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Documenti

1795-1926

Raccolta di documenti relativi alla storia dell’organo della chiesa parrocchiale di Trenzano.  [pdf]

 

 

 

Studi

 

 

L’organo della chiesa parrocchiale di Trenzano

di Tommaso Casanova

 • seconda parte

[pdf]

 

  prima parte

 

terza parte 

 

 

2. L’organo di Ferdinando Montesanto (1837-42)

 

Non trascorsero otto anni interi dalle ultime riparazioni del Merlotti, che il vecchio organo della chiesa maggiore di Trenzano ritornava alla ribalta dell’interesse dei responsabili, ma questa volta per essere definitivamente pensionato, avendo ormai esaurito, a parere dei fabbriceri del tempo, il suo onorato servizio, che non doveva tuttavia contare molto più di mezzo secolo. Forse non è gran titolo di merito per un organo venire dismesso dopo solo pochi decenni di attività, quando sappiamo di strumenti carichi di arte e di anni, che sopravvissero almeno in parte agli affronti del tempo e degli uomini, conducendo fino ai nostri giorni la memoria degli antichi artigiani che li edificarono: e a maggior ragione in una terra come quella bresciana, che vide nascere sul declinare del Quattrocento una delle più notevoli tradizioni organarie di scuola italiana, e coltivò quella tradizione facendone per quattro secoli quasi il marchio dell’organaria lombarda. Ma tant’è: i notabili parrocchiali trovarono ormai inopportuno continuare a utilizzare l’organo settecentesco, pur con le sistemazioni di non molti anni prima; e di concerto con il parroco don Giambattista Martinelli deliberarono di procedere alla realizzazione di un nuovo strumento.

A tal fine si costituì a fianco della ordinaria Fabbriceria, composta all’epoca da Giuseppe Marchetti, Antonio Maifredi e Paolo Mazzola, un collegio di tre delegati chiamati deputati all’organo, possidenti locali tutti della famiglia Remondina: Bartolomeo, Giambono e Luigi. Sembrerebbe, dunque, che a questa famiglia si debba in buona parte l’iniziativa e forse la pressione per intraprendere la costosa impresa; e invero, accanto all’arciprete Martinelli, tra i maggiori sponsorizzatori e finanziatori ci fu appunto Luigi Remondina, con due altri personaggi dello stesso cognome, Giambattista e Amadio.

Rilevata, dunque, l’indifferibile urgenza «di fare [...] costruir un’Organo nuovo, di cui per verità questa Parrocchiale trovasi in estremo bisogno», la commissione predisposta allo scopo si riunì il 15 febbraio 1837 nel locale della sacrestia, dove abitualmente si tenevano le adunanze di Fabbriceria, e deliberò le procedure da seguirsi in quella circostanza: anzitutto occorreva appaltare il progetto, che poteva anche basarsi su un modello di organo già esistente; quindi si doveva redigere un contratto con un costruttore capace, col quale si sarebbero convenute le condizioni di pagamento, dilazionate in almeno tre anni; ciò senza dimenticare di far sorvegliare l’esecuzione dell’impegnativa opera e di provvedere a un regolare collaudo a lavoro ultimato. Rimaneva il problema dei finanziamenti, cui si pensò di far fronte mediante una sottoscrizione, da promuovere prima di intraprendere l’itinerario prestabilito, per un motivo abbastanza comprensibile: il progetto da commissionarsi doveva fare i conti con la disponibilità effettiva di denaro, dunque i responsabili volevano in questa prima fase racimolare almeno qualche sicura promessa di contribuzione, per darsi un’idea di dove avrebbero potuto mirare al momento dell’accordo con l’organaro.

Il giorno seguente i membri del comitato stilarono l’atto ufficiale in cui sancivano le deliberazioni assunte e inauguravano la raccolta delle offerte: il primo e più generoso dei sottoscrittori fu il parroco Martinelli, che garantì ben 1.000 lire austriache, scrupolosamente annotate in calce all’atto privato del 16 febbraio ‘37; al suo nome seguiva una lista di trentanove offerenti, che impegnavano somme diverse, fra le 3 e le 400 lire austriache, per un totale di 2.461,70 lire: cosa non da poco, tanto per cominciare. I sottoscrittori, in gran parte semplici popolani illetterati, che affidavano la garanzia della propria parola a una croce maldestramente tracciata sulla pagina, si impegnavano, conforme al documento che sottoscrivevano, a dilazionare il proprio spontaneo contributo in tre momenti, consegnando la prima quota all’atto della firma e il resto in due rate a scadenza annuale.

Mentre adempivano a questa poco simpatica e pure irrinunciabile incombenza, i deputati provvedevano altresì a consultare alcuni artigiani organari, richiedendo loro progetti e preventivi da poter valutare per procedere poi a una scelta opportunamente oculata dello strumento per la propria chiesa maggiore. Ci sono conservate due di queste proposte d’opera: ambedue prive di data, ma presumibilmente riferibili a questa fase preliminare di indagine e di ponderata individuazione della migliore occasione. Il primo dei due progetti è privo di firma, ma è riconducibile, per l’inconfondibile grafia e il curioso modo di esprimersi, all’organaro di Chiari Felice Cadei; l’altro è sottoscritto da uno degli artigiani più fiorenti all’epoca in ambito padano: Angelo Amati di Pavia.

La famiglia Amati aveva intrapreso la professione organaria, con i fratelli Alessio (†1815) e Luigi († ante 1829), tra la seconda parte del secolo XVIII e il principio del successivo; i figli di Alessio, Giuseppe († ante 1829) e Antonio (†1834), avevano proseguito l’attività della ditta paterna, lasciandola in eredità infine ad Angelo, figlio di Antonio, che ne seguitò con competenza e successo l’attività per il resto della sua esistenza, fino al 1880. Con lui tuttavia si estinse la vitalità artigiana della bottega.

L’Amati in quei mesi sembra stesse lavorando a Ostiano, ed era in relazione con il noto organista Bartolomeo Bresciani, allora maestro di cappella del duomo di Brescia, che nel luglio di quello stesso anno 1837 procurò all’organaro un contratto con la Fabbriceria di Quinzano, siglato poi il 7 settembre successivo. Il Bresciani era (come mostrano i documenti di cui diremo più oltre) consulente di fiducia anche della deputazione all’organo trenzanese, e probabilmente anche a Trenzano fu lui a mettere in contatto le parti.

L’organaro pavese presentò ai deputati un progetto dignitosissimo, per un organo a due manuali di 66 tasti (58 reali) con un grand’organo di 16 piedi, molto simile a quello che poi realizzò per la parrocchiale di Quinzano, e un organo eco di 8 piedi, per circa duemila canne complessive, cinque somieri e quattro mantici a stecca. Il carattere dell’opera garantiva una impronta globale ben definita nell’orbita della più radicata tradizione lombarda, affezionata ancora ai ricchi corredi di mutazioni in file separate, una decina nel progetto fino alla Quadragesima, con la solita spezzatura dei principali e dei registri strumentali in due serie separate di ventiquattro bassi e trentaquattro soprani e con impiego parsimonioso di ance, violeggianti e percussioni.

Ma il progetto di maggiore interesse è probabilmente quello proposto da Felice Cadei, un intraprendente personaggio pieno di iniziativa e qualificato consigliere della parrocchia di Trenzano, come di diverse altre, per quanto concerneva la competenza tecnica in fatto di strumenti organistici. Operante prima a Chiari, poi a Ospitaletto, non si sa gran che di lui, salvo che era apprezzato per l’estro di esecutore più che per l’abilità artigianale; ma le sue variegate frequentazioni e l’influenza esercitata su numerose Fabbricerie della provincia gli attesterebbero quanto meno un cospicuo pubblico di estimatori anche sotto il profilo di costruttore. Del resto, studi più approfonditi promettono di rivelare una insospettata diffusione e qualità dell’opera del clarense, che una rapida scorsa ad alcuni repertori mostra abbastanza significativa anche se limitata al puro e semplice elenco.

