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Documento

19 agosto 1712

Testamento di Giovan Antonio Tenchini, di Manerbio.

Spigolature

Manerbio.

 

Tra figli preti e criminali

Un testamento manerbiese del 1712

di Emanuele Penocchio e Alessio Ziletti

 

 

 

L

L’obiettivo di questo nostro lavoro è stato cercare di comprendere qualcosa sulla società degli anni a cavallo tra XVII e XVIII secolo a partite da un documento dell’epoca.

Il primo passo è stato reperire un documento su cui lavorare, cosa resa possibile grazie all’aiuto dello storico Alessandro Tomasini, il quale ci ha gentilmente fornito il documento inedito su cui abbiamo basato il nostro lavoro, ovvero un testamento del 1712.

Il metodo con cui abbiamo proceduto è rigoroso: siamo partiti analizzando il documento, per poi allargare gradualmente l’area di studio, arrivando a trarre qualche conclusione sulla vita del testatore e sulla società del tempo.

Naturalmente, per svolgere la tesina è stato necessario trascrivere il documento, al fine di comprenderne il significato, operazione resa possibile anche grazie all’aiuto del professor Tommaso Casanova. Una volta abbattuta tale barriera, ci siamo potuti dedicare alla vera e propria analisi del contenuto del documento, prendendone in esame la forma, il contenuto, lo stile, il lessico e approfondendone qualche particolare per noi interessante.

 

Analisi del documento

Il manoscritto di cui si occupa il nostro lavoro è un atto notarile conservato nell’archivio di Stato di Brescia (Bs-ASt), filza numero 8921 (noi abbiamo lavorato su una fotocopia fornitaci dal prof. Tomasini).

Si tratta del testamento del signor Antonio Tenchino, il quale l’ha dettato «di propria bocca» al notaio cignanese Ortensio Baviera il giorno venerdì 19 agosto 1712. Il documento è stato stilato nella camera da letto del testatore, nella parte nord dell’abitazione, alla presenza di sette testimoni tutti manerbiesi.

È interessante notare che un abitante di Manerbio si è rivolto a un notaio di Cignano: questo potrebbe significare un rapporto di amicizia tra i due, oppure la fama di cui godeva il notaio, il quale era figlio d’arte.

Mentre dettava il testamento, il signor Antonio era sano «di mente, sensi, et intelletto», ma reso infermo probabilmente da una malattia che l’ha costretto a dettare il proprio testamento a letto.

 

Nella prima parte del documento il testatore prega per la salvezza della propria anima, affidandola «all’Altissimo signor Iddio, alla Gloriosissima sempre Vergine Maria» e a tutti i santi, e chiedendo espressamente ai suoi eredi che dopo la sua morte vengano fatte celebrare per lui duecento messe.

Già da queste prime righe possiamo percepire la profonda religiosità del testatore, che supponiamo rispecchi anche la società dell’epoca, nella quale all’interno dei testamenti ci si preoccupava di assicurare la propria anima al paradiso.

 

Nella seconda pagina del manoscritto si trova, invece, un particolare molto interessante e inusuale: il testatore decide di non lasciare alcun bene in eredità a suo figlio Giovanni Battista, cui lascia la sola legittima, dalla quale però andranno detratte tutte le spese sostenute dal testatore, come conseguenza dei numerosi atti criminosi commessi dal personaggio, tutti elencati di seguito per più di una pagina del documento.

Possiamo dunque vedere come il signor Antonio in pratica diseredi completamente suo figlio, in quanto decide di lasciargli la sola legittima, dalla quale andranno però detratte tutte le spese citate, sicuramente superiori ad essa.

 

Nella terza pagina vengono nominati gli eredi universali, ovvero gli altri quattro figli legittimi del testatore: Giulio, Pietro, Vito Modesto e Laura, di cui i primi due sono sacerdoti. Degno di nota il fatto che tra gli eredi ci sia anche una donna: una stranezza sottolineata nel testamento stesso, nel quale il nome di Laura è sempre seguito dalle parole «benché femina».

Il testatore impone poi che dopo la morte di questi suoi eredi, tutta la sua eredità venga da loro lasciata ai suoi «abiatici», ossia nipoti di nonno, che sono i figli maschi di Giovanni Battista. Si specifica inoltre che tale eredità debba passare agli eredi «sotto titolo di fidecomisso», ovvero i figli di Giovanni Battista dovranno ricevere una somma di denaro di valore almeno uguale a quella lasciata ai loro zii, con la clausola che il padre criminale non possa in alcun modo utilizzare tale denaro.

Questo stratagemma viene adottato per i figli di Giovanni Battista, in quanto il testatore desidera che essi possano disporre di una fonte di denaro che sostituisca l’apporto economico che sicuramente mancherà loro da parte del padre.

