2. L’organo di
Ferdinando Montesanto (1837-42)
Non trascorsero otto anni interi dalle ultime
riparazioni del Merlotti, che il vecchio organo
della chiesa maggiore di Trenzano ritornava alla
ribalta dell’interesse dei responsabili, ma
questa volta per essere definitivamente
pensionato, avendo ormai esaurito, a parere dei
fabbriceri del tempo, il suo onorato servizio,
che non doveva tuttavia contare molto più di
mezzo secolo. Forse non è gran titolo di merito
per un organo venire dismesso dopo solo pochi
decenni di attività, quando sappiamo di
strumenti carichi di arte e di anni, che
sopravvissero almeno in parte agli affronti del
tempo e degli uomini, conducendo fino ai nostri
giorni la memoria degli antichi artigiani che li
edificarono: e a maggior ragione in una terra
come quella bresciana, che vide nascere sul
declinare del Quattrocento una delle più
notevoli tradizioni organarie di scuola
italiana, e coltivò quella tradizione facendone
per quattro secoli quasi il marchio dell’organaria
lombarda. Ma tant’è: i notabili parrocchiali
trovarono ormai inopportuno continuare a
utilizzare l’organo settecentesco, pur con le
sistemazioni di non molti anni prima; e di
concerto con il parroco don Giambattista
Martinelli deliberarono di procedere alla
realizzazione di un nuovo strumento.
A tal fine si costituì a fianco della ordinaria
Fabbriceria, composta all’epoca da Giuseppe
Marchetti, Antonio Maifredi e Paolo Mazzola, un
collegio di tre delegati chiamati deputati
all’organo, possidenti locali tutti della
famiglia Remondina: Bartolomeo, Giambono e
Luigi. Sembrerebbe, dunque, che a questa
famiglia si debba in buona parte l’iniziativa e
forse la pressione per intraprendere la costosa
impresa; e invero, accanto all’arciprete
Martinelli, tra i maggiori sponsorizzatori e
finanziatori ci fu appunto Luigi Remondina, con
due altri personaggi dello stesso cognome,
Giambattista e Amadio.
Rilevata, dunque,
l’indifferibile urgenza «di fare [...]
costruir un’Organo nuovo, di cui per verità
questa Parrocchiale trovasi in estremo bisogno»,
la commissione predisposta allo scopo si riunì
il 15 febbraio 1837 nel locale della sacrestia,
dove abitualmente si tenevano le adunanze di
Fabbriceria, e deliberò le procedure da seguirsi
in quella circostanza: anzitutto occorreva
appaltare il progetto, che poteva anche basarsi
su un modello di organo già esistente; quindi si
doveva redigere un contratto con un costruttore
capace, col quale si sarebbero convenute le
condizioni di pagamento, dilazionate in almeno
tre anni; ciò senza dimenticare di far
sorvegliare l’esecuzione dell’impegnativa opera
e di provvedere a un regolare collaudo a lavoro
ultimato. Rimaneva il problema dei
finanziamenti, cui si pensò di far fronte
mediante una sottoscrizione, da promuovere prima
di intraprendere l’itinerario prestabilito, per
un motivo abbastanza comprensibile: il progetto
da commissionarsi doveva fare i conti con la
disponibilità effettiva di denaro, dunque i
responsabili volevano in questa prima fase
racimolare almeno qualche sicura promessa di
contribuzione, per darsi un’idea di dove
avrebbero potuto mirare al momento dell’accordo
con l’organaro.
Il giorno seguente i
membri del comitato stilarono l’atto ufficiale
in cui sancivano le deliberazioni assunte e
inauguravano la raccolta delle offerte: il primo
e più generoso dei sottoscrittori fu il parroco
Martinelli, che garantì ben 1.000 lire
austriache, scrupolosamente annotate in calce
all’atto privato del 16 febbraio ‘37; al suo
nome seguiva una lista di trentanove offerenti,
che impegnavano somme diverse, fra le 3 e le 400
lire austriache, per un totale di 2.461,70 lire:
cosa non da poco, tanto per cominciare. I
sottoscrittori, in gran parte semplici popolani
illetterati, che affidavano la garanzia della
propria parola a una croce maldestramente
tracciata sulla pagina, si impegnavano, conforme
al documento che sottoscrivevano, a dilazionare
il proprio spontaneo contributo in tre momenti,
consegnando la prima quota all’atto della firma
e il resto in due rate a scadenza annuale.
Mentre adempivano a questa
poco simpatica e pure irrinunciabile incombenza,
i deputati provvedevano altresì a consultare
alcuni artigiani organari, richiedendo loro
progetti e preventivi da poter valutare per
procedere poi a una scelta opportunamente
oculata dello strumento per la propria chiesa
maggiore. Ci sono conservate due di queste
proposte d’opera: ambedue prive di data, ma
presumibilmente riferibili a questa fase
preliminare di indagine e di ponderata
individuazione della migliore occasione. Il
primo dei due progetti è privo di firma, ma è
riconducibile, per l’inconfondibile grafia e il
curioso modo di esprimersi, all’organaro di
Chiari Felice Cadei; l’altro è sottoscritto da
uno degli artigiani più fiorenti all’epoca in
ambito padano: Angelo Amati di Pavia.
La famiglia Amati aveva
intrapreso la professione organaria, con i
fratelli Alessio (†1815) e Luigi († ante
1829), tra la seconda parte del secolo XVIII e
il principio del successivo; i figli di Alessio,
Giuseppe († ante 1829) e Antonio (†1834),
avevano proseguito l’attività della ditta
paterna, lasciandola in eredità infine ad
Angelo, figlio di Antonio, che ne seguitò con
competenza e successo l’attività per il resto
della sua esistenza, fino al 1880. Con lui
tuttavia si estinse la vitalità artigiana della
bottega.
L’Amati in quei mesi
sembra stesse lavorando a Ostiano, ed era in
relazione con il noto organista Bartolomeo
Bresciani, allora maestro di cappella del duomo
di Brescia, che nel luglio di quello stesso anno
1837 procurò all’organaro un contratto con la
Fabbriceria di Quinzano, siglato poi il 7
settembre successivo. Il Bresciani era (come
mostrano i documenti di cui diremo più oltre)
consulente di fiducia anche della deputazione
all’organo trenzanese, e probabilmente anche a
Trenzano fu lui a mettere in contatto le parti.
L’organaro pavese presentò
ai deputati un progetto dignitosissimo, per un
organo a due manuali di 66 tasti (58 reali) con
un grand’organo di 16 piedi, molto simile
a quello che poi realizzò per la parrocchiale di
Quinzano, e un organo eco di 8 piedi, per
circa duemila canne complessive, cinque somieri
e quattro mantici a stecca. Il carattere
dell’opera garantiva una impronta globale ben
definita nell’orbita della più radicata
tradizione lombarda, affezionata ancora ai
ricchi corredi di mutazioni in file separate,
una decina nel progetto fino alla
Quadragesima, con la solita spezzatura dei
principali e dei registri strumentali in due
serie separate di ventiquattro bassi e
trentaquattro soprani e con impiego parsimonioso
di ance, violeggianti e percussioni.
Ma il progetto di maggiore
interesse è probabilmente quello proposto da
Felice Cadei, un intraprendente personaggio
pieno di iniziativa e qualificato consigliere
della parrocchia di Trenzano, come di diverse
altre, per quanto concerneva la competenza
tecnica in fatto di strumenti organistici.
Operante prima a Chiari, poi a Ospitaletto, non
si sa gran che di lui, salvo che era apprezzato
per l’estro di esecutore più che per l’abilità
artigianale; ma le sue variegate frequentazioni
e l’influenza esercitata su numerose Fabbricerie
della provincia gli attesterebbero quanto meno
un cospicuo pubblico di estimatori anche sotto
il profilo di costruttore. Del resto, studi più
approfonditi promettono di rivelare una
insospettata diffusione e qualità dell’opera del
clarense, che una rapida scorsa ad alcuni
repertori mostra abbastanza significativa anche
se limitata al puro e semplice elenco.