Anch’egli erede di una officina già avviata da due generazioni (il nonno Giuseppe Antonio; il padre Luigi e lo zio Antonio), la sua attività è documentata con sicurezza tra il 1829 e il 1857, l’anno della morte; dopo di che, sembra lasciasse tutto a un suo discepolo: Giuseppe Zamboni, il quale si dice erede di quel maestro almeno a partire dal 1858. Alla scuola del Cadei pare fosse stato iniziato nell’arte organaria anche quel Giovanni Maccarinelli che in seguito, dopo aver cooperato lungamente con la celebre officina di Giovanni Tonoli (su cui non mancherà occasione di soffermarci a lungo più avanti), insieme al figlio Armando ne proseguì l’attività e ne prolungò la fama fino ai nostri giorni.

L’organaro clarense propose dunque nel suo piano un sontuoso organo, assai simile come dimensioni e struttura a quello disegnato dal concorrente Amati: tastiera unica di 64 tasti (58 effettivi) spezzati in ventisei bassi e trentadue soprani; pedaliera di ventun tasti; sei somieri e cinque mantici a stecca. Alcune caratterizzazioni rendevano però lo strumento affatto personale, come la presenza di undici file di mutazioni distinte fino alla Quadragesimasesta, e la fioritura di ben tre registri di cornetto a due voci nella sezione strumentale e di un ulteriore cornetto a tre voci nell’organo eco, nonché una profusione di registri a percussione, nel fragoroso gusto bandistico di quella stagione risorgimentale.

Solo il Cadei, a differenza dell’Amati, si preoccupava di dettagliare minuziosamente i costi registro per registro: ne scaturiva un preventivo di spesa tutt’altro che esoso, anche in considerazione della ricchezza dello strumento in progetto, per 8.650 lire austriache. Un appunto della commissione, stranamente redatto sul verso del prospetto Amati, ammonisce: 

dimanda del Signor Cadei sulla descrizione entro Austriache lire 9500 e bonificatto l’atuale austriache lire L. 800 -
pagamenti L. 500 alla scrittura
lire L. 1000 un anno doppo l’epoca della scrittura
il rimanente alla metta importo reso l’organo sonabile ed il saldo ripartito in quatro anni in ratte eguali

e pare alludere a un accordo sul prezzo, che dal progetto completo ammontava a 9.500 lire, cui andavano sottratte le 800 lire del valore attribuito all’organo esistente («bonificatto l’atuale»), che sarebbe stato dato dentro al costruttore in conto di una quota del compenso. Non è chiaro, comunque, se la «dimanda del Signor Cadei» si riferisse a un problema avanzato dal clarense sulla proposta avversa, o riguardasse invece il suo stesso progetto.

 

Di fatto, comunque, nessuno dei due organari ebbe fortuna con la propria proposta, poiché l’approvazione dei committenti trenzanesi cadde su un terzo, il mantovano Ferdinando Montesanto.

A dire il vero, non si sa se avesse partecipato anche lui al concorso con un suo preventivo; solo risulta che, con missiva del giugno 1837, la Fabbriceria gli comunicava il desiderio «di far costruire un Organo in questa Chiesa Parrocchiale sul Piano appuntino che a Lei rassegna qui unito»: parrebbe, dunque, che i deputati gli mandassero un progetto già predisposto e gli chiedessero se accettava di realizzarlo; né vi è altro accenno, nella comunicazione, a qualche eventuale accordo già intercorso con l’artista.

Del resto, nel medesimo foglio dove è riportata copia della lettera al Montesanto, è annotato un messaggio a un certo «signor Merlini», che viene pregato di consegnare di persona il progetto all’organaro e di persuaderlo ad accettare l’incarico, badando bene a non rivelargli che altri suoi colleghi erano stati consultati in vista dell’impresa: 

Quì inclusa troverà dissugellata una lettera diretta al Signor Montessanti con entro il Piano per l’Organo da costruirsi
Dopo letta fermamente la suggellerà e si compiacerà farla avere al detto Professore fedelmente -
Lei non farà noto in maniera alcuna che se ne esperì con altri Professori né quale sia la opinione da spendersi in somma, ma si compiacerà soltanto persuadere il detto Montessanti ad assumerne l’incarico e di riscontrare con sollecitudine alla lettera.

Si avrebbe l’impressione che il nome del Montesanto fosse stato proposto in privato agli incaricati da persona di fiducia (forse lo stesso Merlini), e che le procedure del regolare concorso fossero state all’improvviso abbandonate, per una azione del tutto informale. In effetti, la comunicazione inviata all’artigiano sembra presumere che l’interessato non fosse ancora a conoscenza dell’impegno assunto con lui dai trenzanesi, né vi si fa esplicita menzione di un suo eventuale progetto già noto. In ogni caso, l’appuntamento con l’artigiano, che gli scriventi fissano in Brescia, fa pensare che l’organaro mantovano fosse occupato all’epoca in quella città.

 

Di Ferdinando Montesanto non si conosce a tutt’oggi pressoché nulla, salvo che aveva lavorato nel 1830 a Salò, nella chiesa annessa al monastero della Visitazione di Santa Maria, per completare alcune operazioni eseguite in conformità a un contratto del 1827 da certo Luigi Montesanto, che poteva essere suo padre, al quale il figlio sarebbe succeduto nella titolarità della ditta forse proprio in quel lasso di tempo.

All’invito dei trenzanesi con tempestività l’artigiano rispose positivamente; e senza por tempo in mezzo si predispose il contratto, sottoscritto dalle parti il 6 luglio 1837. L’atto privato si compone di otto articoli, che dettano i termini delle operazioni: il costruttore in esso si impegna a realizzare un organo, conforme alla descrizione allegata, entro l’aprile dell’anno successivo. Il prezzo è concordato nella cifra di 8.500 lire austriache (il progetto Cadei ne importava 9.500), da versarsi al contraente mille prima di Natale quale caparra, altrettante a collaudo avvenuto, e il rimanente in tre eque rate annuali fino a estinzione del debito. La somma pattuita comprendeva anche il valore dell’organo preesistente, valutato 600 lire, con la clausola che i fabbriceri avrebbero potuto venderlo liberamente per il prezzo che riuscivano a spuntare, rimanendo debitori del Montesanto comunque per le sole 600 lire; mentre, nel caso disgraziato che non fossero riusciti a piazzare il vecchio strumento in tre anni, l’organaro ne sarebbe entrato in possesso, scontando sul prezzo globale il suo valore stimato.

Gli altri articoli del capitolato definiscono alcuni specifici oneri a carico della committenza, come il trasporto dell’organo nuovo, l’alloggio degli operai alla messa in opera, l’assistenza di un levamantici per l’accordatura; infine si determina la garanzia di tre anni fornita dal costruttore e l’impegno di collaudare lo strumento entro otto giorni dalla consegna, pena la perdita del diritto di appello da parte della parrocchia di Trenzano.

