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La chiesa parrocchiale di San
Giorgio di Trenzano fu edificata più o meno
nelle forme odierne intorno al terzo-quarto
decennio del ‘700: a un’epoca di poco successiva
si deve, forse su iniziativa dell’allora
arciprete Piccoli, la collocazione di un organo
in un luogo non diverso dall’attuale, attestato
da alcuni indizi documentari, senza tuttavia
possibilità di ulteriori determinazioni.
Notizie
più ampie si hanno, invece, a partire dal 1837,
quando, dopo una specie di concorso per progetti
(cui aderirono Angelo Amati di Pavia e Felice Cadei di Chiari), la Fabbriceria trenzanese
commissionò uno strumento nuovo all’organaro
Ferdinando Montesanto di Mantova, messo in opera
con fatica e conflitti e più volte collaudato
senza successo. La relativa abbondanza di
documentazioni in proposito si deve
essenzialmente al fatto che il rapporto di
lavoro col Montesanto fu dal principio difficile
e controverso e si trascinò malamente fino al
dicembre 1842, portando pure a una causa
giudiziaria mossa dal costruttore contro i
committenti, per parte loro profondamente
insoddisfatti dell’opera dell’artigiano
mantovano.
In effetti, dopo solo dieci anni
(1852) si tentò di far riformare radicalmente
dalla bottega cremonese degli Acerbis lo
strumento imperfetto, ma l’insuccesso
dell’impresa persuase i trenzanesi ad
abbandonare del tutto il vecchio organo e a
commissionarne uno nuovo alla rinomata bottega
di Giovanni Tonoli (settembre 1859). Il rapporto
col Tonoli fu tutto l’opposto di quello col
Montesanto: l’organaro bresciano lavorò come sua
abitudine con scrupolo e puntualità, così che in
poco più di 6 mesi, a fine aprile del 1860, il
suo strumento era pronto, e il collaudo del
maestro Gritti nel settembre successivo diede un
risultato eccellente, con pochissime
contestazioni; e il rapporto del Tonoli coi
trenzanesi si protrasse quasi senza intoppi fino
al 1878.
Dopo una lunga parentesi di silenzio,
segnata soltanto da un modesto intervento manutentivo di Giovanni Maccarinelli (1905), la
Fabbriceria di Trenzano commissionò nel 1926 ad
Armando Maccarinelli una riforma più
consistente, che aggiornava lo strumento a un
gusto più moderno, senza intaccare il patrimonio
sostanziale della struttura datagli dal Tonoli.
Così l’organo trenzanese è arrivato fino al
1991, quando il parroco don Cesare Verzeletti ha
deciso di procedere da un lato alla sistemazione
dell’organo rispettosa della sua storia,
dall’altro a integrarlo con un secondo manuale
con relativo apparato realizzato dalla ditta
Denti di Pianengo (Cr).
* Questo saggio deriva
sostanzialmente dal materiale raccolto per una
ricerca effettuata nel 1991-92, in occasione
dell’ultimo restauro dell’organo parrocchiale trenzanese, su sollecitazione dell’allora
arciprete di Trenzano don Cesare Verzeletti
(oggi prevosto di Mompiano San Gaudenzio), al
quale rinnovo il ringraziamento per la
disponibilità con cui ha agevolato in ogni modo
il mio lavoro.
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1. Il primo
organo noto (ante 1760)
La parrocchia di Santa
Maria Assunta in Trenzano, come molte altre
chiese del bresciano, vanta una intensa storia
di devozione e di arte, che risale per l’origine
alla stagione remota delle pievi nei secoli a
cavallo tra il primo e il secondo millennio
dell’era cristiana, e per la sua fase recente ai
tempi dell’emergere dall’alveo della stanca
civiltà feudale dei ceti borghesi, tutti presi
dallo sviluppo di una cultura stretta al
campanile, ma attenta quasi sempre a suscitare e
valorizzare le migliori energie nel territorio.