Anch’egli erede di una
officina già avviata da due generazioni (il
nonno Giuseppe Antonio; il padre Luigi e lo zio
Antonio), la sua attività è documentata con
sicurezza tra il 1829 e il 1857, l’anno della
morte; dopo di che, sembra lasciasse tutto a un
suo discepolo: Giuseppe Zamboni, il quale si
dice erede di quel maestro almeno a partire dal
1858. Alla scuola del Cadei pare fosse stato
iniziato nell’arte organaria anche quel Giovanni
Maccarinelli che in seguito, dopo aver cooperato
lungamente con la celebre officina di Giovanni
Tonoli (su cui non mancherà occasione di
soffermarci a lungo più avanti), insieme al
figlio Armando ne proseguì l’attività e ne
prolungò la fama fino ai nostri giorni.
L’organaro clarense
propose dunque nel suo piano un sontuoso organo,
assai simile come dimensioni e struttura a
quello disegnato dal concorrente Amati: tastiera
unica di 64 tasti (58 effettivi) spezzati in
ventisei bassi e trentadue soprani; pedaliera di
ventun tasti; sei somieri e cinque mantici a
stecca. Alcune caratterizzazioni rendevano però
lo strumento affatto personale, come la presenza
di undici file di mutazioni distinte fino alla
Quadragesimasesta, e la fioritura di ben
tre registri di cornetto a due voci nella
sezione strumentale e di un ulteriore cornetto a
tre voci nell’organo eco, nonché una
profusione di registri a percussione, nel
fragoroso gusto bandistico di quella stagione
risorgimentale.
Solo il Cadei, a
differenza dell’Amati, si preoccupava di
dettagliare minuziosamente i costi registro per
registro: ne scaturiva un preventivo di spesa
tutt’altro che esoso, anche in considerazione
della ricchezza dello strumento in progetto, per
8.650 lire austriache. Un appunto della
commissione, stranamente redatto sul verso del
prospetto Amati, ammonisce:
dimanda del
Signor Cadei sulla descrizione entro Austriache
lire 9500 e bonificatto l’atuale austriache lire
L. 800 -
pagamenti L. 500 alla scrittura
lire L. 1000 un anno doppo l’epoca della
scrittura
il rimanente alla metta importo reso l’organo
sonabile ed il saldo ripartito in quatro anni in
ratte eguali
e
pare alludere a un accordo sul prezzo, che dal
progetto completo ammontava a 9.500 lire, cui
andavano sottratte le 800 lire del valore
attribuito all’organo esistente («bonificatto
l’atuale»), che sarebbe stato dato dentro al
costruttore in conto di una quota del compenso.
Non è chiaro, comunque, se la «dimanda del
Signor Cadei» si riferisse a un problema
avanzato dal clarense sulla proposta avversa, o
riguardasse invece il suo stesso progetto.
Di fatto, comunque,
nessuno dei due organari ebbe fortuna con la
propria proposta, poiché l’approvazione dei
committenti trenzanesi cadde su un terzo, il
mantovano Ferdinando Montesanto.
A dire il vero, non si sa
se avesse partecipato anche lui al concorso con
un suo preventivo; solo risulta che, con missiva
del giugno 1837, la Fabbriceria gli comunicava
il desiderio «di far costruire un Organo in
questa Chiesa Parrocchiale sul Piano appuntino
che a Lei rassegna qui unito»: parrebbe,
dunque, che i deputati gli mandassero un
progetto già predisposto e gli chiedessero se
accettava di realizzarlo; né vi è altro accenno,
nella comunicazione, a qualche eventuale accordo
già intercorso con l’artista.
Del resto, nel medesimo
foglio dove è riportata copia della lettera al
Montesanto, è annotato un messaggio a un certo «signor
Merlini», che viene pregato di consegnare di
persona il progetto all’organaro e di
persuaderlo ad accettare l’incarico, badando
bene a non rivelargli che altri suoi colleghi
erano stati consultati in vista dell’impresa:
Quì inclusa
troverà dissugellata una lettera diretta al
Signor Montessanti con entro il Piano per
l’Organo da costruirsi
Dopo letta fermamente la suggellerà e si
compiacerà farla avere al detto Professore
fedelmente -
Lei non farà noto in maniera alcuna che se ne
esperì con altri Professori né quale sia la
opinione da spendersi in somma, ma si compiacerà
soltanto persuadere il detto Montessanti ad
assumerne l’incarico e di riscontrare con
sollecitudine alla lettera.
Si avrebbe l’impressione
che il nome del Montesanto fosse stato proposto
in privato agli incaricati da persona di fiducia
(forse lo stesso Merlini), e che le procedure
del regolare concorso fossero state
all’improvviso abbandonate, per una azione del
tutto informale. In effetti, la comunicazione
inviata all’artigiano sembra presumere che
l’interessato non fosse ancora a conoscenza
dell’impegno assunto con lui dai trenzanesi, né
vi si fa esplicita menzione di un suo eventuale
progetto già noto. In ogni caso, l’appuntamento
con l’artigiano, che gli scriventi fissano in
Brescia, fa pensare che l’organaro mantovano
fosse occupato all’epoca in quella città.
Di Ferdinando Montesanto
non si conosce a tutt’oggi pressoché nulla,
salvo che aveva lavorato nel 1830 a Salò, nella
chiesa annessa al monastero della Visitazione di
Santa Maria, per completare alcune operazioni
eseguite in conformità a un contratto del 1827
da certo Luigi Montesanto, che poteva essere suo
padre, al quale il figlio sarebbe succeduto
nella titolarità della ditta forse proprio in
quel lasso di tempo.
All’invito dei trenzanesi
con tempestività l’artigiano rispose
positivamente; e senza por tempo in mezzo si
predispose il contratto, sottoscritto dalle
parti il 6 luglio 1837. L’atto privato si
compone di otto articoli, che dettano i termini
delle operazioni: il costruttore in esso si
impegna a realizzare un organo, conforme alla
descrizione allegata, entro l’aprile dell’anno
successivo. Il prezzo è concordato nella cifra
di 8.500 lire austriache (il progetto Cadei ne
importava 9.500), da versarsi al contraente
mille prima di Natale quale caparra, altrettante
a collaudo avvenuto, e il rimanente in tre eque
rate annuali fino a estinzione del debito. La
somma pattuita comprendeva anche il valore
dell’organo preesistente, valutato 600 lire, con
la clausola che i fabbriceri avrebbero potuto
venderlo liberamente per il prezzo che
riuscivano a spuntare, rimanendo debitori del
Montesanto comunque per le sole 600 lire;
mentre, nel caso disgraziato che non fossero
riusciti a piazzare il vecchio strumento in tre
anni, l’organaro ne sarebbe entrato in possesso,
scontando sul prezzo globale il suo valore
stimato.
Gli altri articoli del
capitolato definiscono alcuni specifici oneri a
carico della committenza, come il trasporto
dell’organo nuovo, l’alloggio degli operai alla
messa in opera, l’assistenza di un levamantici
per l’accordatura; infine si determina la
garanzia di tre anni fornita dal costruttore e
l’impegno di collaudare lo strumento entro otto
giorni dalla consegna, pena la perdita del
diritto di appello da parte della parrocchia di
Trenzano.