Il signor Antonio, in effetti, aveva molto a cuore la sorte dei figli di Giovanni, e dispone espressamente che tutta l’eredità finisca a loro, ordinando anche che gli altri suoi quattro figli si preoccupino della loro educazione e gli assicurino una vita virtuosa, che non ricalchi quella pessima del loro padre.

 

Successivamente viene specificato con precisione cosa il testatore lascia a ognuno dei figli, ribadendo che l’eredità deve rimanere intatta, ma è permesso agli eredi di dividersela tra loro, a patto che nemmeno una parte essa vada a finire fuori dalla «linea mascolina».

Da qui possiamo rilevare come il signor Tenchino abbia voluto mantenere le sue ricchezze intatte, evitando qualunque tipo di frammentazione, al fine di conservare il più possibile la ricchezza nella sua famiglia.

Per quanto riguarda la suddivisione dell’eredità, al «Reuerendo signor Don Giulio» viene lasciata, oltre al pieno diritto sui beni immobili del padre, la somma di mille scudi «da lire sette piccole l’uno», con l’aggiunta che tale somma era stata portata in casa del testatore dal reverendo stesso.

Uno scudo all’epoca valeva sette lire piccole, e nel testamento tale equivalenza è specificata dal notaio. Spesso infatti si trovavano degli scudi di peso minore e quindi di valore inferiore a sette lire piccole: questo perché era diffusa la pratica di asportare dalle monete dei frammenti di metallo pregiato, senza che il peso della moneta variasse di molto. Un’altra spiegazione possibile del fatto che nel testamento si specifichi il valore di ogni scudo è che al tempo, per far fronte all’inflazione, non si usava aumentare i prezzi, ma si preferiva piuttosto diminuire il titolo della moneta, ovvero la quantità del metallo nobile di cui era costituita (nel caso degli scudi, l’argento).

 

La quinta pagina si apre ribadendo che Laura, nonostante sia una donna, debba avere gli stessi diritti dei fratelli sui beni paterni, finché ella vivrà nubile e casta; nell’eventualità in cui invece voglia sposarsi, la sua eredità sarà solamente di circa mille scudi «da lire quatro planet» ciascuno.

A differenza del caso precedente, qui si parla di lire planet, che erano le lire bresciane poi sostituite dalle lire piccole (veneziane); il fattore di conversione tra le due era all’epoca di circa 4/7: quindi 7 lire piccole valevano circa 4 lire planet.

Un’altra osservazione interessante che si può trarre dall’inizio di questa pagina del testamento consiste nel fatto che il testatore privi Laura del diritto sui beni immobili nel caso in cui ella si sposi: tale disposizione è un altro segnale di come il signor Antonio voglia tener intatto il patrimonio di famiglia, evitando che esso finisca nelle mani di persone che non sono suoi discendenti diretti in linea maschile.

Nella stessa pagina viene anche aggiunto che il figlio Giulio possa gestire come meglio crede una pezza di terra «detta Il Zauaiolo», che il testatore dice di aver comprato con i soldi che il figlio stesso gli aveva prestato.

Nell’ultima parte della pagina il testatore affronta il caso dell’unico suo figlio sposato, ossia Vito Modesto, disponendo che egli non possa avere alcun diritto sulla casa sita in contrada «d’Ansciano», ma lo nomina proprietario di un’altra casa sita nella piazza di Manerbio, che potrà utilizzare come sua abitazione, oppure vendere.

 

Nell’ultima parte del documento, si specifica che questo testamento debba essere l’unico valido, privando di valore quelli redatti in precedenza, compreso quello dettato al medesimo notaio «sotto li 3 Agosto 1708».

Il testamento si conclude, come di consueto, specificando la data e il luogo della stesura, con l’elenco dei testimoni presenti.

 

Mantenere un criminale

Nel testamento del Tenchino viene praticamente diseredato uno dei figli: Giovanni Battista, e il testatore giustifica questa sua scelta elencando tutte le multe che è stato costretto a pagare per via degli atti criminosi del figlio.

La prima malefatta segnalata risale al 1685, quando il testatore dovette pagare 150 scudi per scarcerare il figlio arrestato per possesso illecito di «arme curte», cioè probabilmente pistole. Giovanni Battista fu persino coinvolto nella morte del «Trinca» di Manerbio, e il processo costò al padre ben 200 scudi.

Successivamente il signor Antonio dovette sostenere una doppia spesa di 250 scudi: la prima volta perché il caro figliolo sparò con le solite «arme curte» al manerbiese Piero Pedracino; l’altra in seguito a una denuncia per aver minacciato con la stessa arma le «Madri di santa Pace di Brescia».

