendo
affermare alcunché di saldo sull’esistenza celtica e romana di
Cadignano, né sui suoi primi passi nella fede cristiana, in alcun
senso che non sia pura congettura, siamo rassegnati a ridimensionare
la nostra ricerca entro la sfera, peraltro non meno avvincente,
degli ultimi mille anni. La domanda preliminare, dunque, che subito
affiora è quando si collochi la più antica menzione del nostro luogo
nelle vecchie carte medievali.
Di
nuovo il primo scritto di Bonaglia ci esibisce dati su quelle che, a
suo parere, sarebbero le più antiche ricorrenze del toponimo di
Cadignano, secondo lui attestato storicamente non prima del 10
aprile 1192, quando, in un atto di ricognizione di feudi della
abazia di Leno da parte dell’abate Gonterio, compare ed agisce un
vassallo del monastero chiamato Dalfinus
de Cathegnano.
Di
eccezionale importanza per Cadignano sarebbe, poi, una controversia
fra lo stesso abate Gonterio ed il vescovo di Brescia Giovanni da
Fiumicello riguardo alla giurisdizione ecclesiastica delle chiese
intorno a Leno, alla data 9 febbraio 1195: qui compaiono, a dire
dello storico verolese, certi “fratres
de Cathegnano” su cui egli imposta un curioso e inattendibile
ragionamento.
Oltre
a ciò, si enumerano due altre antiche carte, entrambe del 1227, in
cui il nome del paese compare in qualche modo: si tratta di
documenti del comune di Brescia relativi a proprietà situate in
Moso (oggi Mosio presso Acquanegra nell’asolano, non nel cremonese
come crede Bonaglia). L’atto del 13 aprile è una designazione dei
beni comunali bresciani, tra cui è compreso il fondo assegnato a
“Ugo de Categnano”,
definito tra l’altro “consul
illius loci” (console, ossia responsabile civico di quel luogo);
senza indicazione di giorno e mese lo strumento notarile seguente,
dove un “Oldefredo di
Cadignano” è semplice testimone.
Invero
la parola “Cadignano” ricorre come tale, nelle consuete varianti
grafiche latine o volgarizzanti, in diversi atti anche più remoti
di quelli menzionati da Bonaglia; proviamo ad elencare in sintesi le
ricorrenze che ci sono capitate per mano scartabellando una rapida
ricerca non sistematica:
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1074 giugno 17
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Albertus de Catiniano è testimone in un atto di investitura
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1136 agosto 31
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Permuta
di fondi a Cadignano e Rodengo
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1146
giugno
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Berardus de Cadegnano, teste in una investitura
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1146
giugno
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Berardus de Cadegnano, teste in una rinuncia di fondi
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1147 giugno 30
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Berardus de Cathegnano, teste in una liberazione d’eredità
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1160 agosto 2
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Gerardus de Cathegnano teste in una investitura
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Anticipiamo,
dunque, di oltre un secolo il primo incontro con questo nome, senza
invalidare tuttavia l’ipotesi di Bonaglia, che ammetteva, pur
nelle presunte radici celtico-germaniche del toponimo, che l’abitato
così come appare nell’età più prossima a noi sia “di sicura data
medievale” e “di origine tipicamente curtense”.
Si osserverà, comunque, che in quasi tutti i casi menzionati il
termine “Cadignano” è attributo di un nome personale, tranne
nell’atto del 1136, dove il riferimento indica invece la
collocazione di alcuni terreni permutati tra gli attori del
contratto. Occorre dunque che ci soffermiamo a interpretare
attentamente le singole testimonianze, poiché il loro valore in
rapporto al nostro argomento non è sempre limpidissimo, ma va anzi
vagliato con cura caso per caso.
Da
questo momento saremo costretti a una lunga serie di precisazioni un
po’ tecniche, che ci porteranno a contraddire in buona parte le
conclusioni già tratte da altri sulle prime manifestazioni
conoscibili della storia cadignanese: forse deluderemo così certe
aspettative del lettore, ma il nostro intento è essenzialmente di
sgomberare il campo da possibili abbagli ed illusioni e fornire una
base rigorosa e attendibile alla ricerca.
Il
feudo di Dalfinus
Partiamo
senz’altro dai dati offerti da Bonaglia, che meritano una
rilettura minuziosa ed un confronto con le fonti da cui sono tratti
e con la bibliografia scientifica che in questi anni si è prodotta
in merito.
Bonaglia
— l’abbiamo detto — riconduce la prima presenza cadignanese
tra i documenti alla designatio
feudorum (ricognizione dei feudi) della abazia di Leno celebrata
dall’abate Gonterio tra il 10 e il 12 aprile del 1192:
all’oggettiva importanza politica e giuridica dell’atto, secondo
l’autore, si affiancherebbe l’interesse specifico per la nostra
ricerca, dovuto alla presenza del valvassore del monastero dal nome
ben esplicito di Dalfinus
(o Delfino) de Cathegnano.