Ciò che più incuriosisce
è, però, il piano dell’opera allegato alla
convenzione del 6 luglio, del quale in sintesi
il prospetto era il seguente:
|
1 |
Principale di 16
piedi basso |
canne |
29 |
|
2 |
Principale di 16
piedi soprano |
" |
32 |
|
3 |
Principale primo di 8
piedi basso (in facciata) |
" |
29 |
|
4 |
Principale primo di 8
piedi soprano (segue facciata) |
" |
32 |
|
5 |
Principale secondo
basso |
" |
17 |
|
6 |
Principale secondo
soprano |
" |
32 |
|
7 |
Ottava basso |
" |
29 |
|
8 |
Ottava soprano |
" |
32 |
|
9 |
Quintadecima |
" |
61 |
|
10 |
Decima nona |
" |
61 |
|
11 |
Vigesima seconda |
" |
61 |
|
12 |
Vigesima sesta |
" |
61 |
|
13 |
Vigesima nona |
" |
61 |
|
14 |
Trigesima terza e
sesta (unite) |
" |
122 |
|
|
Canne di Ripieno
od Istromenti |
|
|
|
15 |
Flauto Principale
soprano |
" |
32 |
|
16 |
Flauto traversiere |
" |
32 |
|
17 |
Flauto in ottava
soprano |
" |
32 |
|
18 |
Trombe basso in
lamine di rame |
" |
29 |
|
19 |
Trombe soprano di
stagno |
" |
32 |
|
20 |
Fagotto basso con
canne di legno |
" |
29 |
|
21 |
Corno Inglese con
canne di buona lega |
" |
32 |
|
22 |
Violoncello di 4
piedi armonici |
" |
29 |
|
23 |
Ottavino militare |
" |
32 |
|
24 |
Viola basso |
" |
29 |
|
25 |
Flagioletto basso |
" |
29 |
|
26 |
Voce Umana |
" |
32 |
|
27 |
Cornetto primo |
" |
64 |
|
28 |
Cornetto secondo |
" |
64 |
|
29 |
Flauto in XIIª |
" |
61 |
|
|
Bassi alla
Pedaliera |
|
|
|
30 |
Contrabassi |
" |
16 |
|
31 |
Ottave dei
Contrabassi |
" |
20 |
|
32 |
Ottave di Rinforzo |
" |
20 |
|
33 |
Decime quinte |
" |
20 |
|
34 |
Tromboni |
" |
20 |
|
35 |
Bombarde |
" |
20 |
|
36 |
Timpani |
" |
12 |
|
37 |
Rullo a vento |
" |
3 |
|
|
|
|
_____ |
|
|
totale |
canne |
1338 |
Ognuno dei registri
completi era composto, dunque, di 61 tasti per
cinque ottave dal do1 al do6, spezzate al solito
in due serie: 29 note di basso dal do1 al mi3, e
32 note di soprano dal fa3 al do6. I registri
erano ordinati, come sempre, nelle sezioni dei
principali e degli strumenti: alla
prima appartenevano un principale di 16' e due
principali di 8', di cui il secondo, scavezzo
ossia mancante della prima ottava, iniziava dal
do2. Quindi sei registri interi di mutazione
semplice, fino alla Vigesimanona; e per ultimo,
un unico registro intero di mutazione composta,
la Trigesimaterza-Trigesimasesta, costituita da
due file di canne accoppiate (122 canne
complessive, in due file di 61) facenti capo a
un solo comando di innesto, secondo una formula
normalmente esperita nell’organistica straniera,
ma abbastanza rara ed evitata nella severa
tradizione lombarda, ispirata alla purezza dei
timbri impressa in età rinascimentale dalla
bottega Antegnati e dai suoi emuli nei secoli
seguenti.
Già questa timida
innovazione mostra una certa tentazione di
intraprendenza da parte dell’artista mantovano,
che si distaccava in qualche modo, anche se con
estrema cautela, dalla convenzione radicata
nelle botteghe organarie locali. Del resto, non
mancano nel suo progetto altri spunti di
individualità, come la «Pedagliera di noce di
Pedali 20 a dopio sistema siccome dell’ultima
invenzione dell’artefice»; o ancora, in un
settore assai più delicato, la «Accordatura
delle canne a lingua con movimento a vite,
invenzione del Montesanto». Non è escluso
che, perizia dell’artefice a parte, questa
inventività di cui egli menava vanto abbia
contribuito a rendere ostili nei suoi confronti
musicisti come per esempio il Bresciani,
intimamente legati a una concezione estetica e
costruttiva tradizionale, incarnata da botteghe
come quella pavese dell’Amati, meglio inquadrate
nel solco della consuetudine e meno propense a
incursioni sperimentali.
Comunque le intraprendenze
del Montesanto non arrivavano a sentori di
rivoluzione. E anzi il mantovano si conformava
volentieri all’uso contemporaneo quando
impostava in perfetto equilibrio la parte «di
Ripieno od Istromenti» impiegando, accanto
alle abituali serie di Flauti, quattro file di
ance equamente distribuite tra acuti e gravi
(Trombe bassi e soprani, Fagotto bassi e
Corno inglese soprani), e due violeggianti
(Violoncello e Viola) ai bassi. Il Cornetto
primo e secondo, come si vede dalle 64 canne,
erano destinati al soprano (32 tasti) e formati
per ciascun registro da due file di canne.
Qualche pesantezza era riservata al pedale, ma
niente percussioni all’infuori di 12 campanelli.
All’antica era il somiere principale a
ventilabri (le valvole preferite da più di
tre secoli nell’ambito lombardo), e la «Tastiera
di tasti sessantuno coperti di ebano, ed i così
detti diesis coperti di osso bianco». Al
prospetto di cantoria, infine, erano destinate
in numero imprecisato le canne di stagno del
Principale primo basso di 8', e forse in parte
quelle del Principale primo soprano.
Al principio tutto liscio:
l’unico problema pareva l’esiguità del camerino
che doveva contenere tutto il corpo del nuovo
strumento, e che richiedeva dunque un
ampliamento, magari ritoccando ancora le
dimensioni della cassa esterna, che andavano
definite al principio dell’opera per consentire
all’artefice di disporre delle misure esatte e
poter così approntare il somiere principale
nelle corrette proporzioni. Una settimana prima
di Natale la Fabbriceria provvide ad accordarsi
con il creditore per il versamento della
caparra, che gli fu recapitata da un certo
signor Duina di Brescia, emissario dei
trenzanesi, il 5 gennaio ‘38.
Intanto il tempo procedeva
rapidamente verso il temine di aprile fissato
per la consegna, mentre a Trenzano i delegati
cominciavano a premunirsi in vista del trasporto
del nuovo apparato, e per l’approntamento
dell’apposito locale in chiesa, smontando il
vecchio organo divenuto ormai inutile. In una
corrispondenza del principio di marzo la
commissione chiedeva disposizioni alla bottega
mantovana, e sollecitava la presenza di un
competente per sovrintendere allo smontaggio,
implicitamente rammentando al Montesanto il
rispetto dei patti circa i termini contrattuali
della fornitura.
L’intempestività però,
quella volta, non andava – a suo dire –
addebitata al povero organaro, che per parte sua
aveva cercato di comunicare con i committenti
fin da prima di Natale, ma la sua lettera era
giunta a Trenzano soltanto l’8 marzo per qualche
disguido delle poste (austriache, s’intende). In
ogni caso ci si aspettava da lui che mandasse «un
pratico a levare l’esistente» organo, che –
come si ricorderà – sarebbe divenuto proprietà
dell’artigiano, caso mai la Fabbriceria locale
non ne avesse individuato un acquirente nel giro
di tre anni.
Sarebbe stato, tuttavia,
affatto strano se tutto fosse proceduto senza
intoppi, così che la consegna si completasse
puntualmente entro i termini previsti, ché, per
l’esperienza che se ne ha dalle vecchie carte,
ciò non succedeva se non molto di rado a quei
tempi. Né il Montesanto sfuggiva a questa antica
qualità dei costruttori d’organi, tanto è vero
che uno scritto del comitato, privo di data ma
appartenente alla primavera inoltrata,
cominciava a mostrare una certa secca diffidenza
da parte del sempre cerimonioso locale
segretario Spalenza: il Montesanto, forse a
giustificazione del ritardo, aveva invitato i
committenti a visitare la sua bottega in
Mantova, per rendersi conto di persona del
procedere delle opere di loro interesse; lo
scrivente replicava acido che «Tanto li
Deputati che i Fabbricieri non si trovano in
grado per ora imprendere un viaggio che non ne
conoscono la necessità»; quindi procurasse
di venire lui a Trenzano, che «di conferenza»
si poteva combinare tutto quello che si aveva a
combinare.
Al principio di luglio
qualcosa s’era mosso, e il mantovano invitava
gli stimatissimi fabbriceri e deputati «per
il trasporto del nuovo Organo da Mantova a qui
per il giorno 23 corrente, siccome io avrò
approntato il carrico dei materiali componenti
lo stesso onde soddisfare alle brame loro di
averlo al più presto completato».
Allora i trenzanesi si
diedero a fervidi lavori di allestimento,
soprattutto intorno alla cassa che – come s’è
detto – dovendo allargarsi la camera dei
somieri, andava perlomeno adattata alle nuove
dimensioni. Al 22 e 30 maggio si riconducono tre
causali di pagamento per fornitura di materiali
edilizi; il 2 giugno viene retribuito il
levamantici Possenti «per assistenza al
Montesanto», che in quel giorno
probabilmente si era recato a Trenzano per
smontare l’organo preesistente dimissionato.