Non contento, il mascalzone venne querelato altre quattro volte, che costarono al testatore un totale di 330 scudi. Come se non bastasse, Giovanni Battista sottrasse poi al padre 600 scudi, quando volle scappare di casa, e comportò nel corso di vent’anni la spesa di altri 2000 scudi.

Inoltre il figlio aveva rubato al padre due cavalle, del fieno, della legna, e l’11 agosto 1712, otto giorni prima che il signor Tenchino dettasse questo testamento, il figlio era piombato nella bottega paterna, non accontentandosi di rubare una forma di formaggio, ma anche insultando e gettando a terra con una spinta il padre che cercava di riprendersela.

In totale, Giovanni Battista aveva fatto perdere al testatore più di 3780 scudi, senza tener conto dell’imbarazzo e del danno d’immagine. Se poi si considera che all’epoca con una somma compresa tra i 200 e i 400 scudi si poteva acquistare un piò di terra da coltivare, circa 3255 mq, ci si rende conto quale peso economico questo figlio abbia rappresentato per il padre.

 

Riteniamo quindi più che comprensibile il fatto che il testatore non lasci alcuna eredità a Giovanni Battista.

Degno di nota è come invece venga ordinato che tutta l’eredità passi poi ai figli dello scapestrato: in questo modo il signor Antonio si assicura che tutte le sue ricchezze rimangano ai suoi discendenti, senza però rischiare che finiscano nelle mani di un criminale.

 

La contrada d’Ansciano

Nel manoscritto si dice che il signor Antonio Tenchino possedeva, oltre che una bottega, due case: una sita in «Contrada d’Ansciano» e l’altra in «piazza di Manerbio». La prima viene lasciata in eredità ai due figli preti e alla figlia, con la disposizione che non venga mai venduta o divisa, ma che resti intatta e diventi dimora di famiglia. Da queste istruzioni si ricava che il testatore teneva molto a questa casa e desiderava mantenerla per sempre come un bene di famiglia.

L’altra casa invece viene lasciata all’erede sposato, perché la possa usare per viverci con la moglie. Il fatto che il testamento venga dettato nella casa che vuole resti alla famiglia lascia supporre che questa sia la casa in cui il testatore viveva abitualmente e alla quale era più affezionato.

Per quanto riguarda la bottega, non viene indicato né dove si trovi né chi la debba gestire dopo la morte del signor Tenchino. Un’ipotetica spiegazione a queste due mancanze potrebbe essere che la bottega occupasse parte delle due case, probabilmente quella in contrada d’Ansciano, visto che il testatore lascia Vito Modesto libero di vendere l’altra; la gestione della bottega era probabilmente già stata delineata in altra forma.

 

Sarebbe interessante individuare la posizione, o almeno la zona, che occupavano le due case, nel paese di Manerbio.

Per quella lasciata al figlio sposato non vi sono molti problemi, in quanto l’indicazione che si trovasse in piazza è, per l’epoca, univoca. L’unico dubbio che abbiamo avuto riguardo ad essa è dato dal fatto che noi abbiamo a disposizione una cartina risalente al catasto napoleonico (1810-1818), nella quale è indicata la «piazza pubblica». Non siamo però sicuri se nel 1712 l’area circostante alla chiesa parrocchiale di S. Lorenzo fosse già come la conosciamo oggi. Effettivamente, dalla consultazione di altre bibliografie, abbiamo appreso che la chiesa fu ricostruita tra il 1715 e il 1741, quindi è molto probabile che la piazza in cui si collocava la casa del testatore sia quella che c’era di fronte alla veccia facciata della chiesa, uno spazio ora occupato dalla sua abside.

 

Più complicato è invece capire dove si trovasse l’altra casa, quella in cui supponiamo che il signor Tenchino risiedesse abitualmente.

Sappiamo che l’abitazione aveva due piani (come si dice nell’ultima pagina del documento), che probabilmente comprendeva una bottega, e che si trovava in contrada d’Ansciano. Tra tutte le informazioni di cui disponiamo, quella che ci è sicuramente più utile all’indagine è il nome della contrada: infatti Ansciano non è che l’italianizzazione del dialettale Scià (o forse Anscià), parola che «sta ancora sulla bocca dei manerbiesi veraci». A Manerbio, infatti, «le due più antiche, più centrali e più importanti contrade» del centro storico sono le vie conosciute da sempre come Scià-ólt e Scià-bass, oggi denominate rispettivamente via XX Settembre e via S. Martino, ma che «la popolazione di autentico ceppo locale» ha continuato a chiamare con i nomi originali.

