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La Disciplina del Gusto

Atti del convegno - Verolanuova, 9 novembre 2008

 

 

L’istituzione della Collegiata
e la Virola Alghise del primo ‘500

 

di Tommaso CASANOVA - Terra & Civiltà

 

 

Prima di tutto una piccola premessa.

Verolanuova, anticamente Virola Alghisi o Alghise, ha una storia ricchissima soprattutto nel quattrocento e cinquecento e – questo forse non tutti lo sanno – ha una documentazione veramente cospicua.

A differenza però di altri paesi, magari con meno storia e meno documentazione, ma che sono interessati alla ricerca storica, qui siamo solo agli inizi. Quindi io oggi farò una carrellata velocissima su alcune istituzioni, precisando che le mie non sono ricerche già elaborate, ma sono spunti per cominciare a farne: anzi mi piacerebbe che ognuno di questi spunti potesse dare l’avvio a una ricerca nuova.

 

Parlerò dell’istituzione della Collegiata all’interno della Verola Alghise del primo cinquecento.

Il luogo dove ci troviamo si chiama oggi Disciplina, ma è stato diverse cose nel corso del tempo, più o meno senza grandi cambiamenti strutturali; però la parte architettonica e artistica non mi compete: io mi occuperò soltanto delle istituzioni che vi hanno avuto sede.

Per quanto riguarda le definizioni e le denominazioni, bisogna stare molto attenti perché le stesse parole possono indicare sia il luogo, l’edificio, sia soprattutto l’istituzione che nel luogo ha la sua sede. Quindi questa chiesa, così com’è, essendo stata utilizzata nel tempo da diverse istituzioni, ha assunto differenti denominazioni. Oggi la chiamiamo Disciplina, ma è stata anche la primitiva Prepositura di Verola, ed è stata la Collegiata precedente alla sontuosa basilica secentesca.

Tutti i verolesi sanno - penso - che è ormai appurato che questa era la chiesa parrocchiale, prima che sorgesse, nei primi decenni del seicento la nuova chiesa, che è oggi la parrocchiale. Credo di poter dire che questo vecchio edificio sia stato assegnato ai disciplini perché essi avevano probabilmente la sede nello spazio dove doveva essere costruita la basilica; quindi fu fatta una specie di permutazione: è in questo modo che è diventata Disciplina questa, che in precedenza era la chiesa parrocchiale di Verola.

Sarebbe bello potersi soffermare sull’istituzione della Disciplina, perché ci sono vari documenti che ne parlano, tra fine quattrocento e inizio cinquecento; però in questa sede non posso soffermarmi più di tanto, perché volevo dedicare più spazio a parlare della Prepositura. Mi limito ad accennare che le Discipline erano gruppi di laici che si associavano tra di loro per pregare e fare opere di assistenza. Erano pochi, non più di venti ed erano i notabili del paese; gli associati erano tutti maschi, però alle preghiere comuni partecipavano anche le famiglie e quindi anche le signore di casa, come si vede nel particolare della pala della Disciplina di Quinzano. Probabilmente i disciplini di Verola portavano un cappuccio nero, piuttosto che bianco come a Quinzano, se dobbiamo fidarci dell’immagine raffigurata nel paliotto dell’altare principale, anche se di epoca posteriore. Purtroppo, però, sulla Disciplina di Verola non posso dire di più.

 

Per quanto riguarda la prepositura, la parola deriva dal termine præpositus che in italiano è preposito o prevosto, ed è un titolo piuttosto raro per il parroco di un paese della nostra zona, poiché normalmente le parrocchie che derivano dalle pievi avevano un parroco che assumeva il titolo di arciprete.

Ora, il titolo di preposito a Verola dice con chiarezza che non si trattava di una pieve e che la chiesa di Verola non ha probabilmente avuto (se non forse in tempi antichissimi) una relazione con le pievi vicine. Però rimane assai incerto come possa essere stato introdotto il titolo di prevosto (preposito) in questa parrocchia.