Costui dichiara il possesso, per conto del monastero stesso, di
alcuni appezzamenti agricoli, che secondo il nostro storico
sarebbero almeno in parte situati in Cadignano: ciò aprirebbe
spiragli non soltanto sulla storia di quella terra, dimostrandola
appartenente ai vastissimi latifondi della dotazione lenese a
partire dalla fondazione del monastero sotto l’ultimo sovrano
longobardo Desiderio,
quanto niente di meno che sulla stessa configurazione topografica
del luogo in quell’epoca lontana.
Procedendo
a ritroso con le illazioni, dalla presenza presunta di un feudo
abaziale in Cadignano verso la fine del XII secolo si dimostra
“con precisione” che “verso il 760 circa, il territorio di
Cadignano fu donato, insieme ad altri vastissimi possedimenti
vicini, alla nascente abbazia benedettina di Leno”; da questa
proprietà monastica si desume che la campagna cadignanese “fece
parte sicuramente dei latifondi del demanio regio o del duca di
Brescia”, e si danno i nomi di Astolfo e Desiderio; in base a
questa appartenenza si disegna una remota presenza longobardica in
Cadignano, che “si trovò sicuramente sottoposto alla vicina fara di Farfengo e poi, probabilmente, alla fortezza arimannica di
Offlaga”.
Si
badi bene, nessuna di queste ipotesi è del tutto inverosimile o
insensata, proprio come, allo stato delle conoscenze, nessuna è
confermabile in qualche modo da documenti ineccepibili e chiari. Il
Bonaglia stesso, del resto, si trova più volte a riconoscere la
precarietà delle sue argomentazioni, come quando osserva
opportunamente che il toponimo Cadignano è rigorosamente assente
dai numerosi diplomi imperiali e dalle bolle pontificie di conferma
dei privilegi territoriali del monastero leonense, sebbene poi si
riconfermi nelle sue convinzioni, considerando che in tali atti
figuravano solo le località più rilevanti.
Le
ricostruzioni di Bonaglia fondate sull’attestato di Dalfinus
non si fermano, comunque, all’ambito della vicenda storica, e
ricadono perfino sull’assetto urbanistico del borgo antico.
Premessa è che la struttura urbana di Cadignano al principio del
secondo millennio non esistesse ancora, limitandosi il luogo a
radunare poche corti rurali sparse nella campagna e collegate da
qualche strada e qualche guado dei suoi corsi d’acqua. I poderi
gravitavano magari attorno ad un ospizio intitolato ai santi Nazaro
e Celso, simile all’omonimo che l’abazia gestiva nei pressi di
Isorella: da quella prima cappella scaturì nei secoli seguenti
l’attuale parrocchia. Quindi il testo delle dichiarazioni del
vassallo suggerisce all’autore il disegno di alcuni particolari del
borgo:
Veramente
[il documento] ci dice
ben poco, ma ci lascia intendere che vi esistevano un mulino ed un
fabbro ferraio, il quale doveva avere la sua bottega lungo
l’attuale strada bassa per Scarpizzolo, che, passando a 250-300
metri più a nord dell’attuale provinciale, era la vecchia
strada romana, la continuazione dell’ancora buona strada dei
Liffredi o malanotte,
com’è chiamata nel documento.
Affascinanti
ipotesi, che vengono riprese e puntigliosamente annotate in
appendice al volumetto;
affascinanti tutte, ma purtroppo ingiustificate.
Riportiamo
il testo dai “Feudi della
Badia descritti nel 1192”, per la parte che strettamente ci
interessa:
[...]
Istud est feudum quod tenet Dominus Dalfinus de Cathegnano,
scilicet sex pecias terre quarum prima illarum jacet in
campestrino & est aratoria, cui coherret a mane Girardus de
Gisulfo a meridie & a sera via. Secunda pecia est ibi prope,
cui coherret a mane Girardus de Pezatto & a monte & a
meridie filius Girardi Arnoldi. Tercia pecia est ad rotam a mane
Lenolus de Paono, cui coherret a meridie & a sera via
malanoctus. Quarta pecia est ibi prope, cui coherret a mane filii
marescalki, a meridie Cisinus, a sera filius Pebonis. Quinta pecia
est ad ferarium vichi a mane ingressum, & a meridie & a
sera via. Sexta pecia est in burgo de Paono & est sedimen a
mane filii orlende & Zafakettus a meridie & a sera via
& a monte Girardus Ugonis & que terra est septem plodia
& medium [...]
Il
senso abbastanza intuibile dell’agevole latino notarile è grosso
modo questo:
Ecco
il feudo posseduto da Delfino
de Cathegnano: sei appezzamenti di terreno. Il primo si trova al
Campestrino
ed è arativo; confinano ad est Girardo
de
Gisulfo, a sud e ad ovest la strada. Il secondo terreno è
vicino al precedente; confinano a est Girardo
de
Pezatto, a nord e a sud il figlio di Girardo Arnoldi. Il terzo
terreno è presso la Ruota ad est Lenolo di Pavone; confina a sud
e ad ovest la strada Malanoctus.