Non resta quindi che stabilire se il testatore, dicendo «contrada d’Ansciano», intendesse l’alto o il basso.

Il metodo da noi utilizzato per risolvere l’enigma si basa sulla tesi secondo cui è ancora oggi usanza il sottintendere, con la parola Scià (o Ansciano), una sola delle due contrade. Ci siamo quindi recati a Manerbio, in quella che oggi si chiama piazza Italia, e qui, rigorosamente in dialetto bresciano, abbiamo chiesto a quei manerbiesi che ci sembravano abbastanza veraci, se con il solo termine Scià intendessero l’ólt o il bass. Tutti ci hanno dato la stessa risposta, che di conseguenza ci sentiamo di considerare attendibile: ovvero che la contrada d’Ansciano non è che la via oggi chiamata S. Martino, ma che continua a essere conosciuta come lo Scià-bass, tanto che il toponimo originale è comunque riportato anche sul cartello attuale.

Abbiamo dunque individuato, come si può constatare dalle cartine allegate, le zone in cui si sarebbero dovute trovare entrambe le case citate nel testamento.

 

Conclusioni

Grazie a questo lavoro abbiamo avuto modo di prendere contatto con vari aspetti della società manerbiese degli anni a cavallo tra XVII e XVIII secolo.

In primo luogo ci ha colpito la scrittura, ricca di abbreviazioni, povera di punteggiatura, e che spesso dà l’impressione di non seguire le precise regole ortografiche oggi vigenti, come per esempio succede con le doppie, influenzate, come del resto molti altri aspetti della lingua, dal dialetto.

Confessiamo che all’inizio abbiamo avuto qualche difficoltà nella trascrizione e comprensione del testo, ma dopo le prime pagine (grazie anche all’aiuto del professor Tommaso Casanova), siamo riusciti a comprendere quasi tutto con maggiore facilità.

 

Le parole utilizzate dal testatore non sono tutte simili all’italiano moderno, ma per la maggior parte sono italianizzazioni del dialetto bresciano, che tuttavia non abbiamo avuto particolari difficoltà a comprendere.

Un’altra caratteristica degna di nota, dalla quale dovremmo prendere esempio, è la grande tendenza a risparmiare lo spazio, sprecando meno carta possibile.

 

Passando invece al contenuto del testamento, è emersa la profonda religiosità delle persone, testimoniata dalle invocazioni con cui si apre il manoscritto e dal fatto che ben due dei figli del signor Antonio Tenchino siano preti. D’altra parte, all’epoca «le più distinte casate del luogo coltivavano con pietà l’onore di avere un prete in famiglia».

Abbiamo inoltre ragione di credere che il signor Tenchino fosse un personaggio di ricchezza sopra la media, in quanto è stato in grado di sostenere le numerose spese causate dal figlio, e possedeva una bottega e ben due case, entrambe ubicate in zone importanti del paese. Questa tesi trova conferma nel fatto che all’epoca la famiglia Tenchini era una delle più importanti e illustri famiglie di Manerbio, tra i cui membri spiccava don Giacinto Tenchini (1675-1738): proprio in quegli anni, del resto, «la famiglia Tenchini fu illustrata da molti preti e tutti lasciarono fama di alto senso».

Si potrebbe dunque ipotizzare che tra questi illustri preti, cui accenna lo storico Giulio Schinetti, siano compresi anche i figli del signor Antonio: questa supposizione, se corretta, darebbe ancora più importanza al documento che abbiamo analizzato, in quanto esso conterrebbe informazioni utili su persone che hanno dato un forte contributo allo sviluppo economico e culturale della città di Manerbio.

(giugno 2010)

* * *

 

Riferimenti bibliografici

 

Enciclopedia Bresciana, 1991
vol. III, Edizioni “La voce del popolo”, Brescia, p. 150.
(Per l’anno della ricostruzione della chiesa parrocchiale)

FACCHINI Francesco - VOLTA Valentino, 1982
“Tavola del caseggiato dal catasto napoleonico”, in Manerbio la cittadella, Edizioni del Moretto, Brescia, pp. 188-189.
(Fonte utilizzata per reperire la cartina topografica di Manerbio risalente al 1810-1818).

SCHINETTI Giulio, 1981
MINERVIVM, Banca Popolare di Bergamo, Bergamo, pp. 31-34; 122.
(Fonte utilizzata per le informazioni sulle contrade di Manerbio e sulla famiglia Tenchini)

TOMASINI Alessandro, 2002
“La Conversione delle monete”, Civiltà Bresciana, marzo 2002, pp. 79-82.
(Fonte utilizzata per le informazioni riguardanti le monete ed i corrispettivi valori).

 

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