Vediamo le ipotesi più verosimili.

Il titolo di prevosto potrebbe essere derivato dal fatto che Verola dipendeva da un monastero, quasi certamente quello di Leno (anche se non è vero, come si dice, che ci sono tanti documenti che dimostrano che Verola dipendeva da Leno). In ogni caso, quando un monastero aveva alle sue dipendenze una chiesa che poi diventava parrocchiale, “pre-poneva” un monaco a questa chiesa, incaricandolo dell’assistenza ai fedeli e della celebrazione delle messe. Quindi, preposito sarebbe il titolo di questo monaco-parroco assegnato dal monastero: potrebbe essere questa l’origine del prevosto di Verola.

Ci sono altre ipotesi che ho letto nelle fonti; quella di una “canonica regolare” o di una “canonica secolare”. Sono concetti un po’ complicati; quello della “canonica secolare” lo riprenderemo dopo spiegando la fondazione della collegiata. Secondo me non ci sono al momento ragioni documentarie per affermare una o l’altra con sicurezza: sono ipotesi, ma finora documenti indiscutibili non ce ne sono.

 

La prima volta che è documentata la chiesa di San Lorenzo di Verola, cioè questa chiesa in cui ci troviamo, anche se non nella forma precisa in cui la vediamo oggi, ma comunque una chiesa in questa sede e con quel titolo, è in un atto del 1267. Nel documento si parla semplicemente di un “Prete Pietro sacerdote della chiesa di San Lorenzo di Verola”.

Qualcuno, leggendo questo documento, ha pensato che il prete Pietro fosse il primo prevosto; in realtà il titolo di prevosto qui non c’è. Non si sa nemmeno se questo fosse allora l’unico prete di questa chiesa: in tal caso probabilmente sarebbe stato il parroco, però non è detto. Io credo che, se fosse stato prevosto, o parroco in qualche modo, o rettore, nel documento sarebbe stato specificato che aveva questo titolo. Poteva essere uno dei sacerdoti della chiesa, che spesso all’epoca erano anche notai, e quindi erano chiamati a redigere documenti o a rendere delle testimonianze ufficiali.

Due testi in particolare, di Paolo Guerrini (1930) e di Angelo Bonaglia (1972), sono le uniche fonti moderne che discutono effettivamente e che propongono delle ipotesi sull’origine della prepositura a Verola. Ma una è piuttosto vecchiotta; l’altra è un po’ fantasiosa. Tutti quelli che hanno scritto in sèguito sulla prepositura non hanno fatto che ripetere gli stessi concetti, senza approfondire. Quindi sarebbe interessante poter ricominciare da capo una ricerca, per vedere se confermare o smentire, e che cosa eventualmente confermare o smentire.

In realtà, dalle ricerche che abbiamo fatto da una decina d’anni, con l’Associazione Terra & Civiltà, abbiamo identificato un paio di prevosti precedenti al primo che la bibliografia considerava il più antico con questo titolo, ossia Marsilio Gambara. In effetti il titolo di prevosto è documentato, a nostra conoscenza, per la prima volta a metà del ‘400, con due personaggi: Stefano de Barberiis, che compare in un atto del 1457, e Giacomo de Amichonibus, citato in un documento della seconda metà del secolo la cui data non è stato possibile precisare. È probabile che il titolo di prevosto sia stato introdotto a Verola proprio intorno alla metà del ‘400, visto che prima, appunto, non se ne trovano attestazioni.

 

La vicenda più rilevante è però quella che riguarda tre importanti prevosti a cavallo tra il ‘400 e il ‘500, ossia Marsilio Gambara, Mattia Ugoni e Uberto Gambara.

