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Prima di tutto una piccola premessa.
Verolanuova, anticamente Virola Alghisi o
Alghise, ha una storia ricchissima soprattutto
nel quattrocento e cinquecento e – questo forse
non tutti lo sanno – ha una documentazione
veramente cospicua.
A differenza però di altri paesi, magari con meno
storia e meno documentazione, ma che sono
interessati alla ricerca storica, qui siamo solo agli inizi. Quindi io
oggi farò una carrellata velocissima su alcune
istituzioni, precisando che le mie non sono ricerche
già elaborate, ma sono spunti per cominciare a
farne: anzi mi piacerebbe che ognuno di questi
spunti potesse dare l’avvio a una ricerca
nuova.
Parlerò dell’istituzione della Collegiata
all’interno della Verola Alghise del primo
cinquecento.
Il luogo dove ci troviamo si chiama
oggi Disciplina, ma è stato diverse cose nel corso
del tempo, più o meno senza grandi cambiamenti
strutturali; però la parte architettonica e
artistica non mi
compete: io mi occuperò soltanto delle istituzioni che vi
hanno avuto sede.
Per quanto riguarda le definizioni e le
denominazioni, bisogna stare molto attenti
perché le stesse parole possono indicare sia il
luogo, l’edificio, sia
soprattutto l’istituzione che nel luogo ha la
sua sede. Quindi questa chiesa, così com’è,
essendo stata utilizzata nel tempo da diverse istituzioni, ha assunto differenti denominazioni.
Oggi la chiamiamo Disciplina, ma è
stata anche la primitiva Prepositura di Verola,
ed è stata la Collegiata precedente alla
sontuosa basilica secentesca.
Tutti i verolesi sanno - penso - che è ormai
appurato che questa era la chiesa parrocchiale,
prima che sorgesse, nei primi decenni del
seicento la nuova chiesa, che è oggi la parrocchiale.
Credo di
poter dire che questo vecchio edificio sia stato assegnato
ai disciplini perché essi avevano
probabilmente la sede nello spazio dove doveva
essere costruita la basilica; quindi fu fatta una
specie di permutazione: è in questo modo che è
diventata Disciplina questa, che in precedenza era la
chiesa parrocchiale
di Verola.
Sarebbe bello potersi soffermare
sull’istituzione della Disciplina, perché ci sono
vari documenti che ne parlano, tra fine quattrocento e inizio
cinquecento; però in questa sede non posso soffermarmi più
di tanto, perché volevo dedicare più spazio a parlare della
Prepositura. Mi limito ad accennare che le Discipline
erano gruppi di laici che si associavano tra di
loro per pregare e fare opere di assistenza.
Erano pochi, non più di venti ed erano i notabili
del paese; gli associati erano tutti maschi, però alle
preghiere comuni partecipavano anche le famiglie
e quindi anche le signore di casa, come si vede nel
particolare della pala della Disciplina di Quinzano.
Probabilmente i disciplini di Verola portavano un
cappuccio nero, piuttosto che bianco come a
Quinzano, se dobbiamo fidarci dell’immagine
raffigurata nel paliotto dell’altare principale,
anche se di epoca posteriore. Purtroppo,
però, sulla Disciplina di Verola non posso dire
di più.
Per quanto riguarda la prepositura, la parola
deriva dal termine præpositus che in
italiano è preposito o prevosto,
ed è un titolo piuttosto raro per il parroco di un
paese della nostra zona, poiché normalmente le
parrocchie che derivano dalle pievi avevano un
parroco che assumeva il titolo di arciprete.
Ora, il titolo di preposito a Verola dice
con chiarezza che non si trattava di una pieve e
che la chiesa di Verola non ha probabilmente
avuto (se non forse in tempi antichissimi) una
relazione con le pievi vicine. Però rimane assai
incerto come possa essere stato introdotto il titolo di prevosto
(preposito) in questa parrocchia.
Vediamo le ipotesi più verosimili.