Ciò che più incuriosisce è, però, il piano dell’opera allegato alla convenzione del 6 luglio, del quale in sintesi il prospetto era il seguente: 

1

Principale di 16 piedi basso

canne

29

2

Principale di 16 piedi soprano

"

32

3

Principale primo di 8 piedi basso (in facciata)

"

29

4

Principale primo di 8 piedi soprano (segue facciata)

"

32

5

Principale secondo basso

"

17

6

Principale secondo soprano

"

32

7

Ottava basso

"

29

8

Ottava soprano

"

32

9

Quintadecima

"

61

10

Decima nona

"

61

11

Vigesima seconda

"

61

12

Vigesima sesta

"

61

13

Vigesima nona

"

61

14

Trigesima terza e sesta (unite)

"

122

 

Canne di Ripieno od Istromenti

 

 

15

Flauto Principale soprano

"

32

16

Flauto traversiere

"

32

17

Flauto in ottava soprano

"

32

18

Trombe basso in lamine di rame

"

29

19

Trombe soprano di stagno

"

32

20

Fagotto basso con canne di legno

"

29

21

Corno Inglese con canne di buona lega

"

32

22

Violoncello di 4 piedi armonici

"

29

23

Ottavino militare

"

32

24

Viola basso

"

29

25

Flagioletto basso

"

29

26

Voce Umana

"

32

27

Cornetto primo

"

64

28

Cornetto secondo

"

64

29

Flauto in XIIª

"

61

 

Bassi alla Pedaliera

 

 

30

Contrabassi

"

16

31

Ottave dei Contrabassi

"

20

32

Ottave di Rinforzo

"

20

33

Decime quinte

"

20

34

Tromboni

"

20

35

Bombarde

"

20

36

Timpani

"

12

37

Rullo a vento

"

3

 

 

 

_____ 

 

totale

canne

1338

Ognuno dei registri completi era composto, dunque, di 61 tasti per cinque ottave dal do1 al do6, spezzate al solito in due serie: 29 note di basso dal do1 al mi3, e 32 note di soprano dal fa3 al do6. I registri erano ordinati, come sempre, nelle sezioni dei principali e degli strumenti: alla prima appartenevano un principale di 16' e due principali di 8', di cui il secondo, scavezzo ossia mancante della prima ottava, iniziava dal do2. Quindi sei registri interi di mutazione semplice, fino alla Vigesimanona; e per ultimo, un unico registro intero di mutazione composta, la Trigesimaterza-Trigesimasesta, costituita da due file di canne accoppiate (122 canne complessive, in due file di 61) facenti capo a un solo comando di innesto, secondo una formula normalmente esperita nell’organistica straniera, ma abbastanza rara ed evitata nella severa tradizione lombarda, ispirata alla purezza dei timbri impressa in età rinascimentale dalla bottega Antegnati e dai suoi emuli nei secoli seguenti.

Già questa timida innovazione mostra una certa tentazione di intraprendenza da parte dell’artista mantovano, che si distaccava in qualche modo, anche se con estrema cautela, dalla convenzione radicata nelle botteghe organarie locali. Del resto, non mancano nel suo progetto altri spunti di individualità, come la «Pedagliera di noce di Pedali 20 a dopio sistema siccome dell’ultima invenzione dell’artefice»; o ancora, in un settore assai più delicato, la «Accordatura delle canne a lingua con movimento a vite, invenzione del Montesanto». Non è escluso che, perizia dell’artefice a parte, questa inventività di cui egli menava vanto abbia contribuito a rendere ostili nei suoi confronti musicisti come per esempio il Bresciani, intimamente legati a una concezione estetica e costruttiva tradizionale, incarnata da botteghe come quella pavese dell’Amati, meglio inquadrate nel solco della consuetudine e meno propense a incursioni sperimentali.

Comunque le intraprendenze del Montesanto non arrivavano a sentori di rivoluzione. E anzi il mantovano si conformava volentieri all’uso contemporaneo quando impostava in perfetto equilibrio la parte «di Ripieno od Istromenti» impiegando, accanto alle abituali serie di Flauti, quattro file di ance equamente distribuite tra acuti e gravi (Trombe bassi e soprani, Fagotto bassi e Corno inglese soprani), e due violeggianti (Violoncello e Viola) ai bassi. Il Cornetto primo e secondo, come si vede dalle 64 canne, erano destinati al soprano (32 tasti) e formati per ciascun registro da due file di canne. Qualche pesantezza era riservata al pedale, ma niente percussioni all’infuori di 12 campanelli. All’antica era il somiere principale a ventilabri (le valvole preferite da più di tre secoli nell’ambito lombardo), e la «Tastiera di tasti sessantuno coperti di ebano, ed i così detti diesis coperti di osso bianco». Al prospetto di cantoria, infine, erano destinate in numero imprecisato le canne di stagno del Principale primo basso di 8', e forse in parte quelle del Principale primo soprano.

 

Al principio tutto liscio: l’unico problema pareva l’esiguità del camerino che doveva contenere tutto il corpo del nuovo strumento, e che richiedeva dunque un ampliamento, magari ritoccando ancora le dimensioni della cassa esterna, che andavano definite al principio dell’opera per consentire all’artefice di disporre delle misure esatte e poter così approntare il somiere principale nelle corrette proporzioni. Una settimana prima di Natale la Fabbriceria provvide ad accordarsi con il creditore per il versamento della caparra, che gli fu recapitata da un certo signor Duina di Brescia, emissario dei trenzanesi, il 5 gennaio ‘38.

Intanto il tempo procedeva rapidamente verso il temine di aprile fissato per la consegna, mentre a Trenzano i delegati cominciavano a premunirsi in vista del trasporto del nuovo apparato, e per l’approntamento dell’apposito locale in chiesa, smontando il vecchio organo divenuto ormai inutile. In una corrispondenza del principio di marzo la commissione chiedeva disposizioni alla bottega mantovana, e sollecitava la presenza di un competente per sovrintendere allo smontaggio, implicitamente rammentando al Montesanto il rispetto dei patti circa i termini contrattuali della fornitura.

L’intempestività però, quella volta, non andava – a suo dire – addebitata al povero organaro, che per parte sua aveva cercato di comunicare con i committenti fin da prima di Natale, ma la sua lettera era giunta a Trenzano soltanto l’8 marzo per qualche disguido delle poste (austriache, s’intende). In ogni caso ci si aspettava da lui che mandasse «un pratico a levare l’esistente» organo, che – come si ricorderà – sarebbe divenuto proprietà dell’artigiano, caso mai la Fabbriceria locale non ne avesse individuato un acquirente nel giro di tre anni.

Sarebbe stato, tuttavia, affatto strano se tutto fosse proceduto senza intoppi, così che la consegna si completasse puntualmente entro i termini previsti, ché, per l’esperienza che se ne ha dalle vecchie carte, ciò non succedeva se non molto di rado a quei tempi. Né il Montesanto sfuggiva a questa antica qualità dei costruttori d’organi, tanto è vero che uno scritto del comitato, privo di data ma appartenente alla primavera inoltrata, cominciava a mostrare una certa secca diffidenza da parte del sempre cerimonioso locale segretario Spalenza: il Montesanto, forse a giustificazione del ritardo, aveva invitato i committenti a visitare la sua bottega in Mantova, per rendersi conto di persona del procedere delle opere di loro interesse; lo scrivente replicava acido che «Tanto li Deputati che i Fabbricieri non si trovano in grado per ora imprendere un viaggio che non ne conoscono la necessità»; quindi procurasse di venire lui a Trenzano, che «di conferenza» si poteva combinare tutto quello che si aveva a combinare.

Al principio di luglio qualcosa s’era mosso, e il mantovano invitava gli stimatissimi fabbriceri e deputati «per il trasporto del nuovo Organo da Mantova a qui per il giorno 23 corrente, siccome io avrò approntato il carrico dei materiali componenti lo stesso onde soddisfare alle brame loro di averlo al più presto completato».

Allora i trenzanesi si diedero a fervidi lavori di allestimento, soprattutto intorno alla cassa che – come s’è detto – dovendo allargarsi la camera dei somieri, andava perlomeno adattata alle nuove dimensioni. Al 22 e 30 maggio si riconducono tre causali di pagamento per fornitura di materiali edilizi; il 2 giugno viene retribuito il levamantici Possenti «per assistenza al Montesanto», che in quel giorno probabilmente si era recato a Trenzano per smontare l’organo preesistente dimissionato.