Di maggiore interesse, una
fattura di 202 lire milanesi complessive, datata
19 luglio 1838, descrive le opere eseguite da un
falegname locale per la sistemazione della cassa
e per la relativa decorazione approntata da una
bottega di Brescia: vi si parla di «due
Lesenoni in quatro parti Con Cornici e Socholo
Con architravo», e poi di «Intagli Fatti
dal Signor Iolli di Bresia Cioe due Capitelli
Ionichi due Cascate e due vazi». Si tratta
senz’altro dei due ampliamenti laterali della
cassa settecentesca, la quale fu conservata tale
e quale, limitandosi l’intervento ad avanzarla
rispetto alla parete retrostante e a ricoprire
le aperture risultanti con le vistose e invero
poco intonate paraste ioniche che vi fanno bella
mostra a tutt’oggi.
Peraltro il termine del 23
luglio slittò ancora di una settimana, poiché il
trasporto dell’organo nuovo si effettuò alla
fine del mese e durò un paio di giorni, come
illustra una polizza della «Spesa pagatta da
Giambattista Remondina pel trasporto Organo da
Mantova a Trenzano», che permette anche di
seguirne il percorso dalla città dei Gonzaga,
dove si procurò la biada e il fieno ai cavalli
nonché la cena e quindi il pranzo prima della
partenza ai due carrettieri, fino alla sua
destinazione, con il pernottamento a Guidizzolo,
le difficoltà incontrate a Castiglione delle
Stiviere, la sosta a Montichiari, e infine
l’arrivo a Brescia, dove l’organo passò un’altra
nottata.
Il primo agosto la gran
macchina arrivava a Trenzano, ma senza il suo
ideatore; il quale, impedito da una malattia,
aveva lasciato mano libera ai suoi agenti, in
primis certo Angeloni, di procedere nei
lavori necessari. Ma – c’è da credere – non con
pieno gradimento della Fabbriceria locale, che
pretendeva la presenza del maestro, se non altro
a garanzia della genuinità delle varie
operazioni: ad essa il Montesanto scriveva il 10
agosto, con un’ombra di disappunto, che la sua
salute esigeva un alloggio adeguato a carico
della committenza; e ne faceva una condizione
tassativa, giacché
Ogni
sollecitudine, amore per il buon esito
dell’opera è in me, onde corrispondere
all’aspettativa generale; ma senza la loro
cooperazione il mio spirito languirà, e diverò
nuovamente infermo fisicamente per il peggio di
me, di loro.
Così il Montesanto; ma il
bello era ancora da venire.
Il lavoro si prolungò per
diverse settimane: ne abbiamo qualche sporadico
sentore da alcune voci del quaderno di spesa,
che distribuisce varie uscite nei mesi di agosto
e settembre; la più significativa è quella di 31
lire il 21 ottobre a Possenti «per assistenza
di levamantici al Montessanto», che mostra
l’organaro presente a Trenzano in quei giorni a
compiere l’accordatura definitiva.
Il contratto del 6 luglio
‘37 prevedeva – come si ricorderà – che la
deputazione all’organo fosse tenuta a far
collaudare lo strumento entro otto giorni dalla
consegna in perfetta efficienza: e difatti sotto
la data dell’8 novembre 1838 sono vergate un
paio di causali del tutto esplicite in
proposito:
8 Novembre
Bresciani Bortolo professore per Visita
all’organo - L. 47,50
Vitto al medesimo ed agli Assistenti
-
L. 14,75
È la prima volta, qui, che
compare nelle fonti trenzanesi il nome del
maestro Bortolo Bresciani, ma egli doveva essere
in rapporti con la Fabbriceria della locale
parrocchia da tempo, e verosimilmente si
dovevano a lui – come si è avuto occasione di
osservare – i contatti, poi purtroppo falliti,
con l’organaro Amati di Pavia.
Il Bresciani era allora
una personalità tra le più significative e
influenti nel mondo musicale bresciano, tanto
per il dignitoso livello della sua attività di
compositore ed esecutore, quanto per i numerosi
e distinti incarichi da lui rivestiti. Figlio
dell’organista Giovanni Battista, era nato a
Brescia il 30 gennaio 1786 e si era formato
artisticamente in patria alla scuola di Gaspare
Turini detto Bertoni, e quindi a Bologna, sotto
la guida dell’abate Stanislao Mattei, esperto
contrappuntista nella tradizione della città
emiliana. Intorno al 1827 il musicista era stato
assunto quale organista della cattedrale
bresciana, e un paio d’anni dopo aveva cumulato
al primo ufficio quello di maestro di cappella,
che forse esercitava informalmente fin da prima.
Ma non è tutto: al Teatro Grande della città
godeva l’incarico di maestro concertatore,
nonché quello di maestro di cappella presso
l’Accademia degli Erranti.
Monopolizzatore della vita
musicale di Brescia nel primo ‘800, veniva
descritto dai contemporanei come abilissimo
esecutore dalla fantasiosa improvvisazione: di
lui era rimasta celebre un’esibizione al
pianoforte, durante gli intervalli di una
rappresentazione dell’Orfeo ed Euridice
di Gluck nella sala della Società Filarmonica
Apollo di Brescia nel 1808. Infaticabile
organizzatore di concerti ed educatore capace di
incidere segni tangibili nel tessuto artistico
locale, vivaci ancora dopo la sua morte avvenuta
il 31 dicembre 1846, soprattutto si distingueva
come compositore di una certa abilità, tanto che
lasciò parecchie opere inedite nell’archivio del
Capitolo del duomo.
Al celebre maestro
Bresciani, dunque, la parrocchia di Trenzano
affidò l’incombenza di vagliare la qualità del
lavoro di Ferdinando Montesanto, fresco di messa
in opera; e tuttavia questo primo collaudo non
ebbe successo, poiché il 20 novembre 1838 il
costruttore, firmando sul posto la ricevuta del
secondo acconto di mille lire che
contrattualmente gli spettava dopo la verifica
del suo strumento, dichiarava che restasse «di
comune consenso cancellata la visita fatta dal
Signor Maestro Bressiani, ed in pieno vigore la
scrittura di contratto 6 Luglio 1837»; in
cambio si obbligava a render l’opera
collaudabile entro il seguente aprile ‘39 a
tutto suo carico. Non pare d’esser malfidenti
immaginando che il collaudatore si fosse
pronunciato sfavorevolmente all’organaro, tanto
più che questi chiedeva un’ulteriore deroga di
altri sei mesi al suo impegno di consegnare
l’opera in condizioni inappuntabili.
Sei mesi dopo, il 25
aprile 1839, Montesanto dichiarava che l’organo
sarebbe stato collaudabile entro la fine del
mese corrente, e invitava i committenti a
nominare al più presto il collaudatore; ancora
due giorni e otteneva risposta affermativa dagli
interessati.
La deputazione designò
alla delicata incombenza di nuovo il maestro
Bresciani, protagonista già del primo invalidato
collaudo, il quale si premurava di riscontrare
la rispettabile Fabbriceria che il giorno a lui
consono «per fare i dovuti esperimenti al
nuovo organo e darne un giudizio definitivo»
sarebbe stato il lunedi 6 maggio. Prontamente si
provvide a darne comunicazione al fabbricante
Montesanto, il quale naturalmente doveva
presenziare per la validità legale della prova.
Di questa perizia
sopravvive il verbale steso dal professore
incaricato, giusto perché diede adito a una
vertenza giudiziaria trascinatasi poi per
diversi anni. L’insigne musicista della
cattedrale e del teatro di Brescia, che
esaminava per la seconda volta lo strumento,
preso atto che quanto a struttura e materiali
esso era conforme al piano sottoscritto dal
costruttore nel 1837, lo trovava tuttavia
in generale
diffettoso nella parte armonica, specialmente
sul Principale di 16 piedi, il quale oltre ad
essere molto esile nella voce, manca in molte
canne della dovuta intuonazione come mancano d’intuonazione
alcune canne dei registri componenti il ripeno,
ed i Contrabassi restano alquanto fiacchi, come
sono di voce fiacca in generale anche i Registri
di concerto: insomma in generale i due difetti
dominanti in quest’organo sono nell’incordatura
e nella forza, i quali potranno essere tolti con
intuonare meglio le canne, e col condurre meglio
e rinforzare il vento, coll’aggiugnere un
qualche mantice, che in allora la voce potrà
sortire più energica e robusta, e per
conseguenza più gradevole, e l’opera sarà
perfetta.