Originaria chiesa madre
della circoscrizione plebanale dovette essere
quella Basilica alba cui rinviano fonti
del secolo XII; più tardi, come accadde per
molte altre pievi della zona circostante, il
tempio primitivo, situato circa un miglio fuori
dal centro abitato, venne abbandonato dal culto,
che si trasferì in un oratorio più prossimo alla
vicinia, quello di San Giorgio, il quale assunse
gli oneri, e in seguito anche il titolo di
chiesa principale, divenendo di fatto la
parrocchiale del paese. In questo senso
concordano le testimonianze delle numerose
visite pastorali dei vescovi bresciani, a
partire dalla prima metà del ‘500.
L’edificio attuale è
frutto della ristrutturazione radicale che
l’arciprete don Antonio Piccoli promosse intorno
al terzo decennio del XVIII secolo. Questo
sacerdote di distinta erudizione, laureato in
legge, segretario e familiare del vescovo di
Brescia Giovan Francesco Barbarigo, a tempo
perso verseggiatore di un qualche nome, non
doveva essere affatto estraneo alla cultura
musicale, nel secolo poi che in Italia
assistette al fiorire di iniziative di ogni
genere e qualità in quell’arte, e tanto più
negli ambienti toccati dalla civiltà veneziana,
intorno a cui gravitava il Bresciano.
Dell’arciprete Piccoli,
infatti, sopravvive memoria di esperimenti anche
nel campo della poesia per musica, il che rivela
una non comune assiduità di frequentazione e una
sensibilità per le espressioni qualificate della
musica del tempo. Questo rilievo, unito alla
considerazione della sua attività di
riedificatore della chiesa parrocchiale,
indurrebbe alla supposizione, peraltro al
momento non suffragata da attestazioni
documentarie, che al Piccoli appunto si potrebbe
attribuire la cura di aver allestito un primo
strumento organistico nella chiesa di San
Giorgio da lui rimessa in fasto nel corso del
suo lungo parrocchiato.
La sfortuna ha voluto che
nessun cenno a impegni nella fabbricazione o nel
riattamento di un organo compaia neppure nelle
dettagliate registrazioni di contabilità per
l’ampliamento del presbiterio e del coro
avvenuto nel periodo 1766-1780, sotto l’egida
del parroco don Vincenzo Bordonali, successore
del Piccoli. Eppure proprio a quegli anni è
verosimile si debba la collocazione stabile di
uno strumento, che aveva di certo il suo luogo
consueto nell’ambito del presbiterio, e
difficilmente poteva essere rimasto intatto al
suo posto in seguito ai lavori di rifacimento
della zona absidale della chiesa.
Parrebbe, dunque, che
l’organo ipoteticamente attribuibile
all’iniziativa del Piccoli possa aver trovato la
sua sistemazione coerente in occasione delle
migliorie del secondo ‘700; sempre che – non si
può onestamente escluderlo – uno strumento nuovo
non sia stato realizzato dopo questi
rinnovamenti edilizi, dal parroco Bordonali, o
dal suo successore non meno colto e avveduto:
don Bernardino Galvani da Gambara. E lo stile
della cassa, della gemella controcassa sul
fronte opposto del presbiterio, e delle
rispettive cantorie tuttora esistenti rimanda
senza difficoltà all’epoca del cadente secolo
XVIII.
Indiscutibile è che nel
1762 nella chiesa parrocchiale di Trenzano un
organo esisteva, e da un tempo abbastanza lungo
da farlo considerare oggetto consueto nella
conduzione ordinaria della vita liturgica
locale. A questa data, in effetti, riconduce una
memoria stilata nel 1795 dall’arciprete Galvani
sulla base di un atto civico di trentatrè anni
precedente. Vi si legge, tra l’altro:
Del 1762
essendo attual’Arciprete di Trenzano il
Reverendissimo quondam Bordonali, si fece andare
parte in occasione di convocata Vicinia della
Comunità. [...]