Di maggiore interesse, una fattura di 202 lire milanesi complessive, datata 19 luglio 1838, descrive le opere eseguite da un falegname locale per la sistemazione della cassa e per la relativa decorazione approntata da una bottega di Brescia: vi si parla di «due Lesenoni in quatro parti Con Cornici e Socholo Con architravo», e poi di «Intagli Fatti dal Signor Iolli di Bresia Cioe due Capitelli Ionichi due Cascate e due vazi». Si tratta senz’altro dei due ampliamenti laterali della cassa settecentesca, la quale fu conservata tale e quale, limitandosi l’intervento ad avanzarla rispetto alla parete retrostante e a ricoprire le aperture risultanti con le vistose e invero poco intonate paraste ioniche che vi fanno bella mostra a tutt’oggi.

Peraltro il termine del 23 luglio slittò ancora di una settimana, poiché il trasporto dell’organo nuovo si effettuò alla fine del mese e durò un paio di giorni, come illustra una polizza della «Spesa pagatta da Giambattista Remondina pel trasporto Organo da Mantova a Trenzano», che permette anche di seguirne il percorso dalla città dei Gonzaga, dove si procurò la biada e il fieno ai cavalli nonché la cena e quindi il pranzo prima della partenza ai due carrettieri, fino alla sua destinazione, con il pernottamento a Guidizzolo, le difficoltà incontrate a Castiglione delle Stiviere, la sosta a Montichiari, e infine l’arrivo a Brescia, dove l’organo passò un’altra nottata.

Il primo agosto la gran macchina arrivava a Trenzano, ma senza il suo ideatore; il quale, impedito da una malattia, aveva lasciato mano libera ai suoi agenti, in primis certo Angeloni, di procedere nei lavori necessari. Ma – c’è da credere – non con pieno gradimento della Fabbriceria locale, che pretendeva la presenza del maestro, se non altro a garanzia della genuinità delle varie operazioni: ad essa il Montesanto scriveva il 10 agosto, con un’ombra di disappunto, che la sua salute esigeva un alloggio adeguato a carico della committenza; e ne faceva una condizione tassativa, giacché 

Ogni sollecitudine, amore per il buon esito dell’opera è in me, onde corrispondere all’aspettativa generale; ma senza la loro cooperazione il mio spirito languirà, e diverò nuovamente infermo fisicamente per il peggio di me, di loro.

Così il Montesanto; ma il bello era ancora da venire.

Il lavoro si prolungò per diverse settimane: ne abbiamo qualche sporadico sentore da alcune voci del quaderno di spesa, che distribuisce varie uscite nei mesi di agosto e settembre; la più significativa è quella di 31 lire il 21 ottobre a Possenti «per assistenza di levamantici al Montessanto», che mostra l’organaro presente a Trenzano in quei giorni a compiere l’accordatura definitiva.

 

Il contratto del 6 luglio ‘37 prevedeva – come si ricorderà – che la deputazione all’organo fosse tenuta a far collaudare lo strumento entro otto giorni dalla consegna in perfetta efficienza: e difatti sotto la data dell’8 novembre 1838 sono vergate un paio di causali del tutto esplicite in proposito: 

8 Novembre Bresciani Bortolo professore per Visita all’organo -                     L. 47,50
Vitto al medesimo ed agli Assistenti -                                                        L. 14,75

È la prima volta, qui, che compare nelle fonti trenzanesi il nome del maestro Bortolo Bresciani, ma egli doveva essere in rapporti con la Fabbriceria della locale parrocchia da tempo, e verosimilmente si dovevano a lui – come si è avuto occasione di osservare – i contatti, poi purtroppo falliti, con l’organaro Amati di Pavia.

Il Bresciani era allora una personalità tra le più significative e influenti nel mondo musicale bresciano, tanto per il dignitoso livello della sua attività di compositore ed esecutore, quanto per i numerosi e distinti incarichi da lui rivestiti. Figlio dell’organista Giovanni Battista, era nato a Brescia il 30 gennaio 1786 e si era formato artisticamente in patria alla scuola di Gaspare Turini detto Bertoni, e quindi a Bologna, sotto la guida dell’abate Stanislao Mattei, esperto contrappuntista nella tradizione della città emiliana. Intorno al 1827 il musicista era stato assunto quale organista della cattedrale bresciana, e un paio d’anni dopo aveva cumulato al primo ufficio quello di maestro di cappella, che forse esercitava informalmente fin da prima. Ma non è tutto: al Teatro Grande della città godeva l’incarico di maestro concertatore, nonché quello di maestro di cappella presso l’Accademia degli Erranti.

Monopolizzatore della vita musicale di Brescia nel primo ‘800, veniva descritto dai contemporanei come abilissimo esecutore dalla fantasiosa improvvisazione: di lui era rimasta celebre un’esibizione al pianoforte, durante gli intervalli di una rappresentazione dell’Orfeo ed Euridice di Gluck nella sala della Società Filarmonica Apollo di Brescia nel 1808. Infaticabile organizzatore di concerti ed educatore capace di incidere segni tangibili nel tessuto artistico locale, vivaci ancora dopo la sua morte avvenuta il 31 dicembre 1846, soprattutto si distingueva come compositore di una certa abilità, tanto che lasciò parecchie opere inedite nell’archivio del Capitolo del duomo.

 

Al celebre maestro Bresciani, dunque, la parrocchia di Trenzano affidò l’incombenza di vagliare la qualità del lavoro di Ferdinando Montesanto, fresco di messa in opera; e tuttavia questo primo collaudo non ebbe successo, poiché il 20 novembre 1838 il costruttore, firmando sul posto la ricevuta del secondo acconto di mille lire che contrattualmente gli spettava dopo la verifica del suo strumento, dichiarava che restasse «di comune consenso cancellata la visita fatta dal Signor Maestro Bressiani, ed in pieno vigore la scrittura di contratto 6 Luglio 1837»; in cambio si obbligava a render l’opera collaudabile entro il seguente aprile ‘39 a tutto suo carico. Non pare d’esser malfidenti immaginando che il collaudatore si fosse pronunciato sfavorevolmente all’organaro, tanto più che questi chiedeva un’ulteriore deroga di altri sei mesi al suo impegno di consegnare l’opera in condizioni inappuntabili.

Sei mesi dopo, il 25 aprile 1839, Montesanto dichiarava che l’organo sarebbe stato collaudabile entro la fine del mese corrente, e invitava i committenti a nominare al più presto il collaudatore; ancora due giorni e otteneva risposta affermativa dagli interessati.

La deputazione designò alla delicata incombenza di nuovo il maestro Bresciani, protagonista già del primo invalidato collaudo, il quale si premurava di riscontrare la rispettabile Fabbriceria che il giorno a lui consono «per fare i dovuti esperimenti al nuovo organo e darne un giudizio definitivo» sarebbe stato il lunedi 6 maggio. Prontamente si provvide a darne comunicazione al fabbricante Montesanto, il quale naturalmente doveva presenziare per la validità legale della prova.

Di questa perizia sopravvive il verbale steso dal professore incaricato, giusto perché diede adito a una vertenza giudiziaria trascinatasi poi per diversi anni. L’insigne musicista della cattedrale e del teatro di Brescia, che esaminava per la seconda volta lo strumento, preso atto che quanto a struttura e materiali esso era conforme al piano sottoscritto dal costruttore nel 1837, lo trovava tuttavia 

in generale diffettoso nella parte armonica, specialmente sul Principale di 16 piedi, il quale oltre ad essere molto esile nella voce, manca in molte canne della dovuta intuonazione come mancano d’intuonazione alcune canne dei registri componenti il ripeno, ed i Contrabassi restano alquanto fiacchi, come sono di voce fiacca in generale anche i Registri di concerto: insomma in generale i due difetti dominanti in quest’organo sono nell’incordatura e nella forza, i quali potranno essere tolti con intuonare meglio le canne, e col condurre meglio e rinforzare il vento, coll’aggiugnere un qualche mantice, che in allora la voce potrà sortire più energica e robusta, e per conseguenza più gradevole, e l’opera sarà perfetta.

Giudizio sintetico, ma puntuale e competente.