Il titolo di
prevosto potrebbe essere derivato dal fatto
che Verola dipendeva da un monastero, quasi
certamente quello di Leno (anche se non è vero,
come si dice, che ci sono tanti
documenti che dimostrano che Verola dipendeva da
Leno). In ogni caso, quando un monastero aveva
alle sue dipendenze una chiesa che poi diventava
parrocchiale, “pre-poneva” un monaco a
questa chiesa, incaricandolo dell’assistenza ai
fedeli e della celebrazione delle messe. Quindi,
preposito sarebbe il titolo di questo
monaco-parroco assegnato dal monastero: potrebbe
essere questa l’origine del prevosto di Verola.
Ci sono altre ipotesi che ho letto nelle fonti;
quella di una “canonica regolare” o di una
“canonica secolare”. Sono concetti un po’
complicati; quello della “canonica secolare” lo
riprenderemo dopo spiegando la fondazione della
collegiata. Secondo me non ci sono al momento
ragioni documentarie per affermare una o l’altra con
sicurezza: sono ipotesi, ma finora documenti
indiscutibili non ce ne sono.
La prima volta che è documentata la
chiesa di San Lorenzo di Verola, cioè questa
chiesa in cui ci troviamo, anche se non nella forma precisa in cui
la vediamo oggi, ma comunque una chiesa in
questa sede e con quel titolo, è in un atto
del 1267. Nel documento si parla semplicemente
di un “Prete Pietro sacerdote della chiesa di
San Lorenzo di Verola”.
Qualcuno, leggendo questo documento, ha pensato
che il prete Pietro fosse il primo prevosto; in
realtà il titolo di prevosto qui non c’è. Non si
sa nemmeno se questo fosse allora l’unico prete
di questa chiesa: in tal caso
probabilmente sarebbe stato il parroco, però non
è detto. Io credo che, se fosse stato
prevosto, o parroco in qualche modo,
o rettore, nel documento sarebbe stato
specificato che aveva questo titolo. Poteva
essere uno dei sacerdoti della chiesa, che
spesso all’epoca erano anche notai, e quindi
erano chiamati a redigere documenti o a rendere
delle testimonianze ufficiali.
Due testi in particolare, di Paolo Guerrini
(1930) e di Angelo Bonaglia (1972), sono le
uniche fonti moderne che discutono
effettivamente e che propongono delle ipotesi
sull’origine della prepositura a Verola. Ma una
è piuttosto vecchiotta; l’altra è un po’
fantasiosa. Tutti quelli che hanno scritto in
sèguito sulla prepositura non hanno fatto che
ripetere gli stessi concetti, senza
approfondire. Quindi sarebbe interessante poter
ricominciare da capo una ricerca, per vedere se
confermare o smentire, e che cosa eventualmente
confermare o smentire.
In realtà, dalle ricerche che abbiamo fatto da
una decina d’anni, con l’Associazione Terra &
Civiltà, abbiamo identificato un paio di
prevosti precedenti al primo che la
bibliografia considerava il più antico con
questo titolo, ossia
Marsilio Gambara. In effetti il titolo di
prevosto è documentato, a nostra conoscenza,
per la prima volta a metà del
‘400, con due personaggi: Stefano de
Barberiis, che compare in un atto del
1457, e Giacomo de Amichonibus, citato in
un documento della seconda metà del secolo la
cui data non è stato possibile precisare. È
probabile che il titolo di prevosto sia
stato introdotto a Verola proprio intorno alla
metà del ‘400, visto che prima, appunto, non se
ne trovano attestazioni.
La vicenda più rilevante è però quella che
riguarda tre importanti prevosti a cavallo tra il ‘400 e il
‘500, ossia Marsilio Gambara, Mattia Ugoni e
Uberto Gambara.
Molto sinteticamente, il prevosto Marsilio
Gambara era figlio di un Brunoro (nome
ricorrente nella sua famiglia), e aveva numerosi
fratelli, tra cui Gianfrancesco e Nicolò, che
presto ritroveremo. Il 20 settembre 1473, dopo la
morte del loro padre Brunoro, questi fratelli si
spartirono tra di loro i beni privati e i beni
feudali della famiglia Gambara; in particolare a Gianfrancesco e a Nicolò, che non si capisce bene
quanti anni avessero ma dovevano essere
all’epoca minorenni, furono assegnati i beni di
Verola Alghise.