Molto sinteticamente, il prevosto Marsilio Gambara era figlio di un Brunoro (nome ricorrente nella sua famiglia), e aveva numerosi fratelli, tra cui Gianfrancesco e Nicolò, che presto ritroveremo. Il 20 settembre 1473, dopo la morte del loro padre Brunoro, questi fratelli si spartirono tra di loro i beni privati e i beni feudali della famiglia Gambara; in particolare a Gianfrancesco e a Nicolò, che non si capisce bene quanti anni avessero ma dovevano essere all’epoca minorenni, furono assegnati i beni di Verola Alghise.

Questo è un dato decisivo, perché tutte le fonti moderne che parlano di questi argomenti citano sempre e solo Nicolò e i suoi discendenti come la famiglia dei conti di Verola; in realtà nel territorio e nel feudo di Verola erano due le ramificazioni della famiglia che possedevano e gestivano in comune i beni patrimoniali e feudali dei Gambara: i discendenti di Nicolò e quelli di Gianfrancesco.

 

I tre personaggi di quella famiglia che, a partire dal 1473, furono interessati direttamente alla vita e alla storia del paese di Verola sono dunque
1) il conte Marsilio, primo prevosto documentato della famiglia Gambara;
2) il conte Nicolò, che aveva coi suoi figli la residenza nel Castel Merlino; e
3) il conte Gianfrancesco, che con la sua famiglia risiedeva in una contrada chiamata dai documenti del Fiorino, dove successivamente verrà costruita quella residenza, quel palazzo che poi, modificato più volte durante i secoli, è diventato l’odierno palazzo comunale.

È molto interessante questa precisazione, perché rivela un particolare che nelle bibliografie di solito non si trova: ossia la spartizione equilibrata del potere all’interno del paese di Verola Alghise fra i due rami della famiglia Gambara, che risiedevano entrambi in Verola e che gestivano, oltre ai beni patrimoniali e feudali, anche i beni ecclesiastici del luogo.

Nel corso della storia poi il potere della famiglia si articolerà diversamente, perché un po’ alla volta il ramo residente al Castel Merlino perderà il suo potere a favore del ramo che risiedeva al Fiorino, mentre la primitiva prepositura, che aveva sede in questa chiesa, diventa dipendenza stretta e quasi proprietà della famiglia.

 

Dai documenti dell’epoca appare che il conte Marsilio, primo prevosto documentato dei Gambara, incominciò una operazione di recupero e riordino dei beni della chiesa parrocchiale, perché probabilmente voleva ripristinare e magari arricchire la rendita della sua importante prebenda.

Alla sua morte la famiglia Gambara non aveva ancora membri ecclesiastici che potessero assumere il governo della parrocchia, e quindi fu per alcuni anni in disputa accanita con la famiglia Ugoni. C’era un vescovo della famiglia Ugoni, Mattia, che ambiva a tutti i costi di essere nominato prevosto di Verola, e che proseguì per qualche tempo l’operazione di ripristino dei beni della parrocchia, pensando forse di istituire il beneficio in favore della propria famiglia.

Alla fine, però, l’ebbe vinta la famiglia Gambara, che intorno al 1501 ottenne il titolo della prepositura verolese per Uberto, benché all’epoca avesse solo dodici anni. Ma riprenderò il discorso più avanti, perché è proprio il conte Uberto Gambara, il quale farà una brillante carriera ecclesiastica, diventerà vescovo di Tortona e più tardi, negli ultimi dieci anni della sua vita, anche cardinale, che istituirà la Collegiata.

 

Due parole, dunque, per spiegare che cosa significa collegiata.

Deriva dal concetto di “collegium clericorum”, cioè collegio di chierici, che allude a un gruppo di ecclesiastici (preti, diaconi, suddiaconi, chierici negli ordini minori) che, senza essere monaci, cioè senza fare voti di povertà, castità, obbedienza, celebrano insieme i divini uffici quotidiani (preghiere del mattino e della sera e messa), e amministrano insieme i beni della chiesa stessa, da cui traggono le loro rendite. Nei regolamenti che definivano le loro competenze l’obbligo più certo è questo: devono tutti i giorni cantare insieme l’ufficio del mattino e della sera, e assistere insieme alla messa: è l’unica norma che devono rispettare per poter ricevere il pagamento delle loro compenso.