2.do se si
avesse a permettergli di fare una nuova Scala
dell’Organo, che andasse a sboccare
nell’antisacrestia
Si vede, dunque, che già
intorno alla metà di quel secolo, e prima del
rifacimento dell’area absidale del tempio,
esisteva un organo fisso collocato in cornu
epistulæ (ossia a destra dell’altare
maggiore guardando dall’aula, adiacente alla
parete della chiesa comune con la sacrestia) in
posizione elevata, e certo sopra una cantoria,
come si giustifica dal fatto che per
raggiungerlo occorreva una scala che sboccasse
nell’antisacrestia. Tenuto conto che i lavori di
ampliamento del presbiterio promossi dal
Bordonali inizieranno soltano alcuni anni dopo
(1766), mentre il tempio era stato ristrutturato
pressoché integralmente trent’anni prima dal
Piccoli, morto solo da tre anni (1759), è
inevitabile pensare che l’organo fisso
testimoniato da questo frustolo di documento
fosse stato commissionato dallo stesso Piccoli
verso la metà del secolo per la sua nuova e
moderna chiesa barocca. Altro in proposito non
si può dire.
Una informazione
integrativa, nell’oscurità cui condanna la
perdita di gran parte degli atti coevi, viene da
un altro promemoria del parroco Galvani, dove,
in un elenco di problemi da sottoporre forse
all’esame dell’autorità ecclesiastica in
riferimento alle laboriose controversie già
menzionate circa le pretese di passaggio
pubblico in sacrestia, si annoverano anche i «Diritti
della Comunita all’Organo», indizio evidente
che, a Trenzano come altrove, lo strumento nella
chiesa parrocchiale apparteneva di diritto,
insieme al resto degli arredi del tempio
principale, alla amministrazione civica, che di
solito ne sopportava gli oneri di costruzione e
manutenzione, e retribuiva il maestro organista
nonché il levamantici, umile e misconosciuto
personaggio indispensabile allora per far
funzionare lo strumento.
È verosimile che questa
appartenenza comunale sia una ragione
determinante perché, nel pur non esiguo archivio
della parrocchia, non sopravvivano attestazioni
anteriori all’età napoleonica relative
all’organo della chiesa maggiore: fu soltanto in
quella agitata epoca di rivoluzioni e di
travagli in ogni settore della vita pubblica e
sociale che, con l’istituzione delle Fabbricerie
quali entità giuridiche riconosciute, la cura
degli edifici sacri e della loro suppellettile
passò in carico di un ente a sé stante, distinto
dal Comune, con una propria autonoma
amministrazione e un proprio archivio.
Naturalmente, se fosse avanzato qualcosa
dell’archivio storico comunale trenzanese
precedente al secolo XIX, vi si sarebbe potuto
reperire materiale concernente gli organi e gli
organisti della chiesa parrocchiale; ma tant’è:
le disavventure della storia non sempre
favoriscono le nostre pur legittime ambizioni di
conoscenza.
Per parte sua un organista
parrocchiale, di norma dipendente retribuito
dalla civica amministrazione, da un lato era
tenuto a solennizzare con le sue esecuzioni le
cerimonie pubbliche nelle ricorrenze principali
dell’anno liturgico, dall’altro aveva inoltre
l’incombenza di accompagnare i riti delle
confraternite officianti i diversi altari nella
chiesa maggiore, dietro compenso particolare che
queste gli versavano in base a un esplicito
contratto o a una consuetudine inveterata. E
così accadeva a Trenzano, dove un accenno
contenuto in una relazione sullo stato della
chiesa, compilata dal Galvani all’indirizzo del
ministro per il Culto nel secondo quinquennio
dell’800, rilevava di passaggio che le
cappellanie annesse agli altari del Santissimo
Sacramento e del Santo Rosario godevano
alcune rendite «da impiegarsi nel
mantenimento del suo Altare, [...]
mantenimento de’ sacri Arredi, sagristano,
Organista, Cancelliere: il rimanente in tante
Messe».
Qualche tempo dopo si
trova un’altra analoga comunicazione del
medesimo arciprete al vescovo di Brescia Gabrio
Maria Nava, a norma della circolare vescovile
del 2 agosto 1814; in margine all’enumerazione
delle cappellanie, vi si precisa:
Avvertasi
che li suddetti pii Legati hanno il peso in
comune di mantenere l’Organista, il Levamantici
l’Organo i Sagristani, i Campanari, le Corde
delle Campane, li Paratori della Chiesa, tutti
li sacri Arredi, cioe Pianete, Calici,
Biancherie etc. inserventi alla celebrazione
delle Sante Messe.
