3. La riforma
degli Acerbis (1852)
Col Montesanto i commissari di Trenzano avevano
fatto buon viso a cattivo gioco, e non
sembravano avere altra scelta, dal momento che,
nonostante le insistenze, i blandimenti, le
minacce, l’organaro mantovano non ci sentiva
proprio: l’organo era rimasto quel che era fin
dall’origine, uno strumento infelice.
Lo si vide chiaro dopo una
decina d’anni di esercizio, quando nel 1852 si
comprese che c’era già bisogno di una revisione
radicale, almeno per le parti meno riuscite. E
si constatò allora quanto avesse avuto ragione
Felice Cadei nel muovere i suoi rilievi sulla
mancanza d’energia del vento e i difetti in
certi meccanismi di ripetizione delle note o di
scorrimento delle leve.
Fu interpellata una
bottega cremonese, quella di Giovanni Battista
Acerbis e del figlio Luigi Vincenzo, noto per
aver lavorato alcuni anni prima a ristrutturare
l’organo delle monache della Visitazione a Salò
su cui, anche lì, aveva messo le mani nel 1830
l’ineffabile Ferdinando Montesanto agli esordi
della sua carriera.
Con gli Acerbis, che
tenevano officina in Borgo San Bernardo a
Cremona, il 26 marzo si stipulò un capitolato in
sette punti, per diverse migliorie da attuarsi
sullo strumento trenzanese del Montesanto.
In primo luogo due dei
quattro mantici andavano cambiati di sede,
probabilmente per consentire il successivo
importante intervento, ossia «levare ogni
Canale conducento il Vento all’Organo,
rimettendo ciò, con una riduzione, ed ordine
distributivo migliore del presente, procurando
con questo di dar maggior forza all’Organo»,
che era quanto aveva implicitamente suggerito il
Cadei nella sua relazione di tredici anni prima.
Conforme ai rilievi dell’organaro clarense era
anche il programma di rimaneggiare tutti i
meccanismi dello strumento, «in modo che si
possa avere prontezza, ed energia nell’Organo».
Quindi l’Acerbis si
impegnava a sostituire le canne eventualmente
danneggiate dai topi, che a quanto sembra erano
dominatori incontrastati del luogo dove era
collocato il corpo dell’organo, e per questo
saranno il ricorrente tormentone del povero
organaro Tonoli, quando vi collocherà il suo
nuovo strumento alcuni anni appresso.
Più inerente all’effetto
sonoro era l’incombenza assegnata al riparatore
«di rinforzare il Ripieno di detto Organo,
segnatamente nei soprani, regolando nel miglior
modo le ripetizioni dei ritornelli di tutti i
registri di Ripieno, in guisa che si abbia ad
avere l’unissonità di Armonia», con
naturalmente l’obbligo dell’incordatura
perfetta, previsto in qualunque contratto di
riparazione per qualunque organo che si
rispetti.
Il capitolo più
interessante, comunque, è il sesto:
Sarà
obbligato il detto Acerbis fabbricatore a fare
un’aggiunta d’un registro di Ripieno a detto
Organo, quale Registro sarà il Duodecima
composto di N.° 61 canne da fabbricarsi nuove, e
da collocarsi nel sumiere dell’attuale Registro
del Flauto Flauto [!] in duodecima,
perfezionando pure quest’aggiunta nel modo di
cui al capitolo antecedente; quale Registro poi
del Flauto in duodecima, resterà di proprietà
dell’artefice Acerbis.
Ora, il registro del
Flauto in duodecima del Montesanto era uno dei
pochi elementi che il Cadei non aveva censurato
nella sua stroncatura del ’39, ma tant’è: anche
quello era già deperito al punto da dover essere
sostituito. Tuttavia, una trasformazione del
genere poteva ricondursi più semplicemente al
mutato gusto dell’epoca, che amava poco le
combinazioni con un flauto di quell’intervallo
un po’ arcaico, come risulta del resto dal piano
degli organi contemporanei che di fatto non lo
contemplavano più.
Le ultime clausole del
capitolato prevedevano le solite attribuzioni di
obblighi alle due parti: la Fabbriceria era
tenuta a fornire falegname, muratore e
levamantici per una decina di giorni senza
aggravio per l’Acerbis, a scegliere il
collaudatore e fargli eseguire la perizia, al
quale giudizio il costruttore si sarebbe
attenuto scrupolosamente. Questi dal canto suo
prometteva di eseguire i lavori nel giro di due
mesi e di garantirli per un anno dopo il
collaudo, assicurando in seguito la manutenzione
dell’intero strumento. Il prezzo pattuito era di
650 lire austriache, corrisposte all’artefice
450 al termine dei lavori collaudati, e il resto
allo scadere della garanzia. Giovanni Battista
Acerbis, analfabeta, siglava il contratto con
una grande croce, confortata dalla convalida di
suo figlio Luigi Vincenzo.
Le riforme procedettero
nei termini previsti, o appena poco oltre, dal
momento che il 18 giugno il maestro Giovanni
Consolini presentava una breve
lettera di elogio per l’opera dell’Acerbis
invitando, in qualità di collaudatore nominato
dalla committenza, i fabbriceri trenzanesi a
corrispondere all’artigiano tutto il compenso
promessogli nella scrittura del 26 marzo.
Il Consolini era il
tassello mancante per compiere il quadro del
migliore ambiente musicale bresciano intorno
alla metà del secolo XIX: nato a Farfengo il 20
settembre 1818, morì in età avanzata a Savona il
25 maggio 1906, per le conseguenze di un
tentativo di suicidio. Pressoché autodidatta,
nella sua lunga vita ebbe ampie soddisfazioni,
in gioventù come operista e concertatore presso
il Teatro Grande, poi come insegnante di
pianoforte e organista in San Faustino a
Brescia; nel 1873 si trasferì a Savona come
direttore d’orchestra del teatro Chiabrera e
maestro di cappella in cattedrale; quindi a
Novara nel 1877; e ancora fu professore di
composizione a Milano e di canto a Padova; nel
1888 di nuovo a Savona, organista e maestro del
coro fino alla vecchiaia, intento sempre a
comporre soprattutto musica didattica e sacra,
di cui buona parte si conserva a Brescia presso
la basilica delle Grazie.
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