Il quarto terreno è vicino al precedente; confinano a est i figli
di Marescalco, a sud Cisino, a ovest il figlio di Pebono. Il
quinto terreno è presso il fabbro del villaggio; a est
l’ingresso, a sud e ad ovest la strada. Il sesto terreno è nel
borgo di Pavone ed è un’ortaglia; a est i figli di Orlenda e
Zafachetto, a sud e ad ovest la strada, a nord Girardo Ugoni.
Questa terra è di sette piò e mezzo.
È
da qui che Bonaglia deduce tutta la sua simpatica ricostruzione di
Cadignano medievale.
Non
che mugnai e fabbri non potessero esercitare in Cadignano, ché anzi
ne dovevano esistere in quasi tutti i borghi della campagna, piccoli
e grandi, presso le immense proprietà feudali e i poderi signorili
o ecclesiastici. Di fatto il testo non permette identificazione così
inappuntabile di quelle contrade: l’unico fondo di cui sia
esplicitata la localizzazione è l’ultimo “in
burgo de Paono” (nel borgo di Pavone Mella); e così il terzo
appezzamento, a ridosso della ruota (forse il mulino), confina con
un Lenolo di Pavone. Ma, in fondo, è lo stesso Bonaglia a
confessare dubbi sulle sue definizioni: il toponimo “Campestrino”
che individua la prima pezza di terra lo rimanda ad altro luogo, a
nord-est di Manerbio in direzione di Porzano di Leno;
mentre per il resto, nonostante lo sfoggio di risolutezza,
l’assenza di sostegni e conferme risalta chiara.
Se
occorresse soccorrere il dubbio a proposito del buon Delfino, ci
possiamo rifare ad uno studio preciso e documentato sui medesimi
atti lenesi cui si appoggia Bonaglia: lasciamo in parte le questioni
strettamente storiche e giuridiche e riportiamo le parole di Baronio
a commento del passo sopra tradotto:
Si
tratta di sei pezze di terreno dislocate nella zona a sinistra del
Mella in area compresa fra Manerbio e Pavone. La prima è
collocata in località Campestrino, l’odierna zona che è
individuata dalla cascina Campestrino al confine tra i comuni di
Leno e di Manerbio. La seconda poco distante, in un’area che
appare essere ben coltivata, come denotano le indicazioni dei
confini. La terza è in territorio di Pavone
ad
rotam confinante a meridione e ad ovest con la
via
Malanoctus. La quarta è poco distante ed anche in questa zona
l’indicazione dei confini ci consente di cogliere una
parcellizzazione accentuata mentre non ci sono forniti elementi
per cogliere il tipo di coltivazione praticata in essi . La quinta
est ad ferarium vichi,
con l’ingresso a mattina; delimitata a meridione e ad ovest
dalla strada, è dislocata forse nei pressi dell’abitato di
Pavone. La sesta è un sedumen di circa sette piò e mezzo
in burgo de Paono.
Un
feudo, dunque, tutto collocato in territorio estraneo al nostro
Cadignano, e gravitante attorno al borgo di Pavone, notoriamente
soggetto alla badia leonense, mentre l’appellativo de Cathegnano attribuito al personaggio assomiglia già più ad un
nome familiare, una specie di cognome, che non all’indicazione del
luogo di provenienza; il che non esclude potesse connettersi con una
effettiva origine anteriore della famiglia da questo paese, anche se
località omonime non mancano né in provincia, né fuori: Gnaga
elenca, ad esempio, con lo stesso nome una frazione di Tremosine,
una cascina di Travagliato, un minuscolo villaggio tra i monti nel
modenese.
Che
l’espressione de Cathegnano
sia impiegato qui come appellativo di famiglia, del resto, è
supportato da altre conferme documentarie: anzitutto, nel medesimo
atto da cui s’è tolto il passo precedente, appena prima di Dalfinus era intervenuto un altro vassallo:
Istud
est feudum quem tenet Domnus Lanfrancus filius quondam
Domini Alberici de Capriano scilicet hoc quod habet in loco Paoni,
excepta decima, & tenet similiter viginti solidos imperiales
de feudo camere.
(Questo
è il feudo di cui è titolare Lanfranco figlio del defunto
Alberico de Capriano:
tutto ciò che ha nel luogo di Pavone, eccettuata la decima; gode
ugualmente venti soldi imperiali di feudo di camera.)
È
evidente, anche qui, come l’appellativo de
Capriano sia indicativo della famiglia più che di un eventuale
luogo della residenza o delle proprietà, che per Lanfranco sono
dislocate in Pavone, come per Delfino. L’accostamento dei de
Cathegnano ai de Capriano, poi, è tutt’altro che casuale, ed anzi è
determinante per la corretta lettura di un altro documento, ritenuto
da Bonaglia altrettanto fondamentale per la vicenda medievale di
Cadignano, ma altrettanto meritevole di una analisi seria quanto il
precedente.
I
“fratres de Cathegnano”
Il
documento del 9 febbraio 1195 segnalato da Bonaglia è di pochi anni
posteriore al primo, e proviene dallo stesso ambiente leonense; in
qualche caso vi compaiono i medesimi attori, a cominciare
dall’abate Gonterio.