La deputazione trenzanese comunicò ufficialmente il giorno successivo all’imputato l’infelice esito dell’esame; e dopo una decina di giorni, nell’inviargli copia della perizia, «usando del tratto urbano» lo diffidava 

a por mano onde togliere i diffetti riscontrati, e ciò non ulteriormente a giorni venti, onde non lasciare quest’opera imperfetta, ed in caso Lei non si compiacesse all’esecuzione sarà costretta la scrivente a doverLa con dispiacere intimarLe formalmente e d’ufficio a tutto di Lei carico.

Di certo l’organaro mantovano dovette rimanere sinceramente punto nell’orgo­glio personale e professionale, e pensò per questo di impugnare la sentenza di sfavore. Né il Bresciani, fautore forse come molti al suo tempo di una certa sontuosa prepotenza sonora di marca romantica, era sospettabile di eccessiva severità o di superficialità nei suoi giudizi, se in altre occasioni e con altri artigiani organari aveva dato prova di sapersi mostrare pienamente soddisfatto di opere ben eseguite. Così, ad esempio, la perizia di collaudo per l’organo di Angelo Amati nella parrocchiale di Quinzano, firmata dal Bresciani un anno esatto dopo quella di Trenzano il 6 maggio 1840. In essa l’esaminatore elogia l’abilità dell’artefice, dettagliando puntualmente quegli stessi caratteri che contestava nello strumento trenzanese del Montesanto: l’energia del vento, cioè dell’aria condotta nelle canne per farle risuonare, nonché l’intonazione e la robustezza del ripieno, degli strumenti, e specialmente dei Contrabassi al pedale.

E, tutto sommato, si vedrà come in una successiva occasione un altro competente perito, il già a noi noto Felice Cadei, inventarierà con minuzia maniacale, suggeritagli senz’altro dalle delicate circostanze, le deficienze dell’organo del Montesanto, escludendo in tal modo l’eventuale sospetto di parzialità o di pregiudizio da parte del primo collaudatore ufficiale.

 

Le informazioni a questo punto non sono sicure, ma in effetti sembrerebbe che le parti, ciascuna a propria tranquillizzazione, si fossero informalmente accordate di dar luogo a una ennesima verifica di confronto, da parte di un esperto mai prima interpellato. Rimane una lettera dei fabbriceri al Cadei, in cui, senza farsi menzione delle eseguite perizie del Bresciani, si chiede all’artigiano clarense che assuma l’incombenza di appurare se i materiali «descritti in detto contratto esistino e nella qualità prescritta». Dal momento che il Bresciani era bensì un organista, ma non propriamente un organaro, verrebbe fatto di pensare che il Montesanto intendesse insinuare una sua incompetenza in materia specifica di fabbricazione d’organi, e rivendicare il diritto, riconosciutogli poi almeno in parte dalla deputazione, di sottoporre la propria opera all’esame di un costruttore professionista, quale il Cadei era.

È chiaro che, in ogni caso, l’ulteriore sopraluogo non poteva inficiare drasticamente le osservazioni critiche del noto maestro Bresciani: e questo è quanto premeva puntualizzare alla Fabbriceria di Trenzano quando, la settimana seguente, diede comunicazione al Montesanto che la nuova perizia (ma non è detto il nome del tecnico) si sarebbe effettuata il 19 giugno, «ritenuto sempre il risultato della Visita gia fatta del Signor Professore Bresciani».

Il mantovano, però, non seppe attendere, o non volle; e il 5 giugno 1839, tramite l’avvocato Magoni, presentò istanza all’Imperial Regio Tribunale Civile di Brescia contro la Fabbriceria e la deputazione all’organo, allegando i copiosi documenti che immaginava fondassero le sue ragioni. L’istanza del Magoni, tacendo opportunamente quanto andava taciuto, ripercorreva l’agitata vicenda dello strumento della chiesa parrocchiale di Trenzano, fornendo anche qualche particolare su cui gli atti precedenti avevano sorvolato, e comunque sempre – è ovvio – dal punto di vista del costruttore che si considerava parte lesa.

Anzitutto si rammentano i termini del contratto originario, senza peraltro rilevare che il Montesanto aveva mancato di sei mesi la scadenza di consegna. Quindi si cita il primo collaudo commissionato dai trenzanesi all’organista Bresciani, ma si afferma che 

non avendo questi pienamente corrisposto al loro intendimento il Signor Montesanto, malgrado che avesse ottenuto un giudizio favorevole, tuttavia per aderire al desiderio da quelli esternatoglie di riportarsi alla decisione di un altro esperto, concorse a ricedere dalla seguita collaudazione, e si obbligò di rendere l’organo collaudabile per l’Aprile prossimo passato.

Ora è davvero un po’ difficile credere che il Bresciani avesse rilasciato un giudizio favorevole all’organo del Montesanto, se costui aveva poi spontaneamente aderito alla decisione dei commissari di invalidare quella prima perizia, e si era contestualmente impegnato a rendere l’opera collaudabile entro un termine di altri sei mesi; e tanto meno è credibile che insoddisfatta del perito fosse rimasta la deputazione trenzanese, la quale ricorse di nuovo a lui per il successivo sopraluogo.

Dopo l’elenco diligente delle rispettive corrispondenze intercorse tra le parti, vivace è la descrizione che l’istanza giudiziaria offre della seconda perizia del Bresciani, in questi termini: 

Trovavasi l’Esponente nel giorno suddivisato sulla Cantoria dell’organo da esso costrutto allorché si presentarono alcuni dei Signor Comittenti con quello stesso Signor Maestro Bresciani che era stato anche precedentemente da essi incaricato del contemplato collaudo; e senza che per parte di veruno si manifestasse al Montesanto il motivo di quella visita, il detto Signor Bresciani pretermesso ogni esame per rilevare se l’organo fosse stato costrutto in conformità alle convenzioni delle Parti, fece sul medesimo alcuni sperimenti e superficiali osservazioni, e si partì.

Infine, contestando il «modo veramente censurabile col quale ha proceduto il Signor Bresciani avendo dichiarata difettosa quell’opera che non ha guari [ossia appena poco prima] avea riscontrata plausibile e fatte censure così vaghe e indeterminate da rendere impossibile all’artefice l’emendarla», l’organaro impugnava il collaudo per le pretese «irregolarità radicali di cui è viziato», definendo il giudizio del Bresciani «assolutamente falso e inattendibile, e l’artefice doppiamente pregiudicato nell’interesse e nella riputazione».

In margine all’istanza, il ricorrente chiedeva al tribunale che disponesse una commissione di  

due Esperti con incarico di rilevare lo stato Attuale dell’organo costrutto dall’Instante nella Chiesa Parrocchiale di Trenzano tanto nei rapporti di conformità del medesimo colle obbligazioni assunte dall’Artefice nella suddimessa Scrittura 6 Luglio 1837 che nei rapporti della perfezione dell’opera in se stessa.

Con tempestività degna della burocrazia asburgica, il 24 giugno il tribunale decretò che la perizia richiesta dall’attore si tenesse 

la mattina del nove /9/ Luglio prossimo a ore 9, che resta all’uopo assegnato coll’opera delli Periti Francesco Marchesini e ... Lodrini di questa Città, facendo ai medesimi rilevare lo stato materiale dell’Organo esistente nella Parrocchiale di Trenzano

con facoltà delle parti di assistervi o meno per far presente ai due esperti quanto poteva giovare alla propria ragione, e non senza ricordare all’attore Montesanto il costo della perizia, da versarsi prima del giorno fissato nella misura di 100 lire «per le spese occorribili»: una bella botta.

