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Documenti

1795-1926

Raccolta di documenti relativi alla storia dell’organo della chiesa parrocchiale di Trenzano.  [pdf]

 

 

 

Studi

 

 

L’organo della chiesa parrocchiale di Trenzano 

di Tommaso Casanova

• terza parte

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  seconda parte

 

quarta parte 

 

 

3. La riforma degli Acerbis (1852)

 

Col Montesanto i commissari di Trenzano avevano fatto buon viso a cattivo gioco, e non sembravano avere altra scelta, dal momento che, nonostante le insistenze, i blandimenti, le minacce, l’organaro mantovano non ci sentiva proprio: l’organo era rimasto quel che era fin dall’origine, uno strumento infelice.

Lo si vide chiaro dopo una decina d’anni di esercizio, quando nel 1852 si comprese che c’era già bisogno di una revisione radicale, almeno per le parti meno riuscite. E si constatò allora quanto avesse avuto ragione Felice Cadei nel muovere i suoi rilievi sulla mancanza d’energia del vento e i difetti in certi meccanismi di ripetizione delle note o di scorrimento delle leve.

Fu interpellata una bottega cremonese, quella di Giovanni Battista Acerbis e del figlio Luigi Vincenzo, noto per aver lavorato alcuni anni prima a ristrutturare l’organo delle monache della Visitazione a Salò su cui, anche lì, aveva messo le mani nel 1830 l’ineffabile Ferdinando Montesanto agli esordi della sua carriera.

Con gli Acerbis, che tenevano officina in Borgo San Bernardo a Cremona, il 26 marzo si stipulò un capitolato in sette punti, per diverse migliorie da attuarsi sullo strumento trenzanese del Montesanto.

In primo luogo due dei quattro mantici andavano cambiati di sede, probabilmente per consentire il successivo importante intervento, ossia «levare ogni Canale conducento il Vento all’Organo, rimettendo ciò, con una riduzione, ed ordine distributivo migliore del presente, procurando con questo di dar maggior forza all’Organo», che era quanto aveva implicitamente suggerito il Cadei nella sua relazione di tredici anni prima. Conforme ai rilievi dell’organaro clarense era anche il programma di rimaneggiare tutti i meccanismi dello strumento, «in modo che si possa avere prontezza, ed energia nell’Organo».

Quindi l’Acerbis si impegnava a sostituire le canne eventualmente danneggiate dai topi, che a quanto sembra erano dominatori incontrastati del luogo dove era collocato il corpo dell’organo, e per questo saranno il ricorrente tormentone del povero organaro Tonoli, quando vi collocherà il suo nuovo strumento alcuni anni appresso.

Più inerente all’effetto sonoro era l’incombenza assegnata al riparatore «di rinforzare il Ripieno di detto Organo, segnatamente nei soprani, regolando nel miglior modo le ripetizioni dei ritornelli di tutti i registri di Ripieno, in guisa che si abbia ad avere l’unissonità di Armonia», con naturalmente l’obbligo dell’incordatura perfetta, previsto in qualunque contratto di riparazione per qualunque organo che si rispetti.

Il capitolo più interessante, comunque, è il sesto: 

Sarà obbligato il detto Acerbis fabbricatore a fare un’aggiunta d’un registro di Ripieno a detto Organo, quale Registro sarà il Duodecima composto di N.° 61 canne da fabbricarsi nuove, e da collocarsi nel sumiere dell’attuale Registro del Flauto Flauto [!] in duodecima, perfezionando pure quest’aggiunta nel modo di cui al capitolo antecedente; quale Registro poi del Flauto in duodecima, resterà di proprietà dell’artefice Acerbis.

Ora, il registro del Flauto in duodecima del Montesanto era uno dei pochi elementi che il Cadei non aveva censurato nella sua stroncatura del ’39, ma tant’è: anche quello era già deperito al punto da dover essere sostituito. Tuttavia, una trasformazione del genere poteva ricondursi più semplicemente al mutato gusto dell’epoca, che amava poco le combinazioni con un flauto di quell’intervallo un po’ arcaico, come risulta del resto dal piano degli organi contemporanei che di fatto non lo contemplavano più.

Le ultime clausole del capitolato prevedevano le solite attribuzioni di obblighi alle due parti: la Fabbriceria era tenuta a fornire falegname, muratore e levamantici per una decina di giorni senza aggravio per l’Acerbis, a scegliere il collaudatore e fargli eseguire la perizia, al quale giudizio il costruttore si sarebbe attenuto scrupolosamente. Questi dal canto suo prometteva di eseguire i lavori nel giro di due mesi e di garantirli per un anno dopo il collaudo, assicurando in seguito la manutenzione dell’intero strumento. Il prezzo pattuito era di 650 lire austriache, corrisposte all’artefice 450 al termine dei lavori collaudati, e il resto allo scadere della garanzia. Giovanni Battista Acerbis, analfabeta, siglava il contratto con una grande croce, confortata dalla convalida di suo figlio Luigi Vincenzo.

 

Le riforme procedettero nei termini previsti, o appena poco oltre, dal momento che il 18 giugno il maestro Giovanni Consolini presentava una breve lettera di elogio per l’opera dell’Acerbis invitando, in qualità di collaudatore nominato dalla committenza, i fabbriceri trenzanesi a corrispondere all’artigiano tutto il compenso promessogli nella scrittura del 26 marzo.

Il Consolini era il tassello mancante per compiere il quadro del migliore ambiente musicale bresciano intorno alla metà del secolo XIX: nato a Farfengo il 20 settembre 1818, morì in età avanzata a Savona il 25 maggio 1906, per le conseguenze di un tentativo di suicidio. Pressoché autodidatta, nella sua lunga vita ebbe ampie soddisfazioni, in gioventù come operista e concertatore presso il Teatro Grande, poi come insegnante di pianoforte e organista in San Faustino a Brescia; nel 1873 si trasferì a Savona come direttore d’orchestra del teatro Chiabrera e maestro di cappella in cattedrale; quindi a Novara nel 1877; e ancora fu professore di composizione a Milano e di canto a Padova; nel 1888 di nuovo a Savona, organista e maestro del coro fino alla vecchiaia, intento sempre a comporre soprattutto musica didattica e sacra, di cui buona parte si conserva a Brescia presso la basilica delle Grazie.

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  seconda parte

 

quarta parte 

© in rete dal 27/04/2008

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010