Non
ci soffermeremo sulla vicenda che diede origine all’atto, se non
per dire che all’epoca era in corso una risentita vertenza tra
l’abate di Leno e il vescovo di Brescia circa la giurisdizione
temporale e spirituale delle terre appartenenti al monastero,
questione delicata sotto diversi rispetti in un’epoca in cui la
religione coincideva con la politica e il suo esercizio con il
potere. In questo ambito le parti designarono due arbitri, che
dirimessero giuridicamente la lite, e costoro provvidero ad istruire
l’inchiesta, ricorrendo ad una fitta teoria di testimoni, le cui
dichiarazioni confluirono in lunghi verbali, sotto date diverse.
Ad uno di questi verbali appartiene il passo citato e discusso da
Bonaglia.
Riportiamo alcune
sezioni rilevanti del testo, che in parte non coincidono con quelle
commentate dallo storico verolese:
Laurentius
alberge de paono juravit testis se vidisse presbiteros &
clericos ecclesie de paono transmitti a domino leonensi abbate in
sua dispositione ubi ipse vult pro sacrorum ordinum receptione.
[...] Item dicit majorem partem decimarum de paono comprehensa
quarta ecclesie teneri pro domino abbate.
&
hec dicit se vidisse tempore sue memorie que est XL annorum &
plus. Interrogatus si decime tenentur pro episcopo ipso
loco Respondit nescio. sed dalfinus & illi de capriano
colligunt decimas ipso loco.
[...] Item dicit quod fratres ecclesie de paono colligunt decimas cum illis
de capriano & de cathegnano. & ex his ecclesia
habet quartam. Interrogatus si predicti de cathegnano & de
capriano dant olivas ecclesie de paono in dominica olivarum pro
decimis quas tenent. Respondit audivi quod ipsi dent ipsas olivas.
Item dicit omnes ecclesias de abbatia esse fundatas in allodio
sancti benedicti. Interrogatus respondit quia presbiteri &
clerici offitiantur illas ecclesias pro abbate.
Johannes
dalmiani de paono juravit testis se tempore sue memorie ||
que est XXX annorum et plus vidisse quod ecclesia de
p<a>uono baptizat pro leonensi abbate. & crisma &
oleum accipiunt eius fratres a monasterio. [...] Interrogatus si
decime tenentur per episcopum brisie loco paoni. Respondit nescio.
Interrogatus si decimis quas illi de capriano & de cathegnano
colligunt ecclesia de paono habet quartam. Respondit quod fratres
illius ecclesie colligunt cum eis ipsam decimam de qua quartam
accipiunt. quam dicit ipsos fratres tenere pro abbate. eo quod
baptismatis retinent offitia.
La
traduzione del passo ci obbliga già ad una interpretazione che
contrasta con quella del Bonaglia:
Lorenzo
Alberge di Pavone testimone sotto giuramento attestò di aver
visto i sacerdoti e i chierici della chiesa di Pavone essere
inviati dall’abate di Leno, a propria discrezione, dove vuole
lui perché ricevano gli ordini sacri. [...] Quindi sostiene che
la maggior parte delle decime di Pavone, compresa la quarta della
chiesa, è tenuta per conto dell’abate, e dice di aver visto così,
per quanto si ricorda, da quarant’anni e più. Interrogato se le
decime sono tenute per conto del vescovo in quel luogo, risponde:
“non so, ma Dalfino e quelli de
Capriano raccolgono le decime in quel luogo”. [...] Poi
dichiara che i fratelli
della chiesa di Pavone raccolgono le decime con quelli
de
Capriano e de Cathegnano
e la chiesa ne possiede la quarta. Interrogato se i suddetti
de Cathegnano e de Capriano
danno gli olivi alla chiesa di pavone la Domenica delle palme per
le decime che tengono, risponde: “Ho sentito che danno gli
olivi”. Inoltre dice che tutte le chiese sono state fondate
dall’abazia sulla proprietà di S. Benedetto (cioè del
monastero stesso). Interrogato risponde che i sacerdoti e i
chierici officiano quelle chiese per conto dell’abate.
Giovanni
Dalmiani di Pavone teste sotto giuramento testimoniò che, per
quanto si ricorda, da trent’anni e più ha visto che la chiesa
di Pavone battezza per conto dell’abate di Leno, e i
fratelli
di quella chiesa ricevono il crisma e l’olio dal monastero.
[...] Interrogato se le decime sono tenute per conto del vescovo
di Brescia nella località di Pavone, risponde: “Non so”.
Interrogato se delle decime che quelli
de
Capriano e de Cathegnano
raccolgono la chiesa di Pavone ne possiede la quarta, risponde che
i fratelli di quella
chiesa raccolgono insieme con loro la decima, di cui ricevono la
quarta. Questa dice che i fratelli
la tengono per conto dell’abate, in quanto esercitano
l’amministrazione del battesimo.
L’inchiesta
dei giudici insiste sugli elementi che attestano l’antico
esercizio della giurisdizione temporale e spirituale da parte
dell’abate leonense sulle parrocchie del circondario: una
giurisdizione che risulta evidente nella titolarità della decima,
ossia l’imposta del 10% sui prodotti o redditi che spettava per
diritto alla chiesa locale, nella persona di colui che ne era
investito.