Dei due periti prescelti meglio noto è il secondo, Giovanni Lodrini, musicista distinto della città di Brescia, che aveva all’epoca giusto 40 anni. Anch’egli come il Bresciani uscito dalla scuola del Bertoni e ricercato esecutore d’organo, nella sua lunga vita spentasi il 15 marzo 1874 arricchì di musica manoscritta tanto sacra quanto profana gli archivi delle Grazie, del duomo, e dell’oratorio di San Tommaso, per il quale musicò diversi vaudevilles; sembra avesse composto anche un melodramma mai rappresentato, l’Eufemia da Messina, su libretto di G. Gallia tratto da Silvio Pellico.

Nemmeno l’organaro Francesco Marchesini (1801-1867), di origine lenese ma lungamente operoso a Brescia, è però del tutto sconosciuto, dal momento che lasciò alcune tracce della propia attività di costruttore d’organi e di pianoforti, insieme a Gaetano Tomaso (1826-1909) suo figlio che, con l’aiuto a sua volta del figlio Guglielmo, ne mantenne attiva la bottega fino all’ultimo decennio del secolo XIX.

 

Intanto anche la deputazione procedeva con le sue pratiche. Si ricorderà che era stato convocato l’organaro Cadei per il 19 giugno ‘39: in realtà esiste la sua relazione, ma in data 3 luglio, e non è possibile allo stato chiarire se si tratta della copia post-datata di un eventuale verbale precedente, o se effettivamente il sopraluogo preventivato si era svolto due settimane più tardi. Tutto sommato, però, non fa gran differenza, dato che il dettagliatissimo e impeccabile esame del Cadei si svolse dopo la presentazione dell’istanza giudiziale da parte del Montesanto, benché fosse stato senz’altro programmato in precedenza e indipendentemente da quella.

Il perito clarense, edotto dalle vicende decorse e dall’ombrosità del collega mantovano, e certamente indirizzato dai moniti dei fabbriceri, si impegnò a redigere un capolavoro di precisione e competenza, mettendo a nudo in 27 inesorabili punti tutti i più reconditi difetti dell’opera del Montesanto, e confermando altresì la stima del professor Bresciani, malamente infamato dall’organaro nel tentativo di coprire le proprie magagne.

Senza approfondire la complessa trama del responso, i rilievi principali mossi dall’esaminatore riguardavano essenzialmente questioni di squilibrio nell’energia del suono di molte canne, talora eccessivo, più spesso troppo debole o sfiatato, così da lasciar udire il fastidioso sibilo dell’aria in uscita. Poi si presentavano problemi di qualità dell’intonazione, tanto che a un certo punto il relatore dichiarava addirittura che «La Cordatura non è fatta secondo il riparto equabile cioè che tutti li toni siano eguali»: un esempio di incompetenza dell’artigiano, forse, più che una scelta estetica di sapore filologico, come magari accadrebbe oggi.

Altri biasimi erano mossi in ordine al funzionamento di meccanismi come i ritornelli che, tramite collegamenti alle ottave superiori, dovevano permettere di suonare anche i tasti cui in certi registri non corrispondevano canne effettive; o per l’improntezza nella risposta di alcune delle catenacciature che comunicavano il movimento dalle tastiere, e soprattutto dalla famosa pedaliera modello Montesanto, alle valvole interne delle canne. Infine, ma non ultimo nella sensibilità musicale sinfonica di quel secolo, i registri specie di concerto manifestavano fastidiose carenze sul piano strutturale e su quello timbrico; non se ne salvava nessuno: i Cornetti di due file presentavano alcuni tasti scempi verso l’acuto; la Viola e le Trombe eran deboli; il Violoncello e il Corno inglese avevano delle note rauche; il Flauto principale era troppo forte; il Flagioletto non corrispondente al timbro dichiarato; il Fagotto in canne di legno assomigliava al violoncello; la Tromba al fagotto. Vista la drastica situazione, il Cadei non trovava di meglio che suggerire amichevolmente all’imbranato collega di salvare il salvabile e far cambio di registri: 

Le Trombe bassi trovo il primo cessolfaut ed il primo Fefaut nel basso boni di cui si aprossima alla voce di fagotto ed anche le altre mediante una egualiansa di forsa ed a qualche d·una tolierci l’aspressa di cui ne risulterà un Fagotto discreto.

Sembrava davvero assai arduo salvare almeno in parte il disgraziato strumento.

 

È improbabile che il Montesanto venisse messo a conoscenza di questo intervento privato del Cadei, ad uso stretto del comitato trenzanese, anche perché il suscettibile mantovano rimase apparentemente in discreti rapporti con il collega clarense, tanto da sollecitarlo ad assumersi la nuova perizia (un’altra!) di cui si dirà sotto.

Il 9 luglio ‘39, la data stabilita per la visita degli esperti del tribunale, era frattanto arrivata: in realtà non si può dire con certezza se sia avvenuta, né in che modo eventualmente si sia svolta. Di fatto, forse su suggerimento dei periti ufficiali, in quel giorno le parti siglarono una ennesima convenzione con la quale, ribadito il pieno vigore del contratto 6 luglio ‘37, si concordava che dalle parti 

verranno nominati e scelti due professori intendenti cioè uno esperto nella professione d’armonia ed uno esperto nella cognizione, formazione e costruzione d’organi per cui questi si prestino alla disamina dell’Organo dal Signor Montessanto costrutto in questa Parrocchiale esistente ed il giudizio dei quali che sarà relativo alla scrittura succitato verrà ritenuto inapellabile d’ambe le parti senza alcuna eccessione.

Si dava poi un elenco dei candidati eleggibili all’incombenza, tutti professionisti di rilievo e di sicura competenza: già abbiam fatto conoscenza del pavese Angelo Amati e di Felice Cadei, designati per la loro esperienza costruttiva accanto a Carlo Serassi di Bergamo, esponente della più insigne stirpe di organari allora operante in Italia. Quanto ai professori di armonia, il documento elencava, oltre al ben noto maestro Bresciani e al Bonari di Lovere, che sarà poi prescelto, alcuni musicisti di fama nell’ambito non soltanto lombardo.

Il più quotato era senz’altro il maestro Giovanni Simone Mayr: bavarese d’origine, trapiantato a Bergamo nel 1802 non ancora quarantenne, sembra fosse stato in gioventù allievo del bresciano Ferdinando Giuseppe Bertoni; era in seguito divenuto il nume tutelare della musica profana e sacra nella città orobica, fecondo compositore di melodrammi, maestro di cappella in Santa Maria Maggiore fino alla morte nel 1845, didatta di notevole influenza, che tra i suoi discepoli ebbe Gaetano Donizetti.

Di rilievo nell’ambiente musicale bresciano, a fianco di Bresciani, Lodrini e Quaranta, era un altro candidato, Angelo Arici, nato il 24 aprile 1806 e divenuto a 21 anni, alla morte di suo padre, organista a Chiari e maestro di quella cappella, per la quale scriveva almeno due messe nuove ogni anno, occupandosi anche di riforma della musica sacra e della direzione della banda locale. Ordinato sacerdote a 47 anni, continuò la sua intensa attività di organista e maestro privato di musica finché si spense il 20 giugno 1876. Parte delle sue composizioni è conservata nell’archivio musicale delle Grazie a Brescia.

Un altro bresciano illustre nel campo della musica era Costantino Quaranta, all’epoca ventiseienne essendo del 1813, coetaneo di Verdi e di Wagner; dopo gli studi presso il Conservatorio di Milano era tornato in patria, dove tentava proprio in quegli anni intorno al ‘40 la carriera di operista, mettendo in scena il melodramma Ettore Fieramosca su libretto di G. Gallia. Ma schivo di natura, nonostante i lusinghieri successi abbandonò presto quella strada, e più tardi, rifiutato il posto che era stato di Mayr alla cappella di Santa Maria in Bergamo, si dedicò in maniera esclusiva alle composizioni sacre, dove riuscì degno dell’ammirazione dei colleghi e dei posteri. Successe al Bresciani alla testa della cappella del duomo di Brescia nel 1847 e la resse fino al 1853, ma continuò instancabilmente la sua attività di compositore fino alla morte seguita il 31 maggio 1887; suoi manoscritti sono conservati presso la Biblioteca Queriniana, nel fondo Piazza.