Giudizio sintetico, ma
puntuale e competente.
La deputazione trenzanese
comunicò ufficialmente il giorno successivo
all’imputato l’infelice esito dell’esame; e dopo
una decina di giorni, nell’inviargli copia della
perizia, «usando del tratto urbano» lo
diffidava
a por mano
onde togliere i diffetti riscontrati, e ciò non
ulteriormente a giorni venti, onde non lasciare
quest’opera imperfetta, ed in caso Lei non si
compiacesse all’esecuzione sarà costretta la
scrivente a doverLa con dispiacere intimarLe
formalmente e d’ufficio a tutto di Lei carico.
Di certo l’organaro
mantovano dovette rimanere sinceramente punto
nell’orgoglio personale e professionale, e
pensò per questo di impugnare la sentenza di
sfavore. Né il Bresciani, fautore forse come
molti al suo tempo di una certa sontuosa
prepotenza sonora di marca romantica, era
sospettabile di eccessiva severità o di
superficialità nei suoi giudizi, se in altre
occasioni e con altri artigiani organari aveva
dato prova di sapersi mostrare pienamente
soddisfatto di opere ben eseguite. Così, ad
esempio, la perizia di collaudo per l’organo di
Angelo Amati nella parrocchiale di Quinzano,
firmata dal Bresciani un anno esatto dopo quella
di Trenzano il 6 maggio 1840. In essa
l’esaminatore elogia l’abilità dell’artefice,
dettagliando puntualmente quegli stessi
caratteri che contestava nello strumento
trenzanese del Montesanto: l’energia del vento,
cioè dell’aria condotta nelle canne per farle
risuonare, nonché l’intonazione e la robustezza
del ripieno, degli strumenti, e specialmente dei
Contrabassi al pedale.
E, tutto sommato, si vedrà
come in una successiva occasione un altro
competente perito, il già a noi noto Felice
Cadei, inventarierà con minuzia maniacale,
suggeritagli senz’altro dalle delicate
circostanze, le deficienze dell’organo del
Montesanto, escludendo in tal modo l’eventuale
sospetto di parzialità o di pregiudizio da parte
del primo collaudatore ufficiale.
Le informazioni a questo
punto non sono sicure, ma in effetti sembrerebbe
che le parti, ciascuna a propria
tranquillizzazione, si fossero informalmente
accordate di dar luogo a una ennesima verifica
di confronto, da parte di un esperto mai prima
interpellato. Rimane una lettera dei fabbriceri
al Cadei, in cui, senza farsi menzione delle
eseguite perizie del Bresciani, si chiede
all’artigiano clarense che assuma l’incombenza
di appurare se i materiali «descritti in
detto contratto esistino e nella qualità
prescritta». Dal momento che il Bresciani
era bensì un organista, ma non propriamente un
organaro, verrebbe fatto di pensare che il
Montesanto intendesse insinuare una sua
incompetenza in materia specifica di
fabbricazione d’organi, e rivendicare il
diritto, riconosciutogli poi almeno in parte
dalla deputazione, di sottoporre la propria
opera all’esame di un costruttore
professionista, quale il Cadei era.
È chiaro che, in ogni
caso, l’ulteriore sopraluogo non poteva
inficiare drasticamente le osservazioni critiche
del noto maestro Bresciani: e questo è quanto
premeva puntualizzare alla Fabbriceria di
Trenzano quando, la settimana seguente, diede
comunicazione al Montesanto che la nuova perizia
(ma non è detto il nome del tecnico) si sarebbe
effettuata il 19 giugno, «ritenuto sempre il
risultato della Visita gia fatta del Signor
Professore Bresciani».
Il mantovano, però, non
seppe attendere, o non volle; e il 5 giugno
1839, tramite l’avvocato Magoni, presentò
istanza all’Imperial Regio Tribunale Civile di
Brescia contro la Fabbriceria e la deputazione
all’organo, allegando i copiosi documenti che
immaginava fondassero le sue ragioni. L’istanza
del Magoni, tacendo opportunamente quanto andava
taciuto, ripercorreva l’agitata vicenda dello
strumento della chiesa parrocchiale di Trenzano,
fornendo anche qualche particolare su cui gli
atti precedenti avevano sorvolato, e comunque
sempre – è ovvio – dal punto di vista del
costruttore che si considerava parte lesa.
Anzitutto si rammentano i
termini del contratto originario, senza peraltro
rilevare che il Montesanto aveva mancato di sei
mesi la scadenza di consegna. Quindi si cita il
primo collaudo commissionato dai trenzanesi
all’organista Bresciani, ma si afferma che
non avendo
questi pienamente corrisposto al loro
intendimento il Signor Montesanto, malgrado che
avesse ottenuto un giudizio favorevole, tuttavia
per aderire al desiderio da quelli esternatoglie
di riportarsi alla decisione di un altro
esperto, concorse a ricedere dalla seguita
collaudazione, e si obbligò di rendere l’organo
collaudabile per l’Aprile prossimo passato.
Ora è davvero un po’
difficile credere che il Bresciani avesse
rilasciato un giudizio favorevole all’organo del
Montesanto, se costui aveva poi spontaneamente
aderito alla decisione dei commissari di
invalidare quella prima perizia, e si era
contestualmente impegnato a rendere l’opera
collaudabile entro un termine di altri sei mesi;
e tanto meno è credibile che insoddisfatta del
perito fosse rimasta la deputazione trenzanese,
la quale ricorse di nuovo a lui per il
successivo sopraluogo.
Dopo l’elenco diligente
delle rispettive corrispondenze intercorse tra
le parti, vivace è la descrizione che l’istanza
giudiziaria offre della seconda perizia del
Bresciani, in questi termini:
Trovavasi
l’Esponente nel giorno suddivisato sulla
Cantoria dell’organo da esso costrutto allorché
si presentarono alcuni dei Signor Comittenti con
quello stesso Signor Maestro Bresciani che era
stato anche precedentemente da essi incaricato
del contemplato collaudo; e senza che per parte
di veruno si manifestasse al Montesanto il
motivo di quella visita, il detto Signor
Bresciani pretermesso ogni esame per rilevare se
l’organo fosse stato costrutto in conformità
alle convenzioni delle Parti, fece sul medesimo
alcuni sperimenti e superficiali osservazioni, e
si partì.
Infine, contestando il «modo
veramente censurabile col quale ha proceduto il
Signor Bresciani avendo dichiarata difettosa
quell’opera che non ha guari [ossia
appena poco prima] avea riscontrata
plausibile e fatte censure così vaghe e
indeterminate da rendere impossibile
all’artefice l’emendarla», l’organaro
impugnava il collaudo per le pretese «irregolarità
radicali di cui è viziato», definendo il
giudizio del Bresciani «assolutamente falso e
inattendibile, e l’artefice doppiamente
pregiudicato nell’interesse e nella riputazione».
In margine all’istanza, il
ricorrente chiedeva al tribunale che disponesse
una commissione di
due Esperti
con incarico di rilevare lo stato Attuale
dell’organo costrutto dall’Instante nella Chiesa
Parrocchiale di Trenzano tanto nei rapporti di
conformità del medesimo colle obbligazioni
assunte dall’Artefice nella suddimessa Scrittura
6 Luglio 1837 che nei rapporti della perfezione
dell’opera in se stessa.
Con tempestività degna
della burocrazia asburgica, il 24 giugno il
tribunale decretò che la perizia richiesta
dall’attore si tenesse
la mattina
del nove /9/ Luglio prossimo a ore 9, che resta
all’uopo assegnato coll’opera delli Periti
Francesco Marchesini e ... Lodrini di questa
Città, facendo ai medesimi rilevare lo stato
materiale dell’Organo esistente nella
Parrocchiale di Trenzano
con facoltà delle parti di assistervi o meno per
far presente ai due esperti quanto poteva
giovare alla propria ragione, e non senza
ricordare all’attore Montesanto il costo della
perizia, da versarsi prima del giorno fissato
nella misura di 100 lire «per le spese
occorribili»: una bella botta.