Punto
chiave dell’argomentazione di Bonaglia è la dichiarazione che i
“fratres ecclesie de Paono
colligunt decimam cum illis de Capriano et de Cathegnano”,
tradotta da lui in questi termini: “i frati della chiesa di Pavone
raccolgono la decima insieme a quelli di Capriano e di Cadignano”.
Una simile interpretazione del testo originale lo conduce a
complicate serie di ipotesi, da lui stesso poste, almeno al
principio, con una certa riserva sull’inconsistenza documentaria:
[...]
le deposizioni di due testimoni [...] ci rendono informati
dell’esistenza di una cella monastica benedettina, con relativi
benefici patrimoniali e dipendente dalla famosa abbazia di Leno,
situata a Cadignano. Ciò significa, per quanto non esistano ancora documenti
comprovanti precedenti, che in questa località i rettori della
chiesa e gli amministratori erano monaci benedettini, dipendenti
territorialmente dal priorato di Pavone e quindi da Leno. Del resto, anche il titolo dei SS. Nazzaro e Celso della chiesa
parrocchiale è con ogni probabilità di origine monastica lenese.
Più
avanti il nostro storico si perde, invece, in distese dissertazioni
niente meno che sulla collocazione della presunta cella benedettina
nel tracciato urbano di Cadignano :
[...]
è proprio da queste testimonianze che apprendiamo
dell’esistenza di una cella, e forse addirittura di un priorato
benedettino di fondazione lenese a Cadignano. Poiché nella controversia fra il vescovo di Brescia e l’abate
di Leno si contende circa la giurisdizione, appare quasi certo che
non solo la parrocchia di Cadignano fino a tutto il sec. XII o non
esisteva ancora od era retta da monaci, ma anche che essa
dipendeva dall’abate di Leno e, in via subordinata, dal priore
benedettino di Pavone. Tutto ciò è molto esplicito nella dichiarazione del teste
Lorenzo Albergo, in quanto afferma categoricamente che i frati di
Cadignano raccolgono la decima, danno alla chiesa di Pavone rami
d’olivo la Domenica delle Palme, la loro chiesa è allodio
dell’abazia lenese ed i preti che vi officiano lo fanno a nome e
per delega dell’abate di Leno. Ed ora si pone spontanea tutta una serie di domande: dov’era il
convento? Quali e dove erano le sue proprietà fondiarie; quando
venne meno? Sono restate tracce della presenza benedettina?
E
comincia qui una serie di intricati e nemmeno sempre chiari
tentativi di localizzazione, che lo porterebbero ad individuare la
corte dei monaci più o meno dove si trova oggi la cascina Canonica,
mentre la chiesa parrocchiale odierna avrebbe preso il posto
dell’antica cappella; la quale, invero, avrebbe potuto sorgere
anche sul lato nord della costruzione; oppure poteva già trovarsi a
sud. Lampante!
Questa
incertezza di prospettive (e la riconosce di quando in quando
l’autore stesso) è assolutamente comprensibile, per il fatto che
scaturisce da un fondamentale equivoco, che va sciolto per chiarire
qualcosa.
Partiamo
dai “fratres ecclesie de
Paono”: il termine latino fratres
significa alla lettera “fratelli” e, a partire dal secolo XIII,
indicò Francescani, Domenicani, Carmelitani e membri di altri
ordini mendicanti, passando all’italiano moderno nella forma
“frati”. All’epoca di Gonterio e in quel contesto
ecclesiastico il vocabolo esprimeva, però, un concetto diverso da
quello che gli attribuiamo noi. Ogni chiesa del contado dotata
dell’autorità battesimale e della cura d’anime nel medioevo era
officiata da un gruppo di chierici gerarchicamente ordinato: vi era
un sacerdote superiore, l’archipresbyter
(arciprete), che presiedeva il clero locale, coadiuvato da altri
sacerdoti, diaconi, suddiaconi e semplici chierici, se la chiesa era
una pieve con ampia giurisdizione territoriale; nelle piccole
parrocchie il sacerdote rettore era affiancato invece da un piccolo
numero di collaboratori, che garantivano il servizio delle messe e
delle liturgie comuni, ma anche provvedevano all’amministrazione
del patrimonio della parrocchia, raccoglievano decime e tributi,
sorvegliavano e officiavano le cappelle sparse per la campagna,
gestivano gli ospizi, governavano i vari dipendenti, mantenevano i
contatti giuridici e spirituali con l’autorità ecclesiastica
sovraordinata, fosse essa l’arciprete della pieve matrice, il
vescovo ordinario della diocesi, l’abate o la badessa di qualche
monastero.