Questo è un dato decisivo, perché tutte le fonti
moderne che parlano di questi argomenti citano
sempre e solo Nicolò e i suoi discendenti come
la famiglia dei conti di Verola; in realtà nel
territorio e nel feudo di Verola erano due le
ramificazioni della famiglia che possedevano
e gestivano in comune i beni patrimoniali e
feudali dei Gambara: i discendenti di Nicolò e
quelli di Gianfrancesco.
I tre personaggi di quella famiglia che, a
partire dal 1473, furono interessati direttamente alla vita e alla
storia del paese di Verola sono dunque
1) il
conte Marsilio, primo prevosto
documentato della famiglia Gambara;
2) il conte
Nicolò, che aveva coi suoi figli la residenza
nel Castel Merlino; e
3) il conte Gianfrancesco,
che con la sua famiglia risiedeva in una
contrada chiamata dai documenti del Fiorino,
dove successivamente verrà costruita quella
residenza, quel palazzo che poi, modificato più
volte durante i secoli, è diventato l’odierno palazzo
comunale.
È molto interessante questa precisazione, perché
rivela un particolare che nelle bibliografie di
solito non si trova: ossia la spartizione
equilibrata del potere all’interno del paese di
Verola Alghise fra i due rami della famiglia
Gambara, che risiedevano entrambi in Verola e
che gestivano, oltre ai beni patrimoniali e
feudali, anche i beni ecclesiastici del luogo.
Nel corso della storia poi il potere della
famiglia si articolerà diversamente, perché
un po’ alla volta il ramo residente al Castel Merlino
perderà il suo potere a favore del ramo che
risiedeva al Fiorino, mentre la primitiva
prepositura, che aveva sede in questa chiesa,
diventa dipendenza stretta e quasi proprietà della famiglia.
Dai documenti dell’epoca appare che il conte
Marsilio, primo prevosto documentato dei
Gambara, incominciò una operazione di recupero
e riordino dei beni della chiesa parrocchiale, perché probabilmente
voleva ripristinare e magari arricchire la
rendita della sua importante prebenda.
Alla sua morte la famiglia Gambara non aveva
ancora membri ecclesiastici che potessero
assumere il governo della parrocchia, e quindi
fu per alcuni anni in disputa accanita con la famiglia Ugoni. C’era un vescovo della famiglia Ugoni,
Mattia, che ambiva a tutti i costi di essere
nominato prevosto di Verola, e che proseguì
per qualche tempo l’operazione di ripristino dei beni
della parrocchia, pensando forse di istituire il beneficio
in favore della propria famiglia.
Alla fine, però, l’ebbe vinta la famiglia Gambara, che
intorno al 1501 ottenne il titolo della
prepositura verolese per Uberto, benché
all’epoca avesse solo dodici anni. Ma riprenderò il discorso
più avanti, perché è proprio il conte Uberto
Gambara, il quale farà una brillante carriera ecclesiastica,
diventerà vescovo di Tortona e più tardi, negli
ultimi dieci anni della sua vita, anche
cardinale, che istituirà la Collegiata.
Due parole, dunque, per spiegare che cosa significa
collegiata.
Deriva dal concetto di “collegium clericorum”,
cioè collegio di chierici, che allude a un
gruppo di ecclesiastici (preti, diaconi,
suddiaconi, chierici negli ordini minori) che, senza essere
monaci, cioè senza fare voti di povertà,
castità, obbedienza, celebrano insieme i divini
uffici quotidiani (preghiere del mattino e della
sera e messa), e amministrano insieme
i beni della chiesa stessa, da cui traggono le
loro rendite. Nei regolamenti che definivano le
loro competenze l’obbligo più certo è questo:
devono tutti i giorni cantare insieme l’ufficio
del mattino e della sera, e assistere insieme
alla messa: è l’unica norma che devono
rispettare per poter ricevere il pagamento delle
loro compenso.