Dei due periti prescelti
meglio noto è il secondo, Giovanni Lodrini,
musicista distinto della città di Brescia, che
aveva all’epoca giusto 40 anni. Anch’egli come
il Bresciani uscito dalla scuola del Bertoni e
ricercato esecutore d’organo, nella sua lunga
vita spentasi il 15 marzo 1874 arricchì di
musica manoscritta tanto sacra quanto profana
gli archivi delle Grazie, del duomo, e
dell’oratorio di San Tommaso, per il quale
musicò diversi vaudevilles; sembra avesse
composto anche un melodramma mai rappresentato,
l’Eufemia da Messina, su libretto di G.
Gallia tratto da Silvio Pellico.
Nemmeno l’organaro
Francesco Marchesini (1801-1867), di origine
lenese ma lungamente operoso a Brescia, è però
del tutto sconosciuto, dal momento che lasciò
alcune tracce della propia attività di
costruttore d’organi e di pianoforti, insieme a
Gaetano Tomaso (1826-1909) suo figlio che, con
l’aiuto a sua volta del figlio Guglielmo, ne
mantenne attiva la bottega fino all’ultimo
decennio del secolo XIX.
Intanto anche la
deputazione procedeva con le sue pratiche. Si
ricorderà che era stato convocato l’organaro
Cadei per il 19 giugno ‘39: in realtà esiste la
sua relazione, ma in data 3 luglio, e non è
possibile allo stato chiarire se si tratta della
copia post-datata di un eventuale verbale
precedente, o se effettivamente il sopraluogo
preventivato si era svolto due settimane più
tardi. Tutto sommato, però, non fa gran
differenza, dato che il dettagliatissimo e
impeccabile esame del Cadei si svolse dopo la
presentazione dell’istanza giudiziale da parte
del Montesanto, benché fosse stato senz’altro
programmato in precedenza e indipendentemente da
quella.
Il perito clarense, edotto
dalle vicende decorse e dall’ombrosità del
collega mantovano, e certamente indirizzato dai
moniti dei fabbriceri, si impegnò a redigere un
capolavoro di precisione e competenza, mettendo
a nudo in 27 inesorabili punti tutti i più
reconditi difetti dell’opera del Montesanto, e
confermando altresì la stima del professor
Bresciani, malamente infamato dall’organaro nel
tentativo di coprire le proprie magagne.
Senza approfondire la
complessa trama del responso, i rilievi
principali mossi dall’esaminatore riguardavano
essenzialmente questioni di squilibrio
nell’energia del suono di molte canne, talora
eccessivo, più spesso troppo debole o sfiatato,
così da lasciar udire il fastidioso sibilo
dell’aria in uscita. Poi si presentavano
problemi di qualità dell’intonazione, tanto che
a un certo punto il relatore dichiarava
addirittura che «La Cordatura non è fatta
secondo il riparto equabile cioè che tutti li
toni siano eguali»: un esempio di
incompetenza dell’artigiano, forse, più che una
scelta estetica di sapore filologico, come
magari accadrebbe oggi.
Altri biasimi erano mossi
in ordine al funzionamento di meccanismi come i
ritornelli che, tramite collegamenti alle ottave
superiori, dovevano permettere di suonare anche
i tasti cui in certi registri non
corrispondevano canne effettive; o per l’improntezza
nella risposta di alcune delle catenacciature
che comunicavano il movimento dalle tastiere, e
soprattutto dalla famosa pedaliera modello
Montesanto, alle valvole interne delle canne.
Infine, ma non ultimo nella sensibilità musicale
sinfonica di quel secolo, i registri specie di
concerto manifestavano fastidiose carenze sul
piano strutturale e su quello timbrico; non se
ne salvava nessuno: i Cornetti di due file
presentavano alcuni tasti scempi verso l’acuto;
la Viola e le Trombe eran deboli; il Violoncello
e il Corno inglese avevano delle note rauche; il
Flauto principale era troppo forte; il
Flagioletto non corrispondente al timbro
dichiarato; il Fagotto in canne di legno
assomigliava al violoncello; la Tromba al
fagotto. Vista la drastica situazione, il Cadei
non trovava di meglio che suggerire
amichevolmente all’imbranato collega di salvare
il salvabile e far cambio di registri:
Le Trombe
bassi trovo il primo cessolfaut ed il primo
Fefaut nel basso boni di cui si aprossima alla
voce di fagotto ed anche le altre mediante una
egualiansa di forsa ed a qualche d·una tolierci
l’aspressa di cui ne risulterà un Fagotto
discreto.
Sembrava davvero assai arduo salvare almeno in
parte il disgraziato strumento.
È improbabile che il
Montesanto venisse messo a conoscenza di questo
intervento privato del Cadei, ad uso stretto del
comitato trenzanese, anche perché il
suscettibile mantovano rimase apparentemente in
discreti rapporti con il collega clarense, tanto
da sollecitarlo ad assumersi la nuova perizia
(un’altra!) di cui si dirà sotto.
Il 9 luglio ‘39, la data
stabilita per la visita degli esperti del
tribunale, era frattanto arrivata: in realtà non
si può dire con certezza se sia avvenuta, né in
che modo eventualmente si sia svolta. Di fatto,
forse su suggerimento dei periti ufficiali, in
quel giorno le parti siglarono una ennesima
convenzione con la quale, ribadito il pieno
vigore del contratto 6 luglio ‘37, si concordava
che dalle parti
verranno
nominati e scelti due professori intendenti cioè
uno esperto nella professione d’armonia ed uno
esperto nella cognizione, formazione e
costruzione d’organi per cui questi si prestino
alla disamina dell’Organo dal Signor
Montessanto costrutto in questa Parrocchiale
esistente ed il giudizio dei quali che sarà
relativo alla scrittura succitato verrà ritenuto
inapellabile d’ambe le parti senza alcuna
eccessione.
Si dava poi un elenco dei
candidati eleggibili all’incombenza, tutti
professionisti di rilievo e di sicura
competenza: già abbiam fatto conoscenza del
pavese Angelo Amati e di Felice Cadei, designati
per la loro esperienza costruttiva accanto a
Carlo Serassi di Bergamo, esponente della più
insigne stirpe di organari allora operante in
Italia. Quanto ai professori di armonia, il
documento elencava, oltre al ben noto maestro
Bresciani e al Bonari di Lovere, che sarà poi
prescelto, alcuni musicisti di fama nell’ambito
non soltanto lombardo.
Il più quotato era
senz’altro il maestro Giovanni Simone Mayr:
bavarese d’origine, trapiantato a Bergamo nel
1802 non ancora quarantenne, sembra fosse stato
in gioventù allievo del bresciano Ferdinando
Giuseppe Bertoni; era in seguito divenuto il
nume tutelare della musica profana e sacra nella
città orobica, fecondo compositore di
melodrammi, maestro di cappella in Santa Maria
Maggiore fino alla morte nel 1845, didatta di
notevole influenza, che tra i suoi discepoli
ebbe Gaetano Donizetti.
Di rilievo nell’ambiente
musicale bresciano, a fianco di Bresciani,
Lodrini e Quaranta, era un altro candidato,
Angelo Arici, nato il 24 aprile 1806 e divenuto
a 21 anni, alla morte di suo padre, organista a
Chiari e maestro di quella cappella, per la
quale scriveva almeno due messe nuove ogni anno,
occupandosi anche di riforma della musica sacra
e della direzione della banda locale. Ordinato
sacerdote a 47 anni, continuò la sua intensa
attività di organista e maestro privato di
musica finché si spense il 20 giugno 1876. Parte
delle sue composizioni è conservata
nell’archivio musicale delle Grazie a Brescia.
Un altro bresciano
illustre nel campo della musica era Costantino
Quaranta, all’epoca ventiseienne essendo del
1813, coetaneo di Verdi e di Wagner; dopo gli
studi presso il Conservatorio di Milano era
tornato in patria, dove tentava proprio in
quegli anni intorno al ‘40 la carriera di
operista, mettendo in scena il melodramma
Ettore Fieramosca su libretto di G. Gallia.
Ma schivo di natura, nonostante i lusinghieri
successi abbandonò presto quella strada, e più
tardi, rifiutato il posto che era stato di Mayr
alla cappella di Santa Maria in Bergamo, si
dedicò in maniera esclusiva alle composizioni
sacre, dove riuscì degno dell’ammirazione dei
colleghi e dei posteri. Successe al Bresciani
alla testa della cappella del duomo di Brescia
nel 1847 e la resse fino al 1853, ma continuò
instancabilmente la sua attività di compositore
fino alla morte seguita il 31 maggio 1887; suoi
manoscritti sono conservati presso la Biblioteca
Queriniana, nel fondo Piazza.