A questo consesso di ecclesiastici di vario grado e varia funzione
si attribuiva la qualifica di fratres
ecclesie, che noi potremmo interpretare come “il collegio dei
chierici della chiesa”: non si vuole dunque di norma indicare con
quel termine dei frati, né tanto meno dei monaci, ai quali non
sarebbe spettata se non in via indiretta la cura delle anime di una
parrocchia, ma il clero che governava la chiesa battesimale, anche
quando essa dipendesse da un monastero come quello di Leno. Così
era, infatti, per la chiesa di Pavone e per molte altre della
pianura orientale che da secoli appartenevano al dominio feudale
dell’abate leonense.
Quanto
a Cadignano, la desunzione non è comunque facile.
Ora
i “fratres ecclesie de Paono
— dice la testimonianza dell’Alberge — colligunt decimas
cum illis de Capriano et de Cathegnano” (raccolgono le decime
con quelli di Capriano e di Cadignano). Bonaglia intende che i
monaci di Pavone provvedevano alla riscossione con quelli
(cioè con i monaci) di Capriano e di Cadignano. Ma abbiamo visto
che i fratres non erano
monaci benedettini, bensì i chierici della chiesa battesimale:
dunque, se il senso della frase fosse che “i chierici di Pavone
raccolgono la decima con quelli (i chierici) di Capriano e di
Cadignano”, saremmo comunque rinviati all’organizzazione
parrocchiale e non monastica del nostro borgo. In realtà il testo
non ci consente nemmeno questa scappatoia di consolazione, poiché,
come abbiamo già avuto occasione di precisare a proposito della designatio feudorum del 1192, l’espressione de Cathegnano, come pure quella de
Capriano, non sono altro che individuazioni di carattere
familiare, analoghe in qualche modo ai nostri cognomi. In altri
termini, il documento ribadisce semplicemente che la riscossione
delle decime nella possessione leonense di Pavone era gestita di
comune accordo tra il clero della parrocchia e le famiglie di
vassalli monastici denominate de
Capriano e de Cathegnano, le quali del resto godevano di altri benefici feudali
dal monastero medesimo in quei dintorni.
Basterebbe
la lettura attenta, negli atti della controversia tra Gonterio ed il
vescovo Giovanni, delle testimonianze relative a Pavone
per rendersi conto dei frequentissimi indizi che confermano
l’ipotesi qui avanzata: ad esempio Alberto domine
Gisle di Pavone espone in dettaglio la stratificazione
gerarchica dei diritti di decima in quel territorio:
Interrogatus
si decime tenentur ipso loco pro || episcopo brisiensi. Respondit
audivi quod dominus Jacobus de martinengo teneat pro episcopo
filii vero albrici de capriano tenent pro domino Jacobo. &
quod capitanei de Rodingo teneant pro episcopo. & dalfinus de
cathegnano teneat pro ipsis de Rodingo. Interrogatus si ecclesia
habet quartam partium istorum de cathegano & de capriano.
Respondit quod comuniter colligunt. & quartam illius summe
habet ecclesia de paono.
(Interrogato
se le decime sono tenute in quel luogo per conto del vescovo di
Brescia, risponde: “Ho sentito che Giacomo
de Martinengo le tiene per il vescovo, mentre i figli di Albrico
de
Capriano le tengono per Giacomo Martinengo; e che i capitani
de
Rodingo le tengono per il vescovo e Dalfino
de
Cathegnano le tiene per i
de
Rodingo”. Interrogato se la chiesa [di
Pavone] possiede la quarta parte dei
de
Cathegnano e de Capriano,
risponde che raccolgono le decime in comune e la quarta parte di
quella somma la trattiene la chiesa di Pavone.)
Si
vede come la struttura feudale sia ormai complessa e ramificata, se
i vassalli principali del vescovo di Brescia, i Martinengo e i de
Rodingo, avevano subinfeudato la raccolta delle decime di quel
territorio a famiglie di vassalli minori che le gestivano insieme
alla chiesa parrocchiale, dipendente dal monastero di Leno.
Né
mancano diversi riferimenti precisi alla famiglia di Dalfino de
Cathegnano in altre testimonianze del dossier
dell’abate Gonterio: il medico Jacobus
ricorda di aver visto in passato “i fratelli della chiesa di
Pavone andare per quelle località con i de
Cathegnano e de Capriano
o con i loro delegati per raccogliere le decime del posto”.
Bianco Valdoni, depositario delle decime delle proprie terre per
conto dell’abate, risponde affermativamente alla domanda “se i
figli di Albrico de Capriano
e Dalfino tengono le decime di tutti i luoghi franchidi quel territorio”;
alla conferma, aggiunge poi una allusione interessante ai vicini di Pavone, che detengono dalle famiglie vassalle sopra
nominate i diritti su due appezzamenti: uno sprazzo di luce sulla
antica organizzazione del comune rurale.
Analoghe attestazioni produce il compaesano Gerardo Antelmi, con
l’aggiunta della partecipazione personale:
Interrogato
se i figli di Alberico de Capriano e Dalfino possiedono le decime delle tenute franche,
risponde che le hanno, ma non di tutte, perché anche i vicini
hanno la decima di due tenute franche e la chiesa di Pavone ha la
quarta parte che tiene per conto dell’abate. Interrogato se la
stessa quarta viene raccolta con partecipazione dei predetti figli
di Alberico e di Dalfino, risponde: “Sì, e anch’io per la
stessa chiesa l’ho raccolta con loro; e una volta fatta insieme
la raccolta, la chiesa ne trattiene la quarta parte”.