Si chiamano anche canonici perché seguono dei cànoni, cioè appunto delle regole, di solito molto semplici e per niente gravose. In sostanza, era molto comodo per un ecclesiastico dell’epoca poter diventare canonico, perché voleva dire avere una discreta rendita, senza avere un grossissimo impegno di lavoro.

Il loro gruppo veniva chiamato capitolo perché, quando si riunivano per gestire gli affari comuni che riguardavano i beni delle loro dotazioni, e lo facevano quasi quotidianamente, leggevano un capitolo del loro regolamento.

 

Ora accenniamo alla figura di Uberto Gambara, figlio di Gianfrancesco e fratello di un secondo Brunoro, che ritroveremo nei documenti successivi. Uno dei rarissimi ritratti di Uberto si trova in una pala d’altare dipinta dal Moretto e conservata oggi nella chiesa parrocchiale di Pralboino; il quadro lo raffigura inginocchiato, in venerazione di alcuni santi.

Nella sua brillante carriera ecclesiastica Uberto rivestì svariati incarichi, anche assai importanti, fu amico e collaboratore di diversi papi: Leone X, Clemente VII e soprattutto Paolo III, che lo gratificheranno in molti modi per i suoi servigi, come usava a quel tempo. Fu nominato prevosto di Verola Alghise pur essendo ancora un bambino, perché la famiglia Gambara voleva affermare il dominio diretto e l’esclusivo monopolio anche sulle pertinenze ecclesiastiche del proprio feudo. La sua tomba, rimaneggiata nel ‘600, si trova nella chiesa delle Grazie di Brescia.

Un collaboratore di molti papi, quindi, e in particolare di Paolo III Farnese, che era anche in un certo senso un suo parente acquisito, perché il fratello Brunoro sposerà la vedova di un figlio del pontefice: relazioni piuttosto complicate, che all’epoca erano molto rilevanti per le alleanze tra le famiglie.

L’amicizia di Uberto con il papa Paolo III contribuì certamente a determinare il fatto che il papa concesse alla famiglia Gambara la bolla di istituzione della Collegiata Prepositurale nella parrocchia del loro feudo. Questa nella foto è la parte iniziale di un foglio che ne contiene una copia (è conservato nell’archivio dell’ex Ospedale di Verolanuova, ora Casa di riposo Gambara-Tavelli).

Riassumo e traduco i punti essenziali del documento, che è lunghissimo e molto complicato, ma di grande interesse.

 

Il testo inizia dicendo che – parla in prima persona il papa – “Uberto, venerabile nostro fratello, vescovo di Tortona, possiede per disposizione papale la prepositura della chiesa parrocchiale col titolo di San Lorenzo di Verola Alghise”: quindi fin dal 1501 era stato il papa di allora a concedergliene la titolarità.

Continua poi considerando che “Il paese di Verola Alghise è molto grande e i suoi abitanti ammontano al numero di cinquemila”: e qui c’è un dato curioso, perché è vero che anche nei documenti successivi si parla quasi sempre di cinquemila abitanti; ma quando invece si interrogano i testimoni che conoscono le cose per bene, perché si sono occupati, per esempio, del censimento, allora lì salta fuori che gli abitanti di Verola sono tremila nel centro abitato, poi ce ne sono probabilmente circa mille nei dintorni, quindi, nel complesso, fanno quasi... cinquemila. Anche allora, come oggi forse, era importante poter gestire la propaganda attraverso i numeri e le statistiche.

 

Siccome dunque era prevosto da molti anni, e il suo paese era popoloso e illustre, il vescovo Uberto esponeva al pontefice una petizione per chiedere l’erezione della chiesa prepositurale a Collegiata presieduta da un prevosto.