Tanta nobile accolta di
insigni maestri era forse un po’ sprecata per
una modesta questioncella come quella
dell’organo di Trenzano; comunque l’accordo
imponeva al Montesanto l’esecuzione
inappellabile delle correzioni richieste dai
nominati periti, pena l’aggravio di spesa a suo
carico per la sistemazione dell’organo
eventualmente affidata a un altro organaro. Il
termine del 18 luglio ‘39 era fissato per la
ratifica legale dell’accordo tra i litiganti.
In concreto, soltanto il 7
agosto, preso atto della volontà delle parti di
soprassedere alla pendenza promossa dal
Montesanto il 19 giugno, si legalizzava la
convenzione del 9 luglio, con l’autorizzazione
per i responsabili trenzanesi di procedere alla
scelta dei periti, «esclusi il Professore
Bresciani ed Amati il Padre»: il primo per
ormai manifesti motivi di incompatibilità
ambientale, stanti le note esperienze pregresse;
il secondo per presumibili ragioni biografiche,
visto che era già morto da cinque anni.
Certo la soluzione della
vertenza era urgente soprattutto per la
parrocchia di Trenzano, dal momento che l’organo
della parrocchiale, in attesa delle varie
perizie d’autorità, era stato sigillato al fine
di evitare che la parte locale potesse
manomettere in qualche modo lo strumento per
rafforzare le proprie ragioni. Con quest’ultimo
accordo, invece, il tribunale disponeva di
togliere i sigilli, consentendo così di poter
finalmente utilizzare il contestato strumento
per i suoi scopi naturali, in attesa della
programmata perizia.
I deputati trenzanesi si
misero presto all’opera, scrivendo ai vari
intendenti d’arte e di mestiere per chiedere
l’auspicata autorevole collaborazione.
L’archivio parrocchiale conserva alcune minute
di queste missive, ma l’interesse maggiore lo
offre la corrispondenza con la bottega Serassi
di Bergamo, dietro la quale si intravede con
chiarezza l’interessamento diretto del professor
Bresciani, che il contraddittorio di alcuni mesi
prima non aveva sminuito nella considerazione
dei fabbriceri.
La famiglia Serassi, erede
della tradizione organaria lombarda avviata alla
fine del ‘400 innanzitutto dagli Antegnati,
annoverava a metà ‘800 ben quattro generazioni
di efficienti organari, che avevano preso le
mosse in quell’arte nella prima metà del secolo
XVIII. Carlo, figlio di Giuseppe, era nato nel
1777 e aveva praticato la bottega fin
dall’adolescenza; alla morte di suo padre ne
aveva assunto la guida, lavorando con i fratelli
per le chiese di tutto il nord Italia, da
Venezia a Torino. Nell’autunno 1839 era occupato
tra l’altro anche in Brescia, per alcune
migliorie allo splendido organo realizzato nel
1536-37 da Gian Giacomo Antegnati nella rotonda
del Duomo Vecchio, e ricostruito nel 1826 dalla
stessa ditta Serassi, reimpiegando tutto il
materiale dello strumento rinascimentale.
Intorno alla metà di
agosto del 1839 il segretario della deputazione
di Trenzano scriveva a Carlo Serassi,
riassumendogli la travagliata storia dell’organo
Montesanto, e protestando la somma fiducia che i
responsabili riponevano in lui, «sulla
lusinga anche che vorrà assecondare il desiderio
del Signor Professore Bresciani di Brescia,
essendo questi che Lei propose, siccome affermò
avere Lei a recarsi nel corrente mese a Brescia
medesima per certe da Lei assunte incombenze».
Allo stesso modo il 15 agosto si scriveva al
maestro Guerriero Bonari di Lovere, il quale la
Fabbriceria menava vanto di avere «a
distinzione per sostenitor di musica nelle più
pompose solennità». Mentre il Montesanto, il
16 agosto da Verona, si prendeva a cuore di
invitare lui pure dal canto suo il collega
Angelo Amati di Pavia, «per emettere il suo
giudizio sull’opera da me eseguita», non
trascurando di dichiarare «di approvare la di
lei nomina, siccome di piena mia soddisfazione
per la fiducia che ripongo nella di Lei probità
e nelle estese sue cognizioni in fatto d’arte».
Tuttavia lo spregiudicato
mantovano non pare si desse da fare soltanto per
le vie ufficiali: dopo un presumibile diniego
dell’Amati, il Montesanto s’era fatto ardito e
aveva tentato una certa pressione nei confronti
della famiglia Serassi, che sembrava propensa ad
accettare l’incarico dei trenzanesi. Il
Bresciani, mai troppo tenero nei confronti di
quell’artigiano maneggione, si precipitava a far
consapevole il parroco e la Fabbriceria di
Trenzano dei «mezzi illeciti, ciò è degni di
lui» con cui colui cercava di subornare i
periti designati «per dare giudizio
sull’organo da lui mal costrutto». Ecco la
denuncia circostanziata del risentito maestro:
Una Lettera
pervenutami jeri dai Serassi da Bergamo colla
quale mi avvertono che per malattia di Carlo
l’operazione da farsi all’organo del Duomo
vecchio non sarà finita che per i Santi,
prosegue nel seguente tenore: Siavi di norma che
la Fabbricieria e deputazione all’Organo di
Trenzano, quanto il Signor Montessanti di
Mantova hanno con lettera invitato il Fratello
Carlo a nuovamente peritare quell’Organo, ed in
seguito ci si presentò un terzo ... perorando a
favore del medisimo Signor Montessanti, ma
avendo questi imprudentemente offeso il nostro
Agente offerendogli un vistoso regalo, questi
bruscamente gli rispose, che i Signori Serassi,
ne i loro dipendenti non vendono voti ne
compromettono vilmente la loro riputazione,
quindi il messo se ne partì mortificato, e noi
per più titoli siamo contrarj dall’accettare
tale onorifico incarico.
Con questa prova era
senz’ombra di dubbio sancita, a parere del
Bresciani, «la birbanteria del melifluo
Signor Montessanti», e il suo caso poteva
ben dirsi soddisfacentemente chiarito, specie
riguardo alla serietà dell’individuo. Da
Trenzano, intanto, si tentava un ultimo
approccio pacificatorio con l’officina
bergamasca dei Serassi, con attestazioni di
immutata stima più che per convinzione di un
qualche profitto:
vedendosi
ancora privi di riscontro di accettazione onde
portarsi a peritare quest’Organo costrutto dal
Signor Montessanto di Mantova, ed avendo riposta
tutta la confidenza nelle Loro Signorie si
permettono di suplicarle per la seconda volta ad
accettare tale incarico, riconoscendo in Loro
più che in qualunque altro soggetto tutte quelle
prerogative che qualificano il carattere
necessario al disimpegno di cui sono di nuovo
interessate.
Ma vedendosi privati dalla
rinomata bottega anche di quel «grazioso
rescritto» che attendevano «colla maggior
sollecitudine», puntarono altrove le proprie
carte.
Non risparmiarono tuttavia
al melifluo birbante l’ennesimo
avvertimento, comunicandogli con spregio e una
punta d’insinuazione che «né i Signori
Serassi di Bergamo, né i Signor Amati di Pavia
celebri fabbricatori d’Organi non vollero ad
onta da tante preghiere assumere il disimpegno
di Visitare quest’Organo, adducendo delle scuse
che per ora si tacciomo [= tacciono]».
La deputazione esitava a
convocare altri artisti: un nuovo diniego
sarebbe stato troppo grave da sostenere; ma,
preoccupata in primo luogo della condizione
dello strumento «che a gran passi s’avvicina
al suo deperimento», pressava l’artefice a
provvedere al perfezionamento dovuto,
minacciando di rivendicare la restituzione del
denaro, anticipato sulla promessa di completare
l’opera, cui non aveva fino allora adempiuto.