Insomma,
come si può vedere, i documenti che secondo Bonaglia godrebbero del
primato cronologico nella lista delle attestazioni di Cadignano,
dimostrandovi l’esistenza di una comunità ecclesiale organizzata
e la presenza attiva dei benedettini leonensi, non solo non
consentono tale individuazione, ma addirittura non appartengono per
nulla alla storia cadignanese, se non per una pura ricorrenza
onomastica, ormai sganciata dal riferimento topografico preciso.
La
figura onnipresente di Dalfino de Cathegnano, che compariva anche quale teste ufficiale nella
seconda seduta della vertenza, il 16 novembre 1194, “nella loggia
quadrata dell’episcopio di Brescia” insieme ai testi Natulo
arciprete di Gavardo, Giovanni chierico di Sacbiano e Oldefredo di
Cazzago,
è pertanto quella di un vassallo minore del monastero di Leno in
territorio di Pavone, dove possiede per concessione dell’abate
alcuni appezzamenti di terreno nonché il diritto di esazione delle
decime, condiviso con il clero di quella parrocchia e con la
famiglia de Capriano,
secondo un sottile sistema di gerarchie che si intravvede tra le
pieghe non sempre esplicite della sequela di testimonianze
ufficiali.
Del
resto, la famiglia de
Cathegnano non è altrimenti ignota alle vecchie carte, visto
che suoi membri compaiono come possessori di beni anche a Mosio, in
territorio oggi mantovano:
è ancora Bonaglia, poi, ad informarci che un Ugo de Categnano, indicato come console del luogo, è assegnatario di
beni del comune di Brescia in una designazione del 13 aprile 1227;
mentre dello stesso anno è uno strumento notarile dove compare in
veste di testimone un Oldefredo di Cadignano.
Alla medesima famiglia di piccoli feudatari dovrebbero appartenere
anche l’Albertus de
Catiniano testimone ad una investitura del 17 giugno 1074,
o il Gerardus de Cathegnano
comparente in atto analogo del 2 agosto 1160:
non è dunque a queste date, a questi atti, né a questi personaggi
che potremo chiedere luce sicura sugli eventi antichi del nostro
borgo.
E
con ciò, ci sembra, possiamo ritenere sgombrato il campo dagli
equivoci più palesi.
La
permuta di Rodengo (1136)
Se
i documenti di cui si è discorso fino a questo punto non sono
riferibili alla nostra storia, possiamo nonostante tutto ricomporre
alcune informazioni pressoché contemporanee, anche se molto meno
abbondanti di riferimenti topografici ed antropici al territorio
cadignanese. Modesta consolazione, ma tutt’altro che priva di
interesse.
Non
è possibile sostenere positivamente una qualche forma di
appartenenza di Cadignano al dominatus
del monastero di Leno, per quanto non la si possa neppure escludere
a priori, almeno per il periodo precedente. Ormai però sappiamo
quanta cautela occorra esercitare nell’avanzare teorie, che non
basta siano plausibili o avvincenti, ma devono essere seriamente
comprovate da documentazioni precise: non ci perderemo dunque in
disquisizioni, e ricorreremo ai pochi dati non incerti che abbiamo
potuto riesumare nelle nostre veloci ricognizioni.
Per dimostrare che
in Cadignano esistesse una parrocchia autonoma ed organizzata
bisogna scendere fino al 1284, quando in un atto del 26 agosto
compare un prete, presumibilmente il rettore della chiesa che tra il
suo clero non doveva avere più di un sacerdote, come teste ad un
rogito vescovile:
[...]
Actum est hoc in parlatorio prope cameram domini episcopi in
civitate Brixie, die sabbati XXVI augusti millesimo CCLXXXIIII,
indictione XII, presentibus dominis Graciadeo de Mantua,
presbitero Antonio, presbitero ecclesie de Cathegnano et Belebono
clerico plebis Trenzani, vocatis et rogatis testibus [...].
(Questo
atto fu stilato nel parlatorio presso la camera del vescovo nella
città di Brescia, il giorno sabato 26 agosto 1284, indizione 12ª,
alla presenza dei testimoni Graciadeo di Mantova, prete Antonio,
prete della chiesa di Cadignano, e Belebono chierico della pieve
di Trenzano.)
Al
di là di ciò, non possiamo allo stato delle conoscenze definire
un’organizzazione parrocchiale a Cadignano prima di quell’epoca;
il che non significa che non esistesse parrocchia, anzi
probabilmente essa esisteva da almeno un secolo, e tuttavia non è
possibile documentarla in via diretta. Nessuna informazione nemmeno
sulla dipendenza spirituale e temporale della chiesa e del suo
territorio dal vescovado o da qualche monastero.