Si chiamano anche canonici perché seguono
dei cànoni, cioè appunto delle regole, di
solito molto semplici e per niente gravose. In sostanza, era molto comodo per un
ecclesiastico dell’epoca poter diventare canonico,
perché voleva dire avere una discreta rendita,
senza avere un grossissimo impegno di lavoro.
Il loro gruppo veniva chiamato capitolo
perché, quando si riunivano per gestire gli
affari comuni che riguardavano i beni delle loro
dotazioni, e lo facevano quasi quotidianamente,
leggevano un capitolo del loro
regolamento.
Ora accenniamo alla figura di Uberto Gambara, figlio di Gianfrancesco e fratello di
un secondo Brunoro, che
ritroveremo nei documenti successivi. Uno dei
rarissimi ritratti di Uberto si trova
in una pala d’altare dipinta dal Moretto e
conservata oggi nella chiesa parrocchiale di
Pralboino; il quadro lo raffigura inginocchiato,
in venerazione di alcuni santi.
Nella sua brillante carriera ecclesiastica Uberto rivestì
svariati incarichi, anche assai importanti, fu amico e
collaboratore di diversi papi: Leone X, Clemente VII e soprattutto Paolo III, che lo
gratificheranno in molti modi per i suoi servigi, come usava a quel
tempo. Fu nominato prevosto di Verola Alghise pur
essendo ancora un bambino, perché la
famiglia Gambara voleva affermare il dominio diretto e
l’esclusivo monopolio anche sulle pertinenze ecclesiastiche del
proprio feudo. La sua tomba,
rimaneggiata nel ‘600, si trova nella chiesa
delle Grazie di Brescia.
Un collaboratore di molti papi, quindi, e in
particolare di Paolo III Farnese, che era anche
in un certo senso un suo parente acquisito,
perché il fratello Brunoro sposerà la vedova di
un figlio del pontefice: relazioni piuttosto
complicate, che all’epoca erano molto rilevanti per le alleanze tra le famiglie.
L’amicizia di Uberto con il papa Paolo III
contribuì certamente a determinare il fatto che
il papa concesse alla famiglia Gambara la bolla
di istituzione della Collegiata Prepositurale
nella parrocchia del loro feudo. Questa nella
foto è la parte iniziale di un foglio che ne
contiene una copia (è conservato nell’archivio
dell’ex Ospedale di Verolanuova, ora Casa di
riposo Gambara-Tavelli).
Riassumo e traduco i punti essenziali del
documento, che è lunghissimo e molto complicato,
ma di grande interesse.
Il testo inizia dicendo che – parla in prima
persona il papa – “Uberto, venerabile nostro
fratello, vescovo di Tortona, possiede per
disposizione papale la prepositura della chiesa
parrocchiale col titolo di San Lorenzo di Verola
Alghise”: quindi fin dal 1501 era stato il
papa di allora a concedergliene la titolarità.
Continua poi considerando che “Il paese di Verola
Alghise è molto grande e i suoi abitanti
ammontano al numero di cinquemila”: e qui
c’è un dato curioso, perché è vero che anche nei documenti
successivi si parla quasi sempre di cinquemila
abitanti; ma quando invece si interrogano i testimoni
che conoscono le cose per bene, perché si
sono occupati, per esempio, del censimento,
allora lì salta fuori che gli abitanti di Verola
sono tremila nel centro abitato, poi ce ne sono
probabilmente circa mille nei dintorni, quindi,
nel complesso, fanno quasi... cinquemila. Anche
allora, come oggi forse, era importante poter
gestire la propaganda attraverso i numeri e le
statistiche.
Siccome dunque era prevosto da molti anni, e il
suo paese era popoloso e illustre, il vescovo
Uberto esponeva al pontefice una petizione per
chiedere l’erezione della chiesa prepositurale a
Collegiata presieduta da un prevosto.