Tanta nobile accolta di insigni maestri era forse un po’ sprecata per una modesta questioncella come quella dell’organo di Trenzano; comunque l’accordo imponeva al Montesanto l’esecuzione inappellabile delle correzioni richieste dai nominati periti, pena l’aggravio di spesa a suo carico per la sistemazione dell’organo eventualmente affidata a un altro organaro. Il termine del 18 luglio ‘39 era fissato per la ratifica legale dell’accordo tra i litiganti.

In concreto, soltanto il 7 agosto, preso atto della volontà delle parti di soprassedere alla pendenza promossa dal Montesanto il 19 giugno, si legalizzava la convenzione del 9 luglio, con l’autorizzazione per i responsabili trenzanesi di procedere alla scelta dei periti, «esclusi il Professore Bresciani ed Amati il Padre»: il primo per ormai manifesti motivi di incompatibilità ambientale, stanti le note esperienze pregresse; il secondo per presumibili ragioni biografiche, visto che era già morto da cinque anni.

Certo la soluzione della vertenza era urgente soprattutto per la parrocchia di Trenzano, dal momento che l’organo della parrocchiale, in attesa delle varie perizie d’autorità, era stato sigillato al fine di evitare che la parte locale potesse manomettere in qualche modo lo strumento per rafforzare le proprie ragioni. Con quest’ultimo accordo, invece, il tribunale disponeva di togliere i sigilli, consentendo così di poter finalmente utilizzare il contestato strumento per i suoi scopi naturali, in attesa della programmata perizia.

I deputati trenzanesi si misero presto all’opera, scrivendo ai vari intendenti d’arte e di mestiere per chiedere l’auspicata autorevole collaborazione. L’archivio parrocchiale conserva alcune minute di queste missive, ma l’interesse maggiore lo offre la corrispondenza con la bottega Serassi di Bergamo, dietro la quale si intravede con chiarezza l’interessamento diretto del professor Bresciani, che il contraddittorio di alcuni mesi prima non aveva sminuito nella considerazione dei fabbriceri.

La famiglia Serassi, erede della tradizione organaria lombarda avviata alla fine del ‘400 innanzitutto dagli Antegnati, annoverava a metà ‘800 ben quattro generazioni di efficienti organari, che avevano preso le mosse in quell’arte nella prima metà del secolo XVIII. Carlo, figlio di Giuseppe, era nato nel 1777 e aveva praticato la bottega fin dall’adolescenza; alla morte di suo padre ne aveva assunto la guida, lavorando con i fratelli per le chiese di tutto il nord Italia, da Venezia a Torino. Nell’autunno 1839 era occupato tra l’altro anche in Brescia, per alcune migliorie allo splendido organo realizzato nel 1536-37 da Gian Giacomo Antegnati nella rotonda del Duomo Vecchio, e ricostruito nel 1826 dalla stessa ditta Serassi, reimpiegando tutto il materiale dello strumento rinascimentale.

Intorno alla metà di agosto del 1839 il segretario della deputazione di Trenzano scriveva a Carlo Serassi, riassumendogli la travagliata storia dell’organo Montesanto, e protestando la somma fiducia che i responsabili riponevano in lui, «sulla lusinga anche che vorrà assecondare il desiderio del Signor Professore Bresciani di Brescia, essendo questi che Lei propose, siccome affermò avere Lei a recarsi nel corrente mese a Brescia medesima per certe da Lei assunte incombenze». Allo stesso modo il 15 agosto si scriveva al maestro Guerriero Bonari di Lovere, il quale la Fabbriceria menava vanto di avere «a distinzione per sostenitor di musica nelle più pompose solennità». Mentre il Montesanto, il 16 agosto da Verona, si prendeva a cuore di invitare lui pure dal canto suo il collega Angelo Amati di Pavia, «per emettere il suo giudizio sull’opera da me eseguita», non trascurando di dichiarare «di approvare la di lei nomina, siccome di piena mia soddisfazione per la fiducia che ripongo nella di Lei probità e nelle estese sue cognizioni in fatto d’arte».

Tuttavia lo spregiudicato mantovano non pare si desse da fare soltanto per le vie ufficiali: dopo un presumibile diniego dell’Amati, il Montesanto s’era fatto ardito e aveva tentato una certa pressione nei confronti della famiglia Serassi, che sembrava propensa ad accettare l’incarico dei trenzanesi. Il Bresciani, mai troppo tenero nei confronti di quell’artigiano maneggione, si precipitava a far consapevole il parroco e la Fabbriceria di Trenzano dei «mezzi illeciti, ciò è degni di lui» con cui colui cercava di subornare i periti designati «per dare giudizio sull’organo da lui mal costrutto». Ecco la denuncia circostanziata del risentito maestro: 

Una Lettera pervenutami jeri dai Serassi da Bergamo colla quale mi avvertono che per malattia di Carlo l’operazione da farsi all’organo del Duomo vecchio non sarà finita che per i Santi, prosegue nel seguente tenore: Siavi di norma che la Fabbricieria e deputazione all’Organo di Trenzano, quanto il Signor Montessanti di Mantova hanno con lettera invitato il Fratello Carlo a nuovamente peritare quell’Organo, ed in seguito ci si presentò un terzo ... perorando a favore del medisimo Signor Montessanti, ma avendo questi imprudentemente offeso il nostro Agente offerendogli un vistoso regalo, questi bruscamente gli rispose, che i Signori Serassi, ne i loro dipendenti non vendono voti ne compromettono vilmente la loro riputazione, quindi il messo se ne partì mortificato, e noi per più titoli siamo contrarj dall’accettare tale onorifico incarico.

Con questa prova era senz’ombra di dubbio sancita, a parere del Bresciani, «la birbanteria del melifluo Signor Montessanti», e il suo caso poteva ben dirsi soddisfacentemente chiarito, specie riguardo alla serietà dell’individuo. Da Trenzano, intanto, si tentava un ultimo approccio pacificatorio con l’officina bergamasca dei Serassi, con attestazioni di immutata stima più che per convinzione di un qualche profitto:  

vedendosi ancora privi di riscontro di accettazione onde portarsi a peritare quest’Organo costrutto dal Signor Montessanto di Mantova, ed avendo riposta tutta la confidenza nelle Loro Signorie si permettono di suplicarle per la seconda volta ad accettare tale incarico, riconoscendo in Loro più che in qualunque altro soggetto tutte quelle prerogative che qualificano il carattere necessario al disimpegno di cui sono di nuovo interessate.

Ma vedendosi privati dalla rinomata bottega anche di quel «grazioso rescritto» che attendevano «colla maggior sollecitudine», puntarono altrove le proprie carte.

Non risparmiarono tuttavia al melifluo birbante l’ennesimo avvertimento, comunicandogli con spregio e una punta d’insinuazione che «né i Signori Serassi di Bergamo, né i Signor Amati di Pavia celebri fabbricatori d’Organi non vollero ad onta da tante preghiere assumere il disimpegno di Visitare quest’Organo, adducendo delle scuse che per ora si tacciomo [= tacciono]».

La deputazione esitava a convocare altri artisti: un nuovo diniego sarebbe stato troppo grave da sostenere; ma, preoccupata in primo luogo della condizione dello strumento «che a gran passi s’avvicina al suo deperimento», pressava l’artefice a provvedere al perfezionamento dovuto, minacciando di rivendicare la restituzione del denaro, anticipato sulla promessa di completare l’opera, cui non aveva fino allora adempiuto.

La «pendenza molesta in ogni rapporto» cominciava a prolungarsi eccessivamente per entrambi i contendenti, e si arrivò così a un nuovo compromesso, almeno riguardo alla scelta dei periti, che cadde sull’organaro Cadei e sull’organista Bonari: il segretario della Fabbriceria appuntò su un unico foglietto le minute di due comunicazioni analoghe da inviarsi ai due esperti, richiedendo loro di prestarsi all’incarico di esaminare l’organo; la lettera al Cadei era accompagnata altresì da una missiva del Montesanto, che confermava per parte sua la designazione.