Più
antico di oltre cento e cinquant’anni è, invece, un documento che
istituisce una relazione, assai labile peraltro, fra alcune proprietà
del nostro territorio ed il priorato cluniacense di S. Pietro in
Rodengo. L’atto, in data 31 agosto 1136, fu riesumato e pubblicato
nella sua forma latina da Guerrini;
protagonisti sono Ponzio (o Poncione) priore del monastero ed un
certo Alberto figlio di Guidone da Mairano, che permutano tra loro
alcuni fondi: il priore cede ad Alberto nove appezzamenti situati in
località detta Gathegnano;
in cambio Alberto consegna al monastero otto iugeri di terra nel
circondario di Rodengo, in località dallo strano nome di Inpolnigra.
Supponendo che lo scambio fosse equo, potremmo ritenere che i fondi
cadignanesi avessero misura più o meno equivalente a quella dei
terreni permutati, dunque intorno agli otto iugeri, ossia 6 piò
all’incirca: una estensione piuttosto modesta. Tuttavia, sempre
che la menzione di Cadignano sia corretta e che non si riferisca ad
altra omonima località, il dato più rilevante che questo contratto
ci offre sarebbe la presenza nei dintorni del paese di alcuni
terreni di proprietà del monastero di Rodengo. Altro non sappiamo
dire.
Offriamo
qui una approssimativa traduzione dell’approssimativo ed
intricatissimo latino cancelleresco dell’epoca:
Anno
dall’Incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo 1136, un
giorno prima delle calende di settembre [31
agosto], indizione 14ª.
Permuta
in buona fede si riconosce essere questo contratto, perché abbia
valore legale e per ciò stesso obblighi i contraenti.
Piacque,
dunque, e si convenne con buona volontà tra don Poncione priore
del monastero di S. Pietro di Rodengo e Alberto figlio di Guidone
da Mairano, che professarono di vivere secondo il diritto
longobardo, che in nome di Dio debbano dare, come al presente
diedero e si consegnarono tra loro, uno all’altro, mediante
questo documento di permuta, nominalmente [le
seguenti proprietà]:
anzitutto
don Poncione, priore del monastero di S. Pietro, per conto del suo
monastero, diede ad Alberto, a titolo di permuta, nove
appezzamenti di terra che si trovano nella località di
Gathegnano;
dal
canto suo il priore ricevette da Alberto, a titolo di permuta,
migliorati secondo la legge, otto iugeri di terra che si trovano
nel territorio di Rodengo, nella località chiamata
Inpolnigra.
Queste,
dunque, le proprietà che, insieme con gli accessi ed ingressi di
esse, tanto superiori che inferiori, come sopra si legge,
permutarono per intero tra loro, l’uno all’altro, mediante
questo documento di permuta, e nominalmente consegnarono, a
decorrere ciascuno dal giorno presente, tanto loro quanto i loro
successori ed eredi delle suddette proprietà che reciprocamente a
titolo di permuta permutarono per diritto di proprietà, qualunque
cosa vorranno o provvederanno e senza contraddizione di nessuna
delle due parti.
E
promisero le parti, tanto per sé quanto per i successori ed
eredi, allo stesso Alberto di difendere integralmente in ogni
tempo da chiunque le suddette proprietà che si sono consegnati
reciprocamente a titolo di permuta, conforme alla legge.
E
a confermare di questa permuta si recarono alle suddette proprietà
per la verifica con esperti estimatori, i cui nomi sono Alberto
monaco e Alberico di Rodengo. Invero gli estimatori convennero e
stimarono che il monastero riceveva ottime proprietà da Alberto,
e la permuta si poteva fare secondo la legge, in base alla quale
definirono tra loro anche la pena [per
la violazione del contratto] di una delle parti o dei
successori ed eredi di Alberto per le suddette proprietà che
reciprocamente a titolo di permuta si erano consegnati: se da
questo contratto di permuta presumessero allontanarsi e non si
atterranno ad esso, come sopra si legge, o se non difenderanno
entrambi integralmente da chiunque ciò che hanno permutato, dovrà
versare una parte all’altra il doppio del prezzo delle proprietà
per la loro bontà o valore in quel momento, secondo le stima di
quei luoghi.
Stilato
nella località di Rodengo.
Firma
autografa di don Poncione priore, che fece stilare questo atto di
permuta. Firma
autografa di Alberto, che fece stilare questo atto di permuta. Firma
autografa di Morando e Vechezone e Oddone
e Ambrogio e Pietro e
Alghisio o Pietro, testimoni. Io
Alberico, giudice del sacro palazzo, ho stilato ufficialmente
questo atto.
Dopo
i secoli XII-XIII, le fonti riecheggiano il nome di Cadignano
soltanto a proposito d’un paio di rettori della chiesa, quando
registrano la morte di fra Arrighino da Niardo nel 1374, e la sua
sostituzione il 5 maggio di quello stesso anno con Antonio da
Capriano, di Pompiano; alla stessa fonte d’archivio,
probabilmente, si deve la notizia del successore Giovanni de Stricafollis
di Pontevico.
Con
queste laconiche informazioni si chiude, per ora, la magra messe di
notizie documentarie su Cadignano e la sua parrocchia fino al secolo
XV.
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