Fino a quell’epoca, in effetti, la chiesa di Verola aveva già un prevosto, ma non aveva mai avuto un capitolo di canonici. Il desiderio di Uberto era di voler aggregare al prevosto, che sarebbe rimasto il capo sia della chiesa sia della parrocchia, alcuni altri sacerdoti, soprattutto per un problema di immagine, perché un vescovo che aspirava a diventare cardinale, ed era titolare nel suo paese d’origine della chiesa parrocchiale, aveva bisogno di avere, in un certo senso, una sua corte. Come le due famiglie Gambara, nelle loro residenze rispettive di Castel Merlino e del Fiorino, avevano la loro corte di cavalieri e dame laici, anche l’ecclesiastico di famiglia giustamente mirava ad avere la propria corte di ecclesiastici.

La Collegiata, secondo le disposizioni del papa, doveva possedere un sigillo proprio, una cassa comune e tutte le altre insegne dei capitoli collegiali.

All’epoca era molto sentita l’esigenza di gestire l’immagine, quindi anche il semplice fatto di poter indossare un certo tipo di abito ecclesiastico piuttosto che un altro era soggetto a precise regole e divieti. Un esempio per tutti: era tipico dei canonici delle collegiate poter indossare la cosiddetta almuzia, ossia una mantellina speciale di pelliccia, portata con il pelo all’interno; era un segno che distingueva all’occhio che il personaggio apparteneva a una collegiata di canonici, cioè era un ecclesiastico di un certo rango all’interno di un piccolo paese o di una grande città.

 

Il prevosto dovrà essere la carica principale, il capo del capitolo, e l’unica dignità: i capitoli più grandi potevano avere anche quattro o cinque dignità; ma il capitolo di Verola avrebbe avuto poi solo quattro canonici: quindi, per un collegio di cinque persone in tutto, un’unica dignità era più che sufficiente.

Dovrà inoltre avere la preminenza, la giurisdizione e la cura delle anime di Verola Alghise. Questo dettaglio non è insignificante: il prevosto a quell’epoca, secondo la volontà del papa che istituisce la Collegiata, avrebbe dovuto essere anche il parroco del paese, cosa che però né Uberto né i suoi successori, quasi tutti dei Gambara o dei loro clienti, non eserciteranno volentieri la cura d’anime, perché mireranno alla carriera ecclesiastica e lavoreranno altrove. Così a un certo punto, verso la fine del ‘500, questo obbligo, che legava strettamente la cura pastorale della parrocchia alla figura del prevosto, verrà abolito: il prevosto sarà liberato del tutto dalla cura d’anime, non sarà più obbligato a dir messa nel suo paese, a predicare e a confessare, ma sarà semplicemente tenuto a stipendiare un sacerdote, che non sia del capitolo, e che faccia il parroco in sua vece (vicario).

I canonici saranno in tutto quattro, ognuno dotato di una propria prebenda, cioè di una rendita che deriva da un appezzamento di terra.

La dote economica della chiesa, come per tutte le collegiate capitolari, sarà organizzata in due porzioni: ogni canonico avrà il beneficio spettante al suo titolo (mensa canonicale); ma nel complesso anche la chiesa avrà una sua dote (mensa comune), poiché ai canonici spettava la distribuzione quotidiana, ossia – diciamo – un “gettone di presenza” ogni volta che assistevano agli uffici divini, che veniva tratto non dalla loro prebenda personale, della quale godevano anche se non risiedevano, ma dalla porzione di beneficio che apparteneva alla chiesa stessa.

 

Il giuspatronato consiste nel diritto di scegliere e presentare le persone che, in caso di vacanza della carica, aspirano a diventare prevosto o canonico. Tale diritto spetterà sempre e comunque alla famiglia del conte Brunoro, il fratello di Uberto che partecipa con lui alla fondazione. Si può quindi notare che, dei due rami verolesi della famiglia Gambara, quello di Castel Merlino viene completamente ignorato: sono infatti i Gambara del Fiorino, il ramo di Brunoro e di Uberto, a istituire la Collegiata Prepositurale.