Fino a quell’epoca, in effetti, la chiesa di
Verola aveva già un prevosto, ma non aveva mai avuto
un capitolo di canonici. Il desiderio di Uberto
era di voler aggregare al prevosto, che sarebbe
rimasto il capo sia della chiesa sia della
parrocchia, alcuni altri sacerdoti, soprattutto
per un problema di immagine, perché un vescovo
che aspirava a diventare cardinale, ed era
titolare nel suo paese d’origine della chiesa
parrocchiale, aveva bisogno di avere, in un
certo senso, una sua corte. Come le due famiglie
Gambara, nelle loro residenze rispettive di Castel
Merlino e del Fiorino, avevano la loro corte di
cavalieri e dame laici, anche l’ecclesiastico di
famiglia giustamente mirava ad avere la
propria corte di ecclesiastici.
La Collegiata, secondo le disposizioni del
papa, doveva possedere un sigillo proprio, una cassa
comune e tutte le altre insegne dei capitoli
collegiali.
All’epoca era molto sentita l’esigenza di
gestire l’immagine, quindi anche il semplice fatto
di poter indossare un certo tipo di abito
ecclesiastico piuttosto che un altro era
soggetto a precise regole e divieti. Un esempio
per tutti: era tipico dei canonici delle
collegiate poter indossare la cosiddetta
almuzia, ossia una mantellina speciale di
pelliccia, portata con il pelo all’interno; era
un segno che distingueva all’occhio che il
personaggio apparteneva a una collegiata di
canonici, cioè era un ecclesiastico di un certo
rango all’interno di un piccolo paese o di una
grande città.
Il prevosto dovrà essere la carica principale,
il capo del capitolo, e l’unica dignità: i capitoli più grandi
potevano avere anche quattro o
cinque dignità; ma il capitolo di Verola avrebbe
avuto poi solo quattro canonici: quindi, per
un collegio di cinque persone in tutto, un’unica dignità era
più che sufficiente.
Dovrà inoltre avere la preminenza, la
giurisdizione e la cura delle anime di Verola
Alghise.
Questo dettaglio non è insignificante: il prevosto a quell’epoca, secondo la volontà del papa che
istituisce la Collegiata, avrebbe dovuto essere
anche il parroco del paese, cosa che però né
Uberto né i suoi successori, quasi tutti dei
Gambara o dei loro clienti, non eserciteranno
volentieri la
cura d’anime, perché mireranno alla carriera
ecclesiastica e lavoreranno altrove. Così a un
certo punto, verso la fine del ‘500, questo
obbligo, che legava strettamente la cura
pastorale della parrocchia alla figura del
prevosto, verrà abolito: il prevosto sarà
liberato del tutto dalla cura d’anime, non
sarà più obbligato a dir messa nel suo paese, a
predicare e a confessare, ma sarà semplicemente
tenuto a stipendiare un sacerdote, che non sia
del capitolo, e che faccia il parroco in sua
vece (vicario).
I canonici saranno in tutto quattro, ognuno dotato di una
propria prebenda, cioè di una rendita che deriva
da un appezzamento di terra.
La dote economica della chiesa, come per tutte
le collegiate capitolari, sarà organizzata
in due porzioni: ogni canonico avrà il beneficio spettante al suo
titolo (mensa canonicale);
ma nel complesso anche la chiesa avrà una
sua dote (mensa comune), poiché ai
canonici spettava la distribuzione quotidiana,
ossia – diciamo – un “gettone di presenza” ogni
volta che assistevano agli uffici divini, che
veniva tratto non dalla loro prebenda personale,
della quale godevano anche se non risiedevano,
ma dalla porzione di beneficio che apparteneva
alla chiesa stessa.
Il giuspatronato consiste nel diritto di
scegliere e presentare le persone che, in caso di vacanza
della carica, aspirano a diventare prevosto o
canonico. Tale diritto spetterà sempre e
comunque alla famiglia del conte Brunoro, il
fratello di Uberto che partecipa con lui alla
fondazione. Si può quindi notare che, dei due
rami verolesi della famiglia Gambara, quello di Castel Merlino viene
completamente ignorato: sono infatti i Gambara
del Fiorino, il ramo di Brunoro e di Uberto,
a istituire la Collegiata Prepositurale.