Tra il maggio e il luglio di quell’anno 1840 ci fu uno scambio frenetico di comunicazioni dal segretario Spalenza agli incaricati delle perizie: il maestro Bonari, mentre da Adrara San Rocco (Bg) ribadiva che «per sistema, io non vado mai a fare perizie», si affrettava ad aggiungere che «trattandosi di servire la Degnissima Fabbricieria di Trenzano, Le dico, che sarebbe il giorno 17 giugno da me destinato (se cosi Le aggrada)»; al che la Fabbriceria cortesemente contestava questioni inerenti il termine di 40 giorni stabilito dalla convenzione 7 agosto ’39, e il necessario agio di convocare le altre parti; cosicché il Bonari replicava secco che allora gli andava bene «il sedeci dell’entrante» ossia di luglio. Meno pretenzioso era il Cadei, il quale concedeva ai deputati che «riguardo poi alla Giornata concertino tra loro ed il Signor Maestro esimio di musica Bonara, e quella sarà da me confermata previo aviso anticipato da venti giorni per il meno».

Visto che era un’impresa mettere d’accordo via posta le personalità interessate al nuovo collaudo, allora lo Spalenza pensò bene di imporre lui la data al 20 agosto ’40 e di darne avviso a tutti gli interessati in tempo utile. Al Montesanto ne dava comunicazione il 30 giugno, mettendolo in guardia che il sopraluogo sarebbe stato valido anche senza la sua presenza.

Il giorno designato, dunque, si tenne la fatidica ultima perizia, che per noi è documentata soltanto dalla parcella rilasciata agli incaricati dell’indagine: 

20 agosto 1840

Al Signor Maestro Bonari per sua Perizia

L.

41,50

20 agosto 1840

Al Signor Fabbricator Cadeo per sua Perizia

"

43,  -  

 

Più per cibarie ai detti peritanti

"

12,  -  

nonché dalla lettera con cui la deputazione aggiornava il fabbricatore Montesanto sui risultati della visita, «affine Lei si compiaccia metter mano alla correzione ai rilievi fatti»; ma non restano purtroppo le relazioni stesse, di cui peraltro si potrebbe senza sforzo immaginare il tenore.

E il nostro organaro non avrebbe ben meritato l’epiteto di melifluo birbante affibbiatogli dal professor Bresciani, se avesse accettato di buon animo le reiterate contestazioni degli esimi esperti: anzi, dopo matturatta riflessione, impugnava nuovamente le sentenze a lui sfavorevoli «per giudizio di distinti, ed onesti legali non potendosi ritenere per valide, ne per la forma, ne per le opinioni espresse oltre i patti della scrittura a cui si devono limitare», avvertendo i committenti d’aver inoltrato petizione al tribunale provinciale di Brescia, con sottintesi dal sapore minaccioso.

 

Mentre la controversia sull’infausto strumento pareva rispuntare dopo un periodo di relativa bonaccia, non tutto andava storto per fortuna alla commissione trenzanese: nel maggio del 1841, grazie ai buoni uffici del Cadei, si era trovato come piazzare il vecchio organo settecentesco, dismesso per far posto a quello del Montesanto. E il negozio era nient’affatto indegno, poiché l’acquirente, la Fabbriceria della parrocchia di Milzano, si dichiarava disposta a versare 750 lire austriache, contro un valore stimato dal contratto del ‘37 intorno alle 600 lire: almeno nella transazione i trenzanesi non ci rimettevano.

Una lettera del fabbricere milzanese don Udeschini, controfirmata dal parroco locale don Giovanni Battista Gnocchi, comunicava ai colleghi di Trenzano le deliberazioni di quell’ente e proponeva le condizioni di pagamento già preconizzate in un precedente incontro tra i parroci di Trenzano, Milzano e Cossirano, il consulente Cadei e le rispettive Fabbricerie: oltre alle cento lire già anticipate, 

si salderà intieramente la somma entro due anni (metà all’anno) se l’organaro Montesanti concederà dilazione alla Fabbricieria di Trenzano per il suo credito come ci verrà notificato, e nel caso diverso verrà saldato il nostro debito entro i primi di Setembre dell’anno venturo 1842.

Questo cenno è rivelatore di un clima un po’ meno burrascoso nei rapporti tra l’organaro mantovano e la parrocchia trenzanese, in una stagione in cui sfortunatamente mancano documenti d’altro genere: sembra che le divergenze passate si stessero appianando, se i committenti avevano intenzione di intraprendere il versamento delle quote spettanti al Montesanto per la sua opera. Ciò non significa che lo strumento avesse di botto acquistato quelle doti di cui era nato carente, ma perlomeno chi l’aveva ordinato non aveva a farsi il sangue cattivo contendendo allo stremo con il costruttore.

Dalla corrispondenza successiva sappiamo che la lettera dei milzanesi spedita il 26 maggio ‘41 giunse nelle mani dei destinatari soltanto il 2 settembre (tre mesi e mezzo da Milzano a Trenzano: ma era più di cento cinquant’anni fa).

Il 28 novembre i fabbriceri milzanesi mandavano l’organista del paese Erminio Lampugnani, insieme a un compagno, per ritirare l’acquisto con una cortese accompagnatoria, che invitava i responsabili di Trenzano a

consegnare a questi due individui tutto il materiale formante l’antico fu loro organo attualmente esistente nel vecchio loro cemeterio, ed in sulla cantoria, o situato che sia anche in altri luoghi, pregando ad averci per compatiti se più presto non siamo stati in grado di venire al punto di disimbarazzare le loro situazioni da codeste anticaglie.

La presentazione era completata da un messaggio per l’organaro Cadei, che però non ci è reso noto, anche se è facile immaginare si trattasse dell’incarico di provvedere a riportare in vita il fu organo di Trenzano, morto e sepolto giusto nel cemeterio di quel paese, sovrintendendo alla installazione di quelle anticaglie nella nuova destinazione.

All’atto della consegna il delegato della commissione trenzanese rilasciò un comunicato, in cui si avvertiva altresì che non si poteva consentire alla dilazione auspicata nei pagamenti per colpa dell’onnipresente signor Montesanto, che non transigeva per parte sua nei confronti dei propri debitori, creditori di Milzano.

Con questa vendita si procedeva verso l’esito di una vicenda piuttosto odiosa per l’amministrazione parrocchiale trenzanese che, vista l’impossibilità di rendere perfetto ciò che perfetto non era e non poteva esserlo, si acquietò, definendo il 3 dicembre 1842 una conclusiva convenzione, con cui si scioglievano tutte le pendenze giudiziarie e finanziarie ancora aperte.

La Fabbriceria accettava di rinunciare «a qualunque diritto di correzione e perfezionamento dell’organo dal Signor Montesanti costrutto in relazione alla scrittura 6 Luglio 1837 dichiarando di accettarlo tale e quale attualmente si trova»; in cambio l’artefice rinunciava a 1.250 lire sul prezzo complessivo dell’opera, che veniva così a importare per la deputazione 7.250 lire, contro le 8.500 contrattuali. Siccome fino a quel momento, per le note contestazioni, al costruttore non erano state versate altre rate oltre ai due acconti di 1.000 lire del 1838, i firmatari consegnavano seduta stante al creditore 3.250 lire, riservandosi di fargli pervenire le residue 2.000 entro il novembre 1845, a saldo definitivo.

E con questo atto si chiudono finalmente le turbolente relazioni di Trenzano con l’organaro mantovano Ferdinando Montesanto.

* * *

 

  prima parte

 

terza parte 

© in rete dal 27/04/2008

a cura di A. Barbieri & T. Casanova

aggiorn.03/01/2010