Dunque all’inizio spetterà a Brunoro, e successivamente al primogenito di Brunoro e ai figli primogeniti dei primogeniti, il diritto di scegliere la persona del prevosto e le singole persone dei canonici. Anche se poi, però, per nominare effettivamente il prevosto sarà richiesto il consenso del vescovo diocesano, mentre i canonici, saranno nominati dal prevosto.

 

A questo punto ci sono informazioni che rivelano di riflesso quel che stava succedendo all’epoca nel paese, in vista della fondazione di questa Collegiata.

Sempre la bolla del papa afferma che il conte Brunoro, insieme ai diletti figli del Comune di Verola, aveva proceduto di recente a un restauro impegnativo della chiesa prepositurale, che minacciava rovina. Questo significativo dettaglio manifesta una certa collaborazione tra il dominio feudale dei Gambara, in particolare di quel ramo della famiglia, e il Comune di Verola: una collaborazione che, tra l’altro, emerge anche da altri documenti, quindi non è soltanto una montatura propagandistica coniata per l’occasione.

Nei lavori di restauro erano stati spesi oltre quattrocento ducati d’oro: qui le testimonianze sono un po’ discordanti, giacché pare che la spesa fosse stata anche più alta di quanto dichiarato nella bolla. In effetti, il canonico che prima di essere promosso al canonicato era il notaio privato della famiglia Gambara, nonché cancelliere del Comune, e che teneva i conti delle spese dei restauri, dirà in una testimonianza giurata che sono stati spesi seicento ducati d’oro, come risulta – dice lui – dai libri di cassa che conservava presso di sé.

È verosimile che alcune opere di restauro fossero ancora in corso al momento della pubblicazione della bolla, tant’è che poi la spesa si accrescerà ulteriormente.

 

Non solo: per aumentare il valore dei beni della nuova Collegiata Prepositurale, il conte Brunoro si impegna a dotare dei diritti d’acqua i vecchi beni della parrocchia che non ne godevano, elevandone così il reddito economico. Questi beni provenienti dall’antica dotazione saranno destinati alla prebenda del prevosto, il quale verrà a guadagnare ogni anno 600 lire bresciane dell’epoca, che erano una cifra piuttosto considerevole, se pure non stratosferica.

Poi bisognava pensare anche di assicurare una dignitosa prebenda ai canonici: in questo senso il conte Brunoro promette di elevare fino a un terzo in più il valore dei beni complessivi della chiesa, per poter attribuire rendite adeguate ai canonici.

 

Circa un anno dopo l’emanazione della bolla papale, monsignor Pietro Duranti, rappresentante del vescovo di Brescia, si ritroverà qui a Verola con il conte Brunoro e il procuratore del vescovo Uberto, per dare atto concreto alle disposizioni pontificie.

Tra le varie cose che vennero stabilite in quella sede, penso che la più interessante possa essere la descrizione della pezza di terra che viene donata dal conte Brunoro allo scopo di fondare le prebende dei nuovi quattro canonici accrescendo di oltre un terzo il valore del beneficio.

Il testo, naturalmente in latino, parla di una pezza di terra aratoria e vitata nel territorio di Verola in contrada della Breda dei Frati (o in italiano Breda del Frà): i verolesi sapranno probabilmente individuare la località. Con essa confina il conte Brunoro, quindi doveva essere una zona di valore consistente, terra buona, adiacente ai beni del conte; le altre coerenze sembrerebbero indicare una localizzazione dalle parti di Scorzarolo; è menzionato anche un canale sgolatore chiamato “La Cava”. Il podere è di cinquanta piò con diritto d’acqua dalla seriola Gambaresca, di competenza del conte Brunoro; il conte la assegna libera ed esente da qualunque tassazione, allo scopo di mantenimento economico dei canonici.

 

Al momento di erigere operativamente la Collegiata, vengono interrogati sei testimoni: è dalle loro testimonianze che ho tratto le informazioni cui accennavo sopra.