Dunque all’inizio spetterà a Brunoro, e
successivamente al primogenito di Brunoro e ai
figli primogeniti dei primogeniti, il
diritto di scegliere la persona del prevosto e
le singole persone dei canonici. Anche
se poi, però, per nominare effettivamente il
prevosto sarà richiesto il consenso del vescovo
diocesano, mentre i canonici, saranno nominati
dal prevosto.
A questo punto ci sono informazioni che
rivelano di riflesso quel che stava succedendo
all’epoca nel paese, in vista della fondazione di questa
Collegiata.
Sempre la bolla del papa afferma che il conte
Brunoro, insieme ai diletti figli del Comune di
Verola, aveva proceduto di recente a un restauro
impegnativo della chiesa prepositurale, che
minacciava rovina.
Questo significativo dettaglio manifesta una certa
collaborazione tra il dominio feudale dei
Gambara, in particolare di quel ramo della
famiglia, e il Comune di Verola: una
collaborazione che, tra l’altro, emerge anche da
altri documenti, quindi non è soltanto una
montatura propagandistica coniata per
l’occasione.
Nei lavori di restauro erano stati spesi oltre
quattrocento ducati d’oro: qui le testimonianze
sono un po’ discordanti, giacché pare che
la spesa fosse stata anche più alta di quanto
dichiarato nella bolla. In effetti, il canonico che
prima di essere promosso al canonicato era il
notaio privato della famiglia Gambara, nonché
cancelliere del Comune, e che teneva i conti
delle spese dei restauri, dirà in una
testimonianza giurata che sono stati spesi
seicento ducati d’oro, come risulta – dice lui –
dai libri di cassa che conservava presso di sé.
È verosimile che alcune opere di restauro
fossero ancora in corso al momento della
pubblicazione della bolla, tant’è che poi la
spesa si accrescerà ulteriormente.
Non solo: per aumentare il valore dei beni
della nuova Collegiata Prepositurale, il conte
Brunoro si impegna a dotare dei diritti d’acqua
i vecchi beni della parrocchia che non ne
godevano, elevandone così
il reddito economico. Questi beni provenienti dall’antica
dotazione saranno destinati alla prebenda
del prevosto, il quale verrà a guadagnare ogni anno 600
lire bresciane dell’epoca, che erano una cifra
piuttosto considerevole, se pure non stratosferica.
Poi bisognava pensare anche di assicurare una
dignitosa prebenda ai canonici: in questo senso
il conte Brunoro promette di elevare fino a un
terzo in più il valore dei beni complessivi
della chiesa, per poter attribuire rendite
adeguate ai canonici.
Circa un anno dopo l’emanazione della bolla
papale, monsignor Pietro Duranti, rappresentante del vescovo di Brescia, si
ritroverà qui a Verola con il conte Brunoro e il
procuratore del vescovo Uberto, per dare atto concreto alle
disposizioni pontificie.
Tra le varie cose che vennero stabilite in
quella sede, penso che la più
interessante possa essere la descrizione della pezza di
terra che viene donata dal conte Brunoro allo
scopo di fondare le prebende dei nuovi quattro
canonici accrescendo di oltre un terzo il valore
del beneficio.
Il testo, naturalmente in latino, parla di
una pezza di terra aratoria e vitata nel
territorio di Verola in contrada della Breda dei
Frati (o in italiano Breda del Frà): i
verolesi sapranno probabilmente individuare la
località. Con essa confina il conte Brunoro,
quindi doveva essere una zona di
valore consistente, terra buona, adiacente ai beni del
conte; le altre coerenze sembrerebbero indicare
una localizzazione dalle parti di Scorzarolo;
è menzionato anche un canale sgolatore chiamato
“La Cava”. Il podere è di cinquanta piò con diritto d’acqua dalla seriola
Gambaresca, di competenza del conte Brunoro; il conte la
assegna libera ed esente da qualunque tassazione,
allo scopo di mantenimento economico dei canonici.
Al momento di erigere operativamente la
Collegiata, vengono interrogati sei testimoni:
è dalle loro testimonianze che ho tratto le informazioni cui
accennavo sopra.