La «pendenza molesta in
ogni rapporto» cominciava a prolungarsi
eccessivamente per entrambi i contendenti, e si
arrivò così a un nuovo compromesso, almeno
riguardo alla scelta dei periti, che cadde
sull’organaro Cadei e sull’organista Bonari: il
segretario della Fabbriceria appuntò su un unico
foglietto le minute di due comunicazioni
analoghe da inviarsi ai due esperti, richiedendo
loro di prestarsi all’incarico di esaminare
l’organo; la lettera al Cadei era accompagnata
altresì da una missiva del Montesanto, che
confermava per parte sua la designazione.
Tra il maggio e il luglio
di quell’anno 1840 ci fu uno scambio frenetico
di comunicazioni dal segretario Spalenza agli
incaricati delle perizie: il maestro Bonari,
mentre da Adrara San Rocco (Bg) ribadiva che «per
sistema, io non vado mai a fare perizie», si
affrettava ad aggiungere che «trattandosi di
servire la Degnissima Fabbricieria di Trenzano,
Le dico, che sarebbe il giorno 17 giugno da me
destinato (se cosi Le aggrada)»; al che la
Fabbriceria cortesemente contestava questioni
inerenti il termine di 40 giorni stabilito dalla
convenzione 7 agosto ’39, e il necessario agio
di convocare le altre parti; cosicché il Bonari
replicava secco che allora gli andava bene «il
sedeci dell’entrante» ossia di luglio. Meno
pretenzioso era il Cadei, il quale concedeva ai
deputati che «riguardo poi alla Giornata
concertino tra loro ed il Signor Maestro esimio
di musica Bonara, e quella sarà da me confermata
previo aviso anticipato da venti giorni per il
meno».
Visto che era un’impresa
mettere d’accordo via posta le personalità
interessate al nuovo collaudo, allora lo
Spalenza pensò bene di imporre lui la data al 20
agosto ’40 e di darne avviso a tutti gli
interessati in tempo utile. Al Montesanto ne
dava comunicazione il 30 giugno, mettendolo in
guardia che il sopraluogo sarebbe stato valido
anche senza la sua presenza.
Il giorno designato,
dunque, si tenne la fatidica ultima perizia, che
per noi è documentata soltanto dalla parcella
rilasciata agli incaricati dell’indagine:
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20 agosto 1840
|
Al Signor Maestro
Bonari per sua Perizia |
L. |
41,50 |
|
20 agosto 1840 |
Al Signor Fabbricator
Cadeo per sua Perizia |
" |
43, - |
|
|
Più per cibarie ai
detti peritanti |
" |
12, - |
nonché dalla lettera con cui la deputazione
aggiornava il fabbricatore Montesanto sui
risultati della visita, «affine Lei si
compiaccia metter mano alla correzione ai
rilievi fatti»; ma non restano purtroppo le
relazioni stesse, di cui peraltro si potrebbe
senza sforzo immaginare il tenore.
E il nostro organaro non
avrebbe ben meritato l’epiteto di melifluo
birbante affibbiatogli dal professor
Bresciani, se avesse accettato di buon animo le
reiterate contestazioni degli esimi esperti:
anzi, dopo matturatta riflessione,
impugnava nuovamente le sentenze a lui
sfavorevoli «per giudizio di distinti, ed
onesti legali non potendosi ritenere per valide,
ne per la forma, ne per le opinioni espresse
oltre i patti della scrittura a cui si devono
limitare», avvertendo i committenti d’aver
inoltrato petizione al tribunale provinciale di
Brescia, con sottintesi dal sapore minaccioso.
Mentre la controversia
sull’infausto strumento pareva rispuntare dopo
un periodo di relativa bonaccia, non tutto
andava storto per fortuna alla commissione
trenzanese: nel maggio del 1841, grazie ai buoni
uffici del Cadei, si era trovato come piazzare
il vecchio organo settecentesco, dismesso per
far posto a quello del Montesanto. E il negozio
era nient’affatto indegno, poiché l’acquirente,
la Fabbriceria della parrocchia di Milzano, si
dichiarava disposta a versare 750 lire
austriache, contro un valore stimato dal
contratto del ‘37 intorno alle 600 lire: almeno
nella transazione i trenzanesi non ci
rimettevano.
Una lettera del fabbricere
milzanese don Udeschini, controfirmata dal
parroco locale don Giovanni Battista Gnocchi,
comunicava ai colleghi di Trenzano le
deliberazioni di quell’ente e proponeva le
condizioni di pagamento già preconizzate in un
precedente incontro tra i parroci di Trenzano,
Milzano e Cossirano, il consulente Cadei e le
rispettive Fabbricerie: oltre alle cento lire
già anticipate,
si salderà
intieramente la somma entro due anni (metà
all’anno) se l’organaro Montesanti concederà
dilazione alla Fabbricieria di Trenzano per il
suo credito come ci verrà notificato, e nel caso
diverso verrà saldato il nostro debito entro i
primi di Setembre dell’anno venturo 1842.
Questo cenno è rivelatore
di un clima un po’ meno burrascoso nei rapporti
tra l’organaro mantovano e la parrocchia
trenzanese, in una stagione in cui
sfortunatamente mancano documenti d’altro
genere: sembra che le divergenze passate si
stessero appianando, se i committenti avevano
intenzione di intraprendere il versamento delle
quote spettanti al Montesanto per la sua opera.
Ciò non significa che lo strumento avesse di
botto acquistato quelle doti di cui era nato
carente, ma perlomeno chi l’aveva ordinato non
aveva a farsi il sangue cattivo contendendo allo
stremo con il costruttore.
Dalla corrispondenza
successiva sappiamo che la lettera dei milzanesi
spedita il 26 maggio ‘41 giunse nelle mani dei
destinatari soltanto il 2 settembre (tre mesi e
mezzo da Milzano a Trenzano: ma era più di cento
cinquant’anni fa).
Il 28 novembre i
fabbriceri milzanesi mandavano l’organista del
paese Erminio Lampugnani, insieme a un compagno,
per ritirare l’acquisto con una cortese
accompagnatoria, che invitava i responsabili di
Trenzano a
consegnare a
questi due individui tutto il materiale formante
l’antico fu loro organo attualmente esistente
nel vecchio loro cemeterio, ed in sulla
cantoria, o situato che sia anche in altri
luoghi, pregando ad averci per compatiti se più
presto non siamo stati in grado di venire al
punto di disimbarazzare le loro situazioni da
codeste anticaglie.
La presentazione era
completata da un messaggio per l’organaro Cadei,
che però non ci è reso noto, anche se è facile
immaginare si trattasse dell’incarico di
provvedere a riportare in vita il fu organo
di Trenzano, morto e sepolto giusto nel
cemeterio di quel paese, sovrintendendo alla
installazione di quelle anticaglie nella
nuova destinazione.
All’atto della consegna il
delegato della commissione trenzanese rilasciò
un comunicato, in cui si avvertiva altresì che
non si poteva consentire alla dilazione
auspicata nei pagamenti per colpa
dell’onnipresente signor Montesanto, che non
transigeva per parte sua nei confronti dei
propri debitori, creditori di Milzano.
Con questa vendita si
procedeva verso l’esito di una vicenda piuttosto
odiosa per l’amministrazione parrocchiale
trenzanese che, vista l’impossibilità di rendere
perfetto ciò che perfetto non era e non poteva
esserlo, si acquietò, definendo il 3 dicembre
1842 una conclusiva convenzione, con cui si
scioglievano tutte le pendenze giudiziarie e
finanziarie ancora aperte.
La Fabbriceria accettava
di rinunciare «a qualunque diritto di
correzione e perfezionamento dell’organo dal
Signor Montesanti costrutto in relazione alla
scrittura 6 Luglio 1837 dichiarando di
accettarlo tale e quale attualmente si trova»;
in cambio l’artefice rinunciava a 1.250 lire sul
prezzo complessivo dell’opera, che veniva così a
importare per la deputazione 7.250 lire, contro
le 8.500 contrattuali. Siccome fino a quel
momento, per le note contestazioni, al
costruttore non erano state versate altre rate
oltre ai due acconti di 1.000 lire del 1838, i
firmatari consegnavano seduta stante al
creditore 3.250 lire, riservandosi di fargli
pervenire le residue 2.000 entro il novembre
1845, a saldo definitivo.
E con questo atto si
chiudono finalmente le turbolente relazioni di
Trenzano con l’organaro mantovano Ferdinando
Montesanto.
* * *
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