E
si direbbe che il mantenimento di personale e
suppellettile cui qui si allude sia circoscritto
alle cappellanie in questione, e limitato alla
loro competenza, non per l’intera attività
svolta nella chiesa parrocchiale, per la quale
dovevano valere altre regole e altri contributi.
Insomma, si vuol dire che, a Trenzano come
altrove, il compenso economico di un organista
(e, pur di gran lunga inferiore, di un
levamantici) era all’epoca frammentato tra molti
e diversi enti (Comune, parrocchia,
confraternite, altari, pii legati), che
contribuivano secondo la rispettiva quota di
proprietà e di uso del luogo sacro e secondo la
quantità di servizi che richiedevano annualmente
ai professionisti loro dipendenti.
Le sporadiche attestazioni
che si sono potute reperire servono, dunque,
perlomeno a confermare che a Trenzano la prassi
attorno all’organo parrocchiale negli anni che
precedono l’istituzione della Fabbriceria si
conformava alla norma di pressoché tutte le
chiese del circondario in quella stessa epoca.
Dobbiamo però attendere
ancora un quindicennio per individuare
finalmente un atto ufficiale che introduca per
la prima volta senza mediazioni nel cuore della
vicenda dell’organo parrocchiale: il 9 marzo del
1829 la Fabbriceria locale affidava a un
organaro di Calcio (Bg), certo Costantino
Merlotti «l’incarico di riordinare l’organo
esistente in questa Chiesa Parrocchiale e di
renderlo concertato, regolare, sonante, e netto
da aggiudicarsi [= giudicarsi] da un
Professore eletto da questa Fabbriceria»,
per un prezzo concordato di 66 lire milanesi
metà al collaudo e metà dopo un anno di
manutenzione.
La convenzione non rivela
nulla in merito al tipo di organo, alla sua età,
all’eventuale paternità, alla struttura, salvo
dimostrare che uno strumento esisteva, e veniva
regolarmente utilizzato, se al principio della
Quaresima vi era necessità di rimetterlo in
sesto, nell’imminenza delle prossime feste
pasquali. Non doveva, comunque, trattarsi di
ordinaria ripulitura, né di una riparazione da
poco, giacché si avvertì l’urgenza di redigere
un contratto legale, determinando in dettaglio
l’opportunità del collaudo e i termini del
pagamento di una cifra che, peraltro, non
parrebbe esorbitante.
Dispiace maggiormente che
nulla si sappia a proposito dell’artigiano
bergamasco assuntore dell’impresa, del quale
allo stato non pare si abbia notizia di altre
testimonianze. In ogni caso non rimangono
attestazioni neppure dell’esito delle operazioni
definite in questo sintetico accordo, perdute
chissà dove assieme alle tante altre fonti ormai
svanite.
C’è da dire ancora, prima
di passare a vicende meglio attestate, che
un’ultima informazione sul vecchio organo
settecentesco la si ritroverà nel maggio 1841,
quando la Fabbriceria di Trenzano, con l’aiuto
dell’organaro Felice Cadei suo consulente,
riuscirà a vendere alla parrocchia di Milzano
per 750 lire austriache (150 in più del suo
valore stimato a contratto) l’antico strumento
ormai smontato e inutilizzato, che aveva
lasciato il posto all’organo nuovo del
Montesanto.
Il rilievo che più ci
importa, oltre all’illusione che forse non tutto
sia andato perduto di quel vetusto e ignorato
monumento, è la condizione negletta in cui
versava al momento del negozio, spietatamente
descritta da un avviso dei fabbriceri di Milzano,
che invitava i trenzanesi a consegnare «tutto
il materiale formante l’antico fu loro organo
attualmente esistente nel vecchio loro cemeterio,
ed in sulla cantoria, o situato che sia anche in
altri luoghi», non senza pregarli di averli
per compatiti se non avevano trovato più presto
il tempo «di venire al punto di
disimbarazzare le loro situazioni da codeste
anticaglie».
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