Il primo teste, Don Vincenzo quondam Bono della
Piazza, e il quarto, Giovanni Antonio di
ser Maffeo de Sander, sono rispettivamente il
precedente e l’attuale affittuario dei beni che
doteranno la Collegiata, quindi parlano per
cognizione diretta, sanno benissimo quant’è che loro
stessi pagano annualmente per l’affitto di quei
beni, sanno quali sono, dove si trovano, quanto valgono, e
testimoniano su questo.
Il secondo testimone, Battista Gatti, e
il quinto, Antonio o Tonino quondam Giacomo Grena, sono invece personaggi – non si dice
nell’atto, però lo si sa da altri documenti –
che hanno avuto un ruolo nel
Comune di Verola Alghise: ser Tonino
Grena – l’ho già menzionato prima – era il
notaio privato e uno dei principali fiduciari dei
Gambara, ed era stato anche notaio del Comune,
“segretario comunale” diremmo oggi. In quanto
notaio comunale, sapeva per conoscenza diretta
molte informazioni di prima mano, oltre al fatto di essere il
contabile dei lavori di restauro della chiesa.
Il sesto testimone, don Matteo de Bonis
di Asola, è il curato della parrocchia, che non
è prevosto e non sarà nemmeno promosso canonico.
Quanto ai primi quattro canonici scelti e nominati in
quella sede, riporto i loro nomi:
1) Antonio (Tonino) di Giacomo Grena, chierico
2) Guerrino (Quirino) de Luciis, prete
3) Pietro de Cotognola, prete
4) Antonio de Rizzonibus, prete.
Si noterà che il primo è lo stesso Tonino Grena
di cui dicevo sopra: è chierico, ossia non è un prete,
ma di mestiere fino allora aveva fatto il
notaio, e continuerà a farlo fino alla morte,
pur diventando prete qualche anno dopo. Era uno dei
collaboratori principali dei Gambara, secondo me
una specie di loro “eminenza grigia”. Della
sua attività notarile sopravvivono migliaia di
pagine di documenti nell’Archivio di Stato di
Brescia, che danno un’immagine minuziosissima
della vita economica e sociale di Verola Alghise
tra il 1495, l’inizio della sua attività, e il
1549, più o meno la data della sua morte. In
questo lasso di tempo, quasi ogni giorno questo
notaio rogava atti che riguardano le attività
economiche e pubbliche del paese: sarebbe una
iniziativa veramente formidabile poterle
trascrivere, studiare,
approfondire, e magari farne oggetto di qualche
pubblicazione.
In conclusione, mi sono domandato quale tipo di operazione abbia
potuto essere la fondazione della Collegiata: aveva certamente
molti e diversi scopi,
diverse finalità.
Senza dubbio fu un’operazione dinastica: si
vedono in filigrana i due rami verolesi della famiglia che
gestiscono le loro contrapposizioni o, se
vogliamo, la loro precaria
collaborazione, ma sotto sotto uno dei due mira
a prevalere sull’altro, impadronendosi del
dominio sulla chiesa locale.
Fu ovviamente un’operazione economica, perché
occorreva una consistenza e una stabilità
notevole di rendite per mantenere il prevosto, che doveva essere un
esponente della famiglia Gambara, e per
sostentare anche i quattro canonici, in seguito
accresciuti a sei, e più avanti a dieci.
Fu operazione politica e clientelare: abbiamo
visto da un lato la collaborazione piuttosto stretta dei
Gambara col Comune, e dall’altro la figura di
Tonino Grena, esponente civico e collaboratore
principale dei Gambara, nominato primo dei
canonici, benché non fosse nemmeno sacerdote.
Fu anche un’accurata operazione propagandistica
e di facciata.
E poi, noi moderni ci aspetteremmo che, quando ci si metteva
a fondare un beneficio ecclesiastico, ci fosse
anche qualche preoccupazione pastorale nei
confronti della comunità dei
fedeli. Finora però io, in quei vecchi documenti, una
preoccupazione di quel genere non l’ho
trovata.
(trascr.: A. Barbieri) |