Il primo teste, Don Vincenzo quondam Bono della Piazza, e il quarto, Giovanni Antonio di ser Maffeo de Sander, sono rispettivamente il precedente e l’attuale affittuario dei beni che doteranno la Collegiata, quindi parlano per cognizione diretta, sanno benissimo quant’è che loro stessi pagano annualmente per l’affitto di quei beni, sanno quali sono, dove si trovano, quanto valgono, e testimoniano su questo.

Il secondo testimone, Battista Gatti, e il quinto, Antonio o Tonino quondam Giacomo Grena, sono invece personaggi – non si dice nell’atto, però lo si sa da altri documenti – che hanno avuto un ruolo nel Comune di Verola Alghise: ser Tonino Grena – l’ho già menzionato prima – era il notaio privato e uno dei principali fiduciari dei Gambara, ed era stato anche notaio del Comune, “segretario comunale” diremmo oggi. In quanto notaio comunale, sapeva per conoscenza diretta molte informazioni di prima mano, oltre al fatto di essere il contabile dei lavori di restauro della chiesa.

Il sesto testimone, don Matteo de Bonis di Asola, è il curato della parrocchia, che non è prevosto e non sarà nemmeno promosso canonico.

 

Quanto ai primi quattro canonici scelti e nominati in quella sede, riporto i loro nomi:
1) Antonio (Tonino) di Giacomo Grena, chierico
2) Guerrino (Quirino) de Luciis, prete
3) Pietro de Cotognola, prete
4) Antonio de Rizzonibus, prete.

Si noterà che il primo è lo stesso Tonino Grena di cui dicevo sopra: è chierico, ossia non è un prete, ma di mestiere fino allora aveva fatto il notaio, e continuerà a farlo fino alla morte, pur diventando prete qualche anno dopo. Era uno dei collaboratori principali dei Gambara, secondo me una specie di loro “eminenza grigia”. Della sua attività notarile sopravvivono migliaia di pagine di documenti nell’Archivio di Stato di Brescia, che danno un’immagine minuziosissima della vita economica e sociale di Verola Alghise tra il 1495, l’inizio della sua attività, e il 1549, più o meno la data della sua morte. In questo lasso di tempo, quasi ogni giorno questo notaio rogava atti che riguardano le attività economiche e pubbliche del paese: sarebbe una iniziativa veramente formidabile poterle trascrivere, studiare, approfondire, e magari farne oggetto di qualche pubblicazione.

 

In conclusione, mi sono domandato quale tipo di operazione abbia potuto essere la fondazione della Collegiata: aveva certamente molti e diversi scopi, diverse finalità.

Senza dubbio fu un’operazione dinastica: si vedono in filigrana i due rami verolesi della famiglia che gestiscono le loro contrapposizioni o, se vogliamo, la loro precaria collaborazione, ma sotto sotto uno dei due mira a prevalere sull’altro, impadronendosi del dominio sulla chiesa locale.

Fu ovviamente un’operazione economica, perché occorreva una consistenza e una stabilità notevole di rendite per mantenere il prevosto, che doveva essere un esponente della famiglia Gambara, e per sostentare anche i quattro canonici, in seguito accresciuti a sei, e più avanti a dieci.

Fu operazione politica e clientelare: abbiamo visto da un lato la collaborazione piuttosto stretta dei Gambara col Comune, e dall’altro la figura di Tonino Grena, esponente civico e collaboratore principale dei Gambara, nominato primo dei canonici, benché non fosse nemmeno sacerdote.

Fu anche un’accurata operazione propagandistica e di facciata.

E poi, noi moderni ci aspetteremmo che, quando ci si metteva a fondare un beneficio ecclesiastico, ci fosse anche qualche preoccupazione pastorale nei confronti della comunità dei fedeli. Finora però io, in quei vecchi documenti, una preoccupazione di quel genere non l’ho trovata.

 

(trascr.: A. Barbieri)

 

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